di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2021
Così al-Sisi vuole degradare i diritti delle donne. La proposta di legge - che tocca matrimonio, divorzio e tutela dei figli - si trova al vaglio della Camera dei Rappresentanti in vista di una imminente adozione. Colpisce, in particolare, la creazione della figura del tutor in grado, sempre e solo per la parte femminile, di poter dichiarare nullo il matrimonio entro un anno di tempo qualora ritenga la coppia incompatibile o, addirittura, la dote.
Vivere in Egitto, non sostenere politicamente il governo ed essere donna può avere conseguenze devastanti nel periodo storico che copre gli ultimi sette anni. Un Paese con una forte impronta patriarcale dove i diritti umani sono raramente stati tutelati, specie dal 2013 in avanti. Il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, al potere dopo il colpo di Stato, nel tempo ha introdotto alcune leggi e modifiche della Costituzione che hanno fatto discutere. Oltre a concedere mandati illimitati allo stesso presidente, gridano vendetta i disegni di legge che hanno prodotto un giro di vite sull'informazione, con circa 600 tra testate cartacee e siti online oscurati, e quello diretto contro le ong sul fronte sociale ed economico.
Adesso arriva la discussione su una proposta di legge che intende mettere mano ai diritti acquisiti dalle donne: "Se la proposta avanzata dal governo dovesse essere convertita in legge sarebbe come tornare indietro di 200 anni - attacca Nehad Aboul Kmosan, avvocatessa che fa parte dell'Ecrw, Egyptian centre for women's rights. Respingiamo con forza questo progetto legislativo scioccante. In Egitto abbiamo donne in tutti i campi, addirittura ministre, donne che possono firmare contratti per conto dello Stato, ma in base a questa legge, non avrebbero nemmeno il diritto garantito di contrarre un matrimonio qualora fossero state precedentemente sposate".
La proposta di legge è stata annunciata l'autunno scorso e adesso, dopo alcuni mesi di silenzio, il testo si trova al vaglio della Camera dei Rappresentanti in vista di una imminente adozione. Un gruppo di oltre 50 organizzazioni che si occupano di diritti delle donne ha firmato un documento congiunto in cui si chiede alle autorità egiziane di ritirare la proposta di legge. All'appello lanciato si sono uniti centinaia di personaggi pubblici che hanno aderito alla campagna: "L'attuale governo si vanta di avere molte donne all'interno dell'Esecutivo e di altre cariche dello Stato, ma con questa legge devasterà per sempre i diritti femminili" attaccano le organizzazioni in un documento.
Entrando nel merito, la proposta di legge del governo va ad incidere su tre temi centrali: il matrimonio, il divorzio e la tutela dei figli. Colpisce, in particolare, la creazione della figura del 'tutor' in grado, sempre e solo per la parte femminile, di poter dichiarare nullo il matrimonio entro un anno di tempo qualora ritenga la coppia incompatibile o, addirittura, la dote insoddisfacente. Non siamo al Medioevo, ma poco ci manca.
Alle organizzazioni in tutela delle donne non va giù neppure l'idea che una madre single debba chiedere il permesso scritto dall'ex marito per viaggiare e su decisioni legali. Su questo punto la legge non prevede simili restrizioni anche per gli uomini: "Piuttosto - replicano le organizzazioni - chiediamo la modifica del regolamento per consentire ad una donna che decide di risposarsi, dopo aver divorziato, di mantenere la custodia dei figli da altro matrimonio: al momento la stessa passa al padre o alla nonna, non alla madre".
Modifiche sarebbero previste anche sotto l'aspetto religioso, ad esempio le discriminazioni verso le donne cristiane che potrebbero perdere la custodia dei figli qualora il marito si converta all'Islam. Dalle proposte alla realtà dei fatti purtroppo il passo è breve in Egitto. È nella vita e nei drammi di tutti i giorni che si perpetua una subalternità latente della donna all'interno della società egiziana. È sufficiente analizzare quanto accaduto negli ultimi mesi a proposito di concetti che dovrebbero essere considerati astratti come la "pubblica decenza delle donne".
