di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 11 gennaio 2021
A stabilire se le parole di incitamento all'eversione di un presidente siano un reato deve essere la giustizia americana, non Twitter o ciascuno di noi. Dicono che Twitter e gli altri social sono agenzie private e che dunque se silenziano (tardivamente, molto tardivamente) Donald Trump non si può parlare di censura. Dicono anche che il direttore di questo giornale ha tutto il diritto di cestinare il mio articolo, se lo ritenesse legittimamente impubblicabile, e che in questo caso sarebbe del tutto improprio parlare di censura.
Vero, verissimo. Solo che una piattaforma che governa la rete in modo quasi monopolistico non è un giornale e inoltre un giornale è uno dei tanti, mentre le piattaforme sono poche. Le analogie dovrebbero essere altre. Se una casa editrice non vuole pubblicare un libro, non è censura, ma se tutte le librerie d'Italia decidono di non venderlo dopo che è stato pubblicato da un'altra casa editrice, altroché se non è censura. Se un giornale non vuole pubblicare un articolo non è censura, ma se tutte le edicole decidessero di non vendere quel giornale, è inevitabilmente censura. Se in autostrada vado a 200 all'ora non considero un abuso una sanzione molto severa, ma se l'azienda autostradale (privata ancorché concessionaria) mi impedisce sine die di percorrere la sua rete, allora il sopruso appare evidente.
Trump scrive e cinguetta cose nefande? A mio giudizio sì, ma a mio giudizio e il mio giudizio, come quello di chiunque altro, non può essere Legge insindacabile e autorizzazione all'imbavagliamento. E poi ci sarà pure una minima distanza tra il gridare (sia pur potenzialmente eversivo) ai brogli elettorali e l'assalto putschista al cuore della democrazia americana, che invece va trattato, non con la censura, ma con i mezzi molto più convincenti della Guardia Nazionale.
Ma, si dice citando con disinvoltura l'unica frase infelice di un grande filosofo liberale come Karl Raimund Popper (il cui La società aperta e i suoi nemici ha dovuto aspettare 27 anni prima di essere tradotto in Italia: a volte l'autocensura conformista è peggio della censura), che non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Si dimentica però, per dire, che tra gli intolleranti nemici della società aperta e dei totalitarismi Popper annoverava non solo i nazisti e i fascisti, ma anche i comunisti: segno di come i confini dell'intolleranza all'intolleranza siano estremamente mutevoli e storicamente precari.
La ruota gira, e chi oggi sostiene il massimo rigore censorio nei confronti di parole considerate spregevoli dovrebbe ricordare che in un'altra epoca si invocò la mannaia della censura sui cosiddetti "cattivi maestri" che, predicando l'abbattimento rivoluzionario delle istituzioni "borghesi", venivano accusati di alimentare con i loro scritti la deriva terroristica. Attenzione: i cattivi su cui puntare le armi della censura cambiano colore e aspetto, anche se non cambia la smania censoria.
La censura, peraltro, dovrebbe conservare almeno un minimo di coerenza. Se si mette la sordina al presidente americano ancora in carica per il suo incitamento all'eversione (ma a stabilire se è un reato deve essere la giustizia americana, non Twitter o ciascuno di noi) non si capisce perché si permetta all'ayatollah iraniano Khamenei, nel cui Paese continuano le impiccagioni di dissidenti e le persecuzioni contro le donne, di scrivere che "Israele è un cancro maligno in Medio Oriente che va rimosso e sradicato", e non ci vuole molta fantasia per immaginare come dovrebbe realizzarsi questo "sradicamento".
Oppure perché dittatori, caudillos o leader a forte vocazione autoritaria come i leader cinesi e russi, il presidente Erdogan e Maduro in Venezuela debbano usufruire dello spazio pubblico dei social, con post che sono molto più violenti di quelli del pur violentissimo Trump. Non c'è niente di peggio di un censore che si dice difensore intransigente di principi irrinunciabili e che pure sembra transigere con grande disinvoltura.
