di Luca Geronico
Avvenire, 15 marzo 2021
Che fine hanno fatto i tanti Omran fotografati sulle ambulanze, tra le macerie, nelle pozzanghere? E le madri in lacrime che lasciano Aleppo? Sono anche queste le vittime non conteggiate.
Omran Daqneesh oggi dovrebbe avere dieci anni, o poco più. Nessuno sa più, esattamente, dove sia finito il piccolo di 5 anni che il 17 agosto 2016 venne immortalato da uno scatto su una ambulanza ad Aleppo, lo sguardo vitreo, immobile, incapace di spendere altre lacrime dopo aver visto, sotto il boato di una bomba, morire la sua famiglia. Pochi, 5 anni dopo l'assedio di Aleppo, ricordano chi abbia compiuti il raid aereo, e chi sia stato colpito sotto le bombe. Poco importa. Lo sguardo innocente, e paralizzato dal terrore di Omran non domanda questo.
Nemmeno le lacrime e la rabbia di quei padri in corsa fra le macerie di Aleppo, come della Gouta e di Idlib, come sull'altro fronte - a Damasco e a Latakia - non ci domandano questo. Come le lacrime di madri che, abbandonando Aleppo, Damasco o Latakia o Homs, in questi dieci anni si sono trovate a concepire in grembo, a generare per il loro popolo, il dolore inesprimibile e lacerante della nostalgia.
Omran e i suoi fratelli, Omran e le sue sorelle, Omran e i suoi padri, Omran e le sue madri - prima ancora di una verità su questo conflitto, prima ancora di una soluzione politica a questa carneficina consumata nel silenzio, allo scempio dei diritti umani nei campi profughi, nelle vendette delle milizie, nelle carceri del regime, negli assedi medievali con la popolazione taglieggiata da mafiosi signori della guerra capaci di chiedere e aprire a comando acquedotti e check point - Omran e i suoi fratelli ci chiedono di avere il coraggio di incrociare il loro sguardo.
È il dolore di una, forse ormai due generazioni, che si sono perdute, come inghiottite nella "foiba granda" di questa guerra civile siriana. Un dolore che reclama di essere ascoltato, di avere almeno la giustizia della memoria. Un dolore innocente che - al di là e al di sopra di ogni convinzione politica o religiosa di chi lo ascolta - chiede di essere curato come una ferita profonda dell'umanità. Nessuno sa se Omran ha ritrovato luce in quello sguardo, e se un sorriso possa celare il dolore di quella notte di bombe e sangue sulla sua vita, sulla sua generazione, sulla Siria. Ed è questo non sapere che inchioda la comunità internazionale e la Chiesa della Fratelli tutti, alle sue responsabilità.
E troppo poco sperare che in un campo profughi sia giunto un pacco alimentare, o in un prefabbricato qualcuno insegni a leggere e scrivere a Omran e ai suoi fratelli. È troppo poco dover sperare che qualcuno, la sera, si prenda cura di questi figli della guerra con un piatto di minestra calda in un Paese dove la disoccupazione è al 40%, una medicina è un lusso, una laurea carta straccia. Omran e i suoi fratelli, dopo 10 anni di guerra civile, ci chiedono un futuro possibile.
di Elena Stancanelli
La Stampa, 15 marzo 2021
Ci stiamo facendo prendere la mano dall'idea di emergenza? Se sì, facciamo attenzione. Perché manifestare è un diritto. E manifestare in maniera pacifica non può essere messo in discussione da nessuna condizione. La veglia per la morte di Sarah Everard, dalle immagini che abbiamo, era una manifestazione pacifica.
Il video del poliziotto che ammanetta la giovane donna, inerte e silenziosa, non ha nessuna spiegazione plausibile se non l'abuso di potere. Insieme alla totale e intollerabile mancanza di coscienza di quello che stava accadendo, del dolore e dell'opportunità, della necessità, di sottolinearlo, di gridarlo, di portarlo in piazza. Che risulta ancora più detestabile dal momento che, almeno per adesso, la persona accusata del delitto è un poliziotto.
