di Giuliana Sias
tpi.it, 5 dicembre 2020
Quasi 3mila detenute e detenuti italiani sono in sciopero della fame. Protestano perché si ammalano di Covid in carcere, perché il sovraffollamento è un problema antico ma soprattutto durante questa pandemia non può continuare ad essere ignorato, perché da marzo non hanno diritto a contatti con l'esterno e non ne avranno nemmeno durante le festività.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 dicembre 2020
Nelle nostre carceri i muri raccontano soprattutto storie di sofferenza, afflizione, privazioni. Eppure le condizioni perché raccontino altro, circondando in maniera più dignitosa la vita di chi deve scontare una pena, ci sono. Abbiamo le norme: Costituzione e ordinamento penitenziario. Abbiamo la linea dettata dall'Europa: basta con trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. Abbiamo l'esempio di altri Paesi: Spagna, Francia, Austria, per citare i più vicini. Cosa ci manca? Innanzitutto l'input della politica, ancora troppo preoccupata a raccogliere consensi tra l'opinione pubblica che pensa di risolvere i problemi della sicurezza usando il carcere come unica risposta. E poi un salto di qualità a livello culturale. Non è un castello in aria.
Le basi sono rappresentate dalle forze culturali che da tempo si impegnano per un carcere più umano e possibile. Tra queste c'è l'architetto Cesare Burdese, esperto in edilizia e architettura penitenziaria. Nella sua lunga carriera ha preso parte a Commissioni e tavoli tecnici, studi e dibattiti anche a livello internazionale. È stato tra gli esperti convocati dall'allora ministro Orlando per gli Stati generali dell'esecuzione penale per studiare progetti che la politica ha poi lasciato sulla carta.
Un carcere diverso è ancora possibile? "Sì, ma bisogna superare l'idea del recinto e l'architetto ci può insegnare come. Abbiamo esempi all'estero che funzionano e abbiamo semi gettati in questi anni di studio e impegno", sottolinea Burdese che due giorni fa ha tenuto una lezione agli studenti di Architettura della Federico II nell'ambito del laboratorio coordinato dalla professoressa Marella Santangelo, responsabile del polo universitario penitenziario in Campania.
C'è però un nodo irrisolto su cui Burdese punta l'attenzione: in Italia gli architetti sono esclusi dalla progettazione carceraria e l'edilizia penitenziaria dovrebbe entrare nel normale percorso universitario. "È importante che il mondo culturale dell'architettura, insieme al mondo giuridico, all'università, alla società civile, faccia crescere il fronte culturale per collaborare a un rinnovamento architettonico anche nelle carceri. Che non vuol dire riempire l'Italia di recinti, ma vuol dire strutturare il territorio con delle risposte spaziali adeguate affinché la pena sia quella che dice la Costituzione, quella a cui si fa riferimento nell'ordinamento penitenziario, quella che ci indica l'Europa, dove il carcere inteso nel senso più tradizionale del recinto sia davvero l'extrema ratio".
Il carcere, dunque, dovrebbe essere un argomento che politici e burocrati dovrebbero affrontare confrontandosi con altri esperti, che siano architetti, psicologici, insomma figure impegnate per il reinserimento sociale di chi sconta la pena. "Insegniamo agli studenti a progettare carceri come si progettano chiese, ospedali, scuole. Il carcere - sottolinea Burdese - non è una struttura pubblica di secondo piano, non c'è una graduatoria, non è di serie B. Il carcere è abitato dai detenuti e da chi lavora all'interno delle strutture penitenziarie, quindi bisogna parlare di utenza a vario titolo". E per questo, oltre che per quei principi di tutela della dignità umana e di funzione rieducativa della pena, il carcere dovrebbe diventare un luogo più vivibile. Un luogo dove i muri non circondano solo vite di privazione e sofferenza "ma di aspirazioni verso un futuro migliore per chi sconta la pena, di civiltà, organizzazione, qualità, cultura".
"Occorrerebbe creare - spiega Burdese - un sistema di architetture che progressivamente sono sempre più aperte". Come quelle spagnole, dove la cella è il luogo dove il detenuto dorme non dove vive per tutto il tempo della pena, dove il carcere è una metafora della città con luoghi per il lavoro, per la socialità e per l'affettività, e dove la reclusione viene progressivamente abbandonata man mano che si prosegue nel percorso di reinserimento. O come le carceri francesi, rinnovate in tempi record e adeguate agli spazi di vita e reinserimento sociale del detenuto. O, infine, le carceri austriache dove persino l'arte contemporanea diventa parte integrante dell'architettura penitenziaria.
di Ilaria Tirelli
leurispes.it, 5 dicembre 2020
Tutelare la salute è stato, ed è tutt'oggi, l'imperativo della pandemia. Una priorità che ha riguardato tutti, e in modo particolare alcune categorie come quella delle madri detenute con figli al seguito.
