di Mario Vetere
agenziadire.com, 10 dicembre 2020
La prefazione è di Gianfranco Fini. L'ex governatore della Calabria, e sindaco di Reggio Calabria è detenuto per una condanna definitiva a 4 anni e 7 mesi per falso ideologico. Esce oggi, giovedì 10 dicembre, il libro-intervista di Franco Attanasio a Giuseppe Scopelliti dal titolo "Io sono libero" (Luigi Pellegrini editore), con prefazione di Gianfranco Fini.
Il testo ripercorre uno spaccato di vita personale e professionale dell'ex governatore della Calabria, e sindaco di Reggio Calabria, al momento detenuto in carcere per una condanna definitiva a 4 anni e 7 mesi per falso ideologico emessa nell'aprile del 2018. Nel processo sono state considerate alcune vicende accadute tra il 2008 e il 2009, quando Scopelliti era primo cittadino della città dello Stretto. "Ho conosciuto e cominciato a stimare Scopelliti a metà degli anni ottanta", scrive Fini nella prefazione aggiungendo: "e il modo con cui egli ripercorre le tappe della sua carriera politica, da ragazzino, che scappava dall'oratorio per sentire il comizio di Almirante, a segretario nazionale del Fronte della gioventù. Da sindaco, plebiscitato dai suoi concittadini, a governatore della regione, ha rafforzato il mio giudizio positivo sulla sua figura". "Innanzitutto, sul piano umano - ricorda Fini - Scopelliti non ha mai recitato il ruolo impostogli dalla carica ricoperta. Credeva davvero in quel che diceva e ha cercato di comportarsi di conseguenza, senza presunzione e, meno che meno, arroganza". "Era cosciente delle difficoltà e dei pericoli cui poteva andare incontro, ma ciò - afferma Fini - non ha mai attenuato la sua ostinata caparbietà di non mollare. Per uno strano scherzo del destino - conclude - questo libro va alle stampe in concomitanza con la tragicomica vicenda dei commissari della sanità calabrese, e per la quale la parola vergogna è la sola possibile". Il libro sarà acquistabile anche online su Mondadori store, Amazon, Libreria universitaria, Ibs, Unilibro, Rakuten kobo.
Scopelliti: "anche 7 ospedali a pochi chilometri distanza" - "Si potrebbe argomentare che l'ottimizzazione della spesa sanitaria sia stata conseguita a causa della chiusura di 18 ospedali e del blocco delle assunzioni. Anche su questo è stata montata artatamente una mistificazione". Così l'ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti nel libro intervista di Franco Attanasio 'Io sono libero'. Il piano di rientro del settembre del 2009, aveva previsto la riconversione di 11 presidi ospedalieri in case della salute: 8 da trasformare in strutture di lunga assistenza, 5 da riconvertire in strutture riabilitative. Si trattò quindi una razionalizzazione della rete sanitaria che cercava di mettere ordine alla crescita esponenziale di ospedali pubblici senza un criterio oggettivo e di necessita'. "Nella sola Piana di Gioia Tauro - ricorda Scopelliti - in molti evidenziarono che vi fossero sette ospedali a pochi chilometri di distanza, che effettuavano prestazioni ed operazioni chirurgiche inappropriate, ricoveri inopportuni, utili solo a garantire e giustificare il posto di lavoro, anche non necessario, piuttosto che un buon livello di tutela della salute dei cittadini. Erano definiti "presidi di morte". In qualche ospedale erano a stipendio sei o sette cuochi, ma mancava il servizio di mensa".
Nel Reggino, ad esempio, l'ospedale di Taurianova nel 2010, con una produzione di circa 0,4 mln di euro, con un personale di 93 addetti di cui 17 per l'ufficio attività tecniche e patrimonio e 21 direzione sanitaria costava alle casse della Regione 7,3 milioni di euro. A Palmi, sempre in provincia di Reggio Calabria e sempre nel 2010, a fronte di una produzione di 0,3 milioni di euro la Regione spendeva 14 milioni di euro, con un personale di 99 unità di cui 17 di sola direzione sanitaria.
E ancora, a Chiaravalle (Catanzaro) nel 2010 l'ospedale produceva 0,6 milioni di euro a fronte di un costo di 10,4 milioni, con un personale di 166 unità di cui 26 di direzione amministrativa e 24 di direzione sanitaria. L'ospedale di Soriano (Vibo Valentia) nello stesso anno produceva 0,6 milioni di euro con un costo di 8,1 milioni di euro, con 109 unità di personale.
A San Marco Argentano (Cosenza) nel 2010 il costo era di 8,9 milioni di euro a fronte di una produzione di 1,2 milioni di euro con 121 unità di personale. Ma anche nella sanità ospedaliera privata si registrò una sensibile diminuzione dei budget, con un circa 30% di tagli. Dal 2014 ad oggi, da parte dei successivi commissari, ancora non si ha notizia della successiva riorganizzazione della rete ospedaliera pubblica che ha portato in questi ultimi mesi ad acuire maggiormente le difficoltà del settore, sotto pressione per via dell'emergenza coronavirus.
