di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 11 dicembre 2020
L'amministrazione di Donald Trump conferma l'esecuzione della condanna a morte di cinque detenuti, stabilita dai tribunali federali. Negli ultimi 130 anni la massima pena era stata sospesa nel periodo di transizione tra un presidente e l'altro. Finale di partita con il boia di Stato. L'amministrazione di Donald Trump conferma l'esecuzione della condanna a morte di cinque detenuti, stabilita dai tribunali federali. Negli ultimi 130 anni la massima pena era stata sospesa nel periodo di transizione tra un presidente e l'altro. Ci voleva Trump per interrompere anche questa consuetudine istituzionale.
Negli Usa la pena di morte è ancora in vigore in 29 Stati su 50. A livello federale è stata ripristinata il 25 luglio 2019 dal ministro della Giustizia, William Barr che ha interrotto una moratoria durata 16 anni. Da notare che i giudici nominati dal governo di Washington possono comminare la punizione estrema solo per un ambito ristretto di reati: alto tradimento; attentati contro il presidente, omicidi di difficile attribuzione territoriale o, infine, crimini collegati al traffico di droga. Ebbene, nel 2020, in tutto il Paese sono state eseguite 12 sentenze: sette nel totale dei 29 Stati e cinque su ordine del Dipartimento di Giustizia. Come si vede, dunque, le proporzioni non tornano. In tutto il territorio nazionale è in corso la tendenza a rallentare le esecuzioni: sette è il numero più basso degli ultimi 37 anni. L'amministrazione Trump, invece, accelera: cinque è la quota più alta dal 1976, l'anno in cui la Corte Suprema stabilì che la pena di morte "non è contraria" alla Costituzione americana. Non basta. Barr ha annunciato che da qui al 20 gennaio sono in programma altre cinque esecuzioni. In totale, dunque, diventerebbero 10 e per trovare una cifra del genere bisogna risalire al 1896.
Da sempre Trump evoca il patibolo come il miglior deterrente anti crimine. In realtà le statistiche mostrano che i reati più gravi si sono quasi dimezzati dagli anni Novanta a oggi. Ma qui c'entra soprattutto la politica. Trump vuole marcare la differenza tra la sua dottrina "law and order" e la "debolezza" di Joe Biden che ha annunciato di voler bloccare tutte le esecuzioni federali.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 11 dicembre 2020
Malalai Maiwand è stata assassinata a Jalalabad con il suo autista. È la decima giornalista a cadere quest'anno Cinque anni fa la stessa sorte toccò alla madre. Un'altra donna uccisa. In Afghanistan, una nota giornalista radiotelevisiva nonché attivista per i diritti umani, Malalai Maiwand, è stata assassinata con il suo autista a Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar; è la decima vittima della sua categoria professionale, sempre più bersagliata in Afghanistan, nel 2020, la terza da inizio novembre.
Un portavoce del governo provinciale, Attaullah Khogyani, ha dato conferma del brutale omicidio, precisando che l'attacco ai danni della giornalista di Enikas Radio e Tv è stato sferrato mentre si stava recando in redazione. Maiwand aveva una storia familiare di violenza: cinque anni fa la madre della giornalista, che era una storica attivista per i diritti umani, era stata uccisa da non meglio identificati uomini armati. In assenza di rivendicazione, fonti locali hanno attribuito a "elementi armati" la responsabilità dell'uccisione di Maiwand e di chi guidava il veicolo, in una zona in cui sono attivi gruppi armati collegati allo Stato islamico.
Nel commentare l'omicidio della giornalista, un portavoce del ministero dell'Interno, Tariq Arian, ha ricordato che in Afghanistan nell'ultimo decennio la stragrande maggioranza dei giornalisti è stata uccisa per mano dei talebani. Un'accusa indiretta respinta dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, che ha formalmente negato il coinvolgimento del gruppo nella morte di Maiwand. Il contesto politico è segnato dai negoziati, in corso a Doha, in Qatar, tra il governo e i guerriglieri talebani. Progressi sarebbero stati ottenuti su diversi punti preliminari ma tregua ed eventuali accordi di condivisione del potere devono essere ancora discussi.
