Il Gazzettino, 11 marzo 2021
Positive in 8: tamponi a tutte. Finora il carcere femminile della Giudecca era rimasto estraneo al virus: nessun focolaio, come invece accaduto a dicembre nel penitenziario maschile di Santa Maria Maggiore e la prima dose di vaccini alle detenute conclusa nei giorni scorsi. Ma ieri mattina, la scontro con la realtà più cruda di questi tempi di pandemia: di colpo, uno dietro l'altro, si sono verificati otto casi di positività al nemico invisibile. Sei riguardano altrettante agenti di polizia penitenziaria, mentre due sono detenute, una in regime di semilibertà e una che lavora nella cucina della casa di reclusione della Giudecca. Tutte e otto le contagiate stanno bene e non hanno presentato i sintomi tipici della malattia. Non si sa se le due detenute si fossero vaccinate mentre per le agenti, l'appuntamento era fissato al 18 marzo.
La scoperta della positività ha fatto scattare un giro di vite attorno al carcere che, per disposizione dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto, è stato chiuso alle visite mentre eventuali nuove detenute dovranno trascorrere una quarantena in una zona dedicata all'isolamento sanitario, per evitare che il virus si diffonda in maniera ancora più forte e possa, così, dilagare.
Per contrastare il virus e dar vita al tracciamento, gli infermieri della cooperativa che presta servizio medico alla Giudecca hanno iniziato una serie di tamponi alle detenute e al personale della struttura di reclusione, in modo da scovare eventuali nuove positività e così isolarle senza trovarsi a fare i conti da un momento all'altro con un bubbone a quel punto quasi incontrollabile.
Non è chiaro come il Covid sia potuto entrare all'interno del penitenziario dell'isola: quello che è certo è che la detenuta in regime di semilibertà è diventata positiva per un contatto sul posto di lavoro all'esterno del carcere.
Difficile dire che sia stata lei a trasmettere il virus anche perché, proprio per il regime di detenzione in semilibertà, la detenuta ha una sua entrata e una sua uscita dal carcere ed essendo l'unica che gode del lavoro extra-carcere, vive già in una sorta di distanziamento sociale dalle altre recluse.
Per questo il lavoro di tracciamento sarà fondamentale, come sarà importante anche l'eventuale invio, da parte dell'Ulss 3, dei tamponi del focolaio all'Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Legnaro, nel Padovano, per verificare che la diffusione del virus così velocemente, non sia legata alla presenza di una delle varianti al Covid-19 che si dimostrano essere più aggressive rispetto alla forma originaria. Un focolaio era esploso a dicembre, ma nel carcere maschile di Venezia, quando c'erano stati contagi tra detenuti e agenti della polizia penitenziaria.
di Maurizio Papa
agenziadire.com, 11 marzo 2021
Dal carcere della Dozza è partita un'iniziativa di solidarietà per i profughi in viaggio sulla rotta balcanica: "Ci è capitato di vedere in tv la situazione drammatica che stanno vivendo e abbiamo deciso di dare il nostro contributo". Dalla condizione difficile di recluso a quella disperata dei migranti bloccati in Bosnia. È il cuore dell'iniziativa di solidarietà di una cinquantina di detenuti della Dozza di Bologna, che hanno deciso di promuovere una raccolta fondi per mandare un sostegno ai profughi in viaggio sulla rotta balcanica tramite l'associazione La Villetta, una delle realtà che sotto le Due torri sono impegnate nell'invio di aiuti umanitari nei Balcani.
"Solidarietà per le persone bloccate in Bosnia", è il titolo dell'appello che i detenuti delle sezioni penali hanno condiviso per raccogliere il denaro. "In queste settimane, più di una volta, ci è capitato di vedere per televisione la situazione drammatica che stanno vivendo, nel nord della Bosnia, migliaia di migranti (uomini, donne e bambini) in cammino lungo la rotta balcanica", prosegue il testo: "Respinti dalle Polizie di frontiera dei vari confini, sono costretti a sopravvivere al freddo e al gelo, molto spesso senza cibo e acqua, in una situazione di continue violenze e di negazione dei diritti più elementari".
Alla luce di queste scene, "nella nostra particolare contingenza di persone detenute- continua l'appello - ci sentiamo vicini a questi esseri umani che, nel terzo millennio, a meno di 500 chilometri da Bologna, tentano di resistere a condizioni di vita che fanno venire in mente i campi di concentramento delle tante guerre di cui è pieno il mondo. Nel nostro piccolo abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo con un gesto minimo e semplice".
E così, come "hanno già fatto organizzazioni e movimenti umanitari, con raccolte di fondi, vestiario, generi di prima necessità e alimenti, anche noi vogliamo esprimere solidarietà a tante persone che soffrono", scrivono i detenuti. "Abbiamo scelto perciò di effettuare una donazione in denaro (ciascuno secondo le sue possibilità) - si conclude il testo visionato dalla Dire - all'associazione di solidarietà La Villetta, che da alcune settimane ha avviato una raccolta di aiuti umanitari per le persone migranti bloccate in Bosnia e organizza spedizioni dei materiali raccolti". Il risultato finale della raccolta ammonta a diverse centinaia di euro.
Non è la prima iniziativa di solidarietà nata tra le celle del carcere bolognese in questo periodo. Un'altra, meno di due mesi fa, è stata raccontata dagli attivisti della Colonna solidale autogestita, un progetto che dall'inizio dell'emergenza Covid è impegnato nella raccolta di beni di prima necessità da distribuire alle famiglie che ne hanno bisogno.
