di Valeria Forgnone
La Repubblica, 20 marzo 2021
Per la prima volta il movimento guidato da Mattia Santori prende posizione sull'argomento dibattuto per "consentire ai consumatori di non rivolgersi più alla criminalità". Il senatore del Carroccio, Pillon: "Prima di parlare, fatevi un giro in una comunità di recupero". Per Magi, primo firmatario della proposta di legge: "Il proibizionismo uccide, la legalità mai". Perantoni: "Non sia più un crimine".
Approvare la proposta di legge che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis. È l'appello lanciato dalle Sardine al presidente Mario Perantoni e ai membri della commissione Giustizia a Montecitorio e che per la prima volta prendono posizione su un argomento così dibattuto. Secondo il movimento di opposizione al sovranismo, la coltivazione in casa della cannabis "consentirebbe ai consumatori di non rivolgersi alla criminalità, libererebbe le forze dell'ordine e tribunali da inutili procedimenti, potrebbe separare il mercato della cannabis dalla altre sostanze stupefacenti e permetterebbe anche a chi non riesce a ottenere la terapeutica di potersi curare".
L'appello delle Sardine - "Si tratta dell'unica occasione concreta che abbiamo in questa legislatura per fare un passo in avanti", spiegano le Sardine che invitano a firmare "l'appello al presidente e a tutti i membri della commissione giustizia della Camera dei Deputati, su iocoltivo.eu. Ormai - si legge nel testo delle Sardine - è passato oltre un anno dalla sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione che ha stabilito che la coltivazione domestica di cannabis per solo uso personale non costituisce reato. Per tutelare pienamente i diritti dei consumatori, però, non basta una sentenza, infatti ancora oggi si rischiano processi che durano anni. Il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho ha dichiarato che la libertà per i consumatori di autocoltivare cannabis, toglierebbe alla criminalità organizzata una fetta importante di mercato". Secondo le stime infatti, "i consumatori di cannabis che ogni anno decidono di coltivare sono oltre 100mila. I motivi che spingono le persone ad autocoltivare sono tantissimi, dal risparmio alla garanzia di consumare una cannabis di qualità. In questo lunghissimo anno però il Parlamento non ha saputo cogliere queste indicazioni", ricordano dal movimento guidato da Mattia Santori.
Magi: "Il proibizionismo uccide, la legalità mai" - Ringrazia le Sardine, Riccardo Magi, deputato del gruppo Misto, primo firmatario della proposta di legge C.2307. "Il proibizionismo uccide, la legalità mai", osserva Magi riferendosi all'appello dell'associazione 'Meglio Legale' a cui stanno aderendo "migliaia di cittadini affinché si arrivi all'approvazione della proposta di legge, a firma mia e di tanti altri colleghi, per una completa decriminalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale. Al governo e alla ministra Dadone chiedo solo di avere un approccio laico rispetto ai risultati oggettivamente disastrosi delle politiche proibizioniste degli ultimi decenni sul piano sociale, economico e della giustizia. E chiedo quindi che, come previsto dalla legge, sia convocata la Conferenza nazionale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefacenti", dice ancora Magi.
La proposta di legge per la coltivazione domestica della cannabis - Dopo un breve stop in Commissione Giustizia alla Camera per quasi un anno, ora sono riprese le audizione per la proposta di legge che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis (C.2307), che ha come primo firmatario Riccardo Magi. Nel 2019, una sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione ha considerato "non penalmente rilevante la coltivazione in casa per uso personale della cannabis. Ma i tribunali continuano in tutta Italia a comportarsi in maniera diversa, spesso intervenendo con il sequestro della pianta e con una sanzione amministrativa - spiega Magi - Con la legge invece la coltivazione diventerebbe decriminalizzata e il cittadino non correrebbe più rischi. Un altro punto è la depenalizzazione dei fatti di lieve. In sette casi su dieci, infatti, si finisce in carcere per fatti non gravissimi - precisa ancora Riccardo Magi - E la coltivazione domestica della cannabis rappresenterebbe il primo passo per una vera legalizzazione".
La reazione di Perantoni: "Non sia più un crimine" - All'appello è arrivata già una prima reazione, quella di Mario Perantoni, presidente della Commissione Giustizia della Camera di Deputati, a cui le sardine hanno indirizzato l'appello per approvare la proposta di legge C.2307 (Magi e altri) che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis, depositata presso l'organismo da lui guidato. Quello di cui si fanno portavoce le sardine, sul tema della cannabis, è "l'ennesimo, condivisibile appello proveniente dalla società civile che chiede al parlamento un passo verso una legislazione più avanzata e moderna su questo e su altri temi, come il suicidio assistito. Mi auguro - spiega Perantoni - di poter ridare impulso ai lavori in commissione quanto prima su entrambe le questioni e quindi anche sulle proposte di depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale della cannabis. A quel punto e nel merito ciascun gruppo politico dovrà assumersi le proprie responsabilità e scegliere se andare incontro alle istanze della società oppure ignorarle".
