di Chiara Saraceno
La Stampa, 9 gennaio 2021
È assodato che il Covid 19 sta allargando le disparità sociali. Nel pensare a come programmare la ripresa occorre tenerne conto per evitare che chi è stato maggiormente colpito venga lasciato ai margini con conseguenze irreversibili. Gli effetti della crisi occupazionale dovuta all'emergenza sanitaria si sono, infatti, in prevalenza ripercossi sulle componenti già più vulnerabili del mercato del lavoro (giovani, donne e stranieri), sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell'area del Paese che già prima dell'emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno.
A fronte di un calo complessivo dell'occupazione nel secondo trimestre dell'1, 9%, tra i giovani 15-34 il calo nello stesso periodo era stato del 3, 2 %, per le donne del 2, 2 %, tra gli stranieri di entrambi i sessi e di ogni età del 5, 5 %. La piccola ripresa del terzo trimestre è stata probabilmente vanificata dalle successive chiusure. Si aggiunga la nuova, imprevista, disuguaglianza tra chi ha una occupazione che può essere effettuata a distanza, quindi è più protetta sia dalle restrizioni, sia dal contagio, ed invece chi ha una occupazione che può essere svolta solo in presenza, quindi a rischio sia di contagio sia di perdita di lavoro nel caso di riduzione dell'attività. A parte le professioni sanitarie, questo secondo tipo di occupazioni - nel settore privato - è per lo più a bassa qualifica e bassa remunerazione.
I vari e successivi "ristori" hanno compensato solo in parte le perdite economiche di individui e famiglie, oltre a creare, pur nell'allargamento delle forme di protezione, nuove forme di diseguaglianza tra più e meno protetti. Per altro, anche la maggiore protezione offerta a chi può accedere alla cassa integrazione sotto l'ombrello del divieto di licenziamento, non può nascondere il rischio che molti di costoro si troveranno senza lavoro, andando così ad ingrossare l'esercito dei disoccupati, quando il divieto non verrà più prorogato e le aziende più o meno stremate non potranno riassorbirli. Non stupisce che ad agosto, quando si pensava che il peggio fosse alle spalle, poco meno di un quarto (23%) delle famiglie intervistate nell'Indagine speciale sulle famiglie della Banca d'Italia si aspettasse un forte peggioramento delle proprie condizioni economiche, dopo aver toccato il 40% a maggio.
Visto come sono andate le cose da ottobre in poi, è altamente probabile che si sia tornati alle percentuali di maggio. Del resto, osservatori come il Banco Alimentare, Caritas, Action AID, Save the children e altri stimano che la povertà assoluta sia raddoppiata, arrivando a sfiorare i tre milioni di famiglie. Ma c'è chi ha invece aumentato la propria ricchezza, in parte a causa del contenimento forzoso dei consumi. Secondo uno studio di Ref del novembre scorso, solo nella prima metà del 2020, i risparmi delle famiglie sono aumentati di ben 42 miliardi di euro. Ma questo accumulo riflette situazioni asimmetriche, fra quanti hanno mantenuto i loro redditi sostanzialmente invariati, e hanno quindi aumentato la loro ricchezza, e quanti invece hanno subito in misura più immediata le conseguenze della crisi, e hanno dovuto usare i propri risparmi per fare fronte alle spese.
Le disuguaglianze sono aumentate anche tra bambine/i e adolescenti per cause legate alla loro propria esperienza. Il lockdown di questa primavera, la scuola a singhiozzo di questo primo quadrimestre, la didattica a distanza imposta a tutti gli studenti della scuola secondaria superiore e, in alcune regioni, anche di quella inferiore (in Campania e Puglia anche dal nido in su) hanno prodotto difficoltà per tutti. Ma per le bambine/i e adolescenti in condizione di svantaggio queste rischiano di aggravare situazioni fragili e difficilmente recuperabili. Eppure nulla è stato pensato e organizzato in modo sistematico per contrastare questo esito, né durante la lunga pausa estiva né dopo.
Non si può aspettare oltre. Per i giovani e gli adulti senza lavoro o a rischio di perderlo occorre prevedere attività di formazione e consulenza che li indirizzino verso le opportunità che pure ci sono, o che è probabile si aprano. Per sostenere l'occupazione delle donne, cui la pandemia ha ulteriormente ridotto le possibilità di conciliazione lavoro-famiglia, occorre rafforzare radicalmente l'offerta di servizi di cura di qualità e accessibili. Per le bambine/i e adolescenti cui la pandemia rischia di ridurre fortemente le possibilità di sviluppo delle capacità occorre investire nel rafforzamento delle opportunità educative, dal nido in su, in attività di accompagnamento e tutoraggio, e in una didattica capace di farne fiorire le capacità, contrastando le disuguaglianze che si trasformano in destino.
di Darianny Ventura
21secolo.news, 9 gennaio 2021
La lupa nella gabbia uno dei temi meno affrontati, le donne in carcere: secondo recenti dati forniti dall'amministrazione penitenziaria, su un totale di 58.163 detenuti presenti nelle carceri italiane, le donne sono 2.402, cioè il 4,12% della popolazione carceraria. Ma qualcuno si ricorda di quel 4,12%?
Sostanzialmente uno dei temi principali riguardano principalmente gli uomini carcerati, La lupa nella gabbia vuole raccontare di tutte quelle donne di cui non si sa molto. L'idea nasce da una piccola realtà napoletana, Delirio Creativo. Andiamo a leggere l'intervista rilasciata al XXI Secolo da Federica Palo e Raffaele Bruno, gli artisti da cui nasce lo spettacolo.
L'intervista inizia con le parole di Federica Palo la quale esprime: "Io personalmente faccio e spero di fare ancora il laboratorio di teatro nella sezione femminile del carcere di Salerno. Da questa mia esperienza e dalle testimonianze scritte di testi di detenute che abbiamo incontrato nelle carceri di Pozzuoli, Benevento e Salerno; con il progetto Gli Ultimi Saranno nasce uno spettacolo incentrato sulla condizione femminile in carcere, "La lupa nella gabbia". Si parla più spesso della carcerazione maschile, mentre quella femminile è un mondo a sé fatto di grande solidarietà femminile, talvolta anche di abusi e di grande malinconia nel momento in cui si va toccare il tema della maternità".
