di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2021
Linee programmatiche. L'idea del ministro di rivedere il lodo Conte 2 sulla prescrizione: "Altri strumenti per evitare tempi processuali eccessivi". Sul civile "valorizzare la mediazione". Si presenta puntuale alle 15 Marta Cartabia davanti alla commissione Giustizia della Camera.
Se ne va dopo quattro ore in cui ha presentato le linee programmatiche della sua amministrazione della Giustizia. Nel merito della giustizia civile, la ministra valorizza il ricorso alla giustizia "alternativa", con particolare riferimento alla mediazione, dove l'attenzione, a suo giudizio, va messa soprattutto sulla mediazione (che il suo predecessore Alfonso Bonafede voleva invece limitare, almeno in parte) e, in particolare su 3 aspetti, meritevoli, dice la ministra, di un intervento normativo: l'estensione degli ambiti di applicazione, il rafforzamento di incentivi sia economici sia processuali, la valorizzazione della mediazione delegata, facendo entrare il lavoro del giudice in questo contesto tra gli elementi di considerazione per le progressioni di professionalità.
Sul processo, attenzione, ammonisce Cartabia, a disfarsi con leggerezza del rito sommario di cognizione, che ha dato buona prova, mentre va ripensata la disciplina dei "filtri" sulle impugnazioni, anche per consentire un recupero di efficienza della Cassazione, afflitta da un numero di ricorsi senza paragoni con i suoi equivalenti europei. Nel penale, la ministra dichiara la volontà di valorizzare i riti alternativi, senza svalutare il dibattimento e con una cura particolare per una più compiuta attuazione della Direttiva sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.
"Resto peraltro convinta - ha poi sostenuto - che una riforma del processo penale deve pure poggiare su meditati interventi di deflazione sostanziale, cui può giungersi, tra l'altro, intervenendo sui meccanismi di procedibilità, incrementando il rilievo delle condotte riparatorie ed ampliando l'operatività di istituti che si sono rilevati nella prassi particolarmente effettivi, come la sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato e la non punibilità per particolare tenuità del fatto".
Spazio alla giustizia riparativa poi, la cui introduzione in maniera strutturata, Cartabia considera ormai matura, mentre sul tema più divisivo nella maggioranza, la prescrizione, la ministra fa capire che il cosiddetto lodo "Conte bis", con la sua distinzione tra condannati e assolti, contenuto nell'attuale disegno di legge in discussione alla camera, potrebbe essere rivisto "visto che da tempo nella riflessione accademica si ragiona intorno ad altri strumenti, quali la possibilità di munire l'ordinamento di un corredo di rimedi di tipo compensativo per le ipotesi in cui si registri una dilatazione eccessiva dei tempi processuali non ascrivibile a responsabilità dell'imputato.
Si tratta di scelte cui sono già approdati alcuni ordinamenti europei (può citarsi l'esempio della Germania e della Spagna), caratterizzati da un assetto assimilabile a quello delineatosi nel nostro Paese e che non incontrano contrarietà in particolare nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo". A forte carica innovativa, infine, la proposta, sull'elezione del Csm, di prendere in esame un rinnovo parziale dei componenti laici e togati ogni 2 anni.
I nomi della Commissione per la riforma penale
Poco tempo e ritmi stretti. Sono quelli che dovrà rispettare il gruppo di lavoro sulla riforma penale che la ministra Marta Cartabia ha istituito e che parte già nelle prossime ore. A guidarlo il presidente emerito della Corte costituzionale, predecessore di Cartabia, Giorgio Lattanzi, suoi vice il docente di Diritto penale alla Statale di Milano Gian Luigi Gatta ed Ernesto Lupo, già primo presidente della Cassazione.
La squadra è poi completata da Vittorio Manes, storico esponente delle Camere penali e docente di Diritto penale, dagli avvocati Francesco Arata (anche professore di Diritto penale) e Luca Luparia, a sua volta docente di Procedura penale; dai magistrati Luigi Orsi, Carlo Citterio e Fabrizio D'Arcangelo e Rodolfo Sabelli; dai professori Mitja Gialus (Procedura penale), Grazia Mannozzi (Diritto penale) e Serena Quattrocollo (Procedura penale), dal costituzionalista Andrea Simoncini. Obiettivo immediato è quello di preparare, entro la fine di aprile, il pacchetto di proposte del ministero al disegno di legge delega sul processo penale in discussione alla Camera.
di Ilaria Li Vigni
Italia Oggi, 16 marzo 2021
Per la Corte di cassazione la reclusione va sostituita con sanzioni meno afflittive. No alla custodia cautelare in carcere per i reati puniti entro tre anni di reclusione, in questi casi deve essere sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, ma anche nell'esecuzione.