"È arrivata una donazione in buoni pasto da parte di un gruppo di detenuti del carcere della Dozza. Questa notizia ci ha naturalmente riempite di gioia ed è la dimostrazione che la solidarietà non conosce muri e sbarre", ha scritto la Colonna solidale, sottolineando che "nelle carceri continua ad esserci una situazione estremante rischiosa. A causa principalmente del sovraffollamento il rischio di ammalarsi di Covid-19 è molto alto, nel solo carcere della Dozza a dicembre 2020 erano 50 i positivi su 700 detenuti, 200 in più rispetto alla capienza massima, questione che rende difficoltoso anche l'isolamento e la cura dei malati".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2021
Il ricavato delle mascherine confezionate dalle detenute del carcere di Bergamo destinato alle missioni delle Suore delle poverelle. "Ci è stata consegnata nei giorni scorsi la somma di 3000 euro da parte delle sorelle che operano nella sezione femminile del carcere di Bergamo, frutto del loro lavoro con le detenute, nella produzione di mascherine. È proprio vero che tante gocce formano un mare di bene".
La lettera di ringraziamento arrivata nei giorni scorsi alle ospiti dell'istituto orobico è firmata da suor Madeleine Tanoh, religiosa delle Suore delle poverelle - Istituto Palazzolo, che a nome dei bambini di Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Costa d'Avorio e Kenya ha voluto così ringraziare per questo gesto di generosità che consentirà ai piccoli di "vivere sani e sereni". Tutto è nato all'inizio di marzo dello scorso anno. "Con il dilagare della pandemia e la necessità impellente di reperire mascherine omologate in larga misura, è arrivata la richiesta da parte della direzione della Casa circondariale di Bergamo di ovviare alla presente necessità attraverso la possibilità di una produzione interna utile a soddisfare i bisogni di detenuti e detenute, corpo di polizia penitenziaria e personale dell'istituto", racconta suor Anna Pinton, una delle tre religiose che vive all'interno del carcere dove, peraltro, gestisce una lavanderia e consente alle ragazze di lavorare. "Questa è la nostra casa e qui si svolge la nostra missione.
Ci aiutano nel servizio quotidiano quattro ospiti che si alternano ogni mese", spiega la religiosa. "Offriamo così la possibilità a più ragazze di guadagnare qualcosa anche perché questo lavoro viene direttamente retribuito dal ministero della Giustizia. Quando non siamo occupate - continua suor Anna - trascorriamo il tempo con loro e cerchiamo di assicurare costantemente il nostro supporto materiale e spirituale. Questo avviene regolarmente, ma in tempo di pandemia ancora di più, tenuto conto che non hanno potuto più vedere né familiari, né amici. Per fortuna non sono mai state con le mani in mano".
Suor Anna manifesta apertamente la sua gratitudine nei confronti della direttrice del carcere, Maria Teresa Mazzotta, che, grazie alla sua sensibilità, ha contribuito a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto alle detenute, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico. Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione, finalizzata, nel rispetto del principio della certezza della pena, a una maggiore umanizzazione e al perseguimento degli obiettivi di rieducazione e reinserimento contenuti anche nella Costituzione. "È stata lei ad avere l'idea di coinvolgerle nel confezionamento delle mascherine. All'inizio ne giravano poche e quindi c'era assolutamente bisogno di questa fondamentale protezione. Soprattutto in carcere. Hanno cominciato in tre, coordinate da una delle nostre sorelle, e la produzione ha ottenuto immediatamente il consenso dei destinatari. Tra questi, anche il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria".
Visto l'esito positivo della produzione, l'entusiasmo e la creatività, la tenacia, la costanza e l'impegno delle partecipanti, è sorto il desiderio di un'ulteriore produzione che potesse raggiungere l'esterno del carcere e diventare possibilità buona e concreta di un aiuto personale per la drammatica situazione in corso. Da qui la proposta di devolvere il ricavato delle offerte ottenute a una realtà di maggiore povertà.
"In accordo con la direzione tutto il ricavato è stato donato a favore di quattro comunità per bambini in diversi Paesi dell'Africa", riprende la religiosa, sottolineando che, "considerati i risultati, le ragazze hanno voluto mettersi a disposizione per aiutare chi, più di altri, era stato colto di sorpresa dal Covid e non aveva i mezzi per poter contenere la diffusione del virus. Si è pensato, così, di raccogliere fondi attraverso un'offerta volontaria e da lì è partita una vera e propria gara di solidarietà".
L'iniziativa rientra nel progetto denominato "Dà vita alla vita", che contribuisce a sostenere le comunità di accoglienza dei bambini rimasti orfani in attesa di essere adottati o di ricongiungersi ai propri familiari. "Le ragazze sono al settimo cielo. Nonostante il loro stato di detenzione, si sono sentite utili e il ringraziamento dei piccoli è stato un balsamo per le loro sofferenze", evidenzia Pinton.
Quella delle Suore delle poverelle è l'ennesima testimonianza che progetti come questi servono a far capire come i detenuti possano essere recuperati, soprattutto perché spesso l'unica alternativa che resta a chi esce dopo un periodo di detenzione è il reclutamento nelle file della criminalità proprio perché rifiutato dalla società. Anche se sembra poca cosa, l'accogliere nelle istituzioni persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto. Serve a seminare risultati, lavorando sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, che saranno raccolti magari tra qualche anno. O, in casi come questi, anche immediatamente.