"Ndrangheta è negazione della civiltà e della cultura" - "Le organizzazioni criminali e, più in particolare, la ndrangheta, sono la negazione della civiltà, della cultura, dell'umanità; tradiscono il patto sociale, alterano le leggi dell'economia e del mercato, generano morte e distruzione. Al di là di questi aberranti effetti, a tutti noti, ho sempre creduto che la ndrangheta sia il principale fattore di limitazione dello sviluppo e del progresso del nostro territorio". Risponde così l'ex governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti nel libro intervista 'Io sono libero' di Franco Attanasio, in uscita domani (Luigi Pellegrini editore).
"Da sindaco - si legge ancora - mi sono fortemente battuto per l'adozione di un provvedimento che, mai prima di allora, Reggio Calabria aveva conosciuto: l'assegnazione alla collettività dei beni confiscati alla criminalità organizzata". "Firmai io, da sindaco - precisa Scopelliti - lo sgombero e l'attribuzione degli immobili occupati dai familiari delle principali cosche di ndrangheta del territorio di Reggio. Nessun altro prima di me l'aveva fatto".
di Rossella Rossini
Il Manifesto, 10 dicembre 2020
Giornata internazionale. Il 10 dicembre 1948 veniva approvata la Dichiarazione universale dei diritti umani. Oggi questo prezioso documento ha collezionato una lunga serie di violazioni e strappi. Sopratutto per quanto riguarda i diritti delle donne. Si conclude oggi la "campagna dei 16 giorni" lanciata nel 1991 dal Center for Women's Global Leadership e assunta dalle Nazioni Unite per sottolineare che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. L'iniziativa, che dal 1991 ha coinvolto oltre 6.000 organizzazioni internazionali e della società civile in 187 paesi, collega due importanti ricorrenze: la Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza di genere e la Giornata Internazionale per i diritti umani.
Secondo dati Onu, nel mondo 243 milioni di donne nel 2019 hanno subito violenza da parte del partner o ex partner. In Europa, il 25 novembre il Movimento delle donne curde ha lanciato la campagna "100 giorni" per raccogliere storie di donne abusate e uccise dal governo dell'Akp e raccogliere firme contro le politiche femminicide del regime turco, al fine di chiedere alla Corte dell'Aja di processare Erdogan per crimini contro le donne. Il Rapporto Eures ha rilevato che in Italia le donne uccise tra il 2000 e il 31 ottobre 2020 sono state 3.344, con una escalation nei primi dieci mesi di quest'anno, che hanno registrato 91 femminicidi, uno ogni tre giorni, in gran parte in ambito familiare.
Ma la violenza di genere non si esprime soltanto con uccisioni e abusi sessuali. Si esprime attraverso matrimoni forzati e spose bambine, diseguaglianze e discriminazioni. La lotta per contrastarla passa, pertanto, anche attraverso le pari opportunità, nei campi dell'istruzione, dell'occupazione, delle politiche retributive e della carriera professionale, coinvolgendo l'intera gamma dei diritti umani e portandoci nel pieno della Giornata Internazionale che si celebra ogni 10 dicembre.
La notte di Capodanno del 1945 una donna alta, avvolta in un soprabito nero, salì a bordo della Queen Elizabeth diretta a Southampton. La nave di linea, ancora verniciata di grigio perché utilizzata per il trasporto delle truppe, si accingeva a solcare nella nebbia e nel freddo un oceano agitato per portare la delegazione degli Stati Uniti, nominata dal neo-presidente Harry Truman, alla prima riunione dell'Assemblea generale dell'Onu che si sarebbe svolta a Londra il 10 gennaio 1946.
Era Eleanor Roosevelt, unica presenza femminile nella delegazione, non più First Lady dopo la morte del presidente, Franklin Delano, avvenuta pochi mesi prima e non ancora consapevole di avere imboccato la strada verso il traguardo più importante della sua già illustre carriera: la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che sarebbe stata approvata dopo un lungo e intenso lavoro il 10 dicembre del 1948.
Di quel documento, destinato a ispirare un gran numero di costituzioni nazionali, compresa la nostra, di trattati postbellici o post-coloniali e a diventare la stella polare dell'esercito di attivisti che si battono per i diritti umani internazionali e per la libertà, Eleanor, eletta all'unanimità alla presidenza della commissione competente, è considerata la principale artefice.
