La Nazione, 11 dicembre 2020
Iniziativa solidale del colosso della chimica Todisco Group. Maxi-donazione nei giorni scorsi alla casa circondariale Don Bosco di Pisa. Un gesto solidale prima delle feste natalizie, feste quest'anno diverse anche se tutte lo sono per chi è recluso. Un regalo che arriva da Todisco Group di Pisa, che fa capo a Donato Antonio Todisco e che opera nella chimica di base ed è tra i principali operatori nel settore a livello italiano e internazionale con 300 milioni di euro di ricavi e 500 dipendenti diretti. Consegnati al personale del carcere per i detenuti oltre 100 panettoni, tavolette di cioccolata e coca cola, sufficienti per essere distribuiti almeno una a testa.
Un grazie arriva dall'area pedagogica della Casa circondariale di Pisa: "Abbiamo particolarmente apprezzato la generosità in un momento tanto critico". Il gruppo Todisco, quartier generale a Pisa e stabilimenti in tuta Italia, è, spiega una nota dell'azienda, "una società moderna e dinamica che, grazie ad efficienti collegamenti con importanti produttori mondiali di materie prime, e ad una snella e vivace organizzazione commerciale, è in grado di consegnare prodotti chimici industriali su tutto il territorio nazionale: i prodotti vengono distribuiti dai diversi depositi costieri situati nei principali porti italiani (Monopoli, Chioggia, Ravenna, Genova, Ortona, Porto Torres, Savona) e il totale della movimentazione annua tra prodotti liquidi e solidi ammonta a circa 450 mila tonnellate all'anno".
di Caterina Castaldi
La Repubblica, 11 dicembre 2020
La tutela dei soggetti vulnerabili va messa al centro dell'impegno per la ripresa. Si celebra all'insegna di una lotta alla pandemia che abbia come stella polare la salvaguardia dei diritti di tutti il settantaduesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata il 10 dicembre 1948 con l'obiettivo di cancellare dal mondo gli orrori della guerra, diffondendo i valori di libertà, democrazia e tolleranza.
Un obiettivo disatteso anche in questi giorni, in cui assistiamo alla competizione fra paesi ricchi per assicurarsi vaccini anti Covid-19, mentre in quasi 70 paesi a basso reddito nove cittadini su dieci rischiano di non avere accesso al vaccino. Più della metà dei prodotti disponibili è stata già prenotata dai paesi del primo mondo, dove vive meno di un sesto della popolazione mondiale, ammonisce la Peoplès Vaccine Alliance, una coalizione di ong di cui fanno parte anche Oxfam e Amnesty International.
Tutela dei diritti umani essenziale per la ripresa.Lo slogan scelto dall'ONU per l'edizione 2020 della ricorrenza è Recover Better. Stand up for Human Rights (Per una migliore ripresa difendiamo i diritti umani). "Le persone e i loro diritti - ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres - devono essere al centro delle risposte e della ripresa. Occorrono quadri di riferimento universali, come la copertura sanitaria per tutti, per sconfiggere questa pandemia e tutelarci per il futuro. Il 10 dicembre è l'occasione per riaffermare l'importanza dei diritti umani nella ricostruzione del mondo che vogliamo, e la necessità di una solidarietà globale". Secondo l'Onu a fine 2020 si conteranno 77 milioni di persone in più in condizioni di povertà estrema, ed è una crisi che rischia di allungarsi fino al prossimo decennio, ammonisce il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).
Il monito di Mattarella e di papa Francesco. Che la tutela dei diritti della persona vada messa al centro della risposta globale alla pandemia è il monito di Sergio Mattarella, che ricorda come l'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani abbia costituito "uno strumento di portata globale per tutelare i diritti e le libertà fondamentali di ciascuno, ponendo l'intangibile dignità della persona al di sopra di ogni forma di discriminazione e di ogni ordinamento. Mentre interi popoli subiscono persecuzioni per ragioni politiche, etniche, o religiose, l'emergenza sanitaria genera in tutte le società ulteriori rischi di discriminazione e forme di emarginazione, che lacerano il tessuto sociale e contraddicono valori fondamentali". E "ciascuno è chiamato a contribuire con coraggio e determinazione ai rispetto dei diritti umani fondamentali di ogni persona, specialmente di quelle 'invisibili': di tanti che hanno fame e sete, che sono nudi, malati, stranieri o detenuti (Matteo 25,35-36)" è il tweet di papa Francesco.
Amnesty ricorda tutti i difensori dei diritti umani. Amnesty International, che ricorda come con la Dichiarazione universale "tutti gli individui vennero dichiarati liberi e uguali in dignità e diritti", invita a celebrare questa ricorrenza firmando gli appelli per Jani Silva, Gustavo, Nassima, Melike, Ozgur, Khaled, "solo alcuni dei nomi di una moltitudine di difensori dei diritti umani che ogni giorno danno voce a quelle parole. Con la loro fatica, col loro sacrificio, col loro coraggio. Lo fanno per tutte e tutti noi".
L'impegno per Patrick Zaki. E non viene dimenticato Patrick Zaki, il ricercatore egiziano studente dell'Università di Bologna detenuto da nove mesi al Cairo: in questa giornata il sindaco di Firenze Dario Nardella gli ha dedicato uno striscione issato su Palazzo Vecchio, mentre la presidente dell'Assemblea legislativa della regione Emilia-Romagna Emma Petitti lo definisce "un simbolo dei diritti umani negati, rinchiuso in carcere ingiustamente proprio in nome di quei diritti che lui stesso si è visto violare.