Le Suore delle poverelle sono presenti, oltre che in Italia, in Africa e in America latina (Brasile e Perù). Svolgono attività, in collaborazione con le Chiese locali, nei contesti educativi a vario livello, in strutture sanitarie, nell'assistenza e promozione di quanti sono nel bisogno, con predilezione a favore dei più poveri.
Nella Casa circondariale lombarda hanno scelto di vivere appieno il carisma del fondatore, il beato Luigi Palazzolo, attraverso la convivenza con chi, pur avendo commesso errori, intende proiettarsi all'interno di nuovi circuiti virtuosi, convinte che il reinserimento sociale delle persone detenute passa attraverso atti concreti in grado di produrre un autentico legame tra mondo del carcere e società civile.
di Ilaria Solari
Elle, 11 marzo 2021
Sei donne sedute su un palco rispondono alle domande del pubblico. L'ultima arriva come una stilettata: la vostra vita avrebbe potuto essere diversa? A rispondere è una donna bionda, l'unica tra loro con un accento del Nord. Lo sguardo è duro, dietro si intuisce un carico pesante di dolore: con voce ferma risponde di no.
Pochi minuti dopo la polizia riporta lei e le altre nel carcere di alta sicurezza di Vigevano, che ospita le detenute appartenenti alla criminalità organizzata, a cui è assegnato un regime detentivo separato da quello dei carcerati comuni. Alcune di loro hanno alle spalle famiglie dai nomi pesanti, pezzi di storia delle organizzazioni criminali.
"Donne Caino", le definisce Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista, che le ha accompagnate nel progetto teatrale Educare alla libertà, aiutandole a scrivere e mettere in scena l'origine del male di cui si sono rese responsabili secondo la giustizia: un viaggio di scavo che le ha portate a esibirsi nelle aule magne delle università, nelle accademie e nei teatri. Le ha soprattutto aiutate a spezzare le catene di un destino familiare che a molte sembrava irrevocabile. Un'esperienza ora raccontata in Cattività, documentario di Bruno Oliviero su Prime Video e dal 12 marzo su Chili, Cgdigital e itunes. "Ho raccolto le loro storie", ricorda Sorrentino, "ciò che mi hanno detto e anche ciò che non sapevano di avermi detto.
E infine ho chiesto loro di recitare le testimonianze di altre compagne". "Quando ho sentito la mia storia pronunciata da un'altra mi sono pietrificata", confessa Carla, che ha scontato la pena e s'è rifatta una vita lontano da Napoli coi figli, ma ancora non riesce a pronunciare parole come carcere, o cella. "La psicologa dice che ho un blocco, ma il lavoro di rimozione più potente è cominciato là dentro: ed è solo nelle parole di un'altra che realizzi che quella vita era vera". "Ascoltarle è scioccante", continua Sorrentino.
"La droga, le armi, i morti ammazzati, le sparatorie: snocciolano vissuti traumatici come se non si fossero mai davvero viste, non fossero mai riuscite ad adottare uno sguardo esterno. E quando si vedono riflesse nelle parole delle altre crollano. L'affidare a un'altra la propria storia ha prima di tutto un valore drammaturgico. Ma ha anche insegnato loro a condividere, a vedere che il tuo dolore è anche il dolore dell'altra".
Come ricorda Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia e metodi di educazione alla legalità (figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittima di mafia), che le ha invitate alla Statale di Milano, all'origine di quasi tutte le storie c'è la figura di un padre: "Irrompe il bisogno di fare i conti con questa tempesta di affetto e di potere", scrive in un'appendice a Il teatro in alta sicurezza (Titivillus) il libro in cui Sorrentino ha raccolto i testi e la storia di questa esperienza. "Sono contesti familistici patriarcali", continua il drammaturgo, "dentro cui l'universo femminile è schiacciato, non ci sono modelli femminili che non siano succubi.
Immaginatevi che forza dirompente ha la detenuta che scrive al marito, recluso al 41bis, e ai familiari per chiedere di continuare a fare teatro fuori". Fuori, dove tutto è nuovo, "dove donne abituate a maneggiare milioni si ritrovano fare le badanti, le operaie e sono contente: perché col teatro hanno incorporato un metodo, sanno che le cose si possono vedere da prospettive diverse".
O, come ha spiegato loro lo psicoanalista Massimo Recalcati partecipando al progetto, hanno imparano il lavoro lento del perdono, che assomiglia a quella tecnica giapponese che usa l'oro per riparare i vasi rotti: "così le crepe, le ferite diventano preziose e il perdono diventa la possibilità di fare della ferita una poesia. È una specie di resurrezione".
di Luca Liverani
Avvenire, 11 marzo 2021
Alessandro Limaccio, da 26 anni in carcere per crimini di mafia (che lui sostiene di non avere mai commesso), si è laureato in Sociologia dietro le sbarre. Così il racconto del suo viaggio attraverso le carceri italiane riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita".
Un sociologo detenuto non fa notizia. In carcere cene sono finiti diversi, quando negli "annidi piombo" abbandonavano i libri per la P38. Ma un detenuto che si laurea in Sociologia dietro le sbarre, nel 2017, scegliendo di studiare la condizione dei condannati tra cui vive, è un caso unico. Soprattutto perché il suo studio non prevede una conclusione.