Inevitabilmente scatta il sospetto che si tratti di principi onorati con eccessiva elasticità, da applicare rigidamente con chi è nel cono d'ombra e molto blandamente con chi invece gode di un grande e non incrinato potere. E soprattutto che si tratti di silenziamenti condizionati da ragioni contingenti di opportunità.
Ovviamente, nella brutale semplificazione che sta inquinando sempre più diffusamente il dibattito pubblico, il rischio è di passare per trumpiani se si eccepisce sulla decisione (legale ma errata) di Twitter di oscurare il profilo di Trump. Ma Tzvetan Todorov ci aveva già ammonito che è facile esser tolleranti con chi la pensa come noi. Il difficile è esercitare le virtù della tolleranza e della libertà con le forme più sgradevoli e persino ripugnanti delle altrui opinioni. Il difficile è ingaggiare una dura battaglia politica e culturale con quelle posizioni senza dover far ricorso all'aiutino della censura e della messa al bando. La superiorità della democrazia liberale non dovrebbe essere misurata su questo, anche?
di Mario Garofalo
Corriere della Sera, 11 gennaio 2021
La decisione tardiva di chiudere gli account di Trump su Facebook e Twitter. E il nodo delle "camere dell'eco", dove si evidenziano i post più vicini alle opinioni di chi legge. Mark Zuckerberg e Jack Dorsey hanno raccolto il plauso dei liberal chiudendo gli account di Trump su Facebook, Instagram e Twitter, dopo che il presidente li ha utilizzati per istigare la folla ad assaltare il Congresso. E hanno suscitato la dura reazione dei repubblicani che hanno visto nella mossa una forma di censura.
In ogni caso si può dire che l'intervento sia stato tardivo. The Donald è una creatura dei social network, il suo successo nel 2016 sarebbe stato impensabile senza l'esistenza di Twitter e dei suoi milioni di follower. Come ha ben spiegato il politologo Yasha Mounk, il linguaggio scorretto dell'allora candidato repubblicano sarebbe stato ignorato dai media tradizionali se questi ultimi non fossero stati costretti a occuparsene per stare dentro il flusso delle notizie che comunque scorreva attraverso i post. La comunicazione, in quei mesi, si è trasformata: da verticale (uno-a-molti) a orizzontale (molti-a-molti).
Soprattutto, Trump è stato abile (nella campagna elettorale come negli anni di presidenza) nell'utilizzare una distorsione, un effetto collaterale dei social. Come ha spiegato uno dei creatori di Facebook, Roger McNamee, l'obiettivo principale delle piattaforme è trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Come ci riescono? Impadronendosi dei loro dati e analizzandoli, usandoli per vedere che cosa susciterà in loro reazioni più intense e fornendone ancora. È così che favoriscono modalità espressive e contenuti estremi, provocatori, semplicistici: quelli utilizzati da Trump e, più in generale, dai populisti. L'ideologo della campagna del 2016, Steve Bannon, dichiarò non a caso che le elezioni erano state vinte proprio grazie a slogan violenti come "drain the swamp" ("prosciughiamo la palude della burocrazia") o "lock her up" ("rinchiudiamo Hillary Clinton").
Per lo stesso scopo (intrattenere gli utenti inconsapevoli) sui social nascono le "echo chamber", le "camere dell'eco", dove vengono selezionati e messi in evidenza i post più vicini alle proprie opinioni. Cass Sunstein, che più di altri le ha studiate, ha sottolineato il paradosso di una tecnologia che ci mette in contatto con persone che stanno dall'altra parte del pianeta e contemporaneamente ci rinchiude dentro dei silos in cui tutti la pensano come noi. Con l'effetto finale della "polarizzazione", della radicalizzazione delle idee politiche.
Il linguaggio estremo e politicamente scorretto è tipico del trumpismo: non ci vuole molto per vedere che il fenomeno dei social e il populismo sono strettamente intrecciati. Tanto più che la "disintermediazione", l'idea che il leader possa raggiungere direttamente il "popolo" bypassando i media tradizionali è un caposaldo della comunicazione sovranista. Se è vero che le scelte di Zuckerberg e Dorsey rischiano di essere tardive, però, non vuol dire che non siano in qualche modo incoraggianti. In un documento interno a Twitter, 350 impiegati hanno usato parole dure: "Nonostante i nostri sforzi di seguire esclusivamente il dibattito pubblico — hanno scritto — ci siamo trasformati nel megafono di Trump aiutandolo a infiammare la folla".
