di Marco Baratto
mediterranews.org, 18 aprile 2021
La Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (Laddh) è un'associazione nazionale senza scopo di lucro soggetta alle disposizioni della Legge algerina (12/06) del 12 gennaio 2012 relativa alle associazioni. È stata creata nel 1985 da un gruppo di attivisti guidati dal Signor Ali Yahia Abdenour, il suo primo presidente, attualmente presidente onorario. Riconosciuta ufficialmente dalle autorità il 26 luglio 1989, dopo l'apertura politica strappata dagli eventi del 5 ottobre 1988.
Dopo la fine del processo elettorale nel gennaio 1992, seguito dallo scoppio della violenza armata, la Laddh ha scelto il campo della dignità umana, della pace e della riconciliazione nazionale Nella prima pagina del suo sito (droits-laddh.org) questa associazione umanitaria" esprime la sua profonda preoccupazione per il destino di 23 prigionieri di coscienza in sciopero della fame dal 6 aprile nel carcere di El Harrach (Algeri), compreso il peggioramento dello stato di salute. Gli scioperanti della fame sono giovani manifestanti arrestati durante una pacifica marcia di Hirak sabato 3 aprile 2021 ad Algeri. Sono stati incarcerati il 5 aprile 2021 dal giudice istruttore presso il tribunale di Sidi M'Hamed e sono perseguiti per "istigazione a assemblea disarmata", "assemblea disarmata", "indebolimento dell'unità nazionale" e "disprezzo del corpo".
Accuse diventate di routine dall'inizio del movimento popolare e pacifico il 22 febbraio 2019, che hanno colpito decine di cittadini. Come quelli che li hanno preceduti, i giovani in sciopero della fame contestano nella forma e nella sostanza le accuse mosse contro di loro. Giustamente ritengono di essere vittime di arbitrarietà quando hanno esercitato solo il loro diritto di esprimersi e di manifestare espressamente riconosciuto dalla Costituzione. La Laddh è tanto più preoccupata che i tragici casi del giornalista Mohamed Tamalt e del dottor Kamel-Eddine Fekhar, morto in carcere, siano ancora ricordati dagli algerini come esempi delle drammatiche conseguenze dell'arbitrarietà e dell'assenza di rispetto per la vita umana.
Sono constatazioni drammatiche che se fossero reali farebbero pensare sulla situazione in generale dei diritti dell'uomo in questa Nazione. Come già osservato più volte la società moderna, ed in generale anche gli operatori economici considerano tra le ricchezze di una Nazione non solo i beni che essa produce, le risorse del sottosuolo ma anche il rispetto dei diritti umani.
E quella che il definisce "L'economia sociale di mercato" ovvero un modello di sviluppo dell'economia che si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. L'idea di base è che la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma che queste condizioni, da sole, non garantiscono la realizzazione della totalità degli individui (la cosiddetta giustizia sociale) e la loro integrità psicofisica, per cui lo Stato deve intervenire laddove esse presentano i loro limiti. L'intervento non deve però guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente prestare il suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che diminuiscano il più possibile i casi di fallimento https://it.wikipedia.org/wiki/Interventismo_(economia).
A questa definizione molti aggiungono che anche il rispetto dei diritti umani sia una ricchezza per una Nazione ed uno dei parametri per poter commerciare con essa. L'Unione Europea ha già sospeso agevolazioni nei commerci con paesi che violavano i diritti umani (ad esempio Cambogia). Quindi sapere quale sia lo stato dei Diritti Umani in Algeria è importante tenuto conto del potenziale economico di questa Nazione e del suo peso nel campo degli idrocarburi.
