di Claudia Fanti
Il Manifesto, 16 dicembre 2020
Secondo Opal, un terzo delle armi vendute al paese centroamericano tra il 2006 e il 2018 sono state prodotte dalla Beretta. Destinate a polizia ed esercito, finiscono (non per caso) in mano ai cartelli della droga e alla criminalità organizzata. La guerra invisibile che affligge la terra messicana - dove dal 2006 (l'anno in cui Felipe Calderón scatenò la sua offensiva contro il narcotraffico) al 2019 si sono contati più di 276mila omicidi - si combatte anche con armi italiane.
Addirittura un terzo delle 238mila armi vendute dal 2006 al 2018 alla polizia messicana, che le ha usate in molteplici violazioni dei diritti umani, sono state prodotte ed esportate dalla Beretta di Gardone Val Trompia, secondo quanto indica il rapporto Deadly Trade. How European and Israeli arms exports are accelerating violence in Mexico (Commercio mortale. Come le armi europee e israeliane stanno aggravando la violenza in Messico), pubblicato il 9 dicembre da un gruppo di associazioni di diversi paesi, tra cui l'Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia.
In un Messico devastato dalla criminalità organizzata, dai cartelli di narcotrafficanti e dal connubio tra Stato e narcos (come indica il caso dell'ex ministro della Difesa Cienfuegos Zepeda, arrestato per narcotraffico negli Usa e poi liberato e rimpatriato), la Beretta ha venduto, su autorizzazione delle autorità italiane, 108.660 armi alla polizia federale e alle polizie locali del Messico, tra cui più di 25mila fucili e altre armi lunghe, sia automatiche che semiautomatiche.
E ci sono prove che abbia aumentato significativamente le vendite di armi da fuoco in Messico nella prima metà di quest'anno, mentre il Covid-19 colpiva duramente il Nord Italia. È stato proprio con fucili d'assalto Beretta che la polizia municipale di Iguala ha preso parte al sequestro dei 43 studenti della Scuola normale di Ayotzinapa, scomparsi nel settembre del 2014 e diventati il simbolo delle 73 mila persone registrate come "disperse", di cui oltre 56mila scomparse nel solo ultimo decennio.
E sono in molti casi armi Beretta che vengono impiegate in operazioni di ordine pubblico contro la popolazione civile inerme o che, "smarrite" o contrabbandate da agenti di polizia, finiscono poi nelle mani della criminalità messicana. Secondo il rapporto, basato sui dati ufficiali forniti dalla Secretaría de la Defensa Nacional del Messico, delle oltre 61mila armi sequestrate dall'esercito tra il 2010 e il 2020, ben 2.744 erano di fabbricazione italiana, soprattutto pistole Beretta. La situazione appare in via di miglioramento: nel 2019 sono stati registrati oltre 19 omicidi ogni 100mila persone e più di 24mila omicidi con armi da fuoco, il tasso più alto dal 1997. Una realtà che, come sottolinea Piergiulio Biatta, presidente Opal, "ripropone pesanti interrogativi sia sulla filiera produttiva e commerciale delle armi, sia sui controlli riguardo agli specifici destinatari finali": questioni "non più eludibili se vogliamo che la normativa italiana e il Trattato internazionale sulle armi servano a prevenire esportazioni di armi che alimentano la violenza e le violazioni dei diritti umani".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
Il caso di Giulio Regeni al Cairo e quello dei pescatori sequestrati in Libia mettono in luce una triste verità: il ruolo di media potenza regionale è seriamente compromesso. Basta unire i puntini come in enigmistica: il caso Regeni al Cairo e quello dei nostri pescatori sequestrati a Bengasi delineano con chiarezza i contorni del declino italiano come media potenza regionale del Mediterraneo. Una china che rischia di farci scivolare nell'irrilevanza.
Al di là delle formule di facciata, l'Egitto continua a farsi beffe di noi: a fronte dell'inchiesta chiusa dalla nostra procura, ha insistito nella versione della banda di balordi che avrebbe ammazzato Giulio, negando ai nostri magistrati persino il domicilio dei suoi agenti dei servizi sotto accusa a Roma. Con sincronia del tutto casuale ma significativa, un personaggio infinitamente più debole di Al Sisi come il generale Haftar detiene da oltre cento giorni diciotto pescatori di Mazara del Vallo in una residenza militare sorvegliata, avendo prima provato a scambiarli, come un qualsiasi bandito, con alcuni scafisti libici da noi condannati e incarcerati.
Il dolore della madre di Regeni, che rifiuta d'essere ridotta allo stereotipo della mamma piangente e si erge come pubblica accusatrice degli egiziani ma anche delle inerzie italiane, deriva dalla quasi certezza di vedere celebrato un processo in contumacia ad aguzzini che mai sconteranno un giorno di galera.