A loro favore, si articola l'emendamento alla Legge di Bilancio promosso ieri dall'On. Paolo Siani, con il sostegno delle associazioni Cittadinanzattiva, A Roma Insieme-Leda Colombini e Terre des Hommes; l'emendamento prevede l'istituzione di un fondo dedicato in grado di garantire le risorse necessarie per sostenere l'accoglienza, al di fuori del circuito penitenziario, di detenute madri con figli al seguito. Come sostenuto dall'On. Siani, si tratta di un piccolo fondo che non sottrarrebbe risorse ad altre attività; tuttavia, una tale iniziativa assicurerebbe a quei 34 bambini reclusi nelle carceri del nostro Paese di avere un'infanzia come tutti gli altri. La presenza di minori all'interno delle carceri italiane costituisce un grave paradosso del nostro sistema legislativo, nonostante qualsiasi legge o protocollo d'intesa sia sempre stato finalizzato, in primis, alla tutela dei diritti di bambini e adolescenti che si trovano in condizioni di detenzione genitoriale.
Madri recluse con bimbi: i numeri in Italia - Come si ricordava nel 32° Rapporto Italia dell'Eurispes, ad oggi esistono in Italia cinque Istituti carcerari femminili: Rebibbia Femminile, Pozzuoli, Empoli, Venezia Giudecca, Trani, per la fase di esecuzione della pena e vi sono 49 sezioni femminili all'interno di altri Istituti penitenziari. La presenza dei bambini in carcere ha registrato un aumento considerevole soprattutto nel biennio 1998-2000, quando il numero è quasi raddoppiato. Successivamente, si sono verificati incrementi e diminuzioni più o meno sistematici negli anni 2003-2010, e negli ultimi due, tre anni, si è manifestato un picco di presenze, riportando il dato più o meno alla situazione di partenza.
Secondo gli ultimi aggiornamenti della sezione statistica del Dap (30 novembre 2020), nel circuito penitenziario risultano esserci 31 madri detenute con 34 figli al seguito, un numero notevolmente diminuito rispetto a quello che si registrava al 31 gennaio 2020, quando le madri presenti erano 52 e i figli al seguito 57. Tuttavia, i numeri continuano a preoccupare, anche perché è previsto che il bambino, finché rimane con la madre, debba restare nelle sezioni nido del carcere fino al compimento del terzo anno di età; dopo, deve andar via o con un parente, o tramite un affidamento temporaneo. Nelle case famiglia protette, invece, i bambini possono rimanere fino ai dieci anni di età. Ovviamente si cerca di favorire il più possibile l'uscita dal carcere dei minori, circostanza, tuttavia, impossibile se le madri devono scontare pene molto lunghe, con la conseguenza che i bambini sono costretti a continuare a vivere in questa realtà.
Trovare un'alternativa al carcere - Quello che è successo durante il lockdown nel carcere femminile di Rebibbia ha dimostrato che è possibile adottare soluzioni alternative al fine di permettere a madri e figli di vivere in condizioni di sicurezza continuando, comunque, a scontare la propria pena. Il Dl. n. 18/2020 prevedeva, infatti, di estendere "fino al 30 giugno 2020, la disciplina già prevista a regime dalla legge n.199 del 2010, in base alla quale la pena detentiva non superiore a 18 mesi, anche se parte residua di maggior pena, può essere eseguita presso il domicilio", proprio perché gli Istituti penitenziari non erano ritenuti luoghi sicuri al livello sanitario per l'assenza di mascherine, gel disinfettante, nonché per il contagio che poteva essere potenzialmente veicolato dagli agenti di Polizia penitenziaria o da tutti coloro che avevano contatti con l'esterno.
Il decreto ha avuto da subito effetti positivi, semplificando notevolmente le procedure di rilascio per reati meno gravi e facendo registrare, di conseguenza, una diminuzione delle presenze nelle carceri italiane. Prima della pandemia (31 gennaio 2020) erano 15 le madri e 15 i bambini reclusi nella sezione femminile di Rebibbia; successivamente, applicando le nuove direttive, alcune madri hanno potuto scontare la pena ai domiciliari, una è stata accolta in casa famiglia e altre sono uscite avendo concluso i termini di condanna. Al 31 novembre 2020, le madri in carcere erano 5 e i bambini 5, con un drastico calo delle presenze.
Oltre alle difficoltà sanitarie, il Covid-19 - e il conseguente lockdown - ha significato per le carceri l'interruzione delle attività di volontariato, nonché dei contatti con parenti o amici esterni. Per i bambini tutto questo si è tradotto nella sospensione di laboratori didattici, attività ricreative, servizi di asilo nido, contatto con i propri cari.
