di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 6 dicembre 2020
L'Associazione Carcere e Territorio di Bergamo chiede ai parlamentari bergamaschi di intervenire per l'adozione di provvedimenti che contengano gli enormi rischi di contagio all'interno degli istituti carcerari, riducendo le presenze.
Dall'inizio della pandemia, in Italia è in atto un'importante iniziativa volta ad aprire una riflessione e a sottoporre concrete proposte al Parlamento ed al Governo sul tema del carcere in tempo di Covid, tanto da esserci casi di scioperi della fame da parte dei detenuti in numerosi carceri italiane.
L'appello è portato avanti anche da Roberto Saviano, di Luigi Manconi e di Sandro Veronesi, che motivano ed approfondiscono le ragioni dell'iniziativa a favore non solo dei detenuti ma anche di tutto il personale che opera in carcere. Le proposte cercano di contenere gli enormi rischi di contagio all'interno degli istituti carcerari, riducendo le presenze. Se, infatti, in tempi normali il sovraffollamento è un problema ormai noto, al tempo del Covid diventa una situazione drammatica.
Infatti la necessità di destinare alcune Sezioni alla gestione Covid, restringe ulteriormente gli spazi nelle celle residue determinando condizioni non rispettose della dignità umana. Le proposte avanzate al Governo e Parlamento sono: l'innalzamento della liberazione anticipata da 45 a 75 giorni al semestre per tutti i detenuti che abbiano buona condotta e partecipazione alle attività trattamentali; il blocco dell'esecutività delle sentenze passate in giudicato, salvo motivata pericolosità sociale da parte delle Procure e l'innalzamento dai 18 ai 24 mesi al fine pena per accedere alla detenzione domiciliare.
Anche l'Associazione Carcere e Territorio di Bergamo aderisce convintamente all'appello, chiedendo ai parlamentari bergamaschi di farsi parte diligente per la loro adozione. Infatti anche nel carcere di Bergamo, nonostante l'attenta e professionale gestione dell'emergenza da parte della Direzione, della Polizia Penitenziaria, del Servizio sanitario interno, del lavoro dei dipendenti, dei volontari e delle Istituzioni, (partendo dal Comune e dall'Ospedale ecc.) le problematiche riguardo il sovraffollamento non mancano.
"L'associazione da decenni si impegna a costruire con idee e progetti concreti una concezione della pena che declina la sua certezza con modalità più rispettose dei diritti delle persone detenute e più attente al loro reinserimento, convinti che ciò assicura anche una maggior sicurezza sociale - ha dichiarato il presidente Fausto Gritti - Perciò non ha potuto sottacere che la pandemia aggrava la condizione detentiva. Per contrastarlo sono necessari non solo interventi normativi, ma anche lo sviluppo, a tutti i livelli, di forti politiche sociali specie sul tema dell'abitare e del lavoro, senza le quali resterebbero in carcere persone non per la loro posizione giuridica, ma per la loro povertà sociale".
Perciò, facendo proprie le proposte già in atto, Carcere e Territorio vuole anche integrarle con altri provvedimenti per ridurre il sovraffollamento: innalzare il limite di pena al di sotto del quale è fatto divieto di applicare la custodia cautelare; allargare a tutte le patologie che costituiscono un rischio Covid (es. diabete patologie polmonari o cardiache) il differimento pena o la detenzione domiciliare per motivi di salute e fare opera di sensibilizzazione, anche con la Camera Penale, presso la magistratura di sorveglianza e presso il tribunale.
di Sarah Crespi
La Prealpina, 6 dicembre 2020
Emergenza in via per Cassano. Ieri l'addio al detenuto morto in cella il 24 novembre. Se fosse positivo lo dirà l'autopsia. Non si spegne il focolaio di Covid-19 scoppiato in carcere. Anzi, ieri gli esiti dei tamponi hanno segnalato ventiquattro nuovi detenuti positivi, tutti in quarta sezione.
La buona notizia è che le sezioni prima e terza nel frattempo hanno debellato il virus, per quanto si possa debellare comunque gli ospiti sono tutti negativi. Le misure adottate una ventina di giorni fa, quando è scoppiato il contagio, non sono state sufficienti per contenerlo. La direzione aveva deciso di concentrare gli infettati in sesta, creando di fatto il primo vero reparto Covid 19 della casa circondariale di Busto.
Fino al 15 novembre veniva utilizzata la seconda sezione come transito dei nuovi arrivati che dovevano essere sottoposti al test e che, in caso di positività, sarebbero stati trasferiti a San Vittore. Poi però spuntò un caso all'interno del penitenziario e quindi ci fu la corsa per mettere in sicurezza la popolazione di via per Cassano. Tamponi a raffica quindi, soprattutto al personale di polizia penitenziaria, agli amministrativi, al cappellano, agli educatori, a tutti quelli che dal cancello possono uscire e che dunque possono veicolare il virus dentro. A quanto pare un nuovo giro di test è previsto già settimana prossima.
Nel frattempo chi è in quarantena deve accontentarsi di sette minuti d'aria al giorno. Sospese le funzioni religiose, che al di là della fede del singolo sono un'occasione di socializzazione, di riflessione comune e anche l'opportunità per scoprire il lato meno truce e più spirituale dell'esistenza. Niente lezioni e neppure attività ricreative.
In compenso le videochiamate possono essere effettuate in sezione, grazie alla collaborazione tra gli agenti dell'ufficio colloqui e il cappellano don David, che ha donato i power bank, affinché i cellulari tengano la carica per una giornata intera. C'è un altro nodo da sciogliere per quanto riguarda il virus dietro le sbarre. Il 24 novembre è morto Fabio Citterio, un detenuto che stava scontando una pena definitiva per omicidio.
Aveva plurime patologie così il giorno prima che spirasse venne sottoposto al tampone rapido, da cui risultò negativo, e collocato in isolamento. Traslato in ospedale, sul corpo del cinquantatreenne è stato eseguito un altro test che ha dato esito positivo. La famiglia di Citterio vuole capire se l'area sanitaria abbia tenuto in debito conto tutte le malattie di cui soffriva. Il pubblico ministero Stefania Brusa ha disposto l'autopsia, al deposito della quale l'avvocato Alessandro Fumagalli deciderà come procedere. Ieri pomeriggio gli amici e i familiari di Fabio gli hanno dato l'addio a Inverigo. C'era don David a celebrare, insieme a don Costante. E poi c'era don Silvano, per anni sacerdote di via per Cassano e molto legato a Citterio. E nonostante da otto anni fosse recluso, nessuno del mondo esterno si è dimenticato di lui, le presenze al funerale ne sono riprova.
I detenuti nei giorni scorsi hanno fatto una colletta per omaggiare il suo cuore generoso con una corona di fiori che rappresentasse il loro lutto sincero. "Gli amici di via per Cassano", si sono firmati. Don David ha riassunto in una frase l'essenza del cinquantatreenne, che a dispetto del reato, era un uomo considerato di bontà inarrivabile: "Aveva il dono di farti sentire a casa anche in galera".
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 6 dicembre 2020
Che cosa non funziona nei dati che ci stanno cambiando la vita. Dai dubbi sull'indice Rt ai posti letto negli ospedali. Dagli algoritmi sconosciuti ai trucchi per uscire dalla zona rossa. Tante cifre, ogni giorno. Ma sono quelle giuste?
