Il Gazzettino, 14 dicembre 2020
Prima vittima del Covid-19 in un carcere del Friuli Venezia Giulia. Nel reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Cattinara, a Trieste, venerdì è morto Mario Coco Trovato, 71 anni, fratello minore del boss della ndrangheta Franco Coco Trovato, di cui era diventato l'erede dopo la sua cattura e la condanna all'ergastolo.
Il 71enne era in regime di 41bis a Tolmezzo. Si era contagiato a fine novembre, quando nella struttura di massima sicurezza è entrato il virus. Inizialmente aveva colpito 118 su 200 detenuti. Dopo un picco di 155 malati, fra cui molti erano asintomatici, adesso la situazione comincia a migliorare. I negativi la scorsa settimana sono saliti a 147 e oggi probabilmente la direttrice Irene Iannucci riceverà l'esito dei tamponi effettuati nella giornata di venerdì. I positivi dovrebbe essere rimasti circa una ventina.
Per Trovato - come per altri quattro detenuti che stanno scontando pena a Tolmezzo - si era reso necessario il ricovero in ospedale. Il 24 novembre era stato accolto in pronto soccorso a Tolmezzo, l'indomani a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, era stato trasferito a Trieste. Altri due detenuti sono stati invece trasportati a Verona. Dei cinque accolti in ospedale perché avevano contratto la polmonite o avevano difficoltà respiratorie, due sono stati dimessi e sono tornati nella struttura carceraria tolmezzina.
Trovato doveva scontare una pena a definitiva a 15 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso (era stato arrestato nell'aprile 2014 nell'ambito dell'inchiesta Metastasi in Lombardia, dove il boss operava a Lecco). Aveva preso il posto del fratello ormai confinato al 41bis, si era reso protagonista di estorsioni e spedizioni punitive, aveva tessuto alleanze con altri esponenti della criminalità organizzata e attraverso uomini di fiducia si era infiltrato nel municipio di Lecco. Il 71enne era in buone condizioni di salute. Era uno sportivo e in carcere a Tolmezzo si alzava sempre presto al mattino per fare attività fisica. Subito dopo il contagio, le sue condizioni si sono aggravate rendendo necessario il ricovero in ospedale.
Nelle strutture carcerarie da marzo si presta molta attenzione per evitare i contagi. Ma i detenuti usano le stesse docce, dormono in cella spesso sovraffollate e mantenere le distanze diventa impossibile. A Pordenone e a Udine, nonostante si tratti di case circondariali vecchie e con spazi limitati, non ci sono state criticità.
A Tolmezzo, dove i contagi hanno interessato anche una trentina di persone tra il personale dell'amministrazione penitenziaria, la situazione sta rientrando. A Trieste, nel Coroneo, ha contratto il Coronavirus circa un centinaio di persone tra detenuti e guardie penitenziarie. Sul caso di Tolmezzo era stata inviata da parte di un legale del Foro di Udine una lettera al ministero della Giustizia, al ministero della Salute, al Dap e al Garante nazionale delle persone private della libertà. Si puntava il dito contro la gestione medica all'interno della struttura in merito al ritardo con cui sono stati sottoposti ai tamponi quei detenuti che avevano i sintomi del Covid: febbre, tosse, raffreddore, mal di testa. Questo avrebbe messo a rischio tutti quegli utenti - avvocati, insegnanti e gli stessi operatori penitenziari - che per ragioni di lavoro accedono al carcere.
varesenews.it, 14 dicembre 2020
Nuove forme di cucina frutto di sperimentazione e coesione: "La maggior parte dei detenuti cerca di ricreare giorno per giorno pietanze che li facciano sentire bene". Natale 2020: sotto l'albero solo regali solidali arriva martedì prossimo in libreria Cucinare al Fresco Christmas Edition, 118 pagine di puro gusto, con ricette proposte e scritte dai detenuti e dalle detenute delle carceri italiane, tra cui anche i Miogni di Varese. Sponsor di questa pubblicazione natalizia, il Rotary Club Como.
"Abbiamo aderito con grande entusiasmo questa iniziativa editoriale a sostegno dei progetti a favore dei detenuti delle nostre Case Circondariali. - spiega il Presidente del Rotary Club Como, Alberto Grandi - Una raccolta di ricette frutto di un incontro fra culture e nazionalità, sperimentazioni e tradizioni che trasforma la quotidiana abitudine della preparazione del pasto in un momento stimolante, creativo e perché no anche ludico. È uno strumento che avvicina chi sta fuori a chi sta dentro, facendo conoscere realtà e persone attraverso un tema che coinvolge quotidianamente ognuno di noi: il cibo".
Nato tre anni fa al carcere del Bassone, Cucinare al fresco è una testata giornalistica condivisa nelle carceri di tutto il Paese. Un progetto di volontariato, coordinato da Arianna Augustoni insieme ad Alessandro Tommasi e Giuseppe Bevilacqua per la parte grafica. Filippo Guatelli per la parte video, Dario Consonni e Nicolò Augustoni per quella social, oltre a numerosi volontari che, di volta in volta, sostengono l'iniziativa. Ricettari semplici, ma spassosi, profumati e, soprattutto pieni di umanità perché ogni piatto viene pensato e studiato dai redattori che fanno proposte utilizzando ingredienti e strumenti a loro disposizione.
Ancora una volta il cibo unisce, riempie i cuori, porta a realizzare qualcosa di buono. Una speranza, una consapevolezza, ma soprattutto, una sfida, un volersi rimettere in gioco e raccontare, attraverso il cibo, esperienze e ricordi. Una sperimentazione che in molti hanno definito vincente perché mette a sistema i detenuti e le detenute che, attraverso le proprie esperienze, si rimettono in gioco e chiedono di portare la loro voce all'esterno. Un'iniziativa positiva perché questo percorso tiene conto di un elemento fondamentale: la riabilitazione. È una riabilitazione sociale per ovviare ai rischi dell'inezia che nuoce a tutti.
"I rischi dell'inattività in carcere sono una costante e rappresentano un grave male per la popolazione carceraria. - spiega Arianna Augustoni - Rimanere nell'inattività, aspettando che il tempo passi senza scopo, senza avere uno scopo non permette di riflettere sulla propria vita, su se stessi e sulle situazioni che hanno portato la persona stessa a vivere nell'illegalità o a essere incarcerato. Oziare significa solo aggravare la situazione in cui vivono i detenuti, non aiuta certo a migliorarsi".
