di Angela Stella
Il Riformista, 15 dicembre 2020
All'esponente radicale, in digiuno da 35 giorni, lo hanno comunicato Manconi, Colombo, Flick e Veronesi che ieri hanno visto Conte. A poche ore dal suo 35esimo giorno di sciopero della fame Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale e Presidente di Nessuno Tocchi Caino, ha ricevuto una lettera da Luigi Manconi, Gherardo Colombo, Giovanni Maria Flick e Sandro Veronesi che ieri hanno incontrato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: "Cara Rita questo pomeriggio abbiamo incontrato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte - scrivono i quattro firmatari - al quale abbiamo esposto le nostre grandi preoccupazioni per le condizioni attuali del sistema penitenziario italiano, dove il sovraffollamento, l'altissimo numero dei morti e dei suicidi e la diffusione del contagio, contribuiscono a rendere ancora più drammatica la vita per coloro che vi sono reclusi o vi lavorano. Abbiamo consegnato al Premier la lettera da te indirizzatagli ed egli si è impegnato a incontrarti".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 15 dicembre 2020
Disciplinato l'invio per posta elettronica certificata degli atti di impugnazione e di riesame; la pec ora consentirà anche il deposito dei motivi nuovi ed aggiunti. Per i penalisti ci sono più ombre che luci negli emendamenti ai Decreti legge Ristori (Dl 137 e 149) approvati dalle Commissioni riunite Bilancio e Finanze del Senato, nella notte tra venerdì e sabato, integrati in un testo unificato che è atteso per oggi all'esame dell'Aula. Nessuna modifica infatti si registra né sul tema dell'appello da remoto né sulle carceri, parzialmente positivi invece gli interventi in materia di impugnazioni.
Con i commi 6 bis e 6 decies all'articolo 24, si è infatti disciplinato l'invio per posta elettronica certificata degli atti di impugnazione e di riesame; la Pec ora consentirà anche il deposito dei motivi nuovi ed aggiunti. "Si è così rimediato - commentano le Camere penali - alla incredibile, e per alcuni aspetti drammatica, situazione che si era determinata a seguito di alcune pronunce di inammissibilità di impugnazioni proposte via pec".
Le modalità di deposito per via telematica sono state rigidamente disciplinate prevedendo esplicitamente nuove cause di inammissibilità. "La nuova formulazione - affermano i penalisti - mette finalmente al sicuro il deposito delle impugnazioni via pec".
"È però grave - aggiungono - che la declaratoria di inammissibilità per le violazioni relative alla sottoscrizione digitale e agli altri casi previsti dal comma 6 sexies sia dichiarata dal giudice che ha emesso il provvedimento impugnato". Anche perché, spiegano, una simile previsione è priva di qualsiasi relazione con la pandemia, e tende piuttosto "a rivisitare il sistema delle impugnazioni attribuendo inediti poteri al giudice a quo finalizzati addirittura ad impedire il passaggio al secondo grado di giudizio".
Con il comma 6-decies poi si prevede una sorta di sanatoria: sono ritenuti validi infatti gli atti di impugnazione trasmessi via pec sin dalla data di entrata in vigore del decreto legge. Con un ulteriore intervento si è invece esteso il divieto di procedere con forme di remotizzazione per l'incidente probatorio. Una modifica che piace all'Avvocatura.
Ma sono numerosi e di peso gli emendamenti rimasti al palo. Restano, per esempio, invariate le norme che consentono la camera di consiglio da remoto nel processo di appello quando l'udienza non sia stata partecipata, una norma emergenziale definita più volte "una assurdità" dai legali. Nessun intervento neppure sulla sospensione della prescrizione e sulla proroga della custodia cautelare per motivi legati all'andamento della pandemia, "e non dunque - chiosano gli avvocati - per fatti causati dall'imputato".
Nulla poi si è previsto sul fronte carceri, dove non sono previste misure per alleggerire la situazione. Un emendamento delle senatrici del Movimento 5 Stelle, Grazia D'Angelo e Bruna Piarulli, ha però previsto oltre 3,6 milioni di euro "per pagare per il periodo che va dal 16 ottobre al 31 dicembre - spiegano-, gli straordinari agli agenti della Polizia Penitenziaria impegnati in una fase particolarmente delicata di lavoro all'interno delle carceri".
L'Unione delle Camere Penali rivolge dunque un invito alle forze politiche, di maggioranza e opposizione, "ad intervenire nel percorso di conversione dei decreti legge con ulteriori proposte di emendamenti e modifiche nel dibattito d'Aula e nella discussione alla Camera dei Deputati".