Sarebbe utile che l'Europa approfondisca i temi sollevati dalla Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (Laddh) per capire la reale situazione delle carceri, della libertà espressione e di tanti altri settori . Sarebbe un bene anche per la stessa Algeria dissipare gli aspetti grigi da tante organizzazioni sollevate. Gli equivoci non giovano a nessuno e anzi alimentano solo illazioni e sospetti. Un bene perché una nazione che, al pari di tutto il modo arabo, ha basato la sua lotta sacrosanta contro il colonialismo sui diritti dei popoli e del popolo possa in modo trasparente fare conoscere al mondo di essere una Nazione dove non vi è repressione o abuso ma una Nazione al pari di altri.
di Carlo Baroni
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
La portavoce del dissidente russo Alexei Navalny ha scritto che il blogger, detenuto e in sciopero della fame, è ormai in fin di vita: e i suoi medici hanno spiegato che il rischio è quello di un arresto cardiaco, "da un momento all'altro".
"Aleksej Navalny sta morendo. È solo questione di giorni". Il drammatico allarme è stato lanciato su Facebook da Kira Yarmysh, portavoce del dissidente russo, oppositore del presidente Vladimir Putin. In una lettera al servizio penitenziario federale la dottoressa Anastasia Vasilyeva insieme a tre colleghi, fra cui un cardiologo, hanno spiegato che Navalny rischia l'arresto cardiaco e problemi gravi della funzione renale "in qualsiasi momento". Dal carcere di Pokrov dove è rinchiuso non sono trapelate informazioni ufficiali sulle sue condizioni di salute. Ma dal 31 marzo Navalny aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le pessime condizioni di detenzione, accusando l'amministrazione carceraria di negargli l'accesso a un medico e alle medicine perché soffre di una doppia ernia discale.
L'intervento di Biden - Alla notizia del peggioramento della salute dell'uomo che ha sfidato Putin è immediatamente intervenuto il presidente americano Joe Biden: "È totalmente, totalmente ingiusto. Totalmente inappropriato", ha dichiarato. La Casa Bianca ha recentemente imposto sanzioni contro Mosca per le interferenze nelle elezioni Usa e i cyber attacchi e guarda con preoccupazione all'escalation in Ucraina.
"Ha perso 9 chili" - Navalny, da anni tra i più fieri oppositori del presidente russo Vladimir Putin, è tornato nel suo Paese lo scorso gennaio dopo essersi ripreso dal tentativo di avvelenamento con un agente nervino, il Novichok ed è stato immediatamente arrestato. Condannato a due anni e mezzo di prigione per una vecchia accusa di frode da febbraio si trova in una colonia penale nella città di Pokrov, circa 100 chilometri a est di Mosca. All'inizio della scorsa settimana, la moglie Yulia, che lo ha visitato nella colonia penale, ha detto che suo marito ora pesa 76 chilogrammi: ne ha persi 9 dall'inizio dello sciopero della fame. Secondo i suoi medici, Navalny, che ha 44 anni, rischierebbe un infarto "da un momento all'altro": la sua salute, sostengono mentre chiedono di avere accesso immediato e continuativo al blogger, si sta rapidamente deteriorando.
