di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 12 gennaio 2021
I magistrati: tutela imposta dalla legge per chi lavora nei tribunali, ma è necessaria anche per i difensori. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede riceverà domani mattina a via Arenula una delegazione dell'Associazione nazionale magistrati.
Fra gli argomenti oggetto dell'incontro, la proroga della normativa emergenziale per i processi, termine ultimo il prossimo 31 gennaio, e la questione scottante delle vaccinazioni anti covid per gli operatori della giustizia. Dunque certamente per i magistrati e i cancellieri, che sono dipendenti pubblici. Ma è altrettanto evidente come un'iniziativa dell'Anm sulla questione porrà di fatto anche quella degli avvocati. Cioè: qualora il guardasigilli condividesse l'idea, sostenuta dai magistrati, di poter includere giudici e pm fra quelle categorie a rischio per le quali è giusto prevedere una priorità nelle vaccinazioni, sarà impensabile non discutere di una tutela altrettanto immediata e rigorosa anche per chi frequenta i Tribunali in condizioni spesso assai meno garantite dei giudici: vale a dire gli avvocati. Idea sulla quale, a quanto risulta, all'interno della stessa Anm tutte le componenti sarebbero d'accordo.
L'aspetto delle misure sanitarie e organizzative era stato affrontato già nello scorso fine settimana all'ultima riunione del comitato direttivo centrale del "sindacato" delle toghe. "Abbiamo richiesto misure a tutela della salute del personale della giustizia", aveva affermato il giudice della Corte d'appello di Roma Salvatore Casciaro, segretario generale dell'Anm, segnalando "l'estrema difficoltà negli uffici giudiziari, che si è acuita per via dell'emergenza covid". I Palazzi di giustizia, frequentati ogni giorno da diverse migliaia di utenti, fra magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze di polizia, testimoni, sono stati in questi undici mesi tra i luoghi di diffusione per eccellenza del virus.
Il Tribunale di Milano, ad esempio, è stato uno dei primi focolai del covid in Italia. Le prime avvisaglie si erano avute a metà dello scorso febbraio, un mese prima del lockdown, allorquando quattro avvocati di uno studio di Napoli e due segretarie, al ritorno da una trasferta di lavoro a Milano, erano risultati positivi al virus. Il 22 febbraio, il giorno dopo l'estensione della zona rossa in diversi comuni della provincia di Lodi, i presidenti della Corte d'appello e del Tribunale del capoluogo lombardo emanarono le prime di una lunga serie di disposizioni interne per tentare di contenere la diffusione del covid.
Inizialmente, infatti, venne decisa la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, dei cinema, dei teatri, delle chiese, delle palestre e di qualsiasi luogo dove ci possano essere assembramenti di persone. Nessuna chiusura, invece, venne disposta per i Tribunali. In assenza di un provvedimento governativo, nei primi giorni fu delegata ai singoli giudici la gestione dell'emergenza. Con il virus che già dilagava, le indicazioni date invitano a non fare udienza se l'aula fosse stata troppo affollata, raccomandando di tenersi almeno a due metri di distanza dalle parti.
L'applicazione di queste linee guida determinò da un lato lo "svuotamento" delle aule, dall'altro l'affollamento dei corridoi dei Tribunali, soprattutto nel settore civile, con centinaia di persone che davano vita ai pericolosi assembramenti che si volevano evitare assolutamente. Con una drammatica esposizione, appunto, soprattutto per gli avvocati. Da qui, dunque, la diffusione del virus, con centinaia di magistrati, avvocati e amministrativi contagiati, anche in maniera molto grave nella fase iniziale della pandemia.
"Numerosissimi sono stati i focolai di contagio che impattano in termini negativi sulla funzionalità degli uffici e del servizio giustizia, un servizio essenziale reso nell'interesse dei cittadini", ha aggiunto Casciaro, introducendo così il tema delle vaccinazioni. "Serve un piano strategico - ha precisato - legato alle vaccinazioni che preveda come, sia pure in tempi diversi, ci siano altre categorie di lavoratori addetti a servizi essenziali nel novero dei quali riteniamo che il personale giustizia debba potere auspicabilmente essere incluso".
I magistrati rientrerebbero nella categoria degli "esercenti di un servizio di pubblica utilità", quindi si troverebbero, secondo l'Anm, de facto su una corsia preferenziale per i tempi di vaccinazione. Non si può, però, non estendere fin da subito tale piano vaccinale anche agli avvocati che quotidianamente frequentano i Tribunali. Su questo aspetto c'è la condivisione da parte dell'Anm. Il motivo è infondo anche banale: ad ogni positività riscontrata in Tribunale, avvocato o magistrato che sia, scatta il blocco delle attività giudiziarie, la necessità di procedere alla sanificazione dei luoghi, e la quarantena fiduciaria per chi è venuto in contatto con il soggetto positivo al virus. Con la conseguenza immediata che i tempi dei processi, già dilatati, continuano a dilatarsi ancora di più. E questo a prescindere dallo status giuridico rivestito: esercenti servizio di pubblica utilità o meno. Adesso resta solo da comprendere quanti saranno i vaccini per il comparto giustizia e quali i tempi della loro somministrazione. Risposta che non sarà facile da fornire per Bonafede vista l'incertezza che regna in questa prima fase delle vaccinazioni.
di Angela Stella
Il Riformista, 12 gennaio 2021
"Il tema del capro espiatorio è all'antitesi del rendere giustizia. Nessuno ha voluto o vuole caricare sul singolo le colpe di un sistema, polarizzare il confronto/ scontro tra l'accusato e gli accusatori, in modo che sull'uno ricada l'intera responsabilità di una stagione triste, e tutti gli altri siano magicamente emendati. La giustizia è fenomeno più complesso, che necessita di tempi adeguati e di seri approfondimenti".
Intervistato dal Riformista, il neo presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia risponde così sul caso Palamara. E a proposito del correntismo dice: "Si è affermato in un lungo periodo di distrazione dall'impegno collettivo e di ripiegamento in una dimensione privata".
Le sentenze impopolari? "Bisogna mostrarsi forti di fronte alle polemiche contingenti, l'obiettivo è la credibilità della funzione. Bene hanno fatto i giudici di sorveglianza a reggere l'urto delle critiche per le scarcerazioni", dice al Riformista il leader dell'Associazione nazionale magistrati. Il carcere? "Deve offrire opportunità di risocializzazione e va riservato ai casi più gravi"
Il dottor Giuseppe Santalucia, da poco eletto a guida dell'Anm, ha il privilegio di poter guardare alle questioni di politica giudiziaria avendo un bagaglio professionale e culturale costruito ricoprendo diversi importanti ruoli: sostituto procuratore, gip, giudice di Cassazione ma anche capo dell'Ufficio legislativo del ministero della Giustizia ai tempi di Andrea Orlando. È esponente di Area ma conserva la tessera di Magistratura democratica e non si è sottratto ad affrontare la divisione tra i due corpi associativi.
Si è appena concluso un anno molto difficile sotto diversi aspetti. Lei per esempio è alla guida dell'Anm dopo la bufera del caso Palamara. Da dove si ricomincia?
Si ricomincia dalla consapevolezza della gravità di quanto si è, ancora solo in parte, accertato; consapevolezza che è pungolo per la ricerca e per la realizzazione di un rinnovamento effettivo. L'evocazione del rinnovamento ad alcuni suona come stanca e ipocrita formula che vuol celare l'incapacità di cambiare le cose. So che oggi è forte il pericolo di non esser creduto, perché l'Anm sconta una diffusa sfiducia. Per questo ci affideremo alla concretezza delle nostre azioni.
Oltre il caso Palamara, per alcuni unico capro espiatorio, grandi divisioni ci sono state per l'affaire Davigo. Qual è la sua posizione su questo?
Il tema del capro espiatorio è all'antitesi del rendere giustizia. Nessuno ha voluto o vuole caricare sul singolo le colpe di un sistema, polarizzare il confronto/scontro tra l'accusato e gli accusatori, in modo che sull'uno ricada l'intera responsabilità di una stagione triste, e tutti gli altri siano magicamente emendati. La giustizia è fenomeno più complesso, che necessita di tempi adeguati e di seri approfondimenti. Sbaglia chi ritiene che con il caso Palamara si sia cercato di mettere sotto il tappeto la (tanta) polvere che è venuta fuori. Nessuna rimozione, da un lato; nessun accertamento sommario, dall'altro. Sul caso Davigo ho veramente poco da dire. Si sono già pronunciati i giudici amministrativi, è una questione che ormai appartiene alle aule di giustizia più che al confronto politico-istituzionale.
Qual è la cura alle degenerazioni del correntismo?
La cura è eminentemente culturale. Il correntismo si è affermato in un lungo periodo di distrazione dall'impegno collettivo e di ripiegamento in una dimensione privata. In molti la sfiducia verso l'assunzione di compiti nella sfera pubblica, latamente politica, ha comportato una chiusura egoistica in se stessi e nei piccoli e personali interessi di carriera. Le correnti sono state private dell'apporto diffuso di un collettivo ampio e le dirigenze associative si sono ritrovate più sole e meno vigilate, più fragili perché non irrobustite dal confronto sulle idee e sui progetti. In questo scenario di allontanamento dalla politica, dalla politica associativa, anche in nome di un malinteso modello di magistrato chiuso tra le sue carte e imprigionato alla sua scrivania, ha preso corpo il correntismo. Bisogna riscoprire l'essenzialità dell'impegno associativo come ineliminabile dimensione professionale di un magistrato che ambisca a rendere effettivo il valore dell'autogoverno.
In una intervista al nostro giornale Sabino Cassese ha descritto le Procure come un quarto potere. È d'accordo?