La Lega attacca - La Lega, con il senatore Simone Pillon va subito all'attacco. "Personalmente credo che le Sardine e i loro amici dovrebbero farsi un giro in una comunità di recupero prima di parlare, facciano tutti i proclami che vogliono, ma la droga è morte. Qualcuno vorrebbe chiudere i nostri ragazzi nei cessi a fumare canne per non disturbare il manovratore - accusa il vicepresidente della Commissione Infanzia e adolescenza del Senato - Io preferisco che possano studiare, partecipare alla vita del nostro Paese, e divertirsi in modo sano senza assumere porcherie". Gli risponde ancora Magi: "Al senatore Pillon chiedo di liberarsi dalla sua gabbia ideologica che non lo abbandona neanche quando visita le comunità di cui parla". E intervengono anche le Sardine: "In moltissimi Stati, anche europei, la regolamentazione della cannabis è al centro delle agende politiche e di governo. E mentre gli Stati legalizzano la cannabis, Pillon non perde occasione per palesare la sua visione retrograda di società. Ma gli ricordiamo che di cannabis, ad oggi, non è mai morto nessuno in millenni di utilizzo. Siamo pronti a sfidarlo, su questo. E siamo anche pronti ad accompagnarlo nelle comunità di recupero: scoprirebbe che le persone in trattamento per dipendenza da cannabis sono una minoranza e che il vero allarme è quello delle droghe pesanti e sintetiche", aggiungono.
L'argomento cannabis, dalla coltivazione in casa alla legalizzazione, da sempre scatena dibattito e polemiche. Con il centrodestra irremovibile sulla posizione del 'no' e con i Radicali schierati a favore e per primi portavoce di questa battaglia che ora sta raccogliendo sempre più consensi. Tra questi c'è anche quello della ministra del M5S per le politiche giovanili nel governo Draghi, Fabiana Dadone, che in passato aveva espresso delle posizioni precise sul tema e, per questo, finita nel mirino della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. Dadone, inoltre, potrebbe ricevere la delega governativa alle politiche antidroga. Decisione che ha scatenato ancora di più l'ira di Meloni.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
I testi del ragazzo trovati dal padre e raccolti in un libro. Il 45enne morì nel 2015 durante il trattamento sanitario obbligatorio. C'è un ragazzo piegato su un foglio a scrivere di sé e del mondo. Ma il suo mondo non è lo stesso che vedono gli altri. Andrea Soldi è malato e quel che scrive segue quel che sente. La prima crisi catatonica, i momenti più duri, quelli buoni, i ricordi del suo tempo felice, i racconti dal limite della ragione.
Andrea scrive cartoline dalla schizofrenia, dal 1991 al 2006. Un diario - incredibile per consapevolezza e chiarezza - con il quale racconta i momenti in cui diventa un altro. E poi scrive lettere: a suo padre Renato, a sua sorella Cristina, ai nipoti, alle persone care che ruotano attorno a lui. Ma tutti quei pensieri appuntati sulla carta restano in un cassetto della sua casa e della sua mente. Il diario mai letto da occhi diversi dai suoi, le lettere mai spedite. Poi arriva il 5 agosto del 2015, Andrea Soldi muore, a 45 anni, dopo un trattamento sanitario obbligatorio durante il quale - hanno stabilito le sentenze di condanna in primo e secondo grado - è stato sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare. Suo padre Renato non potrà mai dimenticare quel pomeriggio drammatico, anche perché era lì, nella piazza torinese dove Andrea è stato raggiunto dallo psichiatra e dai vigili urbani per il Tso: "Ero a 200 metri da lui e l'accordo con il medico era di non farmi vedere, così mi sono detto: è in buone mani, e sono andato a casa. Se sapesse quante volte mi sono rimproverato... se mi fossi avvicinato anziché fidarmi del dottore...". Renato, 85 anni, è stato sopraffatto dai sensi di colpa e già prima che succedesse il peggio torturava se stesso perché non sapeva se e quanto del suo bene arrivasse ad Andrea. Adesso lo sa. Sa che quel ragazzo tranquillo - che tutti nel quartiere chiamavano "gigante buono" e che passava ore seduto sulla sua panchina - provava per lui un amore sconfinato. Sa che Andrea ha sempre capito e saputo di essere amato.