La Dichiarazione divenne il pilastro di un nuovo ordine di relazioni internazionali inteso a prevenire il ripetersi degli orrori di due guerre mondiali, del nazifascismo e della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, le cui immagini erano ancora fresche negli occhi del mondo. Basato sul principio per cui il modo in cui una nazione tratta i suoi cittadini non riguarda soltanto quel paese e non è esente da controlli esterni, quel nuovo ordine si è presto rivelato illusorio - in un mondo in cui la salvaguardia dei diritti umani si fa spesso pretesto per interventi armati o pressioni economiche.
Ma allora, pur essendoci tutte le ragioni per disperare della condizione umana, un gruppo di uomini e donne eccezionali lottarono con tutta la loro volontà per formulare un insieme di principi chiaro e applicabile in tutto il pianeta. Il compito era irto di ostacoli. 58 nazioni avrebbero lavorato insieme, attraverso i loro rappresentanti, in un consesso internazionale di cui facevano parte paesi capitalisti e paesi comunisti, regimi totalitari e democrazie, sotto la cappa dell'incalzante deterioramento delle relazioni tra l'Urss e l'Occidente.
Le barriere da superare erano tante. Ideologiche e politiche, come rivelavano le frizioni esplose ogni qualvolta i delegati sovietici inserivano nei testi clausole di propaganda, o quando si levavano accuse di tentata egemonia delle potenze occidentali. Erano linguistiche, religiose, filosofiche e culturali. Erano economiche e sociali, come emerse quando la delegata indiana evidenziò l'impossibilità di andare oltre l'obbligo della scuola primaria nel definire gli obiettivi in materia di diritti all'istruzione. Ciononostante si giunse a un documento condiviso, composto da un Preambolo e da trenta articoli, di cui ventidue relativi ai diritti politici e civili e otto ai diritti economici e sociali.
Il 10 dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita nella sua terza sessione, approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani con quarantotto voti a favore, nessun voto contrario, otto astensioni prevalentemente in area sovietica e due assenze. Eleanor Roosevelt aveva coronato il progetto, condiviso con Franklin Delano, di costruire una grande organizzazione delle nazioni, facendosi artefice in prima persona di quella che, per usare le sue parole, aspirava a diventare "la Magna Charta internazionale di tutti gli uomini in ogni luogo del mondo".
Ma già gli eventi immediatamente successivi, dominati dalla guerra fredda, mandarono quelle speranze in frantumi. Oggi, gli Stati membri delle Nazioni Unire sono 193 e le violazioni dei diritti umani sono una piaga mondiale, come testimoniano i rapporti delle organizzazioni internazionali.
di Gianna Fregonara
Corriere della Sera, 10 dicembre 2020
Le sentenze hanno una forza propria, sono frutto di un percorso che si spera rigoroso e approfondito. Ma la scelta delle parole del processo può renderle urtanti al punto da farcele ritenere inaccettabili. A Brescia, l'ottantenne che ha ucciso la moglie è stato assolto perché incapace di intendere e di volere. Era addirittura "in preda al delirio" quando ha infierito su di lei, come hanno certificato i periti, una condizione che il diritto preferisce affidare agli esperti della psichiatria. Quello che non possiamo accettare nel verdetto è la motivazione del delirio: la gelosia.
Sarà stata anche tale da "stroncare il suo rapporto con la realtà", da lasciare l'autore dell'uxoricidio ai suoi fantasmi e determinare "un irrefrenabile impulso omicida". Ma non siamo in una tragedia shakespeariana, di mezzo c'è una povera moglie uccisa nel suo letto a coltellate. Sentiamo che il richiamo alla gelosia svilisce la vita e la morte della vittima consegnandola al retaggio del delitto passionale, se non del delitto d'onore, quasi un reato di serie B.
Non è la prima volta: un anno e mezzo fa, la Corte d'Appello di Bologna parlò "di tempesta emotiva" per descrivere l'alterazione da gelosia dell'autore di un femminicidio. Ai giuristi ora toccherà cimentarsi sulla correttezza delle motivazioni della decisione dei giudici di Brescia, a noi resta l'irritazione di pensare che situazioni così dolorose non meritino qualche attenzione in più per rassicurarci che sia chiaro a tutti che non è solo questione di rispettare i codici ma di riaffermare che attenuanti tollerate per troppo tempo non possano essere interpretate come nuovi alibi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 10 dicembre 2020
I voti a favore sono stati 298. Tre grillini votano in dissenso dal Movimento. Con 298 voti a favore, 232 contrari e nove astensioni la Camera ha approvato ieri il nuovo decreto sicurezza che passa ora al Senato dove è già atteso dal voto di fiducia. I tempi per l'approvazione del provvedimento, che chiude definitivamente l'era dei decreti anti immigrazione di Matteo Salvini, sono stretti visto che la scadenza è prevista per il 20 dicembre. Questa mattina la conferenza dei capigruppo deciderà il calendario dei lavori ma è quasi certo che il voto finale dell'aula del Senato verrà fissato al massimo per venerdì della prossima settimana.