"Le decisioni collegiali da remoto e la resistenza a misure di alleggerimento del sovraffollamento carcerario - proseguono i penalisti - non sono rivendicate da alcuna forza politica, sono avversate dall'avvocatura e da tanta parte della magistratura che in diverse sedi giudiziarie ha sottoscritto protocolli per garantire che la decisione in grado di appello sia presa dal giudice che siede nella sua sede naturale". Per queste ragioni, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, l'Ucpi "continuerà l'attività di interlocuzione e la mobilitazione affinché il Parlamento adotti misure per il concreto alleggerimento delle condizioni del carcere e definitivamente cancelli la camera di consiglio da remoto".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 dicembre 2020
Va certamente considerata come una svolta importante la presa di posizione assunta due giorni fa dall'Anm sulla battaglia che sta conducendo la magistratura onoraria in questi giorni: "Si susseguono - si legge in una nota - manifestazioni di protesta dei magistrati onorari in servizio che, lamentando un contesto di incertezza di tutele e di precarietà sul piano previdenziale e retributivo, reclamano il riconoscimento della dignità della funzione. L'Associazione nazionale magistrati esprime la ferma convinzione che non debba essere svilito il ruolo e quindi dimenticato l'importante contributo fornito dai giudici e dai pubblici ministeri onorari".
Per tali ragioni, l'Anm "auspica che il Governo e il Parlamento reperiscano le risorse finanziarie necessarie ad approntare le più opportune tutele economiche, previdenziali e sociali". "È significativo - commenta al Dubbio Eugenio Albamonte, segretario di Area ed ex presidente dell'Anm - che, anche a seguito del recente cambio della governance, la posizione dell'Anm nei confronti della magistratura onoraria non solo non è cambiata ma si sia rafforzata".
Dunque è evidente una compattezza della magistratura togata e non nel richiedere un cambiamento da parte delle istituzioni. Lo dimostra, tra l'altro, anche l'iniziativa della Procura della Repubblica di Parma: nei giorni 15 e 17 dicembre il Procuratore capo Alfonso D'Avino e tutti i sostituti procuratori "andranno in udienza per garantire la regolare celebrazione dei processi, ma nello stesso tempo per rappresentare l'unitarietà dell'ufficio stesso e la sua vicinanza alle aspettative della magistratura onoraria che, in definitiva, finiscono per coincidere con gli interessi degli uffici stessi".
Qualche giorno fa era stato il Procuratore capo di Milano Francesco Greco, insieme ad alcuni colleghi, a tornare in aula come rappresentante dell'accusa per sostituire i vice procuratori onorari che erano in sciopero. L'ostacolo ad una riforma seria sembra essere l'immobilismo del Ministro Bonafede a cui i magistrati onorari in astensione, alcuni dei quali anche in sciopero della fame, non riescono a perdonare l'infelice frase "la magistratura onoraria ha la finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale".
Cercando di ridimensionare la questione Albamonte ci dice che "una espressione può sfuggire soprattutto se inserita in un testo elaborato a più mani", però rimane fermo su un paradigma da cui non si può più prescindere per affrontare le questioni di riforma della giustizia: "l'approccio che mira a contrapporre le posizioni va completamente abbandonato; una contrapposizione di interessi tra magistratura onoraria e togata, come tra la magistratura e qualsiasi altro operatore della giustizia, a partire dagli avvocati, va assolutamente archiviata. Non si può più pensare di governare la giustizia frazionando i fronti e mettendo gli uni contro gli altri. Abbiamo fatto molti passi in avanti nelle varie rappresentanze professionali per cadere in queste trappole".
Intanto il Movimento Cinque Stelle ha fatto approvare un emendamento approvato al decreto Ristori che prevede che "l'indennità di udienza che spetta ai giudici onorari di Tribunale" venga "riconosciuta anche nel caso di udienza civile a trattazione scritta, prevista per la fase di emergenza Covid, esattamente come avviene per l'udienza civile in presenza".
Tuttavia la forza politica che rivendica da sempre un sostegno pieno alle richieste della magistratura onoraria è Fratelli d'Italia, la cui leader Giorgia Meloni ha dichiarato: "da anni la magistratura onoraria tiene in piedi la giustizia italiana ma non ha nessun diritto. Fratelli d'Italia ritiene invece che sia una priorità mettere fine a questa ignobile discriminazione".