Nonostante i social network vengano frequentati da ambo i sessi, il caso Tik Tok, esploso nel 2020, ha visto la giustizia del Paese assumere provvedimenti restrittivi solo ed esclusivamente nei confronti della parte femminile: 9 le donne arrestate e richiesta di condanne tra 2 e 6 anni; i processi sono tuttora in corso. Cosa dire poi del caso dell'anno in Egitto, lo scandalo dello stupro all'interno di uno degli hotel più lussuosi del Cairo avvenuto alcuni anni fa, anche se la notizia è emersa soltanto nel 2020 e l'inchiesta è subito partita. Una ragazza fu violentata per tutta la notte da un gruppo di rampolli dell'alta società egiziana. Al momento ad avere la peggio è stata una testimone di quanto accaduto: la sua denuncia le è costata il carcere per circa sei mesi, un'esperienza che l'ha scioccata al punto di tentare il suicidio.
Infine il dramma delle attiviste antiregime arrestate e detenute nella prigione femminile di Qanater. Alcune di loro, tra cui le giornaliste Solafa Magdy e Esraa Abdel Fattah, oltre all'avvocato Mahinour al-Massry, hanno denunciato maltrattamenti e violenze e lo hanno fatto pochi giorni fa durante l'ultima udienza per il rinnovo delle loro detenzioni: "Solafa, Esraa e Mahinour hanno raccontato di essere state vittime di vari episodi di abusi ed intimidazioni da parte di funzionari della National Security - afferma l'avvocato Nabil al-Genady -. Sono stati loro tolti gli effetti personali, compresi coperte e vestiti caldi, sono sottoposte a ripetuti episodi di bullismo e di forte disagio psicologico". Le tre donne si trovano in carcere in attesa di giudizio dal 2019.
di Arianna Poletti
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Nel Paese nordafricano si moltiplicano gli arresti e le condanne al termine di processi celebrati con rito rapido e senza garanzie. Nel Paese nordafricano si moltiplicano gli abusi e le condanne al termine di processi celebrati con rito rapido e senza garanzie. Secondo la Lega tunisina per i diritti umani le persone arrestate sono ormai più di 1700.
A dieci anni dalla caduta del regime di Zine el-Abidine Ben Ali, la Tunisia torna a fare i conti con la repressione poliziesca e giudiziaria. Il paese è attraversato da un'ondata di arresti senza precedenti dai tempi della rivoluzione, tanto che le principali organizzazioni della società civile mettono in guardia contro un possibile ritorno allo stato di polizia. Mentre l'alternarsi di ministri e governi altera da più di un anno il regolare funzionamento delle istituzioni in piena crisi economica e sociale, i sindacati delle forze dell'ordine, sempre più autonomi, continuano a rafforzarsi.
Da metà gennaio, le pagine Facebook e gruppi Whatsapp dei sindacati di polizia pubblicano le foto di alcuni manifestanti, spesso scattate tramite il drone che sorvola le proteste, incitando ad un generale "ritorno all'ordine". Così nella capitale è in corso un vero e proprio braccio di ferro tra polizia e attivisti politici. Sono sempre meno i giovani che si ritrovano nelle strade dei quartieri di periferia - i primi a scendere in piazza a gennaio 2021 - o in Avenue Bourguiba per manifestare: chi protesta è cosciente di rischiare l'arresto.
Dopo l'ultima manifestazione di sabato 6 marzo, tre noti militanti della sinistra tunisina - Mondher Souidi, Mahdi Barhoumi e Sami Hmayed - sono stati arrestati dopo un'incursione domenica notte della polizia nell'abitazione di uno di loro, poi rilasciati dopo due giorni di detenzione in attesa del processo. Secondo l'ultimo rapporto dell'Associazione Tunisina per la Prevenzione contro la Tortura (Atpt), basta un post su Facebook per finire in manette. È accaduto ad Ahmed, a cui la polizia ha confiscato cellulare portatile e computer senza autorizzazione giudiziaria, come a Houssem, arrestato a Ben Arous per aver pubblicato un post a sostegno dei movimenti di protesta, spiega l'Atpt, che sta esaminando i dossier di decine di manifestanti che avrebbero subito violenze in commissariato.