La richiesta di "un cambio di passo" fatta pervenire agli egiziani dal nostro ministro degli Esteri getta sul dramma una luce grottesca, dato che da più di un anno il dittatore egiziano continua ad assicurare all'Italia una collaborazione che si traduce nel nulla, di sberleffo in sberleffo.
Le famiglie dei diciotto pescatori hanno invece inscenato la scorsa settimana a Mazara del Vallo una manifestazione sotto la casa natale del ministro Bonafede e, esasperati dal rilascio-lampo di sette marinai turchi catturati dai libici in circostanze simili a quelle dei marittimi mazaresi, hanno gridato agli anziani genitori del ministro "dite a vostro figlio di intervenire". Il sindaco di Mazara, Salvatore Quinci, sostiene che Haftar tiene duro perché "vuole rimettersi al centro della scena, dimostrando di essere più forte dell'Italia". E purtroppo pare riuscirci.
Non è la prima volta che in giro per il mondo veniamo maltrattati, certo: dall'impunità dei piloti americani per la strage del Cermis fino alla prigionia indiana dei nostri marò. Ma è la prima volta che due affronti così gravi si consumano in rapida successione dentro quello che dovrebbe essere (ed era) il cortile di casa nostra, il Mediterraneo (gli arabi lo chiamavano al-Bahr al-Rumi, il mare dei romani), il Mare Nostrum.
È come se si fosse compiuta una parabola: finita la stagione un po' levantina con la quale la diplomazia della Prima Repubblica badava agli equilibri nel mondo arabo con occhio lungo sul Medio Oriente, finita persino l'illusione di grandeur berlusconiana con la sponda di Gheddafi e delle sue amazzoni. Dal 2011, l'avere assecondato l'attacco al rais libico senza dire una parola sul dopo ha sancito la nostra caduta. Gli ultimi tempi sono stati di grande incertezza geopolitica, basti pensare alle giravolte pro Putin o filocinesi della maggioranza gialloverde.
Di certo il profilo di un ministro giovane, diciamo così, agli Esteri non ci aiuta. Secondo alcune fonti, Conte avrebbe chiesto proprio ad Al Sisi di mediare con Haftar. Per falso che sia, il solo fatto che se ne possa parlare quale ipotesi sul tappeto dice molto della debolezza del governo. L'unica presa di posizione udibile è venuta dal presidente della Camera, Fico.
Non un guerrafondaio ma un analista accorto come Lucio Caracciolo osservava tempo fa come la diplomazia, se non sorretta da una credibile deterrenza militare, finisca per essere distribuzione di mance e belle parole. Un pigolio. È tempo di ricostruire una difesa degna di questo nome. Non solo in termini di investimenti militari (abbiamo reso più moderna la nostra Marina, abbiamo corpi di élite nelle missioni in giro per il mondo, abbiamo il generale Graziano al comando del Comitato militare della Ue). In termini culturali e di consenso. Che Macron conferisca la legione d'onore ad Al Sisi, proprio mentre è in corso la crisi italo-egiziana, non è solo un altro sgarbo nel segno della realpolitik: è la prova che dobbiamo uscire dalla palude dell'incertezza politica (chi siamo? Con chi stiamo?) e diventare più pesanti al tavolo con gli alleati e i partner.
Il rinnovo dei finanziamenti libici votato dal nostro Parlamento per tenere a bada i migranti non è grave (non solo) per le sue implicazioni umanitarie, ma perché significa delegare ancora, girarsi ancora dall'altra parte, non affrontare i problemi in prima persona, dimenticando come la nostra Marina sia efficace quando chiamata in causa con il sostegno del Paese, come fu al tempo dell'operazione Mare Nostrum.
La risposta all'irrilevanza sta, certamente, nella difesa comune europea. Evocata da Josep Borrell e da Macron medesimo, molto incoraggiata da Graziano stesso. E tuttavia proprio il caso di Al Sisi insignito dai francesi ci dice che, se nessuno si salva da solo, nessuno ti salva per te solo. Serve un contesto da far valere. Nessuno pretende incursori che prelevino gli assassini di Giulio portandoli in catene davanti a una corte italiana.
Ma nessuno potrebbe biasimarci se, anziché vendere le nostre navi ad Al Sisi, le usassimo per una plateale e protratta esercitazione militare ai confini delle sue acque territoriali. Un gesto costoso, ma di simboli vive la politica. Un asse politico, economico e militare credibile che, sostenendo una diplomazia infine più efficace, riallinei l'Italia alle potenze occidentali, beh, sarebbe una bella scommessa per questi anni Venti: chiamando in causa non solo i portafogli ma le coscienze.
