di Viviana Lanza
Il Riformista, 15 marzo 2021
I suicidi sono quasi raddoppiati (9 nel 2020 a fronte dei 5 del 2019), gli atti di autolesionismo aumentati (1.232 casi in un anno) così come gli scioperi della fame (1.072) e il rifiuto dell'assistenza sanitaria (398 casi) come forma di protesta, con conseguente aumento dei provvedimenti disciplinari che determinano la perdita di benefici e dunque il perdurare del sovraffollamento. I numeri della Relazione annuale del garante regionale Samuele Ciambriello descrivono i drammi della vita in carcere, le privazioni e le carenze che la pandemia in atto ha amplificato rendendo il bilancio del 2020 particolarmente doloroso.
"Credo che forse venti anni fa i numeri erano così gravi come nel 2020", ha evidenziato Ciambriello illustrando i dati del suo report durante un incontro con il presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero e con il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. Il presidente Oliviero ha annunciato un'iniziativa per ampliare risorse e competenze del garante. E il garante Palma ha fatto appello al senso di unitarietà sociale per affrontare i problemi di detenuti e migranti. "Tutto il sistema penitenziario è in crisi a causa del Covid - ha affermato Ciambriello - E il mondo dei detenuti è un mondo spesso dimenticato, considerato marginale". La pandemia ha solo messo più in evidenza le carenze che affliggevano il sistema, da quelle strutturali a quelle tecnologiche, a quelle che non consentono ancora alla pena di assolvere al compito rieducativo previsto dalla Costituzione.
Sicché in Campania ci sono ancora carceri con celle senza acqua calda, senza bidet né docce, o con lo scandalo dei costi del sopravvitto. E tutto ciò si riversa nei drammi umani che si vivono dietro le sbarre. Oltre ai suicidi, nel 2020, sono aumentati anche i tentati suicidi sventati solo grazie all'intervento della polizia penitenziaria: 146 casi in un anno. E nel 2021 la situazione non sembra migliorare se si considera che nei primi mesi dell'anno si sono già registrati due suicidi: un sedicenne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si è ucciso dopo appena tre giorni dal suo ingresso in cella).
Le richieste di aiuto arrivate al garante negli ultimi dodici mesi sono state numerosissime: tra gennaio e dicembre 2020 sono stati effettuati 1.292 colloqui e si sono contate 1.252 richieste di intervento, 720 delle quali attraverso segnalazione delle direzioni degli istituti, 453 lettere spedite dai detenuti, e poi mail di familiari, avvocati, associazioni, volontari o cappellani.
Insomma un grido disperato. E a leggere le motivazioni si scopre che tutte le richieste sono state espressione di forti disagi e sofferenze: la tutela della salute in carcere è stato il motivo più ricorrente, poi ci sono state le problematiche legate alle aree educative interne, alle informazioni sulle opportunità di studio, alla lentezza delle decisioni degli uffici di Sorveglianza, un altro nodo critico perché ha ripercussioni negative sulla possibilità dei detenuti che ne hanno diritto di richiedere benefici. Solo in casi limitati le richieste di aiuto hanno riguardato episodi di abusi e maltrattamenti che il garante ha segnalato alle Procure competenti.
Le carenze di personale sono l'altra criticità parallela a quella dei drammi dei detenuti: "Sono necessari più agenti, più educatori, più psichiatri, psicologi e sociologi, fondamentali per il percorso di rieducazione dei detenuti", ha evidenziato Ciambriello. A causa della pandemia, nell'ultimo anno, sono state drasticamente ridotte, se non addirittura interrotte, le attività dedicate al recupero dei detenuti. I volontari, per esempio, sono passati da 1.150 nel 2019 a 674 nel 2020 ed è grave "l'assenza, in tutti istituti, di mediatori culturali e linguistici per migliaia di detenuti extracomunitari". Si parla di una popolazione carceraria che in Campania è composta da 6.570 detenuti, 149 dei quali in semilibertà e 2.349 ancora in attesa di giudizio. Gli ingressi in carcere sono stati ridotti, rispetto al 2019, solo di 1.132 reclusi.
di Sonia Sabatino
Quotidiano di Sicilia, 15 marzo 2021
Pietro D'Ardes racconta la sua personale esperienza con la giustizia e il suo percorso di reinserimento nella società: "come il carcere può essere uno strumento di riabilitazione".
"Solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza, si può aiutare chi è privato momentaneamente della libertà personale, verso un vero recupero della persona. Racconta Pietro D'Ardes, condannato a 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata, nell'ambito dell'operazione "Cent'anni di storia", adesso ha un suo studio legale e lavora per diventare avvocato.
Gli istituti di pena, che per molti vengono intesi solo come luoghi di emarginazione e per custodire la sicurezza della società, possono divenire una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a far nascere e ad interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone" questo ha affermato don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il colloquio con l'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma le nostre carceri possono davvero essere uno strumento di riabilitazione? Con un intervento netto del legislatore potrebbe succedere, così almeno suggerisce Pietro D'Ardes.
Di cosa si occupava prima dell'arresto?
