Avvenire, 12 dicembre 2020
Continuano le esecuzioni federali anticipate per volere del presidente prima dell'insediamento del successore Joe Biden a gennaio. Brandon Bernard aveva 18 anni quando venne arrestato per omicidio
Brandon Bernad aveva 40 anni, è stato ucciso nel carcere di Terre Haute nell'Indiana.
L'Amministrazione americana di Donald Trump uccide ancora. L'America ha infatti effettuato la sua nona esecuzione federale dell'anno, uccidendo un membro di una banda di strada del Texas coinvolto nelle uccisioni di una coppia nell'Iowa più di vent'anni fa: Brandon Bernard aveva 18 anni quando prese parte a un duplice omicidio nel 1999. Altre quattro esecuzioni federali, inclusa una oggi, sono previste nelle settimane prima dell'insediamento del presidente eletto Joe Biden. Uno è stato effettuato a fine novembre. Altri tre condannati a morte sono afroamericani mentre la quinta a finire sul patibolo sarà il 12 gennaio 2021 una donna, Lisa Montgomery, che diventerebbe la prima donna a subire la pena capitale in circa 70 anni.
Il caso di Brandon Bernard, che ha ricevuto un'iniezione letale di fenobarbital in una prigione americana a Terre Haute, nell'Indiana, è stata una rara esecuzione di una persona che era adolescente quando il suo crimine è stato commesso. È il più giovane ad essere messo a morte dal governo federale in quasi 70 anni.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha così fermato le condanne a morte e la Corte Suprema ha respinto la richiesta all'ultimo minuto per rinviare l'esecuzione di Brandon Bernard di due settimane. Gli avvocati di Bernard avevano infatti chiesto che venisse loro concesso il tempo necessario a elaborare una petizione per salvargli la vita. Ma i giudici della Corte Suprema Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan hanno respinto la richiesta. Molti dubbi rimanevano infatti nella ricostruzione dei delitti per i quali Bernard è stato condannato.
Dopo essere stati rinchiusi nel bagagliaio, Todd e Stacie Bagley, marito e moglie, vennero uccisi con due colpi alla testa da un complice di Bernard, Christopher Vialva. Bernard diede poi fuoco alla macchina. Secondo i giurati, una delle due vittime, Stacie Bagley, morì per le esalazioni provocate dall'incendio, ma un medico indipendente assunto dalla difesa ha stabilito che la donna era già morta prima dell'incendio. A settembre Vialva è stato messo a morte con un'iniezione letale. Si tratta anche della prima esecuzione in 130 anni nel periodo di transizione tra un presidente e l'altro negli Stati Uniti, la nona federale da luglio quando Trump ha messo fine a una moratoria in corso da 17 anni.
L'esecuzione di giovedì sera è stata la nona a livello federale da luglio, quando Donald Trump ha concluso una pausa di 17 anni nelle esecuzioni federali. Ha rivolto le sue ultime parole alla famiglia della coppia che ha ucciso. "Mi dispiace", ha detto. "Sono le uniche parole che posso dire che catturano completamente come mi sento ora e come mi sono sentito quel giorno", ha affermato.
Trump ha ricevuto diverse petizioni per salvare la vita di Bernard, incluso un appello della star televisiva Kim Kardashian West, che in precedenza aveva rivolto un appello al presidente per conto delle persone incarcerate.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 dicembre 2020
La professoressa Abdelrahman: "Ho mandato un ricercatore alla morte". L'accusa dei pm anche al sindacalista egiziano Mohamed Abdallada: "Era lui l'esca degli agenti della National security".
Della professoressa Maha Mahfouz Abdelrahman, docente di Giulio Regeni all'università di Cambridge che ne seguiva il lavoro in Egitto, i magistrati della Procura di Roma denunciano "l'assenza di volontà di contribuire alle indagini relative al sequestro, la tortura e l'omicidio di un suo studente; quali siano le ragioni di siffatta anomala condotta non è stato possibile, sino ad oggi, accertare".