Nell'ultima udienza, pochi giorni fa, il tribunale ha disposto il prolungamento della sua prigionia, costringendolo a finire l'anno dietro le sbarre. Come Assemblea legislativa continueremo a mantenere alta l'attenzione sul caso di Zaki e oggi, in questa ricorrenza dal senso così profondo, torniamo a ribadire che Patrick deve tornare libero".
Sindaci di Varsavia e Budapest contro i sovranismi. Un appello al rispetto dei diritti umani viene anche dai sindaci di Varsavia e Budapest (capitali di due paesi governati dai sovranisti), che deplorano il veto "irresponsabile" al piano di ripresa europeo da parte dei governi polacco e ungherese ed esortano Bruxelles a versare i fondi europei direttamente alle amministrazioni locali; i due sindaci parlano a nome delle 249 autorità locali di opposizione di entrambi i paesi.
Tutelare le comunità indigene della Colombia.
In occasione della Giornata mondiale per la protezione e promozione dei diritti umani l'Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla scienza e alla salute, rende nota un'azione in favore del diritto alla salute degli abitanti delle comunità indigene della riserva Ticoya, situata nella regione amazzonica della Colombia, dove vivono 6.273 persone di etnia Ticuna, Cocama e Yagua, distribuite in 22 comunità indigene: "In questi territori le autorità nazionali non hanno adottato le necessarie misure preventive per contenere i contagi. Dall'inizio della pandemia i casi all'interno delle popolazioni indigene dell'intera Colombia hanno riguardato il 2,04% dei contagi della popolazione colombiana".
Centrale la protezione dei soggetti vulnerabili. "In questo periodo storico, toccato da una pandemia mondiale, le organizzazioni, così come Cammino-Camera Nazionale degli Avvocati per la persona, relazioni familiari e minorenni, si battono per la difesa dei diritti umani denunciando costantemente le violazioni che avvengono purtroppo soprattutto in contesti familiari".
La cronaca è contrassegnata dalle violenze consumate tra le mura domestiche in conseguenza del lockdown: "Innumerevoli i soprusi, le vessazioni, le denigrazioni, le sottovalutazioni, l'indifferenza se non talvolta il sarcasmo nei confronti delle vittime: donne, minori, anziani", sottolinea l'associazione, che ha realizzato decaloghi che contengono indicazioni per la gestione dei soggetti vulnerabili durante la permanenza obbligata in casa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 dicembre 2020
Il 9 settembre 2020 a Bogotá, la capitale della Colombia, Javier Ordoñez è stato fermato dalla polizia per una presunta violazione dei divieti anti-Covid19. Gli agenti lo hanno bloccato a terra e lo hanno colpito per circa cinque minuti con una pistola elettrica. L'uomo è morto poche ore dopo in ospedale a causa dei traumi contusivi riportati.
In Arabia Saudita un detenuto etiope di nome Solomon ha riferito ad Amnesty International di essere stato colpito con scariche elettriche dal personale penitenziario dopo che si era lamentato per l'assenza di cure mediche. Ecco la sua testimonianza: "Se ci lamentiamo, ci colpiscono con qualche strumento elettrico fino a svenire. È come quando tocchi qualcosa di elettrico con le dita. Ti lascia segni rossi sulla pelle. A quel punto, per paura che lo rifacciano di nuovo, non protestiamo più e restiamo calmi".
Questo invece è il racconto di un detenuto del Burundi: "Ci hanno colpito per 20 minuti sulla schiena, sulle natiche e sui piedi. Erano in sei e si davano il cambio. Per una settimana ho avuto difficoltà a camminare. I miei piedi erano così gonfi che non riuscivo neppure a mettermi le scarpe".
Alla vigilia di un vertice di alto livello delle Nazioni Unite sui "commerci di tortura", Amnesty International e Omega Research Foundation hanno chiesto in un rapporto pubblicato oggi di agire con urgenza per vietare le vendite globali di materiale che serve a infiggere dolori e ferite lancinanti e per assicurare che strumenti destinati alle forze di polizia per il controllo dell'ordine pubblico non finiscano nelle mani di chi se ne servirà per commettere violazioni dei diritti umani.
Dopo oltre 30 anni dalla sua messa al bando - denunciano le due associazioni - la tortura continua a essere usata, spesso con esiti mortali, nelle prigioni e nei luoghi di detenzione di ogni parte del mondo. Che senso ha proibire la tortura e permettere al contempo i commerci di strumenti realizzati appositamente per torturare come manganelli chiodati o ceppi per le gambe? Il vertice in programma alle Nazioni Unite coinvolge 60 stati membri dell'Alleanza per un commercio libero dalla tortura che ha l'obiettivo di esplorare modalità per regolamentare i commerci globali di equipaggiamento destinato alle forze di polizia per il controllo dell'ordine pubblico.
Per aiutare questo processo, Amnesty International e Omega Research Foundation hanno diffuso un "Quadro di riferimento per un commercio anti-tortura", che illustra i passi essenziali che gli stati dovrebbero intraprendere per regolamentare in modo efficace le vendite di strumenti per il controllo dell'ordine pubblico e l'esecuzione di condanne a morte. Tra questi, il divieto di commerciare prodotti di per sé destinati a compiere violazioni dei diritti umani come i bastoni acuminati, le cinture elettriche e i ceppi per le gambe.