La prevenzione e la sicurezza sanitaria all'interno di un'entità chiusa e limitata come il carcere dovrebbe essere un obiettivo più facile da perseguire. Tuttavia, dal momento che inefficienze e carenze si sono manifestate in tutti i settori della società - scuola, sanità, trasporti per elencare solo quelli in cui le difficoltà si sono palesate in modo più eclatante - sia nella prima sia nella seconda ondata del virus, è bene adottare fin da subito soluzioni alternative, perché come sostenuto dall'On. Siani "esistono in Parlamento soluzioni di buon senso e percorribili anche nell'immediato perché nelle carceri italiane non ci siano più bambini innocenti con le loro mamme". La presenza di bambini dietro le sbarre è un tema sul quale da tempo si invocano interventi e riforme e, forse, proprio per l'esigenza di agire prontamente, questa pandemia può rappresentare un punto di svolta.
di Filippo Facci
Libero, 5 dicembre 2020
Gli italiani si affacciano virtualmente dai balconi ma non cantano più l'inno di Mameli, e non rassicurano i passanti dicendo che finirà bene: ma invocano la pena di morte e poi rientrano in casa spaventati, anche perché fa freddo.
È la più brutta Italia di sempre (dopoguerra permettendo) ed è quella che risulta fotografata dal 54° "Rapporto sulla realtà sociale del Paese" a cura del Censis, uno degli istituti più seri che ci restano. La parola chiave di questo Rapporto purtroppo è "morte", intesa come sfondo e timore del Coronavirus ma anche come impennata dei favorevoli alla pena capitale (il 44 per cento degli italiani, quasi uno su due) con una morale finale che lo storico direttore del Censis, Giuseppe De Rita, ha cristallizzato in uno slogan che rispolvera un tratto storico della nostra psicologia collettiva: "Meglio sudditi che morti".
C'è pure, si diceva, il "meglio morti che in galera" rispolverato per chi compia dei reati ritenuti abietti: che non è una conseguenza legata al cinismo del Paese che invecchia, ma all'apparente ignoranza e maggior spavalderia "da social" nell'invocare la soppressione della vita altrui: lo dimostra che le percentuali più alte - spiega il Censis - sono tra i 18-34enni, forse i più ignari non tanto delle lezioni di Cesare Beccaria, quanto dei semplici dati sull'effettiva deterrenza della pena di morte nei vari Paesi del mondo: tra i Paesi che l'hanno abolita e quelli che la mantengono, i più pericolosi continuano a risultare quest' ultimi, con tassi di omicidi addirittura in crescita.
Ma l'improvvisa domanda di pena di morte, da noi, ha più l'aria di un riflesso che di una riflessione: "C'è un rimosso in cui pulsano risentimenti antichi e recentissimi di diversa origine, intensità, cause", si legge nel Rapporto, "e non sorprende, quindi, che persino una misura assolutamente indicibile come la pena di morte torni nella sfera del praticabile". Insomma, alla fine c'è un Paese impaurito e con un tessuto sociale sfilacciato. Nel 2017 c'era l'Italia del rancore, con la politica che già inseguiva i like; il 2018 era l'anno di un'Italia severa col migrante e con le sue colpe vere o non vere; il 2019 invece era un anno di incertezza e di sfiducia: così il 2020 è diventato l'anno del terrore di un virus (vero) che a sua volta ha innescato una malcelata paura del futuro. Da qui una società civile al lumicino.
Il 38,5 per cento si dice pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, quindi accetta dei limiti al diritto di sciopero e alla libertà di opinione e soprattutto di circolazione. Il 77,1 per cento chiede pene severe per chi non indossa le mascherine di protezione o non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento. Il 76,9 per cento è convinto che chi ha commesso i principali errori, nell'emergenza, siano i politici o i dirigenti della sanità o altri, e pensa che debbano pagare per gli errori commessi: ma in concreto gli italiani non fanno nulla perché ciò accada, si tengono questo governo come ci si tiene un herpes.
Il 56,6 per cento, poi, chiede il carcere per i contagiati che non rispettino le quarantene, e il 31,2 per cento addirittura non vuole che vengano curati o vuole che lo siano in coda agli altri. Insomma, la socialità è ai minimi storici, e la tensione "securizzatrice" non ha prodotto solo un crollo verticale del Pil per via di politici unanimemente riconosciuti come incapaci, ma ha imbolsito il già scarso orgoglio civico e democratico: il 57,8 per cento è evidentemente disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, delegando senza problemi le decisioni su quando e come uscire di casa, su che cosa è autorizzato o non lo è, sulle persone che si possono incontrare e sulle limitazioni alla mobilità.
Borbottanti e incattiviti, ma sudditi, proni a un re che non c'è: "Privi di un Churchill a fare da guida nell'ora più buia, capace di essere il collante delle comunità", si legge, "il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data, alla rissosità della politica e ai conflitti interistituzionali".