No, non sono per nulla d'accordo, ma raccolgo la preoccupazione. L'azione penale è esercizio, oltre che di un dovere costituzionale, di un potere per necessità fortemente invasivo. Questo non va dimenticato, perché, come è stato detto, la giustizia penale è un male necessario, ed occorre che sia sempre contenuta entro i margini della stretta necessità. Se i giudici adempiono con scrupolo la loro funzione di controllo, il pericolo di un "quarto potere", di un potere dunque che si distacchi e si autonomizzi dal potere giudiziario, tradizionalmente inteso come "terzo potere", non prende consistenza. Occorre, pertanto, avere a cuore l'efficienza di Tribunali e Corti, perché la soluzione non può essere ricercata nello spuntare le armi delle Procure, rimedio che sarebbe assai peggiore del male che si vuole evitare, ma nel rafforzare i legittimi controlli.
La proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere promossa dall'Ucpi giace in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Sembra difficile solo discuterne. Qual è il suo pensiero su questo?
Sull'argomento si discute da tanti anni, e non si è ancora delineata una proposta che possa tranquillizzare quanti temono che la separazione potrà essere un fattore di squilibrio nel delicato assetto tra i Poteri. Una volta che avremo separato il pubblico ministero, che ne faremo? Lo consegneremo al Governo, al potere politico? Oppure lo renderemo autonomo, inverando proprio quello che il prof. Cassese prospetta come timore, ossia la strutturazione di un "quarto potere"? È proprio necessario allontanarlo dalla giurisdizione, recidere quel legame di formazione comune e di condivisione di percorsi professionali, pur nella già accentuata separazione delle funzioni, che allo stato definiscono la cornice entro la quale il pubblico ministero può alimentarsi di una cultura delle garanzie? Per questo il progetto sulla separazione delle carriere fatica ad andare avanti. Perché sconta una pericolosa incompletezza del disegno ricostruttivo.
In un documento del 6 gennaio l'Ucpi si rivolge direttamente a Lei per sollecitare un dibattito sulla responsabilità professionale dei magistrati. Come risponde a questo appello? Bisogna chieder conto ai magistrati di inchieste completamente fallite, di accanimenti verso alcuni personaggi politici la cui carriera è stata stroncata?
Sono certo che le Camere Penali non vogliano una responsabilità dei magistrati sulla base di risultati ottenuti o mancati. Sarebbe il peggior servizio alla tutela dei diritti e all'effettività delle garanzie far dipendere il giudizio di professionalità sui magistrati dall'esito dei processi. Si introdurrebbe un fattore di inquinamento dell'attività processuale, perché i magistrati, almeno a volte o in parte, agirebbero nel processo avendo di mira non tanto e non solo la verità e la giustezza delle soluzioni, quanto le sorti delle proprie carriere. Altro discorso è invece dare rilievo a dati abnormi nella conduzione e nell'esito di indagini e di processi. Spingersi al di sotto di questa soglia, con l'illusoria convinzione di sanzionare gli abusi, sarebbe, lo ripeto, prima ancora che una minaccia per i magistrati, un pericolo di compromissione della serenità di giudizio e della indifferenza ai risultati che, fisiologicamente intesa, è l'unica via per dare effettività al principio della neutralità della funzione.
L'anno scorso all'inaugurazione dell'anno giudiziario il pg Salvi disse: mai cercare, nell'azione inquirente "il consenso della pubblica opinione". Eppure il fenomeno continua, con pm che intervengono in prima serata, reclamando attenzione alle loro inchieste, o addirittura lanciando accuse al Ministro della Giustizia. Qual è il suo pensiero su questo?
Il monito del Procuratore generale della Corte di cassazione è sacrosanto. Esistono e convivono, dentro la magistratura, diversi modelli di magistrato, diverse opzioni culturali su come intendere la professione. Le differenze possono essere proficuamente oggetto di un dibattito interno all'Associazione, possono stimolare il confronto di opinioni e di sensibilità, concorrendo ad innalzare la qualità del livello professionale dell'intero Corpo.
La nuova legge sulle intercettazioni sembra aver scontentato un po' tutti, avvocati e magistrati per vari motivi. Il professor Spangher su questo giornale ha criticato fortemente la "pesca a strascico" e il possibile abuso del trojan da parte dei pm. Lei condivide questa critica?
L'aver scontentato tutti lo registro come un segnale che quella legge ha cercato di incidere effettivamente sull'esistente. Le varie modifiche, intervenute sino al varo del decreto-legge n. 169 del 2019, e la sua legge di conversione, hanno conservato il nucleo della riforma tanto criticata, che provo così a riassumere. Le conversazioni irrilevanti non entrano nel processo; il pubblico ministero deve vigilare affinché non siano riassunte nemmeno nei verbali delle operazioni onde evitare che, a causa della sommaria annotazione, possano essere esposte al pericolo di indebita divulgazione; le parti devono attentamente selezionare il materiale utile a fini di prova, in modo che il resto, tutto il resto, non transiti nel processo e quindi in una dimensione destinata a diventare interamente pubblica. Sul pericolo della cd. pesca a strascico, dico che si verifica soltanto se e quando pubblici ministeri e giudici perdono di vista che la legge consente le intercettazioni a condizione della loro indispensabilità o, in taluni casi, della loro necessità, criteri fortemente selettivi e di garanzia.
Secondo Lei è necessario dover rimettere mano alla riforma della prescrizione, come chiedono i penalisti visto che la riforma del processo penale è in una fase di stallo?
Una riforma che liberi il processo dallo scorrere impeditivo del tempo della prescrizione deve farsi carico di un governo dei tempi ragionevoli del processo. La scelta, apprezzabile, di separare la prescrizione dei reati dal processo, il tempo dell'oblio sul reato dal tempo della memoria del reato che si consuma nel processo, deve affrontare il tema, complesso e rilevante in punto di garanzie e dei diritti dell'imputato come della vittima, dei tempi del processo e del loro controllo.
Esiste il rischio che la normativa emergenziale sui processi penali e civili diventi poi la normalità?
È un timore che ritengo ingiustificato. Il cd. processo da remoto vive e vivrà solo in ragione dell'emergenza pandemica. Ma per tutto il periodo dell'emergenza è soluzione essenziale, perché è l'unica che può coniugare la tutela del diritto alla salute con il bisogno che l'attività giudiziaria non si arresti.
È indubbio che il nostro Paese soffra di un brutto male: il panpenalismo. Esiste un rimedio a questo fenomeno?
Sì, il coraggio della Politica. La Politica deve saper rinunciare alla risposta penale sovrabbondante e quindi alla legislazione meramente simbolica e rassicurante. Di fronte alla complessità dei fenomeni, la scorciatoia è stata la criminalizzazione. Gli esiti non sono incoraggianti. È tempo di cambiare rotta in vista di una seria e robusta depenalizzazione.
Avvocati e giudici sono ormai accomunati dal fatto di ricevere minacce quando difendono quelli che il Tribunale del Popolo chiama "mostri" o quando emettono sentenze impopolari, soprattutto di assoluzione o di riduzione della pena. Qual è l'anticorpo a questo fenomeno?
Il tasso di professionalità di magistrati e avvocati. Il facile e mediatico consenso rassicura gli insicuri, e gli insicuri sono quelli non attrezzati professionalmente. Non bisogna mirare al consenso ma alla credibilità della funzione, mostrandosi forti rispetto alle polemiche contingenti. Quelle passano, il bene della fiducia collettiva nell'istituzione giudiziaria si costruisce e si mantiene con un impegno costante nel tempo.
Durante la prima ondata la magistratura di sorveglianza è stata sotto attacco per alcune concessioni di detenzioni domiciliari per motivi di salute anche di detenuti al 41bis o in alta sicurezza. Cosa pensa di quanto accaduto?
Penso che non sia stata una bella pagina, ma sono contento di come la magistratura di sorveglianza abbia saputo reggere l'urto delle polemiche, spesso alimentate dalla disinformazione, e abbia proseguito, con serenità e senza disorientamenti, nella sua azione. Sono tanti i motivi di sconforto, ma bisogna anche saper compiacersi del grado di effettiva autonomia e di indipendenza che la magistratura italiana sa dimostrare; come è stato in quella occasione.
La pandemia avrebbe potuto rappresentare un pretesto per riflettere seriamente sul carcere. Così non è stato. Secondo Lei invece c'è bisogno di ripensare il carcere? E se sì, come? Con più carceri o puntando sulle misure alternative?
Il carcere è un tema di riforma che non può essere eluso. Una occasione, qualche anno fa, è stata persa con la mancata attuazione della delega contenuta nella legge Orlando, ma la direzione che anche la giurisprudenza, di legittimità, costituzionale e sovranazionale, indica è netta e chiara. Il carcere non deve essere il luogo della segregazione avvilente, ma una offerta di opportunità risocializzanti, nel pieno rispetto dei diritti dei detenuti, riservata ai casi più gravi. Solo così, ed è stato già dimostrato, si riduce e di molto il rischio di recidiva.
In ultimo non posso non farle questa domanda. Lei è iscritto a Md. Qual è il suo pensiero su quanto sta accadendo tra Md ed Area?
Non credo che ci sia da interpretare quanto è avvenuto. I colleghi che hanno lasciato Md hanno spiegato a sufficienza le loro ragioni e si è aperta una discussione con i dirigenti di Md che è stata portata, attraverso interviste e articoli di stampa, alla pubblica attenzione. Abbiamo avuto modo tutti di leggere e di comprendere. Io non avverto per quegli eventi timori o disagio, perché so che l'intera magistratura associata può contare, quali che siano le scelte dei singoli e dei gruppi, sulla vitalità di una sua componente, individuabile in quell'ambito senza differenze di sigle, particolarmente sensibile ai temi delle garanzie e dei diritti fondamentali, aperta al confronto con la società, formata ai valori costituzionali e consapevole della importanza dell'orizzonte europeo come futuro di crescita democratica della nostra comunità.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 12 gennaio 2021
Nel dossier consegnato a Colle, presidente Rai e Csm, l'elenco delle assoluzioni definitive, note ai giornalisti ma rimosse dalla trasmissione, che fanno a pezzi la teoria della trattativa e smentiscono la regia del generale dei Ros. "Gogna inammissibile".