L'attrice salernitana continua: "La cosa peggiore per una donna in carcere è quando viene privata della sua condizione naturale di mamma, per chi ha figli: il tema dei figli è un nella maggior parte dei casi molto doloroso e serve una grande consapevolezza per affrontarlo in maniera tranquilla. L'inconsapevolezza è uno dei motivi principali per cui molte persone vanno a finire in carcere, per quest'ultimi, affrontare i propri fantasmi è davvero difficile.
"La lupa nella gabbia" è uno spettacolo che ha come protagonista una donna in stato di detenzione che attraversa vari momenti: quello dell'inconsapevolezza, per l'appunto, che la spinge e commettere un omicidio. La rassegnazione alla vita carceraria in cui il tempo è dilatatissimo, sempre uguale, si ripete scandito dalle stesse cose, e il momento in cui si rende conto che non è solo luogo di abbrutimento, ma può essere anche migliorativo, rispetto alla donna che vuole effettivamente diventare. Degli errori che ha fatto e di come vorrà essere diversa una volta uscita, quindi in realtà il finale è un finale di speranza e positività perché tutti possiamo commettere errori anche molto gravi, ma ognuno ha diritto ad una seconda possibilità.
All'interno dello spettacolo ci sono anche dei riferimenti alla condizione carceraria vera e propria in cui le donne vengono trattate come gli uomini, private spesso della loro femminilità... ma tutto è migliorabile. C'è questo raffronto con la lupa perché il lupo è molto materno e simile all'essere umano. "La lupa nella gabbia" si avvale di una collaborazione d'eccezione con le musiche originali e suonate dal vivo del gruppo musicale napoletano - Gatos do mar".
Nell'iniziativa ci sono quindi: con l'arpa, Gianluca Rovinello, con le percussioni, Pasquale Benincasa, con la voce, Annalisa Madonna, come attrice, Federica Palo e con la regia di Raffaele Bruno.
"Lo spettacolo nasce con l'esigenza di condividere con l'esterno le voci di dentro. In particolar modo provare a portar fuori il quotidiano, questa è una delle cose rappresentate minormente in queste tematiche. Provare a far nascere nello spettatore un'empatia - umana, aiutando ed accompagnando lo spettatore ad immedesimarsi nel quotidiano, nel piccolo" - ha affermato Raffaele Bruno. A quanto affermato lo spettacolo era già pronto dal 16 novembre 2020, ma a causa della pandemia è stato rimandato. Le date confermate erano tre, si aspetterà un miglioramento della situazione per far partire lo spettacolo.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 9 gennaio 2021
Un cortometraggio girato nell'ex Opg di Barcellona Pozzo di Gotto. Più noti con l'acronimo Opg, ovvero Ospedali psichiatrici giudiziari, un tempo si chiamavano manicomi criminali. Qui venivano rinchiuse le persone considerate socialmente pericolose, tra cui tossicodipendenti, sieropositivi, alcolisti, persone sole e anziani. Erano vere e proprie strutture dove gli ospiti venivano il più delle volte abbandonati a se stessi senza alcuna assistenza sanitaria. Rappresentavano il clou delle contraddizioni del sistema giudiziario italiano e, quando vennero istituiti, furono pensati per soddisfare una duplice esigenza: unire la dimensione terapeutica con quella di sicurezza. Esigenza superata dal fatto che, con gli anni, si è compreso che spesso il detenuto giudicato "normale", aveva maggiori opportunità di reinserimento nel tessuto sociale rispetto a un ristretto dell'Opg che non aveva altra scelta se non quella di trascorrere il resto della sua vita dietro le sbarre.
A raccontare la trasformazione che ha portato queste strutture sicuramente più a misura d'uomo, ci hanno pensato proprio gli ospiti di uno degli ex manicomi criminali, diventato nel 2016 casa circondariale. Siamo a Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, dove i detenuti-attori hanno realizzato un cortometraggio intitolato "Forse perché eravamo gli ultimi", una pellicola a tema post-apocalittico: in un ex manicomio abbandonato, pochi uomini riescono a sopravvivere alla pandemia. Da questa circostanza, nascono riflessioni sulla necessità di combattere l'alienazione e sul senso stesso dell'umanità. "L'idea - spiega la direttrice Nunziella Di Fazio - è nata nell'ambito di un laboratorio di mediazione artistico-culturale condotto dai nostri tecnici della riabilitazione. Tutta la sceneggiatura e lo sviluppo del cortometraggio si è fondato su un'idea dei ragazzi, che hanno dimostrato grande fantasia e applicazione. Per un detenuto psichiatrico tutto ciò ha una valenza comunicativa perché significa aumentare l'autostima e la consapevolezza della propria autoefficacia". La direttrice della casa di reclusione siciliana spiega poi le difficoltà incontrate durante le riprese dovute non certo allo scarso coinvolgimento dei protagonisti, quanto al covid-19 e al rispetto delle norme di sicurezza: "Vedendo il film traspare la loro emozione. Certo, la trama ideata appare inizialmente inquietante, ma a mano a mano che la storia si snoda, emerge con forza la (loro) voglia di rinascere. Come? Attraverso il gioco, tornando bambini". Per Di Fazio, infatti "gli ospiti di questo carcere hanno vite spezzate. È come se la loro esistenza si fosse a un certo punto interrotta e avessero perso quella possibilità di crescere che ciascun essere umano ha. Sta a noi operatori metterli in condizione di farli riprendere da dove il percorso si è interrotto e credo che iniziative come queste aiutino a rimettersi in carreggiata e a compensare questo vuoto".
La direttrice rileva inoltre che "durante il lockdown ci siamo dati come obiettivo quello di continuare le attività riabilitative e trattamentali con il personale interno a disposizione, fra cui il progetto del cortometraggio. Abbiamo quindi proseguito nelle iniziative anche durante il periodo di chiusura, riuscendo in una proficua collaborazione fra l'area sanitaria e quella amministrativa. Facendo squadra si possono ottenere grandi risultati. Papa Francesco ha detto che la persona malata o disabile, proprio a partire dalla sua fragilità, dal suo limite, può diventare testimone dell'incontro.