Alle polemiche sul caso di Ahmed Gam, 21 anni, prelevato sul posto di lavoro e picchiato fino alla perdita di un testicolo, il portavoce del sindacato nazionale della polizia Jamel Jarboui ha risposto che "si tratta di errori individuali" e le forze dell'ordine hanno saputo "mantenere l'autocontrollo nonostante le provocazioni". Secondo l'avvocato Charfeddine Kellil, citato dai media locali, numerosi giovani si sono però ritrovati in detenzione arbitraria "senza che alcuna procedura venisse rispettata", in assenza di un avvocato, spesso ancora minorenni. Gli arresti sono ormai più di 1700 secondo la Lega tunisina per i diritti umani.
Tra i giovani condannati al carcere con un processo rapido, c'è Rania Amdouni, volto delle recenti proteste nella capitale, arrestata il 27 febbraio dopo essersi presentata spontaneamente in commissariato per denunciare una campagna denigratoria nei suoi confronti in quanto attivista femminista queer. Dal commissariato, però, la militante tunisina non è più uscita: il 4 marzo è stata condannata a sei mesi di carcere in nome dell'articolo 226 bis del codice penale, con l'accusa di "attentato al pudore".
La repressione di polizia, infatti, va a braccetto con quella giudiziaria: "anche i giudici sono in prima linea e, senza che il governo intervenga, stanno partecipando a un ritorno al passato", commenta sulla stampa tunisina Nadia Chaabane, ex deputata ai tempi della Costituente. Il codice penale del paese nordafricano - risalente ai tempi del protettorato francese, apertamente liberticida ma ancora in vigore - giustifica le misure repressive adottate nei confronti di chi viene fermato dopo le proteste, spesso davanti a casa o in un luogo pubblico come è accaduto in pieno centro, nei caffè della capitale. Di conseguenza, da inizio gennaio ad oggi, anche le priorità della piazza sono cambiate: gli striscioni su pane e giustizia sociale vengono rimpiazzati dalle foto dei manifestanti arrestati, per cui la piazza continua a chiedere la liberazione.
Il caso di Abdessalem Zayen, ventinovenne diabetico, morto in carcere perché privato dell'insulina dopo esser stato arrestato a inizio marzo a Sfax e accusato di aver aggredito verbalmente un poliziotto, ha contribuito a ravvivare il dibattito su pesanti condanne ingiustificate, che vanno da sei mesi a un massimo di quattro anni di prigione. Mentre si moltiplicano gli appelli per lo scioglimento dei sindacati di polizia, un collettivo a sostegno dei movimenti sociali in Tunisia si è rivolto al presidente Kais Saied chiedendo di concedere la grazia presidenziale ai giovani detenuti. Per l'associazione Al-Bawsala, invece, è necessario che sia il parlamento a sottoporre ad audizione il primo ministro Hichem Mechichi, perché risponda delle violazioni delle forze dell'ordine. Ieri pomeriggio, i sindacati di polizia si sono riuniti proprio di fronte alla Kasbah per chiedere un aumento del proprio stipendio e migliori condizioni di lavoro.
di Dario Paladini
Redattore Sociale, 9 marzo 2021
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma: "Un fatto senza precedenti". Occorre interrogarsi sulle tensioni e sulla pervasività della droga nelle carceri. E sui procedimenti penali in corso: "Abbiamo nominato avvocati e periti per vigilare che non si arrivi a conclusioni affrettate".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Le agenti di Polizia penitenziaria sono adibite in Istituto solo all'interno delle sezioni femminili. In altri Paesi europei ammesse nei reparti maschili. L'ingresso, fondamentale, di figure femminili nel personale, anche con ruoli di direzione e di comando della Polizia penitenziaria, ha avuto un impatto importante nel percorso verso una nuova e migliore attenzione al tema delle donne recluse affrontato nell'articolo precedente, anche per i suoi riflessi sulla detenzione in generale. Ma nel mondo della polizia penitenziaria c'è ancora tanta strada da fare per garantire e allargare i diritti delle donne che vi lavorano.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 9 marzo 2021
Essere donna e detenuta è davvero dura. Non basta la lontananza dai figli e dalla famiglia, che per una donna è più sentita, ma a volte sono anche le condizioni a rendere tutto peggiore. Ma di carceri femminili si parla poco anche se i problemi non sono da poco. Carmela (nome di fantasia) ha scontato 20 anni in carcere, ora è libera ma nella sua testa rimbombano ancora le grida di quell'inferno che è il carcere femminile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Le donne sono circa il 4% della popolazione carceraria. In Italia solo 4 istituti sono per le recluse: Pozzuoli, Trani, Rebibbia, Venezia Giudecca. Le detenute in Italia si trovano nella stragrande maggioranza in sezioni ricavate all'interno degli istituti maschili in una condizione di minoranza numerica che ne compromette l'equità nell'acceso alle opportunità trattamentali.