Partendo da questa riflessione al carcere di Como è nata l'idea che ha permesso ad alcuni gruppi di detenuti di impegnarsi per realizzare un prodotto editoriale che è riuscito a mettere in collegamento la vita dei reclusi con quella della società esterna. Una sperimentazione che ha colto nel segno diventando un progetto esportato in tutta Italia. L'iniziativa infatti è approdata nelle carceri milanesi di Bollate e Opera, Varese, Sondrio, Perugia, Alba, Pavia, Monza, Locri e Vibo Valentia.
Un tam tam tra vertici dell'Amministrazione penitenziaria che ha catturato l'attenzione dei direttori degli Istituti fino a coinvolgerli in prima persona. Attraverso i referenti dell'area educativa, i detenuti e le detenute vengono invitati e invitate a scrivere ricette preparate con ingredienti e strumenti a loro disposizione. Ogni persona può inviare direttamente alla redazione di Cucinare al Fresco, al carcere del Bassone di Como, un proprio contributo.
Ecco come cambia in un carcere il rapporto con il cibo. La maggior parte dei detenuti cerca di ricreare giorno per giorno pietanze che li facciano sentire bene, come a casa propria. È una relazione collegata anche a una ricerca diretta non solo delle materie prime, ma anche delle dotazioni per realizzare le ricette. Sembra un rapporto meno scontato di quello che possiamo avere noi all'esterno.
In carcere è innegabile che si impara ad apprezzare il cibo, a sperimentare, attraverso la fantasia, nuove forme di cucina, ma soprattutto, sviluppa il senso del ricordo legato a una determinata pietanza e spesso la volontà di "riconquistare" un certo tipo di alimentazione, senza accettare passivamente quello che gli viene servito dal vitto.
di Valentina Silvestrini
artribune.com, 14 dicembre 2020
La Casa circondariale? "Può e vuole diventare un riferimento di eccellenza in grado di trasformare la reclusione in un'opportunità di crescita grazie all'apertura verso l'esterno". Parola di Giacinto Siciliano, Direttore della Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore, che con Triennale Milano ha indetto il concorso di idee "San Vittore, spazio alla bellezza".
Rompere il silenzio che avvolge l'edilizia carceraria italiana, agendo in una delle strutture simbolo della regione con il più alto numero di detenuti - ovvero la Lombardia - può essere immediatamente riconosciuto fra i meriti del concorso di idee San Vittore, spazio alla bellezza, lanciato questa settimana da Triennale Milano e dalla Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore. Parte integrante della collaborazione avviata nel 2018 tra le due istituzioni milanesi (che hanno fin qui condiviso il progetto culturale ti Porto in prigione e la successiva esperienza di PosSession, con il suo focus sulla detenzione femminile e sulla pratica quotidiana dell'arte come strumento di recupero), il bando prova a misurarsi col nervo costantemente scoperto della situazione carceraria italiana, facendo appello all'intera comunità dei progettisti in attività, con un'attenzione per gli under 40 e per gli iscritti agli albi degli architetti e degli ingegneri di Milano e provincia.
Da anni afflitte dal sovraffollamento, che secondo le ricerche condotte dall'Associazione Antigone nel 2019 sfiorava il 120%, spesso ricavate in edifici datati, al centro di ricorrenti interventi manutentivi, le case circondariali (e le loro criticità) continuano a essere una presenza ciclica nell'agenda dei governi italiani, senza tuttavia aver fin qui incoraggiato quel radicale ripensamento della condizione detentiva da più parti auspicato.
Tuttavia, in fase pre-Covid, proprio Antigone rilevava, fra le novità emerse a livello ministeriale, "il forte accento posto sulla possibilità di ristrutturazione di fabbricati o di riconversione a carceri di edifici nella disponibilità dello Stato". Potrebbe trattarsi di uno scenario potenzialmente estendibile anche alla Casa Circondariale San Vittore? Il carcere milanese è già più volte finito al centro dibattito politico cittadino per la possibilità di uno spostamento della sua sede (i cui lavori di costruzione si conclusero nel 1889) in un'area extraurbana. Dibattito accompagnato dall'inevitabile carico di opinioni divergenti sul destino della struttura in uso e della zona in cui essa ricade.
Nell'incertezza del quadro complessivo, il concorso di idee - sviluppato in collaborazione con Fondazione Maimeri, con il supporto di Shifton e dell'Associazione Amici della Nave -, prende intanto in esame le condizioni attuali di San Vittore e le effettività possibilità di intervento nello stabile e nell'area di sua pertinenza. Architetti, designer, urbanisti e ingegneri, in forma individuale o previa costituzioni di gruppi, sono invitati a sviluppare idee in grado di "promuovere una nuova concezione di casa circondariale attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità". Per la casa circondariale si tratta di "ritrovare la sua centralità nel contesto penitenziario e in quello cittadino, attraverso la progettazione di funzionalità nuove e un pensiero complessivo sulla struttura di forte impatto su detenuti, personale, cittadini e città".
Un obiettivo che potrà essere perseguito operando in sei distinti ambiti di studio, definiti a priori dal bando: il "macro tema" Integrazione con la città è stato declinato in "Area verde/Giardino" e "Area incontri e colloqui"; quello denominato Comunità e spazi abitativi si concentra sulle "Celle e sezioni maschili" e sulle "Celle e sezioni femminili"; in Ricreatività e Benessere, infine, a essere presi in esame sono "Cortili di passeggio" e "Area verde personale, bar/mensa".
L'identificazione di tali settori risulta fondamentale nella prima fase del concorso, in cui ai candidati è richiesto "di sviluppare un concept che delinei la strategia e gli obiettivi progettuali riferiti alle aree di studio individuate", definendo per almeno due tipologie di spazi "necessità, criticità, potenzialità", in modo tale da "proporre approcci progettuali, metodologie". Tali contenuti andranno restituiti attraverso una relazione/manifesto e l'elaborazione di complessive quattro immagini.
Sugli esiti del concorso sarà chiamata a esprimersi una commissione, composta da cinque membri, ovvero esperti nel campo dell'architettura, design, urbanistica e sociologia: entro il mese di febbraio 2021, verranno selezionati sei candidati (senza graduatoria). A ciascuno sarà quindi assegnato un caso studio; con l'affiancamento del team di ricerca, l'organizzazione di sopralluoghi e rilievi presso la Casa Circondariale prenderà il processo di sviluppo dei progetti, da ultimare entro giugno 2021. L'iniziativa, che è coordinata da Lorenza Baroncelli, Direttore artistico e curatore per architettura, rigenerazione urbana e città di Triennale Milano, prevede per il mese di luglio 2021 una serie di eventi pubblici finalizzati alla presentazione dei risultati.