La Cassazione, sezione V penale, con la sentenza n. 4948/2021 in data 8 febbraio 2021, ha posto rimedio alle diverse interpretazioni dovute alla lacuna normativa che espressamente esclude, per le esigenze cautelari, l'applicazione della misura maggiormente afflittiva del carcere solo nella fase applicativa, cioè quando la prognosi del giudice sulla futura condanna si assesti entro i tre anni.
La Corte, disponendo l'immediata scarcerazione di un detenuto immigrato accusato di piccoli reati, ha evidenziato che la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva, non solo in fase applicativa, quando il giudice preveda che la condanna sia infratriennale, ma anche quando, durante l'esecuzione, intervenga condanna - anche non definitiva - inferiore a tre anni.
La pronuncia nasce da un ricorso del detenuto contro un'ordinanza del Tribunale del riesame de L'Aquila che confermava quella del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Chieti che aveva applicato la misura della custodia cautelare in carcere per più episodi di tentato furto aggravato di autovetture. La Cassazione ha posto rimedio alle diverse interpretazioni dovute alla lacuna normativa. L'esegesi della Cassazione si focalizza, principalmente, sul comma 2 bis dell'art. 275 cpp e, proprio sul punto, occorrono alcune brevi considerazioni.
Il comma in esame, introdotto dalla legge 332/1995 e modificato, prima con il dl 92/2014 poi con la legge 69/2019, prevede il divieto della misura coercitiva inframuraria, qualora la pena irrogata in sede di condanna sia inferiore a tre anni. Ciò, a meno che questa non sia disposta quale aggravamento di una precedente misura meno restrittiva. Tuttavia manca una statuizione altrettanto chiara e puntuale circa la necessità di effettuare una valutazione della prognosi di condanna, inferiore ad anni tre, in sede di applicazione della misura.
Tale vulnus normativo può essere colmato dall'art. 299 cpp con cui il giudice effettua una considerazione circa la proporzionalità del titolo emesso qualora vi sia un mutamento delle esigenze cautelari. Tutto ciò deve leggersi in riferimento alla celebre sentenza Torreggiani contro Italia della Corte Edu, sulla violazione dell'art. 3 della Convenzione Edu dovuta al sovraffollamento carcerario.
Le modifiche imposte all'Italia sul punto si sono concretizzate mediante l'intervento di novella dell'art. 275, comma 2-bis cpp, ad opera del dl 92/2014, ponendolo in evidente raccordo con l'art. 656 cpp, circa la sospensione dell'esecuzione della pena qualora inferiore ad anni tre. La ratio del legislatore è chiara e si costituisce di una indubbia volontà di rendere organica la decompressione carceraria sia in fase cautelare che esecutiva.
Da ultimo una precisazione circa i vizi successivi al momento genetico dell'ordinanza. Questi, alla luce del ragionamento della Corte, si differenziano in maniera significativa dalla sopravvenuta sentenza di condanna infratriennale. Infatti, pur coinvolgendo eventuali invalidità dell'atto vengono travolti dalla sentenza che si ripercuote direttamente su una valutazione che avrebbe dovuto essere fatta ora per allora dal giudice.
Spiega, infatti, la Cassazione che se è vero che il comma 2 bis dell'articolo 275 cpp prescrive esplicitamente tale obbligo prognostico da parte del giudice solo al momento di decidere, ciò non azzera la previsione dell'articolo 299 dello stesso Codice, che impone al giudice di valutare adeguatezza e proporzionalità delle misure restrittive della libertà personale, anche nelle fasi successive all'irrogazione.
Quindi anche nella seconda fase, cioè dopo l'applicazione, che la Cassazione definisce "dinamica, si impone appunto di provvedere a sostituire con misura meno afflittiva del carcere il rispetto delle esigenze cautelari, nel caso in cui sia intervenuta condanna inferiore a tre anni anche se non ancora definitiva. La pronuncia rafforza il principio che il carcere va sostituito con misure cautelari meno afflittive per condanne inferiori ai tre anni.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 16 marzo 2021
Il processo a Palamara sarà un bagno di sangue. Sarà messa in discussione non la credibilità delle singole toghe ma di tutto il sistema. Come ci si salva? Bisogna ripartire dai principi e mettere mano alla Carta.
Un importante articolo del professor Ainis ("Le correnti senza ideali" su Repubblica del 12 marzo) solleva questioni di grande rilievo sulla crisi della magistratura italiana o, meglio, di quella sua specifica rappresentanza professionale che sono le cosiddette correnti.