Così ha scritto il pubblico ministero Sergio Colaiocco nell'atto finale dell'inchiesta arrivata anche nel Regno Unito. Tuttavia dal computer della professoressa, acquisito tramite l'autorità giudiziaria britannica, è saltata fuori una e-mail inviata a una collega canadese il 7 febbraio 2016, quattro giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio, in cui scriveva: "Ho mandato un giovane ricercatore verso la sua morte... Indicare alle persone come fare ricerca è qualcosa che, penso, sento di non dover più fare". Poche parole "rivelatrici - secondo il pm - non solo del rimorso della docente per la sorte toccata al suo ricercatore, ma anche della leggerezza che aveva caratterizzato la sua gestione del dottorando Regeni, soprattutto nella fase di invio sul campo".
Il computer di Giulio - Dal computer di Giulio messo a disposizione dai suoi genitori ("una miniera di dati preziosissima per ricostruire i fatti, dimostrare la correttezza delle sue azioni in Egitto, smentire falsi testimoni e comprendere il movente dei fatti", sottolinea la Procura) è venuto fuori, ad esempio, che era stata proprio Abdelrahman a suggerirgli di focalizzare studi e ricerche in Egitto sul "ruolo dei lavoratori nella rivoluzione nell'era post-Mubarak", e in particolare sul ruolo dei sindacati autonomi, mentre lei ha affermato che fu un'iniziativa di Regeni. Altre "contraddizioni" riguardano la scelta della tutor al Cairo, sulla quale Giulio nutriva perplessità, e soprattutto l'idea di chiedere un finanziamento alla ricerca di 10.000 sterline alla Fondazione inglese Antipode. "È un bando che Maha mi ha inviato un po' di tempo fa", scrisse lo studente alla madre il 14 novembre 2015.
La fondazione Antipode - Nella ricostruzione della Procura di Roma, quel finanziamento rappresenta un punto di svolta nel destino di Giulio. L'attenzione delle forze di sicurezza egiziane s'è moltiplicata dopo la scoperta che dietro i suoi contatti con gli ambulanti del Cairo poteva esserci Antipode. Lo disse anche il maggiore della National security Magdi Ibrahim Sharif, quando confessò al collega kenyota di aver arrestato Regeni: "Era appartenente alla Fondazione Antipode che spingeva per l'avvio di una rivoluzione in Egitto". Non era vero, ma il solo fatto che Giulio parlasse di questa ipotesi "che non si concretizzerà mai" è diventato, per l'accusa, "una delle concause della sua tragica fine".
Il ruolo del sindacalista - Il ricercatore italiano condivise la possibilità di quel finanziamento anche con Mohamed Abdallah, leader del sindacato autonomo degli ambulanti. Il quale intravide la possibilità di guadagnarne qualcosa per sé, ma anche un sospetto da riferire agli agenti della National security. L'11 dicembre 2015 Regeni assiste a una riunione con oltre cento sindacalisti in cui si discute su come "arginare le manovre del governo Al Sisi tese a contrastare le sigle indipendenti". C'è Abdallah e c'è pure una ragazza, coperta dal velo, che scatta una foto a Giulio; un episodio che lo preoccupò molto, secondo la testimonianza del suo amico e collega Francesco De Lellis.
Una settimana dopo, il 18 dicembre, il maggiore Sharif chiede a Abdallah di approfondire la provenienza delle 10.000 sterline di cui gli ha parlato Regeni. Il sindacalista incontra Giulio, parlano dei soldi, e a sera Giulio annota sul suo computer: "Umana miseria... Mi ha chiesto che cosa ne verrebbe fuori per lui... Sono rimasto scioccato e gli ho risposto che ne sarebbe rimasto fuori per il fatto che è un sindacalista che lavora per i venditori ambulanti". Dal ricercatore italiano Abdallah ha ottenuto una copia del bando, che Sharif manda a ritirare il 20 dicembre.
L'intercettazione - Per le vacanze di Natale Giulio rientra a casa dai genitori, torna in Egitto il 4 gennaio e la National security riconvoca il sindacalista. Concordano un nuovo incontro tra lui e Regeni, che stavolta sarà registrato. I due si vedono la sera del 7 gennaio e al termine dell'intercettazione audio-video, nota da tempo, resta incisa la voce di Abdallah che chiama la caserma della National security per concordare la restituzione del microfono.
Per la Procura di Roma questo episodio è "con tutta evidenza un'operazione degli apparati di sicurezza egiziani con la finalità di documentare l'attività "eversiva" di Regeni, che non solo ha tradito le aspettative, ma anche certificato la totale estraneità dell'italiano a qualsivoglia tentativo di sovvertire l'ordine costituito egiziano".