Per Giacinto Siciliano, Direttore della Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore, "questa nuova concezione di casa circondariale ha l'obiettivo di cambiare la percezione di questo luogo e innescare un nuovo circolo virtuoso in grado di far ripartire un pensiero positivo iniziando dalla bellezza degli spazi che lo ospitano. La casa circondariale può e vuole diventare un riferimento di eccellenza in grado di trasformare la reclusione in un'opportunità di crescita grazie all'apertura verso l'esterno e a un cambiamento guidato da un pensiero complessivo sulla consapevolezza che la bellezza possa suscitare spontanee sensazioni piacevoli, provocare suggestioni ed emozioni positive e generare un senso di riflessione costruttiva".
Infine, Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, sottolinea che "Triennale sta portando avanti in modo sistematico collaborazioni con diverse realtà del territorio cittadino, accogliendo iniziative culturali con cui condivide obiettivi e progettualità per essere sempre di più un luogo inclusivo, sensibile alle urgenze del contemporaneo.
Il dialogo tra Triennale e la Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore è sempre più intenso e proficuo. Le nostre due realtà si trovano a poche centinaia di metri l'una dall'altra, ma la distanza tra loro è enorme". Resta sullo sfondo la domanda però: ha senso intervenire su un edificio vecchio e su una galera di concezione ottocentesca cercando di migliorarla o avrebbe più senso valorizzare l'immobile con altre destinazioni e costruire ai margini della città un carcere realmente moderno?
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 14 dicembre 2020
L'importanza del regolamento dell'Unione europea - in via di approvazione definitiva- sta certamente nell'inserimento nel bilancio pluriennale del piano di finanziamento chiamato Next Generation Eu. Il piano rappresenta una straordinaria novità, non solo per l'enormità delle somme che verranno distribuite tra gli Stati membri, ma anche perché prevede che l'Unione si procuri quelle somme reperendole sul mercato, come nuove risorse proprie, non richieste ai singoli Stati membri.
Buona parte delle discussioni tra i governi nel recente passato hanno proprio riguardato questa novità, che rafforza in modo decisivo la soggettività propria dell'Unione, distinta da quella dell'insieme degli Stati che ne fanno parte. Che il blocco imposto dal veto di Polonia e Ungheria alla approvazione del bilancio e, quindi, di tale meccanismo sia stato superato dai capi di Stato e di governo nella recente riunione del Consiglio è dunque ragione di soddisfazione, poiché il futuro degli Stati membri dipende dal rafforzamento dell'Unione.
Ma un altro tema era in discussione nel Consiglio europeo e la soluzione accolta per superare il veto di Polonia e Ungheria non giustifica l'atmosfera euforica che l'ha accompagnata. Si sa che da tempo vi sono serie preoccupazioni e proteste per l'adozione in alcuni Stati membri di leggi o di prassi incompatibili con i valori su cui si fonda l'Unione. Secondo il Trattato istitutivo, è essenziale lo Stato di diritto di cui l'indipendenza dei giudici, il pluralismo dei media, il rispetto delle minoranze, il divieto di discriminazioni sono elementi costitutivi. Ultimamente Polonia e Ungheria, per più di un motivo, hanno dato luogo anche ad iniziative delle istituzioni dell'Unione sia nel Parlamento europeo, sia davanti alla Corte di Giustizia. Frutto di questa situazione è stato lo svilupparsi di una discussione che voleva condizionare al rispetto dello Stato di diritto l'erogazione degli ingenti fondi ordinari che gli Stati ottengono dall'Unione.
Era ed è il testo stesso del Trattato che impone, come condizione dell'appartenenza all'Unione e di possibile sanzione in caso di violazione, il rispetto dei valori dello Stato di diritto ed era ovvio, nell'ambito di quel dibattito, che ogni aspetto della realtà che andava sviluppandosi negli Stati sarebbe stata presa in considerazione. Un primo importante passo per rafforzare il controllo della coerenza degli Stati rispetto all'impegno preso in ordine ai valori fondanti l'Unione si è visto nel progetto di regolamento approvato dal Parlamento europeo per l'istituzione del Next Generation Eu, poiché l'erogazione dei fondi vi è condizionata al rispetto dei principi dello Stato di diritto da parte degli Stati beneficiari. È quel legame che Polonia e Ungheria hanno rifiutato, ponendo il loro veto alla approvazione del bilancio dell'Unione.
Il loro veto è stato ora tolto. Stando alle dichiarazioni pubbliche, tutti sono soddisfatti. Vediamo però cosa è avvenuto. Nonostante quanto voluto dal Parlamento europeo il legame tra finanziamenti e osservanza delle regole fondanti dell'Unione è ridotto a quasi nulla; per certi versi è persino snaturato. Le conclusioni del Consiglio, dopo aver richiamato il meccanismo ordinario di accertamento e sanzione delle violazioni dello Stato di diritto (quello che si è dimostrato insufficiente e il Parlamento voleva integrare), sottolineano che verrà rispettata la "identità nazionale degli Stati membri insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale" e dichiara che la condizione posta per il finanziamento agli Stati è esclusivamente quella di "proteggere il bilancio dell'Unione, compreso Next Generation Eu, la sua sana gestione finanziaria e gli interessi finanziari dell'Unione". E non ogni pur grave e strutturale violazione dello Stato di diritto sarà presa in considerazione. Irrilevanti saranno le "carenze generalizzate". Conteranno solo quelle che abbiano un impatto diretto sugli interessi finanziari dell'Unione.
Si aggiunge poi che il legame tra rispetto dello Stato di diritto e fondi erogati varrà solo per quelli previsti dal nuovo bilancio. In più si inserisce un complesso meccanismo di Linee guida emanate dalla Commissione e ricorsi alla Corte di Giustizia, che fanno prevedere che nulla avverrà prima dei prossimi due o tre anni. Insieme ai tanti euro ci portiamo così a casa un principio sconcertante: Stato di diritto, democrazia, diritti e libertà fondamentali sono valori fondanti dell'Unione, ma solo se la loro violazione confligge con la protezione dei suoi interessi finanziari. Polonia e Ungheria e i loro governi hanno ragione d'esser soddisfatte. Un triste esito per chi - anche fuori delle periodiche celebrazioni di felici anniversari - vuol continuare a credere che l'Unione e l'Europa ch'essa rappresenta non siano solo un mercato unico e una entità economica.
di Filippo Grandi*
Corriere della Sera, 14 dicembre 2020
L'Alto Commissariato compie settant'anni: è una ricorrenza scomoda, perché purtroppo la sua missione è sempre più ampia e sarebbe meglio se non dovesse esistere.