Ecco - prosegue - io credo che questi ragazzi, attraverso la loro idea, sono riusciti a promuovere tale cultura dell'incontro evocata dal Santo Padre. Tanto è vero che gli abbiamo inviato una copia del film perché sono certa che apprezzerà il loro sforzo e il loro impegno. Lui che ha così a cuore i detenuti". La macchina da presa, dunque, come modello operativo efficace che supera la centralità del carcere come unica forma di pena e afferma l'importanza dello sviluppo di alternative alla detenzione uscendo finalmente dal rincorrere, di volta in volta, l'emergenza che bussa alla porta.
recensione di Silvia Gusmano
L'Osservatore Romano, 9 gennaio 2021
Un viaggio all'interno di uno dei reparti di massima sicurezza del carcere napoletano di Poggioreale attraverso il dialogo con undici detenuti di età diverse.
"Un clima di profonda condivisione, di scambio delle parti migliori, più costruttive di sé". Così Giovanni Starace - già docente di psicologia dinamica e psicologia clinica alla Federico ii di Napoli - descrive l'atmosfera del lavoro fatto per più di un anno con undici detenuti di un reparto di massima sicurezza del carcere di Poggioreale. Undici adulti di età diverse che nel corso di incontri periodici hanno potuto vivere "un modo del tutto inedito di stare insieme" mossi dallo stesso forte bisogno di condivisione.
Incontri periodici che hanno dato loro anche la possibilità di mantenere un rapporto con il mondo esterno, un'esigenza primaria, questa, per coloro che vivono reclusi perché "la detenzione oltre a una separazione fisica dalla società, determina anche un isolamento mentale, un allontanamento dalla complessità psicologica della vita sociale a causa del confinamento in dinamiche ristrette tra persone tutte obbligate a vivere la stessa quotidianità".
Il risultato di questo percorso è ora raccontato in "Testimoni di violenza" (Roma, Donzelli, 2020, pagine 168, euro 19), che restituisce al lettore un panorama estremamente poliedrico: la vita quotidiana di persone appartenenti a organizzazioni criminali, le loro relazioni affettive, i rapporti tra la gente comune e la camorra, la vita interna ai clan e le relazioni tra loro. Si tratta di prospettive nuove sull'universo criminale perché questo viene indagato a partire dal mondo interiore dei protagonisti, una dimensione piuttosto inedita.
Raccogliendo itinerari biografici, ascoltando racconti schietti, duri e disincantati, e facendoli confrontare tra loro, Starace restituisce una realtà fatta di persone comuni e di individui parzialmente collusi con il mondo criminale, ma anche di soggetti appartenenti a quelle organizzazioni, rovesciando le visioni stereotipate di una camorra descritta come fenomeno totalmente egemone sul contesto assoggettato. Entrando nel cuore della vita dei clan, emerge piuttosto un'analisi lucida e ramificata delle dinamiche interne il cui minimo comun denominatore è dato dalla consapevolezza che tutto ciò che la camorra tocca si degrada. Le relazioni umane si deteriorano, i valori fondamentali della convivenza civile si corrompono delimitando un mondo a parte che alla fine sembra offrire solo due alternative. Il carcere o la morte.
Nelle voci degli undici detenuti ci sono racconti sui padri che si sovrappongono a quelli su loro stessi, ora padri; ci sono il degrado ambientale e le spinte distruttive che intossicano un intero tessuto sociale; c'è la violenza, regolatrice ultima dei rapporti tra le persone, "l'humus su cui le relazioni si costruiscono, lo strumento attraverso il quale ne vengono segnate le tappe ma anche l'epilogo" perché è proprio la violenza in tutte le sue possibili forme "l'agente principale che inquina il contesto sociale e lo degrada in profondità".
È pressoché impossibile trasgredire le regole di questo "mondo a parte", racconta Starace, trattandosi di regole stringenti che non lasciano margini a comportamenti diversi. Allontanarsene è quasi impensabile una volta che il legame viene instaurato.
Il libro ritorna spesso su come e quanto ignoranza e scarsa esperienza siano autentiche autostrade per la criminalità. Se i figli dei poveri sono maggiormente alla mercé di chi può risolvere nell'immediato i loro problemi offrendo "una possibile salvezza", colpisce la consapevolezza di quanto, probabilmente, basterebbe poco per ribaltare completamente le cose.
"Paolo aggiunge, ripetendolo più volte, che se uno prendesse una decina di ragazzi che vivono per strada e li portasse a giocare a pallone o al mare d'estate, se avesse la possibilità di prendersene cura, sette di loro si salverebbero mentre questi tre che restano, e che non è riuscito ad aiutare, come li si vede nascere, così è probabile che li si veda morire". La criminalità, infatti, è abilissima ad "abbabbearli" cioè a circuirli.
Allo Stato gli undici detenuti chiedono dunque qualcosa in più e di diverso della semplice creazione di nuovi posti di lavoro. Chiedono, sulla base della loro esperienza ("in un universo in cui le risorse materiali e affettive sono scarse") di ribaltare le carte all'origine.
"Viene reclamata un'attenzione diversa che porti a realizzare un piano organico e straordinario per aiutare i -giovanissimi a uscire da questo stato di necessità che li porta ad aderire alla camorra". Ci vorrebbe - ripete più volte Roberto - "più carcere nella scuola e più scuola nel carcere".
È vero - nota Starace - negli ultimi anni sono sorte molte iniziative a sostegno dei bambini e degli adolescenti, orientate specialmente all'istruzione e a una socializzazione positiva. "Ma, a loro giudizio, le attività intraprese sono scarse, frammentarie, inadeguate". Così se il desiderio più grande degli undici detenuti di un reparto di massima sicurezza di Poggioreale è quello di arrivare alla scarcerazione, si tratta però di un desiderio accompagnato da una forte preoccupazione: perché assieme alla speranza, camminano timori, ansia, apprensione e, a volte, pessimismo profondo.
Non è solo questione di partenza e di potenziale arrivo; di quel che li ha condotti in carcere e di quel che potranno trovare fuori. C'è anche il problema del tempo stesso della detenzione. Perché se è vero che qualcuno in carcere ha trovato la solidarietà, al contrario di quanto è sempre accaduto nella vita fuori, e se è vero che altri però parlano di "falsa solidarietà, di un accordo dettato da una relazione non scelta ma imposta" resta che quella del carcere - per come è oggi strutturato - è una vita ferma. "Un tempo che non va avanti".