di Giuseppe Belcastro
Il Dubbio, 9 marzo 2021
I media cannibali e l'omicidio di Ilenia Fabbri. La ministra Cartabia intervenga per fermare lo scempio. Signore e signori va ora in onda la vergogna a reti unificate. Per l'ennesima volta, calpestando in un sol colpo la norma e i diritti che si dovrebbero tutelare, due procedure di arresto vengono recitate a favore di telecamera.
Claudio Nanni e Pierluigi Barbieri, accusati dell'omicidio di Ilenia Fabbri, tratti in arresto dalla Polizia di Stato nella mattinata del 4 marzo, subiscono quella che gli anglosassoni definiscono la perp walk o anche, appunto, walk of shame, passeggiata della vergogna.
Con una sapiente regia, fatta di tagli perfetti, cambi inquadratura, montaggi professionali, insomma una post-produzione degna delle sale cinematografiche, tutta l'operazione di arresto viene immortalata dalle telecamere della Polizia di Stato: dal momento in cui le volanti lasciano la caserma col favore delle tenebre, fino al momento del ritorno all'ovile, con le prede in ceppi; prede passate con la dovuta lentezza sotto le luci della ribalta, appunto in manette, affinché sia chiaro che essi sono i cattivi e, al contempo, quanto sia bravo lo Stato che li acciuffa.
Che poi il codice di procedura penale, all'art. 114, vieti espressamente "la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica"; che i due siano al momento solo accusati dell'atroce delitto (ancorché, dopo gli arresti, uno di essi abbia confessato) sebbene neanche la condanna legittimerebbe questo sopruso; che addirittura la diffusione di questa gogna sia potenzialmente deleteria per il futuro esercizio della giurisdizione avendo la vocazione ad inquinarla col preconcetto, come l'Unione delle Camere Penali italiane va dicendo da tempo, tutto ciò, a quanto pare, non importa.
Eppure sono passati quasi 30 anni da quando, il 5 luglio del 1992, l'Unità dava spazio a una circolare di Claudio Martelli, allora Ministro della Giustizia (e anche un pò della Grazia) che li censurava come "comportamenti che rivelano la mancanza di un elementare senso di rispetto per la dignità della persona". Viene da dire che sono passati invano se, non più tardi di qualche mese fa, un altro ministro, Bonafede, il petto gonfio di orgoglio, sebbene quella volta senza la giubba blu della Polizia Penitenziaria, sorrideva a favore di obiettivo per l'arrivo sul suolo patrio di un pericoloso criminale estradato, coi ferri ai polsi e circondato da una ricca scorta, casomai avesse in animo di fuggire sulla pista dell'aeroporto. E se l'ha fatto il Ministro, insomma, perché non dovrebbe farlo la Polizia?
Se non ci inganniamo però, il tempo del clamore mediatico che corrompe animi e processi, il tempo della violazione sprezzante delle norme di legge e del rispetto per l'essere umano - che è poi ciò che distingue lo stato dal delinquente - è passato, o sta passando. Se non ci inganniamo, lo spettacolo indecente di queste ore non dovrebbe piacere stavolta nemmeno dalle parti di via Arenula. Intervenga, ministra Cartabia, e ponga fine a questo scempio; ché il paese di Beccaria non lo merita.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Il pacchetto "garantista" di Enrico Costa contro la Maginot dei 5 stelle: da qui la "sintesi" per superare la norma Bonafede. Che, per la ministra, non può prevalere sulla Costituzione.
