di Valeria Fedeli*
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Patrick Zaki è illegalmente detenuto in Egitto da oltre 14 mesi. Nei giorni scorsi la sua fidanzata ha espresso forte preoccupazione per la sua tenuta psichica e morale oltre che fisica viste le condizioni e le torture subite. Abbiamo tutti letto il messaggio di dignità e coraggio, scritto in italiano, che Patrick è riuscito a far uscire dal carcere attraverso un libro e da cui traspare anche l'enorme difficoltà a continuare a resistere a un trattamento disumano, incivile, illegale e barbaro.
La carcerazione preventiva di Patrick è stata reiterata più e più volte. Ecco perché nella mozione di maggioranza votata al Senato, alla presenza di grande valore e significato di Liliana Segre che ne è firmataria, oltre alla richiesta al governo di attivare le procedure per il riconoscimento della cittadinanza italiana al giovane attivista per i diritti umani (un'iniziativa di forte valore simbolico) c'è anche quella, sostanziale, di ricorrere alla clausola 30 della Convenzione Onu contro la tortura che, con un iter più rapido, consente, laddove non si possa attivare un negoziato sull'applicazione della Convenzione stessa, di avviare un arbitrato internazionale fino alla Corte di giustizia internazionale.
Sia l'Italia che l'Egitto hanno ratificato la Convenzione. Ed è questa la ragione per la quale il nostro Paese, come peraltro potrebbe fare ciascuno degli altri Stati firmatari, ha il diritto e il dovere di pretenderne dall'Egitto il rispetto trattandosi di impegno vincolante assunto in sede internazionale. Ma c'è anche un'altra ragione per affiancare questa strada a quella della cittadinanza: al meccanismo dell'articolo 30 si può ricorrere da subito, senza attendere l'eventuale riconoscimento della cittadinanza italiana.
Oggetto della Convenzione contro la tortura, le punizioni inumane e degradanti sono infatti i diritti umani che vanno rispettati sempre, indipendentemente dalla cittadinanza. Non esistono dubbi che Patrick, giovane e impegnato attivista, studente e ricercatore presso l'Università di Bologna, sia stato barbaramente picchiato e torturato per la sola colpa di lottare per la democrazia e la libertà nel suo Paese. Per la sola colpa delle sue idee. Incolpato addirittura di essere un terrorista e per questo, con questa assurda accusa, trattenuto dal 7 febbraio 2020 nelle carceri egiziane, senza prove, senza un giusto processo.
Le poche righe che è riuscito a consegnarci rappresentano un estremo tentativo di far sentire una voce, di rivendicare un'identità contro il feroce tentativo di repressione di cui egli, come tanti, troppi altri, è vittima e ostaggio. E' la ragione per cui in questi anni non abbiamo mai smesso, dentro e fuori le istituzioni, in particolare attraverso il lavoro della Commissione straordinaria per i diritti umani, di chiedere con forza verità e giustizia per Giulio Regeni, anch'egli giovane ricercatore, ucciso dallo stesso sistema repressivo, violento, illegale che sta distruggendo la vita di Patrick, della sua famiglia, dei suoi amici, che colpisce al cuore chiunque creda nell'inviolabilità assoluta dei diritti umani fondamentali e che sta trasformando l'Egitto in uno dei Paesi più illiberali e repressivi.
Ecco perché questa battaglia, la battaglia per Patrick, per Giulio e per tutte le vittime di aggressioni, violazioni, intimidazioni, torture, non potrà mai cessare finché la battaglia stessa non sarà vinta, finché non saranno condannati i responsabili della morte di Regeni e chi ha tentato di insabbiarne il caso e finché Zaki non sarà liberato.
L'Italia non smetterà di far sentire la sua voce e di percorrere tutte le strade possibili come altrettanto devono fare l'Europa, già promotrice di una risoluzione comune approvata nel dicembre scorso dal Parlamento europeo, e la comunità internazionale. Abbiamo il dovere di andare avanti, di agire sul fronte politico, diplomatico e del diritto e di fare presto perché non sappiamo quanto Patrick potrà resistere. Non sappiamo cosa potrebbe ancora accadergli, ma sappiamo che dove stanno i diritti fondamentali delle persone, la libertà, la giustizia là stanno e devono stare le nostre istituzioni democratiche, l'Italia.