La casa - Lo ha scoperto quando ha svuotato la sua casa per affittarla. Ha aperto un cassetto e ci ha trovato il mondo di suo figlio: tanti fogli scritti a mano - con pochissime correzioni - che erano un viaggio nella sua mente. Parole dure, commoventi, poetiche, allegre, preoccupate, mai folli. Pagine che alcuni psichiatri hanno letto e considerano "un documento straordinario" per entrare nei territori più remoti della schizofrenia. Tutto questo è diventato un libro che la casa editrice indipendente add pubblicherà il 14 aprile. Autore: Matteo Spicuglia. Titolo: "Noi due siamo uno", che poi è anche il titolo di una canzone degli Eurythmics che Andrea ha scritto su uno dei suoi fogli, accanto al suo nome e cognome annotato tutt'attorno. Non è casuale, quella canzone e per la verità niente è casuale in quello che Andrea scriveva. Ci sono date, ricordi precisi, sensazioni ripescate dai tempi felici dell'infanzia. Ma, soprattutto, ci sono descrizioni dell'altro, il cobra. Quando stava male lui diventava cobra, sua sorella Cristina era una mangusta, suo padre uno scimmione, sua madre a volte un serpente altre volte un leone. "In questo libro c'è mio fratello ma c'è anche la nostra famiglia, ci sono le persone che lo hanno aiutato" dice Cristina. Nei fogli di Andrea sua madre Enza (malata di Sla e morta da molti anni) c'è sempre ma è un'immagine in sottofondo, come fosse un paesaggio della sua vita. In un passaggio dice: "Da quando si è ammalata, provo una sensazione di impoverimento, l'impossibilità a guardare le situazioni dal verso giusto".
Una stella - A volte lui si credeva una stella, si vedeva "mandato su Torino, sceso dall'alto del cielo come un vento", altre volte scriveva di suo padre in terza persona: "Sta piangendo! Non sa di essere amato ma ama". Altre ancora era "foglia attaccata a un ramo che insegue il suo destino". Il suo destino è cadere "ma le amiche foglie muoiono insieme a lei" e cadendo tutte assieme diventano "un evento che non ha più fine...". In fondo è quello che è successo a lui. È caduto e cadendo è diventato "evento": ha fatto rumore, si è fatto sentire dal mondo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Circa tre mesi fa, un decreto della presidenza dell'Afghanistan ha istituito la Commissione congiunta per la protezione dei difensori dei diritti umani, col mandato di "rafforzare la cultura dei diritti umani e venire incontro alle preoccupazioni nazionali e internazionali sulla situazione dei diritti umani nel nostro paese". Quell'iniziativa si è rivelata vuota, priva di una strategia di attuazione, di condivisione delle informazioni, di attivazione di meccanismi di denuncia e di misure concrete di protezione (scorte, trasferimenti in altre città ecc.)
In Afghanistan, le donne e gli uomini che difendono i diritti umani continuano a morire. Come prima, più di prima. Dal 12 settembre 2020, quando sono iniziati i negoziati di pace, al 31 gennaio 2021 sono morti almeno 21 difensori dei diritti umani: come Mohammad Yousuf Rasheed, direttore del Forum per elezioni libere e regolari in Afghanistan, assassinato il 23 dicembre nel centro di Kabul insieme al suo autista; o come l'attivista per i diritti delle donne Freshta Kohistani, uccisa insieme a suo fratello a Kapisa.
L'anno scorso sono stati assassinati almeno 20 giornalisti, tra cui molte donne: come la nota giornalista televisiva Malalai Maiwand (nella foto), uccisa col suo autista a Jalalabad praticamente in concomitanza con l'istituzione della Commissione congiunta. Il 2021 rischia di terminare persino peggio. Secondo l'Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2021 sono stati uccisi 32 difensori dei diritti umani.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 marzo 2021
A dieci anni dalla rivolta che defenestrò il rais Moubarak, portò al potere i Fratelli Musulmani, a loro volta privati del governo dal golpe del generale al. Sisi, l'Egitto è piombato in una spirale repressiva sempre più stretta. L" omicidio Regeni o l'incarcerazione senza fine di Patrick Zaki sono quelle che riguardano più da vicino l'Italia ma non passa giorno senza che attivisti per i diritti umani, avvocati, blogger giornalisti o semplici cittadini non incappino nella stretta sorveglianza del regime. Che nega costantemente qualsiasi critica affermando che le detenzioni sono in linea con la legge e che i tribunali operano in modo indipendente. Questa volta però nelle mani del sistema giudiziario egiziano è finita una figura molto rappresentativa.
La nota attivista per i diritti umani, la 27enne Sanaa Seif, è stata condannata da un tribunale del Cairo a 18 mesi di reclusione. Il reato contestato dai pubblici ministeri è quello di "trasmettere notizie e voci false" sulla diffusione del coronavirus nelle carceri. La donna ha negato qualsiasi accusa mentre il suo avvocato, Hesham Ramada, hspiega che condanna è stata aggravata per un supposto insulto ad un agente di polizia. La vicenda giudiziaria al momento si è chiusa in attesa che venga presentato ricorso contro la sentenza presso un tribunale di grado superiore.