La puntata di Report dello scorso lunedì 4 ha innescato la reazione delle parti in causa. Anche perché interviene su un procedimento penale in corso presso la Corte d'appello di Palermo, quello sulla presunta "trattativa Stato-mafia", con il Generale Mario Mori e il Colonnello Giuseppe De Donno che contestano su tutta la linea la ricostruzione messa in onda su RaiTre.
Così i legali si sono riguardati la puntata e hanno preso appunti, messi nero su bianco in una nota che costituisce il preambolo di una segnalazione inoltrata alle autorità competenti. Gli avvocati Basilio Milio e Francesco Antonio Romito si indirizzano al presidente della Repubblica, al vice presidente del Csm, Davide Ermini; al senatore Barachini, in qualità di presidente di vigilanza Rai, al senatore Morra per la commissione Antimafia e al presidente Rai, Marcello Foa. Protestano nel merito e nel metodo, sottolineando le ripetute negligenze e le congetture sperticate che hanno riscontrato nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci.
Al conduttore Rai era arrivata già prima della messa in onda una doverosa precisazione, declinando da parte di De Donno l'invito a partecipare come intervistato. Lo scorso 28 dicembre De Donno scrive al giornalista Mottola e a Ranucci: "La ringrazio per il cortese invito ma in linea con la decisione - del Gen. Mario Mori, mia e dei nostri difensori - di non interferire in alcun modo con lo svolgimento del procedimento penale a nostro carico con qualsiasi iniziativa che non sia il confronto dibattimentale nelle aule di Giustizia, dobbiamo declinare.
Nella circostanza, confermandole la nostra totale estraneità ai fatti contestatici, le ricordo che potrà trovare ogni utile riferimento alla nostra posizione processuale negli atti ormai pubblici e nelle memorie difensive dei nostri legali che sono, eventualmente a sua disposizione per ogni chiarimento, nonché nelle sentenze di assoluzione ormai definitive quali quelle emesse nel processo per la cosiddetta mancata cattura di Provenzano - che ha visto imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu - e nel processo nei confronti dell'onorevole Calogero Mannino, coimputato nello stesso identico reato a noi contestato, sentenze che sono sicuro conosca e alle quali sono certo non mancherà di attingere per una veritiera ricostruzione dei fatti".
E d'altronde, si incaricano di elencare i legali, la trasmissione fa stralcio delle sentenze di assoluzione passate in giudicato: quella del Tribunale di Palermo sent. n. 4035/2013; Corte di Appello di Palermo, sent. n. 2720/2016; Cass. sent. n. 39562/2017. Gup Palermo sent. n. 1744/2015; Corte di Appello di Palermo sent. n. 3920/19; Cassazione sent. emessa l'11.12.2020. Sentenze che, dando un'argomentata e documentata ricostruzione dei fatti, hanno valutato e giudicato anche le condotte di Mario Mori e Giuseppe De Donno circa una presunta trattativa tra lo Stato e "cosa nostra", in relazione alla medesima fattispecie di cui all'art. 338 c.p. Sentenze che la trasmissione, chissà perché, ignora.
Il danno è evidente, stando ai legali Basilio Milio e Francesco Antonio Romito: "L'inchiesta giornalistica, con un approccio rivelatosi del tutto deficiente dei necessari requisiti di completezza ed imparzialità, indica, come certamente avvenuta una trattativa tra uomini del Ros e Cosa Nostra, nonostante le menzionate pronunce l'abbiano esclusa, affrontando vicende oggetto di un delicato processo in corso, così determinando oggettivamente una indebita interferenza sullo stesso processo, anche attraverso interviste rilasciate dai magistrati inquirenti rappresentanti l'accusa nel processo del quale si sta svolgendo il II° grado".
In effetti a procedimento aperto è davvero curioso che una parte del dibattimento si svolga nelle aule di Saxa Rubra, invece che in quelle di Palermo. E questo, recita ancora la missiva - "nonostante la Rai sia un ente assimilabile ad un'amministrazione pubblica, concessionaria dell'essenziale servizio pubblico radiotelevisivo". Ecco che gli interessati ricostruiscono in una precisa memoria cronologica i fatti e le circostanze della cui travisazione accusano Report.
La "Trattativa del Gen. Mori con la mafia" - Sia Di Matteo (minuti 1.05.30 e seguenti) che, più volte, il conduttore e anche la voce narrante, nel corso della trasmissione, ripetono come un mantra che il Gen. Mori è "l'uomo che ha condotto la trattativa con la mafia nel periodo stragista" (minuti 9.15 e seguenti ed ancora minuti 1.13.30 e seguenti ed ancora 1.51.15 e seguenti). Si ha buon gioco nel sottolineare qualche "dimenticanza". "Una imparziale informazione avrebbe, quanto meno, fatto conoscere ai telespettatori che già nel 2006 i giudici che hanno assolto il Gen. Mori ed il Cap. De Caprio hanno scritto una sentenza chiarissima", dichiarano gli avvocati Milio e Romito.
"Se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a smentire l'ipotesi della 'Trattativa Stato-mafia' avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l'iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l'esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a "cosa nostra" e sull'individuazione dei latitanti.
Sembra confermare una tale interpretazione anche il rilievo che il comportamento assunto dal cap. De Donno e dall'imputato apparirebbe viziato - ponendosi nell'ottica di una trattativa vera invece che simulata - da un'evidente ed illogica contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono dal Ciancimino a "trattare" chiedendo il massimo, la resa dei capi, senza avere nulla da offrire". (Sentenza Mori-De Caprio, pagg. 116-117)."
A parte questa sentenza, anche essa passata in giudicato, i giudici che hanno assolto il Gen. Mori ed il Col. Obinu nel 2013 sono andati oltre, precisando: "In tale contesto, l'eventualità che il col. Mori ed il cap. De Donno si siano attivati con lo scopo precipuo di evitare il ripetersi di iniziative stragiste di Cosa Nostra non potrebbero obliterare una semplice considerazione: detta, eventuale, finalità non potrebbe, di per sé, rivelare un atteggiamento volto a favorire le ragioni dei mafiosi ed, anzi, dovrebbe senz'altro apprezzarsi come lodevole": così recita la sentenza del tribunale di Palermo, Sez. IV penale, n. 4035/2013, p. 158.
Un documento di cui il pubblico di Report viene tenuto all'oscuro. E gli stessi giudici mettono le mani avanti, esecrando già nel 2013 il tentativo di fare dietrologia: "Una interpretazione degli avvenimenti che non tenga conto della peculiarità dei contesti temporali in cui si è operato rischia di essere fuorviante e di fare apparire, attraverso facili dietrologie ed impropri richiami moralistici, senz'altro complicità o connivenze, gli sforzi di chi magari cercava in quei difficili momenti di evitare eventi sanguinosi in attesa di tempi migliori" (Sentenza Tribunale di Palermo, Sez. IV penale, n. 4035/2013, p. 81.
Nella stessa sentenza passata in giudicato la Corte di Appello ha valorizzato il lavoro "in un rapporto di esclusiva fiduciarietà coi Giudici Falcone e Borsellino fino alla loro morte" di Mori e De Donno, definendo poi i contatti con Vito Ciancimino come nient'altro che una "attività info-investigativa" (p. 756) finalizzata a "creare un rapporto fiduciario con costui per trasformarlo in confidente/infiltrato prima, e ... collaboratore poi, sempre all'unico fine della cattura dei latitanti e della cessazione delle stragi" (p. 616). Anche tale sentenza è irrevocabile dall'11 dicembre 2020.
I riferimenti di Claudio Martelli alla "Trattativa" - Intervistando l'On. Claudio Martelli, Report ha chiesto all'allora Ministro della Giustizia: "Lei ha raccontato solo dopo molti anni di aver saputo della trattativa, perché?". Claudio Martelli: "Pensai che fossimo davanti ad un comportamento molto anomalo da parte dei Ros, e per prima cosa dissi a Liliana Ferraro di informare Borsellino. Cosa dice Mori? "Sì, io ho incontrato Vito Ciancimino, l'ho incontrato, gli ho parlato" e la trattativa. "Sì ho trattato in questo senso, che gli ho detto "ma dobbiamo continuare con questo muro contro muro tra lo Stato e cosa nostra?". Questo io lo trovo abbastanza stupefacente...".
Intervistatore: "Quella trattativa fu un'iniziativa di polizia o un'iniziativa anche politica, con un mandante politico?" Claudio Martelli: "Io penso di sì. Del presidente della Repubblica dell'epoca, Oscar Luigi Scalfaro" (minuti 1.53.30 e seguenti). Anche qui, il microscopio dei legali ha evidenziato l'inocularsi virale della cattiva informazione. Sul punto, si fa rilevare, manca qualche notizia utile: i giudici della Corte di Appello che hanno assolto Mannino hanno ritenuto "probabile che gli ... ufficiali del Ros avessero informato di tale iniziativa anche Borsellino - che con Mori e De Donno aveva all'epoca un rapporto di assoluta ed esclusiva fiducia, tanto da chiedere di vederli, riservatamente, nei locali della Caserma dei Carabinieri e non in quelli della Procura, per parlare del rapporto "mafia-appalti". Poco prima della sua uccisione - giacché quando il giudice ne era stato informato dalla Ferraro, non ne era rimasto affatto stupito, né contrariato, rispondendo alla Dirigente degli Affari Penali del Ministero che andava bene e che se ne sarebbe occupato lui". (Sentenza Corte di Appello di Palermo, Sez. I penale, n. 3920/2019, p. 752).
Se poi Report si fosse premurato di assumere informazioni dai legali, avrebbero acclarato come il presidente Scalfaro non risulta esser stato mai indagato, tantomeno imputato, sebbene nel capo di imputazione figurino i defunti Francesco Di Maggio e Vincenzo Parisi. Peraltro, Martelli aveva già parlato. In un'aula vera di tribunale, senza telecamere e montatori.