Altri due passi importante dovrebbero essere il divieto di commerciare materiali per l'esecuzione delle condanne a morte come cappi e sedie elettriche e l'introduzione di robusti controlli sui prodotti farmaceutici a doppio uso affinché non siano utilizzati nelle esecuzioni mediante iniezione letale.
Si dovrebbe poi evitare che fiere commerciali e siti Internet promuovano tutta una serie di prodotti per le forze di polizia che di per sé danno luogo a violazioni dei diritti umani: congegni elettrici collegati al corpo di un prigioniero e attivabili da remoto, ceppi per le gambe dal peso aumentato, strumenti di contenzione per tenere un prigioniero bloccato contro una parete, manganelli chiodati, bastoni elettrici, pistole stordenti, guanti e materiali per la cattura che rilasciano scariche elettriche.
Particolare attenzione, infine, dovrebbe essere rivolta a quelle forze di polizia che usano equipaggiamento e armi fuori dalle strutture detentive in modi che possono costituire maltrattamenti e torture: proiettili di plastica e di gomma e di altro tipo potenzialmente letale che hanno causato gravi ferite e anche la perdita della vista; l'uso gratuito e punitivo di sostanze chimiche irritanti come lo spray al peperoncino nei confronti di persone che non costituivano alcuna minaccia; e l'uso massiccio di gas lacrimogeni in luoghi ristretti.
di Caterina Castaldi
La Repubblica, 11 dicembre 2020
Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il tema della Giornata dei diritti umani 2020 "Per una migliore ripresa - Difendiamo i diritti umani" pone giustamente "l'accento sulle immense sfide che la pandemia ci pone di fronte. Mentre interi popoli subiscono persecuzioni per ragioni politiche, etniche o religiose, l'emergenza sanitaria genera in tutte le società ulteriori rischi di discriminazione e forme di emarginazione, che lacerano il tessuto sociale e contraddicono valori fondamentali".
"La tutela dei diritti della persona deve essere al centro della risposta globale alla pandemia, per evitare che essa renda meno penetrante la loro applicazione, e far sì che gli sforzi di ripresa siano sorretti da solidi criteri di eguaglianza ed equità. Senza il rispetto di tali essenziali principi la Comunità internazionale non sarà in grado di superare con successo questo momento complesso e di garantire a tutti un futuro di pace e sviluppo", conclude il capo dello Stato.
La ricorrenza è stata indetta in memoria della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sancita dall'Assemblea delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre del 1948. Questo documento storico, figlio dei traumi del Dopoguerra, è stato scritto per evitare che si ripetessero le devastazioni e le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale dopo la scoperta degli orrori dei campi di sterminio nazisti. I 58 paesi allora membri dell'ONU, elaborarono nella Carta con un elenco di 30 articoli, che prendevano a spunto i grandi documenti costitutivi della storia dell'umanità, come ad esempio la Dichiarazione d'Indipendenza Americana del 1776 o la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino nata dalla Rivoluzione Francese. L'obiettivo dichiarato era quello di diffondere in tutto il mondo i valori di democrazia, diversità e tolleranza.
Nove "Storytellers for Peace" per i Diritti umani - "C'era una volta il paese dei noi. Il paese dei noi era abitato da persone i cui nomi erano semplici da pronunciare. Io, te, me stesso, tu, ancora io, sempre te, ma allora io?, e perché tu?, e così via. Al di fuori del paese dei noi, vivevano loro. Loro avevano nomi meno semplici da pronunciare. Almeno secondo noi. Lui, lei, l'altro, l'altra, tutti gli altri, quelli, quello là, quell'altra, questi qua, ma perché non se ne stanno a casa loro, ecc. Ora, si da il caso che molti tra gli abitanti del paese dei noi non vedessero di buon occhio loro, temendo che loro potessero defraudarli di qualcosa, come ad esempio il futuro (...)". Inizia così il racconto di Alessandro Ghebreigziabiher (Italia) degli Storytellers for Peace (Narratori per la Pace), nove narratori provenienti da tutto il mondo che narrano le loro storie sui diritti umani in una serie di video con sottotitoli in italiano e inglese per la Giornata dei diritti di umani che si celebra oggi in tutto il mondo.
Usa, proteste contro le esecuzioni federali - Le voci di opposizione alle esecuzioni federali si fanno più forti negli Stati Uniti. Lo scrive l'associazione "Death Penalty Action", che per la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, annuncia che in tutto il Paese sono in programma proteste contro le esecuzioni federali, con interventi di suor Helen Prejean, Amanda Knox, e altri. A riportarlo è 'Nessuno Tocchi Caino'. Con una chiara raccomandazione di clemenza per Brandon Bernard dal Clemency Attorney degli Stati Uniti (l'agenzia federale che esamina le richieste di clemenza dei detenuti federali, anche dei condannati a morte), gli occhi sono puntati sulla Casa Bianca. Le esecuzioni federali senza precedenti del presidente Trump potrebbero proseguire oggi: alle 18 è prevista infatti l'esecuzione di Brandon Bernard.
