di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 marzo 2021
Magistrati e personale amministrativo del comparto giustizia. Nel piano vaccinale stabilito dalla regione Campania i prossimi a essere vaccinati contro il Covid saranno loro. La notizia è stata data dal presidente della Corte d'Appello Giuseppe De Carolis e dal procuratore generale Luigi Riello, d'intesa con l'avvocato generale Antonio Gialanella. La decisione di procedere alla somministrazione del vaccino alle categorie del comparto giustizia è stata presa dopo un confronto tra i vertici degli uffici giudiziari napoletani e il governatore Vincenzo De Luca. Che sia un modo per accelerare un po' i ritmi della giustizia? Se lo augurano in tanti, soprattutto gli avvocati che in quanto liberi professionisti non sono contemplati in queste direttive che sono invece rivolte al personale della magistratura, quindi giudici e pm, e al personale amministrativo, quindi cancellieri, funzionari, assistenti.
Anche l'Ordine degli avvocati ha chiesto di avere una priorità nel piano vaccinale in considerazione del fatto che i legali sono parte integrante della giustizia intesa come servizio essenziale. Si vedrà. Intanto il prossimo step riguarderà magistrati e dipendenti della cittadella giudiziaria. Napoli come Milano, quindi. Circa un mese fa le organizzazioni sindacali del personale amministrativo avevano scritto ai vertici degli uffici giudiziari di essere ammessi tra le categorie da vaccinare con una certa priorità in questa fase 2 del piano vaccinale proprio portando l'esempio della Corte d'Appello di Milano che in questo senso si era già pronunciata ottenendo il via libera dalla Regione Lombardia. Ora c'è la decisione anche su Napoli.
Per i tempi bisognerà attendere la disponibilità delle dosi. Quindi, dopo le forze dell'ordine, si procederà a vaccinare gli altri operatori dei servizi pubblici essenziali, tra i quali quelli del comparto giustizia. "L'accoglimento della richiesta è motivo di soddisfazione tenuto conto della importante ed essenziale funzione che tutti noi svolgiamo", si legge nella nota di De Carolis e Riello. In attesa della data per cominciare, è stato nominato un referente distrettuale che provvederà a raccogliere i dati di tutti i magistrati e il personale amministrativo che intendevano vaccinarsi contro il Covid. E c'è da sperare che presto toccherà anche agli avvocati visto che il presidente dell'Ordine Antonio Tafuri aveva già avanzato la richiesta di inserire la categoria nel piano vaccinale della Regione e dalla Regione era arrivato, se non ancora un formale provvedimento, comunque una promessa che aveva acceso le speranze.
Il vaccino, quindi, è la chiave non solo per contestare la pandemia, ma anche per riportare la giustizia ai suoi ritmi ordinari. Da ieri la Campania è in zona rossa, la curva dei contagi indica che il Covid è ancora una minaccia, gli spostamenti sono limitati, le misure di sicurezza devono essere al massimo. E tutto questo ha delle inevitabili ripercussioni, per il momento, sui tempi della giustizia, sul numero di udienze che è possibile fissare ogni giorno, sul numero di magistrati, cancellieri, avvocati e utenti che possono frequentare le aule.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 10 marzo 2021
Michele Vietti, avvocato e giurista, in politica prima nel Ccd e poi nell'Udc, ha assunto la carica di vicepresidente del Csm dall'agosto 2010 al 2014, dopo esserne stato componente laico sin dal mandato 1998-2001. Il suo nome ricorre in diverse pagine del libro Il Sistema, in cui Alessandro Sallusti raccoglie le confessioni di Luca Palamara.
Il sistema Palamara che cos'era?
Una degenerazione delle correnti della magistratura che, messa in secondo piano la loro vocazione ad essere luoghi di elaborazione e confronto di idee e proposte di politica giudiziaria, si sono concentrate sulla spartizione di incarichi.
Sì, ma possiamo parlarne al passato?