*Capogruppo Pd Commissione straordinaria diritti umani
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2021
In Egitto 65mila prigionieri politici e tanti arrestati scomparsi. Quando al-Sisi ha dato il suo placet all'edificazione dell'imponente numero di prigioni, il bisogno nasceva in previsione di un'azione repressiva senza precedenti. Secondo l'ultimo report di 'Arab Network for Human Rights Information' su 120mila detenuti, 65mila sono, oltre ai politici di formazioni ostili al regime, sono giornalisti, avvocati, medici, professionisti in genere e cittadini che hanno manifestato il loro dissenso.
Per costruire una casa solida ci vogliono fondamenta forti. Ad ognuno la scelta sul tipo di edificio su misura e il presidente dell'Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, evidentemente, nello stilare le priorità dello Stato, le sue fondamenta appunto, ha scelto di partire dalla repressione. Solo così si può spiegare la mossa strategica: nel 2011 le prigioni egiziane attive di ampie dimensioni erano 43, in meno di dieci anni sono lievitate a 78.
Si tratta di istituti di pena di grandi dimensioni (Central prisons), come l'enorme Borg al-Arab ad Alessandria d'Egitto (12mila detenuti, il più grande in Egitto) o il famigerato Tora al Cairo; a questi si devono aggiungere altre più piccole (General prisons), con dotazioni di sicurezza inferiori dove sono ospitati prigionieri per reati minori con il numero complessivo degli istituti che supera la soglia dei 130.
Nella statistica non figurano le stazioni di polizia, luoghi filtro tra la libertà e la cella, non di rado usate come prigioni vere e proprie. Insomma, un mastodontico apparato attraverso cui il regime mostra i muscoli e affievolisce qualsiasi forma d'opposizione. Ciò che re e predecessori hanno realizzato in decenni se non in secoli di storia, ad al-Sisi è riuscito in una manciata di anni.
Questo dato, davvero impressionante, emerge da un report presentato nei giorni scorsi dall'Anhri (Arab Network for Human Rights Information), una delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani del Paese dei Faraoni. È vero, fino alla primavera del 2013 l'attuale presidente era 'soltanto' il Ministro della Difesa, alla guida del Paese c'erano i Fratelli Musulmani, rovesciati poi da un colpo di Stato, ma sono proprio gli otto anni successivi alla cacciata di Mohamed Morsi in cui le prigioni sono proliferate.
Come in un disegno predefinito, il regime del Cairo ha scelto e applicato alcune linee guida ben precise: mettere a tacere il dissenso, se necessario anche con la forza, pianificare la capitale del futuro, un Eden artificiale per pochi in mezzo al deserto, e isolarsi dal resto della popolazione. In attesa dell'inaugurazione della New Capital, 70 chilometri a sud-est del Nilo, il regime si gode il numero impressionante di edifici costruiti o trasformati in altrettanti istituti di pena.
La Rete Araba per le Informazioni sui Diritti Umani è andata a fondo e ha effettuato una vera e propria radiografia dell'attuale sistema carcerario egiziano. Quando al-Sisi ha dato il suo placet all'edificazione dell'imponente numero di prigioni, il bisogno nasceva in previsione di un'azione repressiva senza precedenti, soprattutto nei confronti dell'opposizione politica e delle organizzazioni non governative. In pochi anni il diabolico sistema messo in pratica dalla Nsa, la National Security Agency, il braccio armato del potere di al-Sisi, ha portato ad un'ondata di arresti senza precedenti; decine di migliaia di detenuti da considerare non 'criminali comuni'.
A parlare oggi sono i numeri: secondo l'Anhri nelle prigioni di Stato sono ospitati complessivamente circa 120mila persone, di queste ben 65mila sono prigionieri politici o di coscienza; 54mila sono invece gli altri i prigionieri per reati comuni.
Delle 65mila persone in gabbia abbiamo, oltre ai politici di formazioni ostili al regime, giornalisti, avvocati, medici, professionisti in genere; tra loro anche cittadini ordinari la cui colpa è stata criticare l'operato del governo, magari scendendo in piazza per una manifestazione o lasciando un post su Facebook o Instagram. Manca una piccola, ma comunque nutrita fetta di prigionieri, circa un migliaio, di cui si sono letteralmente perse le tracce.
Parliamo dei tantissimi casi di persone, uomini e donne, arrestate e di cui non si hanno più notizie. Ufficialmente risultano tra le mani dell'autorità carceraria, di fatto risultano scomparse. Un ultimo dato numerico racconta meglio di altri l'incubo in cui sono costretti a vivere migliaia di attivisti antiregime come ad esempio il 'nostro' Patrick Zaki, arrestato più di quattordici mesi fa e per una dozzina di volte con la detenzione rinnovata per consentire ulteriori indagini-farsa.