Death Penalty Action ha mobilitato i suoi membri per sollecitare il Presidente a mostrare pietà per lui e per gli altri detenuti federali la cui esecuzione è imminente."Ora spetta davvero al presidente", ha detto Abraham Bonowitz, direttore di Death Penalty Action. "La raccomandazione di clemenza sta creando un fiume di tweet che lo invitano a fare la cosa giusta. Il mondo sta guardando."
Fedeli (Pd): "Non si distolga l'attenzione da Patrick Zaky e Joshua Wong" - "Nella giornata mondiale dei diritti umani, per richiamare ogni stato democratico al dovere di far valere i trattati internazionali, voglio citare due casi su cui dobbiamo tenere alta l'attenzione: Patrick Zaky e Joshua Wong, perché prevalga sempre il rispetto dei diritti umani". Cosi' su Twitter la capogruppo Pd in commissione diritti umani Valeria Fedeli.
di Giovanni De Mauro
Internazionale, 11 dicembre 2020
10.743.619: è il numero di persone chiuse in carcere nel mondo. È l'ultimo dato disponibile, ma è del 2018, nel frattempo saranno aumentate (dal 2000 la popolazione carceraria è cresciuta del 24 per cento). E poi è un dato incompleto: di paesi come Somalia e Corea del Nord non si sa nulla, di altri come la Cina si hanno dati inattendibili. Secondo il World prison brief, il numero reale di detenuti nel mondo è superiore agli undici milioni. Il paese con più persone in carcere in rapporto alla popolazione sono gli Stati Uniti: 655 ogni 100mila abitanti. L'Italia è al 154° posto con 90 detenuti ogni 100mila abitanti.
I dati più aggiornati sulla situazione italiana sono quelli del ministero della giustizia. Al 30 novembre 2020 c'erano 53.563 detenuti, ma i posti disponibili sono solo 47.187. Le carceri più grandi sono anche quelle più sovraffollate. Alle Vallette di Torino ci sono 335 persone in più di quante ne potrebbero entrare, a Rebibbia 304, a Poggioreale 455.
Le donne sono il 4,2 per cento, gli stranieri il 32,4, in gran parte provenienti da Albania, Marocco, Romania, Tunisia (e non è vero che con l'aumento dell'immigrazione è cresciuto il numero degli stranieri detenuti, ricorda l'associazione Antigone). Nelle carceri italiane ci sono anche, con le madri, 34 bambine e bambini. L'8 dicembre 1.003 detenuti e 870 dipendenti erano positivi al covid-19.
Cosa significa "distanziamento fisico" in un carcere sovraffollato? Aderendo a un digiuno di protesta cominciato da Rita Bernardini e Irene Testa del Partito radicale, Salvatore Buzzi, condannato per Mafia capitale, spiega: "Basta sistemare un letto nel proprio bagno di casa. A quel punto, quando hai disegnato il lavandino, la brandina, i sanitari, va piazzato un letto sopra a quello già esistente. Quello è il sovraffollamento, e lì come lo applichi il distanziamento sociale?".
di Elio Palumbieri*
Il Sole 24 Ore, 11 dicembre 2020
La Commissione della Nazioni Unite è intervenuta sulla classificazione della Cannabis all'interno della Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961. In particolare, l'organo dell'ONU ha riconosciuto le proprietà mediche della stessa eliminandola dalla lista delle sostanze ritenute pericolose dopo 59 anni.
La Commissione della Nazioni Unite è intervenuta sulla classificazione della Cannabis all'interno della Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961. In particolare, l'organo dell'ONU ha riconosciuto le proprietà mediche della stessa eliminandola dalla lista delle sostanze ritenute pericolose dopo 59 anni.
Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961 - La Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961 è un trattato internazionale introdotto con lo scopo di proibire la produzione e la commercializzazione di sostanze stupefacenti. L'attuale testo ha abrogato la Convenzione di Parigi del 13 luglio 1931. L'aggiornamento si era reso necessario per includere una serie di sostanze, soprattutto oppioidi sintetici, inventate, prodotte e commercializzate tra il 1931 e il 1961. La Convenzione affida al Consiglio Economico e Sociale della Nazioni Unite il potere di aggiungere o eliminare sostanze dalla lista delle sostanze stupefacenti, anche sulla base di raccomandazioni e conclusioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il parere dell'OMS - L'OMS, in effetti, si era pronunciata sul punto il 24 gennaio 2019. In particolare, l'istituto specializzato dell'ONU per la salute, a conclusione dei lavori della quarantunesima riunione del comitato degli esperti sulla tossicodipendenza tenutasi dal 12 al 16 novembre 2018 a Vienna, aveva presentato al Segretario Generale delle Nazioni Unite sei raccomandazioni chiedendo, tra le altre cose, l'eliminazione della cannabis dalla Tabella IV della Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961.
La decisione dell'ONU - La Commissione Narcotici dell'ONU, quindi, con 27 Paesi a favore, 25 contro e 1 astenuto, ha seguito il parere dell'OMS affermando che la cannabis non deve più essere considerata una sostanza pericolosa e che, anzi, devono esserne riconosciute le proprietà mediche, specie con riferimento al morbo di Parkinson, epilessia e dolori legati a cancro. A votare favorevolmente sono stati quasi tutti i paesi europei e il Nord e Sud America mentre i voti contrari provengono principalmente da Asia e Africa.