Rileggendo il verbale dell'udienza 15 giugno 2016, troviamo a pag.162 e 163: "Io non ho mai pensato che fossimo di fronte... Sa un conto poi, ripeto, è estremamente evidente, un conto è dire: la trattativa tra Stato e mafia. Beh, scambiare due ufficiali dei Carabinieri per Stato già mi sembrerebbe una certa approssimazione generalizzante, no?
Poi se per questo si intende quello che lo stesso colonnello Mori ha dichiarato a Firenze, l'intervista è stata data in tutte le televisioni d'Italia, io l'ho vista lì e ho fatto un salto, trattativa. Ma certo che io ho trattato, c'è stata la trattativa, c'è stata la trattativa con Ciancimino".
Conclude Martelli: "E quando poi è finita la trattativa con Ciancimino, i miei collaboratori mi hanno detto: 'Eh, ma cos'è? Non hai guadagnato nulla'. E Mori ci tenne a dire: 'No, non è vero, si è creata una premessa che sarà utile anche in futuro'. Ma questa che c'è stata, questa è trattativa Stato - mafia forse? No".
di Fabrizio Ventimiglia e Laura Acutis*
Il Sole 24 Ore, 12 gennaio 2021
Nota a margine della sentenza della Cassazione, sezione II, 16 novembre 2020, n. 32112. Con la decisione in commento, la Cassazione torna ad occuparsi del reato di riciclaggio e degli obblighi di motivazione che incombono sul Giudice del Riesame in ordine al sequestro preventivo di beni ritenuti di provenienza delittuosa.
In particolare, i Giudici di legittimità chiariscono che "ai fini della legittimità del sequestro preventivo di cose che si assumono pertinenti al reato di riciclaggio di cui all'art. 648- bis cod. pen., pur non essendo necessaria la specifica individuazione e l'accertamento del delitto presupposto, è tuttavia indispensabile che esso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti e scrutinati, almeno astrattamente configurabile e precisamente indicato, situazione non ravvisabile quando il giudice si limiti semplicemente a supporne l'esistenza, sulla sola base del carattere asseritamente sospetto delle operazioni relative ai beni e valori che si intendono sottoporre a sequestro".
Questa in sintesi la vicenda processuale - Con l'impugnata ordinanza, il Tribunale di Messina rigettava l'istanza di riesame avanzata dai ricorrenti avverso il decreto con cui il PM aveva convalidato il sequestro di una considerevole somma di denaro in relazione al reato di cui all'art. 648-bis c.p. Pur in assenza di specifiche circostanze di fatto attestanti la natura del delitto presupposto, il Tribunale del Riesame riteneva che la disponibilità ingiustificata di una considerevole somma di denaro e le modalità di occultamento costituissero elementi convergenti nella dimostrazione della provenienza illecita di quanto sequestrato, integrando il fumus del delitto di riciclaggio.
Il difensore degli indagati proponeva, pertanto, ricorso per Cassazione, deducendo la violazione degli artt. 253 c.p.p. e 648-bis c.p. In particolare, la difesa evidenziava come il Tribunale cautelare avesse omesso di considerare che la giurisprudenza di legittimità sul punto aveva più volte ribadito che il mero possesso di una somma di danaro, in assenza di qualsivoglia riscontro investigativo circa l'esistenza del delitto presupposto, non può giustificare l'addebito di riciclaggio e anche con riguardo all'occultamento della somma si è evidenziata la necessità di precisi elementi fattuali che possano ricondurre la provenienza del denaro ad una determinata fattispecie di reato ovvero ad una evasione fiscale penalmente rilevante.
Percorrendo l'iter motivazionale della sentenza, i Giudici, in accoglimento del ricorso, osservano quanto segue. Sebbene in sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali al giudice siano preclusi sia l'accertamento del merito dell'azione penale sia il sindacato sulla concreta fondatezza dell'accusa, egli deve pur sempre operare uno scrupoloso controllo dei dati fattuali del caso concreto sottoposto al suo esame, secondo il parametro del fumus, tenendo conto delle risultanze processuali e della effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti.
Pertanto, osservano i Giudici di legittimità, "ai fini dell'applicazione delle misure cautelari reali è imprescindibile la verifica delle risultanze processuali al fine di ricondurre alla figura astratta del reato contestato la fattispecie concreta e dare conto della plausibilità di un giudizio prognostico negativo per l'indagato".
Secondo la Suprema Corte le doglianze difensive sono, pertanto, meritevoli di accoglimento in ragione delle mancate valutazioni operate dal Tribunale cautelare, il quale non aveva nemmeno ipotizzato il reato presupposto del riciclaggio, limitandosi a riscontrare la sussistenza del fumus nel rilievo di carattere meramente congetturale circa la plausibile derivazione illecita del denaro sequestrato, sulla base della quantità del contante, delle modalità di occultamento e delle condizioni soggettive degli indagati.
Tale valutazione si pone in netto contrasto con il principio costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimità in base al quale "il mero possesso di una pur ingente somma di denaro non può giustificare ex se, in assenza di qualsiasi riscontro investigativo, l'addebito di riciclaggio senza che sia in alcun modo stata verificata l'esistenza di un delitto presupposto, anche delineato per sommi capi, attraverso, ad esempio, il riferimento all'esistenza di relazioni tra i ricorrenti ed ambienti criminali, ovvero la precedente commissione di fatti di reato dai quali possa attendibilmente essere derivata la provvista, o l'avvenuto compimento di operazioni di investimento comunque di natura illecita a qualsiasi titolo" (cfr. Cass. Sez. II, n. 9355/2018).
Affinché sia configurabile il delitto di riciclaggio, così come quello di ricettazione, non è necessario che il giudice operi una ricostruzione puntuale del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, bensì che individui la tipologia di delitto all'origine del bene da sottoporre a vincolo, in quanto, appunto, di provenienza delittuosa.
Non risulta, infatti, sufficiente il richiamo ad indici sintomatici privi di specificità in relazione alla derivazione della disponibilità oggetto di espropriazione e suscettibili esclusivamente di provare un mero ingiustificato possesso di denaro: è necessario che il delitto presupposto, se pure non giudizialmente accertato, sia specificato.
Nel caso in esame è del tutto mancante la motivazione relativa all'individuazione degli elementi di fatto in grado di rappresentare a quale delle condotte tipiche indicate dall'art. 648-bis c.p. sia riconducibile il comportamento tenuto dagli indagati così come accertato in sede di indagini, imponendosi, pertanto, l'annullamento dell'ordinanza impugnata.
In particolare, la descrizione del fatto sarebbe stata carente di indicazioni sia rispetto alla specifica condotta di riciclaggio contestata che all'individuazione di elementi fattuali da cui poter evincere la provenienza delittuosa dei beni da assoggettare a vincolo. Provenienza che deve essere concretamente accertata sulla base di specifici elementi di fatto che consentano di ritenere configurabile il delitto presupposto.
Il Sole 24 Ore, 12 gennaio 2021
Lo ha confermato la Corte costituzionale dichiarando non fondate le questioni di legittimità sollevate dal Gip del Tribunale di Tivoli. È legittima la previsione del patrocinio gratuito per le vittime di reati contro la libertà e l'autodeterminazione sessuale, in particolare se minori, a prescindere dalle condizioni economiche. Lo ha stabilito la Corte costituzionale, sentenza 1/2021, dichiarando non fondate le questioni di legittimità sollevate dal Gip del Tribunale di Tivoli.
Secondo il rimettente invece l'art. 76, comma 4-ter, del Dpr 30 maggio 2002, n. 115, recante "Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)", sarebbe contrario agli articoli 3 e 24, 3 comma, della Costituzione nella parte in cui, secondo l'interpretazione della Corte di cassazione assurta a "diritto vivente", dispone l'ammissione automatica - a prescindere dunque dai limiti di reddito - al patrocinio a spese dello Stato delle persone offese dai reati di cui agli artt. 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater, 609-octies e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli artt. 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale.
Per la Consulta però la scelta "rientra nella piena discrezionalità del legislatore e non appare né irragionevole né lesiva del principio di parità di trattamento, considerata la vulnerabilità delle vittime dei reati indicati dalla norma medesima oltre che le esigenze di garantire al massimo il venire alla luce di tali reati". La norma infatti si inquadra nella volontà di "approntare un sistema più efficace per sostenere le vittime, agevolandone il coinvolgimento nell'emersione e nell'accertamento delle condotte penalmente rilevanti".
Ed infatti, nel preambolo del Dl 23 febbraio 2009 n. 11, che ha introdotto la disposizione in esame, si richiama "la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre misure per assicurare una maggiore tutela della sicurezza della collettività, a fronte dell'allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale, attraverso un sistema di norme finalizzate al contrasto di tali fenomeni e ad una più concreta tutela delle vittime dei suddetti reati". Non diverse sono le considerazioni sviluppate nel preambolo del Dl 14 agosto 2013, n. 93.
"È evidente, dunque - prosegue la decisione - che la ratio della disciplina in esame è rinvenibile in una precisa scelta di indirizzo politico-criminale che ha l'obiettivo di offrire un concreto sostegno alla persona offesa, la cui vulnerabilità è accentuata dalla particolare natura dei reati di cui è vittima, e a incoraggiarla a denunciare e a partecipare attivamente al percorso di emersione della verità". Del resto, nell'ordinamento sono presenti "altre ipotesi in cui il legislatore ha previsto l'ammissione a tale beneficio a prescindere dalla situazione di non abbienza".