Credo che la tentazione dell'autoreferenzialità sia forte, nella magistratura come in tutte le corporazioni e che non ci si possa affidare solo a predicozzi moralistici per invertire una tendenza che si è rivelata molto radicata e dagli effetti dirompenti. Solo una riforma che sia frutto finalmente dell'assunzione di responsabilità da parte della politica, può porre rimedio alle distorsioni che il "caso Palamara" ha portato alla luce e che non ci si può illudere di superare, come è successo in passato, affidandosi a patetiche "autoriforme" del CSM.
E questo in concreto come si traduce?
Certo se ci si continua a scandalizzare per quello che è successo senza fare assolutamente nulla, tra qualche tempo non dovrà stupire lo scoppio di una nuova puntata. Sono quasi due anni che si parla di Palamara ma non ho visto un solo intervento riformatore messo in campo da chi ne aveva la titolarità.
Nel libro di Palamara lei viene citato più volte. Quali furono i rapporti tra voi?
Non esito a dire che gli sono stato amico e l'ho frequentato a lungo nei vari ruoli istituzionali che ho ricoperto. Ne ho apprezzato la passione per il suo lavoro associativo e la capacità di rappresentare le istanze dei suoi colleghi. Avevamo sensibilità e stili diversi, ma questo non ci ha impedito di collaborare. Comunque il giudizio di onestà che mi rivolge in quella sede lo considero un complimento.
Anche lei fu parte di un sistema, era possibile andarvi contro?
Continuo a pensare che le correnti possano essere governate e non necessariamente subite: certo ci vuole autorevolezza, senso istituzionale e dignità del ruolo. E ci vogliono riforme incisive.
Una cosa che lei avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto, all'epoca?
Avrei voluto convincere i miei consiglieri ad essere più rigorosi nelle valutazioni periodiche, nelle progressioni in carriera e nel giudizio disciplinare: la legittimazione dei magistrati non viene dal consenso, come per gli esponenti degli altri due poteri, ma dalla selezione, dalla professionalità, dall'equilibrio, in una parola dalla credibilità, che l'organo di governo autonomo deve preservare come il bene più prezioso.
Una riforma complessiva del Csm è possibile? Quale?
Riforma della legge elettorale, incompatibilità tra ruolo amministrativo e disciplinare del consigliere, snellimento dei pareri, norma primaria sintetica per la nomina degli uffici direttivi che consenta di scegliere i migliori in forza di un atto politico e non di uno slalom tra requisiti contraddittori che giustificano forzature in nome di un ossequio formale, attribuendo al giudice amministrativo il ruolo di ultima istanza rispetto alle decisioni di chi la magistratura ordinaria dovrebbe governare. Queste e tante altre proposte sono sul tavolo. Non vedo però la volontà politica di attuarle.
Questo suo impegno di oggi in Finlombarda segna un taglio col passato?
Per la verità di diritto dell'economia mi sono occupato all'epoca della riforma del diritto societario e di quello fallimentare. Essere alla guida della prima finanziaria regionale italiana nonché dell'Associazione di tutte le finanziarie regionali mi onora e mi stimola per il grande ruolo che questi istituti potranno avere per la ripresa economica del Paese, anche veicolando le ingenti risorse del Recovery fund.
La Lombardia rappresenta ancora un esempio di innovazione?
La Lombardia è una tra le prime regioni d'Europa per produttività, innovazione, movimentazioni finanziarie, investimenti, ricerca e sviluppo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Il presidente di Aivm, l'associazione che si occupa dei casi di malagiustizia: "Ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile risollevarsi dopo essere stati colpiti in modo ingiusto".
L'anno prossimo l'Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm) compirà dieci anni. Un traguardo che ha stupito Mario Caizzone, il commercialista siciliano, da anni trapiantato a Milano, che nel 2012 al termine di una tormentatissima vicenda giudiziaria, decise di dar vita ad una associazione che si occupasse dei casi di "malagiustizia". L'Aivm, che non riceve finanziamenti pubblici, ha sede nel capoluogo lombardo e si avvale della collaborazione di laureandi o laureati in materie giuridiche, oltre a quella di avvocati ed esperti psicologi.
