di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 dicembre 2020
Si è conclusa al Cairo la seduta per il rinnovo della custodia cautelare di Patrick. In aula anche gli ambasciatori di Italia, Germania, Olanda e Canada, più l'avvocato dell'Unione Europea. L'avvocato: non sono ottimista. Ancora ore di attesa al Cairo e un'altra "notte di angoscia".
Si è conclusa oggi pomeriggio alla terza sessione del Tribunale per l'antiterrorismo del Cairo l'udienza per decidere del rinnovo della detenzione di 45 giorni per Patrick Zaki, il verdetto non sarà reso nota prima di domani come conferma la stessa legale del giovane Hoda Nasrallah che ha spiegato di sperare nella scarcerazione dello studente ma al contempo ha avvisato che una frase pronunciata dal giudice nell'udienza odierna lascia prevedere un prolungamento della detenzione. "Spero che venga rilasciato domani ma non lo prevedo perché è stato sollevato il problema dei libri e il giudice ha risposto "mi presenti una domanda". Questo significa che Patrick rimarrà in prigione", ha spiega Nasrallah.
"Come già successo in passato, sapremo domani cosa oggi ha deciso il giudice del tribunale per l'antiterrorismo del Cairo per Patrick Zaki. Sarà un'altra notte di angoscia per lui, i familiari, gli amici e le tantissime persone che da dieci mesi si battono per la sua scarcerazione. Purtroppo non c'è molto da prevedere: speriamo che questa detenzione, durata oltre 300 giorni, abbia fine e che possa essere rilasciato", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international.
Zaki era presente in aula e ha dichiarato che le accuse contro di lui sono "infondate" denunciando di aver già trascorso dieci mesi in carcere. Presenti erano anche i suoi legali e, per la prima volta dall'inizio dell'emergenza coronavirus, i rappresentanti delle ambasciata di Italia, Germania, Olanda e Canada, più l'avvocato dell'Unione Europea. Alla vista del delegato italiano, Patrick lo ha riconosciuto, si è messo la mano sul cuore in segno di ringraziamento e alzato il pollice verso l'alto, come a dire di stare bene.
Patrick, ex collaboratore dell'Eipr e studente dell'Università di Bologna, si trova da 305 giorni in detenzione cautelare nel Carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. A far scattare le manette il 7 febbraio scorso, al suo rientro dall'Italia, l'accusa di diffusione di post su Facebook atti a "destabilizzare la sicurezza dello Stato", un reato che ricade nella legge sull'antiterrorismo. Dopo quasi un anno però, ancora si attende l'inizio del processo.
Lo stesso giudice della terza sessione del Tribunale per l'antiterrorismo del Cairo oggi ha stabilito il congelamento dei beni dei tre direttori dell'Eipr, Il provvedimento contro i beni di Mohamed Basheer, Karim Ennarah e Gasser Abdel Razek, è stato reso noto su twitter dalla stessa Egyptian initiative for personal rights. A quanto riferisce l'Eipr, l'ordine non dovrebbe riguardare i beni dell'Ong ma solo quelli dei direttori. "Hanno deciso senza ascoltare neanche una parola della difesa", hanno commentato i dirigenti della Eipr. "Abbiamo chiesto di parlare e ci è stato negato. non è stata presentata nessuna prova e neanche una prova dell'ordine di congelamento dei beni. Abbiamo chiesto di leggerlo e non c'è stato consentito".
L'udienza di oggi è stata preceduta giovedì scorso dal rilascio di altri tre dirigenti dell'Eipr, arrestati a metà novembre sempre per reati connessi al terrorismo. Una decisione che ha suscitato forti speranze per un epilogo analogo anche per Zaki, con ulteriori appelli da parte della comunità internazionale - Ong, gruppi studenteschi, governi - che in questi mesi ha esercitato forti pressioni sulle autorità egiziane per la liberazione del giovane attivista e dei numerosi detenuti di coscienza in Egitto.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 dicembre 2020
Anche i populisti italiani dovrebbero capire che con l'opposizione del duo di Visegrád non è in gioco solo il futuro del Recovery plan ma il futuro dell'Europa e i valori non negoziabili della democrazia liberale. Donald Tusk è stato primo ministro della Polonia dal 2007 al 2014, è stato presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019, ricopre dal 21 novembre del 2019 l'incarico di presidente del Partito popolare europeo e qualche giorno fa, in un tweet molto amareggiato, si è posto una domanda chiave per provare a ragionare intorno alle convulsioni della destra europea: "Cos'altro dovrebbe fare Fidesz - il partito di Viktor Orbán, iscritto al gruppo del Partito popolare europeo - per dimostrare a tutti voi che semplicemente non ha alcuna intenzione di adattarsi alla nostra famiglia?". Il tema a cui fa riferimento Tusk è collegato non solo alla formidabile storia dell'orgia che ha coinvolto un europarlamentare del partito di Orbán ma anche al veto minacciato giorni fa sul Recovery fund dal governo ungherese e da quello polacco entrambi convinti che sia inaccettabile legare al rispetto dello stato di diritto (regalato dall'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea) l'erogazione dei fondi previsti dal piano Next Generation Eu. In molti, in Europa e in Italia, hanno osservato questa vicenda mostrando grande preoccupazione per il possibile rallentamento del piano sul Recovery, ma in pochi hanno invece mostrato preoccupazione sincera rispetto alla gravità rappresentata dalle affermazioni dei due governi europei.