La tagliola che si stava chiudendo intorno a Giulio, però, non s'è fermata. Quello stesso 7 gennaio Regeni incontrò pure la professoressa Abdelrahman, in trasferta al Cairo. Lei ha sostenuto che tra il settembre 2015 e il 25 gennaio 2016 (giorno del sequestro) "non vi sono stati contatti significativi con Giulio". Un'altra bugia per la Procura di Roma, che commenta: l'indagine ha accertato che in quel periodo ci furono "molti contatti, alcuni particolarmente significativi".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 12 dicembre 2020
Facciamo appello alla maggioranza affinché anche il Senato approvi velocemente in via definitiva questa legge. Nel caso in cui il DL non venisse convertito per l'intervento dilatorio della Presidente Casellati, il governo dovrebbe reiterare il DL con il testo uscito dalla Camera.
ll testo di conversione del DL Immigrazione (DL 130/2020) approvato oggi (ieri 9/12/2020) alla Camera, va nella direzione che, come associazioni di promozione dei diritti degli stranieri, abbiamo auspicato, nonostante limiti e contraddizioni. Dopo più di venti anni, una riforma legislativa sull'immigrazione prevede un ampliamento, seppur limitato, della sfera dei diritti e non una loro riduzione.
Dal 2002, anno di approvazione della terribile Bossi Fini, ancora in vigore - è bene ricordarlo - si sono susseguite numerose modifiche del TU sull'immigrazione, spesso inserite strumentalmente in provvedimenti che riguardavano la sicurezza, volte tutte a diminuire i diritti degli stranieri. Tra i provvedimenti di questa natura, anche leggi volute da governi di centro sinistra, come la cosiddetta Minniti Orlando, prima legge della Repubblica a introdurre una discriminazione strutturale nell'accesso al sistema giudiziario, cancellando l'appello e l'obbligo del dibattimento davanti al giudice ordinario per una categoria di persone fragili quali i richiedenti asilo.
In questa nuova riforma sono invece previste alcune novità importanti e la modifica di un certo numero di norme introdotte dai decreti Salvini, che non sono cancellati ma certamente fortemente ridimensionati. Tra le novità importanti è utile ricordare:
1. la conversione di alcune tipologie di permessi temporanei in permessi di lavoro, incluso quello per cure mediche, introdotto con un emendamento della maggioranza al DL130/2020;
2. il raccordo tra l'art.5 comma 6 e l'art.19, che stabilisce la non espellibilità in alcuni casi e il rilascio del relativo permesso di soggiorno per protezione speciale, il che eviterà confusione e discrezionalità. Con questa norma l'Italia dovrebbe tornare a un numero di esiti positivi delle domande d'asilo simile alla media europea (dopo i decreti 'propaganda' di matrice leghista il numero si è dimezzato, con effetti pesanti sull'aumento dell'irregolarità e dei ricorsi);
3. il ripristino dell'accoglienza pubblica da parte dei Comuni (ex SPRAR ora SAI - Sistema Accoglienza e Integrazione) per i richiedenti asilo e quindi la cancellazione della separazione tra richiedenti e titolari di una forma di protezione, che criminalizzava il diritto d'asilo;
4. Si riapre la possibilità di ingressi per lavoro con i decreti flussi, bloccati da anni. Se gli stranieri potessero rivolgersi allo Stato per entrare in Italia e non fossero obbligati da leggi proibizioniste a rivolgersi ai trafficanti, si combatterebbe efficacemente l'irregolarità e le sue conseguenze. Un ulteriore passo avanti sarebbe rappresentato dalle modifiche proposte dalla legge di iniziativa popolare della campagna Ero straniero - L'umanità che fa bene.
5. Con un po' di coraggio in più, anche le modifiche sulla cittadinanza avrebbero potuto restituire fiducia alle famiglie e, soprattutto, ai giovani di origine straniera nelle nostre istituzioni. Ma su questo fronte speriamo si possa tornare presto, rilanciando la proposta della campagna "L'Italia sono anch'io"
Permangono scelte sbagliate sulle navi delle ONG che svolgono attività di ricerca e salvataggio in mare, anche se le multe sono previste solo dopo l'intervento dei tribunali, che finora hanno sempre accolto le ragioni di chi salva vite umane. E certamente si sarebbero potute modificare più efficacemente le norme in materia di ingresso e soggiorno degli stranieri, soprattutto in una fase nella quale le polemiche sull'immigrazione, e i razzisti di professione, non hanno un grande spazio nel dibattito pubblico, occupato a fronteggiare la pandemia.