La trama fitta delle osservazioni che l'illustre studioso svolge a proposito dell'identità delle fibrillazioni che toccano, insieme, la magistratura associata e un importante formazione politica del Paese (il PD) trova un punto di convergenza nell'azione, a suo dire nefasta, che le correnti hanno svolto e svolgerebbero in seno a formazioni - la magistratura e i partiti - di primario rango costituzionale. Il punto di caduta del ragionamento è, in buona sostanza, che proprio attraverso la degenerazione torrentizia si siano tralignati gli scopi e le ragioni che avevano previsto l'inserimento nella Carta fondamentale di un Csm su base elettiva (articolo 104) e che avevano legittimato l'organizzazione spontanea della politica attraverso lo strumento dei partiti (articolo 49). L'analisi del professore Ainis non si sottrae certo a valutazioni estremamente severe circa l'associazionismo torrentizio definito come un insieme di "lobby, cricche, camarille.
Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudiziario, se sei un magistrato".
Se così fosse, par chiaro che se ne imporrebbe l'immediato scioglimento d'autorità poiché organizzazioni tendenzialmente eversive dell'ordine costituzionale e capaci di minacciare il regolare svolgimento delle attività di organi di primario rilievo per la Repubblica. Nessuno, e neppure l'illustre costituzionalista, giunge ovviamente a questa conclusione, ben consapevole del fatto che non si possono criminalizzare correnti giudiziarie e correnti partitiche sulla base di deviazioni, pur massicce e significative, dalle ragioni ideali che ne giustificano l'esistenza.
Però l'analisi pone in esergo un profilo importante, e totalmente sottostimato nel dibattito che si sta sviluppando sul sistema di potere venuto a galla dopo l'affaire Procura di Roma ovvero se per porre rimedio a quanto successo sia sufficiente un'azione di mera autorigenerazione morale dei gruppi associativi o se sia bastevole una riforma del sistema elettorale del Csm oppure se occorra metter mano alla Costituzione attraverso una più radicale riforma dell'ordinamento giudiziario e delle carriere. Non è necessario star qui a ricordare quali componenti del dibattito in corso si schierino sull'uno o sull'altro versante delle varie opzioni.
Certo ai sostenitori della rivoluzione morale e ai fautori dei codici deontologici non si può fare a meno di ricordare che non è bastato il codice penale per infrenare comportamenti deviati e prassi devianti, per cui non guasterebbe un certo realismo al riguardo. La tesi del professore Ainis è che la palude correntizia sia una "malattia che non è figlia della Costituzione" e che "per rompere questo circolo vizioso, non serve una Costituzione tutta nuova, bensì nuove norme d'attuazione dei principi costituzionali. Quanto alle correnti giudiziarie, attraverso un sorteggio pilotato fra i magistrati più laboriosi, per designare i 16 togati del Csm".
Certamente l'idea del sorteggio, da sempre avversata dalla maggioranza delle correnti dell'Anm e per ragioni ideologiche non trascurabili, si pone come una soluzione d'emergenza resa, per giunta, impellente dalla scadenza del Csm in carica nel 2022. In mancanza di altre soluzioni che non siano origami elettorali tanto incomprensibili quanto discutibili (mini collegi, sminuzzamenti della base elettorale e via seguitando), il pre-sorteggio dei candidati al Csm da sottoporre, poi, al voto delle toghe offre una via d'uscita rapida e, tutto sommato, non particolarmente penalizzante per la corporazione.
In fondo siamo in presenza di meno di 10.000 aventi diritto al voto e non si deve certo metter mano alle Tavole della legge come una sorta di ego ipertrofico della corporazione pretende che sia, ma solo di indicare la maggioranza dei componenti di un Organo prevalentemente dedito alla amministrazione dei magistrati italiani e che non rappresenta in alcun modo il vertice della giurisdizione. Resta il dubbio che questa soluzione possa rappresentare una reale svolta nell'assetto della magistratura italiana e possa, d'un colpo, sopire le acque agitate dai carrierismi e dai cacicchi elettorali.
Le toghe italiane sono in ebollizione da molto tempo e un nuovo coperchio elettorale non impedirà al malessere e alle critiche di prendere forma in altro modo e attraverso altre vie. Occorre essere lungimiranti in proposito. È sempre più evidente, anche agli occhi dei meno intranei al sistema tratteggiato sommariamente dal dottor Palamara, che il processo a suo carico che andrà a svolgersi a Perugia sarà un gigantesco bagno di sangue per la magistratura italiana Vedremo se le telecamere saranno ammesse in aula e se gli epigoni del giornalismo giudiziario si stracceranno le vesti come ora sta accadendo per altre vicende giudiziarie che si assumono oscurate mediaticamente da divieti di ripresa.