Quello che a torto o a ragione è considerato come il provvedimento bandiera della Lega si prepara dunque a lasciare definitivamente le scene della politica italiana. Certo restano i dubbi su possibili sorprese in arrivo da qualche senatore dissidente del M5S, ma la strada sembra ormai tracciata. Un esempio del malumore grillino si è avuto anche ieri alla Camera dove tre deputati hanno votato contro il decreto in dissenso con il gruppo e altri tre si sono astenuti.
E dura è stata la protesta della Lega, che dopo aver ricordato al M5S di aver votato i decreti sicurezza di Salvini nel precedente governo Conte 1, ha esposto uno striscione con la scritta "Stop al decreto clandestini" mentre dalla tribuna veniva mostrata una gigantografia raffigurante Conte e Salvini insieme al momento dell'approvazione dei provvedimenti. "Noi del Movimento 5 Stelle siamo decisamente diversi dagli altri schieramenti e soprattutto dalla Lega", è stato la replica del presidente della Commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia. "E questa differenza sta tutta nel fatto che noi abbiamo scelto di restare al timone, continuare a batterci e a metterci la faccia per cercare di risolvere i problemi".
Critiche ai precedenti decreti sicurezza erano arrivate in passato anche dal presidente Mattarella che aveva sottolineato la necessità di una parziale riscrittura. Le modifiche apportate vanno oltre le richieste del Quirinale e reinseriscono, come stabilito da una sentenza della Corte costituzionale, anche la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi alle anagrafi comunali.
Tra le novità più importanti alcune riguardano le navi delle ong che effettuano soccorsi in mare. Il salvataggio dei migranti in difficoltà deve essere svolto dopo aver avvisato il Paese di bandiera e il centro di coordinamento competente, comprendendo tra questi anche quello di tripoli, condizione che ovviamente nessuna ong accetterà mai.
Spariscono in compenso le maxi multe per le navi delle ong che non rispettano il divieto, imposto dal Viminale in accordo con i ministeri dei Trasporti e della Difesa, di ingresso nelle acque territoriali. Le nuove sanzioni sono comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro ma potranno essere inflitte solo dopo l'intervento di un giudice. Prevista inoltre la possibilità di tramutare i permessi umanitari n permessi di soggiorno se il migrante ha trovato un lavoro, mentre sarà vietato espellere stranieri che in patria rischiano persecuzioni politiche, tortura o per ragioni di razza, sesso e religione, ma anche se corrono rischi per il loro orientamento sessuale o l'identità di genere. Per queste persone è prevista la possibilità di richiedere un permesso umanitario.
Altra novità importante riguarda a creazione del Sai, il Sistema di integrazione e accoglienza. Sono previsti due livelli di prestazioni: il primo per i richiedenti asilo e il secondo destinati a coloro i quali è stata accolta la domanda di e per i quali sono previsti servizi finalizzati all'integrazione.
Novità anche per quanto riguarda il decreto flussi: nel caso non venga pubblicato nel corso dell'anno il presidente del consiglio può emanarlo ugualmente senza tener conto del tetto di ingressi fissato l'anno precedete. Da sottolineare infine anche i tempi di attesa per la risposta alle domande di cittadinanza, che tornano a 24 mesi prorogabili fino a 36, e la cosiddetta "norma Willy" che prevede multe per chi partecipa a risse fuori dai locali, ma anche la reclusione da sei mesi a sei anni nel caso ci sia un ferito o un morto.
Soddisfazione per il via libera dato dalla Camera al nuovo decreto sicurezza è stata espressa dal viceministro dell'Interno Matteo Mauri: "Il voto di oggi - ha detto - rappresenta un passo importantissimo per tornare a gestire il fenomeno migratorio con razionalità e nel rispetto del diritto internazionale". Analogo il commento del deputato di LeU Erasmo Palazzotto, per il quale "oggi si chiude una pagina oscura della nostra democrazia, ripristinando almeno in parte i principi di civiltà giuridica che erano stati calpestati da quella che non esito a definire un'aberrazione del Diritto, ovvero i decreti Salvini".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 10 dicembre 2020
La denuncia di quattro associazioni: "Se le autorità non possono garantire i diritti in questione i Cpr devono cessare la propria attività". L'isolamento sanitario ha impedito alle persone trattenute nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di via Corelli, a Milano, di incontrare per due settimane i propri avvocati e quindi esercitare il diritto alla difesa. È la denuncia dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), dell'organizzazione di volontariato Naga, della campagna Lasciatecientrare e della rete Mai più lager-No ai Cpr. "Se le autorità competenti non possono garantire i diritti in questione anche in vigenza dei protocolli necessari per la tutela della salute delle persone trattenute, del personale e dei legali, i Cpr devono cessare la propria attività", affermano le associazioni.