Il sociologo è condannato all'ergastolo. A raccontare questa storia, singolare e drammatica, è il protagonista, Alessandro Limaccio, classe 1971, siciliano di Lentini, nel suo libro "Il Sociologo detenuto - una storia etnografica", edito da H.E. Herald Editore.
A firmare le prefazioni il suo amico Enrico Rufi, di Radio Radicale, e il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Limaccio è condannato all'ergastolo ostativo. Fine pena mai. Da 26 anni in carcere, deve scontare quattro ergastoli per cinque omicidi di mafia. Reati orribili, di cui l'uomo si dichiara innocente. All'epoca dei crimini è un ventenne in una famiglia di piccoli commercianti, estranea agli ambienti criminali. I suoi votano Pci, lui invece da cattolico diventa attivista nella Dc. Il suo mito è Bernardo Mattarella, papà di Piersanti e Sergio. Ma improvvisa lo travolge un'accusa enorme.
I processi, le condanne, il viaggio nelle carceri di Catania, Napoli, Roma. L'amicizia con Enrico Rufi nasce quando Limaccio e altri da Rebibbia gli scrivono una lettera di vicinanza. Rufi è il padre della ragazza italiana che non è tornata dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016: una meningite l'ha stroncata sulla via del ritorno.
"Nessuno più di chi sconta una lunga pena detentiva - confessa Rufi - è in grado di capire la pena di chi perde per sempre una figlia". Alessandro Limaccio ha perso per sempre la sua di vita, in un processo fondato su dichiarazioni di pentiti. Un clamoroso abbaglio processuale, sostiene. La pensa così anche il suo amico Rufi. Per resistere a un destino soffocante, il sociologo scandisce la sua vita a Rebibbia tra attività fisica, studio, preghiera. Limaccio è un credente convinto. Colpevole o innocente che sia, però, interessa relativamente.
Non per cinismo disumano, ma perché il suo caso - e la sua analisi "da dentro" dell'universo detentivo come nessun sociologo ha mai fatto - riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita", pena che confligge col dettato costituzionale.
Quello dell'articolo 27 ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione"), e del 13 ("È punita ogni violenza fisica e morale" sui detenuti). La Costituzione non parla di vendetta di Stato. Ma la condanna a vita non apre a prospettive di vita nuova, solo a disperazione, rabbia e cupa depressione. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha bocciato l'ergastolo ostativo perché viola l'articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo sui trattamenti inumani e degradanti.
Ben prima, nel 1976, Aldo Moro - ricorda il Garante Palma - sosteneva che "la pena perpetua, priva com'è di qualsiasi speranza, prospettiva, sollecitazione al pentimento, appare crudele e disumana non meno della pena di morte". Lo ha detto più volte anche Papa Francesco. Nel 2019 aveva invitato i penalisti a "ripensare sul serio l'ergastolo", affermando che "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
Già nel 2014, aveva definito l'ergastolo una "pena di morte nascosta", abolita l'anno prima in Vaticano. E nell'ordinamento italiano? Beccaria nel 1764 si scagliava contro tortura e pena di morte, entrambe abolite nel 1786 - per la prima volta nella storia - nel Granducato di Toscana. Davvero non sono ancora maturi i tempi perché anche il "fine pena mai" scompaia dal codice di procedura penale?
di Oxfam ed Emergency
Il Manifesto, 11 marzo 2021
Usa, Unione europea e Regno Unito si stanno opponendo alle proposte avanzate da oltre 100 Paesi in via di sviluppo per la sospensione dei brevetti dei vaccini, in discussione oggi all'Organizzazione mondiale del commercio Ad oggi i Paesi a basso reddito saranno in grado di vaccinare solo il 3% della popolazione entro metà anno e il 20% entro la fine del 2021.
A un anno esatto dalla dichiarazione di pandemia da Covid-19 da parte dell'OMS, la disuguaglianza tra Paesi ricchi e poveri nell' accesso ai vaccini è più acuta e drammatica che mai. Le nazioni più ricche nell'ultimo mese hanno vaccinato in media una persona al secondo, mentre la stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo ancora non è stata in grado di somministrare una singola dose, con una carenza strutturale di forniture mediche e scorte di ossigeno. Ma anche tra i paesi più ricchi le differenze sono enormi: negli Usa ogni secondo si vaccinano 35 persone, nel Regno Unito 9, in Germania, Spagna, Francia e Italia solo 2, in Belgio, Svezia e Danimarca poco più di 20 persone ogni minuto.
È l'allarme lanciato da Oxfam e Emergency, membri della People's Vaccine Alliance, insieme tra gli altri a Unaids e Yunus Center, in occasione dell'incontro dell'Organizzazione mondiale del commercio in programma oggi. Riunione che vede la contrapposizione di molti Paesi ricchi - inclusi USA, Unione europea e Regno Unito - alla proposta di oltre 100 Paesi in via di sviluppo di superare l'attuale monopolio detenuto dalle aziende farmaceutiche sui brevetti dei vaccini. Una proposta, che se venisse approvata, consentirebbe di aumentare la produzione mondiale e avviare la distribuzione in tutti i Paesi poveri che ne hanno immediato bisogno.
