Il Centro, 18 marzo 2021
Ventiquattro detenuti attualmente contagiati dal Covid e carenza di personale di sorveglianza: scatta ufficialmente la protesta degli agenti della polizia penitenziaria del carcere di San Donato.
Lo stato di agitazione è stato proclamato dal Sinappe, sindacato di categoria, che ha organizzato per venerdì 19 marzo, dalle 11.30 alle 13.30, un sit-in davanti alla palazzina Ex Prap della casa circondariale. "Molteplici sono i motivi che hanno condotto a questa agitazione", spiega Alessandro Luciani vice segretario regionale del Sinappe, "attualmente i detenuti contagiati sono 24, di cui 20 ristretti alla prima sezione giudiziaria e 4 alla penale, piano terra.
Prioritaria, per noi, è la salvaguardia della salute dei colleghi, a rischio a causa della mala gestione dei vertici del carcere". Annosa, la carenza di organico. Luciani: "Su 166 poliziotti previsti, sono solo 114 quelli effettivamente in forze, tra i quali 15 donne. Al ministero della Giustizia chiediamo l'invio di uomini, di investire in termini del rafforzamento del personale".
In ragione della carenza di agenti "vengono negati ai poliziotti penitenziari i diritti sanciti da accordi contrattuali, circolari ministeriali, leggi e decreti e il personale è costretto a permanere sul luogo di lavoro ben oltre l'orario ordinario". Altra questione sono "le continue, pericolose e intollerabili aggressioni messe in atto dai detenuti, anche affetti da patologie psichiatriche, nei confronti degli agenti che vengono esposti a livelli altissimi di stress lavorativo".
Condizioni "precarie di sicurezza a cui il Sinappe dice basta ed esorta tutto il personale a scendere in piazza", nella mattinata di venerdì, davanti al San Donato.
Una protesta che arriva, dice il sindacalista, dopo "numerose denunce e ricorsi, ma le amministrazioni penitenziarie continuano a rimbalzarsi le responsabilità, l'una verso l'altra, creando una sorta di presa in giro nei confronti degli agenti di sicurezza", chiude il vice segretario provinciale di Sinappe. Che annuncia, per oggi, "l'effettuazione di nuovi tamponi" da parte dei sanitari della Asl e dei medici del carcere, "mentre la prima dose vaccinale è già stata distribuita a 120 colleghi. Vaccinata per ora il 25% della popolazione reclusa". Sono 287 i detenuti del San Donato, tra cui molti pescaresi, ma anche stranieri, maghrebini e sudafricani. I collaboratori di giustizia, una ventina, sono isolati in un padiglione di massima sicurezza.
di Luana Costa
lacnews24.it, 18 marzo 2021
I contagiati trasferiti nella sezione appositamente allestita all'inizio della pandemia. Il segretario regionale Uil polizia penitenziaria: "È tutto sotto controllo". Il virus si è, infine, insinuato anche nelle carceri calabresi. In mattinata è arrivata la conferma della presenza di sette casi positivi tra la popolazione carceraria e gli agenti di polizia penitenziaria della casa circondariale di Catanzaro. In particolare, sono tre i detenuti di media sicurezza ad aver contratto il virus e quattro agenti.
Difficile ricostruire allo stato la catena di contatti che ha consentito di estendere il contagio all'interno dell'istituto penitenziario catanzarese. Rispetto però alla prima fase pandemica erano ripresi i colloqui all'interno dell'istituto e la presenza di educatori provenienti dall'esterno.
I tre detenuti sono stati al momento trasferiti nella sezione Covid, appositamente allestita all'inizio della pandemia. I quattro agenti risultati positivi si trovano invece in isolamento domiciliare. Alcuni hanno mostrato già sintomi febbrili ma rassicurazioni giungono sul contenimento del contagio. "È tutto sotto controllo - garantisce il segretario regionale della Uil Polizia Penitenziaria, Salvatore Paradiso. Siamo fiduciosi che grazie ad un particolare impegno da parte dell'Asp si potrà ridurre e azzerare il contagio all'interno dell'istituto penitenziario".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 18 marzo 2021
Sotto pressione i tre Sert di Palermo, con organici ridotti a livelli di guardia. "Aumenta il rischio di overdose per l'utilizzo di miscele di sostanze". Alle nove del mattino, c'è la fila davanti al Sert di via Antonello da Messina, una traversa di via dei Cantieri. Un giovane, una ragazza, una donna, un uomo di mezza età, un signore ben vestito, un altro in pantofole. I clienti del supermercato che si trova di fronte neanche ci fanno caso.