La situazione in Italia - Nel nostro Paese, peraltro, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12348/2020, si è già pronunciata sulla coltivazione domestica di cannabis evidenziando che non è reato coltivare cannabis se le piante sono destinate ad uso personale. Secondo gli ermellini, in particolare il reato di coltivazione di stupefacenti "è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente". Nonostante ciò, però, "devono ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". La detenzione di sostanza rimane, però, sempre soggetta al regime sanzionatorio amministrativo.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 11 dicembre 2020
La Casellati assegna l'esame del testo, che deve essere convertito entro il 20 dicembre, oltre che alla commissione Affari Costituzionali, alla Giustizia presieduta dal leghista Ostellari. E la Lega annuncia battaglia contro il testo. Scoppia la polemica fra i partiti e la presidente di Palazzo Madama finisce sotto accusa. Il decreto immigrazione torna a rischio. Solo ventiquattr'ore fa è stato approvato dalla Camera dei deputati, dove era arrivato dopo più di un anno di stop and go, ritardi e limature, malumori dei grillini e testo riscritto dal Viminale. La maggioranza giallo-rossa sembrava essere riuscita ad archiviare le politiche sulla sicurezza di Matteo Salvini, mancando solo il voto del Senato. Qui il via libera deve esserci entro il 20 dicembre.
Ma è arrivata a sorpresa la notizia che la presidente di Palazzo Madama, Elisabetta Casellati ha deciso di fare esaminare il provvedimento da due commissioni, e non dalla sola Affari costituzionali, bensì anche dalla Giustizia, prima ovviamente dell'approdo in aula con tempi appunto contingentati.
Tecnicismi? Non tanto. La commissione Giustizia infatti è l'unica guidata dalla Lega, che ha annunciato le barricate e di volere in ogni modo ostacolare il nuovo decreto sui migranti. A Montecitorio ieri ha esposto un lungo striscione contro "il decreto clandestini". Il presidente è rimasto il leghista Andrea Ostellari, perché durante il rinnovo delle presidenze delle commissioni la scorsa estate, nel voto segreto è stato fatto fuori il candidato giallo-rosso, Pietro Grasso, ex presidente del Senato ed ex procuratore antimafia.
"Una cosa incomprensibile e sconcertante, chiederò spiegazioni alla Casellati", è sbottato il dem Dario Parrini, presidente della Affari costituzionali che era riunita per decidere sui nuovi collegi elettorali, quando è stata comunicata la scelta. La discussione si è accesa. Per il Pd "è clamoroso", dal momento che solo quattro pagine su 25 del decreto immigrazione sono collegabili alle competenze della commissione Giustizia. A questo punto, il leghista Roberto Calderoli ha fatto notare che tutti i componenti di quella commissione, grillini e dem inclusi, ne hanno chiesto l'esame. Smentita a stretto giro di posta, con code di polemiche.
È cominciato il tam tam dei comunicati dei partiti. Il Pd protesta. I capigruppo nelle commissioni Valeria Valente e Franco Mirabelli chiedono spiegazioni: "È una decisione della Casellati, sollecitata dal presidente leghista? Non ne capiamo il motivo. L'esame di questo tipo di provvedimenti, di pertinenza del ministero dell'Interno, è sempre stato assegnato alla Affari costituzionali, così è stato alla Camera, così è stato anche per i decreti di Salvini".
Stessa osservazione di Julia Unterberger e Gianclaudio Bressa per le Autonomie e di Loredana De Petris per Leu. I 5Stelle a loro volta scendono sul piede di guerra con le capigruppo delle due commissioni Maria Laura Mantovani e Grazia D'Angelo: "È una scelta singolare. A quanto ci risulta alla presidente Casellati è giunta una richiesta in tal senso da parte della presidenza leghista della commissione Giustizia senza che vi sia stata, di questo siamo certi, una decisione presa a maggioranza tra le senatrice i senatori di quella commissione, né un pronunciamento dei capigruppo. Chiediamo pertanto che il provvedimento venga riassegnato esclusivamente alla commissione Affari costituzionali nel rispetto dell'abituale organizzazione dei lavori parlamentari".
A difesa di Casellati e del doppio esame è il centrodestra che fa sapere che la doppia assegnazione "è logica", vista la "naturale e ovvia competenza per materia". La nota è firmata dai capigruppo di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia - Simone Pillon, Giacomo Caliendo e Alberto Balboni. Anzi, ritengono che il contrario sia una indebita invasione di campo. Ma la contesa tra le commissioni è solo la cartina di tornasole che fa deflagrare lo scontro tra il centrosinistra e la destra. Al centro le politiche sui migranti di Salvini su cui voltare pagina.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
I responsabili, per i pm, sono 4 agenti dei servizi egiziani: rischiano il processo. Il padre: "Auspichiamo un cambio di rotta, che però ancora non si vede". Dopo quasi cinque anni dalla morte di Giulio Regeni, la Procura di Roma chiude le indagini sugli 007 egiziani. Secondo i magistrati capitolini, il ricercatore friulano è stato rapito, tenuto prigioniero per nove giorni e seviziato fino alla morte per "insufficienza respiratoria acuta" a causa delle "lesioni di natura traumatica" provocate dalle percosse. I quattro agenti dei servizi di sicurezza che ora rischiano il processo sono accusati a vario titolo di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio. Determinante, nella ricostruzione dei fatti, la testimonianza di un ex agente della National Security.