"Ho iniziato a muovere i primi passi come ispettore del lavoro per il Ministero, poi mi sono licenziato perché ho deciso di fondare e seguire la mia cooperativa "Lavoro". Nel frattempo sono diventato consigliere nazionale dell'Unci che a quel tempo era una delle centrali cooperative più importati e poi sono diventato il segretario regionale del Lazio. Piano piano sono cresciuto e sono diventato una realtà importante, ho cominciato a lavorare con la grande distribuzione dall'Umbria alla Sicilia. Avevo 1.500 dipendenti tutti regolarmente inquadrati, ma poi mi sono imbattuto in questo incidente di percorso, in questa disavventura che mi ha portato a perdere tutto e a stare lontano dalla vita normale per quasi dieci anni".
Come è cambiata la sua vita in carcere...
"Arrivato in carcere ho deciso di dare senso a questa esperienza e ho iniziato a fare lo scrivano aiutando gli altri detenuti con le istanze, quindi ho cominciato a studiare il diritto. Quando ero in carcere a Rossano Calabro ho partecipato ad un progetto con il cappellano e il vescovo Monsignor Santo Marcianò per la creazione di una Casa Famiglia per detenuti, è stata una cosa molto bella e importante. Poi ho lasciato la Calabria perché ho chiesto trasferimento a Roma per avvicinarmi alla famiglia. Arrivato a Rebibbia mi sono messo a studiare, mi sono iscritto alla magistrale di Torvergata in Giurisprudenza. Venivano i professori in carcere per gli esami e nello stesso tempo continuavo ad aiutare i detenuti. Mi sono laureato con una tesi sull'esecuzione penale e l'ordinamento penitenziario, riportando anche la mia esperienza, perché ho creato un permesso a dimensione del detenuto approvato dal Tribunale di Sorveglianza. Immergendomi in questa materia del diritto penitenziario ho visto tante falle che andrebbero risolte diversamente perché la nostra Costituzione all'art.27 comma 3 dice che la pena non deve essere finalizzata a trattamenti umani degradanti ma bensì al reinserimento nella coesistenza sociale, che può essere intrapreso soltanto con un percorso intramurario che prosegua anche fuori".
Secondo lei realmente in Italia, allo stato attuale, il carcere può essere uno strumento di riabilitazione?
"Se in carcere venissero dati i giusti strumenti alle diverse aree educative potrebbe esserlo. Spesso all'interno delle carceri il personale è sottodimensionato, se per 200 detenuti ci sono 4 educatori è chiaro che non tutti possono essere seguiti adeguatamente. Per questo motivo è importante la creazione di un percorso serio, in cui la persona abbia la possibilità di prendere una certa direzione nella propria vita, che deve iniziare dentro il carcere e proseguire fuori con delle strutture che possono accogliere le persone condannate a scontare altre misure di sicurezza, perché la pena non finisce con il carcere, la reclusione è quella principale ma poi ci sono le interdizioni e le varie misure di sicurezza. Infine, bisogna anche combattere con la "teoria dell'etichettamento" da parte della società, per cui diventa difficile ricollocarsi a livello lavorativo. Per questo motivo molte persone sono a rischio di reiterazione del reato, cioè prese dallo sconforto, dalla paura e sopraffatte dalla difficoltà di reinserirsi in società, possono commettere nuovamente dei reati, entrano di nuovo in carcere perpetrando un circolo vizioso".
Dopo la laurea che ha fatto quindi?
"Mi sono laureato e adesso sono quasi criminologo. Se Dio vuole nel 2022 farò l'esame e diventerò avvocato".
Quindi adesso è un praticante avvocato?
"Non sono proprio un praticante perché per iscrivermi all'albo dei praticanti devo avere la riabilitazione, che può essere ottenuta dopo tre anni dall'aver scontato la condanna. Nel 2022 chiederò la riabilitazione e a quel punto potrò fare l'esame di Stato. In questo modo posso dare alla collettività un contributo in base alla mia esperienza per quanto riguarda il penale, infatti, sull'esecuzione e sulla sorveglianza rispetto ad un avvocato normale ho maggiori conoscenze. Per forza di cose conosco meglio quello che è il percorso intramurario, infatti, spesso vengo chiamato da molti studi legali per fare le istanze ai detenuti. Ho una mail che utilizzo solamente per i detenuti, in cui mi scrivono, io a volte faccio loro le istanze, gliele notifico in carcere e poi loro le presentano tramite l'ufficio matricole. Adesso sono consulente del mio studio legale che ho aperto con dei soldi che mi ha lasciato mia madre e mi appoggio agli avvocati. Il mio obiettivo futuro è quello di seguire prettamente l'esecuzione, la sorveglianza e alcuni aspetti in ambito civile. Non tornerò più a fare l'imprenditore perché non ne ho nessuna intenzione e andrò avanti con lo studio, con la cultura e con la mia nuova vita".
Com'è cambiata la sua vita da prima ad ora?
"Prima ero una persona che inseguiva solamente i soldi e quindi vivevo la mia vita nell'opulenza. Oggi quando mi alzo la mattina mi faccio il segno della croce e ringrazio Dio per quello che ho, nonostante non abbia più nulla di quello che avevo prima. Il carcere mi ha cambiato, mi ha insegnato a fare la spesa e a spendere poco, a campare anche con 300 euro invece che con i milioni di euro al mese. Ho capito che molte cose nella vita non servono, l'importante è vivere. Se devi comprare un jeans va bene anche quello da 15 euro non serve spenderne per forza 150. Ho imparato a cucinare, sono una persona molto dinamica, gioviale, e sono una persona che quando si alza la mattina, anche se ci sono tanti problemi, ho sempre il sorriso sulle labbra, perché la vita si deve prendere così".