Allo stato attuale infatti la distribuzione di vaccini, che nei Paesi a basso reddito inizierà nelle prossime settimane tramite il sistema Covax, porterà a coprire appena il 3% della popolazione entro la metà dell'anno e il 20% entro la fine del 2021. I primi a farne le spese saranno i Paesi già distrutti da anni di guerra e messi in ginocchio dalla crisi climatica - come Sud Sudan, Yemen, Malawi - che senza strutture sanitarie, strumenti di protezione, cure e vaccini hanno subito un aumento esponenziale dei contagi negli ultimi mesi. In Malawi, per esempio, la variante sudafricana del virus si è diffusa molto rapidamente, facendo registrare un aumento dei casi del 9.500% in pochissimo tempo.
Le conseguenze del monopolio sui vaccini anche in Europa e in Italia - La disuguaglianza nell'accesso ai vaccini non risparmia alcuni dei Paesi più ricchi: in Israele il 57% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, nel Regno Unito il 32%, negli Stati Uniti il 16,6%, in Francia, Germania e Italia meno del 6%. Tale situazione è dovuta dalla limitata capacità di produzione a livello globale, che trova la sua origine nel sistema di monopoli con cui operano le case farmaceutiche, che al momento, con brevetti esclusivi, non condividono tecnologia e know-how, azzerando di fatto la possibilità di concorrenza nel mercato. É per questo che in un Paese come l'Italia, complice anche le difficoltà organizzative e logistiche interne, si determinano dinamiche analoghe a quelle che portano i Paesi a basso reddito ad essere esclusi dall'accesso ai vaccini, sebbene con conseguenze di gran lunga inferiori.
Una mobilitazione globale per chiedere un immediato cambio di rotta - Quasi 1 milione di persone in tutto il mondo ha firmato l'appello della People's Vaccine Alliance, per chiedere ai Paesi ricchi di smettere di proteggere il monopolio dei colossi farmaceutici, che antepongono i profitti alla vita delle persone, liberalizzando i brevetti dei vaccini anti-Covid,
"Nel mondo il Covid-19 ha già ucciso 2 milioni e mezzo di persone, mentre gran parte dei Paesi non ha letteralmente mezzi per combattere il virus - ha detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia - Consegnando il potere di decidere della vita e della morte di milioni di persone a un ristretto numero di case farmaceutiche, le nazioni ricche non fanno altro che prolungare l'emergenza sanitaria globale, mettendo a rischio altre innumerevoli vite. In questo momento cruciale della lotta contro la pandemia, tutti, Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo devono agire compatti e intraprendere azioni coraggiose, perché nessun Paese potrà vincere questa battaglia da solo".
Il 10 e 11 marzo, più di 100 Paesi in via di sviluppo, con in testa Sud Africa e India, torneranno a chiedere all'Organizzazione mondiale del commercio una sospensione della proprietà intellettuale dei vaccini regolata dall'Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (Trips). Tale sospensione rimuoverebbe le barriere legali e permetterebbe a più Paesi e industrie di produrre i vaccini, aumentando la disponibilità di dosi e dando così inizio ad un processo di ripresa, anche economica.
"La situazione reale in tanti Paesi a basso reddito in cui operiamo è che la campagna vaccinale contro il Covid-19 non solo non è ancora iniziata, ma nemmeno pianificata, a causa della mancata disponibilità dei vaccini- ha dichiarato Rossella Miccio, presidente di Emergency - In Afghanistan la somministrazione è iniziata solo una decina di giorni fa grazie a una donazione di mezzo milione di dosi fatta dal governo indiano su base totalmente volontaristica. Con questa dotazione si possono vaccinare 250.000 persone, ovvero lo tra lo 0,6 e lo 0,7% di tutta la popolazione. Addirittura ci troviamo al paradosso che alcuni Paesi come l'Uganda avrebbero acquistato i vaccini ad un costo di molto superiore a quello pagato dall'Unione europea. Se non invertiamo la rotta non riusciremo mai a mettere fine a questa pandemia". Nonostante abbiano beneficiato di miliardi di euro in aiuti pubblici, le industrie farmaceutiche mantengono comunque il monopolio della produzione per ottimizzare al massimo i loro profitti. A fronte di più di circa 100 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici destinati alla ricerca e allo sviluppo di vaccini contro il Covid, si stima che Pfizer, Moderna e Astrazeneca da sole realizzeranno entrate per 30 miliardi di dollari.
Allo stesso tempo, industrie qualificate per produrre i vaccini in tutto il mondo sono pronte a iniziare una produzione di massa non appena verrà loro garantito l'accesso alla tecnologia e al know-how, al momento ben difesi da un pugno di industrie. Se queste li condividessero, un aumento della produzione potrebbe essere ottenuto nel giro di pochi mesi. Suhaib Siddiqi, ex direttore chimico di Moderna, che attualmente produce uno dei vaccini autorizzati, ha dichiarato che, una volta ottenuta la formula e il necessario supporto tecnico, uno stabilimento adeguatamente attrezzato può iniziare la produzione di vaccini nel giro di tre o quattro mesi.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 11 marzo 2021
Decine di migliaia di domande in attesa di esame da parte delle prefetture. Il "popolo degli irregolari" costretto a restare tale. Ma quel "popolo" è entrato ieri a Montecitorio, grazie all'interrogazione al ministro dell'Interno presentata da Riccardo Magi, deputato di Più Europa.