Appuntamento ore 9,30. La riunione fra Marta Cartabia e i capigruppo Giustizia della maggioranza in programma per stamattina inizia abbastanza presto da lasciare a tutti il tempo di elaborarne il risultato. Anche se, assicurano da via Arenula, è fuori luogo pensare che una prima riunione al ministero possa produrre la formuletta magica per la giustizia. Piuttosto si definiranno un metodo di lavoro, una tempistica e un obiettivo. Innanzitutto, l'idea di un dialogo senza forzature che mettano singoli partiti all'angolo (compresi i 5 stelle rispetto alla prescrizione). Quindi, un orizzonte temporale chiaro: venti giorni per sciogliere i nodi principali, prescrizione inclusa, con il giro di boa delle linee programmatiche che Cartabia esporrà lunedì 15 alle commissioni Giustizia delle Camere e la data spartiacque del 29 marzo, entro cui i singoli partiti potranno presentare emendamenti al ddl penale.
L'obiettivo, infine, dovrebbe essere ormai chiaro, almeno dal punto di vista della guardasigilli: lo ha chiarito l'ordine del giorno condiviso due giorni fa dalle forze di governo a Montecitorio su tempi del processo e prescrizione. Tutto ruota attorno a due articoli della Carta: il 27, che sancisce (anche) il fine rieducativo della pena, e il 111, che impone alla legge di assicurare la durata del processo.
È la base del confronto al via da oggi tra Cartabia, i presidenti delle due commissioni Giustizia Mario Perantoni e Andrea Ostellari (pentastellato il primo, leghista il secondo) e i capigruppo di tutte le forze di governo nelle suddette commissioni. Ma la partita potrebbe risolversi in una dialettica bilaterale: da una parte il deputato di Azione Enrico Costa, il più tenace e creativo avversario della norma Bonafede, dall'altra il Movimento dell'ex ministro. Dai due estremi potrebbe venire una sintesi. Col Pd destinato in una prima fase a fare da arbitro. È vero che Walter Verini, responsabile democratico "ad interim" per la Giustizia, ha avanzato la proposta della prescrizione "per fasi". Ma un partito tuttora alleato coi 5 stelle difficilmente può assumere l'iniziativa sulla norma voluta dall'ex guardasigilli. Può farlo invece Costa, che ha già pronto un articolato restyling dell'intera riforma del processo, destinata a diventare il veicolo dei correttivi sulla prescrizione.
Il probabile punto di arrivo del confronto dipende anche dalla precisa volontà della guardasigilli di indicare nella funzione rieducativa della pena un criterio decisivo anche rispetto alla prescrizione. Non è possibile, si è convenuto nell'ordine del giorno proposto da Cartabia e condiviso da tutti, 5 stelle compresi, che la condanna venga eseguita quando sono trascorsi troppi anni dal fatto, perché nel frattempo la persona ritenuta colpevole sarebbe inevitabilmente "mutata", e perché l'idea del recupero sociale non può essere tradita da un'esecuzione così temporalmente slegata dal reato.
Basta e avanza per pronosticare il superamento della prescrizione di Bonafede: un limite massimo, all'eventuale durata parossistica di un processo va imposto. Anche perché il principio di dignità della persona, sotteso al fine rieducativo, è supremo rispetto ad altri legittimi interessi. E seppure in una logica di bilanciamento, non può essere sacrificato.
Plausibile che il Movimento 5 Stelle suggerisca di porsi il problema solo qualora la più ampia riforma del processo non desse buon esito. Ma qui si farebbe sentire anche il punto di vista di magistrati che tuttora affiancano Cartabia nei ruoli tecnici del ministero, come il capo di gabinetto Raffaele Piccirillo. Che Bonafede aveva voluto a via Arenula ma che non ha mai nascosto il rischio di un vulnus connesso alla prescrizione per eventuali malcapitati condannati in primo grado e stritolati all'infinito da macchina processuale inefficiente. Sarebbe assurdo pensare che lo Stato se ne lavi le mani e dica: proprio a voi è andata male, siete stati sfortunati, ci dispiace.