L'appello - E si sta già mobilitando la comunità internazionale. Più di 70 importanti scrittori, artisti e accademici, tra cui Jude Law, Vanessa Redgrave e Benedict Cumberbatch, hanno invitato Putin a garantire che Navalny riceva immediatamente un trattamento adeguato. Il loro appello è stato pubblicato dal quotidiano francese Le Monde. Un appello in favore del dissidente è stato lanciato anche dalle scrittrici J.K. Rowling ed Herta Müller. E si sta anche organizzando "la più grande manifestazione di protesta della storia moderna della Russia" come hanno dichiarato i sostenitori del dissidente che hanno chiesto ai cittadini di sostenerla registrandosi su un sito internet. Finora sono state 440mila le persone che hanno dichiarato la loro partecipazione. I problemi di salute di Navalny sarebbero anche conseguenza dell'avvelenamento con l'agente nervino Novichok nella scorsa estate. Un tentativo di ucciderlo che il dissidente aveva indicato il Cremlino come mandante. Navalny era stato dimesso dal policlinico di Berlino il 23 settembre, dopo 32 giorni di ricovero, 24 dei quali in terapia intensiva. E proprio il laboratorio specializzato dell'esercito tedesco aveva rilevato la presenza del Novichok nel suo organismo attraverso una sostanza la cui natura non fa che aumentare i sospetti sul Cremlino, era stata confermata anche da tossicologi francesi e svedesi. Un ulteriore giallo si era aggiunto con la morte improvvisa il medico russo che lo aveva curato, la scorsa estate, all'ospedale di Omsk: aveva 55 anni. La causa del decesso del medico non era mai state chiarite, ma anche in questo caso ombre oscure si erano addensate sul Cremlino. Tutti tasselli di una vicenda, che avevano inasprito la tensione fra Mosca e l'Occidente.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 18 aprile 2021
Migranti e detenuti hanno scavato 17 sepolcri. Lì sono spariti i nemici delle milizie di Haftar. Un potere costruito sul terrore che ora rappresenta un'ipoteca per la ricostruzione alla quale partecipa l'Italia. Il vortice di vento alza una polvere rossa che copre le case, le strade, la moschea che si affaccia su un pendio. Il lembo di terra che si estende dalla moschea alla fine della piccola valle è della famiglia di Hamza Abdullah.
Hamza procede a passi lentissimi, al tramonto, le sue parole si confondono col sibilo del vento, via via più forte, via via più acuto. Ripete sempre le stesse parole, rimestate col vento sembrano una preghiera, ma non lo sono: "Era la sua terra. Era casa sua. Lui voleva essere sepolto qui", dice Hamza. Lui era suo padre e quel frammento di terra all'estremità della città era il suo angolo di riposo. Oggi è il sepolcro privato di cinque persone. Il padre di Hamza, i suoi tre fratelli e un cugino. Portati via una notte d'inverno e uccisi.
La casa di famiglia è diventata una casa di sopravvissuti. Lui si è salvato perché non era in Libia, ma in Scozia per un dottorato di ricerca. Hamza è un ingegnere civile. O almeno lo era. Quando hanno rapito gli altri uomini della sua famiglia è tornato a casa a prendersi cura di quello che restava: le donne e gli interrogativi sulla scomparsa. Mentre varca la porta di ingresso evoca i movimenti di quella notte: le macchine nere ferme all'esterno ad aspettare, un gruppo di uomini armati che si arrampica sul tetto e gli altri che entrano buttando giù le porte di ogni stanza e portando via gli uomini, uno dopo l'altro.
I sepolcri della nuova Libia - Hamza conosce ogni dettaglio perché lo raccontano, ogni giorno, la madre e le sorelle che si muovono ancora come fantasmi, tra i panni stesi ad asciugare e i resti di una vita infranta. "Mio padre era un manager al ministero dei Trasporti, un giorno gli hanno chiesto di firmare dei documenti per approvare dei progetti, appalti affidati illegalmente a "loro". Mio padre si è rifiutato. Gli hanno detto solo: ti facciamo saltare la testa. Ha preso le sue cose, ha lasciato l'ufficio e ha cominciato a temere per la vita di tutti. Li hanno portati via prima che riuscissero a lasciare la città". Quando dice "loro" Hamza intende la milizia al-Kani, lo spietato gruppo armato che ha gestito ogni aspetto di Tarhouna per anni. "Tutti sapevano cosa accadeva qui, il governo precedente di Sarraj, il governo attuale. È stato sempre noto a tutti eppure nessuno li ha fermati".