Dei 119mila incarcerati, 82mila stanno scontando una pena definita, gli altri, ben 37mila, sono nelle stesse condizioni di Zaki. Come abbiamo più volte ricordato, la legge egiziana pone un termine a due anni entro cui arrivare ad una sentenza di non luogo a procedere, e dunque di rilascio, o di avvio al processo. Spesso è successo che i termini di detenzione senza una sentenza non siano stati rispettati. È capitato che le autorità egiziane abbiano optato per un altro sistema, l'inserimento di un singolo detenuto in un altro caso giudiziario, riportando le lancette del tempo al primo giorno di carcere.
Nel report dell'Anhri figurano anche due storie. La prima è l'intervista ad un detenuto, Hani Muhannai, del gennaio scorso. Rivela alcuni dettagli sul tipo di detenzione riservato ai figli dell'ex presidente Hosni Mubarak, morto nel febbraio 2020, Alaa e Gamal, in una sezione del carcere di Tora. Ai due, durante la detenzione (sono usciti di prigione lo scorso anno) era stato consentito di trascorrere la detenzione con tutti i confort del caso, tra tavoli da biliardo e di ping-pong, frigorifero e televisore, mentre a migliaia rischiano di morire e vivono in condizioni pessime.
Nel secondo caso si parla di una lettera inviata da un prigioniero di coscienza, Hossam al-Arabi, al procuratore generale, sempre a gennaio: "All'ingresso della prigione sono stati spogliato dei vestiti, rasato e picchiato. Ho assistito ad aggressioni nei confronti di altri prigionieri. Siamo stati fino a 40 detenuti in una cella di circa 15 metri quadrati, gente arrivava e spariva di continuo e per dormire facevamo a turno. Per giorni abbiamo mangiato solo pane, ogni tanto consentivano di farci arrivare cibo dei familiari da fuori".
Scene di ordinaria follia a cui non dovranno più assistere, si spera, Solafa Magdy e suo marito Hossam al-Sayyad, rilasciati il 14 aprile all'alba dopo un anno e mezzo di prigione, Solafa a Qanater e Hossam a Tora. Una notizia che è stata accolta con grande gioia da tutta la comunità egiziana che si occupa di tutela dei diritti umani. A colpire sono state le immagini dell'abbraccio tra la coppia e il figlio Khaled. Della loro storia il Fatto si era occupato alcuni mesi fa raccontando l'odissea dei due giornalisti e dell'agonia del bambino. Le condizioni di salute Solafa Magdy, in particolare, erano peggiorate nell'ultimo periodo e gli appelli per la sua liberazione si erano ripetuti. Le buone notizie non finiscono qui.
E poi c'è la storia di Khaled Daoud, uno dei prigionieri 'eccellenti' messi a tacere dal regime. Noto politico - è stato a capo del partito di opposizione liberale al-Dostour - e giornalista, tra i dissidenti più accesi del presidente al-Sisi, Daoud era stato arrestato più di diciotto mesi fa, ad inizio ottobre del 2019, dopo una protesta antigovernativa. Improvvisa, come un fulmine a ciel sereno, lunedì pomeriggio è arrivata la notizia del rilascio: "Intorno alle 17 un funzionario di polizia ci ha informato che il pubblico ministero aveva deciso di liberarlo e a mezzanotte ha fatto regolare ritorno a casa. Nei suoi confronti non è stato attivato un altro caso giudiziario", ha commentato l'avvocato e attivista Khaled Ali, in lizza per le ultime presidenziali del 2018 fino al giorno prima della scadenza della presentazione ufficiale della candidatura.