Sarah Everard tornava a casa di sera, camminando in una zona tranquilla, ed è stata uccisa. Molte persone sono andate a testimoniare la loro solidarietà per un crimine spaventoso e ci saremmo aspettati la stessa solidarietà, un composto e solidale rispetto da parte dei poliziotti incaricati di essere presenti a quella manifestazione. Sarebbe stato un bel gesto, di più, un gesto dovuto, che le forze dell'ordine si fossero messe dalla stessa parte di chi manifestava.
E invece si sono fatti notare per un atto di forza sproporzionato e inutile. Siamo tutti quanti chiamati, da più di un anno, a reagire con razionalità a un tempo irrazionale e violento. Che ci costringe a comportamenti innaturali, a uscire dal nostro egoismo e vincolare la nostra libertà a quella del nostro prossimo. Ci siamo dovuto prendere cura della salute dei più deboli, diminuendo i nostri spazi, chiudendoci in casa. È uno sforzo che stiamo facendo tutti, più o meno facilmente. Le immagini che abbiamo visto ieri ci fanno infuriare, più di quanto accadrebbe in una condizione normale.
Le donne, lo abbiamo detto molte volte, hanno patito più degli uomini gli effetti della pandemia. Hanno perso il lavoro in percentuale quasi doppia rispetto ai colleghi maschi e subìto un incremento della violenza domestica e familiare. Il numero delle donne uccise dagli uomini cresce, e il caso di Sarah Everard è un esempio.
Dovremmo tutti quanti, uomini e donne, manifestare contro questa situazione. Dovremmo sapere, essere certi, che se manifestiamo i poliziotti sono dalla nostra parte. È molto pericoloso che in una condizione come questa, in cui le democrazie sono stressate economicamente e psicologicamente da un evento tanto eccezionale, si crei una spaccatura, una mancanza di fiducia tra i cittadini e chi lavora per garantire la loro sicurezza.
Di fronte a un delitto come quello di Londra dovremmo rabbrividire, vergognarci per aver creato società nelle quali una donna non può tornare a casa da sola, camminare al buio senza rischiare di essere aggredita. E la polizia ha un compito preciso: garantire che la nostra legittima rabbia abbia lo spazio che le serve per essere espressa. Perché il pericolo non è manifestarla, ma nasconderla, e trasformarla in rancore.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 15 marzo 2021
Sotto accusa Big Pharma che ha ottenuto alla Wto il "no" dei Grandi: restano i diritti sui farmaci. Fra tre mesi però si riparte. Il sud del mondo boccia l'idea delle licenze. La battaglia non è finita: il consiglio dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) si riunirà l'8 giugno. E di nuovo troverà sul tavolo la proposta di India e Sudafrica di sospendere i brevetti su cure e vaccini fino alla sconfitta del Covid. È lo stesso trattato di Marrekech - con cui è stata istituita la Wto - a consentire deroghe al cosiddetto accordo Trips sulla proprietà intellettuale. In circostanze di "particolare gravità". Come quelle attuali. "Se non ora, quando?", ha scritto su The Guardian il segretario dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in vista dell'ultimo summit di Ginevra, mercoledì scorso. Il suo appello, però, s'è infranto contro lo sbarramento preventivo dei Paesi del Nord del mondo, patria delle grandi case farmaceutiche: Usa, Ue e Giappone in testa. La bozza, sulla base dell'istanza di Pretoria e New Delhi, non è nemmeno stata scritta, nonostante fosse sostenuta da oltre cento nazioni del Sud del pianeta.
E, così, la discussione è naufragata. Con grande soddisfazione di Big Pharma per cui il vaccino anti-Covid rappresenta un affare da 40 miliardi solo per il 2021. "Congelare i brevetti minerebbe la capacità di risposta globale di fronte alla pandemia", ha scritto la potente Pharmaceutical research and manifactures of America (Phrma) al presidente Usa, Joe Biden, il 5 marzo. Proprio l'emergenza sanitaria dà alle lobby del farmaco un potere contrattuale elevato: sono loro ad avere in mano l'arma decisiva contro il coronavirus. Anche se per "fabbricarla" hanno avuto ingenti fondi pubblici: 93 miliardi, secondo la Fondazione Kenup. La mancata condivisione si configura come un serio ostacolo alla diffusione dei farmaci anti-Covid. Con il rischio, in primo luogo, di creare un'apartheid vaccinale tra il "Club dei Grandi" - dieci Stati ricchi si sono accaparrati il 76 per cento delle scorte - e la metà povera del pianeta.