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 15 dicembre 2020
La bozza del piano predisposto dal Governo per la gestione dei miliardi, che saranno attribuiti all'Italia nell'ambito del Recovery Fund, dedica ben 11 pagine (da 29 a 39), su 124, alle riforme in tema di giustizia. È il primo argomento, in tema di riforme di sistema, a essere affrontato.
L'esordio afferma quella che, dopo essere stata ripetuta inutilmente per vari decenni, è divenuta una banalità: "Nelle loro decisioni di investimento, le imprese hanno bisogno di informazioni certe sul quadro regolamentare, devono poter calcolare il rischio di essere coinvolte in contenziosi commerciali, di lavoro, tributari o in procedure di insolvenza; devono poter prevedere tempi e contenuti delle decisioni".
Segue, poi, l'enumerazione degli interventi normativi e materiali per raggiungere l'obiettivo. Quanto ai primi, il documento richiama i disegni di legge già presentati in Parlamento e che riguardano il processo civile, il processo penale, l'ordinamento giudiziario e il Consiglio Superiore della Magistratura. Quanto ai secondi, si prevede un maggiore utilizzo dei giudici onorari e l'immissione temporanea di personale necessario per convertire in modo efficiente la macchina della giustizia.
I vari punti meritano di essere considerati con attenzione, a dispetto dell'estrema superficialità con cui sono trattati nel documento. La prima osservazione è che un concetto, correttamente considerato decisivo nell'introduzione, è poi totalmente ignorato nel successivo sviluppo. Alla prevedibilità del contenuto delle decisioni non è dedicato neppure un cenno, sebbene si tratti di un aspetto fondamentale per giudicare l'affidabilità di un sistema giustizia.
È certamente un tema assai delicato, coinvolgendo questioni quali quelle dell'indipendenza del singolo magistrato, della responsabilità di chi giudica, della necessità di non ostacolare l'evoluzione giurisprudenziale. Tuttavia, il problema esiste e chi ha esperienza di investimenti esteri in Italia sa che, dopo la prima o al massimo la seconda esperienza di giustizia cervellotica, l'investitore fugge.
Del resto, che la giustizia debba svolgersi secondo binari di ragionevolezza è consapevole lo stesso documento, laddove prevede (p. 31) che l'amministrazione della giustizia debba essere considerata soggetto danneggiato nel caso di lite temeraria. Perciò, sì alla sentenza anche se priva della più elementare base giuridica, no alla lite infondata. Se si passa, poi, a considerare le riforme delle procedure, che dovrebbero accorciare i tempi della giustizia, il cuore è costituito dall'attribuzione di un ruolo centrale ai riti e agli strumenti alternativi. In sede civile è prevista la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, "in un'ottica di forte intensificazione del ricorso a questi ultimi".
Sennonché si tratta di una prospettiva perseguita ormai da vari decenni e che ha dato sinora risultati poco significativi. Quale sia la bacchetta magica che possa assicurare in futuro destini migliori a questa soluzione non è dato comprendere. Sognare non costa niente! Con riferimento alle procedure volte a definire l'insolvenza delle imprese, il piano fa affidamento sull'entrata in vigore, il 1° settembre del 2021, del nuovo codice della crisi di impresa.
Ma tutti sanno che quel codice è stato formulato avendo riguardo a un mercato in buona salute, nel quale le imprese malate vengono subito o risanate o espulse per fare spazio a nuove iniziative. Ebbene, la previsione di tutti è nel senso che il mercato italiano sarà un malato grave per molto tempo. Certamente ben oltre il 2021.
Pensare di risolvere i problemi di una economia, che vede le imprese in generale grave difficoltà, facendo entrare in vigore quel codice è puro avventurismo. In sede penale, dovrebbe essere conseguita una "drastica riduzione dei casi in cui il procedimento sfocia nel dibattimento", il quale dovrebbe essere riservato a un numero residuale di casi, "come avviene nel sistema statunitense, dove la gran parte dei procedimenti è definita mediante diverse forme di plea bargaining". Evidentemente, chi ha redatto il documento non è al corrente di due aspetti.