Non resta che accendere i riflettori, come fa il Censis, su problemi che già conoscevamo ma che si sono ora accentuati, al punto da apparire sottovalutati: mai così profonda si è manifestata la frattura tra i garantiti e i non garantiti, che in questa fase temono la discesa agli inferi della disoccupazione. Pagano il conto in particolare giovani e donne: per loro sono stati già persi quasi 500mila posti di lavoro.
Anche nel giorno in cui il Covid fosse imbrigliato, solo il 13 per cento sarebbe disposto a rischiare per aprire un'impresa. Resta il luogo comune, ormai accettato come un fato immutabile: viviamo il momento peggiore possibile con il governo peggiore possibile, non sappiamo quanto doloso nel suo agire - perché il dolo implica intelligenza - e nel suo terrorizzare gli italiani ogni giorno di più. È questa la cosa che fa più paura: a comandare sono i peggiori ma neppure lo sanno, e fanno danni irrecuperabili, ma forse non lo fanno neanche apposta.
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 5 dicembre 2020
Miseria e brutalità nel Paese di Beccaria. Che la violenza, nelle sue forme subdole e in quelle più eclatanti, sia divenuta un'ovvia quotidianità non è sorprendente. Ciascuno potrebbe attingere alla propria esperienza per raccontare episodi di cui è stato vittima, o almeno testimone, nello spazio reale e in quello virtuale. Per non parlare di quel che si apprende dalla cronaca.
Ma chi avrebbe potuto immaginare che nel paese di Beccaria, nell'Italia rinomata per l'indole mite, quasi la metà dei cittadini sarebbe stata favorevole alla pena di morte? La percentuale del 43,7% è già sconcertante. Sennonché lo sconcerto diventa un vero sbigottimento colmo d'angoscia di fronte alla percentuale che sale al 44,7% tra i giovani.
Quando si parla di pena di morte vengono in mente le carceri americane della Georgia e del Texas, dove i condannati sono assassinati con iniezioni letali; oppure si pensa alla Corea del Nord, all'Iraq, all'Iran, insomma a quei regimi che nulla vogliono sapere dei diritti umani. Com'è possibile che così tanti cittadini italiani, se interrogati, si dichiarino propensi a far uccidere il colpevole?
Brutalizzazione, degrado culturale, mancanza di prospettive, miseria materiale, vuoto esistenziale, aggressività divenuta cifra della sfera pubblica, diffusione di odio, acredine, livore: sono tutte concause che hanno contribuito a far cadere ogni barriera. D'altronde risuonano spesso le parole di vendetta: "deve restare in carcere e marcire", "devono buttare via le chiavi".
Io sono vittima e l'altro è colpevole, anzi, è la causa di tutti i miei mali. Non si deve dimenticare infatti che la violenza richiede immaginazione. La catastrofe della pandemia spinge moltissimi al vittimismo esasperato che ha coloriture complottistiche. Sta qui la fonte di una terribile promessa di violenza articolata ormai senza reticenza.
da Consulta della Magistratura Onoraria
Il Riformista, 5 dicembre 2020
Lavorano accanto alla magistratura professionale. Giudici e pm anch'essi, cui lo Stato ha devoluto oltre il 50% degli affari civili di primo grado, oltre l'80% nel penale, ma senza alcun giusto riconoscimento. Pagati a cottimo, privi di tutele.
Non tutti i Magistrati sono uguali, non nei diritti almeno. Nell'immaginario collettivo il Magistrato gode di una condizione lavorativa stabile, quasi invidiabile, cui è sconosciuto lo svilimento proprio di altre categorie, anche nel settore pubblico. Ma non è così per tutti. Il Covid-19 ha scoperchiato il vaso di Pandora, ha liberato tutte le aberrazioni cui i 5000 magistrati onorari italiani sono soggetti nel quotidiano esercizio delle proprie funzioni, da oltre 20 anni.
Costoro lavorano accanto alla Magistratura professionale, giudici e pubblici ministeri anch'essi, cui lo Stato ha devoluto oltre il 50% degli affari civili di primo grado di giudizio, oltre 1'80 % nel settore penale, ma senza alcun corrispondente riconoscimento. Per lo Stato italiano costoro, impiegati senza soluzione di continuità ed in misura sempre maggiore, pena il collasso del Sistema, non sono lavoratori, non spetta loro alcun diritto.