Una scelta, questa, non da poco perché terrebbe i riflettori permanentemente accesi su un susseguirsi di testimonianze e di racconti che minacciano di intaccare non la credibilità dei singoli (che poco importa invero se non sono stati probi), quanto l'autorevolezza dell'intera magistratura italiana agli occhi dei cittadini i quali vedrebbero crollare l'indispensabile fiducia verso la caratura morale dei propri giudici e senza che si possano fare troppe distinzioni o praticare curiali sottigliezze.
Un lungo ed estenuante "Giorno in pretura" in cui gli imputati sarebbero, per la prima volta, i pretori; anzi i pretoriani di una casta, incistati in qualche caso nei vertici più alti della magistratura. Da questo punto di vista il processo, se come pare probabile ci sarà, andrà per forza documentato e studiato come si esamina un cadavere su un tavolo settorio. Una lunga, crudele autopsia per scoprire le cause del decesso e le tracce degli autori del delitto.
Che questo accada dipende, comunque, da scelte insindacabili di quel tribunale e staremo a vedere. In questo probabile scenario una riforma costituzionale ad ampio compasso potrebbe rappresentare l'unico strumento adeguato per rassicurare la collettività e le istituzioni circa la reale tenuta democratica della giurisdizione che svolge un compito difficile per il quale il consenso e l'adesione dei consociali sono indispensabili.
Una vera e propria rifondazione costituzionale del processo e della magistratura per immunizzarla per sempre da rischi del genere. Purtroppo le degenerazioni correntizie rischiano di portare a fondo tutte le toghe, anche le tantissime che spalano fascicoli e sudano ogni giorno per rendere giustizia e a cui sembra consegnato, se non si cambia radicalmente strada, un cupo monito: "lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Matteo 8,18-22).
veronasera.it, 16 marzo 2021
Solo due positivi hanno avuto necessità di essere ricoverati, un detenuto ed un agente. Nel frattempo, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Forestan lascia il suo incarico con un anno di anticipo rispetto alla scadenza.
Un anno di Covid all'interno del carcere. Nella seduta straordinaria del consiglio comunale di Verona di giovedì scorso, 11 marzo, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Margherita Forestan ha presentato la relazione 2020, prima di lasciare ufficialmente il suo incarico con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale.
Una sintesi della condizione carceraria durante la pandemia e del lavoro fatto per attuare la funzione rieducativa, riabilitativa e di reinserimento sociale del carcere. "Un anno difficile - ha detto Forestan - Il Covid ha governato l'intera annata con radicali cambiamenti all'interno del carcere. Su sei sezioni, tre sono state paralizzate e convertite per ospitare contagiati, asintomatici e persone in quarantena. Ad inizio pandemia numerosi rivoltosi delle altre case circondariali d'Italia sono stati trasferiti a Montorio. Il nostro carcere, che ha 335 posti, è arrivato ad ospitare 520 persone. Scese poi a 380 durante l'anno grazie allo specifico decreto governativo. In tutto sono stati fatti 800 tamponi molecolari. Solo un detenuto ha avuto necessità di ricovero, sui 58 che si sono contagiati. Un ricovera anche tra i poliziotti, sui 44 casi che li hanno riguardati. Oggi siamo praticamente Covid free. Un anno che ha influito sugli episodi critici quindi, ma anche sulla formazione e la scuola dei detenuti, così come sulla possibilità di lavorare all'esterno del carcere, attività di cui il Comune di Verona è leader. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnata in questi anni di lavoro, lascio questo incarico portando con me le tante esperienze umane straordinarie. In vista della fine dell'incubo Covid è giusto che qualcuno inizi a pensare e avviare progetti nuovi per il prossimo triennio, lavorandoci fin d'ora"
Nel 2020 sono stati 1.691 gli eventi critici all'interno del carcere, dei quali un suicidio e due decessi per cause naturali. Ben 8.874 le prestazioni sanitarie, di cui 2.933 visite specialistiche.
Dopo la sospensione delle attività scolastiche in primavera, a settembre 90 studenti hanno ripreso a frequentare i corsi di alfabetizzazione. La direzione del carcere e il Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti (Cpia), durante la scorsa estate, si sono attivati per dotare il carcere di strumentazioni e connessioni finalizzate a garantire la fruizione delle lezioni a distanza e la continuità della relazione con i docenti. Sono ben 35 gli iscritti alla scuola secondaria superiore a cura dell'Istituto Alberghiero "Berti" e 11 quelli che frequentano il corso liceale in collaborazione con l'Istituto Livia Mondin. Tre gli studenti che stanno preparando gli esami per l'Università di Verona, a cura dell'associazione di volontariato La Franternità. Ben 24 le persone che partecipano ad attività lavorative fuori dal carcere.
di Giovanni Iozzoli
napolimonitor.it, 16 marzo 2021
È passato un anno, ma la percezione di un tempo morto, cristallizzato, che non vuole passare, si avverte pesante nell'aria. È la sensazione abituale di chi trascorre in cella lunghi anni, ma oggi è comune a molti, nella operosa cittadina emiliana.