Nessuna buona notizia, invece, per Ayman Moussa, 26 anni, arrestato alla vigilia di Ferragosto del 2013 e condannato a 15 anni di carcere. È fortissima negli ultimi giorni la campagna social da parte delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani, tesa a convincere il governo del Cairo a concedere la grazia al giovane, entrato in carcere quando non aveva ancora compiuto 18 anni. Moussa aveva partecipato alla manifestazione anti-regime organizzata dalla Fratellanza Musulmana a piazza Nahda conclusa con scontri, vittime, feriti e una raffica di arresti. L'accusa nei suoi confronti, come per altre decine di persone, era stata di tentato omicidio, anche se non sono mai state presentate prove di un suo coinvolgimento diretto nel ferimento di alcun membro delle forze dell'ordine o militare. La legge egiziana consente al Capo dello Stato di emettere un provvedimento di grazia nei confronti dei detenuti che abbiano superato metà della detenzione ed è su questo che le ong stanno facendo pressione.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 15 aprile 2021
La guerra americana in Afghanistan è chiusa. Il ritiro completo e incondizionato avverrà entro l'11 settembre 2021, ventesimo anniversario dell'attacco alle Torri gemelle, preludio della guerra globale al terrore. È l'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ieri - troppo tardi per darne conto in modo esaustivo - ha tenuto una conferenza stampa per spiegare le ragioni della storica decisione. "Sono il quarto presidente a decidere sulla presenza delle truppe americane in Afghanistan. Due Repubblicani. Due Democratici. Non passerò la responsabilità a un quinto". Così Biden secondo le anticipazioni della Casa Bianca.
Le residue truppe statunitensi - 2.500 ufficialmente, 3.500 secondo un'inchiesta del New York Times - verranno dunque ritirate, portando a compimento il disimpegno iniziato da Donald Trump, l'artefice dell'accordo bilaterale tra Stati Uniti e Talebani firmato a Doha nel febbraio 2020. Quell'accordo prevedeva un legame, per quanto equivoco e con margini ampi di interpretazione, sfruttati dai Talebani, tra il completamento del ritiro e l'avanzamento del processo di pace tra i militanti islamisti e il "fronte repubblicano", iniziato a Doha nel settembre 2020.
La decisione di Biden invece è incondizionata. La guerra afghana è chiusa, a dispetto di ciò che avverrà sul campo militare e al tavolo negoziale. Biden, infatti, è convinto che non si possa "continuare il ciclo con cui estendiamo o espandiamo la nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro, aspettando un risultato diverso".
Il risultato, Biden non lo dice, è la sconfitta degli Stati Uniti. La vittoria dei Talebani. Ai quali Biden - scegliendo l'11 settembre come data ultima del ritiro - fornisce un'occasione per celebrare la vittoria del loro jihad. I Talebani, a cui proprio Washington ha attribuito una patente di legittimità diplomatica con l'accordo di Doha, sono talmente forti da permettersi di tirare ancora la corda.
Sembrava che avessero acconsentito al posticipo di 4 mesi, portando a casa altre concessioni. E invece ieri il portavoce ufficiale ha dichiarato che, fino a quando non si ritirerà l'ultimo soldato straniero, non parteciperanno ad alcuna conferenza di pace. E che una data del ritiro già c'era: l'1 maggio 2021. Se non verrà rispettata, i Talebani saranno liberi di agire coerentemente.
Se adottassero una postura militare ancora più aggressiva, a rimetterci non sarebbero le truppe straniere, contro le quali ormai combattono poco o niente. Ma i soldati afghani e i civili.
Il presidente afghano Ashraf Ghani ha parlato ieri al telefono con Biden. Dichiara di rispettare la decisione americana. E si dice convinto che le forze di sicurezza locali saranno in grado di "difendere il nostro popolo e il nostro Paese".
I dati resi pubblici ieri da Unama, la missione dell'Onu a Kabul, dicono il contrario: nei primi 3 mesi del 2021, i ricercatori dell'Onu hanno registrato 573 morti e 1210 feriti, per una crescita complessiva del 29% rispetto allo stesso periodo del 2020. Per le donne, l'aumento è del 37%, del 23% per i bambini. "Imploro le parti in conflitto a trovare urgentemente un modo per fermare la violenza", ha sostenuto Deborah Lyons, la rappresentante speciale per l'Afghanistan del Segretario generale dell'Onu.
Mentre ieri a Bruxelles il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, prima dell'incontro con i ministri della Difesa e degli Esteri della Nato, si sono detti concordi: ce ne andremo via tutti insieme dall'Afghanistan. Anche l'Italia. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri ha detto di condividere anche lui "la linea del cambio di passo in Afghanistan". "Si va verso una decisione epocale", ha sostenuto Di Maio, che meno di 3 settimane fa assicurava "l'impegno dell'Italia in Afghanistan".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 15 aprile 2021
La Corte di Cassazione annulla la condanna dello scrittore, dopo l'intervento della Cedu. Il presidente riprende la querelle con l'Italia e con il primo ministro che lo aveva definito un dittatore. Già sospesi alcuni contratti con aziende italiane, già messo il cappello sul neo governo di Tripoli, Ankara tira la corda come fa sempre.