Per quel che concerne, infine, la prospettata violazione dell'art. 24, terzo comma, Cost., la Corte evidenzia che il parametro evocato impone di assicurare ai non abbienti i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione: "Esso non può, dunque, essere distorto nella sua portata, leggendovi una preclusione per il legislatore di prevedere strumenti per assicurare l'accesso alla giustizia, pur in difetto della situazione di non abbienza, a presidio di altri valori costituzionalmente rilevanti, come quelli in esame".
quotidianogiuridico.it, 12 gennaio 2021
Cassazione penale, sezione I, sentenza 10 dicembre 2020, n. 35216. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva rigettato il reclamo proposto dal Ministero della Giustizia contro l'ordinanza con la quale il magistrato di sorveglianza aveva annullato la sanzione disciplinare dell'ammonizione inflitta ad un detenuto in regime di "41bis" dal Consiglio di disciplina della Casa circondariale per aver salutato un altro detenuto, anch'egli sottoposto al medesimo regime, appartenente a diverso gruppo di socialità, la Corte di Cassazione (sentenza 10 dicembre 2020, n. 35216) - nel disattendere la tesi del Ministero della Giustizia che, tramite l'Avvocatura distrettuale dello Stato, aveva proposto ricorso per cassazione, sostenendo che nella dichiarazione di saluto potesse ravvisarsi una comunicazione in senso proprio - ha infatti affermato che, in presenza di una dichiarazione di saluto rivolta da un detenuto ad altri ristretti, appartenenti ad altro gruppo di socialità e non inserita in un contesto di conversazione, deve escludersi che si sia in presenza di una "comunicazione" vietata ai sensi dell'art. 41bis, ord. pen., non essendovi alcuna trasmissione di informazioni da un individuo a un altro, ovvero un'interazione tra soggetti diversi nell'ambito della quale gli stessi costruiscono insieme una realtà e una verità condivisa. Ne discende, pertanto come il mero saluto ha natura neutra, non potendosi in esso cogliere alcuna particolare informazione e non avendo l'atto, in definitiva, un vero e proprio intento comunicativo.
atnews.it, 12 gennaio 2021
"La situazione attuale nelle carceri piemontesi è sotto controllo, con 12 detenuti, 32 agenti e 2 operatori positivi, ma in contesti chiusi con problemi di sovraffollamento è difficile rispettare le regole del distanziamento e il rischio di focolai è sempre presente", ha spiegato il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Bruno Mellano, al gruppo di lavoro della IV Commissione sulla gestione dell'emergenza Covid presieduto da Daniele Valle, che si è riunito questa mattina per proseguire l'indagine conoscitiva che si concluderà nel mese di giugno.
"Per questo - ha continuato Mellano - è stata importante la decisione di una presa in carico più diretta e condivisa del contesto penitenziario da parte dell'Unità di crisi, individuando nel referente dell'area giuridico amministrativa, Antonio Rinaudo, il soggetto di riferimento".
Dall'inizio della pandemia all'8 gennaio 2021 sono stati 277 i positivi al Covid 19, per lo più asintomatici, detenuti negli istituti penitenziari del Piemonte: i numeri più alti si sono registrati a Torino, Alessandria e Saluzzo, mentre alcuni istituti sono stati esenti dal contagio. Durante la prima ondata, con 4500 detenuti (dato di febbraio 2020, oggi sono 4200) per una capienza effettiva di 3700 posti sull'intero territorio regionale, le difficoltà a garantire le misure di distanziamento sociale e la carenza di dispositivi di protezione individuale, hanno determinato un alto rischio di contagio per la popolazione carceraria, in molti casi affetta da pluripatologie. Positivi in quella fase anche 200 agenti della polizia penitenziaria.
Nella sua relazione Mellano ha sottolineato come la pandemia abbia fatto emergere con maggior evidenza l'esigenza di costruire un servizio organizzato di sanità penitenziaria, che necessita di investimenti di lungo periodo, con interventi di edilizia radicali e maggior raccordo tra le amministrazioni penitenziarie che gestiscono le strutture e le Asl, in capo alle quali è la gestione della sanità penitenziaria. Ci sono stati casi in cui la gestione dell'emergenza è avvenuta in sinergia, altri in cui le due amministrazioni hanno operato in autonomia l'una dall'altra, con risultati meno efficaci.
Per contenere la diffusione del virus nella prima fase è stato rallentato l'ingresso di nuovi detenuti, incentivando dove possibile il ricorso agli arresti domiciliari e l'affidamento ai servizi. Anche nella gestione dei positivi, si è fatto ricorso nelle situazioni che lo consentivano a strutture non detentive o al differimento della pena ai fini della cura. Sui tamponi non c'è stato un orientamento uniforme da parte delle aziende sanitarie: l'Asl Cuneo1 ha effettuato oltre il 40 per cento di tutti i tamponi della regione (990), mentre Biella e Asti ne hanno fatti in numero esiguo.
Inoltre, è stata sospesa l'attività di espulsione e rimpatri forzati del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi, ripresa negli ultimi mesi soltanto con la Tunisia, mentre per quanto riguarda le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), quella di Bra non ha avuto contagi, quella di San Maurizio è stata invece interamente positivizzata, con l'unico caso nazionale di decesso per Covid. Una serie di domande sono state poste dai commissari Francesca Frediani (Movimento 4 ottobre), Domenico Rossi (Pd), Marco Grimaldi (Luv), Alessandro Stecco (Lega) e dal presidente Valle.
blogsicilia.it, 12 gennaio 2021
Barbagallo: "La situazione nei penitenziari è critica. Bisogna garantire la salute di tutti". "Subito vaccini per gli agenti di polizia penitenziaria, le detenute e i detenuti, gli operatori carcerari e per coloro che entrano negli istituti di pena per motivi di difesa. La protezione deve essere più rapida laddove la vulnerabilità è maggiore".
Lo dichiarano Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia, Marco Guerriero, componente della segreteria regionale e Maria Grazia Leone, responsabile dipartimento Diritti, unendosi all'appello lanciato da Mauro Palma, presidente dell'Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e da Liliana Segre, senatrice a vita.
"Inserire tra le priorità la vaccinazione nelle carceri - continuano i dirigenti democratici - assume carattere di emergenza dal momento che si tratta di luoghi particolarmente soggetti al rischio di diffusione dell'infezione da Covid. Il comitato nazionale per la Bioetica, nel parere del 28 maggio ha definito 'particolarmente critica' la situazione carceraria, proprio perché critiche sono le condizioni di partenza. Luoghi strutturalmente chiusi, carenti di spazi adeguati, dove peraltro, visti i numeri attuali delle presenze, la misura preventiva del distanziamento - aggiungono - risulta impossibile da mantenere e la convivenza forzata crea una costante promiscuità fra tutti i presenti". "Considerato, poi, che molti fra coloro che vivono il carcere sono liberi di uscire e di fare rientro alla loro vita ed ai loro affetti - direttori, direttrici, impiegati, medici, educatrici, avvocate e cappellani - l'aumento di contagi fra i detenuti finirà - spiegano Barbagallo, Guerriero e Leone - per ripercuotersi su di loro e inevitabilmente, per loro tramite, sulla comunità esterna".
"Siamo di fronte ad un imperativo fondamentale della nostra Costituzione che in linea con la Carta dei diritti Umani, attribuisce il diritto alla tutela della salute di tutti, anche quando si trovano momentaneamente privi della libertà personale per motivi di Giustizia. Sono già state ridotte al minimo le visite, sospese le attività di supporto e le attività lavorative dentro e fuori dal carcere, di fatto sono state ridotte tutte le dinamiche che - concludono - potevano favorire il rischio del contagio, proviamo adesso a dare quello che serve per proteggere tutti definitivamente dal contagio".
di Lorenzo Zaccagnini
rossetorri.it, 12 gennaio 2021
Il quinto dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi evidenzia tutte le carenze della struttura eporediese. Mozione di Comotto e interpellanza di Colosso alla giunta comunale. Con l'inizio dell'anno nuovo si torna a parlare di un vecchio problema: le pessime condizioni in cui versa il carcere di Ivrea. Nel prossimo consiglio comunale verrà discussa una mozione a firma del consigliere Francesco Comotto, nella quale si chiede al sindaco di denunciare attivamente le condizioni di disagio presenti all'interno della struttura e di aprire un canale di comunicazione tra l'Amministrazione comunale e quella penitenziaria, comprendente visite periodiche e incontri con operatori, volontari e responsabili della gestione.
A questa si aggiunge un'interpellanza della consigliera Gabriella Colosso, che richiede un'audizione con la garante dei detenuti Paola Perinetto per relazionare sul lavoro svolto negli ultimi due anni ed evidenziare le criticità specifiche della struttura, rimasta per dieci giorni senza impianto di riscaldamento in pieno inverno.
Non è la prima volta che il carcere eporediese balza agli onori della cronaca per faccende poco edificanti, a cominciare dai "presunti" pestaggi avvenuti tra il 2015 e il 2016: quattro inchieste aperte, di cui tre avocate dal Procuratore Generale Francesco Saluzzo perché "le indagini espletate dalla Procura della Repubblica di Ivrea appaiono sotto vari profili carenti".
In pratica venivano compiute dagli stessi indagati e per i reati il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando aveva chiesto l'archiviazione. Rimane a Ivrea solo l'ultima inchiesta, quella riguardante i fatti del 25 e 26 ottobre 2016, quando una lettera del detenuto Matteo Palo venne pubblicata sul sito infoaut.org. Nella lettera si parlava di pestaggi e abusi e della presenza dell'"Acquario", una cella liscia punitiva: una stanza priva di ogni cosa, compreso dove sedersi, con le finestre oscurate e priva di riscaldamento.
Del detenuto uscito peggio da questi pestaggi si dirà che "è caduto dalle scale", la più classica delle scuse nei casi di violenza domestica, ma i referti medici confermeranno quanto scritto nella lettera, e persino la cella "Acquario" verrà individuata nelle indagini successive. Il caso fece notevole scalpore, richiamando proteste e indignazione da parte di diverse realtà, pur senza la consapevolezza di quanto vicino fossimo andati ad un altro caso Cucchi.