A febbraio, secondo l'Oms, 130 nazioni non avevano ricevuto una sola dose. Da allora, Covax, l'alleanza solidale per l'accesso universale al vaccino, ne ha raggiunte 38 (per quanto alcune in modo simbolico). Una novantina ne restano totalmente prive. Difficilmente, in queste condizioni, il mondo potrà raggiungere quell'immunità di popolazione globale indispensabile per eliminare il virus. Mai come in tempi di pandemia, siamo tutti su una stessa barca, come ha più volte ribadito papa Francesco. Per questo, Caritas Internationalis e il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale del Vaticano hanno chiesto una riunione al Consiglio di sicurezza Onu sulla questione. Mentre il 23 febbraio, l'arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede alla Wto, si è pronunciato sospensione dei brevetti.
La concentrazione produttiva, inoltre, pregiudica anche molti Paesi del Nord, Italia inclusa, che fanno fatica a trovare le dosi necessarie. L'Ue, però, insiste. "I problemi produttivi non si risolvono sospendendo i brevetti", ha detto la portavoce della Commissione per il commercio, Miriam García Ferrer. In seno al fronte del Nord, invece, prende corpo l'ipotesi di una "terza via", sostenuta dalla stessa direttrice nigeriana della Wto, Ngozi Okonjo Iweala. Sono le "licenze volontarie": la possibilità per le aziende titolari di trasferite il brevetto ad altre imprese locali - sulla base di accordi - le conoscenze necessarie alla produzione. "La nostra esperienza ci insegna che non funziona.
Il potere decisionale resta in mano ai titolari. Sono loro a scegliere a chi, come, quando, in cambio di quanto", spiega Silvia Mancini, di Medici senza frontiere, in prima linea per la sospensione. "I governi dei Paesi più ricchi del pianeta si sono assunti una grave responsabilità, che provocherà purtroppo moltissimi altri lutti", ha detto Vittorio Agnoletto di Diritto alla cura, la campagna europea a cui aderiscono 74 organizzazioni e che ha già raccolto 100mila firme per il congelamento delle licenze. Una maratona di sottoscrizioni sarà proposta il 7 aprile, Giornata mondiale per il diritto alla salute. La strada è lunga e in salita. "Ma la società civile - conclude l'esperta di sanità Nicoletta Dentico - non si arrende".
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 15 marzo 2021
L'accordo raggiunto tra la Città di Minneapolis (dove avvenne il fatto) e i legali della vittima. Al via anche il processo contro l'agente Derek Chauvin, che uccise l'afroamericano tenendogli un ginocchio premuto sul collo. La città di Minneapolis pagherà 27 milioni di dollari di danni e interessi alla famiglia di George Floyd, il 46enne afroamericano morto lo scorso maggio sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, che glielo aveva pressato sul collo per 8 minuti e 46 secondi. Le sue ultime parole - I can't breathe, "Non riesco a respirare" - sono diventate lo slogan delle manifestazioni di Black Lives Matter, alle quali la scorsa estate hanno partecipato un numero enorme - tra i 15 e i 26 milioni - di americani di ogni etnia e colore.
Il Consiglio comunale di Minneapolis ha approvato ieri all'unanimità il patteggiamento nella causa civile intentata dalla famiglia contro la città e i quattro poliziotti coinvolti. Il risarcimento, che include 500mila dollari per la comunità in cui Floyd fu ucciso mentre veniva arrestato col sospetto che avesse usato una banconota falsa da 20 dollari, è il più alto mai pagato dalla città. Il precedente: 20 milioni di dollari nel 2019 alla famiglia di Justine Damond, una donna bianca uccisa dal poliziotto Mohamed Noor.
Il processo al via - La decisione di Minneapolis è arrivata prima dell'inizio del processo penale che vede l'ex poliziotto Derek Chauvin imputato di tre reati legati all'accusa di omicidio, per cui rischia fino a 40 anni di carcere. Il risarcimento potrebbe avere implicazioni per il processo: l'avvocato difensore di Chauvin aveva cercato di bloccare ogni menzione, per evitare che influenzasse la giuria, che potrebbe leggerlo come una ammissione di responsabilità e colpa. La selezione della giuria è iniziata lunedì scorso: al momento i giurati scelti sono sei, secondo indiscrezioni (cinque uomini e una donna, tre dei quali bianchi). Ora alcuni esperti legali, citati dal Washington Post, credono che l'annuncio dei 27 milioni alla famiglia di Floyd sia "un potenziale disastro" per Chauvin, e osservano che la difesa potrebbe tentare di chiedere l'annullamento del processo, il cui inizio è previsto per il 29 marzo.