E il caso italiano è ancora più singolare, pensando al fatto che i due più importanti partiti del centrodestra (la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, anche se in realtà l'unico partito formalmente alleato con Orbán in Europa è Forza Italia) considerano il governo ungherese e quello polacco come degli splendidi modelli di buon governo europeo. È possibile che alla fine il veto di Ungheria e Polonia venga evitato ma non è possibile invece far finta di non aver visto lo spettacolo raccapricciante offerto in Europa dall'estrema destra di governo desiderosa così tanto di combattere l'Europa della solidarietà al punto da aver difeso due paesi che hanno scelto di fare della violazione sistematica dello stato di diritto europeo un proprio punto d'orgoglio. Già, ma di cosa stiamo parlando? Juan Fernando López Aguilar è un eurodeputato del Pse, è relatore sullo stato di diritto in Polonia per il Parlamento europeo e presidente della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni e qualche settimana fa ha messo insieme i puntini per spiegare perché la presenza, all'interno del piano sul Recovery, di un'efficace condizionalità che protegga il bilancio Ue nel momento in cui lo stato di diritto viene violato non è solo una priorità, ma è una conditio sine qua non degli imminenti negoziati col Parlamento europeo. Il quadro offerto da López Aguilar è semplicemente devastante ed è un'istantanea dettagliata su come lo stato di diritto, la democrazia e i diritti fondamentali siano stati sistematicamente compromessi e feriti in Polonia a partire dal 2015. "Dopo essere riuscito a politicizzare la Corte costituzionale e il Consiglio nazionale della magistratura, il governo polacco ha proseguito nell'operazione di smantellamento della Corte suprema e ha portato avanti una campagna d'intimidazione a scapito dei giudici che hanno mosso critiche a questi cambiamenti del sistema giudiziario. Ciò di cui siamo stati testimoni in Polonia non è solo un episodio, ma una serie di diverse azioni e riforme legislative intraprese dalla maggioranza PiS che, viste nel complesso, rappresentano una grave, reiterata e sistemica violazione dello stato di diritto".
Diritti come la libertà di espressione. Diritti come il pluralismo. Diritti come la libertà di stampa, quella accademica, di associazione e manifestazione. López Aguilar aggiunge poi che questo non è l'unico aspetto preoccupante di una situazione purtroppo più articolata e ciò che "desta profonda preoccupazione è il rispetto dei diritti fondamentali, con particolare riferimento alla libertà dei mezzi d'informazione e alla protezione delle minoranze".
Vale per la Polonia ma vale anche per l'Ungheria. E i partiti desiderosi di rispettare la volontà del popolo dovrebbero ricordarsi ogni tanto che il popolo in Europa non si esprime solo quando vota nei paesi membri ma si esprime anche quando vota per scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo. E per quanto possa essere difficile da credere per Giorgia Meloni e per Matteo Salvini, i rappresentanti del popolo al Parlamento europeo lo scorso 16 gennaio hanno votato a stragrande maggioranza - 446 voti favorevoli, 178 contrari e 41 astenuti - una risoluzione in cui viene sottolineato come, anche stando alle relazioni e alle dichiarazioni di Onu, Ocse e Consiglio d'Europa, "la situazione sia in Polonia che in Ungheria si è deteriorata sin dall'attivazione dell'articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull'Unione europea".
E arrivare al punto di chiedere di valutare l'attivazione dell'articolo 7 significa arrivare a un passo da un punto di rottura non solo diplomatico, sintetizzato perfettamente dall'eurodeputata olandese (del gruppo macroniano Renew) Sophie in 't Veld: "Se non si rispettano le regole dell'Ue, non si vuole farne parte. In tal modo non è possibile rimanere membri dell'Ue con tutti i benefici, compresi i fondi Ue". Stato di diritto, certo, ma in che senso? Ed esattamente, di cosa stiamo parlando? Lo scorso 30 settembre, la Commissione europea ha pubblicato il suo primo rapporto sullo stato di diritto nell'Unione europea, ed è sufficiente leggere i capitoli dedicati a Polonia e Ungheria per capire, con toni meno astratti, di cosa stiamo parlando.
Per quanto riguarda la Polonia, i punti critici sono tendenzialmente tre. Riforme giudiziarie, "che hanno ripercussioni sul Tribunale costituzionale, sulla Corte suprema, sui tribunali ordinari, sul Consiglio nazionale della magistratura e sulla procura, e che hanno aumentato l'influenza del potere esecutivo e del potere legislativo sul sistema giudiziario e hanno quindi indebolito l'indipendenza della magistratura".
Queste riforme hanno indotto "la Commissione ad avviare nel 2017 la procedura di cui all'articolo 7, paragrafo 1", hanno portato nel 2019 e nel 2020 la Commissione ad avviare "due nuove procedure di infrazione per salvaguardare l'indipendenza della magistratura" e hanno portato "la Corte di giustizia dell'Ue a emettere provvedimenti provvisori per sospendere i poteri della sezione disciplinare della Corte suprema per quanto riguarda i procedimenti disciplinari nei confronti dei giudici".
Il secondo punto riguarda la presenza, documentata, di "preoccupazioni circa l'indipendenza delle principali istituzioni responsabili della prevenzione e della lotta alla corruzione, in particolare se si considera che l'Ufficio centrale anticorruzione è subordinato all'esecutivo e che il ministro della Giustizia svolge contemporaneamente le funzioni di procuratore generale". Il terzo punto riguarda invece, nello specifico, "il quadro giuridico polacco in materia di pluralismo dei media che si basa sia sulle garanzie costituzionali che sulla legislazione settoriale", con un rilievo specifico relativo a una norma che rende possibile, per i giornalisti, "la criminalizzazione dell'oltraggio a pubblico ufficiale".
Quanto all'Ungheria, il quadro, se possibile, è ancora più fosco. "Nel corso degli ultimi anni - si legge nel dossier - le istituzioni dell'Ue hanno spesso sollevato con preoccupazione il problema dell'indipendenza della magistratura ungherese, anche nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7, paragrafo 1, avviata dal Parlamento europeo. L'invito a rafforzare tale indipendenza, formulato nel contesto del semestre europeo, è rimasto lettera morta". In particolare, "il Consiglio nazionale della magistratura, organo indipendente, è in difficoltà nel controbilanciare i poteri del presidente dell'Ufficio giudiziario nazionale competente per l'amministrazione degli organi giurisdizionali.
Preoccupano anche gli sviluppi relativi alla Corte suprema (Kúria) e in particolare la sua decisione di dichiarare illegittima una domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea. Alcune norme recentemente approvate, oltre a consentire la nomina alla Corte suprema di membri della Corte costituzionale, eletti dal Parlamento al di fuori della normale procedura, abbassano i criteri di eleggibilità del presidente della Corte suprema. Per quanto riguarda l'efficienza e la qualità, il sistema giudiziario è soddisfacente, in particolare in termini di durata dei procedimenti, e presenta un livello di digitalizzazione elevato".