Facciamo appello alla maggioranza affinché anche il Senato approvi velocemente in via definitiva questa legge. Nel caso in cui il DL non venisse convertito per l'intervento dilatorio, a gamba tesa, della Presidente Casellati, il governo dovrebbe reiterare il DL con il testo uscito dalla Camera.
Pensiamo che, dopo questa prima importante riforma, acquisire alcuni concreti risultati parziali, ad esempio sulla cittadinanza e sugli ingressi regolari per ricerca di lavoro, sia più utile che tentare di avviare una stagione di riforma complessiva nella quale il parlamento rischia di impantanarsi per mesi o anni.
Tornare a legiferare in materia d'immigrazione per migliorare le condizioni di vita delle persone, senza intenti propagandistici e senza la paura di perdere consensi, è un buon segno, nonostante i tempi difficili e le difficoltà evidenti della classe politica e di governo.
di Giuseppe Bottero
La Stampa, 12 dicembre 2020
Solo in Ungheria e Inghilterra sono aumentati di più: "Colpa di precariato, Covid e part-time involontari". Una delle motivazioni è l'avanzata hi-tech che erode le occupazioni di qualità.
Giovani, migranti, precari sfiancati da anni di rinnovi intermittenti. E adesso l'ex classe media aggredita dal Covid, la tragedia che rischia di dare la mazzata finale, con gli stipendi che precipitano, un blocco dei licenziamenti destinato a infrangersi all'inizio di marzo, gli assegni sbranati dalla cassa integrazione, arrivata a livelli mai visti eppure insufficiente per mettere tutti al riparo.
Nell'Italia che in silenzio vede sfumare un quarto dei contratti a termine, "i più fragili e svantaggiati", ricordava ieri l'Istat, alzando ancora l'asticella della disoccupazione - 2, 5 milioni a casa, seicentomila in più rispetto ad un anno fa - c'è un'emergenza che finora è rimasta quasi nascosta: quella dei "working poor", i nuovi poveri con diploma, magari laurea, e un posto di lavoro. "Uno scandalo" denuncia Esher Lynch, vicesegretario generale della European Trade Union Confederation (Eutc), la confederazione europea dei sindacati, che ha fotografato dieci anni di diseguaglianze.
Partendo dai dati dell'Eurostat, e da una constatazione tanto semplice quanto dolorosa: tutto quello che abbiamo imparato - studia, cerca un buon impiego, trovalo e pensa a crescere - non basta più. In Europa, spiega l'Etuc, tra il 2010 e il 2019 il numero di lavoratori a rischio povertà è aumentato del 12 per cento, con picchi in Ungheria (+58%), Gran Bretagna (+51%), Estonia (+43%) e Italia (+22%). Nel nostro Paese fa fatica ad arrivare alla fine del mese il 12,2 per cento di chi ha un contratto. "La situazione è peggiore rispetto al culmine della crisi finanziaria, nonostante l'economia abbia ripreso a svilupparsi" dice Lynch, che chiede un'azione coordinata "a livello europeo". Auspica che le discussioni sul salario minimo vadano avanti, che quanto finora è sulla carta si trasformi in realtà.
Ma potrebbe non bastare, avverte Andrea Garnero, economista della direzione per l'Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell'Ocse. "Uno dei grandi problemi - racconta - è legato al part-time, spesso involontario. Un fenomeno che in Italia è esploso". Per Garnero ormai "avere un lavoro non è più sufficiente per garantirsi un reddito adeguato. E l'emergenza virus è destinata a peggiorare la situazione - ragiona. Quando l'economia è in difficoltà la prima reazione è tagliare ore di lavoro e contratti a termine".
Pensiamo, dice, ai collaboratori domestici, una delle voci su cui le famiglie potrebbero risparmiare. C'è un altro fattore che preoccupa gli economisti. Nei mesi dei lockdown, nel nostro Paese, le buste paga sono scese più che altrove. "I salari ristagnano da vent'anni ma è in questa fase che il reddito disponibile si è ristretto maggiormente - spiega.