Ma i problemi del carcere di Ivrea non si limitano agli abusi di potere - Nella presentazione del quinto dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi, la garante dei detenuti Perinetto evidenzia numerose carenze, soprattutto per quanto riguarda la struttura vecchia e mai ristrutturata; ogni anno si rompe il riscaldamento e quando piove di traverso entra l'acqua. Questo ambiente malsano facilita il presentarsi nei detenuti di sintomi influenzali e il conseguente isolamento anche per intere settimane a causa delle nuove normative dell'ASL per gestire la situazione Covid, la cui incidenza nel carcere di Ivrea pare restare fortunatamente sotto il 2%. L'impianto di videosorveglianza, richiesto dagli stessi detenuti per evitare il reiterarsi di casi di abuso, è completo solo a metà, primo e terzo piano, mentre è tuttora assente al secondo e al quarto. Non ci sono docce nelle celle nonostante la legge che le prevede sia del 2000 (in Piemonte solo a Fossano sono presenti). Il campo da calcio, uno dei pochi passatempi, diventa inutilizzabile in autunno e inverno.
Anche il comparto rieducativo è carente, comprendente solo i corsi di alfabetizzazione e per conseguire la licenza Media, a cui possono peraltro accedere solo pochissimi detenuti. Il Centro Per l'Impiego di Ivrea ha organizzato un gruppo di nove insegnanti, ma mancano gli spazi per riuscire a organizzare lezioni con più sette studenti.
Gli spazi, già carenti in tempi normali, sono oggi ancora più insufficienti in tempi di pandemia: la capienza è stimata a 194 persone, mentre all'interno vi sono 259 detenuti, una situazione che sarebbe già tragica senza la minaccia costante di un contagio. Tuttavia, mentre il sovraffollamento non viene ritenuto problematico, i colloqui con i parenti sono possibili solo attraverso il plexiglass separatorio: si cerca di supplire alla mancanza di contatti con tre telefonate alla settimana e quattro ore di videochiamata al mese.
Quanto è ampio il problema? Nonostante la tragicità del quadro generale, sarebbe sbagliato credere che il problema riguardi solo il carcere eporediese nello specifico: la situazione è grave in tutta la Regione, ci sono 5 direttori su 13 carceri. A Ivrea da tre mesi ogni settimana arriva un direttore diverso, quello di turno non ha ritenuto di venire ad Ivrea neanche quando, nel novembre scorso, si è verificato un caso di suicidio. Anche il comandante delle guardie non è fisso e viene 2 volte alla settimana, per ora è quello di Verbania. La mancanza della dirigenza rende impossibile qualunque decisione, motivo per il quale l'edificio non viene adeguatamente ristrutturato e i problemi si accumulano. Il sottosegretario al ministero della giustizia Andrea Giorgis parla di 150 milioni destinati alle carceri italiane, ma senza direttori nessuno potrà usarli e sembra che i test per accedere ai nuovi concorsi siano stati annullati. A livello centrale pare insomma mancare la volontà di migliorare qualcosa.
Volendo ampliare ulteriormente lo sguardo, la situazione risulta anche più tragica: a marzo dell'anno passato, nelle carceri italiane hanno avuto luogo oltre 30 rivolte, definite le più grandi dal dopoguerra. Il risultato di queste rivolte è di 14 morti attribuite all'overdose di farmaci sottratti duranti gli assalti alle farmacie, 4 delle quali durante il trasferimento in altre città (trasferimento che non può avvenire senza l'approvazione di un medico). Decine di denunce di ritorsioni violente dopo le rivolte. Cinquantasette agenti accusati di pestaggi e torture solo al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Centinaia di processi per le sommosse, accuse di devastazione e saccheggio.
Rivolte nate per paura del contagio, in un posto dove l'unica fonte di informazione sul mondo esterno è la televisione (quando c'è), e in cui la possibilità di ricevere visite è stata troncata senza maggiori spiegazioni. Tutto questo insieme all'impossibilità di rispettare quelle misure di sicurezza tanto sbandierate in quei giorni di marzo da ogni programma TV: come si rispetta il distanziamento se si è in sette in una cella pensata per tre persone?
Il tentativo di decongestionare l'affollamento grazie a misure detentive alternative, progetto attuato in Francia, in Danimarca e in parte in Spagna, non verrà attuato in Italia a causa della narrazione tossica dei media secondo cui si stavano facendo uscire 376 boss mafiosi dal carcere usando il Covid come pretesto, narrazione che ha immediatamente infiammato l'anima giustizial-populista del paese.
Nella realtà dei fatti però, la maggior parte di essi erano detenuti per reati di piccolo/medio calibro o si trovava ancora sotto processo, mentre solo tre di loro si trovavano realmente in regime di 41bis. La scarcerazione di questi ultimi, avvenuta per motivi diversi dalle misure di prevenzione del contagio, verrà usata in malafede da chi sa che la parola "mafia" chiude qualsiasi discorso sui diritti (si pensi allo stesso 41bis, criticato pesantemente dalla stessa UE ma su cui non è possibile nemmeno muovere critiche senza passare per simpatizzante delle cosche).
Nel gioco pubblico della politica, il carcere non è un tema che porti voti, anzi è considerato una specie di suicidio elettorale: così anche le rivolte di marzo sono finite in fretta nel dimenticatoio, e come sempre in questi casi l'unica voce a cui si dà ascolto proviene dall'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Penitenziaria) che si lamenta della mancanza di personale e delle condizioni di lavoro pessime. Ciò è anche vero, ma mai quanto lo è per la parte rieducativa del carcere: medici, psicologi, volontari sono perennemente sotto organico, sottoposti a stress e a turni massacranti.
Un problema enorme per una piccola giunta - I problemi del carcere di Ivrea sono molti e complessi, con radici troppo profonde per pretendere una miracolosa risoluzione dalla piccola giunta eporediese. Sarà tuttavia interessante vedere quale sarà la risposta della maggioranza al prossimo consiglio comunale: il tema del carcere non è certo uno dei temi centrali della Lega, attuale forza motrice della giunta eporediese, che anzi si distingue per il suo reazionarismo da operetta, acritico della divisa e feticista del manganello.
Ma sarebbe un bel modo di cominciare l'anno nuovo vedere la giunta che governa la città affrontare un problema (o almeno riconoscerne l'esistenza) senza rifugiarsi in soluzioni facilone e repressive. O dobbiamo aspettarci che anche quest'anno il problema del carcere finisca dimenticato, magari seppellito da frasi di circostanza, luoghi comuni e da una presa di posizione del sindaco "solo a livello personale"? Confidando nel fatto che il 2021 porti nuove prospettive anche a chi amministra la città, attendiamo il consiglio comunale, consapevoli che anche un completo cambio di direzione gestionale non sarà mai efficace quanto il nascere di una nuova sensibilizzazione cittadina, base necessaria perché il carcere diventi qualcosa di diverso da quello che è oggi.
di Carla Ciavarella*
dimensioneinformazione.com, 12 gennaio 2021
La nostra Costituzione all'art. 27 stabilisce che "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Il Legislatore costituente, scrivendo al plurale la parola pena, immediatamente consente di affermare che nel nostro ordinamento è possibile disciplinare diverse forme di condanna per il fatto reato, non necessariamente quella della pena detentiva in carcere.
Il nostro ordinamento, nell'ambito del sistema dell'esecuzione penale, vanta una produzione normativa di tutto rispetto e soprattutto negli ultimi decenni si è particolarmente orientato verso la declinazione di norme che potessero agevolare la scelta da parte del magistrato di comminare sanzioni alternative in luogo della detenzione.
La pena alternativa al carcere deve prevedere la possibilità di trascorrere il periodo di detenzione nel proprio domicilio (se l'autore del reato ne abbia uno), ovvero in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza (ove disponibile); il soggetto dovrebbe per esempio avere una occupazione da poter svolgere in costanza di espiazione della pena, ovvero svolgere un lavoro a compensazione del danno prodotto con l'azione criminosa commessa, privilegiando condotte riparative ed ove possibile l'attività di mediazione con la vittima del reato.
Le condizioni sopra genericamente descritte sono declinate in dettaglio da norme specifiche che descrivono le pre-condizioni per potere accedere alle diverse misure alternative alla pena detentiva: dall'affidamento in prova al servizio sociale, alla detenzione domiciliare ed alla messa alla prova con la sospensione del procedimento penale di più recente introduzione (2014).
Parrebbe, pertanto, davvero possibile pensare che tale ventaglio di offerte abbia consentito negli anni una concreta contrazione del numero di presenze all'interno dei nostri istituti penitenziari.
Sappiamo tutti che non è così. I dati di fine 2020 ci dicono che le presenze in carcere in vigenza dell'emergenza sanitaria è di circa 54mila unità. Ad inizio del 2020 il numero delle presenze era di circa 62 mila detenuti. Nell'anno appena concluso le misure alternative in esecuzione risultano essere meno di 60mila (nel totale si calcolano anche le 18.000 concesse direttamente in udienza-messa alla prova).
Nel 2020 i provvedimenti emanati dal Governo finalizzati alla riduzione del sovraffollamento hanno agevolato la riduzione del numero di presenze che tuttavia resta elevato a fronte di una disponibilità di spazi detentivi che è di 45mila posti.
Resta attuale in molti ambienti politici e culturali lo slogan "liberarsi dalla necessità del carcere", al quale fanno eco altri commenti analoghi, l'ultimo dei quali in ordine di tempo è quello di affermare l'inutilità del carcere stesso dichiarandone di fatto il suo fallimento.
Le Convenzioni internazionali e le Raccomandazioni europee invitano gli Stati Membri a considerare il carcere come soluzione estrema (last resort) e, quindi, ad orientare la scelta della pena da comminare verso altri istituti giuridici piuttosto che privilegiare quello della carcerazione.
In ripetute occasioni il nostro Capo dello Stato ha richiamato il Governo e le forze politiche a riflettere sulle condizioni detentive e sul sovraffollamento in cui versano i nostri istituti penitenziari (in Italia sono 189 gli istituti penitenziari attivi).