"È un'intera città che si è ormai girata dall'altra parte rispetto al tema delle tossicodipendenze", allarga le braccia il dottor Sergio Paderi, il responsabile della struttura che assiste circa 800 persone, di tutte le età. "Gli adolescenti sono in aumento - spiega - siamo di fronte a un fenomeno che sta diventando dilagante. Ma non se ne parla, e intanto continuiamo ad avere sempre meno risorse". Il nuovo piano di riorganizzazione pensato dall'Asp, che prevede organici all'osso per i tre Servizi delle tossicodipendenze di Palermo e i sette della provincia, ha sollevato le attenzioni anche della Prefettura, che ha chiesto informazioni dopo la denuncia del sindacato Cimo. Risultato: al momento, il piano è fermo.
Sembrano fortini assediati, i Sert di Palermo. "Il numero dei tossicodipendenti è in crescita - spiega il dottor Giuseppe Filippone, che guida la struttura di via Filiciuzza e l'Unità dipendenze patologiche dell'Asp - siamo passati dai 2.524 del 2019 ai 2.628 del 2020. Ed è il crack la grande emergenza. Ufficialmente, abbiamo registrato 824 consumatori nel 2020, 20 in più dell'anno precedente: 11 hanno un'età compresa fra 15 e 19 anni, 92 fra 20 e 24 anni, 137 fra 25 e 29 anni.
Ma c'è un dato sommerso, il più preoccupante: sappiamo che iniziano ad assumere crack a 12 anni, e passano in media quattro anni prima che arrivino al Sert. Ci arrivano perché hanno un problema di legge, un problema familiare o di salute". Dopo il crack, c'è l'eroina nell'inferno che dilaga a Palermo: "Sono 1.798 i consumatori registrati nel 2020, 1.818 nell'anno precedente", dicono le tabelle di Filippone. "L'abbassamento dei dati non deve affatto tranquillizzare - spiega - il lockdown ha inciso anche sulle visite al Sert".
L'ultima moda fra i giovanissimi è fumare le droghe. Anche l'eroina. La parola chiave per entrare nel dramma è soprattutto una: "Mix", miscela. Probabilmente è un mix di droghe che ha ucciso Mouad Hamzaoui, il diciottenne trovato morto lunedì in un appartamento di corso Tukory. Spiega il dottor Giampaolo Spinnato, il responsabile del Sert di via Pindemonte: "Il crack, che ha costi bassi e un effetto superiore alla cocaina, lascia un senso di irrequietezza, che i giovani fronteggiano in vario modo: con il metadone, con l'eroina, con farmaci analgesici quali l'Ossicodone, o con alcuni ansiolitici come il Ritrovil. Una miscela che fa aumentare il rischio di overdose". Ecco perché nell'inferno dei giovani di Palermo sta crescendo anche il mercato nero del metadone distribuito dai Sert: una boccetta costa 30-40 euro. Arrivano anche da Trapani, Agrigento o Caltanissetta per comprarlo. Perché l'Asp di Palermo è l'unica azienda sanitaria che utilizza il metadone con una concentrazione al 5 per cento, tutte le altre aziende usano quello all'1 per cento. "Occupa meno spazi ed è possibile distribuirlo in minor tempo - spiegano - Cinque minuti invece di 25, altrimenti avremmo file interminabili e ingestibili con un solo infermiere in servizio".
È un'altra fotografia che racconta il dramma della droga. "Ma i Sert non sono solo distributori di metadone, che resta una cura farmacologica importante - dice Paderi - sono strutture in cui operano psicologi, medici, infettivologi. Realtà nate dopo l'emergenza dell'Aids negli anni Novanta, hanno azzerato la mortalità e l'incidenza della malattia. Adesso ci attendono altre sfide, per questo non è possibile abbassare la guardia, come accade ormai da cinque anni: avevamo cinque Sert a Palermo, due sono stati chiusi, quelli di via Riolo e della Casa del Sole".
Da un anno non c'è più neanche il camper che girava per i luoghi della movida: "Un'esperienza importante - racconta Giampaolo Spinnato - con la collega Annamaria Maggio e un per un certo periodo con i volontari dell'Opera Don Calabria abbiamo trascorso tante sere a Ballarò e in altre piazze. Con la scusa di un prelievo di sangue per effettuare degli screening entravamo in relazione con i ragazzi. A Ballarò non è stato facile, ci hanno aiutato alcuni nostri pazienti del Sert, che sono diventati straordinari mediatori culturali". Quell'esperienza non c'è più. "Continua invece a esserci una commistione fra i luoghi dello spaccio e quelli della movida, cosa che non accadeva in passato - dice ancora Spinnato - Non possiamo permetterci di lasciare sguarnito il territorio, ci vuole piuttosto una presenza costante".
Droga, un Sert per gli adolescenti
Torna il tema delle risorse. Il sindacato Cimo ha denunciato pesanti tagli nel nuovo progetto di riorganizzazione dei Sert: "L'Asp di Palermo è l'azienda sanitaria che a livello nazionale dedica meno risorse a questa popolazione di pazienti". È previsto, ad esempio, un solo infermiere per struttura, impensabile che da solo possa gestire una media di 500 trattamenti farmacologici e 200 esami ogni settimana. Il piano è in fase di rielaborazione.