Giulio Regeni non è stato ucciso da una banda di ladri improvvisati. Con la sua morte non c'entra la droga, né la pista passionale, e di certo non si è trattato di un incidente stradale. Dopo quasi cinque anni dal ritrovamento del suo cadavere lungo la superstrada tra il Cairo e Alessandria, a febbraio del 2016, la Procura di Roma chiude le indagini e formula un quadro accusatorio: Giulio Regeni è stato rapito, tenuto prigioniero per nove giorni e seviziato fino alla morte per "insufficienza respiratoria acuta" a causa delle "lesioni di natura traumatica" provocate dalle percosse. I responsabili di un simile trattamento - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini firmato dal procuratore Michele Prestipino e dal pm Sergio Colaiocco - sarebbero quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani che ora rischiano di andare a processo. Si tratta di Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati a vario titolo di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio. In particolare, al maggiore Sharif sono imputate le lesioni che avrebbero portato Giulio alla morte, mentre per un quinto agente, Mahmoud Najem, i pm capitolini hanno chiesto l'archiviazione.
La ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Giulio, così come emerge dalle carte della procura, fa tremare i polsi. "Per motivi abietti e futili ed abusando dei loro poteri, con crudeltà", scrivono i magistrati, gli agenti "cagionavano a Giulio Regeni lesioni, che gli avrebbero impedito di attendere alle ordinarie occupazioni per oltre 40 giorni" e che "hanno comportato l'indebolimento e la perdita permanente di più organi". I quattro, "seviziandolo", hanno causato al ricercatore friulano "acute sofferenze fisiche, in più occasioni ed a distanza di più giorni: attraverso strumenti dotati di margine affilato e tagliente ed azioni con meccanismo urente, con cui gli cagionavano numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico dorsale e degli arti inferiori; attraverso ripetuti urti ad opera di mezzi contundenti (calci o pugni e l'uso di strumenti personali di offesa, quali bastoni, mazze)".
Ma non è tutto. Nel corso dell'audizione di ieri davanti alla Commissione di inchiesta sulla morte di Regeni, i pm hanno riportato le parole di uno dei cinque testimoni sentiti nell'ambito dell'indagine. "Ho visto Giulio ammanettato a terra con segni di tortura sul torace", ha raccontato l'uomo. "Ho lavorato per 15 anni nella sede della National Security dove Giulio è stato ucciso - ha spiegato il testimone. È una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Al primo piano della struttura c'è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la sicurezza nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con ufficiali e agenti.
C'erano catene di ferro con cui legavano le persone, lui era mezzo nudo e aveva sul torace segni di tortura e parlava in italiano. Delirava, era molto magro. Era sdraiato a terra con il viso riverso, ammanettato. Dietro la schiena aveva dei segni, anche se sono passati quattro anni ricordo quella scena. L'ho riconosciuto alcuni giorni dopo da foto sui giornali e ho capito che era lui". Si tratta di una testimonianza chiave, un "primo passo verso la verità". Intanto, la notifica agli 007 egiziani è avvenuta tramite "rito degli irreperibili" direttamente ai difensori di ufficio italiani non essendo mai pervenuta l'elezione di domicilio degli indagati dal Cairo. Nonostante le ripetute richieste - inevase - dei magistrati italiani agli omologhi egiziani, secondo i quali ad uccidere Regeni sarebbero stati 5 malviventi morti in un blitz. Ma per il capo della Procura di Roma, quelli raccolti nell'inchiesta sono "elementi di prova univoci e significativi": il processo, ha aggiunto Prestipino davanti alla Commissione parlamentare, sarà "unico" e si svolgerà "in Italia".
"Ci sono altri 13 soggetti nel circuito degli indagati, ma la mancata risposta ai nostri quesiti da parte delle autorità egiziane ci ha impedito di proseguire negli accertamenti", ha aggiunto il pm Colaiocco. Per la legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, quello raggiunto ieri è solo un "punto di partenza". In conferenza stampa a Montecitorio, con i genitori di Giulio Regeni, Claudio Regeni e Paola Deffendi, in videocollegamento, Ballerini è tornata a chiedere al governo di "richiamare immediatamente l'ambasciatore per consultazioni in Italia, dichiarare l'Egitto paese non sicuro e bloccare la vendita di armi", perché "la giustizia non è barattabile".
"Giulio è diventato uno specchio che riverbera in tutto il mondo come vengono violati i diritti umani ogni giorno in Egitto", è l'accusa della madre Paola che, come tutta la famiglia Regeni, non ha avuto più contatti con il governo dall'ottobre 2019. "Ci auspichiamo un cambio di rotta - ha detto il padre - ma questo non si intravede nei fatti".
Adesso la mamma di Giulio pretende "chiarezza sulle responsabilità italiane" e, rivolgendosi alla stampa, chiede di non "cannibalizzare la figura" del figlio qualora si andasse a processo. Con la "storia della "banda dei 5 ladri" l'Egitto ci prende in giro per l'ennesima volta: è inaccettabile, adesso sappiamo com'è andata. Ora spero che arrivino nuovi testimoni e andremo avanti fino in fondo", ha assicurato, infine, il presidente della Camera, Roberto Fico, durante la conferenza stampa.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 dicembre 2020
La stanza 13 delle torture, il ruolo di cinque testimoni. E 13 sospetti ancora ignoti. La Procura di Roma chiede l'azione penale per quattro agenti dei servizi segreti egiziani. Ieri la Procura di Roma ha detto la verità. Cosa è successo a Giulio Regeni nei nove giorni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Chi lo ha rapito, torturato e ucciso. Una verità ancora parziale (troppi restano gli ignoti aguzzini) ma che è primo passo nel percorso verso la giustizia, possibile solo con un atto politico, dovuto a Giulio e agli egiziani.
