di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 dicembre 2020
"Il governo non può più indugiare, ci riconosca come lavoratori subordinati": è questo il messaggio che hanno lanciato ieri da piazza Montecitorio a Roma i magistrati onorari, che si sono riuniti nel pomeriggio in un flash mob in toga e con una rosa gialla, simbolo del "tradimento da parte delle Istituzioni", si legge nella convocazione.
"Dopo il recente e inequivocabile monito del presidente della Corte costituzionale, Giancarlo Coraggio, a tutela dei nostri diritti", dice al Dubbio Raimondo Orrù, presidente di Federmot, tra le associazioni promotrici della mobilitazione, "il governo non può più tergiversare. Occorre subito un decreto legge: non ci sono più scuse". Come avevamo scritto qualche giorno fa, il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, del Movimento 5 Stelle, aveva mostrato una grande apertura verso le toghe onorarie, ipotizzando una decretazione d'urgenza per dare "tranquillità alla categoria, attraverso una modifica della disciplina attuale, a cui andranno apportati dei correttivi indispensabili, in una situazione già critica". Poco dopo però l'entusiasmo dei destinatari era svanito perché non erano state fornite indicazioni precise su quei correttivi. E infatti, da indiscrezioni, sembrerebbe che l'inquadramento lavorativo che si vorrebbe proporre per risolvere la questione giuslavoristica della magistratura onoraria sia quello della libera professione e non del lavoro subordinato, come invece richiesto.
Quindi ieri le toghe onorarie sono scese in piazza per mantenere vivo l'interesse attorno alla loro battaglia e per sollecitare, ancora una volta, "la maggioranza parlamentare affinché ingiunga al governo di reperire i fondi necessari a procedere, senza tentennamenti, con decreto legge, alla indifferibile riforma della categoria". A intervenire ieri alla manifestazione anche la leader di Fratelli D'Italia Giorgia Meloni: "Il vostro trattamento va equiparato ai magistrati togati. Diritti fondamentali, come maternità, malattia e ferie, vanno riconosciuti".
Presenti anche il segretario della Lega Matteo Salvini e l'ex sottosegretario alla Giustizia del Carroccio, il deputato Jacopo Morrone, che su Facebook ha scritto: "In piazza insieme ai magistrati onorari che continuano a vivere nell'incertezza e che tutt'ora il governo Conte- Bonafede dimentica e ignora".
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 24 dicembre 2020
I dati della polizia criminale: effetto della pandemia. Il cyber-crime sfrutta l'emergenza coronavirus e balza in testa alla classifica dei reati del 2020. Da gennaio a fine novembre infatti a livello nazionale le denunce collegate ad attività informatiche illegali sono aumentate del 32,7% - 160.982, in pratica 480 al giorno, un vero record - a fronte di un calo generalizzato degli episodi criminali, con una flessione dei reati del 20,9% (da oltre due milioni e 100 mila a meno di un milione e 700 mila). Reati informatici che in alcuni casi sono sfociati in minacce e atti intimidatori ad amministratori locali e giornalisti: solo fino a settembre erano stati 462 nei confronti della prima categoria (più della metà a sindaci, anche di aree metropolitane) e 129 della seconda, addirittura con un +48,3%.
Quello che emerge dai dati dell'Osservatorio permanente di monitoraggio e analisi della criminalità della Direzione centrale della polizia criminale, diretta dal prefetto Vittorio Rizzi, non è soltanto l'inquietante fotografia di un fenomeno. È anche la conseguenza diretta della pandemia, l'effetto di un maggior utilizzo della tecnologia rispetto agli anni passati da parte della malavita. Già dall'aprile scorso il Servizio di analisi criminale della Dcpc aveva lanciato, con quattro report, segnali d'allarme sul rischio di infiltrazioni criminali nel tessuto economico-finanziario post-emergenza, con episodi che sono stati registrati anche attraverso la Rete.