Il 14 dicembre l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati compie 70 anni. Per un'organizzazione che avrebbe dovuto cessare di esistere dopo soli tre anni, è un anniversario scomodo - uno di quelli che non si festeggiano. Mentre un mondo distrutto iniziava a rinascere dopo la Seconda guerra mondiale, all'Unhcr fu dato il compito di trovare rifugio a migliaia di persone che il conflitto, in Europa, aveva obbligato alla fuga. Nato il 14 dicembre 1950, l'ufficio dell'Alto Commissario aveva un mandato limitato nel tempo, geograficamente circoscritto ed esplicitamente non politico, come se la sua esistenza fosse un ricordo del dolore da spazzare via presto, insieme alle macerie.
Ma i cambiamenti geopolitici portarono presto nuovi conflitti, creando quindi più rifugiati, e la missione dell'Unhcr ha cominciato e continuato ad allargarsi. L'era post-coloniale è stata accompagnata da lotte di liberazione, e poi da lotte per il potere, che hanno costretto milioni di persone alla fuga. Anno dopo anno, continente dopo continente, l'Unhcr ha dovuto assistere un numero di rifugiati in costante, tragica crescita.
L'anno scorso ha segnato quattro decenni di esodi forzati dall'Afghanistan. L'anno prossimo segnerà un decennio dallo scoppio del conflitto in Siria. E così via, una serie di anniversari indesiderati, nuovi conflitti che emergono o riemergono, mentre gli effetti di quelli vecchi devono ancora sbiadire. Di conseguenza, l'Unhcr ha dovuto ripetutamente adoperarsi per proteggere in ogni modo, e con ogni risorsa disponibile, le persone in fuga dalle loro case e dai loro Paesi. Questo ha spesso comportato difficili compromessi.
Noi non siamo presenti quando si decidono i destini delle nazioni e dei popoli, ma siamo sempre in prima linea, vicino alle persone costrette a fuggire, quando i conflitti rimangono irrisolti. Per statuto siamo un'organizzazione apolitica, ma il nostro lavoro - tra crisi e emergenze - spesso comporta una diplomazia complessa e delicata, per non parlare delle decisioni difficili e alle scelte quasi impossibili a cui spesso siamo confrontati cercando di proteggere e assistere milioni di persone vulnerabili in mezzo a conflitti violenti e complicati, con risorse che semplicemente non stanno al passo con i bisogni.
I colleghi dell'Unhcr, da sempre, e ancora oggi, sono fieri di avere protetto, cambiato e molte volte salvato tante vite umane. E sono determinati ad affrontare nuove sfide, come l'emergenza climatica o la pandemia del coronavirus - fattori che amplificano i già significativi problemi posti dalle migrazioni forzate. Allo stesso tempo, vorrebbero non doverlo fare. Perché se invece di nuovi conflitti ci fossero più accordi per un cessate il fuoco; se per più rifugiati fosse realmente possibile ritornare a casa senza timore, e con dignità; se più governi si facessero carico di accogliere rifugiati, ricollocandone quote maggiori da quei Paesi - spesso privi di risorse - che già ne accolgono milioni; se gli Stati rispettassero sempre i loro obblighi internazionali in materia di asilo, e i principi fondamentali della protezione dei rifugiati, come quello di non respingerli e riconsegnarli a guerre e violenza; se tutto questo accadesse, noi dell'Unhcr avremmo molto meno problemi di cui occuparci e preoccuparci.
Purtroppo, la realtà è diversa. Nell'ormai lontano 1994, nel Paese che allora si chiamava Zaire (ed è ora la Repubblica Democratica del Congo) facevo parte della squadra d'emergenza che l'Unhcr aveva spedito alla frontiera ruandese per far fronte a un enorme esodo di rifugiati: in soli quattro giorni, un milione di uomini, donne e bambini avevano attraversato il confine fuggendo dal Ruanda lacerato dal genocidio e dalla violenza, per poi trovarsi improvvisamente nel cuore della peggiore epidemia di colera dei nostri tempi, che ha ucciso decine di migliaia di persone.
A noi, che avevamo il compito di proteggere i rifugiati, toccò invece scavare tombe. E se indubbiamente, nel corso delle nostre vite professionali, pensiamo spesso alle vite che abbiamo contribuito a salvare - a quei momenti di luce in cui la disperazione di un rifugiato si trasforma in speranza anche grazie ai nostri sforzi - non smettiamo mai di pensare, purtroppo, alle molte vite che non siamo riusciti a salvare.
Quasi un anno fa, il numero totale di rifugiati, sfollati interni, richiedenti asilo e apolidi ha raggiunto l'1% della popolazione mondiale. Una percentuale terribile, che aumenta ogni anno: dobbiamo davvero chiederci quando verrà il momento in cui sarà considerata inaccettabile: quando raggiungerà il 2%? Il 5%? O non ancora? Quante persone devono ancora subire il lutto e l'affronto dell'esilio prima che i leader politici - conflitto dopo conflitto - decidano di affrontare sul serio le cause di quelle fughe?
Così, in occasione del 70° anniversario dell'Unhcr, la mia sfida alla comunità internazionale è questa: mandatemi a casa. Fate in modo che l'obiettivo sia veramente quello di costruire un mondo in cui non ci sia bisogno di un'organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, un mondo in cui nessuno finalmente sia costretto a fuggire. E per favore non fraintendetemi: per come stanno le cose, il nostro lavoro è fondamentale e necessario, eppure il paradosso è che non dovremmo esistere. E se ci ritroveremo a osservare molti altri anniversari, l'unica conclusione sarà che tutti insieme abbiamo fallito nel compito fondamentale di fare la pace.
Ma siamo realisti. Milioni di rifugiati e sfollati provengono da una mezza dozzina di Paesi. Se cominciassimo a risolvere i problemi che li hanno costretti a fuggire, milioni di persone potrebbero tornare a casa. Sarebbe un ottimo inizio, e sarebbe qualcosa che tutti noi potremmo davvero festeggiare.
*Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati
di Rosario Tornesello
Quotidiano di Puglia, 14 dicembre 2020
La raccolta di atti ha un'anima divulgativa e perciò si pone come un saggio: gli interventi, legati tra loro, sono una dissertazione sugli sconfinamenti e soprattutto sulle degenerazioni cui negli anni - gli ultimi - è incorsa una parte della magistratura, in fretta osannata e in fretta delegittimata. I tempi di pubblicazione affidano una doppia valenza al lavoro: da un lato, la ricorrenza storica di una data tragica; dall'altro, la concomitanza con la contingenza degli eventi.
Entrambi evocativi di una situazione complicata. Il titolo dice tutto e già questo basterebbe: "In vece del popolo italiano". Un vero e proprio atto di accusa, quello del Centro studi giuridici Rosario Livatino, nella pubblicazione curata da Alfredo Mantovano con i contributi di Domenico Airoma, Gian Carlo Blangiardo, Carlo Guarnieri, Giulio Prosperetti, Mauro Ronco, Filippo Vari e dello stesso Mantovano (edizioni Cantagalli). Troppo forte, troppo diretto, troppo attuale - il titolo - per non meritare un approfondimento. Proviamoci.
L'anniversario spiega il contesto e incasella l'operazione, anche in chiave editoriale. Gli atti sono legati al quinto convegno nazionale organizzato dal Centro studi, "Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia". La pubblicazione, invece, avviene in occasione del trentennale dell'uccisione del magistrato da cui il centro prende nome: Livatino fu ammazzato a 38 anni da quattro sicari mentre da solo, senza scorta, si recava in Tribunale ad Agrigento, dove prestava servizio. Era il 21 settembre 1990.
"L'attualità di Livatino è sorprendente - scrive papa Francesco nel discorso con cui accoglie i partecipanti al convegno, anch'esso allegato al volume - perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè lo sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti "nuovi diritti", con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo". Decidere è scegliere, e scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare, conclude il Pontefice richiamando un'altra delle riflessioni di Livatino, per il quale è in corso il processo di beatificazione.
La scansione temporale degli eventi riconnette il convegno alla crisi della magistratura. Evidente il riferimento allo scandalo Palamara e al terremoto ai vertici del Csm. La pubblicazione degli atti, invece, anticipa di poco gli effetti di quello scossone - la radiazione dello stesso magistrato, i procedimenti disciplinari per ventisette colleghi - e giunge a ridosso del rinnovo degli assetti dell'Associazione nazionale magistrati, appuntamento legato a doppio filo all'attualità per non risentirne. E infatti: per la prima volta la maggioranza relativa va alla corrente di sinistra, Area, a discapito di Unicost, di cui era espressione proprio Luca Palamara, precipitata nei consensi.
Cosa che rende ancor più graffiante il lavoro del Centro Livatino: nel mirino c'è molto dell'atteggiamento attribuito proprio a Magistratura Democratica, che di Area è l'asse portante. Il punto di vista è fondamentale per comprendere meriti e limiti del lavoro. La questione morale (argomento scivoloso) è strettamente connessa alla funzione svolta, ammonisce Airoma, vicepresidente del Centro studi insieme con Mantovano e Vari. E proprio la costituzione del Centro Livatino, aggiunge, è una scelta controcorrente: "L'obiettivo è quello di proporre, e sforzarsi di incarnare, un modello di magistrato dal forte spessore morale e realmente indipendente". L'analisi parte da questo punto di vista. Considerarlo, per tutte le valutazioni del caso.
L'incipit è nel saluto di Vari, che marca subito il perimetro degli interventi: la crisi della magistratura, le possibili soluzioni per uscirne. Gli scandali si muovono sullo sfondo, a giustificare i ragionamenti svolti. Il punto nodale è chiaro: l'assunzione di un ruolo creativo della giurisprudenza, contrario - spiega Vari - ai postulati delle liberal-democrazie. Il pensiero torna ai nuovi diritti: "I magistrati che creano le norme e non applicano la legge compiono un'operazione profondamente antidemocratica", sicché la politicizzazione del ruolo della magistratura diventa al tempo stesso "causa ed effetto degli scandali cui si assiste". Si tratta, perciò, di esaminare un altro passaggio fondamentale: l'imparzialità, elemento di connessione tra le due forme convergenti di indipendenza, interna ed esterna, cui dovrebbe attenersi il giudice. Condizione ideale. Se non fosse che, incalza subito dopo Ronco, presidente del Cento Livatino, proprio la politicizzazione della magistratura ha offuscato la sua immagine di potere terzo e imparziale.
La svolta ha matrice storica: "Fu l'effetto della scelta marxista di una parte non irrilevante della magistratura italiana. Essa individuava nel giudice l'agente sociale, che, avvalendosi della discrezionalità interpretativa, avrebbe dovuto perseguire tramite la giurisdizione un modello alternativo di Stato". Una scelta di classe, si direbbe. Per Ronco, l'espressione di un contropotere, una frattura che neppure l'impegno della magistratura contro il terrorismo prima e la criminalità organizzata poi è riuscito a ricomporre.
Per questa via, "In nome del popolo italiano" diventa "In vece del popolo italiano". Le tappe sono cronologicamente ben scandite. Airoma incasella il percorso nella cornice del gioco delle correnti. Il punto di partenza è nella nascita dell'Associazione nazionale magistrati, priva in origine (1909) di carattere e fine politico e poi divenuta (dopo la seconda guerra mondiale) "voce unica di un potere che la Costituzione vuole diffuso tra tutti i magistrati".
È qui che la variabile correntizia dispiega tutti i suoi effetti. Il momento cruciale è nell'arrivo sulla scena di Magistratura Democratica (1964), la parte più delicata (e, da supporre, anche la più controversa) dell'intero lavoro. Con il congresso di Gardone (1965) l'Anm "sposa un orientamento culturale diretto a sostenere un modello di magistrato impegnato a scardinare l'assetto tradizionale dei principi dell'ordinamento giuridico, sotto l'usbergo di una interpretazione cosiddetta costituzionalmente orientata".
È il periodo dei pretori d'assalto, ricorda Airoma; del progressivo scivolamento dei magistrati verso ruoli e funzioni "nevralgiche per il rovesciamento dell'ordine esistente". Poi, con Tangentopoli, e siamo al 1992, la magistratura "cessa di avere un rapporto di collateralità, comunque paritario con la politica, e finisce con l'assumere un ruolo preponderante rispetto a quest'ultima".