Saana è stata arrestata nel giugno scorso in circostanze che lasciano intendere come il processo sia viziato da un intento politico a partire dal fatto che non le è stato consentito di presenziare in aula. È finita in manette mentre si trovava, con altri membri della famiglia, davanti l'ufficio di un Procuratore per presentare una denuncia a seguito di un attacco contro di loro avvenuto, il giorno precedente, fuori dal complesso carcerario di Tora del Cairo Nel tumulto un agente avrebbe spinto la madre di Saana provocando la sua reazione. Il motivo per cui il gruppo si trovava presso il penitenziario è significativo: aspettavano di ricevere una lettera dal fratello di Saana, Alaa Abdel- Fattah, anche lui attivista finito in carcere. Abdel è un blogger molto seguito in Egitto, nel settembre 2019 è finito in cella per una manifestazione antigovernativa, arresto arrivato in seguito al rilascio nel marzo dello stesso anno dopo cinque anni di carcere per aver contestato i processi dei civili eseguiti da tribunali militari. Per Amna Guellali, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africana, la condanna di Saana rappresenta "un altro duro colpo per il diritto alla libertà di espressione in Egitto. Le autorità hanno dimostrato la loro inesorabile intenzione di punire qualsiasi critica al loro triste passato in materia di diritti umani". Amnesty ha anche ha denunciato come il processo sia stato basato su false accuse. L'ong Human Rights Watch ha documentato vari focolai sospetti nelle carceri e e nelle stazioni di polizia tra lo scorso marzo e luglio, periodo durante il quale si ritiene che almeno 14 prigionieri siano morti per complicazioni dovute al Covid- 19. La vicenda di Saana Saif è intrecciata a quella familiare, non solo per la persecuzione ai danni del fratello, ma soprattutto per la storia del padre, l'avvocato Ahmed Seif El- Islam, morto nel 2014 in seguito a un intervento chirurgico al cuore. Il legale rimane tuttora una delle figure più conosciute tra i difensori dei diritti umani. Anche lui ha conosciuto le carceri e le torture. Fu arrestato quattro volte, sia durante l'era Sadat che sotto Mubarak. Tra gli anni 70 e 80 come leader del movimento studentesco e per la sua militanza nelle organizzazioni della sinistra egiziana è stato sequestrato, picchiato e seviziato con l'elettricità, fino a quando non gli è stata procurata la rottura di un braccio e di una gamba.
Nel 1989 mentre era ancora in carcere si laureò in Giurisprudenza (seconda laurea dopo quella di Scienze politiche), divenuto avvocato difensore partecipò ad alcuni dei maggiori processi contro esponenti politici dell'opposizione come i Socialisti rivoluzionari e il Partito di Liberazione islamica nel 2003 e 2004. Un'attività intensa e appassionata per far rispettare i diritti umani, segnata proprio dalla sua esperienza personale di perseguitato e culminata nel 2011 con l'ennesimo arresto avvenuto quando le forze di sicurezza presero d'assalto il Centro legale Hisham Mubarak in quella che è ricordata come la "Battaglia del cammello". In occasione della sua morte, all'età di 63 anni, proprio i suoi figli, Abdel Fattah e Sanaa Seif, non poterono visitarlo in ospedale perché erano stati già incarcerati.
di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 20 marzo 2021
Morto otto mesi fa mentre lavorava per le Nazioni unite. Il portavoce di Guterres: "Ci dispiace per Mario, ma abbiamo collaborato alle indagini". E Palazzotto (Si) scrive al segretario generale: "Dite quello che sapete per rispetto del lavoro straordinario fatto in Colombia".
"Prima di tutto, i nostri cuori, ancora una volta, sono con la famiglia Paciolla per la terribile perdita che hanno subito. Abbiamo lavorato il più duramente possibile per collaborare alle indagini in corso. Siamo molto dispiaciuti se si sentono in questo modo, e non spetta a me metterlo in discussione. Ma posso dire che abbiamo collaborato il più possibile con le indagini penali pertinenti".
Lo ha dichiarato durante il Daily Briefing del 16 marzo il portavoce del segretario generale delle Nazioni unite, Stéphane Dujarric, sollecitato ancora una volta dal giornale La Voce di New York che ha riportato le parole dei genitori di Mario Paciolla contenute nell'intervista rilasciata a il manifesto.
Anna Motta e Giuseppe Paciolla si lamentavano di non essersi sentiti accompagnati dall'Onu in questo grave lutto e che fin qui hanno potuto percepire mancanza di umanità da parte di una delle organizzazioni più autorevoli riguardo la tutela dei diritti umani nel mondo. Le autorità e le istituzioni italiane non si sono ancora pronunciate pubblicamente sul caso, se non nei giorni immediatamente successivi alla morte di Mario Paciolla, assicurando impegno e azione per la ricerca di verità e giustizia.
Nei giorni scorsi Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana e presidente della Commissione d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, dopo aver letto e rilanciato le parole dei genitori di Mario Paciolla si è espresso nuovamente e pubblicamente sul caso: "È molto grave che, a otto mesi dalla sua tragica morte, l'Onu abbia scelto di non collaborare proattivamente con i legali della famiglia di Mario Paciolla, non condividendo tutte le informazioni preziose di cui l'agenzia dispone".