Uno dei problemi è la cassa integrazione. Paga male, tra 800 e 1200. Se in un nucleo famigliare lavora una persona sola, la situazione può degenerare in fretta. Inoltre, il welfare protegge bene chi ha contratti standard e poco gli autonomi".
Sotto accusa c'è anche un sistema sempre più legato al digitale e alle logiche dei suoi colossi. "L'automazione non ha spazzato via il lavoro, ma sta scomparendo l'occupazione di qualità e i salari scendono. È una pressione al ribasso" dice Antonio Aloisi, docente del diritto del lavoro, che insieme a Valerio De Stefano ha appena pubblicato con Laterza il saggio "Il tuo capo è un algoritmo". L'avanzata tech rischia di creare un effetto paradossale: si salva la manodopera e non si investe più sulla ricerca e lo sviluppo. "È una bolla preoccupante: troppe persone impiegano tempo ed energie ma non ottengono abbastanza". All'orizzonte c'è un rischio: i nuovi robot, quelli che ci spaventavano, oggi siamo noi.
di Daniele Raineri
Il Foglio, 12 dicembre 2020
Chi confonde il cinismo con il "realismo politico" sul delitto Regeni e al Sisi sta parlando a vanvera. Spesso quando si parla del caso Regeni si cita la categoria del realismo politico come modo di intendere gli affari internazionali. Per guidare il paese, si dice, occorre anche fare calcoli cinici: la morte del giovane ricercatore italiano è una tragedia, ma l'Egitto del presidente Abdel Fattah al Sisi è un paese strategico per molte questioni, dall'energia alla sicurezza nel Mediterraneo, e "in nome del realismo" l'Italia deve considerare tanti fattori, non soltanto la ricerca assoluta della verità.
Mario Del Pero è professore di Storia internazionale a SciencesPo di Parigi e dice al Foglio che chi la pensa così sul caso Regeni e l'Egitto non ha capito cos'è il realismo e lo cita a sproposito. "La funzione prima, primitiva, primordiale, dello stato è quella di garantire i diritti fondamentali dei propri cittadini e il primo di questi diritti è quello alla vita. In un mondo dove ci si muove sempre di più questo vuol dire saper proiettare questa capacità di garantire la sicurezza dei propri soggetti anche al di fuori dei confini. Lo stato protegge i suoi cittadini.
E' la ragione per cui gli americani quando aprono basi militari in tutto il mondo si preoccupano come prima cosa di fare accordi politici con le autorità del posto in modo da garantire ai propri soldati l'immunità dal potere locale. E' il concetto che i romani esprimevano con il detto 'civis romanus sum'. Quella frase da sola era sufficiente: sono un cittadino romano, quindi badate bene a cosa fate, il corpo del cittadino dell'impero che viaggia è comunque e sempre un pezzetto dell'impero".
"La forza e la credibilità di uno stato - continua Del Pero - si misurano dalla capacità di offrire questa garanzia di sicurezza e protezione ai propri cittadini. E se applichiamo questo concetto al caso Regeni ne consegue che la forza e la credibilità dell'Italia si misurano dalla capacità di chiedere conto all'Egitto di quello che è successo al ricercatore italiano".
E quindi cosa rispondere a quelli che dicono, a volte senza usare parole chiare ma si capisce lo stesso, che è necessario "essere realisti"? "C'è un equivoco molto comune e diffuso, si scambia il realismo con il cinismo. Ma il realismo nelle relazioni internazionali ha un connotato etico forte: si è realisti perché si vuole ottenere uno scopo e questo scopo è alto e nobile. Altrimenti si ha quello che chiamo 'realismo accattone', perché è un realismo compromissorio, che si adegua al compromesso. Ma viene da chiedersi se sia vero realismo quello che nel corso di quattro anni, tanti ne sono passati, non ha ottenuto nulla dal governo egiziano. I quattro anni di cosiddetto realismo dopo l'assassinio di Regeni non hanno portato nulla all'Italia. Verrebbe da pensare che almeno l'Egitto dovrebbe comportarsi con noi con una cautela speciale dopo quello che è successo e invece il caso di Patrick Zaky, lo studente egiziano dell'Università di Bologna da più di trecento giorni in carcere come prigioniero politico che è diventato un caso anche in Italia, dimostra che non è così. Invece di essere trattati meglio ci è toccata un'altra umiliazione".