Hamza continua ancora oggi a ricevere minacce, anche a distanza. Mostra il telefono: "Ti prenderemo", gli scrivono utenti anonimi a nome degli al-Kani. Continua a non dormire, come le sue sorelle e i bambini. Come sua madre che da quella notte parla a stento, a stento mangia, a stento esce di casa. "Ci difenderanno dagli assassini prima o poi, o lasceranno per sempre il paese in mano alle milizie?", lo dice Hamza più a sé stesso che alle persone presenti nella stanza, lo dice pensando alla sua paura degli al-Kani che invece sono in salvo, fuggiti a est, in Cirenaica e lì protetti dalle forze di Haftar. Ad aspettare, forse, che il vento cambi ancora. A capire, forse, come riposizionarsi, per l'ennesima volta. Basterebbe la storia di Tarhouna a raccontare cosa è stata la Libia, cosa è oggi, cos'è il timore di quella che sarà. Basterebbe la storia recente della città e i segreti sepolti nelle fosse comuni, finora diciassette, scoperte dopo la fine dell'ultimo conflitto, la scorsa primavera.
Tarhouna è stata dominata dalla tribù al-Kani, sette fratelli - Abdul-Khaliq, Mohammed, Muammar, Abdul-Rahim, Mohsen, Ali e Abdul-Adhim - che per otto anni hanno imposto a migliaia di persone un regime di terrore. Gheddafiani e dunque controrivoluzionari nel 2011, gli al-Kani hanno saputo riposizionarsi ogni volta che è cambiato il vento. Hanno organizzato una potente brigata militare che contava migliaia di combattenti e preso il controllo della città. Come la maggior parte delle milizie hanno beneficiato dell'accesso ai fondi statali e costruito il consenso sul potere delle armi. L'altro volto del potere seguiva le regole della vendetta tribale e dell'estorsione. Hanno sugellato la propria autorità seminando terrore, a Tarhouna ricordano la sfilata di un convoglio dei loro veicoli militari, nel 2017. Un camioncino bianco trasportava sul tetto due leonesse come simbolo della paura che i fratelli al-Kani intendevano ispirare.
Raccontano qui, a voce bassa, che per sfamarle i sette fratelli usassero i corpi dei nemici. Gestivano ogni aspetto della vita civile, uno stato nello stato. Controllavano la polizia, hanno rilevato il cementificio e lo stabilimento della fabbrica di acqua minerale di Qasr Ben Ghechir e tutte le altre società situate nel sud di Tripoli fino a Tarhouna, hanno costruito un impero commerciale imponendo ai negozianti di intestare loro ogni attività, e hanno costruito un tesoretto con i rapimenti.
Ricevevano segnalazioni dalle filiali delle banche sui titolari di conti correnti e li prelevavano a casa di notte. Tenevano in vita i rapiti per fargli ritirare tutti i risparmi dai conti correnti e poi li uccidevano, lasciando il corpo esposto all'incrocio stradale all'ingresso della città che da allora si chiama "il triangolo della morte". Si facevano pagare anche dai trafficanti di uomini e dai contrabbandieri di carburante, perché Tarhouna è sul tragitto che dal deserto conduce alla costa. Chi passava per la città doveva pagare il pedaggio, cioè una tangente.
Hanno usato i soldi raccolti per rafforzare il loro arsenale militare e per portare mercenari locali e stranieri, anche ciadiani e sudanesi. In questa città-stato ogni fratello ricopriva un ruolo, Abdul Rahim per esempio era a capo dell'apparato di sicurezza, Moshen era il responsabile della milizia armata. È suo il volto che campeggia sul muro di una caserma. Era un murale celebrativo. Oggi è crivellato di colpi.
Nel 2016 gli al-Kani hanno sostenuto (e, nei fatti, sono stati sostenuti anche economicamente) il governo di Fayez al Sarraj. Allora Khalifa Haftar li definiva una milizia legata a Lifg, cioè i qaedisti locali, poi, all'inizio della guerra di Tripoli, con l'ennesimo riposizionamento, sono diventati i principali alleati di Khalifa Haftar, hanno cambiato casacca e hanno appoggiato chi fino al giorno prima era stato loro nemico. Sono stati celebrati dai media di Haftar come "forze militari delle unità d'elite" e hanno combattuto la guerra di Tripoli con esecuzioni esemplari, come quella di dodici prigionieri delle truppe di Sarraj, li hanno rapiti, torturati, hanno tagliato loro i genitali, hanno brutalizzato i loro corpi, smembrandoli.