Lei continua a proclamarsi innocente?
"Sì, il mio è un errore giudiziario anche se non spetta a me dirlo perché le sentenze non si possono contestare".
Non si era reso conto del fatto che stava facendo affari con i Casamonica?
"Io facevo l'imprenditore come ho sempre fatto e mi sono comportato sempre correttamente con le persone. Se una persona ha un'impresa da mandare avanti non guarda molto queste cose, sono stato un po' superficiale, perché mi rendo conto adesso con l'esperienza del carcere che anche un imprenditore deve stare attento a certe cose, perché comunque potrebbe essere coinvolto nelle vicende anche se non c'entra nulla. Io di fatto facevo seria imprenditoria e davo lavoro alla gente, levandola dalla strada, forse anche questo ha dato fastidio. La Calabria e la Sicilia sono bellissime regioni ma l'imprenditoria non è bene accetta. Quando la Cassazione mi ha condannato in via definitiva, io ho chiesto la ricusazione del giudice, perché un giudice non può giudicarmi due volte, ma la ricusazione è stata rigettata. Chissà forse un giorno quando diventerò avvocato chiederò la riapertura del processo, ma in ogni caso non voglio fare polemiche perché quando si finisce in carcere qualche errore è sempre stato fatto, anche quando un reato non è stato commesso nella maniera in cui è contestato, ma ci sono degli errori e delle imprudenze".
Come sta elaborando e utilizzando la sua vicenda carceraria a favore dei detenuti?
"La mia vicenda processuale e carceraria è conclusa, appena potrò mi adopererò per ottenere le riabilitazioni. Poi continuo ad aiutare i carcerati, parlo loro di legalità e norme, infatti, in teoria ci sarebbe una carta che dovrebbe essere consegnata ad ogni detenuto quando ha accesso in carcere che riguarda i suoi diritti e i doveri. La mancata consegna della "carta del detenuto" determina il fatto che spesso i carcerati non sappiano cosa non devono fare e quali sono i propri diritti. Bisogna, inoltre, partecipare alle attività che si svolgono in carcere: la scuola, la musica, il teatro, la pittura, sono tutti laboratori utili per la progettualità del soggetto. Il problema è che questi servizi variano da istituto a istituto, invece questi processi andrebbero standardizzati, perché ci sono strutture in cui il detenuto sta sempre in cella, quindi come fa a iniziare questo percorso di cambiamento? In carcere è necessario essere forti, rimboccarsi le maniche, rimettersi in gioco e cercare di diventare una persona migliore per se stessi e per la società.
Altrettanto importante è il reinserimento della persona in società, infatti, se una persona ha pagato il suo debito con la società non si capisce perché debba essere osteggiato o guardato in cagnesco. Quando ha finito la pena ha diritto di reinserirsi nella società, se poi sbaglia di nuovo pagherà nuovamente ma ci sono persone che non ne vogliono sapere più nulla e queste persone devono essere aiutate anche a livello psicologico, perché dentro il carcere vengono a mancare tante cose, si vengono a creare delle lesioni per cui una persona quando esce dal carcere si può trovare ad aver perso il lavoro, i soldi e anche gli affetti. Il permesso premio serve proprio a mantenere in piedi l'unione quindi l'aspetto genitoriale, quello con il coniuge. Sono aspetti importanti che vanno a ledere la psiche di un soggetto".
È contento del percorso che sta facendo?
"Sì, anche perché ho molte soddisfazioni a livello lavorativo, quello che mi manca è non poter stare con la toga magari a patrocinare ma per quanto riguarda l'aspetto extragiudiziale e sullo studio sono molto contento".
Adesso di cosa si sta occupando?
"Io adesso sto lavorando per alcune strutture del terzo settore per creare delle case famiglia per detenuti, sia che debbano finire di scontare la pena - parliamo di condannati non per gravi reati di allarme sociale - ma anche per persone che abbiano terminato la pena e hanno bisogno di un'accoglienza.
Al contempo saranno erogati dei corsi di formazione e di specializzazione come pizzaiolo, cuoco, cucito e tutte quelle attività che possono essere motivo di occupazione per queste persone. Se un soggetto impara a fare il calzolaio, ad esempio, ha la possibilità di scegliere, può aprire una bottega e fare il calzolaio, poi se continua a fare il rapinatore o lo spacciatore è una scelta sua, però questa società, che ha l'interesse di recuperare un individuo, deve dargli la possibilità di farlo. Questo è il vero reinserimento".
di Camillo Maffia
agenziaradicale.com, 15 marzo 2021
L'ingresso in carcere di Ambrogio Crespi è uno di quegli eventi simbolici dove il confine tra realtà e metafora sembra perdersi nel silenzio dell'immagine, dove un finale che nelle intenzioni degli autori dovrebbe mostrare al pubblico l'esito dell'implacabile ma imparziale corso della giustizia lascia invece gli spettatori inquieti e non convinti; essi tacciono, a loro volta, come nelle ultime indicazioni di scena del Boris Godunov di Alexsandr Puskin.