La presidente del Consiglio comunale Lisa Bender ha offerto le sue condoglianze: "Nessuna somma di denaro potrà mai compensare l'intensità del dolore o il trauma provocato da questa morte per la famiglia di George Floyd e gli abitanti di questa città. Minneapolis è stata profondamente cambiata dalle questioni razziali e il nostro intero Consiglio comunale vuole lavorare insieme alla comunità e alla famiglia per rendere Minneapolis una città più equa".
Processo e manifestazioni - In seguito all'uccisione di Floyd, oltre a diffuse manifestazioni pacifiche, ci furono anche episodi notturni di guerriglia urbana in diverse città americane. A Minneapolis vennero danneggiati 1.500 edifici, il Terzo distretto di polizia fu dato alle fiamme. Ora in vista del processo il centro della città, intorno agli edifici giudiziari, è stato blindato dal sindaco democratico Jacob Frey, che la scorsa estate fu criticato da Donald Trump per non aver preso misure più severe. Frey ha chiesto l'aiuto di agenti di altre zone del Minnesota e della Guardia Nazionale, anche perché dopo la morte di Floyd ha perso un quarto dell'organico tra dimissioni e pensionamenti.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 14 marzo 2021
Gentile Ministra della Giustizia, le scrivo in qualità di presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti, una rivista realizzata da una redazione di persone detenute e volontari in carcere.
di Federico Mereta
La Stampa, 14 marzo 2021
La video chiamata? La stiamo sperimentando tutti in questo momento di distanziamento. È un modo per stare in contatto con il mondo esterno, per salutare madri, padri, figli e amici. Per abbracciarsi virtualmente.
di Luca Rondi
altreconomia.it, 14 marzo 2021
Nel nostro Paese oltre 300 persone restano nel circuito penale pur avendo scontato la pena. Senza casa, lavoro, prospettiva. Le "Case lavoro" nella maggior parte dei casi non funzionano. Il sistema è "indifendibile", spiega Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà personale. Il caso di Biella.
di Enrico Sbriglia*
partitoradicale.it, 14 marzo 2021
Sig.ra Ministra Cartabia, mi consenta, sommessamente, di porgerLe un consiglio: scompagini l'ordinaria ipocrisia che regna, indisturbata da oltre un trentennio, nella gestione del sistema penitenziario italiano e imponga una visone per davvero costituzionalmente orientata, valorizzando la possibilità concessaLe dal mandato governativo, per ricomporre un ragionevole contesto di regole che serva a migliorare le condizioni delle carceri, offrendo alla generalità delle persone detenute una reale e diffusa possibilità di riscatto che meriti di essere colta, anzitutto rendendo quel mondo più umano e già solo per questo più sicuro.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 marzo 2021
La Regione decide di adeguarsi al piano nazionale, escludendo i servizi essenziali. Il presidente del Coa di Palermo: "Scelta inaccettabile".
Caos. Forse l'unica parola per descrivere la situazione è questa. Perché dopo la pubblicazione del nuovo piano vaccinale, la Regione Sicilia, tra le poche che aveva deciso di inserire gli avvocati, assieme al resto del comparto Giustizia, tra le categorie prioritarie per il vaccino, ha deciso di fare dietrofront. Tutto, dunque, bloccato, con buona pace di chi stava aspettando il proprio turno. "In linea con il nuovo piano vaccinale varato dal governo nazionale, prosegue la vaccinazione dei siciliani over 80, della fascia 70-79 anni, del personale scolastico e universitario docente e non docente, delle forze armate di polizia e del soccorso pubblico, dei servizi penitenziari italiani, delle comunità residenziali", si legge in una nota della Regione siciliana, spiegando che "seguendo le disposizioni del nuovo piano nazionale che ha bloccato di fatto la somministrazione del vaccino sul target dei cosiddetti "servizi essenziali", anche in Sicilia si proseguirà con le vaccinazioni programmate per età anagrafica e non per categoria".