Il primo è che, dietro il paravento della obbligatorietà dell'azione penale e attraverso la sistematica disapplicazione della regola che impone al pubblico ministero di ricercare anche le prove a favore dell'imputato, il numero delle accuse del tutto cervellotiche è in Italia altissimo: nei vari gradi di giudizio si definisce con un'assoluzione ben oltre il 50% dei processi. È davvero incomprensibile come si possa pensare di indurre gli interessati a definire questi casi con un patteggiamento. Molto più proficuo sarebbe tenere conto delle imputazioni a vanvera nella valutazione di carriera dei pubblici ministeri. Il secondo aspetto è sorprendente ove si consideri che il piano è stato redatto da un Governo, espressione di una coalizione che si dichiara fondamentalmente ispirata a principi di solidarietà. È noto a tutti che il successo del patteggiamento negli Stati Uniti trova la sua ragione primaria nella difficoltà economica per le classi meno abbienti di sostenere i costi di una difesa. Suona, perciò, davvero strano il riferimento a quel sistema.
Da ultimo, una incongruenza. Il documento si riferisce alle varie forme di plea bargaining. E infatti, negli Stati Uniti è previsto anche un tipo di patteggiamento che non lascia alcuna conseguenza sulla successiva vita della persona, salvo la pena inflitta. Il patteggiamento contemplato nell'originaria formulazione del codice Vassalli era configurato esattamente in questi termini, ma, dagli anni Novanta e sino ai giorni nostri, si è assistito a una progressiva demolizione di quell'istituto, che ormai è assimilato a tutti gli effetti a una vera e propria sentenza di condanna, con tutte le relative conseguenze negative in tema, ad esempio, di possibilità di avere rapporti con la pubblica amministrazione o di onorabilità per l'accesso a determinate cariche.
Di cosa si tratta? Di una "battuta" o di un radicale cambio di rotta su un tema così sensibile, senza alcun adeguato dibattito in sede politica? Infine, le risorse: personali e materiali. Per queste ultime c'è poco da dire, atteso che il documento non contiene alcuna cifra. Si tratterà, come al solito per la giustizia, delle briciole. Vale la pena, tuttavia, sottolineare che a p. 38 si prevedono per l'ennesima volta interventi di edilizia carceraria, nella prospettiva di rafforzare quell'effetto preventivo, che per larga parte dell'attuale Parlamento è lo scopo principale della pena, a dispetto della finalità rieducativa prevista dall'art. 27 della Costituzione.
Per quello che concerne le risorse personali, due notazioni. La prima è che è previsto un ricorso massivo, persino in Cassazione, ai giudici onorari. Dunque, a questo ruolo di precari della giustizia, già oggi oggetto di uno sfruttamento spesso ignobile, è assegnato un compito decisivo per il superamento della crisi. Ma l'amore per il precariato non finisce qui.
Anche la riorganizzazione e la modernizzazione degli uffici dovrebbero avvenire attraverso l'impiego temporaneo di gruppi di specialisti (altre task force?). Senza considerare che il vero tema è la riqualificazione e la motivazione del personale, da troppo tempo abbandonato alla buona volontà dei singoli. In conclusione, un piano vago, confuso, spesso contraddittorio. Il Presidente del Consiglio ha scritto, nella premessa al piano Next Generation Italia, "per uscire da questa crisi e per portare l'Italia sulla frontiera dello sviluppo europeo e mondiale occorrono (sic) un progetto chiaro, condiviso e coraggioso per il futuro del Paese".
di Attilio Ievolella
dirittoegiustizia.it, 15 dicembre 2020
Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 35516/20; depositata l'11 dicembre. Fatale una missiva in cui l'uomo costretto dietro le sbarre definisce "lager" la struttura penitenziaria. Evidente, secondo i giudici, l'oltraggio compiuto nei confronti degli operatori del carcere. Legittimo, quindi, il provvedimento con cui il detenuto è stato escluso per quindici giorni dalle attività in comune.
Un detenuto trattenuto nel carcere di Sassari lamentava di non aver ricevuto una somma di denaro dopo essere stato "deportato nel lager di Rebibbia". La direzione del carcere di Rebibbia sanzionava quindi il detenuto con 15 giorni di esclusione dalle attività in comune. Il Magistrato di Sorveglianza e il Tribunale di Sorveglianza ritenevano legittimo il provvedimento adottato dalla direzione visto l'atteggiamento offensivo del detenuto nei confronti degli operatori della struttura penitenziaria.
I giudici integravano la sanzione imposta all'uomo vietandogli anche l'acquisto di generi alimentari giacché nel periodo di "esclusione dalle attività in comune" sono già previsti per legge "vitto ordinario e la normale disponibilità di acqua".