"Intanto, siamo pronti a un investimento straordinario di risorse per i giovani dai 13 ai 25 anni", annuncia Giorgio Serio, il direttore del Dipartimento salute mentale e dipendenze patologiche: "Un milione di euro, proveniente dai fondi di progetto del piano sanitario, per creare un Sert dedicato agli adolescenti. Abbiamo un cantiere aperto col Comune, anche per implementare l'azione attraverso operatori di strada. Una progettualità mirata - dice Serio - se poi la sperimentazione funzionerà, i servizi verranno stabilizzati". Con la speranza che il nuovo piano antidroga per aiutare i giovani di Palermo parta al più presto.
di Enzo Spiezia
ottopagine.it, 18 marzo 2021
Stavolta il carcere lo ha lasciato per davvero. Avrebbe dovuto farlo tre mesi fa, ma - meglio tardi che mai - la sua storia, emblematica di un incredibile groviglio burocratico, ha finalmente percorso il rettilineo finale. Quello che ha condotto in una struttura in provincia di Avellino, sottoposta ai domiciliari, Loredana Morelli, la 36enne di Campolattaro, sordomuta ed affetta da una forma psicopatologica, che il 15 settembre del 2019 aveva ucciso Diego, il figlio di quattro mesi.
Fin qui era rimasta nella casa circondariale di contrada Capodimonte, detenuta "sine titulo", nonostante fosse stata accertata l'incompatibilità tra il suo stato di salute e quel regime detentivo. Un caso del quale ci siamo occupati ripetutamente, ora l'epilogo atteso dai difensori della donna - gli avvocati Matteo De Longis e Michele Maselli - residente in Irpinia, per la quale l'Asl di Avellino, nel frattempo condannata dal giudice civile per non aver provveduto in precedenza, ha preparato il Piano di trattamento riabilitativo individuale.
Si tratta di una vicenda assurda, scandita da errori del Riesame rispetto all'indicazione del centro che avrebbe dovuto inizialmente ospitarla, da ritardi e, infine, anche dall'indisponibilità ad accoglierla manifestata sia suoi congiunti, sia da una clinica di Avellino, per la particolare complessità della condizione di Loredana, per la quale la Corte di assise- nuova udienza il 22 marzo - ha disposto una perizia psichiatrica, per accertarne la capacità di intendere e di volere, e di stare in giudizio, e la pericolosità sociale.
Una storia approdata oltre un mese fa anche alla Commissione giustizia della Camera, dove il presidente Mario Perantoni aveva chiesto al ministero della Salute come mai l'Asl competente non avesse ancora preparato il Piano per Loredana, e a quello della Giustizia, per sapere se in Italia la situazione di Loredana è comune anche ad altre persone.
di Michela Scandroglio
informazioneonline.it, 18 marzo 2021
Don David Maria Riboldi in diretta con il sindaco di Gorla Maggiore Pietro Zappamiglio: "Se ci sono 200 poliziotti e una sola educatrice, come si può rieducare?"
Se in un carcere ci sono 200 poliziotti e una sola educatrice, come si può rieducare? Il quesito viene posto da don David Maria Riboldi durante la diretta con il sindaco di Gorla Maggiore Pietro Zappamiglio. Don David è cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore dell'associazione della cooperativa "La Valle di Ezechiele", che si occupa del recupero lavorativo dei carcerati della casa circondariale bustese.
Durante l'incontro, don David ha esposto il suo pensiero sullo scopo che dovrebbe avere il carcere, cioè la rieducazione dei detenuti: "Uno studio recente sull'istituto di Bollate evidenzia che in esso, la recidiva si attesti sotto al 20%, mentre negli altri istituti d'Italia supera il 70%. Ciò significa che 7 detenuti su 10, escono dal carcere e ricominciano a fare quello che facevano prima". E ha proseguito: "Le carceri ci costano, la collettività spende ogni anno 3.1 miliardi e non riesce realmente a fare in modo che le persone abbiano la possibilità per cambiare. Questo non dipende dai detenuti".
In seguito, ha parlato della cooperativa "La valle di Ezechiele", diventata operativa lo scorso novembre, dando lavoro a quattro persone (ex detenuti o ai domiciliari). Al momento si occupa di selezione di componenti in gomma a Fagnano Olona, ma essendo il capannone molto grande, stanno valutando due possibilità di miglioramento e ampliamento dell'offerta lavorativa perché diventi anche più formativa. Questo per fare in modo che le persone potranno offrirsi ad altre realtà lavorative. Don David ha concluso lanciando un appello: "Ci vuole altro lavoro, tutti gli imprenditori che magari cercano terzisti o hanno piacere di partecipare a progetti di rinascita delle persone sono ben accolti".
di Danilo Loria
strettoweb.com, 18 marzo 2021
Il Progetto Biesse Giustizia e Umanità Liberi di Scegliere fa tappa all'istituto scolastico Jaci di Messina diretto dalla Dirigente Scolastica Maria Rosaria Sgro che ha voluto fortemente ospitare il progetto nel suo Istituto scolastico. La stessa Preside ha annunciato che ha adottato il libro "Liberi di Scegliere" scritto dal Giudice Roberto Di Bella Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania come strumento di educazione alla legalità.