Che si tratti di censura o di difesa della democrazia, la chiusura degli account vuol dire che la riflessione sul ruolo e sul funzionamento dei social network è avviata e non può risparmiare il problema delle "echo chamber". Siamo sicuri che siano l'unico sistema possibile per attrarre gli utenti? Gli algoritmi andrebbero corretti almeno per ridimensionarne l'impatto. Magari con l'aiuto di un intervento pubblico, che detti regole uguali per tutti, visto che ci sono in ballo la democrazia e la libertà di espressione e che Trump, dopo aver scelto un altro social (il conservatore Parler) progetta di crearne uno tutto suo.
di Nello Scavo
Avvenire, 11 gennaio 2021
Secondo le autorità di Sarajevo nel corso del 2020 sono entrate in Bosnia poco più di 16mila persone, altre 11mila sono state bloccate lungo i confini a sud. Farid si è svegliato senza una gamba. Eppure era sicuro di averla ancora dopo l'incidente stradale capitato al camion sotto al quale si era nascosto per sfuggire alle guardie di confine. Soprattutto Farid non riusciva a capire come fosse possibile che un mutilato potesse addormentarsi in un pronto soccorso in Slovenia per poi risvegliarsi a Sarajevo, in Bosnia.
I respingimenti dai Paesi Ue alla Bosnia non conoscono sosta, e nemmeno pietà. Anche della famiglia di curdo-iraniani catturati e portati via sotto i nostri occhi non c'è notizia. Erano riusciti a superare i crinali innevati e i campi minati in Croazia. Nell'Hotel Porin, l'unico centro di permanenza ufficiale del Paese, nella periferia di Zagabria, nessuno li ha visti ancora arrivare.
Di là della foresta, nei campi di confine bosniaci, la condizione non migliora. Un primo gruppo di circa duecento migranti rimasti senza riparo dopo l'incendio al campo di Lipa, presso Bihac, è stato provvisoriamente sistemato sotto a grandi tendoni riscaldati allestiti dalle forze armate bosniache. Gli stranieri sono rimasti per giorni esposti alla neve e al gelo, senza un riparo neanche per la notte.
Secondo le autorità di Sarajevo nel corso del 2020 sono entrate in Bosnia poco più di 16mila persone, altre 11 mila sono state bloccate lungo i confini a sud. Nei miseri centri d'accoglienza bosniaci sono registrati 6.300 migranti. Secondo le stime del Ministero dell'Interno altri 1.500 soggiornano in sistemazioni private o vagano all'aperto, nei boschi o in edifici abbandonati. Tra questi c'era proprio Farid, il ragazzo afghano rimasto senza la gamba destra. La sua testimonianza è stata raccolta proco prima di Natale da "Infokolpa", una delle organizzazioni del network "Border violence monitoring". Farid aveva cercato di attraversare il confine con la Slovenia alcuni mesi prima. Si era acquattato sotto a un tir, agganciandosi al telaio, ben nascosto tra gli pneumatici. Una volta in Slovenia il mezzo ha avuto un incidente, così Farid si è gravemente ferito. Per la sua gamba non c'era più niente da fare. Dopo tre interventi, mente era tenuto in coma farmacologico, i medici hanno amputato l'arto fin sopra al ginocchio.
Da subito Farid aveva espresso la volontà di ottenere protezione internazionale. Invece è stato caricato su un'ambulanza e scaricato come accade a chi viene acciuffato lunga la traversata dalla Croazia all'Italia. Non sono bastati 17 giorni in uno degli spedali di Lubiana per guadagnare almeno la speranza di una riabilitazione motoria in Europa. Dalla capitale slovena è stato "riammesso" in Croazia, da cui non ricorda neanche di essere transitato con il camion, e da qui in Bosnia Erzegovina, dove era stato consegnato a un campo profughi ufficiale. Lì, però, non c'erano cure adeguate a un caso grave come il suo. Ora si trova in un appartamento preso in affitto da un amico con cui attende la guarigione e qualcuno che si decida a fornirgli una protesi.