Cosa potremmo fare? "E' chiaro che non abbiamo agito con forza. Ci sono opzioni che non abbiamo voluto scegliere. L'Italia non è riuscita a mobilitare e coinvolgere con efficacia i partner europei e l'Unione europea sul caso Regeni. Non è successo. Potevamo espellere dall'Italia gli agenti dell'Egitto sotto copertura diplomatica, come si sa ogni ambasciata ha un numero di dipendenti che sono diplomatici soltanto di facciata e invece fanno altro e i nostri servizi sanno benissimo chi sono. Nemmeno questo passo semplice è stato intrapreso".
C'è un rischio maggiore per gli italiani che vanno in giro per il mondo adesso? "Non è automatico, ma in generale se uno stato non è forte e credibile i suoi cittadini sono più in pericolo perché godono di una protezione minore". E la definizione del regime egiziano come di un baluardo contro i gruppi terroristici la convince? "L'assenza di libertà politica nei paesi arabi sul breve termine ci sembra sia efficace contro i gruppi terroristici. In realtà favorisce le ideologie estremiste e l'islamismo e la destabilizzazione e quindi fa alzare il rischio terrorismo".
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 12 dicembre 2020
Dovremmo forse cominciare a credere che la questione sia una subdola e inconfessabile complicità tra Stati. Una complicità, per cui l'uccisione di un cittadino può essere in fondo trascurata per un certo "interesse comune" - economico, politico, istituzionale - che viene fatto valere più o meno tacitamente. Così si spiega l'alternanza tra proclami altisonanti, con cui si promette verità, e gli esiti del tutto inconsistenti.
Non si tratta di un'ambiguità morale, ma di una costitutiva doppiezza politica. La storia drammatica di Giulio Regeni ci insegna con chiarezza che il passaggio da cittadino a vita sacrificabile è molto più breve di quel che non si immagini. Ciascuno dovrebbe riflettere su questo. Non basta inquietarsi, non è sufficiente sentirsi chiamati in causa dal suo corpo orrendamente martoriato, che chiede ancora giustizia. Occorre una riflessione politica più profonda, dato che quella sorte spietata potrebbe toccare a un altro cittadino.
"Giulio, uno di noi" significa proprio questo: Giulio come noi, noi come Giulio. La questione riguarda allora il rapporto tra cittadino e Stato: il cittadino che finisce per diventare inerme e lo Stato che, spinto a esercitare la propria sovranità nelle zone più oscure del diritto di polizia, da protettore passa a sbirro e aguzzino.
Quale Stato è colpevole verso Giulio? Certo, il carnefice è lo Stato egiziano. Ma complice è ormai anche lo Stato italiano la cui doppiezza in questi giorni, come d'altronde negli anni precedenti, nessuno potrebbe negare. E che dire poi anche degli altri? L'immagine di Al Sisi che riceve la Gran Croce della Legion d'Onore dalle mani di Macron ne è una conferma. L'autocrate con le mani insanguinate si presenta come leader occidentalizzato, anzi come baluardo laico contro la barbarie islamista. Perciò lo si riceve a corte e si concludono cospicui affari.
La celebrazione dei diritti umani appare allora grottesca. Oggi non si capisce più neppure che cosa significhi questa formula sempre più vuota. Sappiamo bene che in questo mondo ripartito tra Stati nazionali un essere umano nella sua nudità, privo di un drappo che lo protegga, non conta nulla e in effetti rientra in quell'umanità superflua che si può semplicemente lasciar morire senza doverne neppure rispondere. Mai come ora un essere umano appare privo di diritti. Il caso di Giulio ci dice che ciò può avvenire anche a un cittadino. In questo frangente è venuta alla luce la repressione che, con brutale sistematicità, gli apparati di sicurezza egiziani esercitano contro i movimenti di opposizione. Ma casi di tortura si verificano anche nelle democrazie, dove la tortura è una pratica amministrativa. Non possiamo dimenticare la storia recente del nostro Paese e i tanti casi in cui lo Stato, per mano di un suo agente, ha perso legittimità violando il corpo di un cittadino.