La Repubblica, 16 dicembre 2020
Lo studioso, che a lavorato per lungo tempo anche a Novara, è accusato di spionaggio a vantaggio di Israele. Voci parlavano di una possibile esecuzione fissata per le prossime ore. Ore di ansia per la sorte di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano di passaporto svedese condannato a morte in Iran con una accusa di spionaggio a vantaggio di Israele. Djalali si trova detenuto nel braccio delle morte del carcere di Evin a Teheran. Indiscrezioni diffuse in mattinata riferivano che il Tribunale iraniano avrebbe annunciato che l'esecuzione avverrà domani all'alba. La moglie Vida Mehrannia, che vive a Stoccolma, non ha più avuto contatti diretti con Ahmad dopo la breve telefonata della fine di novembre, ma all'agenzia Aki-Adnkronos assicura: "Non è prevista domani. Non abbiamo altre informazioni oltre al fatto che l'isolamento è stato prorogato".
Mehrannia dice che "non è chiaro" cosa succederà nei prossimi giorni anche se la temuta esecuzione del medico non sarebbe programmata. La scorsa settimana era stata rinviata per la seconda volta l'esecuzione dell'ex ricercatore presso il Centro di Medicina dei Disastri (Crimedim) dell'Università del Piemonte Orientale.
Molta preoccupazione deriva dal fatto che tre giorni fa, come ha riferito Amnesty International, è stato impiccato Ruollah Zam, giornalista e dissidente, condannato a sua volta per una presunta attività di spionaggio nei confronti di Israele.
Luca Ragazzoni, il collega novarese di Djalali negli anni di collaborazione con il Centro Internazionale di studi sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale, che sta seguendo le tante iniziative di solidarietà che da ogni parte del mondo si sono levate per ottenere la salvezza di Djalali sottolinea come "raramente la voce si è alzata così alta da tutto il mondo, Ora vorremmo che l'appello fosse ascoltato"
"Il tempo sta scadendo. Se il governo italiano e l'Unione Europea non eserciteranno oggi tutta la pressione diplomatica possibile", dice il presidente dei Radicali italiani, Igor Boni. "Siamo molto angosciati. Quest'uomo ha dovuto confessare reati mai esistiti sotto tortura e minaccia. È malato. Da 4 anni vive in condizioni disumane in una cella.
Adesso lo attende il boia - aggiunge Boni. Se c'è ancora una possibilità di salvargli la vita, quella possibilità deve essere sfruttata al massimo nelle prossime ore. Il Ministro Di Maio è sicuro di avere fatto tutto il possibile?". Sulla vicenda ha preso posizione anche la sindaca di Torino, Chiara Appendino: "Non c'è più tempo. Come ho già fatto qualche giorno fa, unisco nuovamente il mio appello e quello della Città di Torino a quello delle altre Istituzioni di tutto il mondo, e all'impegno di Amnesty International, affinché, in qualsiasi modo, si possa impedire questo terribile epilogo".
di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 16 dicembre 2020
Luigi Pagano, a lungo capo del penitenziario milanese di San Vittore, affida al libro "Il direttore" (Zolfo Editore) il racconto di quarant'anni di lavoro in carcere. Un viaggio umano e professionale che si intreccia con i momenti chiave della storia italiana.
Si intitola semplicemente "Il direttore. Quarant'anni di lavoro in carcere", ma potrebbe chiamarsi "Autobiografia di un carceriere", oppure "Delitti e castighi" o "Memorie dal sottosuolo", quello che non si vede o non si vuole vedere. È il libro scritto da Luigi Pagano, per 16 anni al timone della casa circondariale milanese di San Vittore, poi a capo di tutti i penitenziari del Nord-ovest e numero due del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
In 304 pagine, nella pubblicazione di Zolfo Editore racconta 40 anni da "sbirro" e insieme riformatore e scorci di "vita offesa" dei "sommersi" del carcere. Spiega la fatica di conciliare le regole con la capacità di comprendere e l'empatia, unite alla volontà di cambiare le cose e ridurre la distanza tra i princìpi sanciti dalla Costituzione e la realtà delle patrie galere. Con la sentenza Torregian, si ricorda, la Corte europea dei diritti umani nel 2013 condannò l'Italia per il trattamento inumano e degradante inflitto alle persone ristrette, mettendo sotto accusa l'intero sistema penitenziario. Non era la prima volta, già nel 2009 la Cedu ci aveva censurato.