Così il grande autore russo volle concludere il suo celebre dramma: con astanti che dovrebbero applaudire, ma non lo fanno; si racconta che il regime sovietico abbia lasciato intatto il copione teatrale, cambiando solo questa scena conclusiva per sostituirla con un popolo che batte invece obbedientemente, e stupidamente, le mani.
Anche noi ci troviamo qui oggi a un bivio analogo: dobbiamo credere nella giustizia come fosse un dogma, in base al quale giunti all'ultimo grado di giudizio stringiamo tra le braccia una verità irrefutabile, e applaudire al finale, benché tragico, di questa discussa vicenda?
O possiamo lasciarci contagiare dal silenzio dell'immagine, senza battere le mani, per non lasciar cadere il dubbio che, in virtù d'una insopportabile ironia della sorte, il regista del più efficace lavoro mai realizzato sul caso di Enzo Tortora stia ora subendo un destino non solo analogo, ma perfino peggiore?
Perché qui il problema non è il fatto che Crespi sia innocente, bensì il principio: se bastano questi elementi per condannare un uomo a sei anni di carcere, come da poco confermato dalla Corte di Cassazione, allora la sola conclusione logica, per quanto ciò infranga ogni fiducia di stampo dogmatico nei riguardi della giustizia, è che chiunque di noi si potrebbe ritrovare nella situazione di quell'uomo, senza aver necessariamente fatto qualcosa per meritarlo.
Ripercorriamo brevemente i fatti: Crespi viene accusato nel 2012, nell'ambito di una inchiesta che travolge la regione Lombardia, di aver procurato 2500 voti all'assessore Domenico Zambetti in ambienti 'ndranghetisti. Come sottolineerà la difesa nel corso del dibattimento, se da un lato siamo certi che i due non si sono mai incontrati, dall'altro non vi è prova che effettivamente si conoscano: stiamo parlando di sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa, inflitti a un uomo che ha fatto del contrasto anzitutto culturale alla mafia il perno della sua attività professionale e creativa, "perché avrebbe prodotto dei voti per un politico che non ha mai conosciuto insieme a delle persone che non hanno mai frequentato la sua vita", come ha sintetizzato suo fratello Luigi.
Le accuse nascono infatti da intercettazioni che lo chiamerebbero in causa, nelle quali si afferma che Crespi si sarebbe servito di frequentazioni criminali nelle periferie di Milano per portare voti a Zambetti. Tale vicinanza del regista agli ambienti 'ndranghetisti non trova alcuna conferma se non nelle dichiarazioni d'un pentito la cui attendibilità è quantomeno controversa.
Per quanto riguarda i voti procacciati, non si riscontreranno picchi di preferenze a favore dell'assessore nelle zone "incriminate" della periferia di Milano, né sarà possibile per l'accusa dimostrare, neppure con prove indiziarie, che Crespi li abbia ottenuti con metodi coercitivi. Roberto D'Alimonte, il maggior esperto di flussi elettorali in Italia, mostrerà invece come nelle aree in cui il regista sarebbe intervenuto per influenzare l'esito delle urne non vi siano in realtà picchi significativi a favore di Zambetti.
Con questi elementi un uomo specchiato, dalla vita caratterizzata da un forte impegno sociale al punto che la sensibilità nei riguardi degli ultimi è stata per lui fonte d'ispirazione nel realizzare i suoi lavori di maggior successo, viene condannato a sei anni. È questo l'esile canovaccio che ci conduce al finale della nostra allegoria della giustizia, il dramma che ci consegna il tragico finale in cui Crespi fa il suo ingresso nel carcere di Opera "in nome del popolo italiano". Il quale, però, non può applaudire. Non stavolta.
di Carmela Formicola
Gazzetta del Mezzogiorno, 15 marzo 2021
Vent'anni di tormentata storia dei tribunali pericolanti. Primo lotto alle ex Casermette? Pronto non prima del 2028. Dobbiamo affondare le mani nella memoria e tornare almeno al 1998. Ecco, da qui possiamo ripartire per riscrivere la tormentata storia dell'edilizia giudiziaria barese.
Nel 1998 il vecchio palazzo di giustizia di piazza De Nicola nel popolare quartiere Libertà è pronto ad implodere: si decide di trasferire altrove almeno il polo penale. Dopo un paio di anni il trasferimento si completa all'interno di un immobile di proprietà Inail in via Nazariantz, all'ingresso della città. Edificio che si dimostra da subito inadeguato perché non pensato per accogliere le attività giudiziarie. Si decide di dar vita ex novo a una Cittadella della Giustizia.
L'ipotesi è l'edificazione di un secondo palazzo di giustizia nello stesso quartiere Libertà, per la precisione in corso della Carboneria. Il Comune di Bari paga regolarmente il progetto ma l'iter si blocca (per qualcuno "inspiegabilmente") nel 2001.
Nel 2003 l'allora sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia bandisce una ricerca di mercato e l'impresa Pizzarotti di Parma si impone con il suo progetto di Cittadella della Giustizia da realizzare in project financing nell'area dello stadio San Nicola. Certo, quelli sono suoli agricoli ma il Comune di Bari è pronto ad approvare una variante al Prg.