Non è una lettura facile, quella proposta dal libro. Ma è una lettura lucida, e per questo molto utile per cercare di capire qualcosa di questo mondo a parte. Un mondo in cui "la verità dichiarata non è quella vera" e questo "perché la verità è semplicemente un'altra ed è questa: io sono più forte di te". Il cammino è lungo, va preparato da lontano con cura e intelligenza. Ma è possibile; si può essere anche testimoni di altro. L'esperienza raccontata da Starace lo dimostra.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 9 gennaio 2021
"Voliera", cortometraggio di Vittoria Corallo realizzato con i detenuti attori e tecnici della casa circondariale di Perugia-Capanne e con studentesse del liceo classico "A. Mariotti", potrà essere visto da oggi fino a domenica 17 gennaio nella sala virtuale del cinema PostModernissimo.
L'opera nasce da un progetto di teatro-carcere che, durante la pandemia, ha dovuto cercare strade alternative alla rappresentazione dal vivo per evitare l'interruzione di un percorso artistico e formativo iniziato, in collaborazione con il TSU - Teatro stabile dell'Umbria, nel 2016.
Quando è sopraggiunto il lockdown erano in corso i lavori per portare in scena uno spettacolo liberamente ispirato agli Uccelli di Aristofane, con il coinvolgimento anche di allieve del liceo classico.
"Per mesi - racconta la regista e autrice Vittoria Cavallo sulla sua pagina social - ci siamo preparati esplorando alcune delle tematiche che quel testo ci suggeriva. Per esempio il rapporto tra l'individuo e lo spazio in cui vive, il rapporto tra i metri quadrati che abita e la libertà sociale che questi gli concedono".
Le limitazioni portate dall'emergenza Covid, hanno imposto di rivisitare i contenuti del progetto. Il materiale artistico ha trovato, così, espressione in un'opera visuale, che adotta un linguaggio simbolico e trasfigura il carcere nella dimensione spazio-temporale della pandemia.
"Volevamo prendere quel poco concesso - prosegue Vittoria Cavallo - e portarlo fino a dove si poteva estendere, anche questo per noi è stato un tentativo di volo". Voliera rientra nel progetto nazionale Per aspera ad astra - riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, promosso da ACRI (Associazione delle Fondazioni di origine bancaria), che organizza laboratori e corsi di formazione nei mestieri del teatro in 12 istituti penitenziari e che ha coinvolto, finora, circa 250 detenuti.
In Umbria il progetto è stato portato grazie all'adesione della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e al contributo artistico - organizzativo del Tsu. La 'prima' virtuale di oggi, che si terrà alle ore 19 sulla pagina facebook del PostModernissimo, sarà preceduta da un incontro di presentazione a cui parteciperanno Vittoria Corallo, Daniela Monni del Comitato di Indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio e Nino Marino, Direttore del Tsu.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 9 gennaio 2021
A causa della crisi più donne senza lavoro rispetto agli uomini. E con il lockdown sono cresciuti ulteriormente gli Sos ai centri antiviolenza "Ma l'Italia era comunque indietro di 99 anni: il virus l'ha solo rallentata". "L'impatto delle crisi non è mai gender-neutral - scrivevano qualche settimana fa le Nazioni Unite - e il Covid-19 non fa eccezione". In effetti, che la pandemia non sia imparziale nell'imporre le sue leggi a donne e uomini è evidente in tutte le regioni italiane: nella violenza domestica, nella cura dei malati, nella gestione dei figli senza scuola, nella perdita del lavoro, soprattutto quello precario e debole a prevalenza femminile. Statistiche definitive ancora non ci sono. Uno studio dell'Istituto Toniolo dell'Università Cattolica ha comunque misurato che il 52,5 per cento delle donne vive un peggioramento netto delle proprie condizioni di vita, contro un 45,2 per cento degli uomini.
Più in generale, la pandemia e i lockdown hanno accentuato situazioni esistenti e accelerato tendenze in essere: per l'Italia, la realtà era già seriamente problematica prima del Covid-19, per quel che riguarda la condizione femminile. Quando in una coppia le cose vanno bene, il confinamento in casa per lunghi periodi può rafforzare il rapporto. Ma quando ci sono tensioni o addirittura relazioni violente, tutto può precipitare. Sulla base delle chiamate al numero verde 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità dedicato alla violenza sulle donne e allo stalking, l'Istat ha calcolato che tra marzo e ottobre di quest'anno le richieste di aiuto sono aumentate del 71,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019: un totale di 23.071, delle quali 10.577 hanno riguardato casi violenti. Le chiamate per informazioni ai Centri antiviolenza sono aumentate del 65,7 per cento.
Seguendo lo stesso cartamodello, quando le cose funzionano e l'economia tira, le aziende assumono anche donne; quando le cose vanno male, queste sono le prime a perdere il posto di lavoro, un po' perché stanno in media nella parte meno alta della scala dell'importanza nell'impresa, un po' per ragioni culturali a causa delle quali si pensa che una donna disoccupata sia più "normale" di un maschio disoccupato. Una ricerca pubblicata a fine ottobre dalla Fondazione studi consulenti del lavoro ha calcolato che tra il secondo trimestre 2019 e il secondo trimestre 2020, cioè comprendendo lo choc di primavera fino a giugno, su 841 mila posti persi il 55,9 per cento fosse occupato da manodopera femminile. Particolarmente colpite sono state le lavoratrici a termine, che in quasi 330mila casi hanno perso l'occupazione, e quelle autonome. Quando finirà il blocco dei licenziamenti, a marzi 2021, le cose peggioreranno.