500 studenti in videoconferenza coordinati dalla referente alla legalità dell'istituto scolastico Prof.ssa Gaia Gaudioso. All'incontro presente il Capo del Dap Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Dott. Bernardo Petralia che ha fatto una Lectio Magistralis agli studenti messinesi.il linguaggio è importante invito i giovani ad usare i verbi desiderate, amare e scegliere - la libertà di Scegliere è il bene primario della vita, la scuola ha un grande ruolo.
Pertanto è importante che gli educatori portino i giovani studenti delle scuole, a visitare le carceri dove la pena che si sconta è proprio la privazione della libertà. Sarà sicuramente un'esperienza forte ma molto educativa. il mondo carcerario è una comunità in quanto tale non va lasciata sola. serve la vicinanza di tutti. Nel corso dell'incontro dedicato anche al ricordo delle vittime Innocenti delle mafie l'intervento del giornalista e scrittore Paolo Borrometi che ha ricordato le tante vittime delle mafie e di quanto siano importanti questi momenti di educazione alla legalità che devono scuotere le coscienze dei giovani.
Le conclusioni del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania Roberto Di Bella ideatore del percorso rivoluzionario Liberi di Scegliere che offre a tanti giovani che vivono in contesti malavitosi l'opportunità di cambiare vita. Il Giudice Di Bella si racconta ai ragazzi facendo breccia nei loro cuori, racconta varie aneddoti dei tanti ragazzi che sono riusciti ad allontanarsi da contesti familiari di criminalità.
"Liberi di scegliere oggi è diventato un percorso internazionale, il grande lavoro del Presidente Di Bella ha creato un ponte tra nord e sud - conclude Bruna Siviglia Presidente di Biesse -una vera missione quella del Giudice Di Bella affinché sempre più giovani possano essere Liberi di Scegliere".
cittadellaspezia.com, 18 marzo 2021
La pandemia non ha fermato il progetto teatrale Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza". Da Villa Andreini nasce il medio metraggio "Ciò che resta - appunti dalla polvere". Cosa accadrebbe senza il teatro? Se lo sono chiesti i ragazzi coinvolti nel progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" che in due anni, assieme agli Scarti hanno partecipato al percorso teatrale realizzato tra il 2019 e il 2020 con 25 detenuti della casa circondariale della Spezia.
Questa mattina con una conferenza a distanza è stato presentato l'elaborato che si è letteralmente trasformato a causa della pandemia. L'idea principale era quella di portare uno spettacolo in teatro, al Civico, ma il Covid 19 ha imposto la chiusura di progetti e spazi. Ma sono le grandi capacità del gruppo attoriale, di chi li ha seguiti e sostenuti a cambiare, con un epilogo felice, le carte in tavola.
Ad accogliere i ragazzi non è stato un palco ma l'occhio della cinepresa. Il progetto che resta legato al teatro è diventato un medio metraggio di 35 minuti dal titolo: "Ciò che resta - appunti dalla polvere". Il progetto "Per Aspera ad Astra" è promosso da Acri e sostenuto da 11 Fondazioni di origine bancaria, tra le quali Fondazione Carispenzia, è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo.
Nel corso della presentazione il presidente della Fondazione Carispezia Andrea Corradino ha ricordato l'importanza dell'intero progetto: "Nonostante la pandemia non abbiamo voluto disperdere l'esperienza del carcere e il progetto si è sviluppato nel massimo rispetto degli obblighi sanitari. Ne è nato un corto metraggio che racconta questo percorso dal punto di vista teatrale e cinematografico. Il 26 marzo poi verrà rappresentato al Giornata mondiale del teatro alla presenza del ministro Dario Franceschini. Siamo orgogliosi di aver partecipato con Fondazione Carispezia. Questa esperienza è nata dal contatto con Acri e tra le fondazioni che si intreccia con quello che è il percorso della compagnia della Fortezza.