I fatti risalgono ai quattordici giorni che vanno dal 16 al 30 novembre. Dopo che due tamponi hanno dato esito positivo al Covid-19 i circa quaranta reclusi sono stati completamente isolati. Il caso più drammatico è quello di un cittadino tunisino: a fine novembre avrebbe dovuto incontrare l'avvocato per firmare la nomina, ma il colloquio non si è potuto tenere. L'uomo ha tentato il suicidio due volte e al momento si trova ricoverato all'ospedale Niguarda senza aver ancora nominato il difensore. Gravi conseguenze hanno poi riguardato otto minori che non avrebbero mai dovuto trovarsi dietro le sbarre e invece ci sono rimasti per quasi tre settimane perché la procedura di accertamento dell'età è stata congelata per tutta la durata della quarantena.
Le ulteriori restrizioni si sono inserite in un quadro che le associazioni giudicavano già "fortemente critico" per le modalità di svolgimento dei colloqui con gli avvocati e la libertà di corrispondenza con il mondo esterno delle persone detenute. Nel Cpr milanese sono spesso assenti mediatori professionisti, manca la riservatezza nei colloqui e il diritto di comunicare con l'esterno è limitato. Lo hanno scritto in una lettera inviata il 27 novembre ai garanti dei detenuti, al tribunale di Milano e al giudice di pace. Le autorità competenti hanno risposto sulla questione dell'isolamento forzato affermando che è stato disposto nel rispetto del protocollo emergenziale. Vista l'evoluzione generale della pandemia, però, è difficile pensare che quei contagi rimangano un caso isolato. Il rischio di nuove gravi violazioni è dietro l'angolo.
La struttura di via Corelli ha riaperto il 29 settembre scorso tra le proteste di una parte della cittadinanza. Da allora è stata teatro di diverse rivolte. L'ultima, domenica scorsa, sembra averne reso inagibile una parte. L'amministrazione del centro è stata interpellata dal manifesto ma non ha voluto chiarire se e dove le persone delle aree danneggiate siano state spostate. Il Cpr è gestito da Luna Scs e Versoprobo Scs.
di Antonio Michele Storto
euronews.com, 10 dicembre 2020
Per un attimo, probabilmente, i suoi cari avevano sperato di poterlo riabbracciare almeno in tempo per il Natale copto, che cade il 7 di gennaio. Ma per Patrick Zaky - lo studente egiziano che lo scorso febbraio fu arrestato con l'accusa di "propaganda sovversiva" poco prima di poter tornare a Bologna, dove stava svolgendo il programma Erasmus - la detenzione si prolungherà di almeno un altro mese e mezzo. Zaki, che come ha sottolineato Amnesty international proviene da una famiglia cristiana di rito copto, dovrà quindi trascorrere in una cella del carcere di Tora, a sud del Cairo, anche il giorno della natività.
Ma il suo caso - che pure ha trovato una enorme eco mediatica e politica, con appelli per la scarcerazione arrivati anche da celebrità come Scarlett Johansson - non è certo l'unico a far discutere circa la violenza con cui il regime di al-Sisi tende a trattare il dissenso. Soltanto nella stessa seduta di Zaky, oltre 700 misure di sorveglianza sono state confermate dal giudice del Terzo circuito della Corte penale, deputato in teoria occuparsi di "terrorismo", una voce sotto la quale in realtà in Egitto vengono spesso incasellate vicende di dissenso e propaganda scomoda al regime, come nel caso di Giulio Regeni. "Soltanto un imputato su 738 è riuscito a riguadagnare la libertà nella stessa sessione" ha spiegato a Euronews Hussein Baoumi, ricercatore e portavoce di Amnesty International in Egitto.
Gli "altri" Zaky - Tra i 737 imputati che i giudizi egiziani hanno ritenuto di lasciare in carcere, Zaky non era peraltro l'unico ad avere legami con l'Europa, circostanza questa che fin dall'inizio ha fatto della sua detenzione un caso mediatico e politico. La misura di sorveglianza, lunedì scorso, è stata prolungata ad esempio anche per Ramy Shaat, un attivista palestinese sposato con Céline Lebrun, cittadina francese ed insegnante di scienze politiche, che, parlando con l'agenzia AFP, ha rimarcato come il fascicolo del marito sia rimasto "completamente vuoto". "Le accuse di 'disordini contro lo Stato' - ha aggiunto la donna - sono prive di qualsiasi prova o fondamento". Ad oggi, la custodia cautelare per Shaat è stata rinnovata 19 volte in 17 mesi. Céline ha potuto parlargli al telefono soltanto due volte, una volta nel maggio 2020 e l'ultima nell'agosto dello stesso anno.