Lo scorso 12 aprile, Papa Francesco ha dedicato le quattordici meditazioni della Via Crucis della Pasqua 2020 al mondo penitenziario in una Piazza San Pietro deserta e quindi ancora più imponente nella sua perfezione architettonica. "...Penso ad un problema grave che c'è in parecchie parti del mondo. Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c'è un sovraffollamento - tanta gente lì - c'è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, per coloro che devono prendere le decisioni in questo, perché trovino una strada giusta e creativa per risolvere il problema".
Papa Francesco non si accontenta di offrire una prospettiva di salvezza, come spesso la Chiesa si è limitata a fare. Non si affida alla retorica della rieducazione del reo. Il suo è un manifesto contro le derive securitarie degli ultimi decenni e contro un diritto penale che tratta le persone come nemici. La giustizia per papa Francesco deve essere sempre una giustizia "pro homine".
L'associazione Antigone, nel rapporto annuale "Carcere in Italia" afferma che il costo medio di un detenuto è di 150 euro al giorno (calcolo che comprende anche il costo della retribuzione del personale preposto ai servizi penitenziari). Assicurare l'esecuzione della pena in misura alternativa è invece dieci volte inferiore. Per tale motivo si potrebbero risparmiare almeno 500 milioni di euro all'anno se la metà di queste persone potesse scontare all'esterno la sua pena.
Il vantaggio economico appare evidente. Tuttavia resta nella mente, ma soprattutto nella dimensione emotiva di molti, l'invocazione di condanne esemplari, di aumento della previsione di pene edittali e della introduzione di sempre più specifiche fattispecie di reato che possano sempre più in dettaglio definire i perimetri della colpevolezza.
Sempre leggendo i numeri, scopriamo che il 70% dei detenuti è in carcere per reati contro il patrimonio o per violazione della legge stupefacenti. La percentuale restante è invece in carcere per scontare pene per reati contro la persona.
Sono circa 18mila i detenuti stranieri ristretti in carcere e 17.500 circa i detenuti in attesa di una sentenza definitiva (sempre l'art. 27 della nostra Costituzione afferma al comma 2 che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva").
Il numero dei condannati definitivi è di circa 37mila unità, di questi solo il 30% deve scontare una condanna superiore ai 10 anni (dato che comprende i condannati alla pena dell'ergastolo e coloro i quali sono stati condannati per reati associativi ex art. 416 bis).
Dalla lettura dei numeri è possibile rilevare che la metà dei detenuti deve scontare una pena detentiva inferiore ai tre anni, condizione questa che prevede per legge la possibilità di fruire di misura alternativa.
Studi di settore sostengono che l'esecuzione della pena in misura alternativa è più efficace della pena scontata in carcere, perché pare soddisfare meglio l'istanza rieducativa in quanto riduce fortemente il rischio di reiterazione di condotte illecite.
Tuttavia, le misure alternative nel nostro sistema vengono percepite da sempre (sin dalla loro introduzione nel 1975 e successive modifiche ed ampliamento) come "non pene". Misure per evitare la galera, per "farla franca". In realtà, in molti casi l'esecuzione della pena in misura alternativa può essere molto più faticosa ed impegnativa rispetto a quella trascorsa in carcere. In misura alternativa è necessario mostrare ogni giorno responsabilità ed adesione alle prescrizioni che ovviamente sono stringenti e prevedono comunque limitazioni di orari, di frequentazioni di luoghi, di rendimento lavorativo. La violazione delle prescrizioni comporta la revoca della misura e quindi il rientro della persona in carcere.
Per contro, la pena detentiva per sé consente alla persona di potersi sottrarre a qualunque stimolo ed opportunità trattamentale e di mostrarsi non disponibile a partecipare al programma rieducativo, attendendo inerme che il tempo della pena trascorra e giunga il giorno della scarcerazione.
Ragionare di efficacia delle modalità di esecuzione della pena significa parlare di individualizzazione dei percorsi di recupero sociale, senza facili generalizzazioni ed avendo consapevolezza della complessità del tema.
Intanto la rieducazione del condannato non può essere considerata un mandato esclusivo dell'amministrazione penitenziaria, che ha il compito di assicurare condizioni dignitose per tutte le persone ristrette e facilitare i percorsi di riabilitazione. Il compito di rieducare e di assicurare il reinserimento della persona che ha commesso reato è un compito che riguarda l'intero contesto sociale e le politiche di prevenzione che lo Stato intende attuare.
Questi percorsi hanno possibilità di compiersi ove esistano spazi idonei in grado di assicurare la presenza di aule scolastiche, sale di lettura e biblioteche, locali per la realizzazione di lavorazioni artigianali e di piccola industria, palestre e spazi aperti per l'attività fisica.
Il sovraffollamento riduce e limita queste possibilità e, quindi, è causa di inefficacia dell'azione trattamentale riabilitativa.
La legge penitenziaria Italiana è del 1975 e per molto tempo è stata ritenuta una delle più avanzate nel sistema dell'esecuzione penale in Europa e nel mondo. Già in quegli anni la nostra legge prevedeva la istituzione di equipe multidisciplinari per l'osservazione dei comportamenti dei detenuti, al fine di poter costruire dei programmi trattamentali individuali rispondenti alle caratteristiche, esigenze, aspettative personali dei singoli. Una legge che stabiliva i diritti delle persone detenute sottolineando il principio della umanizzazione della pena, della dignità delle persone, che deve essere rispettata e mantenuta anche se in regime di privazione della libertà. Una legge che stabiliva il diritto di tutti ad avere una possibilità di recupero e di reinserimento.
Questa bella costruzione di principi valoriali e di diritti ha trovato l'adesione convinta degli operatori penitenziari. Di quelle persone che hanno deciso di lavorare in carcere e di occuparsi delle persone detenute. I dirigenti penitenziari a capo degli istituti, il Corpo degli Agenti di custodia (oggi Polizia penitenziaria), gli educatori, il personale amministrativo. Ed insieme a loro i cappellani, gli insegnanti che, dipendenti del Miur, accettano l'incarico di fare lezione in carcere, i volontari delle organizzazioni non governative che promuovono attività trattamentali e di sostegno. Ci sono anche imprese che hanno avviato con successo produzioni industriali all'interno degli istituti penitenziari assumendo detenuti e che vendono i prodotti all'esterno. Accanto a loro i magistrati di sorveglianza (che nel nostro ordinamento hanno il compito di esaminare e concedere ovvero respingere le richieste di misure alternative avanzate dai detenuti e di vigilare sulle condizioni detentive e sul rispetto dei diritti dei detenuti), l' Ufficio del garante dei diritti delle persone private della libertà, i garanti regionali, provinciali e locali che sono nominati dalle rispettive istituzioni in rappresentanza delle relative comunità territoriali di riferimento per vigilare sulle condizioni di detenzione dei ristretti e creare anche il necessario collegamento tra il carcere ed il territorio, alcune Università e centri di ricerca, che si accostano a questo mondo per comprenderlo e per contribuire a fare crescere la conoscenza del sistema dell'esecuzione della pena oltre il muro.
Tuttavia non basta. Il mondo del carcere non sale all'onore delle cronache se non in occasione di fatti eclatanti, per lo più negativi, con lo scopo di continuare a fornire del carcere una sola versione: quella del luogo brutto, sporco e cattivo. Altre volte invece viene raccontato come luogo eccessivamente confortevole dove i cattivi vengono trattati con eccessiva indulgenza e buonismo.
Anche il cinema ha dato e continua a dare il proprio contributo alla conoscenza del sistema di esecuzione della pena. Tuttavia solo i fratelli Taviani sono riusciti ad andare oltre l'interesse dei "soliti noti addetti ai lavori" quando hanno realizzato all'interno del carcere di Rebibbia la versione cinematografica di un testo teatrale scritto per gli attori della compagnia teatrale di Rebibbia da Fabio Cavalli. Mi riferisco a "Cesare deve morire", che nel 2012 ha vinto l'Orso d'Oro al Festival di Berlino.
Mi occupo di carcere da più di 30 anni e ho avuto la possibilità di svolgere esperienze all'esterno e di confrontarmi con colleghi di altre amministrazioni europee e non solo. Con poche e rare eccezioni (mi riferisco ai paesi scandinavi e al Canada), il prevalente sentimento comune delle società civili resta quello di rifiuto, distanza, disinteresse per le politiche penitenziarie.
Nel maggio 2015 il Ministro della Giustizia dell'epoca, Andrea Orlando, promosse gli "Stati Generali dell'esecuzione penale", un inclusivo esercizio di approfondimento dei temi dell'esecuzione penale, al quale parteciparono rappresentanti delle istituzioni regionali e locali, del volontariato, della comunità scientifica e degli operatori penitenziari. La consultazione articolata per tavoli tematici durò poco meno di un anno e produsse utili documenti e raccomandazioni che il Ministero raccolse in un documento programmatico con allegato anche un testo normativo che prevedeva anche modifiche all'Ordinamento penitenziario.
Nel documento conclusivo e di presentazione del lavoro dei tavoli si legge, tra le altre cose "se non cambia la cultura sociale della pena e se non si debella il pregiudizio in forza del quale, limitando i diritti dei condannati, si ottiene maggiore sicurezza, qualsiasi progresso rimarrà precariamente esposto alla prima "risacca legislativa" giustificata con indifferibili esigenze di tutela della collettività". ... "Se non si riesce a contrastare la diffusa convinzione che il carcere sia l'unica risposta alle paure del nostro tempo e la corrispondente tendenza politica - elettoralmente molto redditizia - ad affrontare ogni reale o supposto motivo di insicurezza sociale ricorrendo allo strumento, meno impegnativo e più inefficace, dell'inasprimento della repressione penale e della restrizione delle possibilità di graduale reintegrazione del condannato nel consorzio civile, ogni riforma normativa sarà fatalmente esposta a "scorrerie legislative" di segno involutivo e "carcerocentrico", che torneranno a determinare sovraffollamento penitenziario e a minare la credibilità stessa della funzione risocializzativa della pena. Il problema è culturale, prima ancora che normativo."