Questo marzo 2021 somiglia parecchio a quello 2020: stessa zona rossa, stesso spettrale deja-vu, stessa onnipresenza di divise - senza attesa o tensione, però, come fu nel primo lockdown, solo stanchezza e scoramento.
Come se tutta la città fosse rannicchiata sulla branda di una cella, a contemplare l'assenza di futuro. Eppure è passato già un anno. Era il pomeriggio dell'8 marzo 2020, quello in cui tutta la città vide il fumo di Sant'Anna arrampicarsi lento in cielo, come la corda di un fachiro; il pomeriggio maledetto che si lasciò dietro una scia di nove cadaveri.
Un anno in cui l'istituzione carcere ha provato in ogni modo ad auto-assolversi: subito con le versioni di comodo (il primo decesso constatato era già ufficialmente "morto di overdose", prima ancora che si capisse cosa diavolo stesse succedendo dietro quelle mura); poi con le farneticazioni di un ministro che urlava al "complotto mafioso" per giustificare l'inspiegabile; poi con il silenzio tombale; oggi, con la tronfia esibizione di muscoli e richieste di archiviazione.
Un comitato, uno tra i diversi organismi sorti in Italia dopo il ciclo dell'8 marzo, si è costituito a Modena nei mesi scorsi per reclamare "verità e giustizia per la strage di Sant'Anna". E l'anniversario - ricordato domenica 7, con un presidio davanti alla Casa Circondariale - doveva essere un passaggio forte del suo lavoro di controinformazione e controinchiesta.
L'iniziativa c'è stata e ha fatto registrare molti elementi positivi, di ricchezza umana e politica - nonostante il momento non potesse essere più infausto. La zona rossa in città ha provocato molte diserzioni e ha svuotato le strade. Quindi, alla fine, quel che si è messo in piedi, è stato oggettivamente importante e in salutare controtendenza.
Il comitato sta cercando di evitare che la ferita "si cicatrizzi", sforzandosi di tenere aperta la questione, continuando a sollevare domande, raccogliendo testimonianze - e lo sta facendo egregiamente, con iniziative, con la pubblicazione di un dossier, la costruzione di relazioni con i familiari dei detenuti e con gli avvocati, in un grosso impegno di messa in rete di ciò che si sa davvero dell'8 marzo modenese. Quello che il comitato non è riuscito a innescare - oggettivamente - è il coinvolgimento della città, o almeno di un qualche suo segmento civile.
Si badi bene, questa constatazione va misurata con tutte le attenuanti della fase maledetta che stiamo attraversando, che non è solo "il Covid", ma l'accettazione passiva di ogni restrizione, l'affidamento "al governo", qualunque esso sia; una specie di resa collettiva in cui la gente stremata e confusa si consegna mani e piedi a qualsiasi potere sia in grado di garantire un po' di reddito o di vaccino.
Ma, al di là di questa misera condizione, tutti i partecipanti al presidio - che pure avevano scelto un profilo aperto, non militante - hanno avuto l'impressione della loro estraneità al tessuto profondo della città. L'indifferenza per il carcere e l'odio per i suoi ospiti, sono ormai incancreniti sotto la pelle della normalità "democratica". Anni e anni di ideologie securitarie hanno annichilito non solo la tenuta civile e costituzionale della coscienza popolare, ma l'hanno abbrutita sul piano umano, hanno portato il normale cittadino - della pacifica comunità padana - a costituire una ideale tribù degli onesti, dei giusti, dei regolari, dal cui perimetro fortificato scagliare odio verso quelli dell'altra tribù - i malviventi, gli attentatori della proprietà, gli usurpatori, i frequentatori di negozi etnici e celle italiche. Una postura clanistica, tribale, una specie di ritorno all'arcaico, dietro le vetrine del politicamente corretto e della buona cittadinanza.
Come fare, nel prossimo futuro, a spostare un pezzo - anche un pezzettino - di questa comunità confusa e rancorosa, in direzione del suo carcere, sarà la scommessa del comitato nei prossimi mesi. Archiviazioni (come quelle richieste dalla procura di Modena per otto dei nove morti) o assoluzioni sommarie (vedi il discorso del procuratore generale della Cassazione all'aperura dell'anno giudiziario), non aiuteranno. Ma tanto la verità non verrà certo fuori dalle aule dei tribunali.
Pier Paolo Pasolini non è alle toghe che si appellava, quando con il suo "io so", spiegava il senso della distinzione tra verità storica e verità giudiziaria. Spesso la ricerca estenuante della "giusta sentenza", ha sterilizzato il senso politico delle grandi tragedie italiane - la chiave di lettura generale, che non ha bisogno di indizi, referti o autopsie.