Il Riformista, 10 dicembre 2020
L'appello di giuristi e studiosi al capo dello Stato: costringere una persona a stare in celle sovraffollate mentre infuria la pandemia è illegale e disumano. Il Colle deve intervenire subito.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 dicembre 2020
Il deputato di Italia Viva: il Pd rinuncia ai propri emendamenti, così mette la testa sotto la sabbia. Ha vinto la linea del Dap: nessun bisogno di innalzare il limite di pena entro cui è possibile concedere i domiciliari senza braccialetti. I dem: partita non chiusa.
Forse è vero: c'è di mezzo il Mes, e non si trova il modo di chiarire altre faccende di drammatica importanza. Fatto sta che sui domiciliari senza braccialetti non ci saranno modifiche estensive. Né si innalzerà lo sconto utile alla liberazione anticipata speciale.
di Valter Vecellio
lindro.it, 10 dicembre 2020
Se il buongiorno si vede dal mattino, si comincia proprio bene. Giuseppe Santalucia, viene eletto Presidente dell'Associazione Nazionale dei Magistrati dopo un gioco di potere e contrattazioni nell'ambito delle varie correnti che compongono il sindacato dei magistrati che nulla ha da invidiare alle ormai note pratiche in cui si sono esibiti Luca Palamara e amici. Tanti saluti all'annunciato voltar pagina e 'nuovo corso', ma questo è ancora il meno. Il bello viene con l'annuncio: "Noi siamo interpreti della Costituzione".
di Paola Balducci*
Il Riformista, 10 dicembre 2020
Il nostro sistema penale non prevede solo l'espiazione della pena, ma anche la rieducazione: a maggior ragione, in periodo di emergenza sanitaria, occorre incentivare le misure alternative. La questione concernente il binomio carcere-detenuti è tema estremamente delicato, che dovrebbe essere inquadrato e definito, una volta per tutte, all'interno del sistema giuridico delineato dal legislatore, lasciando da parte qualsiasi tipo di sentimento o orientamento politico.
di Cesare Burdese
Il Riformista, 10 dicembre 2020
L'espressione "finire al fresco" significa andare in prigione e "al fresco", da qualche settimana, lo sono davvero i detenuti e il personale penitenziario di alcune carceri del Nord Italia, che si trovano a vivere e lavorare in ambienti non riscaldati con 12 dodici gradi per la rottura dell'impianto di riscaldamento. Si potrebbe obiettare che situazioni analoghe si verificano anche negli edifici scolastici, ma non si è mai detto "finire al fresco" per dire andare a scuola.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 10 dicembre 2020
Si intitola "Zona rossa" il numero di dicembre di Voci di dentro, la rivista edita da Voci di dentro, l'associazione di volontariato che lavora nelle carceri di Chieti e Pescara. Un giornale di 56 pagine dedicato principalmente a questa realtà, alla zona rossa in cui viviamo oggi noi (fuori) e quella in cui vivono loro, i detenuti (dentro). Zone rosse, certo diverse ma ugualmente folli, rinchiuse, ripiegate, indifese.
Maurizio Ciociola in quarta di copertina, guardando la sua zona rossa scrive: "Non so cosa vedete voi. Ma io dentro il carcere a Foggia vedevo solo paura. Ma non solo paura...ero terrorizzato. I tv tutti i giorni a tutte le ore parlavano di morti, di ospedali pieni. E io non avevo notizie dei miei familiari. Solo. Dentro. Disperato. Quando ho visto la corsa dei miei compagni, mi sono accodato. E sono scappato. Ho girato da solo per le campagne, a piedi sono andato a casa dai miei. Due giorni dopo mi sono costituito in un carcere del nord. Mi hanno accompagnato in auto i miei parenti. Ora sono qui in carcere a Chieti. Fuori si parla solo di Covid. Io vedo solo paura e terrore".
Maurizio Ciociola è poco più di un ragazzo, è alto e magro. L'ho incontrato nel mese di novembre in carcere a Chieti in uno dei consueti incontri-laboratorio. Maurizio racconta e svela quello che accadde tra il 9 e il 10 marzo nelle carceri italiane, in quei gironi infernali creati (al di là di quanto prescrive la Costituzione all'Art. 27) per contenere uomini come se fossero scarti, e dove sono esplose rivolte con danneggiamenti, fughe... 13 morti.