Le Associazioni componenti la Consulta della Magistratura Onoraria, unitamente alle altre rappresentative della categoria, hanno cercato a più riprese, ad oggi senza esito, un dialogo col Ministro Bonafede per ricondurlo a considerare le incivili condizioni di lavoro - e non di filantropico esercizio - in cui operano. In una recente lettera al Ministro, le Associazioni hanno chiesto un incontro, in una fase drammatica, per ricordare come questi magistrati "non abbiano alcuna assistenza per la malattia alla quale sono esposti massivamente, presenziando in udienza per interminabili giornate, con un carico in perorartene crescita anche per via dei ritardi dovuti alla prima fase pandemica. Assenti - per loro - collaboratori di segreteria che li coadiuvino nelle attività propedeutiche e successive, i Magistrati Onorari accedono quotidianamente agli uffici giudiziari, ove non ci sono spazi sufficienti per garantire efficacemente il distanziamento sociale, con conseguente esposizione al rischio elevatissima. E, tutto questo, senza alcuna tutela della malattia".
Eppure costoro, come ogni magistrato, sono sottoposti a valutazioni di professionalità, efficienza e di produttività, il cui severo accertamento è devoluto al Csm, ma si ritiene equo compensarli a cottimo, con un misero gettone di presenza pari a 98 euro lordi, dal 2003 mai indicizzato, senza alcun ulteriore riconoscimento economico, neanche in caso d'incolpevole assenza, sia pure perché malati di Covid-19 o in isolamento fiduciario. Lo Stato Italiano, monitorato speciale della Commissione Europea, come recentemente ribadito, per il quale è prossima l'ennesima procedura d'infrazione per violazione dei loro diritti, mantiene questi lavoratori in una "condizione ripugnante", locuzione usata proprio dalla coalizione al Governo per definire l'identica condizione in cui sono tenuti, da datori di lavoro privati.
"Risulta ancor più ripugnante - hanno sottolineato i rappresentanti delle toghe onorarie al Ministro - laddove sia lo Stato a riservare un identico disumano trattamento a chi amministra Giustizia, uno dei settori portanti di qualsivoglia democrazia moderna, unitamente a Sanità e Istruzione". Non si può tacere, poi, la gravità delle parole espresse sul tema dalle senatrici Valente ed Evangelista, relatrici per la maggioranza dell'ennesimo disegno a finanza invariata di riforma del settore: l'irricevibilità delle legittime richieste di questa categoria di lavoratori viene attribuita, dalle due esponenti parlamentari, a scelte operate dall'entourage ministeriale, ora come nel 2017, allora Guardasigilli Andrea Orlando, nello specifico dalla sua componente magistratuale (professionale).
Verrebbe da dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio, se non fosse che quanto emerso è ancora più allarmante: non solo, cambiando il protagonista di Via Arenula, appare immutata l'investitura meramente formale di un molo delegato ad altri, ma tale abiura pare un virus ad espansione rapida che porta a piegarsi al diktat dei tecnocrati anche i titolari di mandato parlamentare, investiti direttamente per elezione e tenuti esclusivamente ad operare, nel rispetto della Costituzione, per l'efficienza e il buon andamento della Pubblica Amministrazione e dei cittadini che, soggetti attivi o passivi, ne fanno parte.
Pur di non dispiacere all'impianto imposto dalla componente, decisamente minoritaria, di magistrati prestati alla politica, invece, in spregio anche ai reiterati dell'Ue al ripristino dello stato di diritto, l'attuale Legislatore decide di mantenere questi lavoratori essenziali in una condizione che mina l'autonomia e indipendenza della funzione magistratuale stessa, persistendo, per il futuro come per il passato, in una dimensione da legislazione lavoristica di fine '800.
Nessuna tutela della malattia, della maternità, nessun riconoscimento previdenziale, imponendo il versamento di contributi interamente a carico del lavoratore, nessun adeguamento dei riconoscimenti retributivi alla quantità e qualità del servizio reso.
È certamente singolare che, mentre la Magistratura al Ministero insista per una politica soppressiva, la Magistratura negli Uffici giudiziari sottolinei invece l'imprescindibile apporto della consorella onoraria, avanzando al Ministro, in un recente documento sottoscritto dal nuovo Comitato Direttivo dell'Anm, richiesta di un maggior impiego di questa componente formata ed essenziale dell'Ordinamento.
Evidentemente è assai diverso l'obiettivo perseguito, non di carattere politico a difesa della casta, ma di efficienza del Sistema e buon andamento della res publica che non può prescindere da una componente impiegata quotidianamente nelle medesime attività, tenuta ai medesimi doveri, ma privata dei più basilari diritti. Per sostenere la bontà di un simile impianto, poi, fedele alle direttive imposte per sua stessa ammissione, il nostro Legislatore ha deciso di puntare, nell'imbarazzo generale, al coup de diecine: qualificare quali lavoratori autonomi i magistrati onorari italiani
Non è concepibile, né previsto in alcun Ordinamento dell'Ue, che un Legislatore nazionale ipotizzi di appaltare una quota considerevole di giurisdizione, nel settore sia civile che penale, a liberi professionisti del diritto, solo per giustificare a un distratto lettore che trattasi di escamotage meramente formale per violarne le prerogative giuslavoristiche.