Il deputato si è poi rivolto direttamente al segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres: "Sulla morte di Mario Paciolla l'Onu deve dire tutto quello che sa, e lo deve fare per rispetto del lavoro straordinario dall'organizzazione in Colombia e per dimostrare la totale estraneità dell'agenzia a chi invece sta colpevolmente depistando le indagini". Palazzotto inoltre invita la Farnesina ad esercitare "le pressioni diplomatiche necessarie affinché si accelerino le indagini, per fare luce su quanto accaduto e per trovare la verità sulla morte di Mario".
Al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni espresse dal rappresentante delle Nazioni unite, rimane il silenzio sullo stato attuale delle indagini interne avviate dall'Onu, una procedura che era stata menzionata da Mariangela Zappia, rappresentante permanente d'Italia presso la sede delle Nazioni unite a New York e ambasciatrice italiana negli Stati uniti. Fare chiarezza sul lavoro svolto da Mario Paciolla nei giorni antecedenti alla sua morte e sulle dinamiche che hanno preceduto il suo tentativo di ritornare in Italia può essere un tassello fondamentale per ricostruire la vicenda e comprendere perché il lavoratore dell'Onu abbia deciso di abbandonare la Missione. La ricerca della verità e giustizia, dopo otto mesi dalla morte violenta di Mario Paciolla, non gode ancora di una spiegazione pubblica al riguardo.
redattoresociale.it, 20 marzo 2021
Amnesty International lancia il rapporto "Dimenticati dietro le sbarre" sulle condizioni di detenzione nell'emergenza sanitaria e chiede che siano inseriti nei piani vaccinali nazionali. "Provvedimenti per contrastarla producono violazioni dei diritti umani".
Sono oltre 11 milioni i detenuti nel mondo: Amnesty International, nel rapporto "Dimenticati dietro le sbarre", lancia l'allarme sulle condizioni di detenzione in pandemia e chiede che i reclusi siano inseriti nei piani vaccinali nazionali. "Mentre la pandemia da Covid-19 continua a diffondersi nelle prigioni di tutto il mondo, - sottolinea Netsanet Belay, direttore delle ricerche di Amnesty International - i provvedimenti adottati dai governi per contrastarla producono violazioni dei diritti umani: ad esempio, per mantenere la distanza fisica si ricorre eccessivamente all'isolamento, senza adottare misure per mitigarne le conseguenze",
L'impatto effettivo dei contagi da Covid-19 e delle relative morti in carcere è difficile da misurare, sottolinea l'organizzazione, poiché i governi non rendono pubbliche informazioni attendibili e aggiornate. Ma quelle disponibili "mostrano preoccupanti modelli di diffusione del contagio e, mentre i piani vaccinali prendono forma, molti governi non dicono se intenderanno vaccinare i detenuti ad alto rischio di contrarre il virus". Negli Stati Uniti, a metà febbraio 2021, sono state oltre 612 mila le infezioni denunciate nelle prigioni, negli istituti penitenziari o nei centri detentivi e almeno 2.700 decessi fra detenuti e guardie carcerarie, sottolineano gli osservatori. In India erano segnalati contagi in un quarto (351 su 1350) delle prigioni presenti nei 25 stati e territori del paese alla data del 31 agosto 2020; in Pakistan, almeno 2313 carcerati sono stati trovati positivi al Covid-19 ad agosto 202.
Sovraffollamento pericoloso - È uno dei principali problemi odierni che affliggono le strutture detentive: 102 stati hanno riferito di tassi di occupazione delle carceri di oltre il 110 per cento, con una percentuale notevole di detenuti in attesa di giudizio o condannati per reati di natura non violenta. Sebbene siano state prese misure per individuare prigionieri da rilasciare, Amnesty International ha verificato che gli "attuali tassi di scarcerazione non bastano per contrastare gli elevati rischi posti dal virus". "Molti stati con livelli pericolosamente alti di sovraffollamento carcerario come Bulgaria, Egitto, Nepal e Repubblica Democratica del Congo non hanno preso misure adeguate per fronteggiare la diffusione della pandemia. In altri stati, come Iran e Turchia, centinaia di prigionieri che mai avrebbero dovuto entrare in carcere, compresi i difensori dei diritti umani, sono stati esclusi dalle misure di decongestionamento", ha commentato Belay.
La crisi sanitaria - La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere anni di riduzione degli investimenti e di vero e proprio diniego dei servizi sanitari nelle carceri. Le direzioni delle prigioni non sono state in grado o non hanno voluto fare fronte al crescente bisogno di misure sanitarie di prevenzione e di servizi di medicina per i detenuti. All'inizio della pandemia, Amnesty International ha verificato che in molti stati i prigionieri non hanno potuto essere sottoposti al test di positività a causa dell'enorme carenza di tamponi mentre in stati come Iran e Turchia ai detenuti sono state arbitrariamente negate le cure mediche.