A Zagabria, intanto, le autorità continuano a ripetere che ogni segnalazione di abusi commessi dalle forze dell'ordine viene presa sul serio ed esaminata. E così si viene a sapere che a Karlovac, città a sud della capitale, nota per la confluenza di quattro fiumi e per la produzione di birre e pistole, a ottobre il tribunale ha respinto le accuse della polizia contro un presunto trafficante iraniano e quattro migranti orientali. Gli agenti avevano spiegato le circostanze dell'arresto, a cui gli stranieri si erano opposti, sostenendo che la violenza era venuta dagli iregolari e non dalla polizia.
Il tribunale non ha creduto a questa versione e ha rimesso in libertà i migranti, che avevano manifestato l'intenzione di chiedere asilo. La polizia li aveva accompagnati fuori dal tribunale facendoli salire a bordo di un furgone. Alcuni giorni dopo, i cinque sono riapparsi in Bosnia. Respinti. Il commissariato, intanto, aveva presentato ricorso contro l'assoluzione dei migranti. Ma anche la corte d'appello ha confermato il verdetto di non colpevolezza.
Gli episodi ricostruiti da Avvenire nell'ultimo mese saranno oggetto di diverse interrogazioni parlamentari in Italia e a Bruxelles. Pina Picierno (Pd) ha presentato un'istanza urgente "alla Commissione Ue e a Ursula von der Leyen perché si faccia chiarezza". Nei giorni scorsi altri esponenti dell'europarlamento, tra cui Pietro Bartolo, vicepresidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, ha chiesto risposte rapide ed esaustive davanti alle accuse di respingimenti a catena e a ritroso dall'Italia alla Slovenia, da qui alla Croazia e infine in Bosnia.
Le copiose nevicate delle ultime ore fanno però del territorio bosniaco, fuori dalla giurisdizione Ue, il proscenio di una nuova tragedia umanitaria. Se pare tramontata l'ipotesi di adeguare l'accampamento incendiato a Lipa, nemmeno un trasferimento a Bihac pare al momento un'opzione praticabile sempre per l'opposizione del sindaco della cittadina e delle autorità del Cantone di Una Sana, che a fine settembre avevano chiuso il campo di Bira, allestito in una ex fabbrica e si erano opposti ad ogni tentativo di riapertura.
Uno scontro tutto interno alla politica bosniaca che secondo l'Organizzazione Onu per le migrazioni (Oim) lascia almeno 3 mila persone allo sbando e in pieno inverno. Se Zagabria, nonostante le accuse di respingimenti, non ha intenzione di costruire barriere. La Slovenia, al contrario, procede nell'istallazione di un "muro" che dovrebbe coprire una quarantina di chilometri lungo le zone maggiormente porose. Opere realizzate grazie a finanziamenti dell'Unione europea.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 gennaio 2021
In occasione dell'ingresso nel ventesimo anno di operatività e mentre un nuovo presidente sta per insediarsi alla Casa Bianca, Amnesty International ha diffuso un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso nel centro di detenzione di Guantánamo Bay. Il rapporto non riguarda solo le 40 persone ancora detenute - tutte da oltre 10 anni, alcune sin dall'apertura - ma anche i crimini di diritto internazionale commessi a Guantánamo negli ultimi 19 anni - detenzione arbitraria e senza processo, torture e alimentazione forzata - e la continua mancanza di accertamento delle responsabilità.
Allo stesso tempo, il rapporto riguarda il futuro, dato che nel 2021 saranno trascorsi 20 anni dagli attacchi dell'11 settembre e dall'inizio della ricerca di una giustizia autentica, quella che Guantánamo, con la sua manciata di condanne emesse dalle commissioni militari, non ha minimamente assicurato. Il rapporto descrive tutta una serie di violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei detenuti di Guantánamo, dove ancora oggi vittime di tortura sono trattenute a tempo indeterminato, senza cure mediche adeguate e in assenza di un processo equo. I trasferimenti si sono fermati e anche i detenuti per i quali è stato deciso il rilascio anni fa restano lì.