"Dai risultati della ricognizione svolta dalla campagna Ero straniero - rimarca l'interpellanza - sullo stato di avanzamento dell'esame delle domande di regolarizzazione dei lavoratori stranieri presenti in Italia emerge che, a sei mesi dalla chiusura della finestra per accedere alla misura, ad agosto 2020, il numero delle domande finalizzate è inferiore all'1 per cento del totale di quelle presentate; dai dati forniti dal Ministero dell'interno, in risposta ad un accesso agli atti da parte delle associazioni promotrici della campagna, al 31 dicembre 2020, a fronte delle oltre 207.000 domande presentate dal datore di lavoro per l'emersione di un rapporto di lavoro irregolare o l'instaurazione di un nuovo rapporto con un cittadino straniero (articolo 103, comma 1, del decreto-legge n. 34 del 2020), in tutta Italia erano stati rilasciati dalle questure solo 1.480 permessi di soggiorno; inoltre, al 16 febbraio 2021, il 5 per cento delle domande era giunto nella fase finale della procedura, mentre il 6 per cento era nella fase precedente della convocazione di datore di lavoro e lavoratore per la firma del contratto in prefettura e successivo rilascio del permesso di soggiorno. In circa 40 prefetture, a quella data, non risultavano nemmeno avviate le convocazioni... tale enorme ritardo appare grave anche nella prospettiva della campagna vaccinale anti-Covid in corso nel Paese: anche a tutela della salute pubblica, è fondamentale che il maggior numero possibile di persone in possesso dei requisiti venga regolarizzato per garantire una più efficace programmazione vaccinale e una quanto più ampia copertura della popolazione".
La risposta del Viminale è in un documento di tre pagine, dalla prosa soporifera letto con velocità supersonica dal sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia (5Stelle) con il quale si comunica che 800 unità selezionate, su 20.061 candidati, "svolgeranno attività amministrativa di supporto agli Sportelli Unici per l'Immigrazione e che saranno assegnate a ciascuna sede proporzionalmente al numero delle istanze pervenute". Per concludere con: "Si confida che entro questo mese i lavoratori selezionati potranno essere operativi e così contribuire ad accelerare le procedure di regolarizzazione". Nei dettagli, in questo caso nei verbi, spesso si cela il "diavolo". E così, si "confida" ma non si dà certezza. Si scrive di "accelerazione" delle procedure di regolarizzazione, ma non si definiscono i tempi né si quantizzano gli obiettivi. Se non è "ammuina", ci siamo vicini.
"La situazione è drammatica - commenta Magi con il Riformista. Noi ci troviamo, a sei mesi dalla chiusura della finestra per la regolarizzazione, in una situazione in cui di fatto la lavorazione di queste domande da parte delle prefetture non è iniziato, solo lo 0,7 è stato trattato. La regolarizzazione era motivata principalmente da due ragioni: quella dell'emergenza sanitaria, per cui noi dovevamo garantire a cittadini "fantasma", sconosciuti, anche l'assistenza sanitaria adeguata e quindi ora anche l'inserimento nei piani vaccinali. E l'altra motivazione è la crisi di alcuni settori, a partire da quello agroalimentare". "È evidente - sottolinea ancora Magi - che un ritardo tale su un provvedimento che era di emergenza, rischia di vanificare gli obiettivi principali, tanto è vero che la Coldiretti ha già lanciato un allarme rispetto, di nuovo, alla carenza di lavoratori nel settore agricolo alimentare".
Qui la tecnicalità lascia il passo alla politica. "Non voglio pensare - dice il deputato di Più Europa - che ci sia una motivazione politica in questo ritardo. Poiché c'è stato uno scontro acceso su questo provvedimento, in qualche modo lo si finisca per non attuare. Perché questo sarebbe gravissimo, significherebbe non dare applicazione a una norma di legge. Quello che servirebbe non è un provvedimento emergenziale, peraltro limitato solo ai lavoratori domestici e a quelli dell'agricoltura. A noi servirebbe un meccanismo stabile di regolarizzazione degli stranieri irregolari quando hanno un posto di lavoro dimostrabile". Lo prevede, tra l'altro, la legge di iniziativa popolare Ero straniero per il superamento della Bossi-Fini di cui Magi è relatore in Commissione Affari costituzionali. Questa sarebbe la soluzione migliore. Ma già sarebbe qualcosa, conclude il deputato, "riuscire ad attuare un provvedimento emergenziale".
di Luca Gambardella
Il Foglio, 11 marzo 2021
Ieri la Libia ha compiuto un passo significativo verso l'insediamento di un governo di unità nazionale. Il Parlamento si è riunito a Sirte - città dall'alto significato simbolico perché è qui che si sono attestati gli schieramenti in guerra al momento del cessate il fuoco dello scorso ottobre - e ha votato la fiducia all'esecutivo del premier ad interim Abdulhamid Dbeibeh.
"Con questo voto è chiaro che i libici sono una cosa sola", ha detto il nuovo primo ministro. E Fayez al Serraj, premier del governo di unità nazionale di Tripoli sostenuto dall'Italia, ha dato disponibilità a farsi da parte per una transizione pacifica.
Il voto di ieri è stato celebrato come un successo dalla comunità internazionale, perché è un passaggio cruciale del processo di Berlino, avviato un anno fa fra molte perplessità e che dovrebbe culminare con le elezioni a ridosso di dicembre. Il cammino è ancora lungo e il nuovo governo ad interim è già nato zoppo, con facce nuove su cui però pendono vecchie accuse, prima fra tutte quella della corruzione.