Il sito dell'associazione ha registrato nell'ultimo mese circa 30 mila accessi. "La malagiustizia è ovunque: nel penale, nel civile, nel tributario e nell'amministrativo", afferma Caizzone. "Ho provato sulla mia pelle - prosegue il commercialista - quanto sia difficile risollevarsi dopo essere stati colpiti ingiustamente da un procedimento giudiziario", ricordando "le pesanti conseguenze economiche e familiari" che quasi sempre accompagnano queste vicende nel disinteresse generale.
"Sono tantissimi i casi di coloro che dopo essere incappati nelle maglie della giustizia hanno perso tutto, sono loro i 'nuovi' poveri", ricorda Caizzone. Ad oggi l'Aivm ha fornito assistenza ad oltre 9.000 persone. "La delusione nel sistema giustizia è il collante che lega quasi tutte le persone che si rivolgono alla nostra associazione", specifica Caizzone: "Non diamo assistenza legale, anche se molti di coloro che si rivolgono a noi ci chiedono il nome di un avvocato perché hanno difficoltà a trovare un difensore disposto ad assumere un incarico per un'azione di responsabilità nei confronti di chi ha causato loro tante sofferenze, soprattutto se si tratta di un magistrato".
Dopo quasi diecimila casi affrontati, Caizzone ha stilato una graduatoria delle principali criticità del sistema giustizia: "Sottovalutazione dei problemi da parte dei giudici, mancanza di fondi e strutture adeguate, professionalità non sempre all'altezza da parte di consulenti, periti, amministratori giudiziari ed operatori del diritto". Tanti magistrati hanno, poi, carichi di lavoro eccessivi e questo è un "danno" per la giustizia. "L'associazione svolge una attività di sostegno e consiglio e non intende, come ho ricordato, in alcun modo sostituirsi all'attività forense: le persone che ci contattano sentono l'esigenza di parlare e di sfogarsi. Il nostro obiettivo è quello di diventare 'intermediari' tra le vittime e le istituzioni, stimolando quest'ultime affinché si facciano carico dei loro problemi".
"Ultimamente sono in aumento gli imprenditori che si rivolgono all'associazione. Le criticità della giustizia civile, soprattutto l'eccessiva durata delle cause, penalizzano moltissimo coloro i quali devono, ad esempio, riscuotere un credito". Il tutto è stato aggravato dalla pandemia.
"Colgo l'occasione per un appello al neo ministro della Giustizia, Marta Cartabia, donna di grandissima esperienza e professionalità, affinché provveda quanto prima ad una riforma complessiva del sistema. In questi anni sono stati fatti solo provvedimenti spot. Ci sarà un motivo perché la fiducia nella giustizia è ai minimi termini in questo Paese?", conclude amaro il dottor Caizzone, augurandosi che si torni a parlare seriamente di separazione delle carriere in magistratura e responsabilità civile per le toghe che sbagliano.
bolognatoday.it, 10 marzo 2021
250 detenuti in più rispetto alla capienza dell'istituto di pena: "Costante rischio di contagio". Sarebbe stato sospeso anche il "triage per il controllo dei nuovi giunti". 750 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti, un vero e proprio "tutto esaurito" al carcere della Dozza che, da quanto si apprende, ha anche vietato l'ingresso nei reparti a insegnanti, volontari e cappellani, a causa dell'emergenza sanitaria, con sospensione di tutte le attività.
Anche se "risulta sotto controllo, con numeri molto contenuti di positivi tra i detenuti ed il personale, anche per tutti gli sforzi messi in campo dalla direzione", e anche se "in questi giorni è anche partito anche il piano di vaccinazione del personale", fa sapere Fp-Cgil di Bologna che lancia un nuovo sos sul sovraffollamento nell'istituto bolognese e chiede azioni per "ridurre il numero di detenuti e considerare l'idea di bloccare i nuovi ingressi".