Haftar ha trasformato la città, ottanta chilometri a sud est di Tripoli, in un punto strategico per attaccare la capitale, prendere Tarhouna poteva significare lanciare attacchi cruciali per conquistare la capitale, perdere Tarhouna significava perdere la guerra. E infatti quando lo scorso anno i turchi hanno esteso la presenza di uomini e mezzi in difesa del governo di Tripoli, gli al-Kani hanno lasciato la città e sono fuggiti a est, in Cirenaica, dall'alleato Haftar, senza combattere una battaglia che sapevano già persa. Ma dietro di loro hanno lasciato una scia di sangue e morte che porta dritta alle campagne della città, alle diciassette fosse comuni. Ai duecento corpi ritrovati. Ai cinquanta riconosciuti. Alle centinaia che mancano ancora all'appello.
Muhammad Ali Kosher, è il sindaco ad interim di Tarhouna. La sua tribù è stata storicamente antagonista degli al-Kani, per questo casa sua è stata distrutta e gli uomini della sua famiglia fatti sparire. Il suo ufficio è un viavai di persone, sono i membri dell'associazione delle persone scomparse, gli sfollati che fanno ritorno a casa, i soldati che tornano dalle campagne a riferire il lavoro delle squadre che lavorano nelle fosse comuni. "Hanno trovato tre corpi anche oggi, per fortuna uomini, adulti", dice. Si imbarazza per quelle due parole "per fortuna" ma lo dice perché i suoi occhi hanno visto corpi di donne, una incinta, corpi di bambini torturati e "corpi seppelliti con le maschere di ossigeno, i dispositivi medici. Prelevati dagli ospedali e portati in mezzo ai campi, chissà. Forse sepolti vivi".
La maggior parte delle fosse comuni è in un'area chiamata Machrou al Rabt, a una decina di chilometri dalla città, sono state scoperte alla fine della guerra, la scorsa primavera. Gli abitanti di Tarhouna hanno cominciato a chiamare le forze dell'ordine, raccontare cosa avevano udito - il rumore delle scavatrici, di notte - e visto - intere famiglie trascinate via alle prime luci dell'alba e poi scomparse. Così da sette mesi la terra rossastra di Tarhouna ha cominciato a parlare, hanno cominciato a parlare i rettangoli ordinati segnati dal nastro rosso e bianco, hanno cominciato a parlare le donne sole, le superstiti della città fantasma.
"Le fosse sono state scavate dai migranti, abbiamo trovato le prove nelle loro prigioni": Farj Ashgheer è un membro dell'Associazione delle famiglie degli scomparsi, racconta come un miliziano degli al-Kani abbia confessato che i migranti detenuti sono stati usati per scavare le fosse comuni e caricare le munizioni. Ne hanno trovato prova sugli archivi delle prigioni. Gli al-Kani segnavano la data in cui i migranti venivano prelevati e portati via. Il giorno della liberazione ce n'erano decine, chiusi a chiave nel centro di detenzione illegale, terrorizzati, affamati. Non mangiavano da giorni. È passato un anno dalla liberazione della città e i fantasmi continuano a uscire dalle prigioni. Parla l'aria stantia che esce dalle celle. E parlano i sopravvissuti.
Tarek Mohammed Dhaw al-Amri è stato detenuto nella struttura militare di Da'am per sette mesi, insieme ad altre settanta persone. Gli al-Kani sospettavano che fosse un traditore, che inviasse informazioni alle truppe di Sarraj. I primi dieci giorni l'hanno torturato, due persone lo tenevano fermo e altre due lo bastonavano con i tubi di plastica o lo frustavano, contemporaneamente. Poi l'hanno chiuso nella cella numero uno. Tre metri per due, la dividevano in dieci, dormivano a turni. Cinque in piedi e cinque stesi. Era buia e fredda ma, avrebbe capito col passare delle settimane, almeno non era la cella dei destinati a morire, la numero 2, quella con niente luce e poca aria.