Il carcere oggi in Italia: i dati del sovraffollamento - Al 30 novembre 2020, nei 189 penitenziari italiani si contano 54.368 detenuti, 2.303 dei quali donne, più 34 bambini, figli di 31 delle 34 mamme in cella, il tutto a fronte di una capienza massima regolamentare di 50.568 posti (fonte: ministero della Giustizia). I posti accettabili sulla carta sono calcolati sulla base del criterio di 9 metri quadrati per singolo detenuto, più 5 per ogni compagno di cella in più.
I carcerati positivi al nuovo coronavirus censiti al 28 novembre dall'ufficio del Garante nazionale private della libertà sono 882, stipati in 86 istituti, un numero in continuo aggiornamento. I morti per il contagio sono almeno 14 per l'associazione Ristretti Orizzonti (aggiornamento al 13 dicembre 2020).
Per "il direttore" la pena detentiva è il "riconoscimento della sconfitta" - Secondo Luigi Pagano – che il libro lo ha scritto prima dell'emergenza sanitaria – il carcere andrebbe gradualmente ridimensionato e sostituito da misure alternative, se non addirittura abolito. "Quello del chiudere del tutto il carcere – precisa – è un discorso iperbolico, certo. Una provocazione. Ma nel frattempo non c'è alcun alibi per non fare. Quindi bisogna lavorare per riformare, sempre pensando che si debba ridurre l'incidenza della detenzione nel sistema penale. Occorre fare a meno del carcere ogni qual volta sappiamo che non serve, ma anzi sia deleterio". La pena detentiva, incalza nel libro, "è il riconoscimento della nostra sconfitta, delle nostre paure, della nostra incapacità a concepire qualcosa di diverso, più umano e più utile del carcere".
La galera è violenza: le convizioni di Luigi Pagano - "Se nell'epoca dei lumi si poteva pur credere che la detenzione rappresentasse una scelta più umana se paragonata ai supplizi corporali esistenti – altra considerazione di Pagano – oggi che del carcere conosciamo tutti i danni che arreca all'umanità, non abbiamo tante giustificazioni se continuiamo a infliggere intenzionalmente del male fisico a nostri simili imprigionandoli, spesso senza neppure aver concluso il giudizio di colpevolezza nei loro confronti, sottraendo loro porzioni irripetibili della esistenza".
E ancora: "Accantoniamo degli uomini per la nostra impotenza ad aiutarli a essere diversi e con ipocrisia lasciamo che sia il tempo a cambiarli o a eliminarli, facendoli vivere in una dimensione irreale che lascerà dei segni indelebili su di loro, sulle loro famiglie e sulla stessa sensibilità sociale, perché il carcere è desocializzazione, è violenza, se ne alimenta, l'esalta e l'usa come giustificazione per la sua stessa sopravvivenza".
I principi calpestati nel libro pubblicato da Zolfo Editore - Anche il principio della non colpevolezza è stato e viene quotidianamente calpestato, come Pagano denuncia, non da adesso. "I "casi Tortora", fondati sull'idea che "se un uomo viene catturato in piena notte vuol dire che qualcosa di grave ha commesso" (parole di Camilla Cederna), inquinano i principi fondamentali sanciti dalla nostra Carta costituzionale e su cui la nostra Repubblica fonda la sua democrazia. La colpevolezza o l'innocenza non la decidono la polizia, il pubblico ministero o l'opinione pubblica, ma un giudice e alla fine di un processo dove è l'accusa a dover portare elementi probatori a sostegno della propria tesi sottoponendoli al vaglio di un esame dibattimentale prima di essere ammessi come prove".
Il direttore, il dramma dei suicidi e Tangentopoli - Tra i fatti più drammatici ricordati nel libro ci sono i suicidi di detenuti famosi e di detenuti "invisibili", rimossi dalla memoria collettiva e tornati ad avere dignità nelle pagine del volume. Assieme a Gabriele Cagliari, l'ex presidente dell'Eni, viene ricordato Zoran Nicolic. Entrambi si tolsero la vita a San Vittore, nel pieno della bufera di Tangentopoli, lo stesso giorno (il 20 luglio 1993).
Su questi e altri gesti estremi e irreparabili, burocraticamente definiti "autolesivi" dall'apparato, Pagano annota: "Una sconfitta per l'istituzione, spesso si dice con superficialità liquidatoria, come se il carcere fosse un luogo che possa avere, tra le tante finalità che gli si attribuiscono, anche quella della cura della salute delle persone a cui sottrae la libertà e non sia, invece, esso stesso un ambiente patogeno. Lo dicono gli organismi internazionali e nazionali: "Le prigioni sono anche la causa di malattia e di morte: sono la scena della regressione, della disperazione, della violenza auto-inflitta e del suicidio", denuncia il Comitato etico francese. E che il carcere faccia male – e sappia di farlo, con buona pace di coloro che continuano a pensare di aver consegnato le pene corporali alla barbarie dei tempi andati – lo confessa anche la legge italiana. Un'ammissione di colpa relegata in un angolino (l'ultimo comma dell'articolo 17 del regolamento d'esecuzione, quello dell'ordinamento penitenziario, ndr), ma molto esplicita, se riconosce che "le prolungate situazioni di inerzia e di riduzione del movimento e dell'attività fisica possono favorire lo sviluppo di forme patologiche"".