Nell'elenco sono finite 159 segnalazioni alle prefetture da parte dei Gruppi centrali interforze (interni al Sac), con circa 1.600 approfondimenti d'indagine e oltre 22 mila interrogazioni in banca dati relative a possibili infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici. Più in generale invece nel 2020 c'è stato - almeno finora - un calo di omicidi (244, 55 in meno rispetto al 2019), 132 dei quali in ambito familiare, ma con 91 donne uccise (l'anno scorso erano state 88), 62 delle quali dal partner o dall'ex. Senza contare il calo di furti del 36% e di rapine del 22% nel periodo gennaio-agosto, in rapporto ai primi otto mesi del 2019. Dall'attività informativa delle scommesse sportive è invece emerso che durante quest'anno ci sono state 28 segnalazioni di anomalie nella stagione 2019/2020 e sei relative a eventi sportivi che si sono tenuti all'estero nel corso del lockdown.
E proprio per affrontare questa situazione senza precedenti, che ha stravolto le abitudini di tutti, sul lavoro e in famiglia, la polizia si è dovuta adeguare con quella che il prefetto Rizzi definisce "smart security". "Ha richiesto grande equilibrio - spiega il direttore della Dcpc - per coniugare fermezza e umanità, e tutta la flessibilità necessaria per intercettare sul nascere le nuove minacce criminali". Grazie ai rapporti di cooperazione internazionale e alla rete di esperti attivi nei teatri operativi in 62 Paesi, si è così impennato il numero di contatti sulla piattaforma Europol (oltre 24 mila), uno scambio di informazioni in tempo reale fondamentale per affrontare qualsiasi minaccia criminale.
Così a fine novembre erano stati catturati oltre 1.400 latitanti, il 58% dei quali all'estero, ricercati per provvedimenti emanati dalle nostre autorità, e il 42% in Italia, su ordine di giudici stranieri. Fra loro 805 i ricercati ritenuti ancora attivi che sono finiti nella rete della polizia, 59 in più rispetto all'anno scorso: 122 sono soggetti appartenenti al crimine organizzato e 48 sono stati rintracciati con la rete Enfast, il network informale che, come in un film, collega le squadre di ricerca di tutta Europa.
di Gabriella Ferrari Bravo
Corriere del Mezzogiorno, 24 dicembre 2020
È un Natale segnato dal sangue dei bambini, in quest'anno maligno. E anche a Napoli parte su iniziativa del collettivo nazionale DonneInCuranti il flashmob #madriinlutto che chiede l'adesione di associazioni e persone per protestare contro l'indifferenza verso le madri che denunciano, inascoltate, la violenza tra le mura di casa.
Solo tre giorni fa due bambini sono stati sgozzati mentre si difendevano dal padre armato di coltello, poi suicidatosi con la stessa arma. La mamma dei ragazzi, che aveva segnalato più volte alla polizia l'ex marito, ha dichiarato: "Gli atteggiamenti che io ritenevo aggressivi non bastavano alle forze dell'ordine.
Evidentemente noi donne dobbiamo avere il volto insanguinato per essere credute" (Repubblica 22/12). Ieri, invece, un padre già noto alla Polizia e denunciato per violenza si è suicidato nel corso di una videochiamata con la figlia di sei anni. Un'onda montante di violenza inaudita, che corrisponde all'aumento della violenza in famiglia rilevato ormai da mesi, causata delle convivenze forzate durante la pandemia, un fenomeno portato nelle aule del Parlamento dalla ministra alle Pari Opportunità Bonetti.
Assieme alla senatrice Valente presidente della Commissione di contrasto al Femminicidio, alla onorevole Giannone segretaria della Commissione Infanzia e Adolescenza. Ma ancora non basta. Anche se potrà sembrare prosaico e poco nobile, credo che la strada da seguire per contrastare l'aumento di aggressioni e violenze su bambini e madri sia quella della denuncia contro chi ha partecipato alla presa in carico e ai procedimenti giudiziari che li riguardano.
Condivido il pensiero di Elvira Reale dell'Associazione Salute Donna, che "sia venuto il momento per chiedere che i giudici e gli operatori che hanno sottoscritto le misure sbagliate (lassiste per i padri violenti e restrittivi per le madri non violente) paghino per gli errori commessi, mettendo mano a procedimenti di impeachment per i professionisti che hanno sottovalutato il problema e il rischio concreto e attuale (non evolutivo e futuribile, di cui tanti Ctu parlano, inseguendo un presunto diritto "primario" alla bigenitorialità). Questi procedimenti dovranno prevedere la valutazione della responsabilità professionale portando a sanzioni economiche, ordinistiche e se del caso anche penali.