Infatti - scrive il sindacalista Salvatore Bianco in una lettera al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria "nonostante in una precedente nota avessimo lamentato il consistente numero di detenuti presenti e le problematiche connesse all'interno dei vari reparti detentivi, il loro numero risulta ulteriormente cresciuto nelle ultime settimane, raggiungendo circa 750 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti".
Questa situazione, segnala Bianco, rischia di diventare pericolosa, dato il "costante rischio di contagio da Covid", e, nonostante al momento i numeri siano buoni, per la Cgil serve "mantenere alto il livello di attenzione" dato che il numero dei detenuti "cresce costantemente e di conseguenza anche il livello di rischio di contagio risulta piuttosto alto". Con "sempre più probabili ingressi di detenuti nuovi giunti già positivi al Covid" dal momento che Bologna e provincia zona rossa.
Da quanto si apprende dal sindacato di Polizia penitenziaria, Sinappe, sarebbe stato sospeso il "triage per il controllo dei detenuti nuovi giunti per motivazioni che al momento si sconoscono. Considerato che il quadro pandemico è in costante peggioramento nel territorio felsineo, tanto che, ancora oggi, la metà circa dei nuovi contagi riscontrati in regione è riconducibile al comune di Bologna, l'eventuale conferma di tale sospensione non potrebbe non allarmarci, anche in relazione ai focolai che hanno già interessato l'Istituto della Dozza".
di Michela Salzillo
corrierece.it, 10 marzo 2021
Aveva quarantotto anni ed era originario della città di Castel Volturno, l'uomo che ieri si è tolto la vita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La vittima stava scontando la pena detentiva perché implicato in un'inchiesta di rapine ed estorsioni legate al Clan Fraglioli - Pagliuca.
Cinque anni ancora da scontare e poi avrebbe saldato il suo debito con la giustizia, ma non c'è lieto fine in questa storia. Quando gli agenti e i detenuti si sono accorti di quello che stava accadendo, purtroppo, era già troppo tardi e non c'è stato nulla da fare.
di Massimiliano Cassano
Il Riformista, 10 marzo 2021
"Mamma, perdonami. Non è colpa tua, ma te lo avevo detto che in comunità non ci volevo stare". Poche parole, scritte a penna con tratto incerto su un foglio di carta, trovato a terra in un bagno della Comunità per minori "Cento Passi" di Villa di Briano, vicino Caserta. Sopra il biglietto, il corpo sospeso a mezz'aria di Vincenzo Arborea, il ragazzo di 16 anni che ieri mattina si è tolto la vita dopo che dal 27 novembre scorso era sottoposto al provvedimento di misura cautelare per il furto di un iPhone avvenuto qualche mese prima a Scafati.
Il tribunale dei minori aveva disposto l'accoglienza in comunità, visto il rischio di fuga e reiterazione del reato: una soluzione meno dura di quelle che spesso toccano ad altri suoi coetanei che, per reati simili, finiscono nelle carceri minorili. Ma Vincenzo ha sempre mostrato frustrazione verso la sua condizione: domenica, giorno prima della tragedia, era scappato e tornato a casa, a Boscoreale, per gridare la sua sofferenza: "Non ci torno in comunità", avrebbe detto alla madre, che però ha insistito per riaccompagnarlo a Villa di Briano.
Gli operatori della casa di recupero avevano perso le sue tracce, dopo che gli era stato negato il permesso per uscire e partecipare alla commemorazione per il trigesimo della morte di sua sorella. Sua madre lo ha riportato lì, provando a convincerlo che per lui quel periodo avrebbe potuto significare una seconda chance per lui. Dopo meno di 24 ore Vincenzo ha scelto di impiccarsi con la cintura di un accappatoio.