Il centro di detenzione di Guantánamo venne aperto l'11 gennaio 2002 nel contesto della "guerra globale al terrore", la risposta statunitense agli attacchi dell'11 settembre, con l'obiettivo di ottenere informazioni d'intelligence a spese delle tutele sui diritti umani. Vi sono transitate in tutto 780 persone, per essere via via rilasciate senza processo: ben più di 500 durante la presidenza Bush, 197 sotto quella di Obama, solo una nei quattro anni di Trump. Il rapporto di Amnesty International chiede un genuino e urgente impegno in favore della verità, dell'accertamento delle responsabilità e dei rimedi giudiziari insieme al riconoscimento che la detenzione a tempo indeterminate a Guantánamo non può proseguire oltre.
"Le persone ancora detenute a Guantánamo sono inesorabilmente intrappolate a causa di multiple condotte illegali dei governi Usa: trasferimenti segreti, interrogatori in regime d'isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame, torture, sparizioni forzate e il totale diniego del diritto a un giusto processo", ha commentato Eviatar. Nel 2009, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l'allora vicepresidente e ora presidente eletto Joe Biden dichiarò: "Rispetteremo i diritti delle persone che vogliamo portare a processo e chiuderemo il centro di detenzione di Guantánamo Bay (...) I trattati e gli organismi internazionali che edifichiamo devono essere credibili ed efficaci". Dodici anni dopo, mentre si appresta a diventare presidente degli Usa, Biden ha l'occasione per dare seguito alle sue parole. Non deve perderla.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 11 gennaio 2021
Per domani è programmata negli Stati Uniti l'uccisione di Lisa Montgomery. Essa a sua volta ha ucciso. Sedici anni orsono. E per questo è stata condannata. Per lunghi anni è rimasta in attesa nel braccio della morte. Nei giorni successivi altri due condannati saranno uccisi. Negli Usa i singoli Stati hanno comportamenti diversi, ma per i reati federali da tempo le esecuzioni della pena di morte sono rimaste sospese.
Fino a quando, in vista della campagna elettorale del 2020, il presidente-candidato Trump ha disposto che le esecuzioni ricominciassero. Quella di Lisa Montgomery è fissata a pochi giorni dall'inizio della presidenza Biden, che pare contrario alla pena di morte e quindi intenzionato a nuovamente disporne la sospensione. Salvo quindi eventuali sviluppi straordinari della situazione creatasi a Washington, sarà Trump e non Biden, presidente non ancora insediato, a decidere sulla istanza di commutazione della pena che è stata presentata dagli avvocati della condannata. Ma l'esito è probabilmente segnato, dal momento che la posizione di Trump sulle esecuzioni è un tassello, altamente visibile ed emblematico, della sua politica e del programma elettorale che gli hanno portato più di settantaquattro milioni di voti.
È ragione di gloria per l'Italia l'esser stata all'origine della lunga lotta di emancipazione dalla cultura di morte di cui la pena capitale è espressione. Si tratta di una questione di umanità e razionalità che accompagna le società sulla via della civiltà. All'inizio fu Cesare Beccaria con il suo libro Dei delitti e delle pene del 1764, con l'immensa influenza ch'esso ebbe nell'Europa del tempo. Prima al mondo, la Toscana abolì quella pena nel 1786. Il Granduca Pietro Leopoldo riteneva che la pena di morte fosse conveniente solo ai popoli barbari. Le pene dovevano esser definite esclusivamente in vista del loro scopo: la "correzione del reo figlio anche esso della società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi", assicurando però che i colpevoli dei più gravi reati "non restino in libertà di commetterne altri".