Un disastro, se si tiene conto del fatto che già prima della pandemia in Italia lavorava meno di una donna su due e che il gap tra occupazione maschile e femminile era del 18,9 per cento: la situazione peggiore nella Ue se si esclude Malta. Spesso si fa notare che in termini di differenze salariali tra uomo e donna lo stato delle cose in Italia non è così male: nelle statistiche di Eurostat la differenza media è un po' sotto al 5 per cento, minore è solo in Romania e in Lussemburgo (la Germania, per dire, è al 20 per cento). "Tuttavia - sottolinea lo stesso ufficio statistico della Ue - un gap basso in certi Paesi non significa automaticamente che le donne in generale siano meglio pagate. Il gap spesso si realizza in Paesi con un più basso tasso di occupazione femminile". Che è poi la situazione italiana. Valore D, per esempio, sottolinea che più le donne studiano più aumenta il divario salariale: se un maschio laureato guadagna il 32,6 per cento in più di un diplomato, per una laureata il divario è solo del 14,3 per cento.
Nonostante la legge Golfo-Mosca del 2011 imponga alle società quotate in Borsa di riservare alle donne almeno un terzo dei posti nei loro organismi di governo, i meccanismi interni di carriera continuano poi a privilegiare gli uomini. Molte imprese promuovono sulla base della cooptazione fondata sulla condivisione di valori invece che sul merito: dal momento che chi coopta è di solito un maschio, è molto probabile che quest'ultimo scelga un suo simile. Il fatto che durante la pandemia il moltiplicarsi di comitati creati dal governo abbia visto la partecipazione scarsissima di donne, ancora meno in posizioni di guida, indica che probabilmente nel 2020 lo stato degli affari del gender-gap non è migliorato, anzi. I campi nei quali esistono differenze di genere sono moltissimi. Fa forse eccezione quello delle laureate, che sono il 22,4 per cento del totale contro il 16,8 per cento degli uomini: ma qui trovano meno ostacoli che in altri campi, vale solo la loro determinazione.
L'indice che raccoglie tutto il ritardo italiano è il Global Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum. Dice che nel 2006, quando è stato realizzato per la prima volta, eravamo alla posizione 77 su 153 Paesi: nel 2019 siamo saliti alla posizione 76. Di questo passo, per raggiungere la parità sarebbero serviti 99,5 anni. Se il coronavirus non ci avesse spinto ancora più indietro.
di Enrico Marotta
Gazzetta di Salerno, 9 gennaio 2021
Siamo al giorno numero 5 di sciopero della fame per Donato Salzano, segretario radicale dell'Associazione "Maurizio Provenza" di Salerno e militante del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. Una storia di lotte e di scioperi della fame che da sempre caratterizzano la vita politica di uno degli esponenti pannelliani storici di Salerno e provincia. Sempre in difesa dei più deboli, degli ultimi, degli "scartati" come spesso li definisce il segretario dei radicali salernitani. Donato Salzano da cinque giorni è in sciopero della fame, proprio in questo periodo di Covid e di restrizioni, per mettere al centro del dibattito politico la situazione di disagio e di abbandono assoluto dei detenuti della Casa Circondariale di Salerno.
Donato (mi permetterai di darti del tu?!...) è da tempo che ci conosciamo... innanzitutto com' è il tuo stato di salute a distanza di 5 giorni di sciopero della fame?
Beh, certo che si, sarebbe da stupidi darsi del tu in privato e poi del Lei in pubblico, come fanno ipocritamente in tanti, oltretutto ci unisce la condivisione del "cum panis". Per la salute invece sto benissimo, anche perché cerco di trasferire con amore e fermezza la mia forza a chi deve decidere di rientrare nella legalità, come Satyagraha gandhiano in declinazione panneliana prescrive.
Il Covid e la pandemia hanno reso ancora più difficile la vita dei detenuti e delle loro famiglie un po' in tutte le carceri italiane. In poche battute, come descriveresti la situazione su Salerno della casa Circondariale?
Tutto è cambiato in peggio, come dire tutto cambia affinché nulla cambi ... Certo che il Covid ha peggiorato la condizione di una detenzione illegale, terribile, presente in tutti gli istituti di pena. La rapida diffusione del virus dovuta spesso al sovraffollamento, quindi alla mancanza di spazi idonei per isolare i positivi, a causa di strutture fatiscenti da decenni, fuori norma e indecentemente contrarie a ogni normativa di salubrità pubblica e sanitaria, che fanno sempre di più le carceri italiane luogo di tortura per una pena fino alla morte. In questo Fuorni non è diversa dalle altre carceri, le restrizioni impediscono qui come altrove le importantissime visite dei familiari e con esse la possibilità di ricevere pacchi di generi alimentari e di prima necessità, aggravando in particolare nella sezione dedicata ai comuni, la già diffusa indigenza alimentare e di assistenza, per di più la direttrice Rita Romano è stata contagiata dal Covid insieme ad un numero imprecisato di detenuti e agenti. Detenuti e detenenti condannati alla stessa infame pena illegale, i primi per più della metà scontano una lunghissima pena preventiva contraria al dettato costituzionale.
Immagino che l'amministrazione penitenziaria stia cercando di porre rimedio a questa tragica emergenza, il Ministro della Giustizia, il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica?
Per la verità il portale ufficiale del Ministero della Giustizia fornisce dati non veritieri sul sovraffollamento nei singoli istituti di pena, tanto che Rita Bernardini ha dovuto condurre per oltre un mese uno sciopero della fame di dialogo e proposta insieme a miglia e miglia di detenuti e i loro familiari, a militanti e dirigenti del Partito Radicale, appunto per rendere diritto alla Conoscenza, ha fornito all'opinione pubblica e alle istituzioni i dati effettivi sulla disponibilità di posti letto per stanza detentiva per ogni ristretto. Purtroppo il Ministro Bonafede non è pervenuto, neanche dopo la lettera al Presidente della Repubblica Mattarella e il successivo incontro con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in seguito ha anche persino prontamente fatto visita al carcere di Regina Coeli. Da allora nulla è cambiato, anzi i contagi aumentano inesorabilmente giorno per giorno senza tregua. L'unico che però ha saputo ergersi a difesa degli ultimi è stato Papa Francesco nell'omelia al Vangelo della messa di Natale, quando ha ricordato che il bambino è venuto a noi quale "scartato" perché chiunque possa essere consapevole che si è vicini a Dio soltanto quando s'incontra il povero, il reietto, il diseredato, il discriminato, il migrante, il detenuto.