La responsabile della comunità è venuta a sapere del gesto mentre si era recata dai carabinieri di Frignano per riferire in merito alla fuga del giorno prima. La Procura di Napoli Nord, retta dal procuratore facente funzioni Carmine Renzulli, ha predisposto gli accertamenti di rito, che hanno confermato si sia trattato di suicidio. In Campania ogni anno sono in media 5mila i giovanissimi, tra i 12 e i 18 anni, che vengono identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio e devianza, atti di bullismo, risse.
"Sono ragazzi attraversati da una profonda sofferenza psichica, solcati da storie tremende", ha scritto in un post su Facebook Maria Luisa Iavarone, mamma di Arturo, il ragazzo accoltellato da una baby gang nel dicembre del 2017 a via Foria a Napoli. "Chiediamo per questi ragazzi - ha proseguito la donna - una profonda attenzione alla loro salute psichica e mentale: c'è bisogno per loro di protocolli di accompagnamento educativo-terapeutico con accordi interistituzionali tra Ministero della Giustizia e Ministero della Salute".
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 10 marzo 2021
"Te l'avevo detto mamma che sarebbe finita così". Villa di Briano, era ospite della casa alloggio da ottobre. Domenica era fuggito per andare dalla madre. Il tribunale gli aveva negato di partecipare a una messa per la sorella defunta. "Te l'avevo detto mamma che sarebbe finita così...".
Quelle poche righe scritte a penna su un fogliettino di carta ritrovato a poca distanza dal suo corpo sono tutto quel che resta di un giovane di nemmeno 16 anni che ieri ha deciso di togliersi la vita, lasciandosi morire dopo essersi sistemato al collo la cintura di un accappatoio.
Il dramma si è consumato in mattinata all'interno di una comunità di recupero di Villa di Briano, nell'Agro Aversano, senza che nessuno potesse intervenire in suo soccorso in quei frangenti e sull'episodio è stato aperto un fascicolo dalla Procura della Repubblica del tribunale di Napoli Nord che ha disposto anche il sequestro della salma e l'autopsia sul corpo.
L'esame necroscopico dovrebbe essere condotto oggi stesso all'ospedale di Giugliano in Campania ma intorno alle cause del decesso non dovrebbero esserci dubbi: il medico legale intervenuto ieri ha potuto già verificare che la morte sarebbe sopravvenuta per asfissia.
Quel che resta da accertare, invece, sono le motivazioni che hanno spinto il minore a compiere un gesto così grave. Una ipotesi è stata formulata già ieri da fonti investigative (ad indagare in prima battuta sono i carabinieri della stazione di Frignano): il ragazzo sembrava turbato da alcuni giorni, da quando a metà della passata settimana il Tribunale dei minorenni di Napoli aveva risposto in maniera negativa alla sua richiesta di permesso per seguire una funzione religiosa in memoria della sorella morta di recente.
Il ragazzo era ospite della casa alloggio "I cento passi" da alcuni mesi e condivideva spazi ed attività con altri minori. Lui ci era arrivato per espiare una rapina compiuta il 24 settembre dello scorso anno a Scafati in concorso con altri minori. Nella cittadina del Salernitano c'era arrivato dalla sua Boscoreale, dove viveva con i genitori (entrambi, si è appreso ieri sempre da fonti investigative, con precedenti di polizia).
E con gli altri aveva preso di mira un ragazzino, al quale dietro minacce era stato alla fine strappato il suo cellulare. I giudici minorili gli avevano per questo inflitto un periodo in comunità e la casa alloggio prescelta era stata quella di Villa di Briano. Dove il minore, tra alti e bassi, aveva accettato di stare. Partecipando anche alle diverse attività che si svolgevano in comunità, secondo il racconto dei responsabili della struttura ai carabinieri. Poi qualcosa dentro di lui si è rotta fino ad arrivare all'irreparabile.