"Scelta inaccettabile", commenta il presidente dell'Ordine di Palermo, Giovanni Immordino. "Non è possibile essere stati riconosciuti fra i soggetti che svolgono un servizio pubblico essenziale e ora tornare sui propri passi e ci viene detto che non ci vaccineremo. È inaccettabile, soprattutto dopo che molti di noi hanno già effettuato le prenotazioni fino a metà aprile - ha dichiarato -. Non entro nel merito delle scelte del Governo, ma è ovvio che gran parte del nostro lavoro si effettua in presenza e quindi il rischio di contagio è alto. Sono state avviate interlocuzioni con la Regione per garantire almeno il rispetto della prenotazione effettuate".
Il nuovo piano suggerisce cinque categorie prioritarie: le persone ad elevata fragilità, quelle di età compresa tra 70 e 79 anni, quelli tra i 60 e i 69 anni, persone con comorbilità di età inferiore ai 60 anni e il resto della popolazione. Rimangono tra le categorie prioritarie il personale docente e non docente, scolastico e universitario, le Forze armate, di Polizia e del soccorso pubblico, servizi penitenziari e altre comunità residenziali. La strada è in salita, ma le Regioni potrebbero, sulla base della loro autonomia organizzativa, decidere di inserire anche gli operatori della Giustizia tra coloro da vaccinare in via prioritaria.
A recapitare l'appello alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, mercoledì, erano stati il Consiglio nazionale forense e l'Organismo congressuale forense, che con due distinte note avevano evidenziato la necessità di evitare disparità, non solo tra i diversi protagonisti del settore, ma anche a livello territoriale. E nei giorni scorsi è arrivato anche l'appello dell'Unione delle Camere penali.
"Penso che gli avvocati siano una delle categorie sicuramente più esposte al contagio, perché operano quotidianamente, per molte ore al giorno, negli spazi chiusi dei tribunali. Quindi se si ragiona in termini di esposizione al rischio e di essenzialità del servizio, a meno che non si voglia mettere in discussione il servizio giustizia, credo che fare una polemica su questo sia veramente privo di senso", ha sottolineato il leader dei penalisti Giandomenico Caiazza. Nel frattempo, l'Ordine degli avvocati di Palermo ha avviato un'interlocuzione con Roma per "garantire le prenotazioni già effettuate".
di Liana Milella
La Repubblica, 14 marzo 2021
In assenza di una tutela sanitaria, secondo le toghe, il rischio è quello di rallentare o addirittura interrompere un servizio essenziale se, soprattutto negli uffici piccoli, dovessero aumentare i positivi. Subito una proroga delle misure emergenziali per i processi penali e civili. Subito la vaccinazione per i magistrati, per il personale del mondo della giustizia, per gli avvocati. E subito anche un incontro con Draghi e Speranza. A chiederlo sono i magistrati dell'Anm. Che in un'angosciata assemblea oggi dicono: "Faremo e garantiamo il nostro lavoro con la passione di sempre, ma dobbiamo essere messi nelle condizioni di poterlo fare senza diventare noi stessi un veicolo del Covid".
E, con un riferimento alla sentenza della Corte costituzionale pubblicata appena ieri e redatta dal giudice Augusto Barbera - che boccia il tentativo di legislazione autonoma della Valle D'Aosta - le toghe denunciano il rischio che si vada a misure differenti tra Regione e Regione, proprio in dissenso con quella sentenza che invece incardina, nel solo Stato centrale, le misure necessarie per affrontare la pandemia, escludendo quindi scelte autonome dei poteri periferici.
È netto il messaggio che i giudici, dalla tribuna dell'Anm, rivolgono al premier Mario Draghi e al ministro della Salute Roberto Speranza. "Non siamo né vogliamo essere dei furbetti, né tantomeno presentarci come una categoria privilegiata - dicono i magistrati che intervengono uno dopo l'altro all'assemblea dell'Anm - ma bisogna garantire alla collettività un servizio sicuro, assicurando a tutti gli operatori, magistrati, personale, avvocati, le garanzie contro il virus. Il nostro è un servizio essenziale, non si può interrompere, ma deve essere reso anche con senso di responsabilità".