Quali sono gli obiettivi e le ragioni di questa tua e vostra lotta nonviolenta e a chi rivolgi il dialogo e la proposta politica attraverso il digiuno?
L'iniziativa nonviolenta vuole porsi l'obiettivo di dare voce al diritto degli ultimi tra gli ultimi, a cominciare dai ristretti nella Casa Circondariale di Salerno e ricordare alle istituzioni, in primis al Sindaco di Salerno e massima autorità sanitaria in città, di dare seguito alle leggi che loro stessi si sono dati. Visti i precedenti, si eviti ancora una volta di far aspettare fino a Pasqua per avere i buoni spesa di Natale (lockdown di marzo riferito alle domande di aprile: 8 mesi; la riapertura dei termini di luglio: 5 mesi), ovviamente non solo per i liberi in città ma anche per i detenuti residenti alla Casa Circondariale di Salerno, di fatto comunque sempre esclusi dal beneficio. Contemporaneamente in gran parte delle altre amministrazioni della Provincia di Salerno, con in testa l'efficientissimo Sindaco Gianfranco Valiante di Baronissi, con procedimenti e istruttorie celeri hanno distribuito prima e consegnando poi velocemente nelle case degli aventi diritto il secondo ristoro di buoni in tempo per l'arrivo del Natale. Appunto il bis dei "Buoni spesa Covid" relativi al finanziamento per gli aiuti alimentari e di prima necessità del recente "Decreto Ristori Ter" di novembre, trasferiti per tempo dal Governo a tutte le amministrazioni comunali, aventi l'esclusivo scopo della solidarietà alimentare con precisi obblighi di celerità e urgenza, che come suo solito l'amministrazione di Salerno tarda nuovamente a consegnare. Affiancarli con la fermezza e l'amore della nonviolenza e trasferirgli la forza per l'immediato rientro nella legalità, chiedendogli d'interrompere da subito il "vulnus" del diritto e dei diritti sul caso: "Il comune e il natale dei buoni spesa Covid del Decreto Ristori Ter di novembre e le domande purtroppo ancora impedite agli ultimi tra gli ultimi che siano essi ristretti residenti alla Casa circondariale di Salerno o liberi residenti in città a causa della mancata riapertura dei termini del bando degli uffici".
Numerosi i tuoi messaggi e la tua forte critica verso le istituzioni, soprattutto al sindaco di Salerno Vincenzo Napoli verso i quali ti sei spesso rivolto per denunciare la situazione drammatica del carcere di Fuorni?
La filosofa ebrea Hannah Arendt ci ricorda da sempre della "Banalità del male" e del suo palesarsi sotto le apparenti vesti delle "persone perbene". Il Generale burocrate feste natalizie e di fine anno ha già prevalso sulla fame e sete di verità e diritto degli ultimi tra gli ultimi e il resto hanno fatto i "Signori del gettone" di maggioranza e opposizione, al solito da sempre "soci" come "ladri di Pisa", compresi i sei nuovi e vecchi transfughi fino a ieri "sodali" di tutte le scelte amministrative, soltanto oggi a fine consigliatura divenute improvvisamente discutibili. Tutti costoro al Consiglio Comunale di fine anno evidentemente interessati ad altro non hanno voluto, sentito e inteso adottare l'interrogazione urgente al Sindaco redatta per loro dall'Associazione Radicale Salernitana "Maurizio Provenza", che pur avrebbe dato la possibilità di una parola definitiva e autorevole al Capo dell'Amministrazione sul caso dei "Buoni spesa Covid di novembre" non ancora distribuiti e soprattutto sul costituito fondo di solidarietà alimentare comunale Covid-19.
Il Sindaco Napoli ha risposto ai tuoi numerosi appelli?
No! Ho avuto soltanto colloqui interessati con i sensibili Consiglieri Comunali Mimmo Ventura prima e Paola de Roberto poi. Io però non arretro di un millimetro sul punto. Lottiamo per il possibile contro il probabile e come Ernesto Rossi vogliamo metterci al capo della ricostruzione, quali costruttori di ponti e chiediamo per questo al Sindaco di Salerno con l'amore e la fermezza della nonviolenza, di scongiurare quella strage di diritto che è già strage di popoli, gandhianamente cara a Marco Pannella, non tanto quale primo cittadino, ma più propriamente nel ruolo di massima autorità sanitaria in città, nel far visita alla "Comunità Penitenziaria" di Fuorni per sincerarsi appunto delle precauzioni prese e dello stato di diffusione del virus. Speravo, sarebbe stata troppa grazia, ma evidentemente non è stato possibile, entro la loro, nostra e sua Epifania, quella "Manifestazione" festa più importante celebrata dalla cristianità dopo il Natale. In fine mettere la parola conclusiva da subito sul caso: "Comune Natale Buoni spesa Covid Decreto Ristori Ter e ultimi tra gli ultimi che siano essi ristretti o liberi", così da permettere agli uffici delle politiche sociali di riaprire celermente i termini del bando e far accedere alla domanda a tutti coloro che hanno maturato i requisiti previsti dal decreto ristori ter e dalla delibera della giunta municipale. Sai, Rosario Livatino il "giudice ragazzino" amava spesso ripetere: "non basta essere credenti, ma bisogna essere credibili".
Prima di salutarci, poche battute ai quanti seguono le vicende del carcere di Fuorni e a tutti quelli che vogliono unirsi a te nello sciopero della fame. A chi possono rivolgersi e come contattarti?