Ma non è solo la città "perbene" a rifiutare ogni assunzione di responsabilità verso una realtà che sente estranea - come una discarica e molto più di un canile.
Anche il micro-mondo sopravvissuto della sinistra assume un atteggiamento ostile, scettico, eccessivamente prudente. Come se il tema carcere fosse circoscritto da una barriera elettrificata. Molti hanno borbottato tra i denti: si va bene, il carcere, la Costituzione, i morti dell'8 marzo; ma come si fa a parlare di queste cose mentre la gente pensa solo al Covid?
Già come si fa? E come si faceva prima? Un anno o due o tre o dieci anni fa, quando "la gente" non era distratta dai problemi sanitari, ma da quelli ordinari di ogni società complessa? Perché neanche allora se ne parlava? Perché c'è sempre qualche altra priorità che ci inibisce, ci devia? Qual è il male oscuro che ci fa rimuovere sempre dal nostro orizzonte il tema della reclusione?
Un episodio rende il senso del ritardo con cui i movimenti stanno affrontando questa impresa. Nel corso del presidio modenese, alla lettura dei nomi dei nove morti, una donna ha chiesto il microfono urlando: avete dimenticato un nome, quello di mio figlio. Gli organizzatori, un po' disorientati, l'hanno lasciata parlare, nessuno la conosceva. È la madre di un detenuto ufficialmente suicida - secondo lei assassinato dentro quel carcere - un anno prima delle rivolte di marzo.
Nessuno dei presenti lo aveva sentito nominare. È una delle piccole insignificanti vite che ogni anno si spengono tra le mura dei penitenziari italiani - per disperazione, mancanza di cure, spesso per brutalità del sistema. Quella donna era venuta a ricordare ai presenti che di galera si moriva anche prima dell'8 marzo, e che se le nove vittime della rivolta avevano almeno visto il loro nome stampato su qualche giornale, delle altre centinaia di vite inghiottite dal moloch-carcere non si sa nulla. Forse le rivolte italiane di un anno fa possono rappresentare un'occasione. Per tutti noi.
Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 2021
Aveva 63 anni ed era affetto da un male incurabile. È morto oggi all'alba il boss tarantino Riccardo Modeo, di 63 anni, storico boss della mala tarantina, condannato a 4 ergastoli. Era affetto da un male incurabile e dopo aver trascorso 30 anni in carcere una decina di giorni fa era stato prima ricoverato nel reparto oncologico dell'ospedale Moscati e poi aveva ottenuto la possibilità di trascorrere la detenzione ai domiciliari, in casa di una sorella.
Riccardo Modeo, insieme ai fratelli Claudio e Gianfranco, fece parte di uno dei clan protagonista della guerra di mala che insanguinò Taranto a cavallo tra gli anni 80 e 90. Il suo legale, l'avvocato Maria Letizia Serra, si era battuto affinché il suo assistito ottenesse gli arresti domiciliari in una struttura sanitaria. Modeo fu arrestato agli inizia degli anni Novanta nel blitz Ellesponto sfociato nel grande processo alla criminalità tarantina, che ha ricostruito la saga dei fratelli Modeo, il traffico di droga, il racket delle estorsioni, gli omicidi a catena soprattutto all'interno di formazioni prima alleate e poi nemiche dell'organizzazione madre. L'inchiesta "Ellesponto" ha ricostruito il filo rosso-sangue della memoria. Almeno un centinaio di morti ammazzati, l'era criminale più cruenta che Taranto possa ricordare. Il processo è andato in archivio con 13 ergastoli ed altre 71 condanne per circa mille anni di carcere.
di Simone Innocenti
Corriere Fiorentino, 16 marzo 2021
Sparò nel suo negozio di gomme nel 2018. Ora l'archiviazione. Il gip di Arezzo Fabio Lombardo, ha archiviato le accuse contestate a Fredy Pacini, il gommista 60enne di Monte San Savino (Arezzo) che il 28 novembre 2018 uccise Vitalie Tonjoc Mircea, 29 anni, moldavo, entrato nella sua rivendita con altre persone per commettere un furto. "È ragionevole ritenere che il Pacini si sia convinto di essere in pericolo dopo aver visto i ladri entrare nel capannone precludendogli l'unica via di fuga - scrive il giudice nel suo dispositivo di 8 pagine. (...) È ragionevole che il Pacini possa essere prefigurato che, di lì a poco, si sarebbe potuto trovare in serio pericolo di vita e che abbia temuto per la propria incolumità".
L'archiviazione per Fredy Pacini, che arriva dopo che due volte era stata negata, era stata chiesta per la terza volta dal procuratore di Arezzo Roberto Rossi che aveva ereditato l'inchiesta dal pm Andrea Claudiani, nel frattempo trasferito per altro incarico. "È la fine di un incubo", ha detto Pacini al suo legale Alessandra Cheli.