Inaccettabile l'appello al "diritto alla manifestazione di pensiero" vista l'offesa diretta alla professionalità degli operatori penitenziari oltraggiati "con la riconduzione al ruolo di aguzzini e torturatori". Il provvedimento, secondo i Giudici, "attiene alle modalità con cui legittimamente è eseguita la sanzione dell'esclusione dalle attività in comune". È inoltre logico ritenere che "durante quel periodo non si abbia possibilità per il detenuto di acquisto di generi alimentari aggiuntivi".
di Giovanni Pisano
Il Riformista, 15 dicembre 2020
"Questa sarà la tua ultima notte in cella. Hai pagato senza essere colpevole, a testa alta e senza mai mollare". È il messaggio rivolto da un amico ultras ad Antonino Speziale, 25 anni, e ai suoi genitori, Roberto e Rosa (famiglia umile e di lavoratori), a poche ore dal ritorno in libertà del giovane tifoso del Catania dopo circa 8 anni di carcere per la morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti.
"Domani è un giorno speciale, inizia una nuova vita anche voi e la vostra famiglia, la verità è figlia del tempo" scrive Terenzio Giordano, tifoso della Cavese. Domani, martedì 15 dicembre, Antonio Speziale uscirà dal carcere dopo aver pagato, senza prove schiaccianti, per l'omicidio preterintenzionale di Raciti avvenuto il 2 febbraio del 2007, a Catania, durante uno scontro violentissimo tra tifosi del Catania e del Palermo. Nonostante gli appelli del suo legale, Giuseppe Lipera, che nei mesi scorsi aveva chiesto il trasferimento agli arresti domiciliari a causa delle gravi patologie che affliggono Speziale, l'allora 17enne tifoso catanese ha scontato l'intera pena in carcere.
Speziale tornerà libero a poche settimane di distanza dalla testimonianza, raccolta da Le Iene, di una donna vicina alla famiglia Raciti, che rivela di aver sentito, durante la sepoltura dell'ispettore, un poliziotto rivolgersi al padre di Raciti: "Le dobbiamo porgere le scuse in quanto polizia - avrebbe detto l'uomo in divisa - perché è stato un errore di un collega nel fare la manovra".
Ad uccidere Raciti quella notte non sarebbe stato il colpo di un sotto-lavello (incompatibile con i danni fisici che hanno cagionato la morte dell'ispettore di polizia) inferto dall'allora ultrà catanese Antonino Speziale - condannato a otto anni e otto mesi per omicidio preterintenzionale - ma il fortuito incidente con il Discovery della polizia che, in retromarcia per sfuggire alle pietre e alle bombe carta dei tifosi, avrebbe schiacciato l'ispettore.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 15 dicembre 2020
C'è ipocrisia nella nostra sorpresa rispetto alla mancanza di risposte da parte del governo egiziano. Ipocrisia perché queste risposte non le abbiamo avute neanche dal nostro governo.
Fra meno di un mese saranno trascorsi 5 anni dalle torture e dall'assassinio di Giulio Regeni, ricercatore italiano, giovanissimo, ucciso in Egitto. E fra poco più di un mese sarà un anno che l'attivista Patrick Zaki è imprigionato in Egitto. Ferite dolorose nel cuore di molte persone, che sinceramente piangono il primo e vorrebbero non dover piangere il secondo. Sentimenti nobili, sinceri, e del resto: bisognerebbe appartenere a una razza senza anima per non sentirsi aprire le pieghe del cuore ogni volta che si ascolta il nome di Giulio, si vede una sua immagine sorridente, si ode l'ennesimo appello, pacato, fermo, carico d'amore dei suoi genitori. Non si può, se si è gente comune, non chiedere verità per Giulio e libertà per Patrick.
Verità e libertà che però si intingono nell'amaro dell'ipocrisia quando da bocche normali passano su lingue potenti, su coscienze edotte. E molti, molti in Italia dovrebbero almeno tacere, perché infinite sono le verità negate sul dolore di migliaia di famiglie a cui sono mancati figli, madri, padri, parenti, amici. L'Italia è la patria delle stragi impunite, di moltitudini di morti irrisolte, perpetrate in nome di chissà quale ottusa e cinica ragion di stato. E c'è ipocrisia nella nostra sorpresa rispetto alla mancanza di risposte dal Governo egiziano.