"Crescono i contagi, record di tamponi". "Meno positivi, ma calano i tamponi". "In calo i ricoveri ma sale il rapporto positivi/tamponi". "La curva flette ma aumentano i morti". E così via, ogni giorno da marzo. Numeri, grafici, percentuali, picchi e plateau ormai entrati nel nostro lessico famigliare, su cui si basa la strategia di sorveglianza e contenimento della pandemia. Gilberto Corbellini, docente di storia della medicina alla Sapienza, ha parlato di "entropia informativa". La Società di statistica medica ed epidemiologia clinica di "infodemia".
Da questi numeri dipendono il nostro umore e le regole decise a livello nazionale e locale. A questi numeri abbiamo affidato le nostre vite, da ogni punto di vista: salute, lavoro, famiglia, rapporti sociali, libertà.
Abbiamo fatto bene? Per capirlo, nell'ultimo mese abbiamo consultato documenti, interpellato esperti e partecipato a webinar. Cercando di capire se e quanto utili sono i dati; se sono credibili; se sono comunicati in modo trasparente e completo.
Ogni giorno, intorno alle 18, decine di milioni di italiani consultano il bollettino della protezione civile. Una tabella con le regioni sull'asse verticale e i numeri su quello orizzontale. Durante il lockdown, venivano illustrati dal capo della protezione civile, Angelo Borrelli. Ora vengono diffusi via internet e rilanciati dalle televisioni.
Secondo Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, docenti universitari ed ex presidenti dell'Istat, l'istituto nazionale di statistica, "sono informazioni di tipo amministrativo per le quali non sono definite, o almeno conosciute compiutamente, le modalità di raccolta e di elaborazione".
Nel dettaglio, si tratta fondamentalmente di quattro dati.
Il primo dato è il numero di tamponi effettuati: a febbraio si facevano solo a chi era stato in Cina o aveva avuto contatti con persone tornate dalla Cina; all'inizio di marzo essenzialmente ai sintomatici (febbre, tosse, mal di gola) a fini diagnostici; nella seconda metà di marzo e ad aprile per lo più ai pazienti ricoverati in ospedale; fino a ottobre soprattutto alle persone che avevano avuto contatti con positivi, a fini di tracciamento; da metà novembre non più agli asintomatici. Inoltre ogni Regione, ogni Asl, ogni medico di famiglia può decidere in autonomia. Tra il 20 e il 22 novembre, per esempio, la provincia di Bolzano ha effettuato uno screening di massa con test rapidi su 343.227 persone, il 61,9% della popolazione locale. Talvolta ci sono linee guida, ma non cogenti. Generalmente sulle disposizioni generali prevalgono le esigenze operative: capacità di effettuare e processare tamponi, disponibilità di personale, dotazione di reagenti, efficienza dei dipartimenti sanitari, difficoltà amministrative nella gestione delle richieste.
Il secondo dato è il numero di soggetti risultati positivi al test. Talvolta però si tratta di secondi o terzi tamponi. La prassi, almeno fino a qualche settimana fa, era di fare un tampone "di uscita" dopo 14 giorni per certificare la guarigione e la fine dell'isolamento domiciliare. Per non dire delle categorie (medici, sportivi) che si sottopongono a tamponi periodici. L'ospedale Sacco di Milano, a ottobre, aveva stimato un 15% di casi di positività riferiti a persone che facevano tamponi di controllo. Parlando in Senato il 10 novembre, Nino Cartabellotta, presidente della fondazione indipendente Gimbe, ha detto che "nelle ultime settimane il 40% dei tamponi sono di conferma".
Inoltre gli esiti dei tamponi sono legati ai gruppi selezionati, cambiati nel corso dei mesi. Per esempio si decide di testare gli anziani nelle Rsa (residenze sanitarie) oppure no? Si testano a tappeto i medici di base oppure no? Cosicché confronti corretti del tasso di positività nel tempo e nello spazio risultano impossibili.
Il terzo dato è il numero di ricoverati, divisi tra area medica e terapia intensiva.
Il quarto dato è il numero di morti.
Secondo Alleva e Zuliani, i dati giornalieri servono a poco. Sarebbe meglio, almeno per tamponi e positivi, riferirsi a intervalli di tempo più lunghi, "eliminando fluttuazioni che danno adito a letture di accelerazioni inattese o di rallentamenti agognati dei contagi".
C'è un altro problema. Tutti questi dati sono aggregati e "non più sufficienti per rendere trasparente il meccanismo decisionale del governo e la comprensione scientifica dell'evoluzione della pandemia", scrive la Società italiana di statistica in una petizione al governo.
Secondo Alfio Quarteroni, matematico del Politecnico di Milano, più i dati sono aggregati meno sono utili "per stabilire relazioni causali e prendere decisioni razionali". Per esempio sulla scuola, chiusa o aperta senza sapere "quanti sono i contagiati e quale il tasso di contagiosità".
Piuttosto servirebbero i cosiddetti "dati elementari", disaggregati, per ogni contagiato: età, genere, localizzazione, patologie pregresse, professione, data di primi sintomi, data di tampone, data di ricovero, evoluzione clinica, data di guarigione o morte.
Un esempio di dato aggregato riguarda le terapie intensive. Il bollettino giornaliero ci dice il saldo di posti letto occupati, ma non quanti pazienti entrano e quanti escono, e perché. Il primo dato ci servirebbe per capire se i provvedimenti restrittivi funzionano, perché sappiamo che in media si va in terapia intensiva a dieci giorni dal contagio. I ricoveri possono diminuire perché si cura meglio sul territorio o perché non ci sono più letti disponibili e si lasciano i pazienti a casa (come a marzo); le uscite possono aumentare perché le terapie sono più efficaci o perché il sistema ospedaliero collassa, moltiplicando i decessi.
Paradossalmente, più pazienti muoiono più i letti si svuotano e il saldo giornaliero sulle terapie intensive diventa positivo.
Dal 30 aprile il monitoraggio dell'epidemia è affidato a 21 indicatori concordati da governo e Regioni, sulla cui base da novembre le regioni sono periodicamente classificate con tre colori - giallo, arancione, rosso - corrispondenti ad altrettanti scenari di rischio, con crescenti misure restrittive. Gli indicatori (tra cui contagi, focolai, ricoveri, posti letto, tamponi, terapie intensive e l'ormai famoso Rt, l'indice di trasmissione) servono a capire come e quanto circola il virus, come le Regioni riescono a diagnosticare e tracciare i casi, qual è la tenuta degli ospedali.
Il governo non possiede numeri propri. Le Regioni censiscono i dati e li condividono con la cabina di regia, un organo misto con rappresentanti del ministero e delle Regioni. La cabina di regia li elabora sulla base di un algoritmo previsto dal decreto di fine aprile. Quindi li rimanda alle Regioni per un'ulteriore validazione. Poi l'Istituto superiore di sanità li elabora classificando le regioni su base cromatica e stabilendo il "livello di rischio e resilienza".