E questo vale per i magistrati ma anche per la catena di soggetti che hanno cooperato alla decisione, da un lato di esporre i minori a tale rischio sottovalutandolo (servizi sociali, Ctu, polizia); dall'altro, di vietare il rapporto con le madri non solo sovrastimando un rischio ipotetico ma addirittura creandolo ad arte dal nulla". È urgente che si cominci a valutare la correttezza formale e sostanziale dei procedimenti, segnalando omissioni, incompetenza, imperizia, e chiedendo anche un risarcimento economico. Come, direte, si può monetizzare la perdita dei figli o i traumi che li segneranno a vita? Non solo si può, ma si deve. Perché è importante chiamare a rendere conto professionalmente chi, per il proprio ruolo e incarico, ha partecipato alla gestione fallimentare del malessere di queste famiglie, e ha ignorato o sottovalutato gesti e intenzioni di padri violenti, spianando la strada a esiti tragici, fino al figlicidio.
E fin quando il criterio della responsabilità personale non sarà applicato a tutti quelli che sono implicati in casi simili, fin quando anche la condanna a risarcire il danno non colpirà avvocati, consulenti, magistrati e costerà loro l'espulsione dagli ordini professionali e la destituzione dagli incarichi come già accade per i medici, se riconosciuti colpevoli, non cambierà molto nella condizione delle donne che subiscono violenza e in quella dei loro figli.
Non basta indignarsi, bisogna pretendere che sia applicata di fatto la Convenzione di Istanbul, legge dello stato per il contrasto alla violenza, e chiedere giustizia. Con l'adesione, si spera, dei tanti onesti magistrati e operatori che dovrebbero avere ogni interesse a isolare e sanzionare chi prende decisioni aberranti e pericolose. Alle #madriinlutto, ai bambini, un buon Natale di giustizia.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 24 dicembre 2020
La sospensione della prescrizione disposta dai decreti legge Cura Italia e Liquidità non è costituzionalmente illegittima in quanto "è ancorata alla sospensione dei processi". La sospensione della prescrizione disposta dai decreti legge Cura Italia e Liquidità, emanati tra marzo e aprile scorsi per contrastare l'emergenza Covid-19, non è costituzionalmente illegittima in quanto "è ancorata alla sospensione dei processi" dal 9 marzo all'11 maggio 2020, prevista per fronteggiare l'emergenza sanitaria. La cosiddetta "sospensione Covid" rientra infatti nella causa generale di sospensione della prescrizione stabilita dall'articolo 159 del codice penale, che prevede, appunto, che il corso della prescrizione rimanga sospeso ogniqualvolta la sospensione del procedimento o del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge, e quindi non contrasta con il principio costituzionale di irretroattività della legge penale più sfavorevole.
È uno dei passaggi della sentenza depositata oggi (di cui è redattore Giovanni Amoroso), con cui la Corte costituzionale - come già anticipato il 18 novembre scorso - ha dichiarato in parte non fondate e in parte inammissibili le questioni sollevate dai tribunali di Siena, di Spoleto e di Roma sull'applicabilità della sospensione della prescrizione anche ai processi per reati commessi prima dell'entrata in vigore delle nuove disposizioni, per il periodo 9 marzo-11 maggio 2020. In particolare, i "giudici delle leggi" hanno dichiarato la non fondatezza delle questioni con riferimento al principio di legalità sancito dall'articolo 25 della Costituzione, mentre è stata dichiarata l'inammissibilità con riferimento ai parametri europei richiamati dall'articolo 117, primo comma, della Costituzione.
Il principio di legalità - ha precisato la Corte - richiede che l'autore del reato non solo debba essere posto in grado di conoscere in anticipo quale sia la condotta penalmente sanzionata e la pena irrogabile, ma, si legge in un passaggio della sentenza, "deve avere anche previa consapevolezza della disciplina concernente la dimensione temporale in cui sarà possibile l'accertamento del processo, con carattere di definitività, della sua responsabilità penale (ossia la durata del tempo di prescrizione) anche se ciò non comporta la precisa determinazione del dies ad quem in cui maturerà la prescrizione".