La Professoressa Lebrun è fortemente critica nei confronti dell'approccio "cerchiobottista" adottato dalla Francia, che nell'Egitto di al Sisi vede un "fattore di stabilizzazione regionale", ragione che, due giorni orsono, per Emmanuel Macron è stata sufficiente a riconfermare l'intenzione di continuare a vendere armi a quello che oggi è il miglior cliente della Francia, l'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi.
"Ho l'impressione che l'Egitto assomigli sempre più ad una pentola a pressione pronta ad esplodere", dice la docente, secondo la quale dissidenti come suo marito potrebbero "canalizzare un'opposizione pacifica e democratica".
Secondo Lebrun l'Unione Europea e le istituzioni internazionali "hanno i mezzi per far ragionare l'Egitto". La prova provata di ciò sarebbe il rilascio di altri tre attvisti di primo piano, Gasser Abdel Razek, Mohamed Basheer e Karim Ennarah, dirigenti della medesima ong egiziana a cui faceva riferimento anche Zaky, la Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr) e scarcerati proprio in seguito alle forti pressioni ricevute dalla comunità internazionale, che hanno trovato un aprice con l'appello di 17 Ong alle quali si è unita anche la voce di Scarlett Johansson.
I timori per l'avvocata dei diritti umani - Tra gli imputati di accuse come "propaganda sovversiva o incitamento alla violenza e al terrorismo" che i giudici egiziani hanno lasciato in carcere, spicca poi il caso di Hoda Abdelmoniem, avvocata 63enne specializzata in violazioni dei diritti umani, molto conosciuta in Egitto, la cui figlia - che vive a Bruxelles - si sta battendo ormai da due anni per la sua liberazione. L'ultima volta i suoi familiari - ai quali continua ad essere negata ogni visita in carcere - hanno potuto vederla durante un'udienza dello scorso 27 ottobre; ma nel frattempo, Abdelmoniem sarebbe stata ricoverata per insufficienza renale, e le sue condizioni sembra siano in rapido peggioramento. C'è poi il caso di Karim Ennarah, uno dei tre attivisti rilasciati la scorsa settimana, sposato con una cittadina britannica; i cui beni, esattamente come per gli altri due compagni scarcerati, sono stati congelati dal governo egiziano.
Giornalisti deportati - "Se si parla di casi con una qualche connessione con l'Europa - spiega Baoumi - non si può non menzionare i numerosi giornalisti deportati per aver infastidito il regime nello svolgimento del loro lavoro". Tra questi - sottolinea Baoumi - c'è anche un'italiana, Francesca Borri, che lo scorso autunno fu trattenuta e poi espulsa dall'aeroporto del Cairo, dov'era appena arrivata per uno dei suoi reportage. C'è poi Bel Trew, giornalista britannico del Times, che fu arrestato e poi espulso mentre lavorava nel quartiere di Shubra, sobborgo operaio del Cairo. Tra i più recenti c'è poi il caso di Ruth Michaelson, una giornalista tedesco-britannica che lavorava per il Guardgian, e che lo scorso marzo le forze di sicurezza hanno pensato bene di espellere per aver suggerito che i casi di Covid nel Paese potessero essere molto più numerosi rispetto alle cifre ufficiale fornite dal governo.
Basta con il lassismo - Secondo molti analisti, commentatori ed esperti di diritti umani, le politiche repressive di al-Sisi,oltre che dall'approccio "cerchiobottista" adottato dalla Francia, sarebbero state incoraggiate anche dal lassez faire molto più pronunciato da parte dell'amministrazione Trump, che secondo Baoumi avrebbe offerto "supporto incondizionato, non vincolato ad alcuna forma di rispetto dei diritti umani". Per questo, attivisti e Ong raccomandano di subordinare qualsiasi aiuto all'Egitto a progressi concreti sul tema dei diritti umani, come del resto è nelle intenzioni del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.
di Pierfrancesco Majorino*
huffingtonpost.it, 10 dicembre 2020
La famiglia di Patrick Zaki ha ragione: il governo italiano dovrebbe fare molto di più. Solitamente schivi, il padre e la sorella dello studente egiziano dell'Università di Bologna detenuto al Cairo ricordano in queste ore al governo italiano che si dovrebbe agire con determinazione per ottenere la sua scarcerazione.
Hanno aspettato per dieci mesi gli esiti di una vicenda in cui la legalità è una beffa. Cristiani copti, illusi dalla pressione internazionale che solo qualche giorno fa aveva costretto l'Egitto a scarcerare i dirigenti di Eipr ed ex colleghi di Patrick, speravano ancora di poter riabbracciare il figlio per Natale. Sabato il suo caso è stato trattato in un'aula dov'erano rinchiuse nella gabbia degli imputati altre 700 persone: una dimostrazione di quel che sta accadendo in Egitto.