Stati quali Cambogia, Francia, Pakistan, Sri Lanka, Stati Uniti d'America e Togo non hanno posto in essere misure preventive e protettive per contrastare la diffusione della pandemia da Covid-19 nelle strutture detentive. "Non importa chi sei o dove sei: ogni persona deve avere a disposizione mascherine, prodotti igienico-sanitari e acqua pulita a disposizione. Soprattutto nelle prigioni, i dispositivi di protezione personale devono essere forniti gratuitamente e i governi devono accelerare l'accesso ai testi e i trattamenti necessari per prevenire e gestire potenziali diffusioni del virus", ha sottolineato Belay.
Misure di controllo che hanno causato violazioni dei diritti umani - Per contrastare la diffusione della pandemia, in molti stati le direzioni delle carceri hanno adottato provvedimenti pericolosi, come il ricorso eccessivo e arbitrario all'isolamento e alla quarantena, che hanno causato gravi violazioni dei diritti umani, in alcuni casi equivalenti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti. In alcuni stati come l'Argentina e il Regno Unito i detenuti sono stati posti in isolamento per 23 ore al giorno, spesso per settimane o per mesi. "Occorrono misure di protezione umane per proteggere i prigionieri", ha ribadito Belay. Misure di lockdown prese nelle prigioni hanno avuto un impatto sulle visite familiari, mettendo a rischio la salute psicofisica dei detenuti. In alcuni casi questi provvedimenti hanno scatenato proteste e rivolte, spesso sedate ricorrendo all'uso eccessivo della forza.
"Se in alcuni casi le visite familiari sono state mantenute adattando le condizioni alla realtà della pandemia, in altri queste sono state vietate del tutto privando i detenuti di una relazione col mondo esterno e compromettendo la loro salute fisica e psicologica", ha aggiunto Belay.
Priorità alla vaccinazione delle persone in carcere - Almeno 71 stati hanno adottato piani vaccinali per almeno un gruppo vulnerabile dal punto di vista della salute, ricorda il rapporto. Alcuni di essi hanno incluso i detenuti e il personale delle carceri tra le categorie prioritarie per la somministrazione dei vaccini ma molti altri stati - tra cui quelli ad alto reddito - tacciono o non hanno chiarito i dettagli dei piani. "Le prigioni sono tra i luoghi più a rischio per la diffusione della pandemia da Covid-19 e non è possibile negare per altro tempo il diritto alla salute ai detenuti. La mancanza di chiarezza sui piani vaccinali e sul trattamento delle persone in carcere sta diventando un problema globale e urgente. - spiega Belay - Se non verrà data priorità alla loro salute, le conseguenze saranno catastrofiche per i detenuti, per le loro famiglie e per i sistemi sanitari pubblici", Amnesty International chiede agli stati di "non discriminare le persone in carcere nei piani e nelle politiche di vaccinazione, di fare il massimo sforzo perché sia data priorità ai detenuti nel contesto dei piani vaccinali, considerando che la loro condizione non rende possibile il distanziamento fisico, e di assicurare che i detenuti che rischiano particolarmente il contagio (come quelli anziani e coloro che hanno problemi cronici di salute) abbiano la priorità tanto quanto gruppi analoghi di persone presenti tra la popolazione generale".
Italia Oggi, 20 marzo 2021
Il governo di centro-destra della Norvegia ha deciso di depenalizzare il possesso e il consumo di piccole dosi di una decina di droghe, fra leggere e pesanti, tra le quali la cannabis, la cocaina e l'eroina. Architetto di questa contestata riforma sugli stupefacenti è Guri Melby, ministro liberale della conoscenza e dell'integrazione, capo del partito liberale Venstre. Il limite fissato per la modica quantità è di 2 grammi per l'eroina, la cocaina e le anfetamine; una dose per Lsd; 0,5 grammi per l'ecstasy e 20 grammi per la cannabis. I norvegesi potranno essere arrestati se trovati in possesso di tre sostanze differenti, ma senza rischiare sanzioni.
L'obiettivo del progetto di legge è quello di passare dalla punizione all'aiuto nei confronti dei tossicodipendenti. È un cambio di paradigma: privilegiare il dialogo alla sanzione. Ammende e condanne saranno rimpiazzate da una convocazione obbligatoria davanti ad un consigliere specialista delle dipendenze senza che questo porti all'iscrizione nel casellario giudiziario. Chi non si presenta, però, dovrà pagare un'ammenda di 2.400 corone (236 euro).
Il ministro è convinto che così per i giovani sarà più facile cercare aiuto. Del resto, ritiene che le sanzioni non abbiano dato prova di efficacia e essere arrestati non offre una soluzione, ha detto citando l'esempio del Portogallo, primo paese ad aver depenalizzato l'uso degli stupefacenti nel 2001 con il risultato che in vent'anni Fuso e le overdose sono diminuite.