La strage nascosta nelle prigioni italiane - Lo stillicidio è senza fine. Non bastano gli interventi via via pianificati e una maggiore attenzione ai bisogni di uomini e donne fragili e alla prevenzione. Da gennaio al 13 dicembre di quest'anno – l'anno dei 13 morti durante e dopo le rivolte di inizio marzo, una strage senza precedenti – si contano 55 suicidi in cella e 152 decessi per Covid-19 e altre patologie. Di troppe vittime non si conoscono neppure i nomi e le storie, taciuti dall'apparato (mai da Pagano).
Riforme e ostacoli in quarant'anni di lavoro in carcere - Pensare di eliminare i rischi tenendo chiusi i detenuti in cella per quasi tutto il giorno, oltre che di notte, secondo Pagano sarebbe controproducente. Per questo ha promosso e fatto applicare il sistema a celle aperte (con i carcerati lasciati fuori dalle "camere di pernotto" più a lungo, non solo per le ore d'aria) e la sorveglianza dinamica (contestata da quei sindacati di polizia penitenziaria attaccati ai vecchi sistemi e restii ai cambiamenti).
L'ex direttore sostiene che è sbagliato pensare "di poter azzerare ogni rischio restringendo al minimo indispensabile gli spazi di libertà concedibili alle persone detenute nella convinzione errata che meno ti faccio uscire dalla cella, più riesco a controllarti e meno opportunità avrai di creare danni, farmi o farti del male. La realtà mostra che ogni giorno, per anni, in istituti come San Vittore, Regina Coeli, Poggioreale scendono ai cortili di passeggio 100, 200, 300 persone tutte insieme, senza alcun accompagnamento, e 100, 200, 300 rientrano tutte insieme senza che succeda alcunché. Mentre all'inverso accade che, nonostante un controllo a vista sulle ventiquattro ore, una persona si tagli le vene sotto le coperte e così muoia dissanguata o vada in bagno e si impicchi con l'elastico degli slip, unico indumento che le si era lasciato; o che le, rarissime, evasioni avvengano dalle celle servendosi, per calarsi nei cortili e scavalcare il muro di cinta, delle lenzuola in dotazione".
Quei bambini dietro le sbarre - Tre dei risultati positivi raggiunti grazie a Luigi Pagano, e rimasti casi unici o isolati, sono l'avvio del carcere sperimentale di Milano-Bollate ("Doveva essere la regola, è l'eccezione"), il varo del reparto "La nave" di San Vittore (con un programma di trattamento avanzato, con iniziative sperimentali e un coro di detenuti e volontari) e la creazione di un istituto a custodia attenuata lontano da porte blindate e muraglioni, una struttura per mamme detenute con figli piccoli, con ambienti meno opprimenti e con personale specializzato e agenti in borghese e non in divisa. Un successo o un altro fallimento? L'ex direttore, che porta addosso anche il peso dei dubbi e delle riforme mancate o svilite, non elude la questione. "Al momento della inaugurazione dell'Istituto adottammo lo slogan L'abbiamo aperta perché speriamo di chiuderla al più presto, non tanto per amore del paradosso, ma perché nel frattempo diversi parlamentari si erano resi promotori di una legge che, proprio ispirandosi all'Icam, avrebbe cancellato, così veniva annunciata, in maniera definitiva l'indecenza dei bambini detenuti"!".
La legge fu varata nel 2001. "Non solo non apportò alcun miglioramento all'esistente, ma volse in peggio la logica che era annessa al varo dell'Icam. La realizzazione milanese "spostava" il nido esistente a San Vittore in una struttura esterna dove tutte le donne madri o incinte dovevano essere assegnate appena arrestate. Quindi nel nostro progetto l'Icam andava a sostituire il nido, che veniva così eliminato. La legge invece ribaltò il concetto e decise che i nidi dovessero rimanere per forza di cose in carcere perché lì andavano portati madri e bambini quando venivano arrestati. Avrebbe deciso in seguito il magistrato, sic!, e non l'amministrazione, se assegnarli o meno all'Icam". La conclusione, legata a questo e a mille altri esempi, è amara e critica: "Le scelte di politica penale non guardano necessariamente alla realtà dei fatti. Talvolta seguono bizzarri e contorti itinerari per arrivare a conclusioni opposte rispetto alle premesse".