Non basterà ad evitare né la procedura d'infrazione, né il profluvio di cause davanti al giudice del lavoro, né le responsabilità dello Stato per i costi conseguenti, incidenti sulle proprie casse e sui cittadini. Dopo aver sfruttato per oltre 20 anni lavoratori a costi irrisori, con un capitolo di bilancio loro riservato pari a un decimo delle risorse stanziate per gli omologhi magistrati professionali, lo Stato, asseritamente garante dell'efficienza, del buon andamento e dell'imparzialità del Sistema Giustizia, ora pensa di adempiere a questo dovere non riconoscendo i legittimi diritti loro spettanti, che assicurino la doverosa indipendenza nell'espletamento delle funzioni ed il ritorno alla legalità, non rispettando il proprio mandato parlamentare e, di riflesso, la Carta Costituzionale, bensì creando una figura di business owner della Giustizia, con ricadute ancor più devastanti sull'azzoppato Sistema e le sue casse. Ma con buona pace dei collaboratori in toga del Ministro di turno.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 5 dicembre 2020
Il bilancio del prefetto Raffaele Cannizzaro che lascia l'incarico di commissario per le vittime di mafia e dei reati intenzionali violenti. "Oggi quello che è successo ai figli di Marianna Manduca non potrebbe più accadere. Porteremo in teatro le storie di due donne-simbolo".
Se ne va lasciando il cuore a Crotone, a quella torta di compleanno che si continua a tagliare in memoria del piccolo Dodò, ucciso per sbaglio su un campo di calcetto a 11 anni. Ma anche con la consapevolezza che oggi un altro caso come quello dei figli di Marianna Manduca, chiamati a restituire allo Stato un risarcimento da 250.000 euro per la loro mamma uccisa dal marito, oggi non potrebbe più verificarsi e anche con la soddisfazione di aver finalmente liquidato i primi due assegni di sostegno alle famiglie affidatarie di minori orfani di femminicidio.
Prefetto Raffaele Cannizzaro, lascia l'incarico di commissario per le vittime di mafia e dei reati intenzionali violenti con importanti passi avanti nel sostegno a questi ragazzi. Il premier Conte, dopo l'inchiesta di Repubblica, ha annunciato che lo Stato rinuncerà a quanto richiesto agli orfani di Marianna Manduca...
"Non è un caso che dipendeva dal mio ufficio ma oggi, certamente, con le nuove norme una vicenda del genere non potrebbe più verificarsi. Abbiamo varato una norma importantissima che è un "unicum" nel panorama europeo e che ci consente di intervenire a sostegno degli orfani di femminicidio subito, senza attendere una sentenza del processo e neanche una richiesta di rinvio a giudizio. L'aiuto ai minori va dato tempestivamente. Possiamo operare direttamente sugli atti di indagine, se poi (anche dopo anni) dovesse venire fuori che non si trattava di un femminicidio ma di un delitto per altra causa, non chiederemo mai i soldi indietro. Abbiamo comunque assistito dei minori ed è interesse dello Stato crescere dei cittadini veri".
La legge c'è ma diverse famiglie che si sono fatte carico dei bambini rimasti soli lamentano che è molto difficile e farraginoso accedere a questi fondi che per loro invece sono vitali. E infatti avete liquidato i fondi di sostegno solo in due casi...
"È vero siamo solo all'inizio, ci sono 2.000 persone oggi in questa situazione ma siamo riusciti a liquidare l'assegno di sostegno (300 euro al mese) alle famiglie affidatarie di due ragazzi che hanno vissuto un dramma terribile: la prima è una tredicenne rimasta solo con la sorella oggi diciannovenne, figlia di un carabiniere che nel 2012 a Palermo uccise la moglie e poi si tolse la vita; il secondo è un ragazzino di 15 anni, anche lui vittima di una tragedia identica, adesso affidato allo zio in una città del centro nord. Da luglio è in vigore il regolamento che ha semplificato in modo enorme le procedure, abbiamo pubblicato i moduli per le domande sul sito e tutti i documenti da produrre sono in autocertificazione. Saremo noi ad accertare i requisiti. Resta il fatto che purtroppo sono in pochi a conoscere questa opportunità".
E proprio per questo vi è venuto in mente di portare queste storie a teatro, ma anche nelle scuole e nelle università raccontando di Lia e Teresa?