Nel confronto di maggioranza interverrà inevitabilmente il progetto di Costa: molto articolato, arricchito dal recupero di diverse proposte della commissione Fiorella e in generale così connotato in una chiave garantista opposta a quella dei 5 stelle da obbligarli a una mediazione. Tanto per fare un esempio: nel suo pacchetto Costa prevede la decadenza del procedimento non solo se una fase del giudizio dura troppo, ma persino quando il pm non esercita l'azione penale, non chiede cioè, scaduto il termine per le indagini, né il processo né l'archiviazione. Non solo: si integra la già prevista (nel ddl penale) possibilità per l'imputato di chiedere la conclusione dell'appello entro 3 mesi, in modo che, una volta trascorso addirittura un anno senza che si arrivi alla sentenza di secondo grado, la prescrizione bloccata (in base alla norma Bonafede) dopo la pronuncia del tribunale ricominci a decorrere. Avrà gioco facile, il fronte garantista, nel far notare ai 5 stelle che sono stati sempre loro a dirsi certi delle virtù taumaturgiche del ddl penale (scritto sempre da Bonafede), e che dunque non dovrebbero temere l'impunità per alcuno. Qualunque ulteriore replica dovrebbe a quel punto riferirsi necessariamente a un preteso primato della "certezza della pena" sul giusto processo. Una forzatura che la stessa Cartabia non potrebbe sopportare, e che non potrebbe impedire l'attenuazione degli effetti parossistici della norma Bonafede.
di Liana Milella
La Repubblica, 9 marzo 2021
Oggi vertice al ministero sulle riforme dell'ex Guardasigilli Bonafede. La Guardasigilli ha convocato per le 9.30 i presidenti delle commissioni di Camera e Senato. La ministra vuole accelerare e affrontare la questione della diffamazione e del carcere per i giornalisti. Costa di Azione riapre il dossier intercettazioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Dal rigore del metodo Falcone all'uso indistinto del pentitismo per combattere i clan mafiosi: funzionamento (e limiti) del programma di protezione testimoni. I criteri del programma di protezione dei collaboratori di giustizia sono fissati da una legge del 1991 scritta su impulso di Giovanni Falcone, che allora era direttore generale degli affari penali del Ministero della giustizia. Con il tempo, poi, il parlamento ha affinato lo strumento più volte, soprattutto sulla distinzione tra chi si pente dopo aver fatto parte dei clan e chi è vittima o testimone dei fatti e decide di parlare. Le dichiarazioni agli inquirenti dei collaboratori di giustizia, ad esempio, devono avvenire entro 180 giorni dalla dichiarazione di volontà di collaborare. Come funziona la protezione?
La prima fase è il trasferimento del "pentito" e dei suoi familiari, che viene allontanato dalla sua zona di origine e residenza. La seconda fase è il trapianto del nucleo familiare in una nuova realtà sociale dove possono sorgere problemi di rapporti umani, di amicizie, di parenti abbandonati (sindrome da sradicamento). I benefici possono riguardare il lavoro, la scuola, l'arredamento e tutto il necessario per una vita decente, a cui si aggiungono i benefici carcerari se il collaboratore deve scontare la pena. Il contributo mensile ai pentiti, che si aggiunge alla disponibilità di un appartamento dignitoso, è parametrato all'indice Istat sul costo della vita, alla misura degli assegni sociale e via discorrendo.
Un patto tra lo Stato e il pentito - In sostanza la collaborazione si fonda su un patto tra lo Stato ed il pentito. Una trattativa: tu fai i nomi e noi ti garantiamo una vita decente. Se da una parte la figura del pentito è sacrosanta per la lotta alla mafia, dall'altra si rischia di trasformarlo in una sorta di "consulente" a vita. Questo perché i pentiti sono sempre considerati imputati di reato connesso. Ecco perché, anche nei processi su episodi recenti, ci ritroviamo pentiti "storici" che non possono conoscere i fatti attuali. Può anche accadere che lo Stato possa diventare inconsapevolmente il braccio armato della lotta tra clan. Non di rado accade che i pentiti siano una testa di legno di un clan che li usa per smantellare i loro rivali senza ricorrere allo spargimento di sangue. Può anche accadere che nel corso del tempo ci siano pentiti che ricordino improvvisamente degli eventi; a volte gli eventi si incastrano con i teoremi giudiziari del momento.