Ipocrisia in noi che risposte pesanti non le abbiamo mai avute dal Governo italiano e viviamo come uno scandalo il silenzio di Al-Sisi, quando lo scandalo vero è il silenzio della nostra politica, costante, impudente, dal passato al presente. Noi vogliamo verità per Regeni e libertà per Zaki, ma siamo il Paese che ci mette anni per dire la verità su Cucchi, ed è una verità una e mica è verità quella su Pinelli, siamo il Paese che ha imprigionato Tortora, che ha assolto Mannino dopo quasi trent'anni, che ti fa rosolare in galera un numero indeterminato di anni prima di darti un esito.
Un Paese che per alcune categorie commina il carcere fino alla morte, mette l'umanità dietro a un vetro, decide cosa possa leggere un prigioniero, cosa possa mangiare quando può dormire o stare sveglio, ne spia le frasi scritte e ne ascolta le parole, ne guarda i gesti ogni secondo di una giornata. Siamo il paese del 41bis, la morte in una vita da accanimento terapeutico. Il posto in cui i malati stanno e muoiono in carcere, e ci restano anche se sono vecchi, se non riescono a badare a se stessi, chiusi in trappola col Covid-19.
Ci adombriamo per la legion d'onore data ad Al-Sisi, ma fingiamo di non conoscere la ragione del perché il terrorismo islamico ci schiva: semina morte in tutti i paesi occidentali e salta l'Italia. E anche gli altri Paesi si potrebbero adombrare. E forse più che le medaglie francesi, gli occidentali, tutti, dovrebbero rinunciare agli orpelli di un benessere che sorge e si mantiene su un mondo che è stato costruito male, con una ingiustizia che miete vittime normalmente nella sua parte fragile. I nostri morti sono morti uguali a quelle infinite del lato sfortunato, e tutte dovrebbero essere morti nostre e di tutte dovremmo chiedere verità. E per tutti dovremmo chiedere libertà. Giulio è un dolore immenso, e se in maggioranza fossimo come è stato lui in vita, non avremmo più due mondi, ma uno soltanto, e migliore.
E intano che quell'unità ci colga, gli altri li lasciamo annegare, li lasciamo a marcire in galera. Restiamo immersi nella nostra ipocrisia e non ce la facciamo a rinunciare a nulla di quello che continua a rendere diseguale il mondo. Stiamo qui, trepidanti, nell'attesa del Natale che, forse, ci permetteranno di trascorrerlo con le nostre famiglie.
da Garante dei detenuti della Regione Lazio
Ristretti Orizzonti, 15 dicembre 2020
Conferenza on line, a conclusione del progetto, attuato dalla Asl di Frosinone in partnership con il Garante dei detenuti della Regione Lazio, a favore di un gruppo di detenuti autori di abusi sessuali e violenza domestica e di perpetrator. Mercoledì 16 dicembre (dalle ore 14 alle 16,30) si svolgerà in modalità telematica la conferenza conclusiva di Conscious, il progetto per introdurre in ambito carcerario ed extra carcerario un modello di trattamento per gli autori di abusi sessuali e violenza domestica, finalizzato alla riduzione della recidiva, che vede come capofila il Dipartimento di salute mentale e patologie da dipendenza della Asl di Frosinone, in partnership con il Garante dei detenuti della Regione Lazio. Iniziato a ottobre 2018, il progetto, attuato con il supporto della Commissione europea - Rights equality and citizenship programme, in partnership anche con il Centro nazionale studi e ricerche sul diritto della famiglia e dei minori e il Wwp (European network for the work with perpetrators of domestic violence), ha visto il coinvolgimento iniziale di 93 sex offender o colpevoli di maltrattamenti in famiglia detenuti presso le case circondariali di Frosinone e Cassino, e il trattamento di 25 di loro, mentre un servizio esterno attivato presso la Asl di Frosinone si è occupato del trattamento di dieci perpetrator ex detenuti o sottoposti a misure alternative.
Nel corso della conferenza conclusiva, dal titolo "La prevenzione della violenza di genere: un diritto esigibile?", organizzata dal Wwp, saranno illustrati il modello di intervento, i risultati ottenuti sul campo e due studi svolti dall'università di Torino, uno sulla replicabilità del progetto in altri contesti in ambito europeo, l'altro in materia di impatto socio-economico e sulla convenienza di Conscious in luogo di altre modalità di contrasto a tali fenomeni da parte della società.
Parteciperanno alla conferenza l'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assessora alle Pari opportunità, Giovanna Pugliese, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, la direttrice generale della Asl di Frosinone, Pierpaola D'Alessandro, il direttore di dipartimento di salute mentale della stessa Asl, Fernando Ferrauti, e la direttrice del carcere di Frosinone, Teresa Mascolo. A illustrare i risultati dei trattamenti realizzati presso le carceri di Cassino e Frosinone interverranno Antonella D'Ambrosi e Nicola De Rosa.