Domenica scorsa il ragazzo si è allontanato dalla casa alloggio senza alcuna autorizzazione. Alle 17 del pomeriggio, quando la fuga è stata scoperta, è stato dato l'allarme e sono cominciate le ricerche. Tre ore più tardi, intorno alle 20, il giovane ha fatto ritorno in via Ugo La Malfa, dove ha sede la cooperativa sociale, accompagnato dalla madre. Pare che sentisse il bisogno, la necessità di tornare a casa in un momento particolare di dolore per sé e per la sua famiglia. Pur essendo rientrata la fuga, nella mattinata di ieri la responsabile della struttura si è però recata presso la stazione dei carabinieri di Frignano per denunciare ugualmente l'episodio: una prassi a cui non poteva sottrarsi per termini di legge.
Ed è stato in questo preciso istante - quando le lancette dell'orologio segnavano le 11 - che la donna ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare: il corpo senza vita del ragazzo era stato scoperto con un cappio rudimentale al collo ricavato da una cintura d'accappatoio fissata all'altra estremità alla ringhiera del balcone di un bagno. Poco più in là, come detto, la scoperta di un foglio di carta su cui aveva lasciato un messaggio ai familiari. Alla madre, in particolare, alla quale forse aveva già rivelato le sue intenzioni. "Te l'avevo detto mamma che finiva così...". Sul posto sono subito accorsi i carabinieri e in contemporanea un equipaggio del 118 che ha solo potuto constatare l'avvenuto decesso del minore.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 10 marzo 2021
Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi "modenesi" emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l'istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati.
Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: "È evidente che l'esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l'ordine e la sicurezza dell'istituto".
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l'8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c'è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L'uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l'uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. È morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l'autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l'epilogo tragico.
Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo "presumibilmente" durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate?
Le risposte date dai "custodi" e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. "Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate.
Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l'exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta".
I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, "assolvendo" pure la polizia penitenziaria. "Occorre evidenziare - scrivono le pm a capo delle indagini - come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un'irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata". Alì Bakili muore. Non è l'ultimo.
Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito "dopo molti mesi"). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l'attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer.
Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, "nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2021
La violazione del divieto incide "negativamente" sulla capacità del magistrato onorario di essere componente del collegio. Dalla riforma del 2017 sulla magistratura onoraria è previsto che il giudice di pace possa essere assegnato al tribunale con conseguente legittimazione alla trattazione di cause civili e penali. Ma lo stesso Dlgs 116/2017, che ha recato la novità pone, poi, al suo articolo 12, dei divieti espliciti alla partecipazione ai collegi del tribunale da parte del giudice di pace:
- le cause affidate alle sezioni specializzate;
- la sezione civile fallimentare;
- il riesame delle misure cautelari nel processo penale.
L'eventuale partecipazione del giudice di pace al collegio del tribunale - in una delle ipotesi vietate - determina nullità assoluta del procedimento e del provvedimento giurisdizionale che ne deriva.
Così la Corte di cassazione penale, con la sentenza n. 9383/2021, ha ribadito che il divieto posto in maniera dettagliata dall'articolo 12, proprio per la sua formulazione, non è passibile di letture alternative che consentano eccezioni o rimedi meno drastici della nullità assoluta.
La Cassazione ribadisce che la norma è secca e precisa e in caso di violazione la conseguenza più adeguata a ribadire l'efficacia delle sue disposizioni non può che essere l'azzeramento di quanto compiuto illegittimamente. La soluzione si giustifica secondo la Cassazione perché l'esplicita esclusione dei magistrati onorari da talune competenze giurisdizionali incide direttamente sulla capacità giuridica propria del giudice.
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 10 marzo 2021
Tunisino intercettato in cella: cercava detenuti da mandare in Siria e Libia con l'Isis. Un anno fa, mentre la pandemia iniziava a flagellare la Lombardia e le immagini con i mezzi dell'Esercito carichi di bare a Bergamo facevano il giro del mondo, Saber Hmidi, tunisino di 37 anni, gioiva dal carcere di Opera durante le telefonate al padre Monji e al fratello Achraf perché "il Covid era una punizione di Allah agli italiani per i torti inflitti ai musulmani".