La lunga giornata turca si è chiusa con una sorpresa, inattesa: la Corte di Cassazione ha ordinato il rilascio dello scrittore e giornalista 71enne Ahmet Altan, in carcere dal primo settembre 2016 prima con l'accusa di aver preso parte al tentato golpe e poi con quella di appartenenza a organizzazione terroristica.
Ad appena 24 ore dalla sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo, che ne chiedeva il rilascio per violazione del diritto a un equo processo e della libertà di espressione, è successo qualcosa che non era mai accaduto prima: Altan ha lasciato il carcere di Silivri, dopo la cancellazione della condanna a 10 anni e sei mesi comminata nel 2019.
Poche ore prima era andato in scena un esempio ben diverso dei rapporti tra Turchia ed Europa. Un fiume in piena quello uscito dalla bocca del presidente turco Erdogan ieri alla Biblioteca presidenziale nazionale. Di fronte aveva dei giovani e ha approfittato dell'occasione per mettere i suoi puntini sulle i e spargere un po' di (in)sano nazionalismo. A partire dal caso Draghi, che la scorsa settimana lo aveva definito "un dittatore" (necessario).
"Prima di dire una cosa simile a Tayyip Erdogan devi essere a conoscenza della tua storia", ha detto il presidente per poi ribadire che il primo ministro italiano - come già sottolineato dal governo di Ankara la scorsa settimana nelle reazioni a caldo - è stato "nominato" e non eletto.
E dopo avergli dato dell'impertinente e del maleducato, Erdogan ha sventolato la vera minaccia: "Proprio in un periodo in cui auspichiamo che le relazioni tra Italia e Turchia possano raggiungere un ottimo livello, questo signore di nome Draghi ha purtroppo colpito i nostri rapporti", facendo presagire rappresaglie, dopo aver già fatto sospendere alcuni contratti in essere con aziende italiane, a partire da Leonardo e la sua fornitura di 10 elicotteri militari.
Da temere per il business italiano ce n'è (la bilancia commerciale tra i due paesi si aggira sui 15 miliardi di euro e nel paese operano imprese di ogni tipo, da Unicredit a Piaggio, da Finmeccanica a Barilla), ma dopotutto Erdogan aveva già colpito e affondato invitando ad Ankara il 12 aprile il neo premier libico Dabaiba, appena pochi giorni dopo la visita di Draghi a Tripoli. Su entrambi i tavoli, quello turco e quello italiano, c'è la ricostruzione del paese nordafricano, un affare enorme che si accompagna alla gestione della guerra.
Non pago, Erdogan è intervenuto anche su temi che stanno a cuore all'Europa intera, o perlomeno alla sua società civile: la Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, da cui è uscito il 20 marzo e che ieri ha definito inutile perché "non ha condotto al rispetto dei diritti delle donne"; e la Convenzione di Montreux, messa in dubbio dal progetto del Kanal Istanbul, ma che secondo Erdogan "non ha niente a che vedere" con il suo canale. Ultima notizia (ma che non tocca l'Italia): ieri l'Antitrust turco ha multato Google per 296 milioni di lire turche, circa 36,6 milioni di dollari per violazione della legge nazionale sulla concorrenza: l'accusa è di aver reso meno visibili i contenuti a pagamento dei propri concorrenti nel motore di ricerca.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 14 aprile 2021
In seguito a una inchiesta su un appalto della Asl di Pescara per la gestione di residenze psichiatriche extra ospedaliere, la scorsa settimana si è ucciso in carcere a Vasto, a poche ore dall'arresto, Sabatino Trotta psichiatra, direttore del dipartimento di Salute Mentale della Asl di Pescara.
Una tragedia che coinvolge parenti e amici del medico e che mostra quello che nel 1700 Montesquieu aveva definito il potere terribile, ovvero il potere giudiziario appunto terribile perché potere dell'uomo sull'uomo e che può portare anche alla morte. Terribile (eccezioni a parte) quanto quello del sistema dei media.
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 14 aprile 2021
La insistente campagna a difesa dell'ergastolo ostativo, che sta proseguendo anche dopo l'udienza della Corte costituzionale tenutasi il 23 marzo, in vista della decisione finale, è forse già per questo inopportuna: la discussione c'è stata, e la Corte è ormai riunita per decidere. In ogni modo, a fronte della continua riproposizione di argomenti contrari all'accoglimento della questione, vorrei ricordare solo tre punti essenziali e irrinunciabili.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2021
Dal primo aprile 2008 la salute delle persone detenute è divenuta formalmente una competenza del Servizio sanitario nazionale e si è venuta così a sanare una delle tante anomalie normative che riguardano la gestione della vita penitenziaria.