"Il valore del progetto Conscious - spiega Stefano Anastasìa, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione del Lazio - sta nella acquisizione delle best practices in materia, nella costruzione di una rete di agenzie pubbliche e private impegnate nel trattamento dei sex offender e, infine, nell'assunzione di responsabilità di regia da parte di una delle più importanti tra di esse, il servizio sanitario pubblico di assistenza delle persone detenute negli istituti coinvolti, cui ordinariamente spetta l'onere della presa in carico dei destinatari dell'intervento nella complessità dei loro bisogni di sostegno e di cura.
Il modello Conscious può essere trasferito ad altri contesti in ambito europeo e generare valore socioeconomico attraverso la sua diffusione. L'auspicio - conclude Anastasìa - è che al termine della sua applicazione sperimentale esso possa non solo proseguire a livello territoriale, come è impegno della Asl di Frosinone, ma diffondersi con il pieno sostegno delle istituzioni regionali, nazionali ed europee".
Pier Paola D'Alessandro, direttrice generale della Asl di Frosinone, soggetto capofila della partnership e promotore del progetto Conscious, "la violenza maschile contro le donne costituisce un fenomeno grave e diffuso al di là dei confini nazionali, europei e internazionali e rappresenta una violazione dei diritti umani e un ostacolo al conseguimento dell'uguaglianza di genere".
"La Asl di Frosinone - prosegue D'Alessandro - con il progetto Conscious vuole dare voce a tutte le vittime di violenza di genere e al loro diritto di essere tutelate. Nel nostro territorio lo spirito di squadra ha consentito, in complementarità con l'applicazione delle linee guida del codice rosa, di realizzare una complessa azione di prevenzione e tutela della salute pubblica.
L'innovatività - conclude D'Alessandro - è costituita dalla capacità di un'azienda pubblica di promuovere cambiamenti culturali attraverso interventi che modificano la qualità delle relazioni interpersonali contro ogni tipo di discriminazione".
I colleghi giornalisti che intendono seguire i lavori potranno iscriversi, compilando l'apposito form online (entro martedì 15 dicembre 2020). Tutta la documentazione del progetto Conscious è disponibile sul nuovo sito del Garante dei detenuti della Regione Lazio: https://www.regione.lazio.it/garantedetenuti/category/progetti/conscious
di Domenico Mugnaini
toscanaoggi.it, 15 dicembre 2020
Il Garante scrive al provveditore Carmelo Cantone: "Assicurare diffusione sistemi di comunicazione digitale. Con il Natale alle porte la vicinanza dei familiari è quanto mai necessaria".
Garantire una sempre maggior diffusione dei sistemi di comunicazione digitale all'interno degli istituti penitenziari della Toscana. È quanto chiede il Garante regionale Giuseppe Fanfani che nell'imminenza delle festività natalizie scrive al provveditore dell'amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, Carmelo Cantone.
Nel perdurare dell'emergenza sanitaria, e quindi delle difficoltà di contatto e relazione tra familiari e detenuti, Fanfani rileva la necessità di "assicurare stabilità di rapporto con i familiari e quindi la diffusione dei dispositivi" oltre alla "possibilità del loro utilizzo in condizioni di sicurezza".
"Il Natale - si legge nella lettera inviata - renderà ancora più necessario un collegamento diretto con famiglie, parenti ed amici, atteso che la pandemia persistente ed i divieti di mobilità sempre più rigidi, impediranno a molti visite personali".
"Le prossime festività potranno essere occasione per mettere a frutto l'esperienza già maturata nel primo periodo Covid nel quale l'utilizzo più ampio dei sistemi alternativi di comunicazione via web, ha dimostrato tutta la sua apprezzata utilità".
A Cantone il Garante chiede anche di "conoscere, ove esistente, il programma di utilizzo generale dei mezzi di comunicazione via internet nelle carceri toscane e quello avviato in particolare nel periodo di emergenza sanitaria".
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 15 dicembre 2020
Screening a tappeto, fasce orarie più ampie per telefonate e videochiamate, stop agli ingressi fino alla stabilizzazione: l'istituto penale bolognese al lavoro per tracciare la situazione epidemiologica. Sinappe: "Sofferenza trasversale, navighiamo a vista". Una settantina di detenuti contagiati e una decina di agenti di polizia penitenziaria risultati positivi allo screening dello scorso sabato. Si aggrava la situazione Covid nella Casa circondariale di Bologna.