Giorni di violenza passati e manipolati su tv e giornali attraverso vergognosi luoghi comuni, etichette, stereotipi, veline. Come da sempre in questa perenne distorsione dei fatti messa in atto dal sistema mediatico e dal sistema penale del tutto distanti da quell'inferno, eppure unici, guarda caso, legittimati a parlarne. Chi ha mai visto i magistrati della sorveglianza (dell'esecuzione della pena nel rispetto dei diritti) dentro le carceri in questi tempi di Covid? O anche prima?
A loro scusante (forse, ma non ne sono certo) si potrebbe dire che sono meno di 250 unità nei duecento istituti italiani a fronte delle 6 mila unità che giudicano e puniscono. E chi ha mai visto un giornalista domandare ai detenuti come stanno le cose? Chi li ha mai visti andare alla fonte della notizia, alla fonte stessa dei fatti? Magari chiedendo alle associazioni di volontariato che lavorano nelle carceri? Per capire e riferire? Al massimo (molto raramente) eccoli andare da qualche direttore o da qualche sindacato di polizia. Per confermare, naturalmente, copioni, palinsesti, titoli e teoremi. Senza capire.
Sono partito dalla fine del mio giornale, dal testo di Maurizio ... è meglio ripartire dall'inizio, dalla nostra copertina realizzata con un dipinto del nostro Cadica. Si vede un uomo solo, "un uomo perso nel nulla" scrive Ludovica della Penna "senza contatti col mondo e risucchiato dentro" incapace "di vedere oltre". "In assenza di vita" aggiunge Luana Di Profio. "In un girare a vuoto" sottolinea Francesco Blasi.
Meglio di così non poteva essere raccontato la zona rossa del nostro tempo. Soprattutto la zona rossa del carcere, di questo luogo nefasto per eccellenza, la vergogna che ci portiamo addosso e che continuiamo a nascondere e mascherare. E che io vedo tutte le volte che incontro le persone detenute, che "leggo" nei loro volti, nei racconti che fanno dei loro problemi, dell'impossibilità ad essere riconosciuti come persone e piuttosto identificati come fascicoli da sbrigare. E che leggo nei loro testi che da oltre dieci anni raccolgo e pubblico nella rivista dell'Associazione.
In questo numero di Voci di dentro - e che è la continuazione di un percorso che abbiamo raccontato negli anni con titoli tipo "strappati", "le vite degli altri", "stanno tutti bene", "numeri uscenti", "la scomparsa", "korpoakorpo", eccetera - ci sono storie di persone che soffrono (e che hanno fatto soffrire). E c'è un tentativo (il loro) di essere finalmente liberati dall'etichetta e dallo stigma che sono stati loro imposti e che indossano - e quasi sempre si tengono addosso - per difesa e per offesa. E che oggi con il Covid alle porte li condanna anche al contagio. Lo scrive bene il nostro Ennio che ci ricorda che "dentro si è costretti a coabitare in quattro/sei persone in uno spazio di 3x4, con letti, armadietti, tavoli e sgabelli". Senza speranza, anzi con la convinzione che tra i molti del mondo di fuori circolino pensieri raccapriccianti: "...se il Covid ne porta via qualcuno di quei bastardi, tanto male poi non fa".
Paura, sofferenza, impotenza. Questo si trova negli scritti dei detenuti. "Sequestrati dallo Stato" scrive in un suo testo Andrea Di Muzio nel quale resta però forte il desiderio/illusione che questo virus "possa correggere le storture di questo sistema giudiziario", ma che continua ad operare come scrive Claudio Di Matteo "senza giustizia e in modo del tutto irresponsabile riducendo la democrazia a una pattumiera-crazia". Senza vedere storie come quelle che capitano alle migliaia di persone malate e abbandonate con un'aspirina, un malox, un rivotril (mi scusino i pochi medici e infermieri che lavorano negli istituti), storie che sono frutto di automatismi kafkiani, senza indignarsi davanti a casi come quello di Luigi (lo raccontiamo nel numero di ottobre), "invalido al 90 per cento, affetto da trombosi, pieno di ferite e piaghe... non può nemmeno lavarsi... avanti e indietro con l'ospedale... ora in isolamento perché medicato da un medico risultato positivo".
Impotenza e paura dentro un luogo che non è più nemmeno un carcere come qualcuno potrebbe pensare che sia un carcere. L'emergenza da Covid, di fatto, mette in luce l'essenza del carcere: un campo concentrazionario, in tutto e per tutto simile a quelli che erano i campi di prigionia durante le guerre passate... dove le persone sono rinchiuse fino a... "non si sa quando finirà la guerra".