Continua la Commissione: "Il quadro istituzionale anticorruzione è suddiviso tra vari organi. Le carenze dei meccanismi di controllo indipendenti e le strette interconnessioni tra il potere politico e alcune imprese nazionali favoriscono la corruzione. Mancano sistematicamente interventi decisi nelle indagini e nelle azioni penali in caso di accuse gravi di corruzione nei confronti di funzionari di alto livello o della loro cerchia immediata.
Questo problema è stato sollevato nell'ambito del semestre europeo e dal Greco (il Group of States against Corruption), in considerazione della mancanza di impegno nel rispettare le raccomandazioni". Infine, "la Corte di giustizia ha ritenuto non compatibile con il diritto dell'Ue la legislazione sulla trasparenza delle organizzazioni della società civile finanziate con fondi stranieri; le misure legislative necessarie per l'esecuzione della sentenza sono in fase di preparazione".
Lo scontro tra l'Europa e il duo di Visegrád formato da Polonia e Ungheria non è dunque solo uno scontro sul futuro del Recovery plan ma è prima di tutto uno scontro sul futuro dell'Europa e sui valori non negoziabili di una democrazia liberale. E se la scelta da prendere oggi dovesse essere quella tra avere un'Europa con più diritti o un'Europa con più paesi, la decisione, con buona pace di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, potrebbe essere meno difficile rispetto a quello che sembra.
di Elena Stancanelli
La Stampa, 7 dicembre 2020
Pare che Jasmine e Vittoria si fossero date appuntamento al Pincio per "menasse". Non sappiamo quale fosse l'onta da lavare, sappiamo però, grazie a un vocale caricato sull'account Instagram gossipderomaa, che Justine non si è presentata.
Stava arrivando in metro, o con l'autobus, ma è dovuta tornare indietro perché c'ha avuto un problema familiare grosso. Pare che la rissa sia stata scatenata dalla delusione per il mancato spettacolo. Di certo intorno alle sei del pomeriggio di un sabato non qualunque - sotto Natale, in piena epidemia, nell'esasperazione ormai incontenibile per la mancanza di contatto fisico - centinaia di adolescenti si sono buttati l'uno contro l'altro. "Volevo dire a tutte le persone che erano presenti oggi e che vanno fieri di aver menato qualcuno, fate schifo. Doveva esse 'na rissa tra du pischelle, com'è finita, tutta Roma contro tutta Roma. Ci sta menarsi per dei torti, ma ci sono persone che hanno menato per togliersi lo sfizio o perché se stavano a mena' tutti".
Riporto sempre dall'account citato, una specie di tazebao per notiziole piccanti, tipo "continue frecciatine tra Dennis, Marika e Aurora". Chissà com'è andata finire tra quei tre. La terrazza del Pincio, sopra piazza del Popolo, è un luogo di ritrovo da moltissimi anni. Prima dei social, prima di internet e i telefonini, la notte, senza bisogno di dirselo, ci scendevano ragazzi e ragazze che arrivavano da lontano, da quello periferie abbondate di cui sappiamo.
Venivano qui per far sentire la potenza degli stereo montati sulle automobili, quando gli stereo andavano di moda, per fare l'amore nei sedili di dietro, per farsi le canne. Adesso che quasi tutti si muovono in metro, o con gli autobus, ci fanno le gare coi monopattini, guardano i video sui telefonini, nel peggiore dei casi "se menano". Preferiremmo che facessero qualcosa di più costruttivo, che leggessero per esempio, ma è abbastanza evidente che questo non accadrà.
Che preferiscono tatuarsi e andare in palestra, piuttosto che praticare uno sport elegante e discutere di filosofia. E forse non è mai accaduto. Nonostante la nostalgia che abbellisce il passato, non è mai esistita una generazione in cui un numero consistente di adolescenti si comportasse come i genitori avrebbero desiderato. Anzi, certi nostri adolescenti sono in possesso di una specializzazione che non ha precedenti. Sanno che dovranno farsi largo tra una concorrenza gigantesca, che probabilmente non potranno rimanere in Italia, che dovranno esprimere le loro competenze in un'altra lingua. Pochi certo, pochissimi, ma quelli bravi sono bravissimi, più di noi. Poi ci sono gli altri. E sono una marea, una quantità impressionante di ragazzini e ragazzine che si sono arresi.
Hanno una grande svantaggio, rispetto a noi: il mondo, o quello che loro immaginano sia il mondo, è continuamente e per intero davanti ai loro occhi. La presunta conoscenza capillare e istantanea messa a disposizione dalla rete ha ucciso le illusioni. Qualunque cosa ti venga in mente, c'è uno da qualche parte che l'ha già pensata e realizzata molto meglio di quanto tu avresti mai potuto fare. Ma non solo. Mentre raccontiamo che hanno tutto, intendendo con tutto un telefono una connessione internet e qualche vestito costoso, in verità gli stiamo togliendo tutto quello che possiamo. Basta fare due passi in una di quelle periferie di cui si è detto, per esempio in quella Piana del Sole, dalle parti di Fiumicino, dove è nato quel 1727wrldstar, il tizio diventato famoso perché si è schiantato in diretta con la macchina commentando "Ho preso il muro, fratelli".
Sono galere, schiere di palazzotti fatiscenti senza una biblioteca, un cinema, un centro di aggregazione di qualche tipo. A volte c'è un fast food, sullo sfondo un centro commerciale. Persino i campetti di calcio stanno sparendo, per far posto a chissà cosa. Lasciamogli almeno la scuola, o la pagheremo cara. La rabbia è pericolosa, ma è ancora più pericolosa la mancanza di rabbia, di senso, di tutto. Quello che è successo sulla terrazza del Pincio non è un'edizione moderna di West Side Story, non sono i bianchi contro i portoricani, ma "tutta Roma contro tutta Roma": pazzia, autolesionismo, disperazione.
di Marco Revelli
La Stampa, 7 dicembre 2020
Definire un progetto di inclusione significa conoscere le mappe dell'esclusione. E le aree degli esclusi che costituiscono il grappolo di sofferenze su cui intervenire sono tante. Le povertà, in primo luogo: la terra "di sotto" di chi ha un reddito disponibile inferiore del 40 o del 50% a quello medio, ovvero i poveri in senso relativo (erano quasi 9 milioni nel 2019) e quelli in condizioni di "povertà assoluta" (chi non ha neppure i mezzi indispensabili per "una vita dignitosa": erano quattro milioni e mezzo prima della pandemia, ora di più).