"Il carcere è in affanno - ammette Nicola D'Amore, agente della Dozza ed esponente del Sinappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria -. Riconosciamo il grande lavoro fatto dalla direzione e dal comando, in termini di prevenzione e protezione. Fino a un paio di settimane fa le cose andavano abbastanza bene, poi hanno cominciato a precipitare. È una corsa a ostacoli, perché quello che programmi per il giorno successivo può essere immediatamente scombussolato da nuovi riscontri positivi. Speriamo la situazione non peggiori, altrimenti sarà necessario sostituire il personale contagiato".
Il problema, spiega D'Amore, sono gli spazi: a oggi, la Dozza accoglie oltre 700 persone detenute a fronte di una capienza massima di 500, situazione di sovraffollamento denunciata anche dal Garante comunale per i detenuti Antonio Ianniello, che in una nota scrive: "Sono circa 200 le presenze oltre la capienza regolamentare, una condizione per la quale la mancanza di distanziamento fisico può evidentemente fungere da acceleratore della diffusione del contagio. Questa seconda ondata sta avendo un impatto decisamente più grave sul carcere rispetto alla prima, sia a livello locale sia nazionale, e l'ulteriore rischio che può profilarsi nei mesi a venire, collegato a una non improbabile terza ondata, merita una scrupolosa valutazione".
Per ora, continua D'Amore, "si fa fronte all'emergenza in tutti i modi possibili, ritagliano continuamente nuovi spazi, nel rispetto dei diritti di tutti. Per esempio: molti dei detenuti che lavoravano alla cucina del carcere sono risultati positivi così, per qualche giorno, ci si è rivolti a una ditta esterna, per poi riorganizzarsi incaricando le detenute del femminile. Garantire il servizio internamente è un ottimo risultato, frutto della collaborazione di tutti.
Va detto, infatti, che la sofferenza è trasversale, e le persone recluse ne sono coscienti. Non è facile tornare a casa dalle proprie famiglie con questa enorme preoccupazione, riconoscono il nostro grande sacrificio". La settimana scorsa, dunque, è cominciato uno screening a tappeto su tutto il personale e la popolazione detenuta per avere un quadro completo, scongiurando l'ipotesi che si possa arrivare a dichiarare l'istituto zona rossa. Per ovviare a questa situazione, sono state ampliate le fasce orarie per telefonate e videochiamate, e dalla scorsa settimana il Provveditorato ha chiuso gli ingressi sino a quando non sarà raggiunta la piena stabilizzazione del quadro epidemiologico, dirottando i nuovi giunti su Modena.
Dei detenuti positivi, la maggior parte è asintomatica e dunque accolta nelle sezioni Covid (tra positivi e persone in isolamento preventivo) ritagliate all'interno della struttura. Il reparto penale a oggi risulta chiuso per l'alto numero di contagi, e tutti i 75 detenuti lì accolti sono in quarantena. "Sicuramente non è la situazione di marzo - constata D'Amore - quando mancavano gel, mascherine e dpi. Oggi abbiamo tutto, le pulizie vengono fatte più volte al giorno. Riconosciamo il grande sforzo della sanità in carcere. Per ora, si naviga a vista. Ma per quanto?".
"C'è stato un aggravamento della situazione epidemiologica - continua la nota di Ianniello - anche con alcune persone ricoverate all'esterno. Secondo quanto previsto dal protocollo sanitario, le persone che risultano essersi positivizzate vengono collocate in spazi differenziati così come chi ha avuto contatti stretti con i positivi.
Vengono messe in quarantena anche le persone che presentano sintomatologia compatibile con il Covid-19 e chi ha condiviso con loro le camere di pernottamento. Di fronte a questi numeri resta ferma la necessità di deflazionare la popolazione detenuta, anche per evitare che una terza ondata possa ulteriormente amplificare le già serie difficoltà che si stanno fronteggiando in carcere".
- Modena. Pestaggi, mancato soccorso e morte: la denuncia di 5 detenuti sulla rivolta
- Modena. Cinque detenuti firmano un esposto: "Così hanno lasciato morire Sasà"
- Verona. Cancellieri contagiati, saltano i processi
- Egitto. Gli assassini di Regeni e la nostra impotenza
- Migranti. Visita del Garante dei detenuti al Cpr di Gradisca: "tempo vuoto, rischio violenza"