di Paola Balducci*
Il Dubbio, 15 dicembre 2020
La questione concernente il binomio carcere-detenuti è tema estremamente delicato, che dovrebbe essere inquadrato e definito, una volta per tutte, all'interno del sistema giuridico delineato dal legislatore, lasciando da parte qualsiasi tipo di sentimento od orientamento politico.
di Angela Stella
Il Riformista, 15 dicembre 2020
In Senato il Partito Democratico, durante la discussione sui decreti Ristori, non è riuscito a portare a casa tutti gli emendamenti presentati per alleggerire il peso dei detenuti in carcere. Oltre la netta opposizione della destra ha incontrato anche alcune contrarietà del Movimento Cinque Stelle. Ne discutiamo con il senatore Franco Mirabelli, vice capogruppo del Pd a Palazzo Madama.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 dicembre 2020
Il congedo di Donald Trump dalla Casa Bianca sarà accompagnato dall'accelerazione delle esecuzioni capitali, mai così numerose nel periodo di transizione da una presidenza all'altra. È come se Trump volesse imprimere un segno inesorabilmente crudo sul proprio lascito di potere. È un messaggio altamente simbolico, che ci parla non solo di un'idea di giustizia, ma anche del significato di concetti come libero arbitrio e responsabilità.
Sono le stesse categorie che, lette in un senso totalmente opposto, nel 1764, trattava il ventiseienne Cesare Beccaria, in un libro di non troppe pagine, nel quale si poteva leggere "pareti un assurdo che le leggi [...] che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio".
Quello della pena capitale è un fantasma che periodicamente ritorna nelle paranoie collettive. Abrogata definitivamente in Italia nel 1994, quando venne cancellata anche dal Codice penale militare di guerra, essa viene nominata occasionalmente da esponenti politici: per evocarla, fingendo di esorcizzarla: "Pena di morte? Non dico di arrivare a tanto" (Matteo Salvini) o per reclamarla sgangheratamente: "Io, per quelli del Mose, dell'Expo e della Tav vorrei la ghigliottina [...]. Con la ghigliottina la morte è più evocativa" (Michele Giarrusso, senatore ex M5S).
È come se per alcuni la pena capitale debba rimanere lì, citazione oscena da brandire contro il politicamente corretto della mitezza del diritto, o parametro estremo sul quale misurare pene comunque terribili, capaci di vendicare le offese e di annichilire i rei. Ne consegue che la pena di morte sembra destinata a non dileguarsi una volta per tutte dal nostro spazio mentale, ma resta a covare nell'inconscio collettivo e a emergere nelle fasi di crisi più acuta. Come una soluzione che non si osa dire, ma che pure inquieta e tenta.
Quasi quarant'anni fa, in "Pena di morte e opinione pubblica", (Istituto Cattaneo, 1983), due sociologi di vaglia, Piergiorgio Corbetta e Arturo Parisi, a commento di una ricerca condotta su un campione nazionale, sottolineavano come la distanza tra i favorevoli all'esecuzione capitale e i contrari, fosse netta: 58% contro 42%. E notavano, tuttavia, che rispetto a un'indagine del 1974 (67% di favorevoli), la percentuale era sensibilmente calata.
Altro dato significativo: la tendenza alla riduzione dei favorevoli si era manifestata nel corso di un decennio passato alla storia sotto il nome di "anni di piombo" (mentre fu anche un periodo di profonde riforme). Quasi che la domanda di esecuzione capitale non sia necessariamente dipendente dalla minaccia rappresentata dalla criminalità comune e politica. Dunque, la richiesta di una pena estrema sembra non essere correlata direttamente alla gravità dell'insidia dalla quale quella pena dovrebbe difendere. oggi, secondo il 54° rapporto del Censis, gli italiani favorevoli alla pena di morte sono il 43,7%, e la percentuale cresce nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, mentre è assai inferiore in quella dai 65 anni e oltre.
Per capirci, se ci troviamo in un teatro o in un centro commerciale, ricordiamoci che quasi la metà delle persone intorno a noi vede di buon occhio il ripristino della forca. Questo mentre i dati relativi ai crimini sono in costante calo da trent'anni. Basti ricordare che gli omicidi volontari erano 1.794 nel 1990 e si sono via via ridotti fino ai 308 del 2019.