Il 4 novembre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte definisce il nuovo meccanismo "la bussola che ci indica dove intervenire". Nei giorni successivi, non appena applicato, le Regioni lo contestano. Il 9 novembre gli esperti della cabina di regia ammettono la necessità di una "verifica". Lo stesso giorno il comitato tecnico-scientifico, l'organo di consulenza del governo sull'epidemia, parla di "criticità" e chiede di "rivedere e riconsiderare alla luce dell'evoluzione epidemica attuale la valenza degli originali 21 indicatori", focalizzandosi su posti letto disponibili, terapie intensive e indice di trasmissione Rt ed eliminando, per esempio, la situazione nelle residenze per anziani. Il 14 novembre Fabio Ciciliano, dirigente medico della polizia e membro del comitato tecnico-scientifico, dichiara: "La complessità dei dati che le Regioni trasmettono in tempi diversi rende articolata l'analisi dei parametri di monitoraggio. Alcuni dei 21 indicatori, concepiti in aprile in un periodo completamente diverso, rischiano di rallentare il processo di analisi e le conseguenti azioni da mettere in atto potrebbero risultare tardive". Nei giorni successivi Regioni chiedono al governo di ridurre gli indicatori da 21 a 5. Il governo si rifiuta.
Sin dai primi giorni di applicazione del meccanismo, è emersa la difficoltà di ottenere dati aggiornati, attendibili e confrontabili.
Non esiste una piattaforma comune di raccolta e gestione dei dati. Ogni Regione utilizza formati e modalità differenti. A marzo si utilizzava il telefono, ora si è passati a fax, mail e fogli excel per passarsi i dati, che prima di essere inviati a Roma devono essere convogliati da medici di base, Asl e laboratori sia pubblici che privati. Quindi a Roma bisogna riversare tutti i numeri su un software unico. Il che spiega come mai, nei bollettini della protezione civile e nei report dell'Istituto superiore di sanità, talvolta manchino i dati di una regione o di alcune province. Oppure ci sono, ma non coincidenti.
La prima suddivisione cromatica dell'Italia (regioni gialle, arancioni e rosse) è stata decisa il 3 novembre ed è entrata in vigore il 6 novembre sulla base dei dati relativi alla settimana 18-25 ottobre. Vecchi di almeno dodici giorni, nonché indifferenti agli effetti dei tre precedenti Dpcm. Quello del 13 ottobre, sulle mascherine obbligatorie; quello del 20 ottobre, su feste e movida; quello del 24 ottobre, su bar e ristoranti, piscine, palestre, cinema, teatri. Provvedimenti di cui non conosceremo mai l'effettiva utilità, perché prima che dispiegassero i loro effetti (secondo gli epidemiologi, almeno due settimane) sono stati superati dalle nuove regole, con la suddivisione cromatica delle regioni, stabilite su dati precedenti agli stessi Dpcm.
Gli esperti hanno sottolineato subito le incongruenze del sistema a tre colori.
Alcuni parametri sono apparsi sovrabbondanti e "molti sono avvolti nella nebbia più fitta. L'aspetto più sconcertante è che non conosciamo il peso di ciascun parametro rispetto al totale", dice Francesco Broccolo, ricercatore di microbiologia all'università di Milano Bicocca. Il quale definisce "incomprensibile" il fatto che la Calabria sia zona rossa e la Campania gialla, dal momento che la saturazione delle terapie intensive è più drammatica in Campania (35% contro 30%). E nell'ultima settimana (26 ottobre-1 novembre) l'Rt medio era analogo. Ma la classificazione è basata sui dati della settimana precedente (19-25 ottobre), in cui l'Rt della Campania era a 1,29 e considerato "in diminuzione", anche se già si conoscevano i dati della settimana successiva, in cui era risalito.
Un sistema basato su 21 parametri funziona se il flusso di dati è tempestivo e qualitativamente omogeneo. Mentre divide le regioni secondo la scala cromatica di rischio, lo stesso Istituto superiore di sanità ne dubita, certificando che 5 Regioni su 20 non rispettano le regole. Dei dati della Campania, consegnati in ritardo, scrive che "non sono affidabili, perché è stato rilevato un forte ritardo di notifica dei casi che potrebbe rendere la valutazione meno efficace". Il ministero della Salute manda gli ispettori in Campania, ma dell'esito degli accertamenti non ha dato notizia.
"Falsificare i dati sarebbe un reato grave", dice il ministro della Salute Roberto Speranza. Almeno quattro Procure aprono inchieste sulla correttezza dei dati regionali. "Incompletezza dei dati" anche in Provincia di Bolzano (che poi si autoproclamerà zona rossa) e in Liguria, dove il governatore Giovani Toti non esclude "un errore materiale". In Veneto i principali parametri di rischio sono considerati "non valutabili" e "si rischia di sottostimare l'indice Rt per carenza di dati", addebitata dai tecnici della Regione a "un blackout telematico di tre giorni" e dal governatore Luca Zaia a "un inghippo informatico, è sempre un casino con questi computer".
Nonostante ciò vanno tutte in fascia gialla, mentre la Valle d'Aosta in quella rossa perché per tre settimane non ha inviato dati completi.
"Anche a noi ha lasciato un po' perplessi la classificazione di alcune regioni", scrive il collettivo di ricercatori StatGroup-19, nato spontaneamente per studiare l'epidemia.
Sulle terapie intensive non esiste un protocollo comune, per cui la Calabria può scorporare i pazienti "ventilati" ma non "intubati" dal calcolo dei posti occupati in terapia intensiva, abbassando il dato da 14 a 2. "Abbiamo forti dubbi quando vediamo inseriti posti letto che vorrebbero rassomigliare a una terapia intensiva ma sono diversi gradini sotto. Mettere un ventilatore e un monitor accanto a un letto non basta", dichiara il 23 novembre Alessandro Vergallo, presidente nazionale Aaroi-Emac, il sindacato dei medici di anestesia e rianimazione.
In diverse regioni ci sono polemiche sul computo di posti letto "attivabili" ma non "attivati", oppure pronti quanto a dotazione tecnica (letto, monitor...) ma inutilizzabili per mancanza di medici e infermieri. In Sicilia, catalogata zona arancione anziché rossa, ai manager degli ospedali è arrivato un messaggio audio da Mario La Rocca, dirigente generale dell'assessorato alla Salute: "Caricate i posti, non sento cazzi. Oggi faranno le valutazioni e in funzione dei posti letto in terapia intensiva decideranno in quale fascia la Sicilia risiede". Secondo il Cimo, sindacato dei medici, i posti letto in terapia intensiva sarebbero 572 e non gli 817 "caricati" dalla Regione. Il ministero ha avviato un'ispezione affidata ai carabinieri dei Nas (Nuclei anti sofisticazioni).
Nei giorni successivi alla classificazione, il balletto dei dati prosegue. La cabina di regia per valutare i 21 parametri regionali sui dati relativi alla settimana 26 ottobre-1 novembre viene convocata sabato 7 novembre. Sabato viene spostata a domenica alle 15. Domenica mattina viene posticipata alle 16. Alle 14 viene rinviata a lunedì perché nove regioni non hanno mandato i dati. Il report dell'Istituto superiore di sanità conferma che i dati continuano ad arrivare in ritardo.
"Escludo il dolo. Quando il carico dei dati è pesante, ci possono essere difficoltà", commenta il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro il 5 novembre, presentando il monitoraggio. In un webinar della Società italiana di statistica, ha ammesso che "la filiera Asl-Regioni-ministero-Istituto superiore di sanità funziona se la collazione dei dati è basata su standard omogenei, digitalizzata e completa", ma in realtà avviene ancora "in modo cartaceo o semiautomatico".