La questione cambia perché cambia il mondo tutt'intorno: è caduto il Muro di Berlino, l'ordine mondiale non riflette più la contrapposizione tra due grandi blocchi, l'Italia non è più terra di confine e luogo di equilibri precari e i partiti della prima repubblica semplicemente si liquefanno. Airoma in poche righe rimarca il cambio di paradigma: "Non si tratta più di un giudice che fa politica, ma di un giudice che ritiene di essere investito della missione di giudicare la politica stessa e non solo gli atti dei politici, se di rilievo penale". I magistrati erano stati fatti salire sul carro armato - è il punto di sintesi - "e da quel carro armato non intendevano scendere più".
Ce n'è quanto basta per aprire un dibattito e innescare le polemiche. Anche perché Airoma non risparmia altre considerazioni. Ad abundantiam: il ringiovanimento della categoria, ma sempre più con esponenti interessati "soprattutto a status e carriera"; l'azzeramento dei vertici per pensionamento anticipato; la temporaneità degli incarichi direttivi, con "appetiti difficilmente contenibili e, soprattutto, impossibili da soddisfare per tutti".
Un contesto permeabile alle degenerazioni, se le considerazioni esposte corrispondono a realtà. Andrebbe aggiunto che a far luce su deviazioni e devianti sono pur sempre gli stessi magistrati, a testimoniare una sostanziale tenuta del sistema. La conclusione, ad ogni modo, è coerente con il ragionamento svolto: "Le correnti si presentano sempre più come compagnie di assicurazione e di sostegno nella scalata ad incarichi di vertice. Diventano, perciò, maggioritari quei gruppi che, più degli altri, si mostrano capaci di assicurare benefici e prebende". Il preludio a quello che sarà l'affaire Palamara, appunto.
Rimedi? Parliamone, ma con una punta di sano scetticismo: "Non è la prima volta che accade qualcosa di grave nella magistratura e nessuno reagisce", avverte infatti Mantovano. Al di là degli episodi specifici - vale pur sempre la presunzione di innocenza - a colpire è un preoccupante abbassamento della tenuta, etica e professionale. Mantovano aggancia il giudizio a tre numeri "abnormi": le prescrizioni, gli indennizzi per ingiusta detenzione e i procedimenti che partono con clamore per concludersi con un nulla di fatto, magari dopo aver inciso in settori rilevanti della vita nazionale. Dunque, che fare? La separazione delle carriere tra giudici e pm è la prima soluzione proposta. Fin qui l'esercizio della giurisdizione. Poi, però, c'è un livello disciplinare, e su questo fronte - suggerisce Mantovano - non è opportuno che il giudizio sia rimesso a una sezione del Csm "i cui componenti togati sono eletti con criteri di appartenenza correntistica": meglio sarebbe spostare la competenza a una corte disciplinare terza. Infine, il concorso per l'accesso alla funzione e la scelta dei dirigenti degli uffici, entrambi percorsi a inciampi programmati. Il primo, infatti, richiede solo "voti sufficienti" senza alcuna valutazione di "attitudini fisiopsichiche" e pregresse esperienze forensi, mentre il secondo non ha ancora risolto - secondo Mantovano - il quesito di fondo: "Se a una persona di buon senso fosse richiesto di scegliere il sovrintendente alla Scala, pensiamo che punterebbe sul miglior tenore ovvero cercherebbe una persona che, pur con ottima competenza in campo musicale, abbia doti manageriali elevate, specifiche e sperimentate?".
Ecco, posti sul tappeto tutti i problemi, i dubbi e le perplessità, valutati i punti critici e gli snodi vitali, ipotizzati i possibili correttivi, resta forse la questione principale, su cui il lavoro si conclude, e non a caso: chi deve prendere l'iniziativa? "La politica oggi non può continuare ad assistere dalla tribuna a una partita della quale è soggetto essenziale - conclude Mantovano -. Poiché pure il non fare è una scelta: ometterla oggi significa avallare, insieme col silenzio caduto sulla questione magistratura, la non soluzione dei problemi che quel silenzio porta con sé". E non è un caso che qui ci si fermi, prima di cedere il passo alle considerazioni del Santo Padre, quasi fosse (ma non lo è) l'annuncio di delega per uno sforzo sovrumano che implica il ricorso a interventi trascendenti.
Quale politica è chiamata a questo impegno? La stessa capace di annunciare riforme ma non di realizzarle? Che ancora non legifera sull'ergastolo ostativo nonostante il doppio richiamo della Consulta? Che dimentica di dire una parola chiara sul fine vita? Che non riesce neppure a disciplinare, per esempio, materie meno complicate come le concessioni demaniali? Questa politica?
La montagna crescente di esigenze, bisogni e interessi spesso non ha altra sponda se non le aule di giustizia, una volta rimbalzata dalle aule istituzionali incapaci di dare risposte normative a un mondo che cambia repentinamente, quasi quanto le alleanze di governo. Sicché, certo, "In vece del popolo italiano" non è una gran bella prospettiva. Ma non lo è neppure l'altra, alla quale spesso si è costretti: "In vece del Parlamento", che quello stesso popolo designa.
di Giulia Cerqueti
Famiglia Cristiana, 14 dicembre 2020
Le ultime settimane della presidenza Trump saranno ricordate per le esecuzioni di condannati a morte. Nell'arco di 24 ore, il 10 e l'11 dicembre, due detenuti, Brandon Bernard e Alfred Bourgeois, entrambi afroamericani, sono stati giustiziati nel penitenziario federale di Terre Haute, nello Stato dell'Indiana. Bernard e Bourgeois erano due dei quattro condannati all'esecuzione tramite iniezione letale programmati durante gli ultimi giorni dell'amministrazione Trump, nella fase di transizione presidenziale. Da quando Biden ha vinto le elezioni a novembre, sono tre i detenuti nel braccio della morte giustiziati.
In particolare, il caso di Bernard ha fatto molto discutere e ha attratto su di sé i riflettori della nazione. Quarantenne al momento dell'esecuzione, Bernard è stato il più giovane detenuto negli Usa in quasi 70 anni ad essere condannato a morte dal Governo federale per un crimine commesso quando era minorenne. Molte personalità di spicco, dall' attrice Kim Kardashian al reverendo Jesse Jackson, hanno lanciato degli appelli perché Bernard non venisse giustiziato e la sua pena fosse commutata in carcere a vita. Ma senza alcun risultato.