"E' un progetto importantissimo per far conoscere la realtà del carcere e dei detenuti - ha aggiunto -. Gli istituti penali e chi vi abita sono un mondo che per molti non fa parte della nostra società, ma non è così. La risposta in questo senso arriva dal carcere stesso. Questa esperienza è formativa, utile anche per la formazione professionale. Insegna a recitare e si fonda su altre esperienze: ne sono nati tecnici, fonici e i detenuti hanno acquisito competenze necessarie. Sostenere questi progetti rientra nei compiti essenziali delle fondazioni. Questa idea è in linea con il pensiero del ministro della Giustizia Cartabia su una visione diversa del carcere e dell'esecuzione della pena. Le fondazioni sono state propositive dobbiamo ringraziare Villa Andreino, i detenuti che hanno partecipato con grande entusiasmo e gli Scarti che lo hanno reso possibile. Alla Spezia è stato fatto un grande lavoro. Con gli Scarti rapporto consolidato e non possiamo che ringraziarli per la loro competenza. La prosecuzione di questo progetto è importante e speriamo che per la prossima edizione sia possibile assistere allo spettacolo dal vivo".
Giorgio Righetti presidente dell'Acri è il motore e ideatore del progetto: "Il ministro Cartabia ci fa capire che c'è sempre una speranza. Sarebbe stato impensabile in passato, ora si apre orizzonte. Per me partecipare a questi momenti è motivo di grande piacere. Dimostra che questo progetto, che raccoglie 10 fondazioni e 12 compagnie teatrali negli istituti di pena, è valido e meritevole del nostro impegno. 'Aspera ad Astra' non è opportuno ma necessario progetti come questo servono ancora di più in un momento complesso. Il trailer potentissimo e straordinario, fa venire i brividi. Il progetto poi nasce nelle attività che Acri promuove per portare su scala nazionale attività che si fanno a livello locale. Tra i tanti progetti che Acri porta avanti a questo è uno di quelli a cui tengo di più. Acri porta avanti anche progetti da centinaia di milioni di euro, questo ha un budget più ridotto ma nel suo piccolo è grandissimo".
"Tra i suoi obiettivi non c'è soltanto il reinserimento del detenuto - ha aggiunto Righetti -. Il teatro è un mezzo, ma in questo progetto l'arte non è uno strumento: arte, cultura e teatro sono un diritto anche per coloro che sono privati della libertà. Per questo motivo riteniamo che portarlo negli istituti di pena produce come sottoprodotto anche la riabilitazione. Il diritto alla bellezza e all'arte sembrano un'utopia ma possono diventare realtà. Ne siamo profondamente convinti: non usiamo il teatro per rendere meno dura la detenzione ma anche per preparare il futuro. L'arte è una liberazione. Normalmente i progetti di Acri arrivano da grandi fondazioni anche di grande capacità. Qui parte dalla Fondazione di Volterra, piccola in un carcere periferico dove Punzo da 30 anni va avanti: noi la estendiamo a livello nazionale.
E' la dimostrazione che una piccola fondazione che può insegnare qualcosa e per noi è grande orgoglio. Quando è cominciata la pandemia alle fondazioni sono state fatte una serie di richieste per soddisfare delle esigenze economiche e sanitarie. Noi lo abbiamo fatto nei limiti delle nostre possibilità e ma dovevamo anche occuparci di cultura. Non credevo che fosse possibile ma sono felice nel dirvi che sono stato smentito: le fondazioni sono rimaste sempre sensibili sui temi della cultura. Lo facciamo anche a costo di scontrarci con elementi di natura diversa. Lavorare in carcere è difficile e la situazione attuale anche ma non volevamo rinunciarci quindi abbiamo fatto appello alla creatività. I detenuti e gli Scarti lo hanno fatto così è nato 'Ciò che resta della polvere'".
Annarita Gentile la direttrice della casa circondariale spezzina ha spiegato: " Il mio ringraziamento va a Fondazione e Acri, con la pandemia il sostegno è stato fondamentale e ringraziando gli Scarti è stato possibile rimodulare il progetto. Nonostante tutte le limitazioni del caso siamo riusciti ad andare avanti. L'esperienza dai detenuti è stata affrontata con entusiasmo e gioia, alcuni di loro sembrano nati per fare il teatro. Nonostante il momento vedere questa gioia ci ha spinti a continuare ed è stato possibile anche perché non abbiamo avuto casi positivi all'interno. Ci sono detenuti che da 3 anni seguono questo progetto hanno seguito e si sarebbero dovuti esibire al Civico, ora speriamo di vederci all'esterno".
Dall'area trattamentale ha parlato Licia Vanni: "I miei ringraziamenti non sfociano nella retorica. Dico soltanto che vedo quotidianamente gli effetti dell'attività teatrale in carcere, dove lavoro da 30 anni. Queasta attività ha migliorato il clima complessivo del carcere: una ricerca dimostra che ha un impatto enorme per tutti quelli che partecipano e che vogliono partecipare. Nonostante la pandemia riempisse di angoscia siamo arrivati ad un grande risultato. Da anni volevamo lavorare con gli Scarti e ho confermato che avevo ragione (ride, NdR) perché con loro si è venuto a creare un percorso straordinario, io mi incanto a guardare le prove. e ho imparato davvero molto. Il peso della rieducazione è grande per un carcere se la società ci viene incontro".