Di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, la Procura - la stessa che ne inaugurò i lavori il 17 dicembre 2019 - ha svolto un'audizione tra le più dolorose: il procuratore capo, Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco hanno ricostruito i nove giorni passati dal ricercatore nelle mani dei suoi aguzzini. E hanno dato conto della chiusura delle indagini sul sequestro e l'omicidio di Regeni, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016.
La conclusione. Partiamo dalla fine: "Stamattina abbiamo formalmente chiuso le indagini preliminari iniziate tra gennaio e febbraio 2016 nell'immediatezza del fatto - ha spiegato Prestipino - Sono state inizialmente indirizzate a carico di ignoti, poi gli elementi raccolti hanno consentito l'iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, tutte appartenenti genericamente a forze di polizia e di cui quattro agli apparati di sicurezza egiziani, la Nsa". Si tratta dei nomi ormai noti all'opinione pubblica italiana: il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mahmoud Najem. Ai primi quattro è stata notificata la conclusione delle indagini per sequestro di persona. Uno di loro (Sharif), aggiunge il procuratore, è responsabile anche di concorso in lesioni aggravate omicidio aggravato di Giulio Regeni. Per loro la Procura chiederà il rinvio a giudizio. Solo uno si "salva": per Najem è stata chiesta l'archiviazione per un quadro probatorio insufficiente. "Non è un risultato scontato - dice più volte Prestipino - Riteniamo di aver acquisito elementi di prova univoci e significativi sulla responsabilità delle persone sottoposte a indagine".
Una lunga attività investigativa, diretta e indiretta, che ha intrecciato dati, consultato tabulati e celle telefoniche, sentito testimoni. E che, in parte, è stata possibile per una prima, breve e lacunosa collaborazione egiziana, intramezzata a palesi e offensivi atti di insabbiamento, mai venuti meno.
L'Egitto. Sta tutta lì, nella natura del regime egiziano, la dirompente potenza del risultato ottenuto: "Il punto più significativo - continua Prestipino - è uno e uno soltanto: ci avviamo a esercitare l'azione penale nei confronti di alcuni appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Non credo che avvenga spesso che siano portati in giudizio appartenenti a istituzioni pubbliche di un altro Stato per un fatto commesso nel territorio di questo Stato".
"Per l'omicidio di Regeni si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia secondo la procedura dei nostri codici. È il frutto di un'azione di concerto, che non è solo della procura, ma anche della famiglia, dei lavori di questa commissione e di altre autorità decisionali diplomatiche e politiche".
Qualcosa dall'Egitto è arrivato e l'elenco lo fa Colaiocco: "Abbiamo presentato quattro rogatorie che contenevano 64 quesiti. Abbiamo avuto 25 risposte, siamo in attesa delle altre 39. Una quindicina riguardano la posizione di 13 soggetti che appaiono collegati agli indagati ma di cui non abbiamo né generalità, né tabulati né dichiarazioni". Un elemento da tenere presente: come spiegano i magistrati, le indagini continuano con l'obiettivo di dare un nome e un ruolo agli ignoti di oggi. Anche alla luce della parabola della collaborazione egiziana: se all'inizio qualcosa è stato consegnato, "dal 29 novembre 2018, quando comunicammo l'intenzione di procedere all'iscrizione del registro degli indagati, nessun atto è pervenuto".
La ricostruzione. Saber, Helbi, Kamel e Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, compiuto la sera del 25 gennaio alle 19.51: "Lo bloccavano nella metropolitana del Cairo - continua Colaiocco - e lo conducevano al commissariato di Dokki e poi in un altro edificio privandolo della libertà personale per nove giorni. Al maggiore Sharif sono contestati altri reati, le lesioni gravissime (non la tortura, perché inserita solo dopo nel nostro codice penale): sono state cagionate con crudeltà acute sofferenze fisiche che hanno provocato lesioni gravissime e l'indebolimento permanente di più organi, con una serie di strumenti affilati e taglienti, con bruciature e con mezzi contundenti. A Sharif è stato contestato il reato in concorso di omicidio pluriaggravato".
I testimoni. Sono cinque e sono fondamentali. Testimonianze che hanno trovato riscontro nelle consulenze medico-legali, nella collocazione spazio temporale dei fatti, nei particolari non noti alle cronache. "Sono testi di diverse nazionalità, di diversa estrazione sociale con le attività lavorative più disparate e senza relazione tra di loro". I primi due, ribattezzati alfa e beta, hanno riferito sulle perquisizioni dei servizi segreti nell'appartamento di Giulio prima della sua morte. Gli altri tre di eventi accaduti nei nove giorni successivi al rapimento.