In tema di sospensione della prescrizione, l'articolo 159 del codice penale "ha una funzione di cerniera", spiega la sentenza, perché contiene, da un lato, "una causa generale di sospensione" che scatta quando la sospensione del procedimento o del processo è imposta da una particolare disposizione di legge, e, dall'altro lato, un elenco di casi particolari. Nelle vicende da cui sono nate le questioni portate all'esame della Corte, opera proprio tale causa generale di sospensione. La temporanea stasi ex lege del procedimento o del processo determina, in via generale, una parentesi del decorso del tempo della prescrizione, le cui conseguenze investono tutte le parti: la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l'imputato. Così come l'azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, per tutelare l'equilibrio dei valori in gioco è sospeso anche il termine per l'indagato o per l'imputato. La Corte, nel ricondurre la nuova causa di sospensione del processo alla causa generale prevista dall'articolo 159 del Codice penale - come tale applicabile anche a condotte pregresse - ha poi precisato che essa non può decorrere da una data anteriore alla legge che la prevede. Nella sentenza si legge, infine, che la breve durata della sospensione dei processi, e quindi del decorso della prescrizione, è pienamente compatibile con il canone della ragionevole durata del processo. Inoltre, sul piano della ragionevolezza e della proporzionalità, la norma è giustificata dalla tutela del bene della salute collettiva per contenere il rischio di contagio da Covid-19 in un momento di eccezionale emergenza sanitaria.
di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 24 dicembre 2020
Piccola premessa: dimenticare i "lavori forzati", che si vedono nei film ma non esistono più. Ora, anche se non sempre quanto si vorrebbe, tutti le carceri cercano di far lavorare il più possibile i detenuti, in vista di un loro reinserimento una volta che rientreranno nella società.
E ora una sentenza del tribunale di Venezia sancisce che quel lavoro è in tutto e per tutto paragonabile a quello "esterno" (o "libero", come lo definisce il giudice Chiara Coppetta Calzavara), indennità di disoccupazione compresa.
Tutto nasce da un detenuto del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, che aveva lavorato per un anno, tra il 2018 e il 2019, assistendo una persona disabile. Il suo "licenziamento" non era stato legato però a qualche problema sul lavoro, ma semplicemente perché aveva finito di scontare la sua pena ed era uscito di cella. Non era però riuscito a trovare un lavoro e aveva dunque fatto una richiesta formale per accedere alla Naspi, che però era stata respinta dall'Inps, sulla base del presupposto contrario rispetto a quello enunciato in sentenza: ovvero che il lavoro da detenuto non potesse essere equiparato a quello "libero".
Il detenuto aveva allora deciso di fare ricorso e si era affidato agli avvocati Marta Capuzzo e Giancarlo Moro, legali di Inca-Cgil, che sono riusciti a convincere il giudice. Nella sentenza si afferma la "natura discriminatoria" di tale rifiuto dell'Inps, poiché contrario all'articolo 3 della Costituzione: "I detenuti alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria sarebbero gli unici, nell'ordinamento, a versare la contribuzione atta a finanziare la Naspi senza potersene avvantaggiare". L'uomo si era trovato nella condizione di "disoccupazione involontaria", legata appunto alla scarcerazione. "È una sentenza molto importante poiché evidenzia la necessità di non vanificare ogni sforzo affinché si affermi la funzione rieducativa della pena e la prospettiva di un possibile loro reinserimento nella società libera", afferma Giuseppe Colletti, dell'Area Previdenza dell'Inca-Cgil.
di Alessandro Capriccioli*
Il Manifesto, 24 dicembre 2020
L'emergenza sanitaria legata al Covid, che ha costretto gli istituti a sostituire molte attività in presenza con quelle in collegamento, ha messo in luce l'inadeguatezza degli strumenti digitali e telematici a disposizione delle nostre carceri. Grazie al mio emendamento si potrà iniziare a colmare questa lacuna: i fondi stanziati, infatti, potranno essere utilizzati sia per acquistare nuove strumentazioni, sia per modernizzare le reti. Grazie a questi investimenti sarà possibile potenziare lo svolgimento della formazione, delle attività trattamentali e dei colloqui familiari per via telematica, in modo che nel protrarsi della crisi sanitaria queste attività possano continuare a svolgersi malgrado le misure di distanziamento sociale, e che una volta superata l'emergenza la modalità a distanza possa affiancarsi a quella tradizionale, garantendo ai detenuti un esercizio più pieno dei loro diritti.
*Consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali
di Francesco Furlan
La Nuova Venezia, 24 dicembre 2020
Il virus è entrato nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore, sono 23 i detenuti risultati positivi nel braccio sinistro del carcere e messi in isolamento, in parte in uno spazio Covid che era già stato predisposto proprio per far fronte a emergenze di questo tipo, e in una sezione sopra l'infermeria. Ai detenuti si aggiungono tre agenti della polizia penitenziaria.
C'è preoccupazione tra i detenuti, raccolta anche dai loro avvocati, in un periodo come il Natale che, se pur in uno spazio di privazione della libertà, serviva a cercare un po' di serenità. A causa della diffusione del virus, infatti, è saltato il pranzo di Natale che doveva esserci l'altro ieri, solitamente offerto dalla Cooperativa il Cerchio, e sono saltati anche gli appuntamenti per la consegna di alcuni doni, sempre grazie ai volontari che ruotano attorno al carcere, e la messa con il patriarca Francesco Moraglia.
Degli oltre venti detenuti trovati positivi al Covid 19 solo due avrebbero lievi sintomi - un po' di febbre - mentre gli altri sarebbero tutti asintomatici. L'allarme è scattato giovedì quando un detenuto è stato trovato positivo. Nelle ore successive, utilizzando i tamponi rapidi, è stato fatto lo screening tra tutti i carcerati e il personale, e 23 detenuti sono stati trovati positivi.
"È stato fatto un lavoro grandissimi grazie al dotto Vincenzo De Nardo e a tutto il personale infermieristico che è riuscito a organizzare lo screening in poco tempo", commenta Sergio Steffenoni, Garante dei diritti dei detenuti, "e questo ha permesso di isolare subito i detenuti positivi".
Un lavoro non facile, che ha registrato qualche momento di tensione, rimasto però circoscritto a un paio di episodi. Anche tra gli agenti della polizia penitenziaria sono stati risultati positivi, e ora si trovano a casa in isolamento. Tutti i detenuti positivi erano ospiti del braccio sinistro del carcere, e sono stati quindi messi in isolamento per evitare la diffusione del virus in altre aree del carcere veneziano. Del focolaio all'interno del carcere è stato informato il magistrato dell'ufficio di sorveglianza. Un nuovo giro di tamponi è previsto dopo Natale: permetterà di capire sei i detenuti contagiati si sono "negativizzati" - come si dice in gergo - o se sarà necessario aspettare ancora qualche giorno prima di riprendere tutte le attività che nel frattempo è stato necessario sospendere.
di Giulia Antenucci
abruzzolive.it, 24 dicembre 2020
I sindacati di Polizia penitenziaria chiedono serie ed immediate garanzie. Sembra non avere fine l'emergenza Covid nelle carceri abruzzesi. Dopo il caso del penitenziario di Sulmona, scoppia un nuovo focolaio a Lanciano, con diversi e preoccupanti contagi.
A darne notizia sono le segreterie regionali dei sindacati di categoria dei poliziotti penitenziari Sappe, Osapp, Uil Pa, Uspp, Fns Cisl e Fp Cgil che "esprimono amarezza e solidarietà per quanto sta accadendo in queste ore". "Chiediamo serie ed immediate garanzie per la comunità penitenziaria lancianese", chiosano senza mezzi termini i sindacalisti, "affinché vengano arginate ulteriori alterazioni che potrebbero essere nefaste per l'intera collettività. L'amministrazione penitenziaria, le autorità sanitarie e Prefetto avviano impellenti accertamenti con relative attività riparative ed invio di personale in supporto", concludono, "prima che sia troppo tardi".
La Prealpina, 24 dicembre 2020
La denuncia di un detenuto, ma il direttore replica: "Era asintomatico". Dopo lo scandalo delle mazzette sul lavoro in carcere, tra gli ex detenuti c'è chi rivendica i diritti negati a favore dei cosiddetti "privilegiati dell'area trattamentale".