Le millantate "prove" delle accuse di cospirazione a suo carico non vengono mai presentate in aula perché Patrick non riesce a ottenere nemmeno un processo. Nonostante la presenza in aula di ambasciatori di vari paesi europei che stanno seguendo il suo caso, fra cui quello italiano, domenica abbiamo saputo che sarebbe andata a finire come nelle udienze precedenti: altri 45 giorni di detenzione preventiva, e il limite massimo è di due anni di rinnovi consecutivi. Vogliamo aspettare che trascorrano tutti, mentre a Patrick vengono negati perfino i libri dell'università e dorme sul pavimento di una cella perché gli hanno portato via anche il materasso?
Mentre dal Parlamento Europeo a più riprese siamo intervenuti per chiedere che il suo caso ricevesse tutta l'attenzione diplomatica possibile, il governo italiano tace, e in Francia Macron riceve Sisi con tutti gli onori, descrivendolo come un presidente "democraticamente eletto" - dimenticandosi del golpe del 2013 e dell'incarcerazione degli altri candidati.
La realtà è che solo i partner commerciali e militari dell'Egitto possono determinare una svolta, ponendo fine a queste pagine oscure - che in Italia dovremmo conoscere bene, visto l'assassinio di Giulio Regeni che ancora attende giustizia - e pretendere che i diritti umani siano non solo rispettati per tutti, inclusi i dissidenti egiziani, ma smettano una volta per tutte di essere merce di scambio.
Il silenzio della Farnesina sul caso di Patrick Zaki comincia a essere molto pesante, e sono convinto che dobbiamo ricorrere a tutti gli strumenti diplomatici a nostra disposizione per ottenere che Patrick possa tornare a studiare e a vivere una vita piena, a cominciare dal richiamare l'ambasciatore.
*Europarlamentare Pd
di Serena Console
Il Manifesto, 10 dicembre 2020
Big data, crediti sociali e polizia predittiva sono utilizzati per identificare gli uiguri da internare nei centri di rieducazione della regione cinese dello Xinjiang. Sono proprio le tecnologie di ultima generazione a essere finite al centro di un rapporto shock diffuso dalla Human Rights Watch (Hrw), basato su un leak ottenuto nel 2018, che fa luce sugli strumenti utilizzati da Pechino per garantire l'efficacia del sistema detentivo nella regione autonoma cinese.
Il gruppo per la tutela dei diritti umani ha trascorso gli ultimi due anni ad analizzare un database contenente i nomi di 2000 uiguri detenuti tra il 2016 e il 2018 nella prefettura di Aksu. La Hrw, con i documenti ottenuti da una fonte anonima, mantiene accesi i riflettori sulla campagna di repressione e detenzione che colpisce le minoranze musulmane in Cina.
Nel rapporto, la Hrw evidenzia la funzionalità della Piattaforma integrata per le operazioni congiunte (Ijop), che gioca un ruolo chiave nel tenere traccia delle reti personali degli individui, della loro attività online e della vita quotidiana. L'analisi del leak, inoltre, suggerisce che la maggioranza delle persone è finita nei centri pur avendo comportamenti leciti e non violenti.
È facile finire nel mirino delle autorità. Numerose sono le trasgressioni che portano all'arresto arbitrario e senza un processo giudiziario: studiare il Corano, avere rapporti con parenti residenti in "Paesi sensibili" (come Turchia, Afghanistan, Arabia Saudita e Kyrgyzstan), osservare i precetti della religione musulmana, oppure essere nati dopo gli anni '80; anche non pagare l'affitto o praticare la poligamia rientrano nella lista di comportamenti di persone "generalmente inaffidabili". Ma a determinare la detenzione è anche l'utilizzo di alcune app o la condivisione sul web di contenuti terroristici.
La lista dei detenuti nella prefettura di Aksu, che segue la recente pubblicazione di un altro database con i nomi dei prigionieri nella contea di Karakax - sempre nello Xinjiang - presenta una condizione allargata al contesto nazionale. La Hrw ritiene che il sistema Ijop è utilizzato anche al di fuori della regione. La China Electronics Technology Group Corporation, la società che si è occupata della progettazione e distribuzione dell'Ijop nello Xinjiang, lo scorso gennaio ha venduto la Ijop alle autorità di Yinchuan, capitale della provincia di Ningxia, dove c'è un'alta concentrazione dell'etnia musulmana Hui. Valore di vendita: 43 milioni di dollari. I giganti tecnologici cinesi traggono profitto dalla repressione esercitata dal Partito comunista cinese sulle minoranze etniche di fede musulmana. Huawei, il colosso con sede a Shenzhen, nel 2018 ha testato un software di riconoscimento facciale che consente di inviare una notifica o un segnale di allarme alle autorità cinesi quando i sistemi di videosorveglianza riconoscono i tratti del viso di uno uiguro.