Eppure, la tortura è anche una tecnica attraverso cui un regime privo di fiducia ottiene un simulacro di credibilità. Sulla pelle della vittima pretende di stilare il consenso e restaurarsi. Ed è quanto è avvenuto al regime di Al Sisi. Il torturato paga per gli altri, paga per noi. Sono i cittadini che devono mobilitarsi - in Italia e, cosa ben più difficile, in Egitto. Non basta sapere i nomi degli agenti. È necessaria la condanna anche e soprattutto come gesto politico simbolico. Finché non ci sarà, il corpo di Giulio, lavagna dell'orrore, dove gli aguzzini hanno tracciato le lettere del loro fatuo potere, deve diventare, come ha detto la madre Paola Regeni, "specchio" eloquente dei diritti umani nel mondo.
di Paola Severino
La Stampa, 12 dicembre 2020
L'accordo faticosamente raggiunto dall'Europa con i Paesi sovranisti che rifiutavano di condizionare la distribuzione del recovery fund al rispetto dello Stato di diritto rappresenta un fondamentale passo avanti nel cammino comune che l'Europa sta compiendo.
L'intesa infatti non solo ha sbloccato il piano di finanziamenti eccezionali, ma ha mantenuto fermo il principio che tutti i Paesi membri devono rispettare le regole dello Stato di diritto (libertà di stampa, indipendenza della magistratura, diritti umani), pena comunque la sottoposizione al giudizio della Corte di Giustizia. Per comprendere meglio i termini del dibattito occorre chiedersi perché sia tanto importante, per assicurare una corretta distribuzione dei fondi, verificare la tenuta democratica del Paese che li riceve.
È a tutti noto che le dittature si accompagnano spesso a fenomeni estesi di corruzione, consentiti da apparati di controllo privi di autonomia. La corruzione è un reato che si nutre di omertà, in cui il patto occulto è tenuto accuratamente nascosto dal corrotto e dal corruttore. Per scoprirla, occorre attrezzarsi con organi investigativi ben preparati e a loro volta non corruttibili.
Questi organi investigativi devono essere guidati da magistrati che sappiano seguire le tracce del denaro nero e dei reati-presupposto che ne alimentano il flusso (ad esempio fatture per operazioni inesistenti), che siano completamente indipendenti dagli altri poteri e che possano dunque indagare e giudicare in piena autonomia. Nei numerosi viaggi che ho compiuto come Rappresentante della Presidenza Osce per la lotta alla corruzione ho potuto constatare che l'Italia viene considerata davvero esemplare, anche se gli stessi italiani non ne sono pienamente consapevoli.
Negli ultimi anni, infatti, il nostro Paese non solo ha apprestato uno degli apparati normativi più completi per la prevenzione e la repressione della corruzione, ma è anche dotato di un sistema giudiziario fortemente presidiato da garanzie di indipendenza, di un apparato di polizia giudiziaria competente e costantemente aggiornato, di organismi autonomi, come l'Anac, creati per svolgere attività di prevenzione fondamentali quando si devono valutare appalti pubblici. Un assetto da preservare soprattutto in momenti come questo, in cui l'eccezionalità della crisi economica in atto potrebbe portare a semplificare i processi di selezione, ma non deve far abbassare il livello di vigilanza preventiva sulla meritevolezza di erogazioni e di controllo successivo sulla destinazione del denaro.
A noi italiani appare scontato che i casi di corruzione nella magistratura e nei corpi di polizia siano davvero rare eccezioni. Ma non è così. In tanti Paesi nei quali le cosiddette "velvet revolutions" hanno portato, grazie alle proteste della società civile, al rovesciamento di regimi dittatoriali corrosi dalla corruzione, il tentativo di introdurre leggi di contrasto al fenomeno non ha prodotto i frutti sperati, a causa di assetti giudiziari e di polizia contaminati da anni di corruzione e da un sistema di nomine politiche che ha fortemente inciso sulla indipendenza del potere giudiziario. Per non parlare di una stampa spesso condizionata dal governante o dal potentato di turno e quindi privata della libertà di denunciare questa situazione di radicata illiceità.
Il nuovo faro della lotta alla corruzione deve quindi accendersi sul tema della democrazia che, tutelando l'autonomia della magistratura e la libertà di stampa, rappresenta l'antidoto più efficace al diffondersi della corruzione. L'Italia presiederà quest'anno il G20 e all'interno di esso darà grande visibilità al tema della lotta alla corruzione. L'auspicio è che in occasione di questo importantissimo incontro multilaterale i temi della rule of law e del law enforcement rappresentino il punto centrale di discussione sui mezzi di contrasto ai fenomeni di approfittamento illecito di risorse pubbliche e private.