Hmidi era rinchiuso per scontare una condanna a 4 anni e 6 mesi per proselitismo dopo che nel 2014, a Roma, gli investigatori gli avevano trovato una bandiera del gruppo terroristico tunisino "Ansar al-Shari'a", legato a Isis e al Qaeda, immagini di guerra, opuscoli sul funzionamento del mitra Ak 47 e su come creare e potenziare ordigni esplosivi. Sapeva di essere "osservato speciale". E nei colloqui con la moglie (italiana) lo ripeteva di continuo. Eppure non aveva mai smesso di cercare nuovi adepti. Come un giovane detenuto per reati comuni, tunisino, e dalla personalità "debole e manipolabile", come ricostruisce il gip Anna Magelli nelle dodici pagine della misura cautelare per proselitismo, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale per aver tentato una rivolta in carcere e aver aggredito due agenti della polizia penitenziaria.
Il 37enne lo aggancia durante l'ora d'aria e lo invita a pregare "cinque volte al giorno", gli dice di uccidere gli infedeli (i cristiani), gli racconta di aver combattuto con i terroristi ("io comando 4 mila uomini") e gli chiede, una volta scarcerato, di andare a combattere in Siria e Libia al fianco dello Stato islamico e poi di tornate in Italia "per fare un attentato in una spiaggia affollata della Sicilia, a Palermo, o in un parco a Firenze". Messaggi che gli investigatori del Corpo di polizia penitenziaria del carcere di Opera hanno ricostruito in modo dettagliato nelle indagini coordinate dal pm Enrico Pavone e dal capo del pool Antiterrorismo, Alberto Nobili, nel periodo in cui Hmidi è rinchiuso nel penitenziario milanese prima di essere trasferito ad Asti e poi a Siracusa dove gli è stata notificata la misura cautelare. La presenza a Opera di Hmidi è turbolenta. Il 30 marzo scorso distrugge la cella nella quale è rinchiuso: "Piega le ante delle finestre, sfonda il vetro, rompe gli armadietti e stacca il wc e un pezzo di muro".
Il 17 aprile la mancata concessione di una videochiamata dopo aver usufruito dell'ora d'aria lo porta a innescare un tentativo di rivolta. Il 37enne anziché tornare in cella corre verso il cancello della sezione e si arrampica. Quando arriva la Penitenziaria in forze lui corre verso un'altra cancellata del reparto, cerca di coinvolgere nel suo tentativo gli altri detenuti, poi aggredisce due agenti: "Siete tutti dei cattolici di m..., io vi taglio la testa, avete finito di vivere". È grande, grosso e furioso, Hmidi, gli investigatori devono lottare per bloccarlo: "In un momento di "follia pura" opponeva un'eccezionale resistenza con calci e pugni, fino a quando veniva riportato nella camera di detenzione".
La sua ossessione, secondo quanto ricostruito dall'Antiterrorismo, era il jihad. Come già evidente dai suoi profili social. Nell'ora d'aria convocava gli altri detenuti tunisini nella sua cella per farli pregare, "spesso costringendoli sebbene non fossero particolarmente avvezzi". Al suo adepto parlava di combattenti (uno realmente morto in battaglia), di Bin Laden, di tagliare "gambe e braccia agli infedeli". Gli confida di puntare all'espulsione per tornare in Libia con la figlia e "fare jihad fino alla fine". Gli chiede anche di contattare in un colloquio telefonico il padre per avvisare due presunti terroristi ("Hawaif e Bagdedi") che avrebbero dovuto "iniziare a fare la guerra". In cella indossava una tuta della Roma calcio: "Perché l'Isis vuole fare la guerra a Roma".
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