Le pene dovevano essere efficaci col minor male possibile al reo: "Tale efficacia e moderazione insieme si ottiene più che con la pena di morte, con la pena dei lavori pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore, che spesso degenera in compassione". C'era negli argomenti il riflesso immediato di quelli sviluppati da Beccaria. Essi sono ancor oggi validi e nuovamente esposti nella recentissima Risoluzione, con cui l'Assemblea generale delle Nazioni Unite per rispettare la dignità umana e mancando prove convincenti del valore dissuasivo della pena di morte, ha invitato tutti gli Stati ad adottare una moratoria dell'applicazione della pena di morte, in vista della sua abolizione (123 Stati hanno votato a favore e 38 contro).
Nel mondo ancora 76 Paesi praticano la pena di morte. Tra essi diversi Stati degli Stati Uniti, l'Iran, la Cina, l'India, il Giappone, l'Egitto. La maggioranza degli altri l'ha abolita e il loro numero tende a crescere. Noi in Europa l'abbiamo tolta dal catalogo delle sanzioni penali: ciò è avvenuto progressivamente a livello nazionale e infine da parte di tutti i 47 Stati europei che hanno sottoscritto la Convenzione europea dei diritti umani. Il numero e i caratteri degli Stati che ancora la mantengono sconsiglia di adottare il troppo semplice giudizio del Granduca Leopoldo, che l'uso o il rifiuto della pena di morte divida i popoli in barbari e civilizzati.
Molti altri elementi concorrono a definire i caratteri delle società, ciascuna diversa dalle altre anche nel riconoscimento di diritti umani che pur si dicono universali. Tra di esse, quella degli Stati Uniti attira la maggior attenzione e la preoccupazione degli europei, per gli stretti legami storici, culturali e politici, ma anche per la distanza che esiste da quella società, così violenta, così diseguale, così refrattaria alla cultura europea contemporanea dello Stato sociale. La pena di morte è solo un aspetto della distanza, ma è una grave causa di profonda divisione.
Tornando alla storia italiana, che naturalmente ci interessa, ma che è anche fondamentale nella vicenda dell'abolizione della pena di morte nel mondo, vi è da ricordare che quando dopo l'Unità del Regno d'Italia si pose la necessità di uniformarne la legislazione, superando le particolarità dei diversi Stati preunitari, la Toscana rifiutò di adeguarsi adottando quella pena, prevista da tutti gli altri Stati. Fin quando nel 1889, con il codice penale che porta il nome del ministro Zanardelli, la pena di morte fu esclusa per tutto il Regno. Fu poi il fascismo a reintrodurla ed è stata la Costituzione repubblicana a definitivamente bandirla dall'ordinamento giuridico italiano. Nella storia, ancora una volta a partire da Beccaria e della legislazione toscana, il rifiuto della pena di morte è andata di pari passo con quello della tortura, sia come mezzo giudiziario di estrazione delle prove dalla bocca dell'accusato o del testimone, sia come corollario della esecuzione del condannato, accompagnata da terribili tormenti.
Anche nella vicenda di Lisa Montgomery, destinata a concludersi con la sua uccisione, nuovamente compare il nesso con i trattamenti inumani. Essa da sedici anni è detenuta nel braccio della morte: da sedici anni in attesa. Si può pensare che quella persona sia la stessa che sedici anni orsono uccise? Che senso ha ora ucciderla, se non per soddisfare una richiesta di vendetta di cui lo Stato si fa esecutore? Negli Stati Uniti i parenti delle vittime sono spesso ammessi ad assistere alla uccisione dell'assassino. Ma la sola attesa della esecuzione, che si trascina anche per le innumerevoli possibilità di ricorso, trasforma quella detenzione in un trattamento inumano. Prima che il divieto di pena di morte si imponesse per tutti gli Stati europei e divenisse quindi di per sé un impedimento all'estradizione verso gli Stati che la praticano, così ha ritenuto la Corte europea dei diritti umani: inumana la lunga e imprevedibile attesa nel braccio della morte, inumanità poi la pena di morte.