Per gli Scarti hanno parlato Renato Bandoli ed Enrico Casale. "Quando è arrivata la pandemia ci siamo chiesti come avremmo potuto proseguire - ha detto Bandoli - Abbiamo messo al centro il progetto. In una cella abbiamo costruito un set cinematografico, lavorandoci in estate, abbiamo passato li le nostre vacanze e ne siamo orgogliosi. Uno dei ragazzi nel corso della lavorazione ha finito la sua pena e gli abbiamo chiesto di restare con noi ed è accaduto. Speriamo di poter debuttare fuori dal carcere come è stato fatto per "Incendi", nella speranza che in estate sia possibile. 'Cio che resta della polvere' non è nulla di miracolistico: solo lavoro e sudore. Capirete anche perché abbiamo sofferto. Abbiamo scommesso su questa esperienza. Il lavoro che facciamo con i detenuti è semplice: attiviamo l'immaginazione contro l'emarginazione. Vogliamo riattivare ciò che è peculiare dell'essere umano: avere conoscenza di ciò che si fa". Enrico Casale ha aggiunto: "In questa esperienza c'è una sinergia incredibile tra la compagnia, il carcere e la Fondazione: tutto è in equilibrio perfetto. Vorrei anche ringraziare la Polizia penitenziaria per la disponibilità estrema e la grande umanità per tutta la realizzazione del film".
Casale ha poi voluto far parlare alcuni degli attori, detenuti, coinvolti nel progetto definendoli "i nostri Tom Cruise". Il primo a parlare è Luca Colli: "Ho avuto la fortuna di partecipare già nel 2019. C'è stata una grande differenza tra le due esperienze alle quali ho partecipato. C'è sempre l'adrenalina del teatro. Quest'anno davanti alla cinepresa era diverso. Ho rivisto tutto ed è stata una grande soddisfazione. Nella mia scena: passo tra i compagni, io sono la loro ombra. Volevo ringraziare tutti, loro in particolare. Spero di tornare a fare teatro davanti a un pubblico". Dopo di lui ha parlato Samir Khamassi: "È stata un'esperienza importante, il fatto che il progetto sia cambiato in corsa ha portato qualche difficoltà. In estate alcuni compagni hanno recitato con i cappotti, io stesso all'inizio ho avuto qualche difficoltà. Il mio ruolo mostra l'immagine di un uomo potente che poi si ritrova nudo. Mi ha dato forti emozioni: la nudità mi ha portato a sentirmi come se fossi nato una seconda volta. Non sono più l'uomo che ero prima, oggi sono profondamente cambiato, arricchito so cosa siano rispetto ed educazione. Il teatro ha fatto questo per me. Ora stiamo facendo un altro progetto: grazie a tutti voi".
A chiudere le testimonianze è Alessandro Joil: "Se mi avessero chiesto cosa fosse il teatro, in passato, non sarei stato in grado di rispondere. Oggi posso dire che è libertà. In questo lavoro non abbiamo mai recitato con un copione, io sono una statua che poi diventa un filino di ferro. È un messaggio: guardate sempre oltre, dietro a quello che vedete c'è sempre una persona. Speriamo davvero di poterci vedere in teatro". Il medio metraggio "Ciò che resta - appunti dalla polvere" è visibile in versione integrale qui: https://www.progettocult.it/movie/cio-che-resta-appunti-dalla-polvere
regione.lazio.it, 18 marzo 2021
A conclusione del corso "Versi liberi", la Nazionale italiana poeti incontrerà la neonata rappresentativa di detenuti poeti. La Nazionale italiana poeti, associazione culturale - sportiva non profit, sta curando "Versi liberi", laboratorio di poesia nella casa circondariale di Velletri. Il laboratorio, iniziato il 16 dicembre 2020, terminerà il prossimo 21 aprile 2021 con la pubblicazione di un'antologia contenente i componimenti poetici dei detenuti partecipanti. Inoltre, per festeggiare l'uscita del volume, nel mese di giugno, in istituto (data ancora da stabilire per ragioni legate alla pandemia) si svolgerà una partita di calcio tra la Nazionale italiana poeti e la neonata rappresentativa di calcio poeti istituto Velletri. Durante la partita saranno lette le poesie dell'antologia.
"L'obiettivo - spiega Michele Gentile, fondatore e segretario della Nazionale italiana poeti - è quello di coniugare cultura e sport, per promuovere e divulgare la poesia all'interno di eventi e manifestazioni sportive. La Nazionale italiana poeti è la prima e unica squadra di calcio al mondo a portare concretamente all'interno degli stadi libri di poesie e a creare spazi e momenti di lettura pubblica. Una vera rivoluzione culturale, perché, attraverso il gioco del calcio, si è arrivati a interessare vaste platee circa la poesia facendo allo stesso tempo beneficenza".