L'uomo, che in passato aveva subito trentotto furti nel suo negozio, quella notte si trovava all'interno del capannone quando fu svegliato da alcuni rumori: in quel momento il moldavo aveva rotto una vetrata per entrare nel negozio di gomme. Pacini sparò cinque colpi. Due andarono a segno: Mircea fu colpito a una coscia e a un ginocchio per poi cadere rovinosamente a terra, battendo violentemente la testa. "Ho mirato alla persona ma avendo come unica intenzione quello di impaurirlo per mandarlo via", aveva detto a verbale Pacini.
"Non può escludersi al di là di ogni ragionevole dubbio che il proiettile mortale (quello che colpì alla coscia) dal basso verso l'alto sia in realtà quello che rimbalzò sulla pavimentazione dell'officina", ha scritto il giudice che ha analizzato le perizie balistiche e il lavoro investigativo dei carabinieri del Reparto operativo del Comando provinciale di Arezzo. Il gip ha applicato la nuova legge sulla legittima difesa che esclude la punibilità di chi commette gesti di questo tipo per salvaguardare la propria incolumità in uno "stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto".
"Una bella notizia ogni tanto! Grazie alla nuova legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega è stato archiviato il caso di Fredy Pacini che si difese nella sua azienda - bersagliata dai furti - sparando e purtroppo uccidendo un ladro", ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini.
"Dopo quasi tre anni finisce l'incubo giudiziario, sono davvero felice per Fredy e i suoi cari, spero di poter tornare presto a trovarli e abbracciarli: giustizia è fatta!", ha concluso il segretario nazionale della Lega che all'epoca dei fatti era ministro dell'Interno.
"Si conclude nel migliore dei modi l'odissea giudiziaria di Fredy Pacini. Per noi la difesa è sempre legittima!", commenta anche l'europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega). "Un anno fa lo incontrai per mostrargli tutta la mia solidarietà per quanto stava vivendo. La difesa è sempre legittima", scrive su Facebook il presidente di FdI, Giorgia Meloni.
di Carlo Baroni
La Nazione, 16 marzo 2021
Il garante, avvocato Marchesi: "La risposta della Regione Toscana alle nostre richiesta è stata rapida". Riaperta la sezione femminile.
Il carcere Don Bosco di Pisa è Covid free. E tra questa e la prossima settimana dovrebbero iniziare le vaccinazioni. Iniziando dal personale, agenti di polizia penitenziaria e funzionari che hanno i contatti con l'esterno e che potenzialmente, nonostante le misure attivate per il contenimento della pandemia, potrebbero portare dentro le mura della casa circondariale il virus. Peraltro il Don Bosco ha riaperto nelle settimane scorse la sezione femminile che era chiusa da circa due anni per lavori di ristrutturazione. Della situazione complessiva ne parliamo con l'avvocato Alberto Marchesi, garante dei detenuti.
Avvocato la vaccinazione dovrebbe essere questione di giorni...
"I garanti di tutti gli istituti hanno chiesto il vaccino e dobbiamo sottolineare che la risposta della Regione Toscana è stata immediatamente positiva inserendo la popolazione carceraria nella fascia di estrema fragilità. Ci è stato comunicato dal presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo che la vaccinazione, carcere per carcere, inizierà a breve compatibilmente con la disponibilità di dosi".
Quanto sta pesando la pandemia sulla vita dei detenuti?
"Tantissimo. I colloqui sono sospesi, anche se sono state aumentate le video chiamate. Poi, appunto, il timore del contagio da Covid: siamo in un carcere senza celle singole, con spazi molto ridotti, poche aree all'aperto. Le restrizioni pesano molto: siamo nella zona che più rossa non si può".
C'è poi la questione del sovraffollamento...
"Questione annosa. La capienza massima del carcere di Pisa è 198 detenuti. Oggi sono 257. Nessun positivo al Coronavirus. E non è così ovunque. Il carcere di Volterra insegna. In Toscana ad oggi ci sono 63 detenuti positivi di cui 57 a Volterra".
Il quadro è costantemente monitorato?
"Certo, tutte le settimane abbiamo un report dettagliato. Il Covid, ricordiamo, è entrato solo nella prima fase della pandemia, nella scorsa primavera. Se il contagio entra in un carcere è un disastro. Qui a Pisa la struttura si è organizzata anche per isolare quei soggetti che dovessero risultare positivi. La vaccinazione, comunque, è il passo determinante".
Come verrà organizzata la vaccinazione?