E poi ci sono le forze esterne - Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti- convitate di pietra ai colloqui di pace di Ginevra in questi mesi e artefici della frammentazione sul campo. Le Nazioni Unite e l'Ue inseguono da tempo la prospettiva - da molti considerata utopica - di poter parlare in Libia con un unico interlocutore.
"Il clima qui è cambiato - ci dice una fonte diplomatica a Tripoli- e la fiducia al nuovo governo è un aspetto molto importante, che non era scontato". Uno dei dossier su cui di recente le cancellerie occidentali hanno riscontrato delle novità sorprendenti è quello dell'immigrazione. Tre giorni fa, una della miriade di milizie libiche, quella che appartiene alla 444esima brigata, ha assaltato uno dei tanti centri di detenzione dei migranti di Bani Walid, 150 chilometri a sud di Tripoli, e ha liberato una settantina di persone. Breve premessa. Bani Walid è retta dalla tribù dei Warfalla ed è un punto di transito delle rotte dei trafficanti di uomini. Di fatto è terra di nessuno, contesa dalle milizie e sorvegliata dai mercenari russi.
È qui che si sviluppa parte del business del traffico di essere umani. I carcerieri registrano dei video che mostrano le sevizie cui sono sottoposti i migranti, poi inviano i filmati ai parenti delle vittime e chiedono denaro in cambio della liberazione dei loro cari. Tornando al raid della 444esima brigata di qualche giorno fa, si è trattato di un'operazione diversa da quelle compiute finora: il loro "ufficio stampa" ha condiviso un filmato che mostra il film dell'incursione, con tanto di telecamere GoPro che mostravano l'incursione in soggettiva, stile videogiochi di guerra, e usando un drone che riprendeva dall'alto la liberazione dei migranti e la cattura dei trafficanti.
Un effetto scenico curato nei minimi dettagli, del tutto nuovo per queste operazioni anti trafficanti. Qualcuno pensa che si tratti di un modo per convincere l'occidente che nella "nuova Libia" l'immigrazione è una priorità. Per Jalel Harchaoui, ricercatore del think tank Global Initiative ed esperto di Libia, le cose stanno diversamente: "Siamo nel 2021, non nel 2017. I libici non hanno più bisogno di mandare messaggi all'occidente. Si tratta solo di operazioni per mettere in sicurezza il territorio".
Per farlo, queste milizie si stanno via via emancipando dalle forze occidentali e la storia della 444esima brigata è emblematica perché spiega bene come stanno cambiando le cose sul terreno. "Prima si chiamava Unità 20-20, un corpo d'élite appartenente alla Radaa, le forze speciali di deterrenza. Sono comandati da Mahmoud Hamza, una testa calda di orientamento salafita. Dipendeva direttamente dal ministro dell'Interno Fathi Bashagha. Poi, a giugno 2019, si è fatta notare per avere respinto brillantemente l'avanzata di Haftar a Tarhuna. Così ha cambiato nome e ora dipende dal ministero della Difesa guidato da Ali Namroush, molto più filoturco rispetto a Bashagha". Secondo Harchahoui, da allora la brigata ha assistito a una metamorfosi: "I turchi sono stati molto furbi e l'hanno individuata come unità da sostenere, addestrare, armare. Ora è molto più numerosa".
In rete girano le foto di militari turchi che addestrano questa forza speciale durante esercitazioni di tiro, mirando alle sagome di Haftar e del leader di al Qaida Ayman al Zawahiri. Per non parlare delle armi in dotazione: fucili d'assalto MPT- 55 e di precisione JNG-90, entrambi forniti proprio dai turchi. Se la più efficiente brigata libica dipende dai turchi - che da tempo addestrano anche la Guardia costiera a pilotare le motovedette italiane - allora le operazioni anti trafficanti come quella di Bani Walid assumono un sapore agrodolce per l'Europa e per l'Italia in particolare.
Estirpare le reti criminali che gestiscono i flussi migratori e i centri di detenzione dei migranti è una precondizione indispensabile per rendere la Libia "porto sicuro" e legittimare, anche legalmente, quelli che oggi sono invece dei respingimenti illegali. Ma se questo avviene con la firma di Erdogan, scalzandoci dal paese, è segno che qualcosa nella strategia italiana è andato storto.
di Vittorio Longhi
La Repubblica, 11 marzo 2021
L'accusa della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic. I superstiti del naufragio a largo delle coste tunisine aggrappati a quel che resta del gommone. Il monito è arrivato nelle stesse ore, ieri mattina, in cui si ripescavano i corpi senza vita dei 39 migranti subsahariani, al largo delle coste tunisine.
"L'approccio dei Paesi europei alla migrazione sta causando migliaia di morti ogni anno, morti che si potrebbero evitare." La condanna della Commissaria per i diritti umani al Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, è arrivata nelle stesse ore, ieri mattina, in cui si ripescavano i corpi senza vita dei 39 migranti subsahariani, al largo delle coste tunisine. Sulle due imbarcazioni partite dal porto di Sfax, in direzione Lampedusa, a salvarsi sono stati in 165, secondo la Guardia costiera. Sarebbe l'ennesima dimostrazione di quanto le politiche migratorie attuali siano inadeguate e colpevoli delle continue tragedie del mare, stando al nuovo rapporto del Consiglio. Sono più di 2.600 i morti nel periodo considerato dalla ricerca, che ha un titolo disperato e allarmante: "A distress call for human rights", ovvero "S.o.s. per i diritti umani".