Presidente onorario del team è Gianni Maritati, scrittore, vicecapo redattore cultura e spettacolo del Tg1. Uno degli sponsor della Nazionale italiana poeti, il birrificio romano Contromano del mastro birraio Luca Speranza, provvederà a dotare del completino di gioco anche la squadra dei detenuti poeti della casa circondariale di Velletri.
"Grazie al ministero della Giustizia - conclude Gentile - alla direzione e a tutti gli operatori penitenziari di Velletri, grazie alla partecipazione attiva ed empatica dei detenuti, si è dato vita ad un prezioso percorso culturale, sportivo e sociale che sta arricchendo umanamente tutte le parti attive di questa esperienza davvero speciale". https://www.nazionaleitalianapoeti.it
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 18 marzo 2021
La Banca mondiale ha stimato che nel 2020 siano finiti in povertà tra i 119 e i 124 milioni di persone a causa della pandemia e prevede che pure quest'anno il numero dei poveri aumenti di altri 20-40 milioni. I più ricchi del mondo si sono presi uno spavento - probabilmente molto minore di quello del resto della popolazione - un anno fa, quando è scoppiata la pandemia da Covid-19. Tra marzo e giugno 2020, i patrimoni dei cosiddetti Uhnwi - gli individui con una ricchezza superiore ai 30 milioni di dollari - erano scesi tra il quattro e il 5%. I valori dei beni mobili e immobili sono poi risaliti, al punto che la popolazione di Uhnwi è cresciuta del 2,4% nel 2020, a un totale di 521.653 persone nel mondo - secondo il Wealth Report 2021 della società di consulenza Knight Frank. Il 36% dei miliardari in dollari vive in Asia, il 31% nell'America del Nord, il 18% in Europa. I milionari stanno invece per il 42% in Nordamerica, per il 29% in Europa e per il 22% in Asia. Il numero di coloro con più di 30 milioni di patrimonio è aumentato in gran parte del pianeta, con una punta del 12% in Asia; cali solo in Russia (-21%), America Latina (-14%) e Medio Oriente (-10%).
Le cose sembrano andare poco bene (si fa per dire) per gli Uhnwi italiani, calati l'anno scorso del 3% a 10.441 persone (ma in Francia sono diminuiti del 9%, in Spagna del 14%, in Grecia del 33%). Al polo opposto, il numero di cinesi con più di 30 milioni di proprietà mobiliari e immobiliari è cresciuto del 16% (quello degli americani del 4% e dei tedeschi del 3%). Lo studio di Knight Frank indica anche quante sostanze occorre avere per entrare nel club dell'1% dei più ricchi. In Italia servono 1,4 milioni di dollari. A Montecarlo, 7,9; in Svizzera, 5,1; negli Stati Uniti, 4,4. In India bastano 60 mila dollari. Sin qui, la versione dei facoltosi. C'è naturalmente un versante opposto. La Banca mondiale ha stimato che nel 2020 siano finiti in povertà tra i 119 e i 124 milioni di persone a causa della pandemia. Tra l'aumento del numero dei molto ricchi e quello dei molto poveri non c'è una relazione diretta: non è che quello che guadagna uno venga sottratto all'altro. È però evidente che, dopo vent'anni in cui il numero dei ricchi aumentava e in parallelo quello dei poveri calava, in un anno in cui non si è creata ricchezza nuova a livello globale la pandemia ha avuto effetti divergenti. È probabile che i patrimoni dei più ricchi crescano anche nel 2021. La Banca mondiale prevede invece che pure quest'anno il numero dei poveri aumenti di altri 20-40 milioni.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 18 marzo 2021
Un certificato faciliterà gli spostamenti a chi è vaccinato o negativo ai test. Bruxelles lo promette entro giugno, con uno sprint sulle somministrazioni. Ora deve fare i conti con la crisi di fiducia. Ieri, dopo il collegio dei commissari, Ursula von der Leye nha presentato la proposta di passaporto Covid da realizzare entro giugno.
L'Unione europea per quel che riguarda le vaccinazioni si confronta con un problema di fiducia. Trust, fiducia appunto, è una delle parole pronunciate più di frequente ieri da Ursula von der Leyen, la presidente dell'esecutivo Ue, da Thierry Breton, commissario al Mercato interno, che ha il compito di aumentare la produzione europea di dosi, e da Didier Reynders, che ha la delega alla Giustizia e ha dettagliato la proposta di "passaporto Covid".