E talvolta non avviene affatto. Per esempio i medici di famiglia sarebbero le più capillari e tempestive sentinelle dell'evoluzione dell'epidemia, perché sono i primi a riscontrare la diffusione dei sintomi e quindi dei contagi. Infatti le tendenze rilevate empiricamente e condivise nelle chat dai medici di base anticipano i dati ufficiali almeno di una settimana. Per questo la Società italiana di statistica aveva proposto di utilizzarli. Impossibile: i dati dei medici di base si fermano alle Asl e da lì non possono uscire per problemi di privacy. Da marzo si sarebbe potuta approvare una norma per superare l'ostacolo, ma non si è fatto.
Quanto ai dati ospedalieri, sarebbero utilizzabili in tempo reale se fossero informatizzati. La cartella sanitaria elettronica, benché prevista tra i Lea (i livelli minimi di assistenza previsti per legge come obbligatori), in molte regioni è un miraggio. "Eterogeneo livello di informatizzazione" e "assenza di procedure che consentano l'armonizzazione dei dati clinici digitali tra reparti e Asl hanno reso difficoltosa la raccolta e arbitrario l'uso dei dati", scrive la Società di statistica medica ed epidemiologia clinica.
Secondo Corrado Crocetta, docente all'università di Foggia e presidente della Società italiana di statistica, "i dati sono potere" e così si spiega la ritrosia a condividerli, servendosi di "foglie di fico" come le difficoltà tecniche e la privacy.
Allegoria del buco di dati sul Covid secondo il blog di scienziati scienzainrete.it, usando Linea di Osvaldo Cavandoli
Dolo o no, il problema è l'affidabilità dei dati. A metà novembre, mentre ovunque i dipartimenti di prevenzione delle Asl sono in tilt, alcune Regioni sostengono di garantire il tracciamento del 90% dei positivi, il che abbassa il rischio e scongiura la classificazione come zona rossa.
Anche i dati su tamponi e casi positivi non sono omogenei. Il tasso di positività (percentuale di positivi sui soggetti testati) dipende da molti fattori. Alcune regioni testano gli asintomatici, altre no. Alcune conteggiano, oltre ai tamponi molecolari, i test antigenici. Il che può far dimezzare il tasso di positività, come ha detto il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, definendo la classificazione in zone "una buffonata".
Peraltro non sappiamo a quando si riferiscono i dati dei tamponi. In Germania il sistema sanitario garantisce tre giorni tra richiesta e referto. In Italia la media è otto giorni ma ormai ogni Regione si arrangia come può. I social network grondano testimonianze di persone pur sintomatiche che hanno atteso invano il tampone per settimane.
Quanti positivi del bollettino odierno sono già usciti dall'isolamento domiciliare? Impossibile dirlo.
"I dati lasciati a loro stessi fanno danni, non fotografano la realtà ma l'efficienza dei nostri sistemi di monitoraggio", hanno scritto il ricercatore del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), Fabrizio Bianchi, e il direttore del blog scienzainrete.it, Luca Carra.
Eppure così, all'inizio di novembre, siamo stati divisi in regioni gialle, arancioni e rosse.
E sempre così alla fine di novembre abbiamo fatto il percorso inverso. Sebbene soltanto 2 regioni su 20 siano sotto la soglia di allerta del 30% di occupazione dei posti in terapia intensiva, le misure restrittive vengono allentate. La motivazione è che l'indice Rt è sceso ovunque. Ormai l'indice Rt lo conosciamo: ci dice quante persone infetta un infetto. Se superiore a 1, significa che il contagio aumenta. Se inferiore, che rallenta.
Ma come viene calcolato e che valore ha l'indice Rt? Secondo Enrico Bucci, biologo della Temple University di Philadelphia, essendo "calcolato sui sintomatici, con ritardo di due settimane e senza tener conto dei ritardi di trasmissione, è una fandonia". Anche il collettivo di ricercatori StatGroup-19 ha da ridire: "La Valle D'Aosta riporta un Rt che è compreso tra quasi zero e circa 4, il Molise tra meno di 1 e quasi 3,5", scrive dopo il primo monitoraggio. Forchette troppo ampie, considerando che secondo l'Istituto superiore di sanità bastano un paio di decimali in più o in meno per cambiare colore.
Consideriamo Lombardia e Piemonte, le regioni con i più alti tassi di saturazione ospedaliera e i più bassi tassi di identificazione delle catene di contagio. Il 6 novembre, sulla base dei dati rilevati nel periodo 19-25 ottobre, diventano zona rossa. Il 14 novembre, illustrando i dati del periodo 2-9 novembre, il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro annuncia che l'indice Rt, dopo aver sfiorato il valore 2, è sceso in Lombardia a 1,46 e in Piemonte a 1,31. Quindi potrebbero diventare arancioni, se non fosse che il Dpcm prevede una immutabilità cromatica, almeno al ribasso, di almeno due settimane. Nello stesso giorno in Lombardia le terapie intensive sono piene al 58% (soglia critica 30%) e i reparti di area medica al 48% (soglia critica il 40%). In Piemonte i dati sono 59% in terapia intensiva e addirittura 92% in area medica.
Il 15 novembre la Toscana diventa zona rossa. Il governatore Eugenio Giani si dice "sorpreso e amareggiato, perché i dati sono migliorati rispetto a una settimana fa". In effetti negli ultimi giorni i contagi sono passati da 2700 a 2000, il rapporto contagi-tamponi dal 16% al 13%.
Tutto si spiega con il fatto che le decisioni di oggi vengono prese su dati comunicati 10 giorni fa relativi a tamponi effettuati 20 giorni fa su persone che hanno contratto l'infezione un mese fa. È il motivo per cui Cartabellotta paragona l'indice Rt "a uno specchietto retrovisore", mentre servirebbe "un binocolo".
In un articolo pubblicato su scienzainrete.it e intitolato "La curiosa attrazione verso l'indice Rt", Guido Sanguinetti, professore di fisica alla Scuola internazionale di studi superiori avanzati di Trieste, scrive che "l'Rt è certamente un indice molto importante: se maggiore di 1 ci troviamo di fronte a una crescita esponenziale, ed è doveroso intervenire per fermare l'epidemia. Ma non può essere il solo criterio adottato per rimuovere restrizioni: infatti, quale che sia l'indice Rt, se il numero di infezioni è troppo alto per permettere un'attività di tracciamento efficace, rimuovere le restrizioni condurrà inevitabilmente alla ripartenza dell'epidemia. In sintesi, l'Rt è un indice importante per decidere quando chiudere, ma è del tutto irrilevante per decidere quando riaprire".
Un dettaglio tecnico, ma decisivo, è che in Italia l'indice Rt si calcola solo sui pazienti sintomatici. Con effetti paradossali, che penalizzano le regioni più virtuose. Come ha rilevato Stefania Salmaso, ex direttrice del centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità, "alcune regioni hanno registrato l'inizio sintomi nel 40% dei casi e sono gialle, altre nel 90% e sono arancioni, perché il dato serve a calcolare l'Rt".