Sono gli esclusi socialmente, tanto inferiori agli altri da apparire figli di un altro Paese. L'Istat parla di un 27% di popolazione "in condizioni di esclusione sociale". Includerli sarebbe, di per sé solo, un impegnativo programma di governo. Vorrebbe dire affrontare una buona volta la questione meridionale: più della metà dei poveri assoluti vive tra meridione e isole, nonostante vi risieda appena un terzo della popolazione nazionale.
Metter mano alla questione dei bassi salari (più del 10% delle famiglie operaie è in "povertà assoluta", il 17,4% in "povertà relativa"). Curarsi della questione minorile e della quasi totale assenza di politiche a sostegno della famiglia: abbiamo il record europeo di minori poveri e gli indici di deprivazione per le famiglie numerose fanno spavento. E poi la questione femminile: l'ingiustificabile divario salariale, l'abbandono delle famiglie "mono-genitore".
E quella migratoria (il 27% degli individui stranieri è in povertà assoluta). Infine - last but not least - c'è l'esclusione territoriale: la solitudine delle aree interne, dei comuni polvere, dei piccoli paesi di montagna, dove le condizioni di vita sono più dure, la mobilità più difficile e le risorse pubbliche più scarse. Includerli vorrebbe dire invertire la scala di priorità finora seguita.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 dicembre 2020
Khaled Drareni, tra i più noti giornalisti dell'Algeria, ha seguito sin dall'inizio le manifestazioni di "Hirak", la protesta pacifica che ha riempito le strade del paese per oltre un anno a partire dal 2019. Per aver svolto il suo dovere professionale, è stato condannato a tre anni (ridotti a due in appello) per "istigazione a prendere parte a un raduno disarmato". Amnesty International chiede che la sua condanna sia annullata e che sia rilasciato.
Nassima al-Sada, attivista per i diritti umani dell'Arabia Saudita, è stata tra le protagoniste delle campagne per rivendicare il diritto delle donne a guidare e a svolgere le attività quotidiane senza il permesso di un "tutore" maschio. Per questo, nel luglio 2018, è stata arrestata. In carcere ha subito maltrattamenti ed è stata posta in isolamento dal febbraio 2019 al febbraio 2020. Ha il permesso di telefonare alla sua famiglia una volta a settimana, ma non può ricevere visite, nemmeno quella del suo avvocato. Amnesty International chiede che sia prosciolta da ogni accusa e scarcerata.
Gustavo Gatica, uno studente di Psicologia dell'università di Santiago del Cile, ha perso la vista da entrambi gli occhi l'8 novembre 2019 dopo che è stato colpito da pallini da caccia esplosi dalla polizia durante una manifestazione. Amnesty International chiede alle autorità cilene di individuare e punire i responsabili.
Jani Silva, difensora dei diritti ambientali della Colombia e rappresentante di centinaia di contadini del dipartimento di Putumayo, subisce minacce e tentativi di criminalizzazione come tanti altri difensori dei diritti umani, molti dei quali vengono assassinati ogni anno. Amnesty International chiede protezione per lei e per tutti i difensori dei diritti umani della Colombia.
Il Gruppo di solidarietà per le persone Lgbti del Politecnico del Medio Oriente (Metu) di Ankara, la capitale della Turchia, ha organizzato per anni un Pride all'interno del campus. Nel 2019 la polizia è intervenuta durante la manifestazione, arrestando e picchiando alcuni partecipanti. Amnesty International chiede l'assoluzione di tutti coloro che, da allora, sono sotto processo e indagini sull'uso eccessivo della forza da parte della polizia.
Sono queste le storie di violazioni dei diritti umani sulle quali milioni di persone si stanno attivando nel corso di Write for Rights, la maratona mondiale di firme organizzata ogni anno da Amnesty International.
Gli appelli da firmare sono qui: https://www.amnesty.it/maratone/cambiamolastoria/
di Gabriele De Stefani
La Stampa, 7 dicembre 2020
Progetto di Save The Children per lottare contro la povertà educativa causata dal Covid-19: già 300 adesioni, si parte a gennaio. Studenti universitari prof a distanza per bambini e ragazzi dai 9 ai 16 anni colpiti dall'emergenza educativa figlia del Covid-19, tra scuole chiuse e difficoltà nella didattica a distanza. È il progetto "Volontari per l'educazione" lanciato da Save The Children, che nei suoi primi giorni ha raccolto l'adesione di 300 universitari (per l'86% donne) da 70 città italiane. Dopo una formazione specifica e con l'assistenza di educatori professionali, da gennaio i volontari seguiranno bambini e ragazzi online individualmente o a piccoli gruppi, sulla base delle loro competenze e delle esigenze specifiche di recupero individuate in collaborazione con le scuole.
La sinergia tra volontari, istituti e famiglie sarà stretta: una rete supervisionata da un'equipe centrale di educatori professionali. È prevista la distribuzione di pc e tablet a bambini e ragazzi che ne siano sprovvisti e che parteciperanno al progetto. Per i volontari è anche un'occasione di migliorare le competenze nel settore educativo: per loro ci saranno prima una formazione di base sul significato del volontariato, la dispersione scolastica e l'apprendimento di qualità e poi una formazione specifica sulla salvaguardia dei minori online e sulle regole di condotta da mantenere nella attività di accompagnamento allo studio. In una fase più avanzata, i volontari impareranno strumenti e metodi didattici inclusivi e partecipativi e aspetti emotivi in questo periodo di precarietà. Ci sarà anche un approfondimento specifico sulla relazione educativa con minori e famiglie di origine straniera che non abbiano ancora padronanza della lingua italiana.
"Volontari per l'educazione" nasce dopo il successo estivo del progetto Arcipelago Educativo realizzato da Save the Children e dalla Fondazione Agnelli, con il contributo della Fondazione Bolton Hope Onlus. Un progetto che prosegue in 47 scuole di cinque città, grazie al sostegno di Exor, e che ha mostrato l'efficacia della partecipazione qualificata di decine di studenti universitari volontari, che hanno svolto attività specifiche per il recupero del deficit di apprendimento dei bambini più svantaggiati.