A lanciare il segnale dell'emergenza è il segretario dell'Anm, Salvatore Casciaro, toga di Magistratura indipendente, per il quale l'esclusione, tra i servizi cui non viene garantita la vaccinazione, anche dei magistrati, rappresenta un vulnus. Perché la decisione "non mostra la dovuta attenzione per il nostro mondo e per i possibili contraccolpi, derivanti da eventuali focolai di contagio, sulla continuità del servizio reso ai cittadini". "Dall'altro - dice ancora Casciaro - la decisione sembra non tenere in debito conto le reali condizioni di lavoro degli operatori costretti a lavorare, con frequenti contatti con un notevole numero di persone, in uffici giudiziari privi di adeguati sistemi di areazione e di spazi idonei ad assicurare il rispetto delle misure di distanziamento sociale".
Nasce da qui un dibattito con molte voci - tra cui tante toghe al femminile, Lilli Arbore, Paola Cervo, Paola Maddalena, Silvia Albano, Ida Moretti e altre - che confermano l'analisi di Casciaro. E dicono: la vaccinazione prioritaria non è "un privilegio per una casta, ma una misura giusta e necessaria". Ancora "l'esclusione è un paradosso ingiusto". E poi: "Non siamo furbetti, ma bisogna garantire alla collettività un servizio sicuro, garantendo a tutti gli operatori le garanzie anti virus. Perché il nostro è un servizio essenziale, e deve essere reso con senso di responsabilità".
Ovviamente le toghe chiedono anche a Draghi e alla ministra della Giustizia Marta Cartabia la proroga immediata delle misure speciali per i processi, vista la nuova ondata pandemica.
Da Santalucia netto no al sorteggio per l'Anm.
Altro tema in discussione è, ancora una volta, quello del futuro sistema con cui eleggere le toghe del Csm. Il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia boccia nettamente l'ipotesi del sorteggio. "Non ritengo accettabile - dice Santalucia - che l'unica riforma possibile debba consistere nella compressione del diritto di elettorato (attivo e passivo) dei magistrati, anche di tutti quelli, e sono la gran parte, che non hanno colpe da emendare. Non penso che si possa restituire libertà al Csm privando i magistrati di diritti di cui dalla Costituzione repubblicana in poi hanno goduto. Considero un progetto di retroguardia culturale quello che muove dall'implicita premessa dell'inadeguatezza etica dei magistrati, sin dal loro ingresso in carriera, della loro debolezza di fronte alle lusinghe del potere e alle pressioni dei gruppi di potere".
Una posizione molto netta, che contrasta con quella, favorevole invece al sorteggio, di Magistratura indipendente che fa parte della giunta Anm ed esprime anche il segretario generale Casciaro. Ma Santalucia è contrarissimo e pone in sequenza una serie di interrogativi da cui, secondo lui, si evidenzia la negatività del sorteggio: "Un magistrato a cui si dice, e che supino accetta, che non può praticare la libertà di associazione nel modo più trasparente, democratico e apartitico possibile, che non può scegliere coloro a cui la Costituzione affida il compito di preservare le precondizioni di una giurisdizione all'altezza del ruolo sarà più forte o più debole di fronte al potere?". E ancora: "Il Csm, strappato all'orizzonte di un'ancora possibile legame ideale con la platea dei magistrati amministrati, sarà più autorevole o ne verrà fuori fiaccato e indebolito nel confronto tra gli attori della sfera pubblica?".
Secondo Santalucia queste sono "domande necessarie, che non eludono e non celano la drammatica realtà di una vistosa crisi dell'associazionismo e dell'autogoverno della magistratura". Infine, conclude Santalucia, "non si può e non si deve smarrire la strada di una ricostruzione fedele a un disegno costituzionale di cui siamo tra i custodi e non i proprietari, liberi come tali, di concorrere al suo sfascio in nome dei più nobili ideali di moralità e indifferenza ai vantaggi personali. Il sistema elettorale va cambiato, nel senso di restituire al magistrato elettore la più ampia libertà di scelta, di fare arretrare - e fortemente - i gruppi associativi nel momento della espressione del voto, di consentire al Csm d'essere rappresentativo delle varie sensibilità. E le possibilità tecniche ci sono, penso tra i possibili, al sistema del voto singolo trasferibile, o a quello uninominale per plurimi collegi con candidature individuali con collegamento extra collegio".
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