di Elena Basso
Il Manifesto, 11 gennaio 2021
L'agente che assassinò Camilo Castrillanca, il giovane divenuto simbolo di lotta permanente nelle piazze, se l'è cavata con una condanna lieve. Durissima invece la repressione delle proteste
Chi cammina fra le strade soleggiate di Santiago del Cile viene osservato dagli occhi di un ragazzo. Sono sempre gli stessi, rincorrono le persone per tutta la capitale. Quegli occhi sono ovunque, sono appesi su tutti i muri della città. È lo sguardo di Camilo Catrillanca: leader mapuche di 24 anni, il 14 novembre del 2018 la polizia cilena lo ha ucciso con un colpo alle spalle e oggi è il simbolo delle proteste che sconvolgono il Cile da oltre un anno. Camilo si trovava su un trattore con un altro ragazzo minorenne quando sono stati attaccati da un commando di poliziotti. Il suo assassinio è stato uno dei casi più discussi in Cile negli ultimi anni e ha generato enormi ondate di indignazione.
In questi mesi si è svolto il processo per il suo assassinio e giovedì 7 gennaio, alle 11 del mattino, è stata letta la sentenza: il principale sospettato, l'ex sergente Carlos Alarcón, è stato condannato per omicidio semplice e altri sei funzionari della polizia sono stati dichiarati colpevoli di ostruzione alla giustizia. Il padre, Marcelo Catrillanca, che si trovava di fronte al tribunale ha dichiarato: "Questa sentenza è una presa in giro per il popolo mapuche e per la vita di Camilo. La vita di un essere umano non può valere così poco. Voglio dire a mio figlio che ho fatto tutto il possibile per ottenere giustizia. Almeno abbiamo portato quei poliziotti in tribunale ed è stato dichiarato che sono degli assassini". In poche ore in tutta la regione dell'Auracanía - regione del Cile centro-meridionale storicamente abitata dai mapuche, popolo originario del Cile e dell'Argentina - si sono sviluppate proteste per la sentenza.
Non si è fatta attendere la risposta delle forze dell'ordine che hanno iniziato a reprimere ferocemente i manifestanti. La madre e la moglie di Camilo Catrillanca sono state ammanettate e arrestate brutalmente insieme alla figlia di sette anni. Immediatamente sono iniziate a circolare le immagini della bambina in lacrime portata via da quattro agenti in divisa: alle spalle un altro manifestante mapuche sbattuto a terra con un poliziotto che lo ammanetta.
Come ha dichiarato la deputata mapuche Emilia Nuyado: "La repressione in atto in Auracanía dimostra che lo Stato cerca sempre di tormentare e punire i mapuche. Noi pretendiamo giustizia per l'omicidio di Camilo: vogliamo una pena esemplare. I poliziotti hanno sparato senza ragione a due giovani disarmati, di cui uno minorenne. È sbagliato che la giustizia lo qualifichi come omicidio semplice, dato che le prove sono state occultate e le forze dell'ordine hanno tentato di creare una montatura accusando Camilo di aver rubato un auto. Noi abbiamo il legittimo dubbio che questo assassinio sia stato pianificato".
È diventato virale il video di un giovane mapuche ferito durante gli scontri in Auracanía seguiti alla lettura della sentenza. Nelle immagini si vede il ragazzo che perde moltissimo sangue: la polizia gli ha sparato un proiettile di gomma alla bocca trapassandola. Quello fra i mapuche e lo Stato cileno è un conflitto che va avanti ormai da moltissimi anni ma dal 18 ottobre 2019, quando sono iniziate le proteste contro il governo di Sebastian Piñera per le enormi disuguaglianze fra la popolazione, si è inasprito. Ma quali sono le ragioni del conflitto? Nonostante siano oltre 2milioni gli abitanti cileni appartenenti alle popolazioni indigene (i mapuche sono la più numerosa) che subiscono politiche discriminatorie portate avanti dal governo, le loro proteste sono sistematicamente represse e molti loro leader sono stati assassinati o imprigionati.