"Dai nostri centri sul territorio ci giungono segnalazioni di bambini e adolescenti che non stanno frequentando la scuola, in presenza e online, con gravi ricadute nell'apprendimento e nella motivazione allo studio - commenta Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children -. Siamo al fianco di tanti docenti ed educatori che cercano di riallacciare i legami con le famiglie e i ragazzi che la crisi lascia più indietro.
La nuova community dei Volontari per l'Educazione sarà una risorsa preziosa per rafforzare questo impegno. Nessun bambino deve pagare il prezzo della crisi rinunciando ad apprendere, far fiorire i propri talenti e costruire liberamente il futuro. Le scuole e le famiglie non possono essere lasciate da sole davanti ad una sfida educativa senza precedenti. L'adesione al progetto da parte della Conferenza dei Rettori e della Rete delle Università per lo sviluppo sostenibile testimonia come le Università possono essere parte attiva per contrastare la povertà educativa. Speriamo che moltissimi studenti universitari accolgano questa chiamata all'impegno civico per il diritto all'educazione dei più piccoli".
Tutti gli studenti universitari possono candidarsi consultando la pagina dedicata sul sito di Save the Children, che è anche a disposizione di insegnanti, genitori, alunni o studenti per segnalare eventuali richieste di accesso al programma di accompagnamento allo studio.
di Anais Ginori
La Repubblica, 7 dicembre 2020
Nelle ore in cui si decide la sorte giudiziaria di Patrick Zaky, il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi è a Parigi per una visita di tre giorni che dovrebbe, secondo l'auspicio della diplomazia francese, rafforzare i rapporti bilaterali. Al Sisi ha un nutrito programma. Ieri sera ha cenato con il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian e stamattina incontrerà Emmanuel Macron. Il presidente egiziano vedrà anche il premier Jean Castex, e i presidenti di Senato e Assemblea nazionale.
È la questione più delicata per Macron dopo lo scontro diplomatico provocato nel 2019 quando in una conferenza stampa al Cairo insieme al presidente egiziano aveva criticato apertamente il regime per "aver imprigionato giornalisti e blogger" e "non andare nella giusta direzione". Quelle dichiarazioni avevano provocato un raffreddamento delle relazioni bilaterali. "La questione dei diritti umani, in particolare dei casi individuali, sarà evocata dai due Presidenti", assicurano ora all'Eliseo senza fornire dettagli su quello che Macron dirà al riguardo. Il capo di Stato dovrà fare l'equilibrista: non vuole probabilmente urtare il "Faraone" invitato a Parigi ma è pressato dall'appello di diciassette ong, tra cui Amnesty, che lo hanno spronato a "non mostrare indulgenza nei confronti della brutale repressione di ogni forma di dissenso". Macron deve anche tenere conto del prossimo arrivo di Biden alla Casa Bianca. Il leader democratico potrebbe esprimere un sostegno a Al Sisi più sfumato rispetto a Trump.
Piuttosto che una condanna generica del regime, l'Eliseo insiste sui "casi individuali" da risolvere. E l'entourage di Macron si prende una parte del merito nel risultato ottenuto qualche giorno fa: il rilascio dei tre attivisti dell'Egyptian initiative for personal rights (Eipr) comunicato poche ore prima della conferma della visita di Al Sisi a Parigi. L'arresto degli attivisti dell'Eipr, raccontano all'Eliseo, è stato oggetto delle discussioni preparatorie alla visita del presidente egiziano. "Quindi siamo felici della liberazione dei tre militanti. È una buona notizia. Lo prendiamo come un segnale positivo inviato dall'Egitto". Restano molti altri casi sul tavolo dell'incontro, a cominciare da Patrick Zaky e Ramy Shaath, sposato alla francese Cécile Lebrun. Arrestato un anno fa, Shaath è ancora in attesa di processo.
È un dossier strettamente legato alla questione dei diritti umani. I gruppi di armamento francesi sostengono che la posizione di Macron nel 2019 abbia avuto un impatto negativo sui contratti con il Cairo, a vantaggio di altri partner europei, vedi l'Italia che ha venduto le sue fregate Fremm. D'altra parte, il partenariato con il regime egiziano provoca interrogativi nella stessa maggioranza. Un recente rapporto parlamentare sottolinea "il danno reputazionale e il crescente costo politico nella vendita di armi e tecnologia di sorveglianza all'Egitto".
Dal 2013 al 2017 la Francia è stata il principale esportatore di armi verso l'Egitto, superando persino gli Usa. Ma negli ultimi tempi le vendite sono diminuite. Per questa visita, dicono all'Eliseo, non ci saranno annunci "significativi" di nuovi contratti. Macron non ha comunque intenzione di rallentare la collaborazione. "La Francia e l'Egitto hanno una lunga storia di cooperazione strutturante nell'ambito della Difesa", spiegano all'Eliseo. "Proseguiremo questa cooperazione", aggiungono nell'entourage del leader francese sottolineando che l'Egitto ha relazioni con altri paesi che "come noi considerano sia utile alla stabilità nella regione".
Macron dovrebbe rinnovare oggi con Al Sisi un appello per la "partenza delle forze straniere, a cominciare dai russi, dai turchi e dei diversi mercenari presenti". Il leader francese vuole insistere sul dialogo politico che si sta faticosamente allacciando. "Pensiamo che ci sia una vera opportunità e dobbiamo continuare perché non succedeva da molto tempo", dicono all'Eliseo. La Francia ha cominciato a prendere le distanze dal maresciallo Haftar. "È un protagonista, ma non è il solo", precisano una fonte diplomatica. "La Francia parla con la maggioranza dei protagonisti, quindi non solo con il maresciallo Haftar". Secondo l'Eliseo, anche il regime di Al Sisi guarda altrove, in particolare al presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Salah.