E così in questi luoghi, dal nord al sul del nostro paese, oltre cinquanta mila persone stanno patendo da mesi, ora dopo ora, una situazione che viola la nostra stessa Costituzione: nessun contatto col mondo che sta oltre al muro di cinta; sospese o appena un po' concesse le attività delle associazioni di volontariato, tollerate e mal sopportate, in molte parti sostituite con difficoltosi incontri Skype; quasi nessun contatto con gli educatori gran parte dei quali lavora da casa in Smart Working; colloqui con i familiari sostituiti da video-telefonate; servizio di distribuzione libri sospeso (succede nel carcere di Pescara); lavorazioni di ditte esterne (per 2072 detenuti - dato giugno 2020 - in tutta Italia) interrotte e sospese (succede ancora a Pescara).
Un'immagine del carcere oggi al tempo del Covid (felice ma anche orribile) me l'ha suggerita un dirigente dell'Amministrazione penitenziaria: "Non vogliamo certo che per paura di contrarre o di diffondere il virus si arrivi a portare fuori dal carcere agenti, educatori, direttori per lasciare all'interno solo i detenuti ai quali gettiamo i pasti magari con un elicottero!". Sinceramente, credo che questa macabra intuizione stia proprio avvenendo. Per il Covid certo, ma anche per altro: per una concezione tutta privata della gestione del sistema del carcere, come se fosse una questione della polizia e dunque solo di sicurezza e come se fosse questione solo dei direttori e degli educatori, degli addetti ai lavori, diventati, assieme ai giudici e agli stessi magistrati di sorveglianza proprietari di vite altrui (come scrive ancora Claudio in un suo testo) e non servitori dello Stato. Proprietari di vite giudicate e considerate solo carte da sbrigare.
Impauriti e discriminati, eccoli i detenuti dentro le nostre carceri. Nostre perché volute e costruite da noi. Basta leggere. Basta ad esempio leggere Elisa (raccontata dalla nostra Sefora Spinzo): "Sono una Rom. Ho 37 anni. Un cognome scomodo. Una vita di dolore. Un'adolescenza di speranze. Un presente di giudizio. Appartengo ad una famiglia Rom, e sin da piccola ho visto cose che mi hanno fatto male, in famiglia, a scuola, per strada, al supermercato... Mi presero e mi portarono nel carcere di Chieti. Non conoscevo nessuno, ero sola, era tutto sporco, puzzava, era buio, eravamo in sei in una stanza minuscola condita da tavoli, fornelli, vestiti, spazzole, assorbenti, foto, e visi poco buoni. Io stavo sempre in un angolo, loro si picchiavano, si dicevano parolacce, si offendevano, poi si baciavano tra donne, litigavano per qualsiasi cosa, urlavano. E io stavo in un angolo, avevo paura, di giorno, ma soprattutto di notte. Mi tornavano quelle scene in mente, iniziavo a respirare veloce, non mi fermavo, non riuscivo a fare respiri profondi, ero immobile in quello schifo di letto a castello, ero in un posto che non era il mio, ero dentro un incubo, dentro qualche film horror. Piangevo sempre, ma per fortuna delle mie parenti mi proteggevano. Non puoi mostrarti debole in carcere, ti picchiano, ti maltrattano. Era la prima volta in vita mia che speravo che le guardie (che mi avevano fatto del male portandomi in quel mattatoio), mi difendessero e si prendessero cura di me. Ma niente, ero sola e i giorni non passavano, io piangevo e se all'inizio mi appellavo alla mia innocenza, poi mi lasciai andare. Non pensavo più, non piangevo più, non mangiavo più, non parlavo più, non vivevo più. Mi avevano uccisa. Mi avevano uccisa ogni giorno. Per sette mesi, ogni mattina mi uccidevano. Non ero più Elisa, non avevo un passato, un presente, non avevo un futuro. Sarei morta là dentro, ero già morta".
Io, come Maurizio, non so cosa vedete voi guardando questa "zona rossa". Un magma freddo scrive Antonella La Morgia... o una doppia angoscia... o la paura dell'apocalisse... o il ciclo della colpa e dell'espiazione. Io sicuramente vedo la disuguaglianza e l'arroganza di chi ha il potere su chi non ce l'ha. Mi viene in mente una frase di Franco Basaglia detta durante un'intervista a Sergio Zavoli: "Chi non ha non è".