Caro lettore abbiamo bisogno almeno di un tuo giorno di digiuno. Dai forza alla lotta nonviolenta, unisciti a me e a tanti compagni! Fai quel che devi, accada quel che può! Comunicamelo sulla mia mail personale:
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
L'avvocata iraniana per i diritti umani potrà accedere alle cure, ma solo per un tempo limitato. Un calvario di cui non si intravede la fine. Un vero e proprio calvario del quale al momento non si intravede la fine. È questa infatti la sorte che sta vivendo Nasrin Sotoudeh, l'avvocata e attivista per i diritti umani che ormai dal 2018 è costretta ad un continuo stillicidio tra carcerazioni e brevi periodi di libertà. Questa volta ha ottenuto un permesso di soli 3 giorni per uscire dal penitenziario di Qarchak, nei pressi della capitale Teheran, dove si trova rinchiusa in seguito ad una condanna per spionaggio e, secondo i giudici che l'hanno mandata in carcere, per un supposto "tentativo di rovesciare il sistema della Repubblica islamica". Come durante tutti questi anni di detenzione, il tramite con l'esterno e l'opinione pubblica internazionale è stato il marito Reza Khandan che combatte una battaglia per non far seppellire definitivamente la voce di Nasrin. È stato infatti lui a divulgare la notizia del breve soggiorno al di fuori della prigione attraverso twitter. Un messaggio rilanciato poi da Amnesty International che ha spiegato ancora una volta i motivi della carcerazione e ha lanciato un appello urgente per la sua liberazione definitiva. Nel 2019, dopo l'esito negativo del suo appello, Nasrin è stata condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate per un'unica colpa: aver difeso i diritti delle donne e la loro libertà di scelta, come quella di non voler indossare l'Hijab, in tradizionale velo che copre loro la testa. Per questo aveva pubblicamente difeso una donna che non aveva voluto piegarsi a quest'obbligo. Da qui la formulazione di 7 pesanti capi d'imputazione, dall'aver complottato contro la sicurezza nazionale alle minacce contro il sistema, istigazione alla corruzione e la prostituzione. Ma soprattutto essere comparsa senza velo in un'aula di tribunale.
Pesantissima anche la condizione della detenzione. L'avvocata infatti fu rinchiusa nel famigerato carcere di Evin, a Teheran (già impiegato dalla polizia segreta dello Scià Reza Palevi), qui vengono mandati giornalisti iraniani e stranieri, blogger, attivisti, studenti, registi, scrittori. Chiunque abbia in qualche modo espresso la propria critica contro il regime degli Ayatollah.
Nonostante Nasrin Sotoudeh avesse 20 giorni di tempo per presentare ricorso contro il verdetto di primo grado, rinunciò a questo diritto come atto di protesta nei confronti di un procedimento che ha giudicato come irregolare e persecutorio, con una decisione già presa a priori. La vicenda, fin dalle sue prime battute, suscitò indignazione internazionale e gli appelli per la liberazione si moltiplicarono. Si mosse anche la diplomazia internazionale ai massimi livelli, a partire dalla Francia. Il 10 aprile 2019 il presidente, Emmanuel Macron, ebbe un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Hassan Rohuani, durante il quale venne sollevato il caso e chiesta la scarcerazione della Sotoudeh. Lo stesso fece il Parlamento Europeo che già nel 2012 l'aveva insignita del premio Sakharov per le sue battaglie in favore dei diritti delle donne e contro la pena di morte. Tutti tentativi che si rivelarono comunque fallimentari, Nasrin infatti continuò a rimanere in carcere da dove però non rinunciò alle sue idee di libertà. Nel settembre dello scorso
Un anno fa fu costretta a interrompere uno sciopero della fame iniziato quasi 50 giorni prima per protesta contro le condizioni dei prigionieri politici durante l'epidemia di coronavirus. Uno sforzo che incise profondamente sulla sua salute, tanto da farla ricoverare 5 giorni in ospedale a causa di un'insufficienza cardiaca. Anche in questo caso però la decisione delle autorità giudiziarie fu quella di riportarla in carcere, ma ancora una volta la sorpresa fu amara. Invece che a Evin, Sotoudeh venne trasferita nella prigione di Qarchak, una struttura per sole donne in una fabbrica di polli inutilizzata a sud di Teheran nota per i maltrattamenti sui prigionieri politici e le cattive condizioni igieniche. Sarebbe passato tutto sotto silenzio se non fosse stato ancora una volta per il marito Reza Khandan che riuscì a comunicare: "Tre settimane fa, dopo essere stata ricoverata in ospedale, (Nasrin ndr.) è stata riportata in prigione prima di completare l'intero trattamento. Secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere nuovamente trasferita in ospedale per un esame cardiaco urgente e angiografia, ma invece le autorità di Evin l'hanno trasferita nel carcere di Qarchak".
La salute dell'avvocata iraniana poi peggiorò ulteriormente, perché oltre ai problemi cardiaci, alla debilitazione del corpo per malnutrizione si è aggiunta l'infezione da Covid- 19 contratto in cella. Per questo motivo lo scorso 8 novembre era stata rilasciata temporaneamente. I medici che l'hanno in cura avevano chiesto il prolungamento della libertà per cure appropriate, ma ancora una volta senza successo: Nasrin è stata costretta a rientrare in prigione fino alla scarcerazione attuale.
di Beniamino Pagliaro
La Repubblica, 9 gennaio 2021
La triste, criminale, pagina dell'assalto al Congresso di Washington sembra aver prodotto, se non altro, un'ondata di approvazione intercontinentale quando Facebook e Twitter hanno deciso di mettere a tacere il presidente uscente Donald J. Trump. Dopo quattro anni di esclamazioni, cospirazioni e bugie twittate dal presidente degli Stati Uniti alle cinque del mattino, abbiamo pensato, con sollievo: gli hanno finalmente tolto il giocattolo!
In effetti, nota qualcuno ora, è bastato spegnere il suo profilo social, il palcoscenico per l'attenzione delle folle, per costringerlo a concedere la vittoria a Joe Biden. Tutti l'abbiamo pensato, ma è un pensiero sbagliato, che guarda il singolo caso e non la prospettiva, il metodo. È davvero un problema che a decidere sulla capacità di esprimere un pensiero, giusto o sbagliato, buono o cattivo, siano gli amministratori delegati di società quotate in borsa. Non è una soluzione, e non può funzionare.
La crescita dei social media e delle società tech in generale è avvenuta con una rincorsa, travolgente, spesso senza indagare sulle conseguenze. Elon Musk ha twittato un meme richiamando l'effetto domino suggerendo che tutto (Facebook) sia iniziato da un sito per dare i voti alle ragazze carine all'università. Alla fine del domino c'è un personaggio con il cappello da vichingo che prende il controllo del Congresso. Fortunatamente non è davvero andata così. Ma i social media sono una primaria fonte di informazione per gran parte della popolazione americana: molte ricerche sostengono che questo non aiuti gli utenti-cittadini a mettere le informazioni nel giusto contesto. Il confine tra notizia verificata e fake news sembra davvero labile, il confine tra uomo politico e testata giornalistica sembra difficile da riconoscere. Altri studi dicono invece che sarebbe l'innata volontà umana di vedere confermate le proprie idee a farci rinchiudere nelle bolle dei social.