Se il teste gamma è colui che, ascoltando un colloquio in Kenya nell'agosto 2017, sentì Sharif raccontare del sequestro, gli ultimi due accendono una luce sulle torture. "Il teste delta riferisce che il 25 gennaio, mentre era alla stazione di polizia di Dokki, alle 20 massimo le 21, ha visto arrivare una persona di 27-28 anni, parlava in italiano e ha chiesto un avvocato. Successivamente è stato fatto salire su un'auto, una Fiat 123, bendato. Uno dei poliziotti presenti si chiamava Sharif". Il teste epsilon ha visto Giulio morire lentamente. Ha lavorato per 15 anni in una villa di epoca nasseriana, diventata sede del ministero degli interni e luogo scelto dalla National Security per torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato.
È lì, nella stanza 13 del primo piano, che Giulio è stato seviziato: "Ha visto lì Regeni con due ufficiali e due agenti, c'erano catene di ferro, lui era mezzo nudo e aveva segni di tortura, delirava nella sua lingua. Un ragazzo molto magro, sdraiato per terra, con il viso riverso con manette che lo tenevano a terra, segni di arrossamento sulla schiena. Non l'ha riconosciuto subito ma 4-5 giorni dopo vedendo le foto sui giornali ha capito che era lui".
Il movente. Perché Giulio è stato ammazzato così, se mai una ragione per tanta disumanità ci possa mai essere. Per la Procura di Roma "l'occasione è legata all'attività di ricerca di Regeni al Cairo - conclude Colaiocco - Ma l'elemento scatenante è il finanziamento della Fondazione Antipode, quando si è iniziato a parlare delle 10mila sterline. Per lui era un'idea per aiutare i sindacati indipendenti, del tutto equivocata dal sindacalista Abdallah e dagli agenti indagati. Hanno pensato che volesse finanziare una rivoluzione".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
Il colpo di coda del presidente Trump prima di abbandonare la Casa Bianca. Ancora una condanna a morte in programma per il 12 dicembre negli Stati Uniti proprio mentre Trump dà il suo colpo di coda ripristinando le impiccagioni e i plotoni di esecuzione.
Ad essere giustiziato il 40enne, Brandon Bernard. Ma l'esecuzione sta sollevando numerose proteste e interventi di personaggi famosi come nel caso di Kim Kardashian West. La celebrity infatti sostiene la causa di Bernard che è accusato di aver partecipato all'assassinio di una coppia, i coniugi Bagley (Todd e Stacey) che nel 1999 vennero rapiti e uccisi. A quanto sembra però, anche facendo parte del gruppo di uccisori composto da 5 ragazzi quasi tutti minorenni.
Bernard non è implicato direttamente nel fatto. A tirare il grilletto contro i due fu infatti, e per questo già giustiziato, il capo della gang Cristopher Vialva. Le accuse contro Bernard si basarono essenzialmente sulle deposizioni di un medico locale e sul fatto che i legali dell'imputato chiamarono al banco della giuria solo pochissimi testimoni, nonostante le persone disposte a scagionare fossero di più.
Su 9 giurati che condannarono Bernard ora in 5 hanno cambiato idea. Uno dei pubblici ministeri vorrebbe fermare l'esecuzione affermando che all'epoca dell'omicidio l'accusato aveva solo 18 anni, un'età secondo cui la personalità di un uomo non è del tutto definita. Ciò sarebbe testimoniato anche dal fatto che durante il periodo di detenzione nella "Special Unit" di Terre Haute, dove i detenuti passano 23 ore al giorno nelle loro celle, Bernard è considerato un prigioniero modello che spiega ai più giovani i suoi errori.
Le esecuzioni in programma dopo quella di Bernard solo altre 3, l'amministrazione Trump ha ripreso ad applicare la pena capitale a luglio, ponendo fine a una pausa di 17 anni causata dagli interrogativi sui metodi di esecuzione e da una più ampia opposizione a questa pratica. Inoltre alcune condanne dovrebbero essere eseguite a pochi giorni dall'insediamento di Joe Biden, rompendo così una consuetudine che prevede ai nuovi inquilini della Casa Bianca l'onere delle decisioni su eventuali ricorsi o contestazioni. Trump è stato un fermo sostenitore della pena capitale.
A questo proposito il Dipartimento di Giustizia sta modificando silenziosamente i suoi protocolli di esecuzione, non richiedendo più che le condanne a morte federali siano eseguite solo mediante iniezione letale, aprendo la strada all'uso di altri metodi come plotone di esecuzione e gas velenosi.
In questo momento in alcuni stati le esecuzioni possono essere compiute anche attraverso l'elettrocuzione, l'inalazione di azoto o la fucilazione. Il nuovo regolamento dovrebbe entrare in vigore il prossimo 24 dicembre. Biden si è già detto contrario alle condanne capitali ma non si conosce il suo parere a proposito di quelle in programma dopo il suo insediamento. Nonostante la crescente opposizione sia dei democratici che dei repubblicani, la fine delle esecuzioni è ben lontana, la difficoltà di ottenere i farmaci per le iniezioni letali poi potrebbe anche favorire l'introduzione delle supposte modifiche ai regolamenti.
Alabama, Oklahoma e Mississippi dal 2018 approvano l'uso dell'azoto per giustiziare i prigionieri, consentendo l'uso del gas in alcuni casi. In alcuni stati, i detenuti possono scegliere il metodo di esecuzione. In Florida, ad esempio, un condannato può chiedere espressamente di essere messo a morte per folgorazione e nello stato di Washington, i reclusi possono chiedere di essere condannati a morte per impiccagione. Nello Utah invece, i prigionieri condannati prima del maggio 2004, possono optare per la morte tramite fucilazione.
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