La presentazione del lavoro svolto degli Stati generali ebbe luogo nell'aprile 2016 presso la sala teatro della Casa Circondariale di Rebibbia alla presenza del Capo dello Stato e del presidente della RAI dell'epoca (Monica Maggioni), al quale fu dato incarico di moderare una sessione dei lavori. Nonostante l'alto profilo istituzionale dato all'evento e la partecipazione dell'azienda di Stato per le telecomunicazioni, l'evento non riuscì ad ottenere la copertura mediatica nazionale che invece era lecito aspettarsi.
Tutto questo per sottolineare quanto su questo tema non si sia riusciti fino ad oggi a fare crescere cultura ed informazione adeguati.
Chi scrive partecipò al lavoro degli Stati generali, precisamente al tavolo incaricato di occuparsi di analizzare comparativamente i sistemi dell'esecuzione penale degli altri paesi europei. In quell'ambito nel corso della ricerca mi colpì in particolare l'esperienza della Finlandia. Certo si tratta di un paese molto distante da noi con il quale non abbiamo grandi affinità, tuttavia la lettura di un articolo pubblicato da una rivista scientifica di settore resta un chiaro ricordo. L'amministrazione penitenziaria finlandese sin dagli anni '60 aveva avviato una progressiva e stringente strategia per ridurre il numero dei detenuti in carcere. In quegli anni il governo finlandese constatava che la presenza di detenuti in carcere superava le 150 unità per 100.000 abitanti. Dato questo all'epoca registrato come il più alto tra i paesi scandinavi. Il governo finlandese comprese la necessità di avviare una riforma del sistema penale attraverso un sistematico progressivo rimodellamento della politica detentiva. Tra gli anni '60 e gli anni '90 il percorso prescelto fu quello di depenalizzare alcuni reati (es: ubriachezza) e di annullare la norma che prevedeva automaticamente la prigione per coloro che non pagavano le multe. In seguito il processo di riforma ha riguardato la diminuzione delle pene per i reati contro la proprietà e quelli di guida in stato di ebbrezza, prevedendo l'applicazione di misure alternative e della liberazione anticipata. Quindi, è stato aumentato l'importo delle pene pecuniarie al fine di dare credibilità alla sanzione sostitutiva della pena detentiva breve (per i reati per i quali era prevista). Il sistema penale finlandese annullò la norma che prevedeva l'applicazione automatica di aumento di pena per i condannati con precedenti penali. Furono anche annullate le norme che prevedevano i casi di condanna a pena detentiva per i minori. Negli anni '90 sono state introdotte le misure alternative di comunità. Il numero delle presenze in carcere oggi risulta tra i più bassi dei paesi europei (57 per 100.000 abitanti).
L'esperienza finlandese dimostra che è possibile ridurre concretamente il numero della popolazione ristretta in carcere. Ma cosa ha caratterizzato il successo di quella esperienza?
In primo luogo una forte volontà politica che nel corso di quarant'anni è stata in grado di realizzare con coerenza ed in continuità una riforma sistematica della giustizia penale attraverso l'utilizzo graduale dello strumento legislativo.
I testimoni di quel percorso affermano che è stato molto importante il consenso raggiunto con tutti gli attori coinvolti: da coloro che hanno scritto le riforme a coloro i quali le hanno approvate. Consenso e condivisione che hanno consentito di non arrestare il percorso riformatore di fronte ad episodi di cronaca che parevano mettere a rischio la prospettata efficacia della riforma.
Su questo punto anche il qualificato supporto della stampa e delle televisioni è servito a rassicurare l'opinione pubblica e a fornire corrette e complete informazioni.
Le ragioni del successo sono, quindi, da ricercare nella collaborazione e cooperazione di differenti attori: la magistratura, gli avvocati, i dirigenti ed i funzionari dell'amministrazione penitenziaria, la polizia, l'università. Questa collaborazione è stata resa possibile attraverso l'organizzazione di corsi di formazione e seminari realizzati nel corso degli anni per promuovere ed informare sui contenuti della riforma penale che si stava realizzando tutte le istituzioni coinvolte. L'esperienza finlandese testimonia che una umana e razionale riforma delle politiche criminali si promuove attraverso un approfondito processo di conoscenza dei problemi che danno origine alla commissione dei reati, alla conoscenza del funzionamento del sistema di amministrazione della giustizia penale e delle strategie di prevenzione del crimine.
Non esiste una formula che possa essere applicata e considerata valida per tutte le giurisdizioni del mondo! Tuttavia l'esperienza della Finlandia con i necessari distinguo di contesto normativo e sociale potrebbe essere presa a riferimento per elaborare alcune linee guida atte a fornire il sentiero metodologico da percorrere nel corso dei prossimi 10 anni con coerenza e costanza.
Per esempio:
- è necessario avere cognizione del lavoro che si svolge nelle aule di giustizia e che riguarda i provvedimenti di carcerazione preventiva, delle sentenze di condanna e dell'applicazione delle misure alternative. Pertanto, è utile disporre di una banca dati in grado di fornire informazioni relative anche alle caratteristiche ed al profilo sociale delle persone ristrette, sul tipo di reato commesso, sul tempo trascorso in carcerazione preventiva, sulla durata delle sentenze, sui costi della detenzione. Le banche dati devono essere in grado di dialogare tra di loro. Ad oggi ne abbiamo diverse, ciascuna a suo modo efficace, ma non ancora idonea ad integrarsi con quelle di altre analoghe istituzioni per lo scambio dei dati e per fornire un quadro unitario e non frammentato del fenomeno della devianza;
- la revisione delle norme è necessaria al fine anche di decriminalizzare quelle condotte che inutilmente contribuiscono ad aumentare la popolazione ristretta in carcere. La legge dovrebbe prevedere un chiaro mandato diretto ai giudici, affinché prediligano l'applicazione di misure alternative in luogo della detenzione. La legge stessa dovrebbe stabilire il principio dell'uso della carcerazione solo come opzione residua (estrema ratio). Ogni riforma legislativa, non potendo auto implementarsi, dovrebbe essere accompagnata da un programma articolato di seminari e corsi di formazione da rivolgere a tutti i soggetti coinvolti nella sua attuazione: dai giudici a tutti coloro che, se pur con diversi livelli di responsabilità, sono coinvolti nell'attuazione delle norme per assicurarne l'esecutività;
- il percorso di riforma dovrebbe anche prevedere piani d'intervento fuori dal sistema della giustizia penale, in materia di welfare e di servizio sanitario, assegnando alle Regioni competenti un mandato non generico ma di dettaglio rispetto alla realizzazione di progetti di inclusione e di partecipazione attiva ai percorsi trattamentali alternativi inclusi quelli di giustizia riparativa. Tra gli addetti ai lavori qualcuno, leggendo queste mie brevi considerazioni di inizio d'anno, potrebbe dire che tali programmi sono già esistenti. Certo la programmazione finanziaria dei budget regionali prevede i programmi di sostegno a gruppi svantaggiati compresi i detenuti, gli ex detenuti e loro famiglie. Alcune esperienze possono definirsi buone prassi, altre sono assolutamente insoddisfacenti perché non sono in grado di garantire la sostenibilità nel lungo periodo. Anche in questo caso, come abbiamo scoperto essere per il sistema sanitario, non siamo in grado di vedere assicurati interventi uniformi ed efficaci a parità di condizioni;
- le riforme ed i programmi attuati per l'implementazione di misure alternative al carcere, dovrebbero essere costantemente monitorati, prevedendo anche la possibilità di rivedere, modificare, adattare la loro concreta attuazione, secondo le esigenze che via via emergono;
- le istituzioni, coinvolte nei progetti di attuazione dei programmi alternativi alla carcerazione, dovrebbero curare anche la costruzione di una strategia capace di raggiungere la condivisione dell'opinione pubblica. Una strategia così concepita potrebbe essere realizzata attraverso il coinvolgimento delle associazioni professionali e di organizzazioni non governative operanti nel settore della giustizia e dell'esecuzione penale con le quali siglare protocolli d'intesa per collaborare allo sviluppo di una rete operativa in grado di divulgare obiettivi, modalità ed ambiti di applicazione delle misure alternative. Tale percorso dovrebbe anche coinvolgere le associazioni delle vittime, al fine di dimostrare che i vantaggi connessi all'applicazione delle misure alternative al carcere producono effetti positivi anche sulle persone che hanno subito reati;
- le ricerche di settore rilevano come l'opinione pubblica generalmente sostiene di preferire l'imposizione di sentenze sempre più punitive, prestando più attenzione alla punizione da scontare in carcere. Le ricerche fanno anche emergere che tali opinioni sono basate su una inaccurata conoscenza del sistema penale e le opinioni mutano quando vengono invece fornite maggiori informazioni. Maggiore impegno, quindi, dovrebbe essere assicurato dai rappresentanti delle istituzioni attraverso la realizzazione di campagne d'informazione al fine di contrastare quell'opinione pubblica che incoerentemente, molto spesso perché poco informata, invoca l'utilizzo della carcerazione quale esclusiva forma possibile di punizione. Le autorità dovrebbero mettere a disposizione le loro competenze per fornire agli organi d'informazione chiari riferimenti alle regole dell'esecuzione penale, ai suoi costi, alle esperienze positive in termini di riduzione di recidiva e quindi crescita di sicurezza sociale e, quindi, di vantaggio anche economico per tutta la collettività.
*Direttore Ufficio di coordinamento dei rapporti di cooperazione istituzionale - Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria
- Alba (Cn). A 5 anni dall'epidemia di legionella il carcere aspetta ancora il risanamento
- Lanciano (Aq). Covid in carcere, muore a 59 anni ispettore di Polizia penitenziaria
- Vicenza. Emergenza Covid: scoppia focolaio tra i detenuti, 37 positivi e carcere chiuso
- Crotone. "Detenuti al lavoro per la comunità", la proposta di 3 consiglieri comunali
- Genova. Il Celivo organizza il corso "Il volontariato nell'ambito della giustizia penale"