La conseguenza indesiderata, comunque, è che i messaggi di odio proliferano, le bugie fanno più scalpore di una noiosa verità. Dunque anche se tutti gli organismi deputati a verificare la correttezza del voto si sono espressi - ha vinto Joe Biden - milioni di americani credono che sia tutto un complotto. Questo è un problema, perché così si mette in dubbio la legittimità della democrazia. Ma la risposta a questo problema non può essere una censura ex-post delle parole di un uomo politico. Oggi pensiamo di essere d'accordo con la decisione di Facebook e Twitter, ma in verità lo siamo perché non consideriamo il contesto e la geografia. Che metodo c'è dietro una decisione del genere? Mark Zuckerberg ha scritto che la decisione serve a evitare "ulteriore violenza". Ma in verità non sappiamo se questo sia vero, né se Zuckerberg abbia, in questo o in altri futuri casi, gli strumenti per valutare. Arriviamo presto al nodo: chi controlla il controllore? Caso ancora più paradossale, Twitter ha riammesso Trump perché potesse pubblicare il discorso di concessione della vittoria. Una logica meramente editoriale, come se in un giornale, al collaboratore un po' matto avessimo detto: "Ok, questa volta puoi mandare il pezzo, ma prometti di non sbroccare".
Pensiamo che sia giusto bloccare Trump ma se invece a sovvertire l'ordine costituito sono i giovani di Hong Kong, cosa diremmo? Del resto, delegare la censura a entità statali o para-statali dovrebbe far venire i brividi anche a noi italiani.
Quando non si sa bene che fare di fronte a un problema complicato, la classica risposta dei politici è: "Bisogna investire nell'educazione e nella cultura", e siamo d'accordo, in generale. Ma la casa è in fiamme ora. L'incendio si spegne in primis con le leggi che esistono già. In Italia, per esempio, l'apologia del fascismo è un reato, e lo deve essere anche online. Invece di invocare nuovi censori, dovremmo pretendere politici (e giudici) in grado di far rispettare le leggi. Se Trump sarà rimosso dalla Casa Bianca non sarà per le sue parole, ma per le sue azioni, e per forza di un sistema ordinato di leggi. Quante volte negli scorsi quattro anni dozzine di repubblicani hanno fatto finta di niente, rifiutando l'impeachment, fingendo di non sapere quel che stava succedendo? La risposta va cercata lì.
Per preservare la libertà del discorso pubblico, la libertà di dibattere e persino di far cambiare idea a chi la pensa diversamente da noi (ci sfugge spesso, ma sarebbe questo il punto del gioco democratico), serve un metodo, e non delle decisioni una tantum. Per ragioni etiche e tecnologiche abbiamo bisogno di regole condivise, di alzare gli standard minimi della convivenza in rete con profili verificati. Se questo fosse un problema economico, potremmo pensare a un sistema di incentivi, ma con la democrazia è ovviamente più complicato. Bisogna studiare. La metafora della pandemia è efficace: non basteranno da sole le mascherine, non basterà lavare le mani, non basterà il vaccino, ma queste azioni messe in fila possono isolare il virus. Allo stesso modo, le varie misure di educazione all'informazione e rispetto ferreo della legge possono riportare i complottisti a un fisiologico 1%, ovvero a diventare ininfluenti, come quello zio cospirazionista che ci infesta le chat familiari. I personaggi che entrano nel palazzo del potere fanno pena, letteralmente. Non sanno quel che fanno, non sanno che rischiano di sacrificare secoli di lotta per i diritti di tutti. L'unica consolazione è che le istituzioni restano e il resto passa.
di Costanza Rizzacasa d'Orsogna
Corriere della Sera, 9 gennaio 2021
Nei primi mesi della pandemia l'odio online tra bambini e adolescenti è aumentato del 70%. Contemporaneamente esplodono i disturbi alimentari. "Domani mio figlio, quinta elementare, cambia scuola. Le prese in giro dei compagni per essere un po' in carne gliel'avevano resa un posto da odiare. Solare e allegro, aveva iniziato a soffrire di reflusso e di gastrite". Inizia così, su Twitter, il racconto di una mamma di Roma. "Ho cercato di resistere", spiega, "non volevo lo vivesse come un fallimento. Ma c'è un limite". Migliaia le condivisioni. Al netto dei soliti idioti ("Levagli le merendine"), c'è chi rivede il proprio vissuto ("Sento ancora bruciare le ferite") e chi invece attacca: "Ottimo insegnamento. Davanti alle difficoltà si scappa".
Un problema, quello del bullismo e del cyberbullismo (in particolare sul peso) sempre più allarmante. Secondo l'osservatorio Light, nei primi mesi della pandemia l'odio online tra bambini e adolescenti è aumentato del 70%. Contemporaneamente esplodono i disturbi alimentari. Account social e chat che istigano all'anoressia sono fuori controllo. Nei giorni scorsi, dopo l'aumento di ricoveri per anoressia di bambine tra i 10 e i 12 anni, il ministero della Salute britannico ha lanciato un appello.
In Italia, dove di disturbi alimentari soffrono almeno 2,3 milioni di adolescenti e pre-adolescenti si parla di un +30%. E l'età si abbassa sempre di più: le prime manifestazioni anche a otto anni. Ecco perché è fondamentale che insegnanti e genitori si occupino di bullismo. Ma la scuola, come la famiglia, è spesso impreparata. Ancora quest'anno, un testo per le elementari suggeriva la parola "grassa" per definire una bambina (peraltro dal disegno normopeso). Vero, il bullismo esiste da sempre. Ma il mondo è cambiato. Quando noi andavamo a scuola non c'erano i social, le chat. Per risolvere problemi nuovi occorrono nuovi strumenti. Soprattutto, siamo sicuri che il bullismo subito da bambini ci abbia aiutati a crescere? O non ci ha resi, forse, adulti più tristi, più fragili, più cinici e magari incattiviti?
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