Forti reazioni di protesta si sono sollevate contro la ripresa delle esecuzioni federali - per detenuti nel braccio della morte a seguito di verdetti emessi da tribunali federali - decretata dal ministro della Giustizia William Barr a luglio del 2019. Bernard e Bourgeois sono stati il sedicesimo e diciassettesimo condannato giustiziato negli Usa nel 2020. Come sottolinea il Death penalty information center, un'organizzazione non-profit americana fondato nel 1990 impegnata nel diffondere informazioni sulla pena capitale, "quest' anno ha segnato la prima volta nella storia degli Stati Uniti in cui il Governo federale ha condotto un numero di esecuzioni maggiore rispetto a quelle condotte da tutti gli Stati dell'Unione messi insieme".
E si riaccende il dibattitto - in realtà mai sopito - sul sistema fortemente discriminatorio su base razziale della pena capitale in America, confermato anche dall'ultimo rapporto del Death penalty information center rilasciato lo scorso settembre. Secondo i dati del rapporto, dal 1977 - quando la pena capitale è stata reintrodotta - 295 afroamericani sono stati giustiziati per l'omicidio di vittime bianche, solo 21 bianchi sono stati giustiziati per l'uccisione di vittime afroamericane.
Delle 57 persone detenute al momento nel braccio della morte federale, 34 sono di colore, compresi 26 uomini neri. Alcuni di loro sono stati condannati da giurie composte esclusivamente da membri bianchi. Durante la sua campagna presidenziale - ricorda il Death penalty information center - Biden ha dichiarato che la pena capitale federale dovrebbe essere fermata. La speranza è che con la nuova amministrazione per gli Stati Uniti giunga finalmente il tempo di invertire la rotta sulla pena di morte.
di Giordano Stabile
La Stampa, 14 dicembre 2020
Il rapporto di Committee for Justice inchioda il regime. Torture, maltrattamenti e negazioni dei diritti basilari hanno provocato 1.058 vittime. E nessuno ha mai pagato.
Ci sono 1.058 Regeni nell'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. Sono le persone morte nelle carceri per torture, maltrattamenti, cure mediche negate, a partire dal 2013, quando l'ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Mohammed Morsi e ha preso il potere. Un bilancio sinistro, che ha visto una nuova accelerazione nel 2020, con cento vittime. Sono numeri che aprono una finestra sul sistema di repressione messo in campo per schiacciare l'opposizione dei Fratelli musulmani e l'insorgenza jihadista ma che ha finito per coinvolgere tutta la società, l'opposizione laica, sindacalisti, giornalisti, i ricercatori come Giulio. Il bilancio è stato stilato dalla ong americana Committee for Justice, Cfj, con sede a Washington.
Il rapporto del Cfj è in intitolato "The Giulio Regenis of Egypt", in ricordo del giovane italiano trovato morto il 3 febbraio del 2016 al Cairo, con il corpo martoriato dalle sevizie. Ma per il direttore esecutivo del Cfj Ahmed Mefreh, Regeni "non è l'unica vittima della autorità egiziane, dopo di lui sono venuti un cittadino francese, Eric Lange, l'americano James Henry Lawne, e altri che sono stati uccisi a sangue freddo, senza che i loro assassini e i loro torturatori abbiamo mai dovuto pagare, nel bel mezzo di un silenzio internazionale sospetto, mentre occorre far pressione per far sì che vengano investigate le morti di stranieri ed egiziani nei centri di detenzione". È un lungo elenco che i ricercatori del Cfj hanno cercato di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile.
La maggior parte delle 1.058 persone decedute in 7 anni hanno trovato la morte nei commissariati e nei centri comando delle forze di sicurezza, i posti più pericoloso in assoluto, con 584 vittime in totale. Seguono le prigioni con il 34 per cento dei casi, vale a dire 359. Poi i veicoli per il trasporto di arrestati e detenuti, dove sono morte 43 persone, e ancora i campi gestiti dalla Sicurezza centrale, 20 casi, e infine i tribunali, 16 decessi, compreso quello dello stesso Morsi, stroncato da un infarto per le mancate cure. Il diniego di un'assistenza medica adeguata è la causa di ben 761 morti su 1.058. Al secondo posto c'è la tortura, 144 vittime. Infine le cattive condizioni di detenzione, come quelle denunciate ieri da Patrick Zaki, sono responsabili di 29 decessi. Sono tutte violazioni dei diritti umani, anche se la più grave è la tortura.
La prima fase dell'era Al Sisi, i sei mesi seguiti al colpo di Stato del luglio 2013, è stata la più brutale. Delle 85 morti in carceri e centri detenzioni in quel periodo ben 57 sono attribuite alla tortura. Il numero di morti ha avuto un picco nel 2015, con 217, poi è calato fino al 2019, quando se ne sono registrate 90, per risalire nel corso del 2020, a 100. La crescita è in parte dovuta all'epidemia di coronavirus, che ha ucciso almeno 17 detenuti. Per il Jfj questo è dovuto "all'abuso da parte del ministero dell'Interno delle norme di emergenza, mentre il ministero della Salute è negligente e le infermerie sono incapaci di curare i contagiati". L'area più pericolosa resta quella del Cairo, con 236 vittime. Poi Minya, 104, e Giza, 100. I tre governatorati assommano il 41 per cento di tutti i casi e ciò è dovuto al "proliferare di prigioni e all'alto numero di commissariati".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 dicembre 2020
Signor presidente del Consiglio, con l'atto di chiusura delle indagini da parte della Procura di Roma, la vicenda dell'assassinio di Giulio Regeni è giunta a un punto di non ritorno. Ora è impossibile dire: non sapevamo; ora tutti, cittadini e autorità pubbliche, sono nelle condizioni di sapere che un giovane italiano è stato rapito, torturato e trucidato per mano di agenti dei servizi di sicurezza e di alti funzionari dello Stato egiziano.
Abbiamo tutti appreso che, nella stanza 13 di un edificio controllato dalla National Security Agency, Regeni "era mezzo nudo, portava dei segni di tortura segni di arrossamento dietro la schiena. Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra". È una vicenda atroce, quella ricostruita dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, ma è anche qualcos'altro, che la interpella direttamente, signor presidente, come massimo rappresentante politico del nostro Paese. Perché, con quell'assassinio, sono la sovranità dello Stato e l'interesse nazionale a venire oltraggiati.