Per questo, per dare voce a chi è stata tolta la voce... anni fa è nata Voci di dentro. E più che mai oggi (nel tempo del Covid e non solo) questa voce va ascoltata. Come va ascoltata e accolta la richiesta che esce da chi sa e da chi ha cuore e occhi per vedere: subito amnistia, indulto o qualunque altro provvedimento che metta fine alla loro-nostra zona rossa.
di Ilaria Sesana
Avvenire, 10 dicembre 2020
Un cartello di Associazioni chiede di istituire un fondo per finanziare percorsi alternativi alla custodia attenuata: sì all'emendamento Stani (Pd). Istituire un fondo con una dotazione di 1,5 milioni di euro per finanziare percorsi di accoglienza al di fuori delle strutture carcerarie per le madri detenute e i loro figli. È la richiesta che arriva da alcune associazioni ("A Roma insieme", "Cittadinanzattiva", "Gabbianella", "Terre des Hommes" e "Acat") che chiedono ai membri della Commissione Bilancio della Camera dei deputati di approvare l'emendamento alla legge di bilancio promosso dall'onorevole Paolo Siani (Pd) e sostenuto da tutti i gruppi di maggioranza.
Obiettivo dell'emendamento è far uscire definitivamente i bambini dalle carceri italiane promuovendo invece l'inserimento delle detenute madri e dei loro figli all'interno di case-famiglia e di comunità alloggio idonee a ospitarli. Interventi che sarà possibile finanziare grazie alla dotazione di 1,5 milioni di euro all'anno per tre anni, a partire dal 2021, prevista dal fondo. L'idea è che spinga così a fare ricorso alla detenzione, anche se in forma attenuata, solo per i casi particolarmente gravi o complessi.
Privilegiando invece un approccio più rispettoso dei diritti dei bambini. Secondo i dati del ministero della Giustizia del 30 novembre 2020, nelle carceri italiane sono presenti 31 mamme (di cui 19 straniere) e 34 bambini (20 quelli di origine straniera).
Poco più di un terzo delle mamme (13) sono detenute all'interno dei cinque "Istituti a custodia attenuata" (Icam) attivi in Italia: Milano "San Vittore", Torino, Venezia "Giudecca" e Lauro (Avellino). Tutte le altre mamme e i loro figli fino ai sei anni di età si trovano all'interno delle sezioni nido delle carceri femminili italiane.
"Il carcere è un'istituzione totale dove la personalità viene negata. È un luogo segnato da una ripetitività ossessiva e dove gli spazi sono limitati. È molto duro per i bambini vivere in queste condizioni, sono costretti a sottostare a limitazioni enormi che segnano il loro sviluppo - sottolinea Gustavo Imbellone dell'associazione "A Roma, Insieme".
Gli Icam rappresentano una forma attenuata di detenzione, ad esempio non ci sono agenti armati, ma rientrano pienamente nel regime penitenziario". La costituzione di un fondo dedicato alla progettazione di percorsi di accoglienza di bambini e mamme fuori dal carcere rappresenta un traguardo importante. "Ma c'è ancora molto da fare.
Sono diverse e complesse, infatti, le cause per le quali tanti bambini sono costretti a vivere la privazione della propria libertà" commenta Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes. Le organizzazioni "Terre des Hommes", "A Roma insieme" e "La gabbianella" in una recente lettera congiunta hanno chiesto un'ampia revisione della legge 62/2011 che ha istituito nuove forme di tutela per le detenute madri e i loro figli: gli Icam e le case famiglia protette. Mentre i primi sono stati aperti in diverse città, si è fatto ricorso alle seconde in maniera estremamente limitata anche perché la legge prevedeva che fossero istituite "senza oneri per lo Stato".
"Per come è impostata la normativa, oggi le detenute madri vengono raramente affidate alle case famiglia - spiega Federica Giannotta. Per questo occorre invertire il processo e partire dal presupposto che un bambino non dovrebbe mai andare in carcere".