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 aprile 2021
Il numero complessivo di vaccinati tra i detenuti è di 6.356 persone su più di 52mila. I vaccini procedono a ritmi diversi in ogni regione e questo vale anche per le carceri, dove il numero dei contagiati rimane costante: 823 detenuti e 683 agenti, stando agli ultimi dati pubblicati dal ministero della Giustizia.
di Nello Trocchia
Il Domani, 14 aprile 2021
I vertici dei clan temono di essere condannati a vita senza poter ottenere i benefici di pena. Così praticano la "dissociazione morbida": ammettono gli omicidi e intanto continuano a comandare
Nei giorni scorsi, Giuseppe Polverino, capo indiscusso dell'omonimo clan, ha fatto quello che da tempo, i capi dei cartelli criminali campani stanno mettendo in atto: una dissociazione morbida.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 14 aprile 2021
Il centrodestra torna unito e ripropone un chiodo fisso, attualizzato dopo il caso Palamara. Iv ci sta, ma Pd e 5 S dicono no e scoppia il caso a Montecitorio. Un pezzo del passato che ritorna. Di progetti di legge del centrodestra per istituire una commissione bicamerale d'inchiesta sulla magistratura non ce n'è solo uno, quello firmato da tutti i deputati del centrodestra di cui si è parlato ieri in un tempestoso ufficio di presidenza della prima e seconda commissione di Montecitorio, ma almeno sei tra camera e senato. A scatenarli tutti è stato il caso giudiziario Palamara e la più recente intervista bestseller al direttore del giornale Sallusti in cui il magistrato sotto inchiesta a Perugia accusa tutti gli altri, cioè il "sistema" delle correnti.
Questa dell'inchiesta politica sulla magistratura è idea antica, sta nel vecchio testamento del centrodestra italiano, parte dal Berlusconi di vent'anni fa e arriva fino a Salvini che l'altro giorno annunciava al Giornale la riforma della giustizia che farà con Silvio e Giorgia. Anzi, è stata proprio la Lega ieri ad annunciare una nuova proposta di legge per chiamare alla sbarra parlamentare le toghe, non contenta di quella a prima firma di una ministra (Gelmini) che a luglio scorso sottoscrissero tutto il centrodestra. Il troppo stroppia e questa novità leghista è stata il cavillo tecnico che ha consentito al Leu, Pd e 5 Stelle - i presidenti delle commissioni giustizia e affari costituzionali della camera sono entrambi grillini - di rinviare la calendarizzazione dello scottante argomento. Ma la prossima settimana ci sarà un altro ufficio di presidenza e la giustizia tornerà a far ballare la maggioranza più grande che c'è.
Ieri accuse contrapposte. Per Forza Italia e Lega il resto della maggioranza "fa lo struzzo" o proprio "ostruzionismo" per bloccare la commissione d'inchiesta. Fratelli d'Italia si associa e così anche +Europa-Azione con Costa che accusa i presidenti grillini di "buttare la palla in tribuna". Replica il presidente della commissione giustizia Perantoni che si deciderà, ma "non rientrano nel perimetro delle commissioni parlamentari d'inchiesta temi che possono provocare un conflitto tra poteri dello stato". Per il Pd e i 5 Stelle non se ne parla.
La responsabile giustizia dem Anna Rossomando crede che la proposta di una commissione d'inchiesta parlamentare sia "una boutade" perché "la separazione dei poteri è alla base della cultura delle garanzie". Tra le proposte c'è però anche quella di Italia viva con il deputato Giachetti che vuole una commissione - monocamerale stavolta - con perimetro circoscritto alle modalità con cui il Csm ha assegnato gli incarichi direttivi.
Non così la proposta a prima firma Gelmini, che vorrebbe invece indagare su cosucce come "lo stato dei rapporti tra la magistratura e le forze politiche" e "tra magistratura e media". Strabiliante ma se ne riparlerà perché lo stop tecnico di ieri, simile a parti rovesciate a quello che la Lega ha imposto al senato sul disegno di legge contro l'omofobia, sarà anche in questo caso superato. Sulla giustizia non c'è nuova maggioranza che tenga, il passato non passa.
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