Il primo monito. Già due anni fa Mijatovic aveva lanciato un primo monito: "L'approccio degli Stati europei alla migrazione nel Mar Mediterraneo si è concentrato eccessivamente nell'impedire a rifugiati e migranti di raggiungere le coste europee e troppo poco sugli aspetti umanitari, sul rispetto dei diritti". Ne era seguita una lista di 35 raccomandazioni articolate in cinque aree: dal coordinamento di ricerca e soccorso alla garanzia di sbarchi sicuri e tempestivi, dalla cooperazione con le Ong alla vigilanza sugli abusi nei paesi terzi e, ovviamente, la predisposizione di vie legali di ingresso in Europa.
Oltre 20mila respinti in Libia. Con questo aggiornamento arriva la conferma che la situazione non è affatto cambiata, anzi è destinata solo a peggiorare se non si inverte subito la rotta. Complice è l'indifferenza generale verso i migranti, data l'emergenza Covid19 e la decisione di alcuni Paesi, come l'Italia e Malta, di tenere a lungo i mezzi di soccorso fermi in porto. Eppure - dice il rapporto - nonostante la pandemia avremmo tutti gli strumenti per fermare i naufragi. A mancare, inutile dirlo, è la volontà politica. Basti guardare a quanto avviene sulla rotta del Mediterraneo centrale, con il ricorso ormai continuo alla Guardia costiera libica. Si contano oltre 20mila persone intercettate e riportate indietro tra 2019 e 2020, persone esposte ai peggiori abusi e alle violenze note di quelle carceri.
Sostegno alle Ong e solidarietà. Per questo motivo la Commissaria rinnova una serie di richieste ancora più specifiche agli Stati membri del Consiglio d'Europa. Innanzitutto urge il potenziamento delle operazioni di soccorso in mare con la supervisione statale e con una reale rapidità di intervento, prima condizione per evitare altre stragi. È indispensabile, a questo proposito, sostenere e non più criminalizzare le Ong impegnate nel soccorso e nel monitoraggio dei diritti umani. D'altra parte sembra che non stia servendo a molto l'operazione militare Irini, lanciata a metà 2020 per controllare l'embargo Onu sulle armi in Libia e per contrastare il traffico di esseri umani. Uno dei punti più dolenti toccati dal rapporto è la redistribuzione dei rifugiati tra i Paesi dell'Unione. È passato un anno e mezzo dalla "Dichiarazione di Malta", l'accordo sottoscritto da Italia, Malta, Francia e Germania ma ci si rende conto solo oggi degli scarsi risultati in termini di collaborazione e ricollocamento. È opinione diffusa che quel documento sia stato vago e contraddittorio, che solo una profonda riforma del trattato di Dublino possa davvero portare a una redistribuzione dei richiedenti asilo solidale, equa.
No alla Libia, sì ai corridoi umanitari. Riguardo ai respingimenti, la Commissaria torna a chiedere che migranti e rifugiati siano portati in aree sicure, al riparo da ulteriori violenze, e la Libia non lo è di certo. Per questo motivo critica apertamente il rinnovo del finanziamento alla Guardia costiera libica come parte dell'operazione Irini e in generale mette in discussione il Trust Fund europeo per l'Africa, che non prevede misure adeguate di protezione nei Paesi di transito. Infine, vanno aperti quanto prima canali d'ingresso legali, a cominciare da chi ha diritto a una forma di tutela. Mijatovic plaude ai corridoi umanitari avviati dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Caritas Italiana, dalla Chiesa Evangelica e dalla Tavola Valdese, che hanno assicurato il passaggio a oltre tremila persone verso Italia, Belgio, Francia e Andorra. Si tratta però di iniziative private e limitate nei numeri. A mancare, di nuovo, è il ruolo attivo e risolutivo dei governi.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 10 marzo 2021
La richiesta del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Tre giorni terribili quasi un anno fa nelle carceri italiane. Molta approssimazione, poca preventiva informazione portarono a proteste, anche non pacifiche dei detenuti. Tra il 7 e il 9 marzo scoppiarono le rivolte in ventisette carceri italiane, tra cui Salerno, Carinola, Poggioreale. Tre giorni drammatici, che provocarono tredici morti, per overdose da farmaci prelevati dai detenuti nelle infermerie. Nemmeno il beneficio del dubbio che non volevano suicidarsi, visto che alcuni sarebbero usciti dopo un mese o alcuni mesi. Erano le prime settimane della pandemia e il Covid-19 fu proprio la motivazione di quelle gravi proteste. "È reato chiedere una commissione d'inchiesta sulla strage? È lecito chiedere giustizia e verità per tutti i morti in carcere e di carcere al tempo del Coronavirus? Oggi in Campania abbiamo registrato due suicidi, un ragazzo di sedici anni in una comunità e un detenuto a Santa Maria Capua Vetere, entrato da pochi giorni. Giustizia e verità. É lecito chiedersi perché, o qualcuno potrebbe offendersi, o definire questa domanda di giustizia una lesa maestà nei confronti di chi invoca sicurezza. Io vi confesso che mi sento amareggiato per queste morti e un po' colpevole".
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