Abdelmlek Abdelhak lamenta che in quattro anni e due mesi non abbia avuto un'educatrice e, cartella clinica alla mano, sostiene che in cella abbia contratto la tubercolosi. "È vero che era sano e poi è risultato positivo al test Mantoux, ma non si è mai ammalato", replica ora il direttore Orazio Sorrentini - Se fosse stato malato, non avrebbe potuto lavorare a lungo come invece ha fatto".
Abdelhak era entrato in via per Cassano nel 2016 senza particolari patologie, a fine del 2017 il test di Mantoux risultava positivo. "Sono stato discriminato dall'assistente sociale del Sert e mi ha negato il programma terapeutico - ha raccontato giorni fa - mi sono rivolto al Prap e al garante dei detenuti, Matteo Tosi, gli ho raccontato la mia situazione, speravamo che denunciando il fatto attraverso La Prealpina qualcosa cambiasse, invece è peggiorato".
"Di fatto - chiarisce il direttore Sorrentini - quel detenuto aveva il bacillo della tubercolosi ma la malattia non si è mai sviluppata, per dirla in termini Covid era in pratica asintomatico. Comunque, a me risulta che abbia lavorato e per farlo aveva ottenuto il nullaosta sanitario. Ci risulta abbia lavorato dall'8 luglio 2019 fino al giorno in cui è uscito di cella. Non è vero che non gli siano state concesse opportunità lavorative, né che non abbia avuto accesso alle graduatorie per l'articolo 21 interno: è stato impegnato per 8-9 mesi".
Le versioni sono contrastati, spetterà agli inquirenti chiarire ogni cosa. Intanto, il via per Cassano, i positivi al coronavirus sono ora 46 e non si registrano situazioni gravi. Trenta attendono il tampone che sancisca la fine della quarantena.
romadailynews.it, 24 dicembre 2020
"Favorire, con sempre maggiore vigore e impegno, il pieno recupero e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti in ossequio alle prescrizioni contenute nell'art. 27 della Costituzione italiana, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato."
"Una volontà che l'attuale Amministrazione Raggi ha palesato anche nell'anno in corso, come dimostra lo stanziamento di 100.000 euro per l'attivazione di 25 tirocini finalizzati all'inclusione socio-lavorativa di persone sottoposte a tutela giudiziaria o comunque alla fine del percorso detentivo".
"Obiettivo delle esperienze lavorative quali strumenti di risocializzazione responsabile, come dichiarato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale nella propria relazione annuale 2018/2019, è quello di attivare progetti utili per la città che possano, al contempo, offrire un'occasione di riscatto sociale ai detenuti che contribuisca ad aumentare la loro autostima e non li induca ad assumere comportamenti di reato recidivi."
"Proprio in tale ottica, coerentemente con quanto stabilito nella Legge 354/1975 e nella Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati adottata con decreto del Ministero della Giustizia del 5 dicembre 2012, si pone la mozione approvata all'unanimità in Aula Giulio Cesare, di cui sono la prima firmataria."
"Con tale atto, infatti, l'Assemblea Capitolina impegna la Sindaca e la Giunta capitolina a prevedere, per il prossimo Bilancio Previsionale di Roma Capitale 2021/2023, un incremento delle risorse destinate alla realizzazione dei percorsi di tirocinio finalizzati all'inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a tutela giudiziaria o comunque alla fine del percorso detentivo. Un tema importante al quale la Commissione per le Pari Opportunità ha dedicato diverse sedute".
"La presente mozione raccoglie l'esortazione, propria dell'assessore competente Carlo Cafarotti e della garante dei detenuti dott.ssa Gabriella Stramaccioni, di promuovere ogni possibile azione affinché' il progetto, che ha già dato risultati così positivi, possa continuare." "Ringrazio pertanto i membri della Commissione, di maggioranza e di opposizione, per la pronta e sinergica risposta con cui hanno voluto dar seguito a quelle richieste, a dimostrazione di come la convergenza su temi così importanti sia piena e unanime a prescindere dalle appartenenze politiche". Così in un comunicato la presidente della Commissione per le Pari Opportunità di Roma Capitale, Gemma Guerrini.
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