Intanto, il ministro conservatore della salute, Bent Noie, ha precisato che il suo governo intende depenalizzare, senza legalizzare, l'acquisto e il consumo di piccole quantità di droga. La polizia dunque, continuerà a ricercare i sospetti, confiscare e sequestrare e dovrà contattare i parenti dei minori trovati in possesso di dosi. Il partito centrista ha proposto un progetto differente che depenalizza l'uso soltanto per le persone che soffrono di dipendenza.
di Carlo Pizzati
La Repubblica, 20 marzo 2021
Nel continente i cittadini chiedono più democrazia e più giustizia. Ma sarà dura vincere contro gli "autoritarismi sofisticati". Negli ultimi due anni una lunga ondata di proteste in difesa della democrazia sta attraversando il continente asiatico. Sono contadini, studenti, operai, femministe e impiegati che scendono in piazza, occupano luoghi simbolici nelle metropoli e si organizzano in file ordinate di fronte ai cordoni di polizia. Ciò che li unisce non sono soltanto le tattiche fluide e digitali, ma una richiesta di giustizia e libertà che cresce speculare al fenomeno dell'autoritarismo sofisticato, come lo ha battezzato il politologo Lee Morgenbesser con il suo saggio The Rise of Sophisticated Authoritarianism in Southeast Asia (2020, Cambridge University Press).
In India, democrazia solo "parzialmente libera" secondo l'indice 2021 di Freedom House, le proteste coinvolgono la minoranza musulmana, la casta dei Dalit, le femministe e gli universitari e ora si esprimono con lo sciopero dei contadini che dal settembre scorso si oppongono a tre leggi di riforma dell'agricoltura di stampo neoliberista. Lo scorso ottobre, in Indonesia, operai e liceali lanciavano pietre verso il palazzo presidenziale per protestare contro una riforma del lavoro che riduce la buonuscita e impone un salario a ore invece che mensile. Il mese scorso, in Nepal, centinaia di femministe sono scese in piazza contro una legge che impone alle donne sotto i 40 anni di chiedere il permesso a familiari e funzionari pubblici prima di poter viaggiare all'estero. Ovunque la rabbia nasce dal basso, radicata in ceti consapevoli dell'erosione dei propri diritti. Gli esempi più clamorosi si sono visti a Hong Kong, in Thailandia e ora in Myanmar, dove i militanti si sono uniti in una Alleanza del Tè al Latte, in contrapposizione al tè liscio cinese, con il sostegno anche di Taiwan. Che sia il bubble tea di Taipei, il tè al latte di Hong Kong, il dolce tè thailandese o il lahpet birmano, ovunque nel Sudest asiatico la bevanda tradizionale è diventata una bandiera contro Pechino, simbolo di repressione delle minoranze e di limitazione delle libertà.
"I militanti si osservano gli uni con gli altri e cercano di trovare nuove idee gli uni dagli altri, ma anche i governi autoritari si stanno osservando e prendendo in prestito stratagemmi", osserva Jeffrey Wasserstrom, storico e autore di Vigil: Hong Kong on the Brink (2020, Columbia Global Reports). Uno dei simboli che accomuna l'Alleanza del Tè al Latte è il saluto a tre dita (indice, medio e anulare uniti e dritti, punta del pollice e del mignolo che si toccano), copiato dal film Hunger Games: spunta per la prima volta a Bangkok nel 2014, poi a Hong Kong e ora a Yangon: "Le tre dita rappresentano i tre valori della Rivoluzione francese: libertà, eguaglianza e fratellanza" ha spiegato il militante thailandese Rittipong Mahapetch. "È un gesto universale" gli fa eco Sombat Boonnagamong, "che non appartiene a una sola nazione ma a tutti coloro che chiedono più libertà".
Quanto alle tecniche di resistenza, quelle già inaugurate a Hong Kong, ispirate allo slogan "Sii acqua" della leggenda del kung-fu Bruce Lee, sono state replicate sia a Bangkok che a Yangon. Non avere mai un leader identificabile. Non rivelare dove si terranno le proteste fino al tardo pomeriggio. Radunare i militanti in diverse stazioni della metro e all'ultimo minuto annunciare nei social due punti di ritrovo, non uno, così da costringere la polizia a dividere le forze. Niente cortei piccoli e facilmente intercettabili ma flash mob improvvisi, dove allinearsi ben ordinati di fronte al cordone di polizia. "Sii acqua", appunto, ma resisti all'acqua degli idranti, ai gas e agli spray urticanti aprendo gli ombrelli e indossando gli impermeabili, oppure, come in Tailandia, usando gigantesche papere gialle gonfiabili come scudi. Se ti arrestano, non opporre resistenza violenta, solo passiva.