All'inizio di novembre, quando si valuta per la prima volta la classificazione delle regioni, la Campania resta gialla anche per l'alto tasso di asintomatici, che abbassa l'Rt come in Toscana. La Liguria riesce a indicare la data di inizio sintomi nel 49,4% dei casi, l'Umbria nel 18%. Per l'Istituto superiore di sanità scatta l'allerta sotto il 60%, con "rischio di sottostima dell'Rt". Eppure tutte queste regioni vengono classificate gialle, salvo diventare arancioni dopo meno di una settimana. E tornare gialle a fine novembre.
Il 27 novembre, sulla base dei dati riferiti al periodo 16-22- novembre, l'Istituto superiore di sanità scrive che ci sono ancora dieci regioni "classificate a rischio alto di trasmissione": Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Provincia di Bolzano, Puglia, Sardegna, Toscana e Calabria. Quest'ultima giudicata "non valutabile" per l'inaffidabilità dei dati che fornisce e quindi equiparata automaticamente a rischio alto. Eppure la nuova ordinanza del ministero stabilisce il passaggio di Calabria, Lombardia e Piemonte da rosso a arancione; Liguria e Sicilia da arancione a giallo.
Il 29 novembre In Lombardia e Piemonte riaprono i negozi e cessano le limitazioni di spostamento. Due giorni dopo l'Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali) certifica che entrambe hanno un tasso di occupazione delle terapie intensive del 60%, doppio rispetto alla soglia di allarme; quanto agli altri reparti, la Lombardia è al 49%, il Piemonte all'80% (soglia di allarme 40%). Anche la Liguria ha ospedalizzazioni oltre la soglia di allarme, ma riapre bar e ristoranti a pranzo.
All'Immacolata di rosso resterà solo l'Abruzzo e 32 milioni di italiani abiteranno in zona gialla. A metà dicembre saranno 50 milioni. A Natale, tutta l'Italia sarà zona gialla. È già tutto scritto, perché le decisioni si basano su dati vecchi. Anche se negli stessi giorni il ministro Speranza dice che non siamo ancora a una "gestione sostenibile dell'epidemia". Secondo Stefano Merler, epidemiologo della fondazione Bruno Kessler, la sostenibilità dipende da un numero di casi non superiore a 10mila al giorno. Si è scelto di cambiare le regole con più del doppio di contagi e quasi mille morti al giorno.
Secondo il fisico Sanguinetti, l'allentamento delle misure dovrebbe piuttosto dipendere da altri fattori, legati all'organizzazione e all'efficienza del sistema sanitario: adeguatezza dei servizi di tracciamento, tempestività diagnostica, capacità di cure sia domiciliari che ospedaliere. "L'indice Rt ha ricevuto un'attenzione spropositata negli ultimi tempi: è stato più volte criticato per le stime inaffidabili (certamente un problema, soprattutto quando i casi sono pochi), ma in ogni caso è stato seguito e monitorato come se fosse l'unico numero da cui dipende la nostra sorte. Questa ossessione è perniciosa".
Se si sceglie di gestire la pandemia affidandosi ai numeri, occorre che siano precisi, omogenei, aggiornati e condivisi. In Italia lo sono? Gli esperti sostengono di no. "Stiamo affrontando la pandemia con gli strumenti della peste del Manzoni" (Corrado Crocetta, statistico, università di Foggia), "con una benda sugli occhi" (Fabio Sabatini, economista, università La Sapienza), "come mosche accecate" (Enrico Bucci, biologo, Temple University di Philadelphia).
Nella conferenza stampa del 4 novembre, il premier Conte aveva preso un impegno: "Ho chiesto al ministero della Salute e anche al direttore dell'Istituto superiore di sanità di condividere i dati del monitoraggio. Vogliamo che siano accessibili alla comunità scientifica e a tutti i cittadini".
Il 6 novembre, sul sito datibenecomune.it, 156 associazioni (tra cui Coscioni, Gimbe, Open Polis, Legambiente) hanno lanciato una petizione, firmata da 40 mila persone, per chiedere "dati pubblici, disaggregati, continuamente aggiornati, ben documentati e facilmente accessibili a ricercatori, decisori, media e cittadini". Il 10 novembre il ministero della Salute ha pubblicato per la prima volta l'aggiornamento dei 21 indicatori, ma non disaggregati e in un formato elettronico chiuso, che ne impedisce un uso immediato da parte degli studiosi.
Successivamente il governo si è impegnato a condividere tutti i dati con l'Accademia dei Lincei, il cui presidente, il fisico Giorgio Parisi, da giugno aveva promosso un appello in tal senso. L'impegno ha prodotto una convenzione ma, finora, nulla di concreto è accaduto. Fonti riservate spiegano che non è ancora noto come e quando i primi dati potrebbero essere condivisi. Per questo il 26 novembre l'associazione Luca Coscioni ha lanciato CovidLeaks, una piattaforma di segnalazioni che protegge l'identità del mittente, "finalizzata a portare alla luce i dati sul coronavirus".
Gli ex presidente dell'Istat Alleva e Zuliani pensano però che il dato più importante per controllare e gestire l'epidemia non lo conosciamo e non lo conosceremmo comunque. Si tratta del tasso di contagio sulla popolazione, rilevato con cadenza settimanale o bisettimanale. "Sembra incredibile, ma a otto mesi dai primi casi non si conosce e quindi non si può tenere sotto controllo".
Testare 60 milioni di italiani in un dato momento è impossibile. Ma grazie alla statistica sapere quanti italiani sono stati contagiati in un dato momento non è impossibile. Alleva e Zuliani hanno proposto, mesi fa, un sistema di monitoraggio su vari livelli: un campione generale di almeno 10mila italiani per conoscere con cadenza settimanale tasso di contagio ed evoluzione dell'epidemia quanto a sintomi, tipo di assistenza, eventuale ricovero, guarigione o morte, patologie pregresse, tutto diviso per età e genere; un altro campione di alunni e professori per verificare il contagio nel sistema scolastico; un database in tempo reale su terapie intensive e sub-intensive con tassi di saturazione, letalità, guarigioni, degenza media; un'analisi scorporata sulla tipologia di sintomi.
Qualcosa si era cominciato a fare dopo il lockdown, con la rilevazione svolta da ministero e Istat fra giugno e agosto. Ma l'indagine si è basata solo su 64.660 rilevazioni, anziché sulle 150.000 programmate. Meno della metà delle persone selezionate nel campione, con conseguente aumento del margine di errore. Un altro elemento distorsivo è stato l'elevato rifiuto a partecipare all'indagine, che "sporca" il campione.
"Ci sono state carenze organizzative", spiegano i due ex presidenti dell'Istat. Primo errore: non coinvolgere i medici di base, perché "un conto è essere contattati dal proprio medico, altro telefonicamente da un ignoto incaricato della Croce Rossa". Secondo: non imporre l'obbligo di risposta almeno al questionario e non sollecitare fortemente l'adesione al test, considerata la rilevanza dell'indagine per la salute della popolazione. Terzo: non prevedere le possibili resistenze, anche legittime. Un esempio per tutti: se positivi al test sierologico, si doveva fare anche il tampone e nell'attesa dell'esito astenersi dal lavoro. Sarebbe stato opportuno prevedere che i giorni di mancata attività fossero considerati assenza per malattia nel caso di lavoro dipendente. Quarto: non lanciare una massiccia campagna di comunicazione pubblica (spot, dichiarazioni istituzionali, testimonial) in modo da introiettare nell'opinione pubblica l'importanza del contributo individuale al contrasto dell'epidemia.