La campagna di vaccinazioni europea "ha avuto un inizio difficile", dice von der Leyen, che però parla di "buone notizie e progressi fatti"; punta su un aumento delle consegne nel secondo trimestre, anche grazie all'arrivo dei vaccini Johnson&Johnson (per i quali basta una dose) e conferma l'obiettivo del 70 per cento di adulti vaccinati entro fine estate. La presidente fa però alcuni distinguo: tra Pfizer, "che è affidabile, su cui sappiamo di poter contare" e con la quale c'è stata martedì la stretta di mano per nuove dosi in arrivo, e AstraZeneca che invece "ha consegnato ben al di sotto dei numeri concordati". Nel primo trimestre dovevano arrivare 90 milioni di dosi e saranno un terzo; "ciò ha dolorosamente rallentato la nostra velocità nel vaccinare". Stoccate ad AstraZeneca, e pure al Regno Unito: il controllo dell'export attivo da febbraio si è tradotto in un solo blocco effettivo delle esportazioni (quello italiano con una partita AstraZeneca diretta in Australia); ma "ha reso evidente, dati alla mano, quanto sia squilibrata la situazione: noi su 314 richieste di esportare ne abbiamo rifiutata solo una, e dall'Ue sono uscite 41 milioni di dosi, verso 33 paesi; gli altri paesi non sono altrettanto "aperti" con noi"; il riferimento è a Londra. La presidente della Commissione conclude comunque con un messaggio di fiducia: ripete che " I trust AstraZeneca, ho fiducia in AstraZeneca e nei vaccini". Si dice convinta che la dichiarazione attesa da Ema oggi "farà chiarezza" e dice che è giusto dare agli scienziati tempo per uno scrutinio scrupoloso visto che hanno sulle spalle grandi responsabilità.
La Commissione lancia la sua proposta di "certificato verde digitale"; dice Reynders, "Bruxelles vuole arrivare a giugno con il progetto realizzato". Di che si tratta? Di un codice QR che certifica che si è vaccinati, che si è guariti dal Covid-19 o negativi al test. Il codice è uno strumento digitale, ma può essere esibito anche stampato su carta, "sua madre anziana non si deve preoccupare", ha risposto Reynders a un giornalista. Il certificato, che sarà gratuito e riconosciuto in tutti gli stati membri, servirà come strumento per favorire la libertà di circolazione di chi è vaccinato o può attestare di non avere Covid-19.
Con l'inizio della campagna vaccinale, alcuni paesi mediterranei come Grecia, Portogallo e Spagna, pensando alla stagione turistica, hanno spinto perché l'Ue stabilisse criteri e strumenti condivisi per spostarsi. La questione ha rischiato di essere politicamente divisiva, per una serie di ragioni. In alcuni paesi in particolare, e in Ue in generale, le vaccinazioni sono iniziate con lentezza, e condizionare gli spostamenti al vaccino rischiava di introdurre un obbligo de facto a vaccinarsi; obbligo il cui esercizio le istituzioni non potevano garantire.
Mentre in Spagna l'80 per cento è favorevole a vaccinarsi (la rilevazione è YouGov), in Francia solo il 50, in Germania il 64, e questi due paesi erano infatti reticenti. La questione è stata sciolta garantendo un'alternativa al vaccino: il test, appunto, o l'attestazione che si è guariti dal virus. Un altro punto sensibile è: quali vaccinazioni riconoscere? L'Ungheria ad esempio ha autorizzato i vaccini russo e cinese, sui quali Ema non si è espressa. Bruxelles riconoscerà, per il certificato, solo i vaccini approvati da Ema, ma consente agli stati di fare deroghe e accogliere anche chi ha ricevuto altri tipi di vaccini.
In generale, il criterio utilizzato dalla Commissione è proprio quello di fornire strumenti comuni, interoperabili tra uno stato e l'altro, ma di lasciare ai governi il loro margine di autonomia - e quindi anche una larga fetta di responsabilità politica. Bruxelles si fa comunque garante di alcuni aspetti: che il passaporto, per come è concepito, non sia discriminatorio (anzitutto verso chi non è vaccinato); che tuteli i cittadini sul fronte della privacy e del trattamento dei dati.
Il certificato conterrà solo le informazioni strettamente indispensabili, e i paesi nei quali i cittadini transitano non potranno conservare i dati. "In pratica - dice Roberto Reale, fondatore dell'osservatorio sull'innovazione Eutopian - l'Ue costruirà un hub, una infrastruttura tecnologica, con lo scopo di verificare la validità delle firme digitali che provengono da ogni stato". Per firma digitale si intende il marchio dell'autorità nazionale che rilascia il certificato di vaccinazione, di test o di guarigione.
L'Ue provvede alla interoperabilità del sistema; dopodiché, dice Reale, "spetterà ai governi declinare il progetto al loro interno". Questo entro giugno. Intanto, sottolinea von der Leyen, "la situazione epidemiologica peggiora, i paesi fanno fronte a terza ondata e varianti". In Italia ieri sono stati registrati 23.059 nuovi casi, 431 i decessi. A livello europeo, l'Ecdc dice che non siamo affatto a buon punto nel monitorare e nell'arginare le varianti.
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