Parallelamente sono diminuiti tutti i reati (con la sola eccezione di quelli informatici e di usura), compresi quelli cosiddetti "di strada", che più pesano sulla vita quotidiana e più suscitano allarme sociale. Dunque, il fatto che la sicurezza continui a rappresentare la principale preoccupazione dei cittadini non dipende dall'immanenza della criminalità, bensì da quello che lo stesso Censis definisce come "la paura dell'ignoto e l'ansia conseguente".
La combinazione tra la crisi economico-sociale e l'angoscia da pandemia determina una situazione di smarrimento e incertezza del vivere alla quale si tenta disperatamente di porre rimedio con misure d'eccezione, tanto meglio se sbrigative. In una condizione nevrotica anche agitare un cappio può sembrare rassicurante.
Resta un'ultima considerazione. Come ha scritto il leader dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino", Sergio d'Elia, la pena di morte mai andrebbe sottoposta a un sondaggio di opinione, perché essa riguarda direttamente la vita umana e la sua intangibilità. E, dunque, non può mai dipendere dalle oscillazioni degli umori e dei rancori, dalle pulsioni del profondo e dalle efferatezze dei demagoghi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 dicembre 2020
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sentirà il ministro della Giustizia per discutere delle misure per ridurre la popolazione detenuta. Una notizia che giunge dalla delegazione composta da Gherardo Colombo, Giovanni Maria Flick, Luigi Manconi e Sandro Veronesi, i quali ieri hanno incontrato Conte. Una occasione per esporgli le loro grandi preoccupazioni sulle condizioni attuali del sistema penitenziario italiano, dove il sovraffollamento, l'altissimo numero dei morti e dei suicidi e la diffusione del contagio, contribuiscono a rendere ancora più drammatica la vita per coloro che vi sono reclusi o vi lavorano.
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 15 dicembre 2020
Maisto: "Cambia molto poco, se non si interviene a più livelli raccoglieremo solo rovine". Slittano di un mese, dal 31 dicembre al 31 gennaio 2021 i benefici straordinari previsti dal decreto Ristori in materia di carcere messi in atto per alleggerire la pressione del sovraffollamento negli istituti di pena e contrastare i contagi da Covid 19. Dai dati del ministero della Giustizia aggiornati al 7 dicembre 2020, su un totale di 53.294 detenuti si registrano 958 positivi (tra i quali 20 nuovi giunti) di cui 868 asintomatici, 52 sintomatici in gestione interna agli istituti e 38 ricoverati in gestione esterna. Mentre sono 810 le persone positive nel corpo di Polizia penitenziaria che conta 37.153 unità. 72 positivi, invece, si registrano su un totale di 4.090 dipendenti tra personale amministrativo e dirigenti.
di Caterina Caparello
Corriere della Sera, 15 dicembre 2020
Barbara è la capitana dell'Atletico Diritti, squadra di calcio a 5 femminile del carcere di Rebibbia. A maggio è stata convocata da papa Francesco. Ha provato una forte emozione recitando, davanti al Santo Padre, una poesia in romanesco: "E chi l'avrebbe mai creduto che er Papa desse udienza a 'n detenuto. Co' tutto er da fa' che er popolo j'ha dato ha trovato er tempo pè me...'n carcerato". A quell'incontro, Barbara non è mai stata considerata una detenuta ma una calciatrice. E prima di tutto una persona. La sfida più grande per le detenute è proprio questa, abbattere i pregiudizi. In prima linea, nella lotta per i diritti e le garanzie nel sistema penale e penitenziario, c'è l'associazione Antigone che ha recentemente pubblicato il XVI rapporto sulle condizioni detentive, mostrando come a fine febbraio, su 61.230 detenuti in Italia (a fronte di una capienza di 50.931 posti), le donne fossero in tutto 2.702, il 4,4% dei presenti. Al 30 aprile il dato femminile è fermo a 2.224 detenute, rappresentando il 4,13% delle presenze e raggiungendo il minimo storico del 2015.
Le donne in carcere sono quindi molto meno rispetto agli uomini, un numero che si deve principalmente alle misure intraprese per il contenimento del contagio da coronavirus nelle carceri. Ma qual è la loro condizione e quali le problematiche? Innanzitutto è necessario tener presente che le detenute si trovano sparse tra i quattro istituti di pena femminili presenti in Italia, quali Roma ("G. Stefanini" Rebibbia, il più grande d'Europa), Pozzuoli, Trani, Venezia ("Giudecca"), e le 44 sezioni femminili all'interno di carceri maschili: 519 le donne ristrette nei primi, 1.705 nelle seconde. "Le donne che non si trovano negli istituti di pena vengono alloggiate in sezioni femminili, ovvero ospitate all'interno di carceri maschili - spiega Susanna Marietti, coordinatrice Nazionale di Antigone. Queste sezioni, ora diminuite a 44 partendo da 60, presentano delle problematiche come ad esempio la dimensione. Alcune sono piccolissime, ospitano 3-4 donne o addirittura una sola, di conseguenza il direttore che gestisce il carcere tende a dislocare tutte le risorse sulla parte maschile e poco o niente verso quella femminile".