Nel 2004 l'immobile di via Nazariantz viene sottoposto a sequestro dalla stessa Procura con facoltà d'uso (per evitare la paralisi della funzione giudiziaria). Dal 2004, con l'elezione a sindaco di Michele Emiliano, si blocca l'iter Pizzarotti: per un'opera del genere non basta una ricerca di mercato che viceversa viola le norme sui pubblici appalti.
Torniamo in via Nazariantz: la situazione precipita anno dopo anno: infiltrazioni d'acqua, stanze inagibili, invasione di topi, bagni rotti, ascensori bloccati. Nel 2016 vengono fatte le prime opere urgenti. Il 24 maggio 2018 viene revocata l'agibilità dell'immobile ritenuto dai periti "a rischio crollo". Le udienze vengono sospese, si rende necessario il trasloco. A giugno la Protezione Civile allestisce una tendopoli sul piazzale di via Nazariantz.
Torna dunque prepotente l'ipotesi di una sede unica degli uffici giudiziari. Il sindaco Antonio Decaro ricorda che fin dal 2014 l'amministrazione intende realizzare un nuovo Polo giudiziario nell'area delle ex Casermette nel quartiere Carrassi. Nel frattempo si cerca una sede provvisoria dove spostare il polo penale la cui attività viene smembrata in varie sedi fino all'individuazione della ex Torre Telecom di via Dioguardi, nel rione Poggiofranco. Il trasferimento si compie nel settembre 2019. Nel luglio 2019, invece con i fondi a disposizione (97 milioni di euro) Decaro firma a Roma un protocollo per avviare i lavori nell'area delle ex Casermette. In via Dioguardi, invece, appare subito evidente l'inadeguatezza degli ambienti, troppo piccoli per ospitare il popolo quotidiano di magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze di polizia, cittadini. Dal marzo 2020, l'emergenza sanitaria aggrava perfino la situazione.
Non a caso Decaro alla fine del 2020 torna a scrivere alle più alte cariche dello Stato per sollecitare l'avvio delle procedure per il Parco della Giustizia alle ex Casermette. Nei giorni scorsi, in sede di Commissione Manutenzione, viene infine illustrato il cronoprogramma per la realizzazione del Parco: il primo lotto sarà pronto nel 2028.
La doccia fredda è datata 9 marzo quando, in sede di Commissione manutenzione, si scoprono i tempi del crono-progamma per la realizzazione del Parco della Giustizia di Bari nell'area delle ex Casermette. Data di consegna del primo lotto: anno 2028. Tutti saltano sulla sedia. L'Associazione nazionale magistrati invoca subito "l'immediata convocazione di un tavolo urgente di confronto, discussione e programmazione dei futuri interventi, al quale possano partecipare i rappresentanti dell'avvocatura, della magistratura associata, degli enti territoriali e del Ministero insieme ai sottosegretari alla Giustizia e ai capi degli uffici giudiziari baresi".
Al momento, tuttavia, del "tavolo urgente" non c'è alcuna traccia. Anche gli avvocati hanno fatto sentire la propria voce allarmata. Il presidente dell'Ordine forense Giovanni Stefanì: "Perché rassegnarsi alla burocrazia e alle lungaggini quando in Italia abbiamo esempi di procedure straordinarie in grado di risolvere emergenze gravi come il ponte di Genova e come effettivamente è, oggi, l'edilizia giudiziaria barese? In quel caso lo Stato è riuscito a dare risposta a una situazione di sofferenza di quella comunità che, in due anni, si è vista restituire una grande opera infrastrutturale fondamentale, molto più complessa e difficile per la sua progettazione e realizzazione rispetto a una cittadella giudiziaria".
Genova sì, Bari no? Qualcuno al Governo sta ignorando volutamente il disastro barese dell'edilizia giudiziaria, o non si è compresa la gravità nella sua pienezza. Eppure basterebbe rileggere le parole del presidente della Corte d'Appello di Bari Franco Cassano che, inaugurando l'anno giudiziario il 30 gennaio scorso, ha detto tra l'altro: "il palazzo di via Dioguardi s'è rivelato angusto, al punto che è impossibile svolgere l'ordinaria attività, nel rispetto delle regole sul distanziamento sociale. Non ci sono luoghi dove celebrare i processi con molti imputati.
Il palazzo di p.zza De Nicola è vecchio di 60 anni ed interessato da più cantieri. I lavori di rifacimento della facciata sono fermi dal 2017, quelli di rifacimento del piazzale antistante procedono stancamente. L'impianto di riscaldamento di un'intera ala del palazzo non funziona. I lavori di esecuzione dell'impianto antincendio, che interesseranno tutti gli ambienti del palazzo, non sono neppure ipotizzabili, se prima non si chiudono gli altri tre cantieri. Non ci si può illudere di proseguire così". La richiesta del presidente Cassano: "Procedure semplificate per accelerare la realizzazione del Parco della Giustizia, un Commissario straordinario per attuarle".
di Giorgio Pinotti
Gazzetta di Mantova, 15 marzo 2021
Il vicesindaco Faioni: "Un ordine francescano voleva farne una casa per l'accoglienza di donne maltrattate. Una persona che voleva realizzare un centro addestramento per cani da ricerca su macerie. Ma nulla si è realizzato". Il carcere di Revere resta abbandonato, diverse le proposte per riutilizzarlo, ma i problemi e i costi per un ripristino bloccano ogni iniziativa. Il destino del penitenziario, diventato ex senza essere mai stato aperto, sembra segnato.