Concludono Alleva a Zuliani: "Il coordinamento istituzionale è parso svogliato. L'indagine è sembrata più "sopportata" che voluta, sottovalutandone l'importanza".
Nonostante ciò, i risultati sono stati interessanti. Le persone che hanno sviluppato gli anticorpi prima di giugno-luglio sono state stimate in 1.482.000, il 2,5% della popolazione residente in famiglia. Sei volte più del totale dei casi intercettati ufficialmente con i tamponi.
Se l'indagine fosse stata portata avanti, o se la proposta di Alleva e Zuliani fosse stata ascoltata, non avremmo azzerato le incertezze che il contenimento di un virus sconosciuto inevitabilmente comporta. Ma avremmo più informazioni, e più affidabili dei fax stropicciati e dei fogli excel incompleti, per fare quello che il professor Crocetta chiama "fine tuning".
Una sintonia fine delle regole, dei divieti, dei comportamenti. Invece siamo ancora prigionieri dell'alternativa del diavolo chiudere tutto/aprire tutto.
di Lucia Aterini
Il Tirreno, 6 dicembre 2020
L'associazione invita a donare i personaggi della Natività per realizzare la rappresentazione contro solitudine e paura. Lo hanno chiesto i detenuti ma anche gli operatori del carcere delle Sughere. Vorrebbero realizzare un presepe in un Natale particolare, forse per sconfiggere la solitudine e le paure collegate alla pandemia che amplifica la loro condizione di sofferenza.
Da qui l'appello dell'Arci tramite il garante dei detenuti del Comune di Livorno, Marco Solimano, che invita a regalare i personaggi del presepe in modo tale che questo piccolo sogno prenda forma nell'agorà delle Sughere, la zona che si chiama di smistamento.
"In effetti anche io che non sono credente rimango sempre affascinato dal presepe - spiega Solimano - e credo che la volontà di realizzare la Natività, che mi è stata espressa nell'ultima visita dentro il carcere, abbia un potere evocativo in un momento particolarmente difficile per i detenuti".
Infatti per il verificarsi di casi di positività nell'alta sicurezza sono state sospese tutte le attività. "Per fortuna da 23 casi che si sono registrati, in tre settimane - spiega Solimano - siamo riusciti a ritornare a zero. Per cui gradualmente potranno ripartire le varie attività". Al momento, però, sono sospesi i colloqui e le associazioni di volontariato non entrano alle Sughere.
La solitudine, l'ansia, la percezione della malattia sono elementi che hanno fatto scattare la volontà di prendersi qualcosa legato al Natale, a una luce anche se solo simbolica, che dia una sensazione di leggerezza in un momento dove le paure si amplificano. "Ecco perché facciamo appello a donare soprattutto dei personaggi del presepe - spiega ancora Solimano - figure più grande o più piccole che diano la possibilità di realizzare una rappresentazione della nascita di Gesù". Il materiale potrà essere portato all'Arci, nella sede di via Terreni, al numero 4, con orario 9 - 12,30 tutti i giorni e il lunedì e il venerdì anche nel pomeriggio dalle 15,30 e fino alle 18,30.
confagricoltura.it, 6 dicembre 2020
Lavorano nei campi e al frantoio, ma si occupano anche del marketing e delle vendite: è il progetto dell'azienda agricola Santissima Annunziata di San Vincenzo (Livorno) per l'istituto penitenziario dell'isola. Un olio unico, reso ancora più speciale da chi lo fa: i detenuti del penitenziario dell'isola di Gorgona. In ogni bottiglia c'è molto più di un prodotto di qualità, nato da una varietà particolare di olive, ma ci sono percorsi di formazione per acquisire le conoscenze agronomiche biologiche, le competenze sul marketing e la comunicazione e soprattutto la possibilità di trovare in un lavoro il riscatto di una vita. È questo il cuore del progetto Recto Verso, vincitore del bando "Agro-Social: seminiamo valore", realizzato da Confagricoltura e JTI Italia. Lo scorso 20 novembre l'annuncio del primo premio da 40mila euro per l'azienda agricola Santissima Annunziata di San Vincenzo (LI), alla presenza del presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, del presidente e amministratore delegato di JTI Italia, Gian Luigi Cervesato. All'appuntamento hanno preso parte anche il viceministro all'Economia e Finanze, Antonio Misiani e il sottosegretario Mipaaf, Giuseppe L'Abbate.
Un'idea che è nata un anno fa e "che è cresciuta grazie all'entusiasmo di tutti e 85 i detenuti e soprattutto dei responsabili del penitenziario", racconta Beatrice Massaza, titolare dell'azienda agricola vincitrice, da sempre impegnata nel sociale. "Non è beneficenza, ma uno scambio alla pari tra persone che cercano una strada nuova e aziende che hanno bisogno di lavoratori che sappiano fare un mestiere. Il nostro progetto è nato lì perché l'azienda agricola di Gorgona è il luogo ideale. Da qui è nato un percorso articolato, che diventerà entro due anni un modello di lavoro da esportare anche in altri istituti penitenziari. Grazie ad Apot-Associazione produttori olivicoli toscani abbiamo creato una rete di aziende, circa un centinaio, interessate a partecipare e attivare percorsi formativi e di inserimento lavorativo. Vogliamo che dal carcere non escano ex detenuti, ma potatori esperti o agricoltori".
La raccolta delle olive è in corso, come il lavoro al frantoio. Il passaggio successivo sarà la formazione sulla commercializzazione e la comunicazione, dalla creazione delle etichette fino alle campagne pubblicitarie e le strategie di vendita. Sono previsti anche corsi di degustazione. Verranno poi creati dei video tutorial che serviranno a far conoscere ed esportare il modello di lavoro di Gorgona ad altri istituti penitenziari italiani. "Stiamo pensando di creare anche una web tv - aggiunge Beatrice Massaza - Vogliamo sviluppare e divulgare il più possibile questo modello che si basa sul rispetto dell'ambiente, il rispetto del lavoratore, la qualità del prodotto e l'attenzione al consumatore, fino ad arrivare alla creazione di un ente certificatore con tecnologia blockchain".
Il bando "Agro-Social: seminiamo valore" ha ricevuto la candidatura di numerose idee progettuali di qualità provenienti dai territori coinvolti di Toscana, Umbria, Veneto e Campania ed è nato con l'idea di stimolare la creazione di opportunità e nuovi modelli di sviluppo per le comunità locali rurali del Paese, sostenendo progetti concreti di impresa, sostenibilità e solidarietà
"Il nostro Paese - ha ricordato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - è leader in Europa per l'agricoltura sociale. Confagricoltura ha sempre creduto al ruolo determinante del settore nel contesto sociale ed economico. In questo momento storico poi, così delicato per l'Italia, siamo convinti della necessità di investire in questo modello di sviluppo virtuoso e competitivo, che permette di coniugare le politiche del welfare con la produttività e la salute".
Tutti i progetti finalisti hanno avuto a disposizione durante la precedente fase di tutoraggio un patrimonio di esperienze, suggerimenti e competenze per dimostrare come inclusione sociale, sostenibilità ambientale e visione imprenditoriale possono davvero coesistere. L'obiettivo, in linea con il Piano di Ripresa e Resilienza del Governo, è di contribuire alla riduzione del divario economico e sociale, creare occupazione, sostenere la transizione verde e migliorare la capacità di ripresa dell'Italia.