Il legame che ha unito i Paesi europei in un Trattato pone i principi dello Stato di diritto a fondamento dell'Unione e basa quindi i progetti comuni non solo su motivazioni economiche ma anche ragioni di diritto rendendo doveroso impedire che finanziamenti costruiti sulle risorse dei cittadini europei finiscano nelle mani di Nazioni che non garantiscono la tutela di valori fondamentali come l'autonomia della magistratura e la libertà di stampa.
Corriere della Sera, 12 dicembre 2020
Era stato arrestato nel 2019 dopo un periodo da rifugiato in Francia. Aveva 42 anni ed era il fondatore del canale Amad News, un milione di seguaci su Telegram: era accusato di averlo usato per fomentare le proteste del 2017. Il giornalista iraniano dissidente Ruhollah Zam, fondatore del canale Telegram Amad News, è stato giustiziato oggi all'alba in un carcere del suo Paese. Lo ha comunicato l'agenzia di stampa governativa Irna: Zam è stato impiccato, dopo la condanna a morte emanata a giugno al termine di un processo per "corruzione" che Reporters Sans Frontières aveva definito "estremamente ingiusto". Il canale Telegram di Zam aveva più di un milione di seguaci, anche presso la stampa straniera che lo utilizzava spesso come fonte attendibile, ad esempio durante le proteste di piazza del 2017-2018, che Zam ora era accusato di avere fomentato. L'account era stato sospeso nel 2018, ma lui aveva ripreso le comunicazioni con un diverso nome. Ruollah Zam aveva 42 anni ed era figlio di Mohammad Ali-Zam, un riformista che ebbe incarichi politici negli anni Ottanta e Novanta.
Era stato arrestato nel 2019, al ritorno in Iran dopo un periodo da rifugiato in Francia, dove era stato messo sotto protezione dal governo di Parigi. Già prima della fuga all'estero era stato per alcune settimane in prigione per aver contestato l'establishment iraniano al potere dopo le elezioni presidenziali del 2009. A ottobre 2019 la tv di Stato aveva trasmesso una sua "confessione": Zam, provato e prigioniero, era apparso in video per "ammettere i miei errori" e chiedere perdono. In tv, per la prima volta, aveva "ammesso" che "la missione del canale Amad News era attentare al governo".
A giugno 2020, la condanna: l'accusa era di aver incitato le proteste di piazza che infiammarono il Paese nel 2017 e nel 2018 e che hanno rappresentato una seria minaccia al potere costituito nel Paese. Nel processo che poi ha portato alla sua condanna a morte, Zam è stato accusato anche di avere collaborato direttamente con il governo degli Stati Uniti, "per interferire nel sistema economico del Paese"; di lavorare come spia per l'intelligence francese, e anche di "condurre operazioni di spionaggio per un'intelligence straniera nella nostra regione". Mizan, l'organo di informazione della magistratura, riporta che Zam "ha attentato alla sicurezza del popolo iraniano con il suo canale Telegram antagonista e le sue operazioni di spionaggio". I suoi crimini "hanno portato alla morte di un gran numero di nostri compatrioti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
Nel suo bollettino il Garante dei detenuti fa sapere che 1.014 detenuti devono scontare una pena inferiore a un anno e 2.181 tra uno e due anni. "Per quanto riguarda il carcere, i numeri non inducono a tranquillità", così irrompe il Garante nazionale delle persone private della libertà nel momento in cui, al livello governativo, si tende a minimizzare l'emergenza Covid 19 in carcere. Tranne rare eccezioni, in Parlamento si minimizza per dire che non servono altre misure deflattive per alleggerire i nostri penitenziari. Bastano quelle che ci sono.
di Maurizio Gazzoni
dolcevitaonline.it, 11 dicembre 2020
Tra le perle di saggezze dello scrittore e aforista Stanislaw Jerzy Lec, c'è anche questa: "L'anello più debole è spesso il più importante, perché è quello che può spezzare la catena". La ricordo a tutti, me compreso, perché ora che il momento storico e sociale così incerto ci ha reso in preda all'emergenza tutti più egoisti è difficile incontrare qualcuno che abbia particolarmente a cuore la condizione di chi è in carcere. Eppure è in momenti come questi che dovremmo interessarci di più a quello che succede dietro le sbarre.
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