Negli anni sono stati diversi i momenti in cui i riflettori si sono accesi sulla struttura, costata 5 miliardi delle vecchie lire, che è andata a ingrossare le fila delle cattedrali nel deserto realizzate con soldi pubblici, tanti, e mai utilizzate. Ma la struttura resta in stato di abbandono e le sue condizioni continuano a peggiorare.
"Ci sono state richieste di utilizzo - racconta il vicesindaco di Borgo Mantovano Sergio Faioni - ma nulla è mai andato in porto, di fronte a quelli che sarebbero i problemi da affrontare per rendere utilizzabile il complesso. Un ordine francescano voleva farne una casa per l'accoglienza di donne maltrattate. Prima ancora si era interessata una coop per insediare una residenza sanitaria assistenziale, poi una parafarmacia. Era interessata anche una persona che voleva realizzare un centro addestramento per cani da ricerca su macerie".
Tutte iniziative che si sono scontrate con un muro. In questo caso non solo metaforico: è il muro di cinta del carcere in cemento armato, un'opera la cui demolizione, secondo una stima fatta da esperti, costerebbe tanto quanto era costata la realizzazione del complesso. Un ostacolo notevole, e non è l'unico. Infatti l'edificio è ormai compromesso dal lungo abbandono e manca un accesso alla strada. Collegare il sito alla statale 12 appare complicato, entrerebbe in gioco Anas, e da queste parti sanno che così i tempi si allungano e le cose si complicano. L'esempio è a pochi chilometri di distanza, con ponte Marino, da 4 anni a senso unico alternato.
Il carcere di Revere fu iniziato nel 1988, doveva ospitare detenuti per reati non gravi, poi per lo più depenalizzati. Dopo ripetute interruzioni i lavori si sono fermati definitivamente nel 2000. Nel 2011 il ministero della Giustizia ha ceduto la struttura all'allora Comune di Revere, ora Borgo Mantovano. "Siamo pronti a cederlo in comodato d'uso gratuito a chi lo volesse - dice Faioni - il problema e che nessuna proposta regge di fronte ai problemi che si presentano".
quibrescia.it, 15 marzo 2021
Lettera aperta alle autorità nazionali e locali del sindacato della Polizia Penitenziaria che sottolinea i limiti della struttura carceraria. "È anche una battaglia di civiltà". Dopo che quello di Brescia è stato definito il secondo carcere peggiore d'Italia, il coordinatore regionale del sindacato di Polizia Penitenziaria della Funzione Pubblica Cgil, Calogero Lo Presti, ha indirizzato una lettera aperta alla ministra della Giustizia, al Prefetto e al sindaco di Brescia, nonché ai vertici dell'Amministrazione penitenziaria, regionale e nazionale.
"Il XVII Rapporto dell'Associazione Antigone, riportato dai mass media nazionali e locali, che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale italiano", scrive il sindacato, "ha evidenziato una situazione preoccupante in essere nel carcere bresciano di "Canton Mombello" definendolo il secondo peggiore d'Italia. Le condizioni detentive nella Casa Circondariale di Brescia, più volte denunciate da questa organizzazione sindacale, sono risapute sia dalla politica nazionale che locale e dall'Amministrazione Penitenziaria e sono comuni a tante altre realtà della nazione".
"Il problema del sovraffollamento detentivo, la vetustà della struttura risalente all'800, come la mancanza di spazi comuni idonei alla socialità", si legge nel documento, "costituiscono, a nostro avviso, una pena supplementare nei confronti delle persone che si trovano nello stato di privazione della libertà.
I limiti della struttura carceraria non permettono di organizzare attività ricreative, di studio e lavoro maggiori di quelle in essere, tutti elementi del trattamento che mirano e tendono alla rieducazione dei detenuti al fine del loro reinserimento nel tessuto sociale. Purtroppo le predette condizioni detentive si riverberano, anche, negativamente sul lavoro della Polizia Penitenziaria costretta ad assolvere al proprio mandato istituzionale gestendo situazioni di grave criticità come atti di autolesionismo, tentativi di auto soppressione oltre a gestire situazioni di altro stress derivate dalla convivenza forzata di persone provenienti da paesi diversi, con religione e culture diverse, oltre alla gestione e alla prevenzione dei contagi derivati dalla pandemia in atto".
"Quest'ultimo aspetto", prosegue la nota, "è stato gestito egregiamente sia dalla direzione che dal personale di Polizia mettendo in campo ogni sforzo e sensibilità al fine di garantire a tutta la popolazione detenuta non solo i diritti spettanti ma anche telefonate supplementari, video colloqui con i propri familiari ma principalmente assicurare che il Covid non entrasse all'interno di quella comunità carceraria.
A questo proposito accogliamo favorevolmente la notizia di un accordo tra l'Amministrazione Penitenziaria regionale e la Direzione Generale del Welfare della Regione Lombardia, nella persona del dott. Marco Salmoiraghi, che prevede nelle prossime settimane la vaccinazione della popolazione detenuta".