"È arrivato il momento di prendere atto che non può esserci crescita se non si garantiscono sostenibilità economica, sociale e ambientale. In questa visione rientra il nostro impegno pluriennale per supportare un comparto strategico della produttività del Paese e stimolare le capacità innovative che il territorio stesso può esprimere - ha detto Gian Luigi Cervesato, presidente e amministratore delegato di JTI Italia.
Per portare a casa la sfida alle disuguaglianze serve un dialogo costante tra tutti gli attori della società. Questo progetto realizzato con Confagricoltura ne è un esempio: solo insieme possiamo trovare le migliori soluzioni, a partire dal giusto equilibrio che consenta di sviluppare una visione di lungo periodo per ripensare i modelli produttivi e di consumo del futuro", ha concluso. All'incontro hanno preso parte anche le istituzioni che hanno ribadito la rilevanza e il valore che il settore agricolo ha per il tessuto produttivo del Paese.
"Oggi abbiamo avuto il piacere e l'onore di premiare progetti che hanno saputo dare concretezza alle potenzialità del welfare rurale su cui abbiamo creduto sin dal 2015 quando, in Parlamento, approvammo la tanto attesa norma sull'Agricoltura Sociale. I soggetti più vulnerabili della società, grazie ad iniziative come queste, divengono così protagonisti attivi della vita agricola e produttiva dei territori, coniugando innovazione e antichi saperi. Risultati ancor più determinanti alla luce del tragico momento storico che stiamo vivendo e che dobbiamo fronteggiare facendoci comunità. E in ciò l'agricoltura dimostra, ancora una volta, la sua importante funzione sociale" ha concluso Giuseppe L'Abbate, sottosegretario alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
di Angela Garzone
lagazzettatorinese.it, 6 dicembre 2020
È da diversi giorni che nel Carcere di Ivrea non è attivo il servizio di riscaldamento. Una situazione già denunciata il 26 novembre dal Segretario Generale del sindacato Osapp Leo Beneduci.
A tal proposito, il 2 dicembre i Senatori della Lega Roberta Ferrero, Giorgio Maria Bergesio, Stefania Pucciarelli, Marzia Casolati, Cesare Pianasso, Enrico Montani, Maria Saponara, William De Vecchis, Michelina Lunesu, Francesco Urraro, Valeria Alessandrini, Cristiano Zuliani, Gianfranco Rufa, Sonia Fregolent, Maria Cristina Cantù e Tony Chike Iwobi hanno presentato un'interrogazione al Ministro della Giustizia.
Nel testo dell'interrogazione presentata dai Senatori della Lega c'è scritto "Premesso che, a quanto risulta agli interroganti: da circa una settimana il carcere di Ivrea è privo del servizio di riscaldamento. A darne notizia l'Osapp, il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, che ha segnalato la situazione agli uffici competenti. Senza però ottenere, secondo il sindacato stesso, l'intervento dei tecnici.
Secondo il segretario generale dell'Osapp, le condizioni del carcere di Ivrea dovrebbero essere oggetto di verifica da parte degli organi centrali dell'amministrazione penitenziaria. Considerato che ad oggi gli organi regionali sembrano completamente disinteressarsi al grave stato di abbandono e al completo caos organizzativo dell'istituto.
Il sindacato segnala ancora una volta il mancato impiego delle figure che, in base alle regole e agli accordi vigenti, dovrebbero essere adibite alle funzioni di sorveglianza generale. La gravità della situazione ha indotto il sindacato a suggerire di valutare l'opportunità della chiusura della struttura, poiché il carcere versa in un caos senza precedenti, ovvero è privo del direttore generale, del comandante, dei vertici naturali, senza linee guida con gli agenti della Polizia penitenziaria abbandonati a loro stessi. Si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti descritti e se non ritenga opportuno inviare presso il carcere di Ivrea gli ispettori ministeriali per verificare lo stato dei luoghi e la mancanza di linee guida".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 6 dicembre 2020
Giù l'età anche dei pusher. La micro criminalità li arruola per strada, i genitori non riescono a cogliere in tempo i segnali di devianza, la didattica da remoto. Episodi di violenza e di droga, protagonisti: i ragazzini. Paiono scenari lontani ma non lo sono: la micro criminalità li arruola per strada, i genitori non riescono a cogliere in tempo i segnali di devianza, la didattica da remoto - simulacro della scuola vera - allontana anche i professori.
Davanti all'ultimo fatto estremo (due giovanissimi a Monza hanno ucciso il loro pusher), i dati Espad del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) offrono una chiave di lettura. "Per i consumi di sostanze lo scarto tra Milano e il resto d'Italia cresce man mano che scende l'età. Con i quindicenni arriviamo ad essere molto sopra la media regionale e nazionale", avverte la studiosa Sabrina Molinaro.
Si stima che su 31 mila quindicenni 5 mila facciano uso frequente di cannabis, 2.300 di psicofarmaci (Rivotril o Xanax), quasi mille di cannabinoidi sintetici (Spice) e oltre 400 di stimolanti (Speed, Smart drugs, Ketamina, Metamfetamine). "In altre periferie d'Europa la rabbia dei ragazzini è su larga scala e ormai è diventata grave problema di ordine pubblico. Milano spesso anticipa tendenze nel bene e nel male ma noi continuiamo a non vederli: ragazzi invisibili finché non esplode il fatto di cronaca - osserva Ciro Cascone, procuratore capo del Tribunale per i minorenni.
Noi adulti dobbiamo insistere, cogliere ogni occasione per prevenire ed educare".
Secondo Mara Gonevi, responsabile dello Spazio Blu, servizio dell'Asst Santi Paolo e Carlo dedicato ai minori che consumano e hanno a carico un procedimento penale, "in questi mesi di lockdown è calato l'abuso di alcol mentre l'uso di sostanze, per forza non legato al contesto sociale, diventa curativo, colma ansie e senso di vuoto".
È una crisi di valori, anche: "Sempre più ragazzini spacciano, arruolati per strada da pusher appena più grandi. Abituati ad avere tutto e subito si sballano con più sostanze e davanti alla frustrazione, si trincerano dando la colpa a un altro. Ma quando apri loro la porta piangono come bambini piccoli", sostiene Simone Feder, responsabile settore dipendenze della comunità Casa del giovane e in prima linea al boschetto di Rogoredo.
Conferma Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento interaziendale Dipendenze dell'Asst Santi Paolo e Carlo: "Si parlava di bamboccioni, qui siamo di fronte a un fenomeno inverso. Ragazzini adultizzati, che crescono troppo in fretta e senza riuscire a validare modelli diversi da quelli di certe serie tv e certe canzoni trap", ragiona. Interviene don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria che alla comunità Kayròs ospita tra l'altro i noti rapper Sacky e Baby Gang, raggiunti da denuncia per istigazione alla violenza legata a una canzone in cui si evocano armi e droga nel contesto di una periferia lombarda.