"Sarà l'Asl ad organizzarla. Ma diciamo che Don Bosco avendo un centro clinico può fare tutto internamente creando un percorso vaccinale efficiente e sicuro. Si comincerà appunto dal personale (219 unità). Per i nuovi ingressi inizialmente faranno l'isolamento fiduciario e tampone e nel proseguo, poi, saranno vaccinati anche loro".
La sezione femminile è già attiva?
"Sì. Si tratta di una piccola sezione con 25 posti. Ma le prime detenuti che erano in altre strutture sono già rientrate. La sezione è stata completamente ristrutturata ed adeguata alle esigenze. Verteva in condizioni davvero precarie".
primavercelli.it, 16 marzo 2021
Situazione intollerabile. Nursing Up "Anni di appelli a tutte le istituzioni caduti nel vuoto. L'Asl è totalmente assente. Come si può continuare così?". Nessuna risposta da parte delle istituzioni coinvolte (Comune, Asl Vercelli o Regione), all'ultimo appello pubblico di Nursing Up, sindacato degli infermieri italiani, sulla insostenibile situazione che va avanti da anni nel carcere di Vercelli: solo uno per turno su 370 detenuti mediamente presenti.
Come risaputo la capienza massima ufficiale del Carcere di Billiemme è di 230 detenuti mentre sono mediamente presenti ben 370 persone. È assurdo pensare che un solo infermiere in servizio, e quasi sempre è così, debba sopperire alle necessità di cura di tutte queste persone; considerando che l'80% circa sono extracomunitari tossicodipendenti e/o dipendenti da sostanze diverse.
Circa un terzo ha problemi psichiatrici ed infettivologici. Si può solo immaginare la difficoltà di operare in tale contesto. Inoltre, manca un coordinatore dedicato che, sempre secondo il modello organizzativo della Regione Piemonte, dovrebbe fare riferimento al responsabile infermieristico del territorio, responsabile infermieristico che nell'unica Asl di Vercelli semplicemente non esiste!
Il segretario regionale del Nursing Up Claudio Delli Carri sottolinea: "È evidente la totale assenza di governo sanitario in questa realtà. Un fatto gravissimo che nonostante tutte le segnalazioni e la possibilità che si verifichino emergenze, non ha mai generato una normale e concreta pianificazione del supporto necessario a ripristinare una condizione minima di vivibilità. Un esempio? Nonostante le promesse, il documento triennale di analisi del fabbisogno del personale non prevede le due unità in più che la DGR invece stabilisce come requisiti minimi.
L'Asl è, di fatto, totalmente assente. Mai uno degli interventi paventati è stato mai realizzato. Eppure sono anni che gli stessi operatori denunciano le condizioni di gravi carenze strutturali e igienico-sanitarie, climatiche, organizzative del lavoro in carcere. Vengono invece scaricate sugli infermieri competenze amministrative e di supporto, per assenza di personale idoneo. Come si può andare avanti così?".
Conclude il segretario Delli Carri: "Non è più tollerabile che nessuno si prenda la responsabilità di agire. A meno che, ed è un dubbio che è sorto, il disagio cui sono stati costretti da anni gli operatori del carcere di Vercelli non sia utile per giungere ad una esternalizzazione dell'assistenza. Se così fosse sarebbe un atteggiamento grave che sposterebbe solo il problema su altri operatori, con ancora meno tutele e garanzie. E, poi, saremmo davvero curiosi di sapere, se così sarà, in quale modo l'Asl di Vercelli saprà garantire le dovute azioni di controllo sulle attività eventualmente affidate al privato, visto che in tutti questi anni non ha mai saputo minimamente governare direttamente il problema".
bresciaoggi.it, 16 marzo 2021
Il reinserimento sociale dei detenuti è l'obiettivo dell'associazione Vol.Ca. Visite, aiuto materiale, culturale e spirituale: essere vicino ai carcerati significa tutto questo ma anche di più, ovvero cercare spazi per il reinserimento sociale ed è quello che sta facendo l'associazione Volontariato Carcere (Vol.Ca.).
In sinergia con la Congrega della Carità Apostolica di Brescia ha attivato una raccolta fondi per completare l'arredamento di un appartamento nel cuore della città, destinato ai detenuti che stanno usufruendo del regime di misura alternativa. "I mobili e la biancheria sono già stati trovati, occorrono fondi per l'acquisto degli elettrodomestici e di qualche arredo", si leggeva nell'appello che - sul portale GoFundMe - ha riscosso una risposta andata ben oltre le attese.
"Una casa per ritornare a vivere" è il motto dell'iniziativa, ma pure un concetto che riassume la visione di Vol.Ca, fondata nel 1987 per volontà dell'allora vescovo Bruno Foresti, per "visitare i carcerati", un fine riletto e pensato con le attenzioni dell'oggi.
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