Venerdì 8 gennaio le proteste per la sentenza contro i colpevoli dell'assassinio di Catrillanca si sono spostate a Santiago del Cile. Migliaia di persone hanno manifestato e nel tardo pomeriggio hanno fatto irruzione a Plaza Dignidad, che da mesi era occupata dalle forze dell'ordine. La bandiera mapuche è di nuovo al centro della piazza simbolo delle proteste. Il 16 dicembre scorso il Parlamento ha approvato una legge che riserva a rappresentanti delle comunità indigene 17 posti su 155 totali nell'assemblea che avrà il compito di redigere la nuova Costituzione cilena, dopo che il 25 ottobre con un referendum si è votato per abrogare la vecchia Costituzione scritta ai tempi del regime militare di Pinochet.
Salvador Millaleo è un avvocato mapuche, docente di Diritto all'Università del Cile ed è uno degli esperti che ha scritto il progetto di legge sui posti riservati alle comunità indigene. È inoltre membro della Comision chilena de derechos humano e candidato all'assemblea costituente per il Partito comunista. Come dice al manifesto: "È stato molto difficile e abbiamo rischiato molte volte di non trovare una soluzione. I popoli indigeni avrebbero voluto ottenere di più, ma quando abbiamo iniziato a discutere della legge i posti riservati erano zero. Il governo cileno con i popoli indigeni non ha mai avuto un rapporto orizzontale ma paternalista e repressivo: lo Stato non solo non riconosce i diritti degli indigeni ma reprime e criminalizza le proteste. In questa situazione avere 17 posti è qualcosa senza dubbio rilevante".
Durante le manifestazioni contro il governo è sempre esposta la bandiera mapuche, come spiega Millaleo, "da quando sono iniziate le proteste, nell'ottobre 2019, si è creata molta empatia nei confronti dei popoli indigeni che hanno sofferto in modo esemplare la repressione governativa, la discriminazione e le disuguaglianze. I popoli indigeni rappresentano la resistenza, la lotta permanente e la dignità: di fronte agli abusi hanno continuato a lottare per i loro diritti. Una nuova Costituzione può essere molto importante, nell'ottica di lavorare a una politica pubblica e a nuove leggi che finalmente riconoscano i diritti dei popoli indigeni".
di Amedeo Lomonaco
chiesa-cattolica.it, 10 gennaio 2021
I disabili devono essere vaccinati subito. A questo accorato appello lanciato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII per la somministrazione prioritaria del farmaco anti Covid sono seguite le confortanti dichiarazioni dal commissario straordinario per l'emergenza: "da febbraio - ha affermato ieri Domenico Arcuri - si comincerà a vaccinare gli over 80, i disabili e i loro accompagnatori". Il presidente della Comunità fondata da don Oreste Benzi, Giovanni Paolo Ramonda, ha accolto positivamente queste parole. E ha lanciato a Vatican News un appello per un altro specifico gruppo di persone.
Il Riformista, 10 gennaio 2021
La Radicale da qualche giorno ha ripreso lo sciopero della fame per denunciare le condizioni dei detenuti. "Da tempo mi sono pronunciata a favore. Ma non vorrei fosse un alibi per non fare quelle riforme volte a rendere costituzionale l'esecuzione penale".
di Maria Lura Iazzetti
L'Espresso, 10 gennaio 2021
Mancano medici, infermieri, farmaci. La salute dei detenuti è precaria. E il Covid peggiora la situazione. Viaggio nei penitenziari italiani a rischio. Lavorare in carcere è come iniziare una partita a Monopoli: ti siedi al tavolo conoscendo le regole (quelle scritte) e impari lentamente anche quelle non scritte.
di Paola Severino
La Stampa, 10 gennaio 2021
L'emergenza senza fine nelle carceri. I resoconti sull'anno che è appena trascorso ci hanno ricordato il dolore per una intera generazione di anziani che ci ha lasciato, la sofferenza di figli che non hanno potuto dare l'ultimo saluto a genitori portati via da una malattia impietosa, l'eroismo di infermieri e medici che non hanno esitato ad esporsi al rischio di contagio per salvare vite umane, il senso di responsabilità degli italiani nella prima fase della pandemia, quando il lockdown ha sospeso le nostre vite tenendoci prigionieri nelle nostre abitazioni.
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