"Com'è noto la Casa circondariale di Brescia, nonostante i numeri preoccupanti derivati dal sovraffollamento, è rimasta avulsa dalle rivolte dello scorso anno scoppiate in diversi Istituti penitenziari d'Italia, questo grazie al grande e minuzioso lavoro della direzione che, unitamente alla Polizia Penitenziaria, ha saputo interloquire e rapportarsi con la popolazione detenuta al fine di prevenire particolari momenti di tensione che potessero scaturire in rivolte. La Fp Cgil da decenni sta portando avanti una battaglia di civiltà nel migliorare le condizioni detentive dei detenuti e di riflesso le condizioni lavorative della Polizia penitenziaria sensibilizzando i ministri della Giustizia, che si sono succeduti nelle varie legislature, ma anche i politici nazionali e locali affinché la questione carcere a Brescia sia definitivamente risolta con la costruzione di una nuova struttura penitenziaria".
"A metà del 2019 sembrava che il progetto, con lo stanziamento di quasi 17 milioni di euro da parte del ministero delle Infrastrutture, stesse per avere esecutività, invece si è arenato unitamente ai sogni della popolazione detenuta ma anche della Polizia penitenziaria e del Comparto Funzioni Centrali ma anche di tutti quei "attori" che a qualsiasi titolo orbitano attorno al mondo carcerario bresciano. Un nuovo carcere a Brescia, ad avviso della Cgil, significherebbe una detenzione più umana e risocializzante restituendo alla società persone reinserite nel tessuto sociale abbassando la percentuale della recidiva garantendo, quindi, una maggiore sicurezza per i cittadini".
"Egregio sig. ministro", conclude la lettera, "riteniamo che le condizioni detentive all'interno di tutte le carceri italiane meritino un focus particolare per ciò che riguarda la depenalizzazione dei reati minori, un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, un maggior stanziamento di fondi economici per manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture.
Riteniamo che sia necessaria, a questo punto, una sostanziale riforma della giustizia quindi del sistema penale del nostro Ordinamento Giuridico, come riteniamo, ormai, improcrastinabile ulteriormente la realizzazione del nuovo carcere nella città di Brescia. In ultimo, chiediamo alle Autorità in indirizzo, ognuno per la propria competenza, di profondere ogni sforzo ed iniziativa affinché il progetto per la realizzazione del carcere a Brescia trovi attuazione ed esecutività senza ulteriore indugio".
Il Gazzettino, 15 marzo 2021
C'è preoccupazione nel carcere femminile della Giudecca per i numerosi casi di positività al Covid riscontrati in 17 agenti di polizia penitenziaria e 2 detenute. A sollevare il caso è il segretario provinciale dell'Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp, Carmine Napolitano, il quale ha scritto alla direttrice, Immacolata Mannarella e al Provveditore regionale, Maria Milani, lamentando la mancata attivazione dei protocolli previsti: nonostante alcune delle agenti presenti forti stati febbrili, nessuna di loro sarebbe stata sottoposta a tampone né a visita medica.
"Ancora più grave il fatto che non sia stato emesso alcun provvedimento formale riguardo lo stato di quarantena, anzi, pare sia stato riferito alle interessate che dovranno arrangiarsi con mezzi propri, in pratica abbandonate al proprio destino". Le agenti in quarantena sarebbero state obbligate, tra l'altro, ad usufruire del congedo ordinario. "Cosa che riteniamo assolutamente incomprensibile", prosegue Napolitano, il quale lamenta infine che il comandante di reparto avrebbe intimato alle poliziotte (residenti in altre regioni e accasermate all'interno del carcere) di nominare un medico di base temporaneo a Venezia, avvisandole di possibili conseguenze disciplinari: "Mi auguro si tratti solo di un equivoco - scrive il segretario Osapp. Non vi è alcuna norma che obblighi la scelta del medico di base in relazione a dove si lavora".
All'interno del carcere femminile della Giudecca sono otto i tamponi finora risultati positivi: 17 agenti e 2 detenute. Sono state avviate le procedure di vaccinazione, iniziando dalle detenute. Anche nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore è iniziato l'iter per vaccinare tutto il personale e i detenuti in modo da garantire la massima sicurezza.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 15 marzo 2021
Respinta la mossa conciliante del presidente Tebboune in vista del voto di giugno. Violenze e nedia intimiditi al corteo della capitale. E tornano gli arresti. Migliaia di algerini hanno sfilato ad Algeri per il terzo venerdì consecutivo (dall'inizio delle proteste nel 2019 il 108°) dalla grande manifestazione del 22 febbraio, in occasione del secondo anniversario dall'inizio del movimento di protesta Hirak, che portò alla caduta dell'ex presidente Abdelaziz Bouteflika.