Macron e Al Sisi sono alleati nella battaglia contro la Turchia anche nella contesa per i giacimenti di gas nel Mediterraneo. Qualche mese fa la Francia ha fatto domanda di adesione al Forum del gas lanciato dall'Egitto che si occuperà tra l'altro del gasdotto Eastmed, faraonico progetto che Ankara cerca di bloccare grazie all'accordo marittimo con la Libia. Le trivellazioni offshore hanno rappresentato un punto di svolta per l'Egitto. Il paese è passato nel giro di pochi anni da importatore a esportatore netto di gas naturale dopo la scoperta nel 2015 del blocco Zohr, gestito dall'Eni. Quest'estate Macron si è molto impegnato nella battaglia contro le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale, anche con il dispiegamento della marina francese. E il governo di Parigi chiede sanzioni contro Ankara nel consiglio europeo questa settimana.
La lotta al terrorismo, priorità assoluta per la diplomazia francese, è sempre stata al centro della relazione con l'Egitto. Il presidente egiziano si è pone come l'unico in grado di arginare i Fratelli musulmani e l'Islam politico contro cui Macron è ancora di più impegnato dopo gli ultimi attentati. Mercoledì il governo francese presenterà la legge contro il "separatismo" contestata dal presidente turco Erdogan. Macron cerca una sponda in Al Sisi per parlare al mondo musulmano dopo le proteste anti-francesi in diversi paesi arabi. "Anche il presidente egiziano combatte l'islamismo", notano all'Eliseo. Il ministro degli Esteri Le Drian è andato al Cairo all'inizio di novembre e Macron ha rilasciato un'intervista su Al Jazeera per chiedere di rispettare il modello francese di laicità.
di Rossella Urru
Il Manifesto, 7 dicembre 2020
Dopo 45 anni di occupazione e 30 di promesse, il grido di disperazione di un popolo. Una settimana fa un filo in tensione sospeso da quasi 30 anni si è infine spezzato. Il cessate il fuoco firmato nel 1991 sotto l'egida delle Nazioni unite dal Fronte Polisario e dal Regno del Marocco, che metteva in pausa un conflitto esploso nel 1975, è saltato.
Lo scorso 13 novembre 2020, l'esercito marocchino si apprestava a sgomberare militarmente dei civili saahrawi che bloccavano in protesta il passo di Guerguerat, illegalmente aperto sulla zona demilitarizzata alla frontiera fra Sahara e Mauritania: l'ennesima violazione dell'accordo di cessate il fuoco da parte del Marocco che ne ha provocato il ripudio da parte del Fronte Polisario.
Il conflitto in questione è purtroppo una storia che rimuove troppi scheletri, vecchi e nuovi, che la comunità internazionale preferirebbe continuare a ignorare. Come una vecchia brutta storia di famiglia della quale preferiamo non parlare, che vorremmo dimenticare, che lasciamo marcire ma con cui sappiamo che dovremmo fare i conti, prima o poi: noi o i nostri figli. Sarà per questo l'assordante silenzio mediatico su questa importante questione di là dal mare.
Parliamone, invece. Iniziamo dal principio, cosa non scontata nel nostro mondo tutto in live. Il conflitto in questione è figlio del colonialismo, quell'epoca che ci sembra così lontana in cui la sopraffazione di un popolo sull'altro era legalizzata e istituzionalizzata.
Le Nazioni Unite e l'ordinamento legale internazionale attuale, nate nell'immediato secondo dopoguerra, sono state fondate sul rifiuto categorico e sul diritto inviolabile dell'autodeterminazione dei popoli che l'hanno subito. Il diritto di un popolo di esistere e fare quel che non ha potuto fare per buona parte dell'epoca contemporanea a causa del giogo coloniale: decidere per sè e il proprio destino. Nel 1945 un terzo della popolazione mondiale viveva sotto qualche forma di colonialismo. Fino ad oggi, 80 ex-colonie hanno potuto decidere il proprio futuro, nella maggioranza dei casi diventando Stati indipendenti. Tra di loro il Marocco, resosi indipendente dalla Francia, e poi dalla Spagna, nel 1956.
Purtroppo, al giorno d'oggi, sempre secondo il Comitato Speciale per la Decolonizzazione delle Nazioni Unite, 17 ex-colonie attendono ancora che suoni per loro la campana della storia. Tra di loro, la più grande per estensione è il Sahara Occidentale, ex-colonia della Spagna franchista. Seguendo schemi tipici del processo di decolonizzazione, il popolo autoctono, i Saahrawi appunto, rimane in lista come titolare del diritto all'autodeterminazione di un territorio che mantiene invariate le frontiere coloniali, e che si esprime attraverso il proprio Movimento di Liberazione Nazionale (in questo caso il Fronte Polisario), riconosciuto come suo legittimo rappresentante dalle Nazioni Unite.
Il momento per l'autodeterminazione atteso sin dal 1975 non è però ancora arrivato. Quella che si è susseguita è stata una storia di attese, rinvii, intervalli e stalli. Tanta pazienza, tanta fiducia nel sistema internazionale, stringere i denti e immaginare il futuro con ottimismo, nonostante tutto. Senza andare troppo in dettaglio ripassando fatti oltremodo noti e ripresi negli ultimi giorni da giornalisti e analisti competenti, negli ultimi 45 anni, il popolo sahrawi ha dovuto affrontare una panoplia di catastrofi: l'abbandono unilaterale da parte della Spagna negli ultimi anni del franchismo e la cessione vergognosa di un territorio che non le apparteneva agli Stati vicini di Marocco e Mauritania che, immemori del proprio passato coloniale, si lanciavano in una guerra di conquista.
Una guerra lunga e devastante che ha lasciato ferite ancora aperte e sanguinanti, che ha costretto la maggior parte della popolazione autoctona all'esilio forzato nel deserto limitrofo, che si è consumata nell'indifferenza colpevole della nuova Spagna democratica vogliosa di progresso.
Una guerra che si è conclusa nel 1979 con la Mauritania, e che è stata messa fra parentesi col Marocco nel 1991, con un cessate il fuoco firmato con la promessa che il processo di decolonizzazione a cui il popolo sahrawi ha internazionalmente diritto si sarebbe concluso a breve, attraverso un referendum nel quale gli aventi diritto avrebbero deciso se optare per l'indipendenza oppure accettare l'integrazione con il Marocco a cui gran parte del suo territorio è stato sottoposto con la forza. A sigillo, una Missione Onu per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso) nacque in quello stesso anno per velare sul cessate il fuoco e, tautologicamente, organizzare il referendum. In attesa di questo momento storico mancato, il tempo però non si è fatto mettere fra parentesi.