È una questione umanitaria, quella di Regeni, così come quella di migliaia di egiziani che hanno conosciuto e conoscono la stessa sorte. Ma è, allo stesso tempo, una questione che chiama in causa la dignità e la credibilità del nostro Paese e la sua indipendenza all'interno della comunità internazionale. Lei è un giurista, signor presidente, e sa bene che l'autorità giuridica e morale di uno Stato - la sua costituzione primaria - si fonda sulla capacità di proteggere l'incolumità dei suoi cittadini. Lo Stato promette di tutelare l'integrità fisica e psichica dei membri della comunità in cambio dell'osservanza delle leggi.
E in un mondo globalizzato, tale tutela deve estendersi oltre i confini nazionali. L'Italia non ha avuto la capacità di garantire la sicurezza di Regeni al Cairo e non è stata in grado, poi, di ottenere dal regime di Abdel Fattah al-Sisi (chiamato "amico" da tutti i governi italiani dal 2016 a oggi) la minima cooperazione per individuare i responsabili di quel crimine. E appena poche ore fa, abbiamo saputo che, secondo un testimone considerato attendibile dalla nostra magistratura, nei locali dove Regeni veniva seviziato, si trovava il ministro dell'Interno egiziano. Immagino che, in queste ore, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, abbia disposto la convocazione del signor Hisham Mohamed Moustafa Badr, ambasciatore della Repubblica araba d'Egitto a Roma, in vista di ulteriori decisioni.
E immagino che lei, signor presidente, si accinga a pronunciare parole inequivocabili contro un regime complice di chi ha straziato il corpo "magro, molto magro" di un ragazzo di ventotto anni. Lo dico con tristezza perché, fino a oggi, questo non è avvenuto. E non solo nelle ultime ore. Nel corso di quasi cinque anni l'Italia non ha adottato alcun serio provvedimento e alcuna efficace misura per esercitare un'adeguata pressione nei confronti delle autorità egiziane.
Non un solo atto, come dire?, di orgoglio nazionale di fronte al massacro di un giovane andato in Egitto per ragioni di studio e per curiosità del mondo. Non una sola affermazione di autonomia politica e diplomatica nei confronti di un sistema dispotico che ha irriso la figura e la memoria di un nostro connazionale, dopo che i torturatori ne avevano degradato e sfregiato il corpo.
E colpisce che questo atteggiamento, osservato con poche distinzioni da ben quattro governi, sia stato presentato come espressione di realismo politico e affermazione del primato della ragion di Stato. Un realismo politico straccione e una ragion di Stato dilettantesca, tirati in ballo per celare la codardia di una politica estera priva di qualunque autonomia. E così, ancora una volta, è stata avallata la fallace contrapposizione tra realismo e idealismo: accreditando l'immagine di un'Italia incapace di tutelare la vita dei propri cittadini e di ottenere giustizia per essi in quanto condizionata da calcoli geo-strategici e interessi economici.
Quasi che raggiungere la verità su quell'assassinio, non corrispondesse a un interesse nazionale tanto solido e corposo, quanto lo è l'interscambio con l'Egitto. In altre parole, la possibilità dell'Italia di intrattenere, con quel Paese, rapporti alla pari sul piano politico ed economico, dipende non da un atteggiamento di resa, bensì dal fatto di essere e comportarsi come uno Stato sovrano titolare di dignità e autorità, e di parlare a nome di una comunità, quella europea, fondata sui principi democratici e liberali.
Se ciò non accadesse, se non sentiremo nelle prossime ore - ed è già tardi - parole ferme e nette, vorrà dire che quel realismo straccione di cui ho detto ha avuto la meglio: così confermando che il nostro Paese nutre una sorta di pervicace complesso di inferiorità nei confronti di un regime dispotico e liberticida.
Il Messaggero, 14 dicembre 2020
Scontro sulla cannabis light. La maggioranza alle prese con lo sprint finale sulla manovra si divide sull'opportunità di riaprire il dossier già affrontato lo scorso anno e poi accantonato per la difficoltà di trovare una sintesi. Il tema è stato affrontato nel corso di due vertici tecnico-politici, alla presenza del ministro dell'Economia Gualtieri, sulla legge di bilancio. Sul tavolo, appunto, l'emendamento del Movimento 5 stelle sulla cannabis light.
I pentastellati insistito sulla necessità di regolare in particolar modo il settore della canapa industriale. Ci sono approfondimenti in corso con i vari ministeri interessati e nel fronte rosso-giallo. Ma la posizione dei pentastellati è isolata. "Un conto è la canapa sativa e curativa, un altro conto è allargare le maglie sulla marijuana", spiega una fonte di Italia Viva. Sul tema che già l'anno scorso fu sul tavolo (la presidente del Senato Casellati dichiarò estraneo alla materia di discussione l'emendamento voluto da M5s che disciplinava la cannabis light) ci sono valutazioni in corso nella maggioranza, anche di opportunità. "Ci sarebbe una protesta forte delle opposizioni" spiega un'altra fonte di maggioranza.
Nell'emendamento dei 5 Stelle per regolamentare l'intera filiera della canapa si fa riferimento alla liberalizzazione della cannabis light, che ha un contenuto di principio attivo (Thc) al di sotto dello 0,5%. Quello della canapa, si legge nella relazione, è un fenomeno che "non può più essere ignorato e deve essere prontamente affrontato con un approccio oggettivo e concreto, attraverso una chiara e complessiva regolamentazione". L'obiettivo della proposta è anche quello di regolare l'indotto distributivo, garantendo trasparenza delle informazioni e delle indicazioni relative ai prodotti commercializzati. Secondo quanto filtra, ben tre ministeri (Giustizia, Interni e Salute) avrebbero espresso parere contrario, tanto che il ministero dell'Economia, attraverso i bracci amministrativi dell'Agenzia dei Monopoli, avrebbe cercato di riformulare l'emendamento.
L'eventuale liberalizzazione della cannabis light frutterebbe 980 milioni l'anno di maggior gettito fiscale. Ma le resistenze sono forti. Tanto più che l'opposizione è già all'attacco. "Con il pretesto di aspetti medico-sanitari polemizza da Forza Italia l'ex ministro Maurizio Gasparri si vogliono allentare le maglie in materia di droghe. Normative permissive inserite nella legge di bilancio sarebbero non solo estranee per materia ma anche una scelta grave e pericolosa".
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