Nonostante il divieto di raduni imposto dal governo per contrastare la pandemia, in diverse grandi città del paese come Orano, Bejaia, Tizi Ouzou, Bouira e Annaba sono partiti cortei per chiedere "uno stato civile e non militare" e una "nuova Algeria democratica", principali richieste e slogan dell'Hirak. Un chiaro messaggio di risposta all'annuncio di questo giovedì del presidente Abdelmajid Tebboune che, dopo aver sciolto il Parlamento lo scorso 21 febbraio, ha fissato le elezioni legislative per il prossimo 12 giugno, auspicando una "forte partecipazione popolare" per poter portare in parlamento "il vento di cambiamento dell'Hirak, attraverso la sua gioventù, il suo attivismo e la sua protesta pacifica". Un gesto di pacificazione e un tentativo di riprendere il controllo della ripresa del movimento di protesta che, nonostante la grazia per oltre una sessantina tra attivisti e giornalisti, non ha di fatto ottenuto i risultati previsti. Migliaia di manifestanti continuano a chiedere lo "smantellamento del sistema politico", sinonimo ai loro occhi di corruzione e autoritarismo.
"Non abbiamo votato il 12 dicembre alle presidenziali) e non voteremo finché questo potere resta in carica e le persone sono vittime di ingiustizie e arresti", dicevano i partecipanti al corteo di venerdì, denunciando il ritorno in prima linea di partiti come il Fronte di liberazione nazionale (Fln) o il Raggruppamento nazionale democratico (Rnd), in crisi per aver sostenuto in questi anni il regime di Bouteflika. Secondo quanto riporta il Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld), la manifestazione di venerdì ad Algeri è stata contrassegnata da violenze nei confronti dei numerosi giornalisti da parte di "imprecisati teppisti", forse infiltrati delle forze di sicurezza "per reprimere una corretta informazione delle proteste senza censura".
"Sono stati effettuati centinaia di arresti tra i manifestanti a Tizi-Ouzou, Khenchela, Oued Souf, Tlemcen, M'sila, Tiaret e Amara dove un bambino di 7anni è stato fermato insieme al padre dalle forze di polizia - continua il comunicato del Cnld - anche se poi la maggioranza dei fermati è stata rilasciata".
La Repubblica, 15 marzo 2021
L'attivista egiziano dell'università di Bologna è in cella al Cairo. Gli attivisti lo ricordano su Facebook e ne chiedono il rilascio. Di lui si è parlato anche all'assemblea del Pd.
"Oggi, 14 marzo 2021, segna il 400esimo giorno di detenzione per Patrick Zaky, arrestato dopo il suo arrivo all'aeroporto internazionale del Cairo il 7 febbraio 2020. In questa occasione vorremmo sottolineare una cosa: Questo è il prezzo che Patrick paga per essere un difensore dei diritti umani". Lo scrivono su Facebook gli attivisti della pagina 'Patrick Libero' che chiedono il rilascio dello studente egiziano dell'Università di Bologna. "Per 400 giorni abbiamo ripetuto sempre la stessa cosa: Patrick è stato punito per aver dato voce ai suoi pensieri e per essersi battuto per i diritti delle minoranze religiose e di genere in Egitto - proseguono gli attivisti - Il primo giorno Patrick è stato sottoposto a torture fisiche, ma da 399 giorni è sottoposto a torture mentali, ogni singolo giorno".
"È bloccato in una cella, lontano dai suoi cari, non può finire i suoi studi mentre le sue compagne e compagni di corso si stanno laureando, e soprattutto non ha idea di quanto durerà questa situazione. Patrick merita di essere libero, è un suo diritto, e noi non smetteremo di chiedere il suo rilascio!", concludono. "Noi vogliamo che Patrick Zaky diventi cittadino italiano ed europeo. È una battaglia che il Pd farà. Perché è importante. Riteniamo che questo sia un segnale importante a un Paese, l'Egitto che ha violato insopportabilmente i diritti e ha portato alla morte una persona alla quale vogliamo bene, Giulio Regeni. Noi su questo faremo una battaglia e la faremo fino in fondo". Sono le parole di Enrico Letta, parlando all'assemblea del Pd.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 15 marzo 2021
"Chi non salta è Tayyip", "Corri Erdogan, corri, stanno arrivando le donne". Per aver urlato questi banalissimi slogan alla marcia femminista di Istanbul lo scorso 8 marzo, tredici donne sono state arrestate e messe sotto inchiesta con l'accusa di aver insultato il presidente della repubblica turca, un crimine che nel Paese della mezzaluna viene punito con il carcere fino a 4 anni. Tra loro c'è anche una minorenne. A dare la notizia è Human Rights Watch che invita la Turchia a rispettare la libertà di espressione.
"Aprire un'indagine criminale contro delle attiviste del movimento delle donne per aver gridato slogan non violenti dimostra il profondo disprezzo delle autorità turche per il diritto di riunione e di parola - ha detto Hillary Margolis, ricercatrice di Human Rights Watch. Invece di proteggere i diritti delle cittadine, le autorità turche prendono di mira quelle che sono scese in piazza per celebrare le donne e promuovere l'uguaglianza".
La giornalista Burcu Karakaş ha postato su Twitter un documento della polizia in cui erano elencate alcune delle domande che erano state poste alle attiviste durante l'interrogatorio. All'inizio di marzo Erdogan aveva annunciato "un piano d'azione per i diritti umani" della Turchia. "Continueremo a sostenere i cittadini contro tutti i tipi di minacce alla dignità, al credo, ai valori e alla vita delle persone" aveva detto.
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