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 10 dicembre 2020
Se non fosse del Movimento 5 Stelle non ci sarebbe nulla di strano. Ma Cinzia Leone è un'attivista e senatrice pentastellata che sostiene lo sciopero della fame di Rita Bernardini per accendere i riflettori sul sovraffollamento carcerario. Un caso più unico che raro tra i grillini, storicamente non troppo sensibili al tema dei diritti dietro le sbarre. Leone è un'apostata del giustizialismo, fiera della propria abiura, tanto da farne oggetto di un intervento di fine seduta ieri a Palazzo Madama.
Senatrice, da dove nasce questa sua posizione eretica rispetto allo spirito del suo partito, il Movimento 5 Stelle?
L'aspetto umanitario, dal mio punto di vista, prevale sull'orientamento politico. Lo scorso anno ho avuto la possibilità, grazie ai Radicali, di vivere l'esperienza del "Ferragosto in carcere": sostenere oggi lo sciopero della fame di Rita (Bernardini, ndr), che stimo tantissimo, per me significa dare continuità a un percorso per la tutela dei cittadini detenuti che già avevo intrapreso. Perché tra la popolazione carceraria - che siano detenuti, agenti di polizia o operatori - l'emergenza Covid si fa sentire ancora di più. E non ci si può limitare a non guardare.
Certo, la pandemia ha acceso i riflettori sul carcere, ma anche prima del Covid non è che la situazione fosse rose e fiori...
Senz'altro, infatti io non conservo un bel ricordo di quel Ferragosto in carcere del 2019, prima dell'emergenza: persone senza acqua calda per lavarsi, costrette a vivere in promiscuità e in condizioni precarie di igiene. Altro che agenzia educativa e riabilitativa. Per me, come istituzione, è stato mortificante vedere gente in queste condizioni.
Per Marco Travaglio, punto di riferimento del mondo pentastellato, "solo una mente disturbata può pensare di difendere i detenuti dal Covid mandandoli a casa". Anche lei ha qualche problema?
Spesso dico questo: per parlare di carcere bisogna entrarci in un carcere. È un'esperienza forte e non sempre si è abbastanza corazzati per reggerla. Io ne sono uscita con le lacrime agli occhi. Ma bisogna spendere del tempo a parlare coi detenuti per capire. Tra i miei ricordi più vivi: una nonnina di 75 anni, in carcere perché vendeva magliette contraffatte in un quartiere di Palermo. Ma cosa ci fa una donna di quell'età in galera? Il carcere non può essere una discarica sociale. Se trattiamo queste persone come delle bestie abbiamo fallito, lo Stato ha fallito.
Anche il Movimento 5 Stelle, però, ha contribuito a questa narrazione del carcere come discarica sociale. Il suo partito dovrebbe fare un po' d'autocritica?
Sicuramente. Non posso dire che non sia come dice lei. Ma per quanto mi riguarda non rinuncio a dire la mia, non ho alcuna intenzione di mettere la testa sotto la sabbia, soprattutto in un contesto di pandemia che in quei luoghi amplifica la drammaticità dell'emergenza.
Si sente isolata nel M5S?
Occuparsi delle carceri, in generale, non rientra tra le priorità dell'agenda politica. C'è tanto da fare e io voglio dare il mio contributo. Sostengo la battaglia non violenta di Rita Bernardini, è una causa giusta e assurda allo stesso tempo, perché non dovremmo arrivare a questo punto. Mi creda, io vivo il mio mandato con estrema serietà e responsabilità e non posso sentirmi tranquilla sapendo che tre persone sono costrette a vivere in sette metri quadri. Alcuni colleghi del mio partito la pensano come me ma preferiscono non esporsi.
C'è imbarazzo a condurre battaglie di questo tipo nel Movimento?
No, imbarazzo non credo, c'è forse una questione culturale che porta la politica a dare la priorità ad altre cose.
Durante la prima ondata di Covid il ministro Bonafede aveva reso più snelle le procedure per accedere alle pene alternative. È bastato un polverone mediatico, la scarcerazione di presunti boss, per far tornare il Guardasigilli sui suoi passi. Ma quella era la strada giusta?
Dobbiamo assolutamente riprendere quel discorso interrotto dopo la prima ondata pandemica a causa di una polemica politica. Ricordiamo che quei provvedimenti erano richiesti da vari magistrati di sorveglianza.
Servirebbe subito un nuovo "svuota carceri"?
A mio avviso sì, approfittando dell'opportunità che una crisi ci sta dando. Chiaro, è solo la mia parola, io però ci credo.
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