"Non abbiamo alcuna paura di mettere in discussione le autorità e di fare domande difficili" ha detto la sedicenne Akkarasor Opilan, una dei leader del movimento che in Tailandia chiede la depenalizzazione della legge contro la lesa maestà (fino a 15 anni di prigione), la diminuzione dei poteri della monarchia e la trasparenza in merito alle spese sostenute per il re: "Le mie tasse! Le mie tasse!" gridavano i manifestanti mentre re Maha Vajiralongkorn sfilava in auto con la consorte. Critica impensabile, fino a pochi anni fa. Ma anche questa è la nuova Asia in cui, come a Myanmar, si affrontano le fucilate dei militari per chiedere venga liberata la leader Aung San Suu Kyi.
Vinceranno? Non sarà facile. Anzi. I regimi autoritari sofisticati non sono in crisi ma in crescita. Hong Kong è già scivolata, e prima del previsto, nell'abbraccio soffocante di Pechino; la monarchia thailandese si avvinghia alla giunta militare golpista; l'esercito Tatmadaw birmano affronta le nuove sanzioni a muso duro, mentre a Delhi non si ferma la tracotanza del fondamentalismo indù.
Nel suo saggio, Morgenbesser spiega come alcuni regimi si siano evoluti dallo stato di autocrazie retrograde, come ad esempio il Brunei. Un Paese come l'India, invece, sta scivolando verso l'autoritarismo sofisticato partendo da uno stato di democrazia in crisi. Più o meno tutti si passano informazioni su come reprimere la richiesta di diritti civili mantenendo una facciata democratica. Spesso si legittimano tenendo elezioni, ma manovrandone il risultato. In Thailandia, Hong Kong e Myanmar ai leader dell'opposizione è stata negata la candidatura con arresti pretestuosi o con cause legali spinte da motivazioni politiche.
In India, giovani militanti ecologiste come Disha Ravi vengono arrestate per "sedizione" solo perché ree di aver suggerito hashtag pro contadini. Ogni critica ai governi è vissuta da questi ultimi come un attentato alla sacralità dello Stato. Si persegue chi non è d'accordo con l'accusa di "diffamazione" o di "assembramento non autorizzato". Oppure, si creano finti partiti di opposizione e si imbriglia Internet con leggi censorie (come in India, Myanmar, Cina) facendo pressioni perché Big Tech diffonda solo notizie positive sui governi. In questo modo "i regimi dell'autoritarismo sofisticato" sostiene Morgenbesser "incrociano la logica interna dell'autocrazia con l'apparenza esterna della democrazia". In Tailandia, l'ex generale Prayut Chan-o-cha si toglie la divisa e riemerge come leader in abiti civili. In Birmania, il generale Min Aung Hlaing ordina nuove elezioni perché frustrato dai risultati di quelle di novembre.
Gli autoritarismi sofisticati sono assai più longevi e molto più difficili da combattere proprio perché si nascondono sotto un mantello di apparente democraticità. Per questo le piazze dell'Asia ribollono di rabbia da due anni in quella che è anche una battaglia generazionale. Gli zoomer della Generazione Z, nati tra fine anni 90 e fine anni 10, sono meno strutturati dal punto di vista ideologico e ciò consente loro di fare causa comune. La loro, da Yangon a Taipei, da Bangkok a Katmandu, è una generazione nata con il telefonino in mano, che nuota nei social network e che sa cos'è un messaggio criptato. Più che destra e sinistra, a loro importa cos'è giusto e cos'è sbagliato. Una grande forza. Per tutti. Ma non basterà "essere acqua" e alzare tre dita di fronte ai fucili e alla censura dell'autoritarismo sofisticato. Inseguendo il modello cinese, al momento è proprio lui quello che sta vincendo la battaglia per il futuro dell'Asia.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 marzo 2021
Il 24 marzo la Corte costituzionale deciderà sul "fine pena mai" riservato agli ergastolani ostativi che non collaborano. Parla l'ex ministro di Giustizia e presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick. "L'ergastolo è una pena costituzionalmente illegittima; è legittima nella esecuzione solo attraverso la valvola di sicurezza della liberazione condizionale. Al contrario, la reclusione è una pena legittima nella proclamazione ma illegittima nella esecuzione soprattutto a causa del sovraffollamento in carcere. In questo periodo, al problema del mancato rispetto della personalità, la pandemia aggiunge quello della salute del detenuto e pubblica. Il sovraffollamento in carcere rischia di far prevalere il diritto alla sicurezza (illusoria) della collettività su quello della salute del singolo perché lo obbliga ad un contatto che favorisce il contagio, è vietato per chi vive fuori dal carcere ed è incostituzionale".
di Liana Milella
La Repubblica, 19 marzo 2021
Audizione al Senato della Guardasigilli che promette un'accelerazione dei tempi dei processi e sulla prescrizione parla di "impegno che deve essere onorato". Alle toghe onorarie promette interventi sulle tutele professionali, retributive e pensionistiche.
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