"Sì, è una iniziativa di cui sono molto orgoglioso, un'opera teatrale che abbiamo affidato a Isabel Russinova e da cui verrà tratto anche un cortometraggio per scuole e università. Sarà una libera interpretazione, una simbiosi di due storie che mettono insieme mafia e femminicidi. Quella di una donna siciliana, figlia di un boss uccisa con il consenso del padre per una sua presunta relazione extraconiugale, lasciando un bambino che 30 anni dopo ha rifiutato il lavoro offertogli dal nonno chiedendo e ottenendo da noi il risarcimento giudiziario, e quella di una donna di Napoli uccisa per aver denunciato l'uomo che aveva abusato di sua figlia".
In questi due anni di mandato avete portato a 60.000 euro il risarcimento per gli orfani, previsto borse di studio e rimborso delle rette di collegi e convitti, spese sanitarie e progetti per la formazione e l'occupazione di questi ragazzi. Norme e regolamenti, ma qual è il ricordo più emozionante che porterà con sé?
"A Crotone, la "festa" di compleanno di Dodò, Domenico Gabriele, ucciso a 11 anni nel 2009. Ai suoi genitori abbiamo riconosciuto il risarcimento per quell'unico figlio che hanno perso, loro ne onorano la memoria nel giorno del compleanno con una torta con tanto di candeline a cui sono stato invitato. Hanno fondato un'associazione che lavora per la legalità per onorare la memoria di Dodò - dice il padre - facendo in modo che tutti i bambini oggi possano scegliere da che parte stare. E sono felice che i soldi del risarcimento siano spesi cosi".
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 dicembre 2020
Strasburgo bacchetta l'Italia per l'inerzia nell'applicazione della legge sui risarcimenti per l'irragionevole durata dei processi. La "legge Pinto", che disciplina il diritto a un'equa riparazione per l'irragionevole durata di un processo, andrebbe esteso anche alle indagini preliminari, nel caso in cui la parte lesa abbia esercitato almeno uno dei diritti procedurali previsti dal codice di procedura penale in caso di durata eccessiva.
È quanto contesta il comitato dei ministri del Consiglio d'Europa all'Italia, bacchettata per l'inerzia nell'applicazione della legge Pinto. Insomma: il nostro Paese è lento anche quando si tratta di risarcire le lentezze del sistema giustizia. Lentezze che pesano sulla vita delle persone, a volte distruggendola per sempre. Il comitato ha chiesto così alle autorità italiane di agire con rapidità e fornire informazioni su quanto fatto non oltre il 31 marzo prossimo.
Pur apprezzando "gli sforzi delle autorità italiane" per garantire una durata ragionevole delle indagini preliminari e dei procedimenti amministrativi, il comitato ne critica comunque l'effettiva capacità di affrontare le questioni sollevate dalle sentenze Cedu relative ai risarcimenti per irragionevole durata del processo. Esprimendo "profondo rammarico" per il fatto che non siano state fornite "informazioni pertinenti e complete sulle questioni evidenziate dal Comitato nella sua decisione del settembre 2019", relativa alle restrizioni della normativa del 2012, ovvero l'esclusione di procedimenti di durata pari o inferiore a sei anni e il tetto al risarcimento, l'inefficacia della legge "Pinto" nell'ambito del procedimento giudiziario amministrativo e, appunto, l'impossibilità di applicarla alle indagini preliminari troppo lunghe.
Un problema, questo, al quale il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha tentato di porre rimedio con un ddl di riforma del processo penale che prevede l'introduzione della valutazione del giudice in merito alla eventuale retrodatazione dell'iscrizione dell'indagato nell'apposito registro e la conseguente sanzione di inutilizzabilità degli atti di indagine realizzati a termini già scaduti. Se, per il comitato, è positivo il tentativo dell'Italia di ridurre la durata della fase delle indagini preliminari per mitigare gli effetti della prescrizione, dall'altro la legge "Pinto" non consente ancora a una parte lesa di essere risarcita in caso la giustizia lumaca riguardi la fase d'indagine. Una situazione in conflitto con la sentenza Arnoldi pronunciata dalla Cedu - che aveva valutato come irragionevole durata proprio quella relativa alle indagini preliminari, durate sette anni - e deve essere affrontata rapidamente.
Che la nostra giustizia non piaccia agli osservatori esterni è un fatto noto: secondo il "Global competitiveness index", infatti, l'Italia si colloca al 130esimo posto su 141 Paesi censiti per capacità di "risolvere le controversie" ed al 126esimo posto per "efficienza del sistema legale in caso di contestazioni sulla normativa". Un altro studio, elaborato dalla commissione del Consiglio d'Europa specializzata nella valutazione dei sistemi giudiziari (Cepej), pone l'Italia al 35esimo su 42 paesi monitorati per efficienza del sistema giudiziario. Un rapporto dal quale si evince che In Italia il tempo medio per arrivare a una sentenza in primo grado in un processo penale, nel 2018, è stato il più elevato d'Europa: 361 giorni contro una media di 144 giorni.