"È chiaro che facendo musica vista da migliaia di ragazzini hanno una responsabilità nei confronti dei loro follower, ma sfogano la loro rabbia cantando invece che commettendo reati, è una forma di elaborazione - ragiona don Burgio -. Non credo che a suon di denunce riusciremo a calmare l'ira di questi ragazzi e ad aiutarli a strutturare percorsi più riconciliati con il mondo adulto. Nelle canzoni raccontano, come tanti altri, un contesto di forte devianza. Senza ipocrisie, è esattamente quello che loro hanno visto e vissuto e che anche noi dobbiamo imparare a guardare".
di Romano Montroni
Corriere di Bologna, 6 dicembre 2020
Dove inizia la pietas e dove finisce la giustizia? Questo è uno dei dilemmi che attraversano il nuovo romanzo di Antonio Manzini, ispirato a un fatto realmente accaduto. Nora e Pasquale, proprietari di una tabaccheria, hanno subìto una rapina durante la quale il figlio Corrado è rimasto ucciso. La loro esistenza è distrutta da questa tragedia, che invece di unirli li ha allontanati.
Una mattina, Nora incontra in treno l'assassino del figlio. Com'è possibile che dopo appena sei anni sia già in libertà? Nora non riesce ad accettare che Corrado sia morto e che a quel balordo invece sia stata data la possibilità - attraverso sconti di pena - di rifarsi una vita. Ma quale sarebbe il prezzo giusto da pagare per aver ucciso un innocente? Trent'anni di carcere all'assassino avrebbero forse reso meno amaro il dolore dei genitori? Manzini non prova a dare risposte, ma ci immerge nell'interiorità dei protagonisti per farci comprendere i loro tormenti.
Antonio Manzini, "Gli ultimi giorni di quiete", Sellerio pp. 240, 14.00.
di Marco Revelli
Il Manifesto, 6 dicembre 2020
Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo - che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l'avevamo capito. E fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell'Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le Ztl (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l'oltre raccordo anulare, le barriere, l'aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.
L'epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c'era il reparto "Diamante" al San Raffaele; sia sul piano dell'oikos ovvero dell'"economia domestica" dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la "discesa agli inferi della disoccupazione" (è già toccato a 400.000 di loro).
E gli ultimi, i precari, quelli della "gig economy", del lavoro a giornata ("casuale" lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto "tempi facili". Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro.
Sono un esercito questi "ultimi". 5 milioni, calcola il Censis, che aggiunge che "hanno finito per inabissarsi senza rumore" (e l'espressione mette i brividi). Ma accanto a questi "sommersi" ci sono anche, sia pur molto ma molto meno numerosi, i "salvati". Quelli che dalle ricadute economiche della pandemia sono stati meno danneggiati. O che addirittura ne sono stati avvantaggiati. Quel 3% di italiani che guadagnano più di 1 milione di dollari (sic) l'anno e possiedono il 34% della ricchezza nazionale - compresi i 40 miliardari che da soli monopolizzano 165 miliardi - non hanno subito decurtazioni. Anzi, annota il Censis, "sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell'epidemia".
È tutta qui la "questione italiana": in questa spaccatura orizzontale tra una "una società sfibrata dallo spettro del declassamento sociale", da una parte, e un ristretto ceto possidente irresponsabile e avaro, pronto ad alzare barricate alla sola parola "tassa patrimoniale" e a rivendicare per sé - pensiamo alle raffiche di esternazioni di Carlo Bonomi - tutto, comprese le briciole contese alle deprecate e "improduttive" misure "assistenziali".
Non la falsa contesa tra "garantiti" e "non garantiti" (a cui comunque pare credere l'85% degli intervistati) ma quella, ben più strutturale, e reale, tra ricchi e poveri. I primi, sempre più esclusivi e chiusi, i secondi sempre più numerosi e dimenticati. Per questo le raccomandazioni del Censis, secondo cui si imporrebbe "un ripensamento strutturale per la ricostruzione" e la messa in campo di un "progetto collettivo che spazzi via la soggettività egoistica e proterva in cui per decenni abbiamo creduto", appaiono sacrosante. Ma poco suscettibili di ascolto da parte di un ceto di decisori pubblici che nella sua grande maggioranza, trasversalmente agli schieramenti politici, appare sordo e cieco (anche se purtroppo mai muto).
Lo stesso Governo Conte, che a mio avviso aveva operato relativamente bene nel corso della prima ondata, tenendo ferma l'istanza prioritaria della salvaguardia sanitaria, nella transizione estiva si è arreso ai "vizi strutturali" del Paese - per paura delle voci grosse dei negazionisti, dei confindustriali, degli zangrilli e degli sgarbi quotidiani e dei briatori smargiassi - privilegiando la ricchezza sulla miseria, l'economia sulla salute, le discoteche sugli ospedali, i bonus vacanze sul reclutamento del personale medico e paramedico... Lo si sapeva da subito che la seconda ondata ci sarebbe stata e sarebbe stata peggiore. Lo dicevano scienziati e ministri. Eppure si è arrivati a ottobre con i trasporti immutati, la sanità territoriale scassata come prima, il personale ospedaliero insufficiente, un welfare allo sbando secondo i vecchi, devastanti dogmi neoliberisti. Potremmo concludere che questo è davvero, come diceva Norberto Bobbio, un paese "irredimibile". O che comunque, a redimerlo, toccherà a ognuno di noi, con spirito ferocemente eretico.
di Mariacristina Cavecchi*
Il Giorno, 6 dicembre 2020
In questo strano dicembre 2020, segnato da divieti e teatri chiusi, sentiremo forte la mancanza di quella Prima Diffusa che ormai da anni, incurante di ogni barriera, dilagava tra foyer sfavillanti e musei, marciapiedi cittadini e luoghi di reclusione. In carcere il silenzio del 7 dicembre si percepirà in modo ancora più doloroso, perché quell'appuntamento con la lirica condiviso con tutta la città fa sentire i detenuti meno soli, parte di una collettività di cui, anche se solo per una sera, ritornano a far parte.
Quando la Prima Diffusa esordì nel teatro all'interno dell'istituto penale minorile "Beccaria" nel 2016, l'impatto sui giovani detenuti fu di grande eccitazione. Poco avvezzi alla lirica, i ragazzi percepirono immediatamente la bellezza di quella Madame Butterfly e l'importanza di quello straordinario debutto nel teatro che molti di loro avevano contribuito a ristrutturare e dove molti di loro si cimentano come attori, rapper e tecnici di scena.
Lisa Mazoni, che da 25 anni fa teatro con questi ragazzi, ricorda che due di loro, Fra e Tia, s'improvvisarono cantanti lirici e gorgheggiarono per tutta la sera. Incontenibili. Oltre che l'occasione per riabbracciare amici e famigliari seduti accanto a loro in platea, per qualcuno di loro la magia della Prima scaligera, che da allora si è ripetuta ogni anno, è stata anche l'occasione per lasciarsi trascinare dalla forza dirompente del teatro e immaginarsi a interpretare ruoli diversi da quello di criminale in cui sono stigmatizzati.
Oggi come non mai questi ragazzi detenuti, ancora più limitati nei loro rapporti con il mondo esterno per l'emergenza sanitaria, sentiranno la nostalgia di un evento che è un ponte tra dentro e fuori. Appuntamento al 2021, allora, col rifiorire dei nostri teatri e delle nostre speranze.
*Docente di Storia del teatro inglese alla Statale di Milano e artefice del progetto teatrale "La Statale al BeKKa"
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