Sono ormai tre generazioni intere di saaharawi ad aver pazientemente atteso, sparse fra luoghi diversi in cui le circostanze li hanno costretti ormai 45 anni fa. C'è una minoranza che ancora vive nel Sahara Occidentale, sotto il controllo tutt'altro che benevolo del Marocco occupante che considera i Sahrawi autoctoni come pericolosi indipendentisti, reprimendoli a suon di violazioni dei diritti umani testimoniate sistematicamente anche da organismi indipendenti come Amnesty International, Human Rights Watch e il Centro Robert Kennedy per citare i più noti.
Un'occupazione illegale iniziata con la Marcia Verde nel 1975 da un Marocco che, laboriosamente, fin dal primo giorno, ha fisicamente colonizzato gli spazi, favorendo gli insediamenti della propria popolazione, costruendo, cambiando i paesaggi, disponendo delle risorse naturali come fossero sue.
Questo fino a tutt'oggi, ma sempre meno impunemente, come dimostra qualche timida sentenza della Corte di Giustizia Europea. Un'occupazione colpevole e tutt'altro che pacifica di oltre tre quarti del territorio originario del Sahara Occidentale, trincerata dietro il più lungo muro di guerra esistente, 2.700 km, e decorata da un'infinità di mine che rendono questo territorio uno dei più contaminati e pericolosi al mondo.
Il magro quarto rimanente del Sahara storico, sotto controllo del Fronte Polisario (i cosiddetti Territori Liberati), è una striscia di sabbia, poco popolata, e usata per lo più a fini di controllo militare del cessate il fuoco. E poi c'è la maggioranza dei Sahrawi, costretta dalle vicende del 1975 all'esilio: chi vive nei campi rifugiati di Tindouf, nel sudovest dell'Algeria, e tanti altri sparsi per il resto del mondo. Tutti sospesi a un filo, tutti in attesa di tornare a casa.
Una casa che spesso non hanno mai visto ma che conoscono e a cui appartengono, una radice intessuta da racconti, poesie, dialetti, piatti tradizionali, nomi e cognomi. Tanto vividi sono i ricordi, le descrizioni, lo sforzo di non dimenticare, che i campi rifugiati stessi riproducono lo spazio anelato del Sahara Occidentale: le tendopoli prendono così i nomi delle città, dei paesi, delle oasi, da cui sono dovuti fuggire.
Una geografia dei ricordi, uno stare altrove testardo che non dimentica e non vuole dimenticare da dove è venuto e dove vuole tornare. Perché i campi, così come l'esilio altrove, sono vissute come situazioni temporanee, sono parentesi che prima o poi verranno chiuse. Sono parentesi però in cui si nasce, si vive, si invecchia e si muore. Vivendo nei campi rifugiati per qualche anno, ho potuto toccare con mano che cosa significhi questa vita in sospeso, in cui ogni cosa è fatta per richiedere pazienza, ogni cosa ricorda questa dipendenza forzata.
L'aiuto umanitario prolungato per decenni diventa in sè un monito insopportabile, seppur indispensabile. Le derrate alimentari contingentate, poco adatte ad accompagnare una vita intera e che mal si prestano alla preparazione dei piatti tanto amati. Le tende, le taniche d'acqua, le cucine a gas, i kit igienici, le medicine, il minimo per la sussistenza come se la crisi fosse scoppiata ieri, un anno dopo l'altro.
I rifugiati e l'aiuto umanitario lasciati soli a rattoppare ferite storiche. Non voglio però trasmettere l'immagine monolitica di centinaia di migliaia di persone sedute al sole in attesa che la legalità internazionale faccia il suo corso. Sarebbe quanto di più lontano dalla verità. Le diverse realtà in cui i Saahrawi si sono trovati ad attendere, in esilio così come nella propria terra, non si sono lasciate trasportare dal tempo, si sono mobilitate per mantenere vivo il loro desiderio e diritto a esistere come popolo indipendente, così come ogni singolo individuo ha riflettuto, digerito e scelto la propria identità. Infatti, in tutto questo, non va dimenticata la realtà storica e l'entità politica della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, stato arabo, africano e laico, proclamato nel 1976, riconosciuto da 80 Stati fino agli Novanta e membro dell'Unità Africana. In un esercizio di immaginazione e volontà politica, questo stato in esilio, che amministra i campi rifugiati, ha creato un'amministrazione pubblica con le proprie scuole e ospedali.
In questa dimensione di Stato, ha intessuto relazioni internazionali e rivestito un ruolo rilevante all'interno del movimento dei paesi non allineati, con importanti programmi di formazione per i propri giovani che hanno potuto beneficiare di studi superiori a Cuba, in Algeria, in Spagna, nell'ex Jugoslavia e nell'ex blocco sovietico, diventando uno dei popoli più istruiti di tutta l'Africa. A livello individuale, tale mosaico di esperienze e incontri diversi, ha forgiato una società intellettualmente ricca e variegata, difficilmente incasellabile in un quadro unico. Donne e uomini che hanno ritessuto le loro identità rendendo l'esilio, il rifugio, l'occupazione, fonte di resilienza e talvolta di ispirazione.
Donne e uomini che, consapevolmente e con mille accezioni diverse, si definiscono saahrawi e si sentono accomunati da un progetto politico che reclama il diritto a richiedere il referendum tanto atteso per poter intraprendere finalmente una vita come società.
Parafrasando quel che mi disse una ragazza nei campi, la vita non ha lo stesso sapore sapendo di essere, noi e i nostri figli, costretti a vivere in condizioni estreme in mezzo a un deserto ingrato, dipendenti dall'aiuto esterno per sopravvivere, mentre qualcun altro pesca nel mare che fu dei nostri padri. Ma l'amarezza di sapere che la legalità internazionale riconosce al popolo sahrawi dei diritti che continuano a essergli negati non si trasforma in rassegnazione, bensì rafforza quel tratto identitario.