Il comitato ha dunque sottolineato l'importanza di garantire l'efficace funzionamento della legge "Pinto" e di impedire un nuovo flusso di ricorsi ripetitivi alla Corte derivanti da carenze interne al sistema giudiziario italiano, invitando ancora una volta le autorità ad affrontare rapidamente le questioni in sospeso. Anche in tal senso viene criticata la disposizione che esclude qualsiasi possibilità, a livello nazionale, di presentare reclamo per procedimenti della durata di sei anni o meno, in quanto ciò incoraggerebbe i ricorrenti a portare i loro casi direttamente alla Corte europea.
Altrettanto problematica è la previsione secondo cui il risarcimento non può superare il valore in gioco nella causa principale, in quanto la Cedu considera la somma in gioco come uno degli elementi di valutazione del risarcimento per eccessiva durata del processo. Sono diverse le richieste formulate dall'Europa all'Italia in tema di eccessiva durata dei processi. In primo luogo, si chiede la riduzione della durata media dei procedimenti civili in primo grado e dell'arretrato di cause civili pendenti da più di tre anni prima di arrivare a giudizio.
"I risultati devono essere consolidati nel contesto degli sforzi generali per affrontare l'eccessiva durata dei procedimenti dinanzi ai tribunali civili - afferma il comitato - e attraverso la risoluzione delle questioni in sospeso relative al rimedio compensativo introdotto dalla legge "Pinto" nel 2001". Tra le quali una rimozione del limite di budget disponibile, che dunque renderebbe impraticabile l'applicazione della norma. Ma la durata eccessiva riguarda anche i processi penali e amministrativi.
di Francesco Centonze*
Corriere della Sera, 5 dicembre 2020
La prima ondata pandemica ha puntualmente generato molteplici indagini penali nei confronti di medici impegnati nella gestione dei pazienti affetti da Covid-19. La stampa ha da ultimo dato notizia di un procedimento aperto, per omicidio colposo plurimo ed epidemia colposa, in relazione ai contagi avvenuti nell'ospedale di Sassari. Si pone pertanto con tutta evidenza il problema del crescente rischio giudiziario del personale medico.
Il contesto è dei più avversi per i sanitari: incertezza scientifica nell'affrontare problematiche inedite, scarsità delle risorse disponibili e, più in generale, condizioni di operatività perennemente emergenziali. I medici, nell'ambito di organizzazioni ospedaliere sottoposte a una continua tensione, sono chiamati a prendere decisioni difficili e a effettuare, caso per caso, un bilanciamento tra diversi interessi: la tempestività delle cure, le aspettative degli altri malati e l'opportunità di scelte terapeutiche "difensive".
Quali soluzioni dunque per contenere i rischi giudiziari dei medici? Le proposte volte a introdurre una causa di non punibilità per gli operatori sanitari non hanno - condivisibilmente - trovato il consenso del Parlamento. In realtà, piuttosto che cercare rimedi estemporanei, potrebbe essere sufficiente adoperare le regole esistenti in conformità ai principi costituzionali. In altre parole, è quanto mai indispensabile, nell'epoca della pandemia, un approccio giudiziario alla responsabilità sanitaria orientato al rigoroso accertamento della colpa medica e della causalità. L'"oltre ogni ragionevole dubbio" è una regola probatoria e di giudizio che consente una seria delimitazione delle condotte penalmente rilevanti. In questa prospettiva, la Procura Generale della Cassazione ha recentemente evidenziato "l'opportunità di identificare la regola cautelare di riferimento", in modo da verificare "se fosse esigibile un comportamento organizzativo e terapeutico diverso".
*Ordinario di diritto penale Università Cattolica, Piacenza
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2020
Viene meno l'elemento dell'invasività nella vita privata capace di generare il perdurante stato d'ansia. La pubblicazione di post "canzonatori" su un profilo Facebook pubblico non integra il reato di stalking. Così la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 34512/2020 ha fatto rilevare che per integrare il reato ex articolo 612 bis del Codice penale deve scattare quello stato d'ansia ingenerato da comunicazioni invasive della sfera privata quali sono, invece, gli sms telefonici o i messaggi di Whatsapp indirizzati direttamente alla "vittima".
Nel caso specifico il profilo pubblico creato dall'imputato assolto metteva in berlina il comportamento dei proprietari dell'appartamento che lui deteneva in locazione. Il profilo faceva in modo ironico rilevare come i proprietari pur essendo evasori fiscali per avergli affittato la casa in nero avevano poi comportamenti moralistici come quelli di tutela attiva per la salute degli animali. I post pubblicati dall'imputato sul profilo pubblico facevano sì che i propri locatari potessero leggerli solo per scelta volontaria. Inoltre, le loro generalità non venivano esplicitate anche se erano individuabili. Il tono sfottente dei post era comunque ascrivibile al legittimo esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, in particolare nella specie del diritto di critica.
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