Il "Nano" e gli altri e la strage di Via D'Amelio - In particolare, sulla strage di via d'Amelio, diversi pentiti si sarebbero inseriti nel raccontare le loro verità solo dopo che erano emersi nuovi nomi nelle accuse degli inquirenti. Tra questi, figurerebbero anche pentiti che non erano di Cosa Nostra, come Nino Lo Giudice, che un tempo era a capo di un clan di Reggio Calabria. Il "Nano", così era soprannominato, sapeva, ma non lo aveva mai detto prima, che a fare saltare in aria il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato il poliziotto Giovanni Aiello, uomo da qualche anno morto d'infarto, su cui si era concentrato l'imbuto dei misteri. Glielo avrebbe confidato anni prima Pietro Scotto, quando erano insieme in carcere all'Asinara. Non solo, sempre a dire del "Nano", anni dopo lo stesso Aiello avrebbe pure partecipato all'omicidio dell'agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio nel 1989. Le sue dichiarazioni, rese a Reggio Calabria, furono trasmesse alle Procure siciliane. Inutile dire che parliamo di un pentito che in diverse occasioni è risultato inattendibile, parla e ritratta a seconda di come tira il vento.
Quei pentiti che il più delle volte hanno l'attitudine a compiacere la pubblica accusa - Ma ogni tanto c'è anche un giudice a Berlino. Nelle motivazioni della sentenza del 2013, che assolse l'ex Ros Mario Mori e Mario Obinu nel processo clone sulla Trattativa, il giudice Mario Fontana puntò il dito contro quei collaboratori di giustizia, che il più delle volte hanno l'attitudine a compiacere la pubblica accusa. Il giudice parla di cautela nelle valutazioni, perché "non consentono, in via astratta, di escludere che le indicazioni fornite siano state indotte dalla volontà di compiacere gli inquirenti, in dipendenza della particolare importanza che alle stesse indicazioni sarebbe stata attribuita". La notazione che si legge nelle motivazioni vale, in particolare, per il pentito Giovanni Brusca "nelle cui dichiarazioni si devono registrare aggiornamenti inediti, seguiti a una nuova inchiesta giudiziaria promossa nei suoi confronti, e svariate oscillazioni, concernenti indicazioni di notevole rilievo, che potrebbero essere state influenzate da improprie interferenze inquinanti, collegate a notizie di stampa relative a pregresse acquisizioni dibattimentali".
Non solo Fontana, ma pure Marina Petruzzella che nelle motivazioni dell'assoluzione di primo grado dell'ex ministro Calogero Mannino (assoluzione - dove smontata il teorema trattativa stato mafia - confermata in cassazione), scrisse che le interpretazioni del collaboratore di giustizia erano state "suggerite dalle molteplici sollecitazioni, ricevute nel corso di interrogativi, a volte anche molto sofisticati, degli inquirenti e dalle contestazioni fattegli durante i suoi esami".
Lo Stato magnanimo con Giovanni Brusca - Eppure con Brusca, proprio perché pentito, lo Stato è stato magnanimo. Ha sciolto nell'acido un bambino, Giuseppe Di Matteo, per zittire il padre che pentito lo era diventato prima di lui. Ha "scannato" tante persone da non ricordare l'esatto numero delle vittime. Forse cento, addirittura centocinquanta. Ha schiacciato il telecomando dando il via all'inferno di Capaci. Niente ergastolo per tutto questo, ma una condanna a trent'anni che finirà di scontare il prossimo novembre nel 2021 e una sfilza di permessi, un'ottantina, alcuni dei quali per trascorrere le festività a casa. Non si saprà mai quanta sincerità ci sia nella richiesta di perdono, peraltro tardiva, rivolta da Brusca ai parenti delle vittime che ha ammazzato. Certe, invece, sono le contraddizioni che hanno da sempre accompagnato i suoi racconti. Il sospetto che dica ciò che i PM vogliono sentirsi dire è abbastanza concreto. Tanti pentiti rischiano di comportarsi così. Il pentitismo è importante, ma pochi Pm seguono le orme di Falcone: vagliare le dichiarazioni dei pentiti, senza assecondarli. E se raccontano menzogne, inquisirli per calunnia.
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