Nonostante la paziente attesa, già dieci anni fa, era evidente che le nuove generazioni non avrebbero aspettato sotto il sole rovente che la comunità internazionale condannasse con la sua inerzia a far crescere anche i loro figli e nipoti sotto le stesse tende logore. Un sentimento di disincanto e di voglia di rivalsa iniziava già a essere palpabile, soprattutto fra i più giovani.
Qualche settimana fa, quel filo di pazienza lungo tre generazioni si è spezzato. Si è spezzato per padri e madri, figli e figlie, nipoti. In un grido di disperazione, dopo quasi trent'anni di linea pacifica e mediazione che sono stati ripagati con indifferenza e rimandi, il Fronte Polisario ha ripreso la via delle armi per riprendere il controllo del proprio territorio. Qualcosa che si poteva, si doveva e si deve evitare.
Le Nazioni Unite hanno mancato un altro appuntamento con la Storia: la loro Missione per il Referendum nel Sahara Occidentale si aggira come un personaggio in cerca di autore davanti a un muro di sabbia che testimonia l'eruzione dell'ultimo conflitto coloniale d'Africa. Legittimare la visione per cui la comunità internazionale ascolta solo un discorso fatto di bombe e morti, mentre ignora chi per anni ha rivendicato pacificamente e negoziato in buona fede, non è solo deleterio e anacronistico, ma nutre il discorso e le fila di estremisti, al di qua e al di là del Mediterraneo.
Liquidare tutta questa questione coloniale con un'etichetta di presunto terrorismo, come il Marocco e i suoi sostenitori spesso fanno, è un irresponsabile insulto alla Storia, che mal cela un ostruzionismo illegittimo al referendum accordato nel 1991, riflesso piuttosto di una politica dei fatti compiuti.
Purtroppo, oggigiorno l'etichetta terrorista sembra essere il passe-partout per chiudere a chiave qualsiasi questione spinosa dietro un muro di paure e tabù. Il terrorismo è un fenomeno estremamente complesso, fra l'individuale e il collettivo, che si nutre dei cocci della nostra modernità in frantumi trasformandoli in schemi semplici quanto posticci. Chi stigmatizza come terrorista tutto un popolo, una religione, un movimento o una causa, spalanca le porte alla sua crescita, continua a gettare benzina sul fuoco e fumo in faccia all'opinione pubblica.
È questo il momento di fare prova di un esercizio intellettuale e morale che sia all'altezza del momento storico. Facciamo le nostre scelte di campo come individui membri della società civile e come Stati membri della comunità internazionale. Dal punto di vista della legalità internazionale, la situazione non si presta a interpretazioni: siamo davanti all'ultima decolonizzazione d'Africa da terminare per poter chiudere un capitolo della storia mondiale vergognoso e con cui ancora facciamo i conti. Siamo davanti all'occupazione di una terra su cui il Regno del Marocco non ha alcun titolo, se non la forza di 45 anni di politica di fatti compiuti.
Sul versante politico, molte altre considerazioni possono e sono entrate in gioco: giochi di forza fra le potenze regionali di Algeria e Marocco, la françafrique, gli equilibri precari fra Europa e Nordafrica, che usano la guerra al terrorismo e migrazione quali monete di scambio, come vediamo anche in questi giorni fra Spagna e Marocco. Presi fra diritto e politica, la domanda rimane, in ogni caso, semplice: l'Italia, l'Europa, la comunità internazionale con l'Onu in testa, appoggeranno la legalità internazionale, seguiranno calcoli politici di altro tipo, o semplicemente guarderanno altrove? In questo e in altri teatri recenti, tristemente, la risposta non è stata la prima.
Con conseguenze a dir poco nefaste. Ci sono diversi Stati non europei e alcuni partiti europei che hanno recentemente manifestato il loro appoggio per una soluzione giusta di questo annoso caso di decolonizzazione fallita, che passi per un referendum, non per le armi. Posizione sostenuta anche da una parte sempre crescente di opinione pubblica in Italia, in Europa e in molti altri stati in tutti i continenti.
Anche nello stesso Marocco esistono partiti politici, come la Voie Démocratique, che appoggiano la legalità internazionale e che chiedono la celebrazione del referendum, pur non appoggiando il Fronte Polisario. La posta in gioco è chiara. Se non vogliamo ritornare ad un ordinamento internazionale dove la violenza e l'uso della forza dettano legge, dove la politica dei fatti compiuti la fa da sovrana, dove tutto è negoziabile e la certezza del diritto non esiste se non per chi ha i mezzi di farlo valere, dovremmo difendere il sistema internazionale che abbiamo con sommo sforzo eretto dopo due guerre mondiali e la fine del colonialismo.
Dovremmo esigere che la legalità internazionale stabilisca con i processi che le sono propri e che sono stati applicati in altri 80 casi di popoli ex-coloniali, portando lo stesso Marocco a diventare indipendente e sedere all'Onu, il futuro di una terra troppo lungamente disputata, fermando così una guerra che non può essere e non sarà indolore, ma soprattutto mandando un messaggio forte di rifiuto dell'uso della forza come metodo di risoluzione delle dispute e di acquisizione territoriale. Oppure stiamo a guardare esplodere l'ennesimo focolaio di instabilità alle porte d'Europa, sicuri nelle nostre tiepide case, accerchiati dal caos e dalla violenza, finché il fuoco della disperazione non lambirà il nostro giardino.
di Rachele Gonnelli
Il Domani, 6 dicembre 2020
Le visite ai familiari sono bloccate da marzo, i contatti con il mondo esterno sono inesistenti e, soprattutto, sono state interrotte le attività che permettevano ai detenuti di ricostruirsi una vita. Ma la politica non fa niente. Plumbea. È la situazione dentro le alte mura di Rebibbia, carcere romano tra i più grandi d'Italia, quasi 1.800 ospiti.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2020
Due episodi mi inducono alla riflessione su un tipo estremo di reato detto "mafia" e sulla punizione imposta e automaticamente eseguita dallo Stato italiano.
Il primo episodio è la definizione di "Roma mafiosa", dopo certi arresti e reati, creando uno stato di emergenza morale ma anche giudiziario (il riferimento alla mafia cambia immediatamente il tipo di carcerazione). Ma dopo poco tempo è seguita, insieme con la conferma di tutti i reati contestati e delle ragioni di arresto, la cancellazione dal fascicolo della parola "mafia".
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