A rivelarlo è un documento interno firmato dai rappresentanti di Huawei, ottenuto dalla società statunitense di videosorveglianza Ipvm e condiviso con il Washington Post. In base al rapporto, Huawei ha lavorato con l'azienda cinese Megvii per progettare un sistema di telecamere a intelligenza artificiale, capace di scansionare i volti delle persone, stimando l'età, il sesso e l'etnia. Un meccanismo in grado di funzionare con precisione anche nelle trafficate strade cinesi.
Il documento, attualmente rimosso dal sito web di Huawei, potrebbe alimentare le polemiche sul colosso tecnologico, ritenuto dall'amministrazione Trump un'arma di spionaggio nelle mani del Pcc. In base alle rivelazioni pubblicate dalla testata Usa, Huawei e Megvii hanno fornito congiuntamente una soluzione di riconoscimento facciale basata sulla soluzione cloud video di Huawei; nel dettaglio, Huawei ha fornito i server, lo spazio di archiviazione, le apparecchiature di rete, la sua piattaforma cloud FusionSphere, oltre a fotocamere e videocamere, mentre Megvii ha condiviso il software del sistema di riconoscimento facciale dinamico. Tuttavia, i due giganti tecnologici negano che il sistema di telecamere sia stato progettato per rafforzare il controllo sociale su base etnica.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 10 dicembre 2020
Maratona di scienziati su Youtube in difesa del ricercatore iraniano. Non si ferma la mobilitazione del mondo accademico per chiedere la liberazione del medico condannato a morte in Iran: oggi l'iniziativa dell'Università del Piemonte orientale con 160 interventi da tutto il mondo.
"La decisione è stata rinviata di una settimana, ma il rischio che l'esecuzione venga attuata è molto alto": l'annuncio apre la Maratona accademica a favore del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, condannato a morte con l'accusa di spionaggio dal tribunale di Teheran. Dalle 15 di oggi (9 dicembre) fino alla stessa ora di domani sul canale Youtube dell'Università del Piemonte Orientale oltre 160 scienziati di tutto il mondo, tra cui premi Nobel, attivisti contro la pena di morte e accademici si passeranno il testimone in una lunga maratona di parole e scienza in difesa della libertà di Djalali e della ricerca. Djalali si trova ancora al carcere di Evin dov'è rinchiuso dall'aprile 2016: il trasferimento nella prigione di Rajaei Shahr Karaj dove avvengono le esecuzioni era stato bloccato all'ultimo momento, nei giorni scorsi. Ieri l'avvocato iraniano del ricercatore ha avvisato la moglie Vida Mehrannia che si trova in Svezia del rinvio di una settimana dell'esecuzione. Si spera che la diplomazia internazionale dell'Unione europea e dei Paesi per cui il ricercatore ha lavorato come Italia, Belgio e Svezia possa ottenere la cancellazione della pena di morte e la liberazione del medico. Djalali è allo stremo delle sue forze fisiche e psicologiche dopo quattro anni e mezzo di detenzione dura, processi di cui non è possibile avere la sentenza scritta e confessioni che secondo Amnesty sono state estorte con minacce.
L'introduzione della Maratona è tenuta dal rettore dell'Università del Piemonte Orientale Gian Carlo Avanzi, da Francesco della Corte, direttore del centro di ricerca Crimedim in cui ha lavorato Djalali e dall'amico e collega Luca Ragazzoni, che dal 2016 sostiene la mobilitazione mondiale per la sua liberazione. Tra i relatori più illustri c'è alle 17,20 il premio Nobel sir Richard Roberts, alle 18,10 Paolo Vineis dell'Imperial College di Londra e consulente della Regione mentre a mezzanotte Massimo Azzaretto, docente al Crimedim, terrà un intervento intitolato "Ahmad: my best student". I temi saranno i più diversi: dalla psichiatria a al Covid, dall'osteoporosi all'abolizione della pena di morte in Italia, tema affrontato alle 6,15 da Massimo Cavino, direttore di Economia all'Upo.
di Annamaria D'Onghia
ermesverona.it, 9 dicembre 2020
L'associazione "Nessuno tocchi Caino" è in prima linea contro il sovraffollamento delle carceri durante la pandemia. Il sovraffollamento nelle carceri è un problema che ci portiamo dietro da decenni: non è mai stata presa in seria considerazione una riforma di queste strutture, che si renderebbe invece necessaria per conferire loro dignità e soprattutto per garantire ai carcerati determinati servizi, come ad esempio percorsi riabilitativi per la reintegrazione sociale una volta scontata la pena. In questo momento di pandemia, il sovraffollamento diventa una vera e propria emergenza, perché, in un ambiente così promiscuo, il virus dilaga senza controllo e senza che nessuno lo sappia, visto il silenzio e l'omertà che avvolge il sistema penitenziario.
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