Il problema che si viene a creare è di negligenza, poiché si tiene in considerazione solo la sezione maschile, più numerosa. "Senza generalizzare, in quelle sezioni femminili si rischia di vivere in maniera abbandonata. Ma la soluzione non è semplice da trovare e sicuramente non è possibile chiuderle, significherebbe infatti trasferire le donne in carceri più lontani. Di conseguenza le si allontanerebbe dalla propria casa, dai colloqui e soprattutto dai figli".
Ed è proprio la questione dei figli ad essere una delle problematiche principali delle donne detenute. Figli che spesso si trovano dentro assieme a loro. Al 30 aprile sono infatti 34 le detenute con figli (40 a carico) presenti nelle carceri in Italia. "Nel 2001 la legge Finocchiaro (legge 40/2001 ndr) ha tentato di render più difficile l'uso di misure cautelari per donne con bambini, prevedendo un possibile rinvio della pena. Un rinvio facoltativo che serviva soprattutto a introdurre l'istituzione della Detenzione Domiciliare Speciale, una forma di detenzione domiciliare cui potevano accedere le donne con figli sotto i 10 anni. Ma questa legge prevedeva anche che il giudice di sorveglianza avrebbe dovuto valutare che la donna non tornasse a commettere il reato, oltre a dimostrare il ripristino della convivenza con il figlio in un luogo idoneo.
Proprio queste due clausole hanno reso molto difficile l'applicazione della norma e la sua concessione" continua Marietti "Prendiamo come esempio le donne rom. I campi rom non venivano considerati un luogo idoneo per il ripristino della convivenza, quindi queste donne non potevano dimostrare di essere tornate a vivere con il figlio. 10 anni dopo, nel 2011 (legge 62/2011 ndr), si è introdotta una nuova legge che ha dato vita alle Case famiglia protette.
A quel punto se la donna aveva diritto alla detenzione domiciliare speciale, ma senza un luogo idoneo, poteva vivere in queste case famiglia. Purtroppo la legge non prevedeva coperture finanziarie e ha lasciato agli enti locali la loro creazione. In tutta Italia ce ne sono solo due: una a Roma e una a Milano". Sì alla detenzione domiciliare speciale nelle case famiglia ma a spese dei singoli Comuni. Infatti ne esistono solo due. La presenza e l'assenza dei figli porta comunque le donne a provare un forte senso di colpa per la loro condizione, sentono di non aver rispettato il loro ruolo di madri e di mogli e sentono di essere rimaste sole.
"Rispetto agli uomini, vivono maggiormente lo stigma sociale. Ad esempio, perdono più facilmente le relazioni sociali, rompono i rapporti con la famiglia di origine e con il proprio partner, creando quel vuoto intorno a loro che, quando escono dal carcere, è più difficile da ricucire" chiosa la segretaria. Sono donne che hanno vissuto condizioni di marginalità sociale, di disagio e spesso vittime di abusi.
"Il periodo detentivo non fa altro che accrescere questa marginalità. Tendenzialmente la composizione sociale delle donne detenute è di microcriminalità, reati piccoli e frequenti. È un po' un circolo vizioso. Tante ragazze rom che ho conosciuto sono vittime di qualcosa di più grande di loro, la spiegazione che danno è "perché si fa così", fanno quindi molti figli e poi vanno in carcere. Ma c'è anche un forte problema psicologico, parliamo di donne che non hanno mai iniziato una terapia fino all'arrivo in carcere e che, uscendo, la interrompono. Una terapia non portata a termine rischia a volte di fare peggio".
Tutto questo non deve escludere la possibilità di riprendere in mano la propria vita, scegliere di non delinquere e avere delle opportunità di rivalsa. "Purtroppo le opportunità non vengono costantemente date alle persone detenute. Il carcere è un sistema pachidermico che non sempre funziona bene e in cui moltissimo è demandato alle iniziative del singolo. A seconda di dove si capita si possono scontare pene differenti, un direttore è migliore da una parte e non lo è dall'altra. Manca omogeneità. È come se non ci fosse un pensiero centralizzato fatto di programmazioni serie, perché è un tema che non interessa più di tanto alla società. In realtà il carcere dovrebbe dare delle opportunità per ricominciare daccapo e con un altro piede, soprattutto attraverso la cultura e l'istruzione" conclude Marietti.
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