"Ogni giorno prelevavano qualcuno dalla cella n. 2, lo bendavano e dopo due, tre minuti sentivamo uno sparo, in poco tempo abbiamo capito che quella era la cella dei condannati".
Quando gli al-Kani hanno capito che la guerra era persa hanno cominciato a uccidere a caso, senza motivo e brutalmente. "Ogni giorno pensavo che sarebbe arrivato anche il mio turno, ogni volta che aprivano la porta della cella pensavo: tocca a me". Il suo turno non è arrivato, la città è stata liberata prima. Farj è vivo ma ha visto morire parenti e amici, come Ezzedine Bouzwaida. Quando ricorda le sue ultime parole, "chiedi alle donne rimaste di perdonarmi", Farj piange, le sue lacrime scorrono sul viso, e cadono sulla divisa. Le asciuga col pudore del sopravvissuto, di chi conserva la memoria. E insieme alla memoria trattiene il desiderio di vendetta. Oggi Farj fa parte delle forze di sicurezza della città. Ma la parte del protagonista, a Tarhouna, oggi, la gioca un'altra milizia. Uscita di scena la brigata al-Kani, non è ancora il turno delle forze governative, ammesso che questa parola abbia un senso, in Libia. È la volta di un'altra milizia, la 444. Sono loro, incappucciati e armati, a presidiare l'entrata e l'uscita dalla città.
A marzo i ministri degli Esteri dell'Unione Europea hanno imposto sanzioni per gravi violazioni dei diritti umani ai fratelli al-Kani. C'era già il nuovo governo della Libia finalmente unita.
Ma l'unità nazionale era ed è ancora solo sulla carta. La Libia resta un paese spezzato, gli al-Kani vivono indisturbati e al sicuro a Bengasi, ancora sotto il controllo di Haftar, e continuano a minacciare anche a distanza chi è rimasto a Tarhouna, aspettando forse di tornare, aspettando di capire in quale direzione cambierà il vento e come posizionarsi. Aspettando di capire come ricompattare il gruppo armato, nel balletto, nella staffetta delle milizie. Farj sull'uscio di quella che è stata la sua cella dice: "La nostra religione ha come obiettivo la pace ma la pace con gli assassini non è possibile. Nessuna riconciliazione con chi ha sterminato Tarhouna. Nessun perdono per gli uomini di Haftar".
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Processo al via il 15 settembre. Il giudice accoglie le motivazioni dell'accusa. L'avvocato Bongiorno: "Non è una condanna". Ne avrà di tempo Matteo Salvini per guardare l'orizzonte dalla spiaggia sabbiosa e passeggiare nel lungomare di Mondello. Adora il 'capitano' questa borgata, ci va spesso quando si trova a Palermo. Anche ieri, prima di andare nel bunker dell'Ucciardone per l'udienza preliminare, Salvini aveva deciso di fermarsi un po' per osservare in solitario le onde, godersi il profumo di sale mentre gustava una pizzetta con le acciughe, con il gruppetto di dirigenti di partito che lo guardava da lontano. Il cielo sopra di lui era però cupo, presagio di una giornata storta per il leader del Carroccio. Tre ore di arringa dell'avvocato Giulia Bongiorno, che ha letto le 110 pagine della memoria difensiva, non sono servite a convincere il gup, Lorenzo Jannelli.
Salvini va a processo per avere impedito, nell'agosto di due anni fa, l'attracco della Open Arms nel porto di Lampedusa, col suo "carico" di 147 migranti. Il prossimo 15 settembre salirà sul banco degli imputati davanti alla Corte d'assise: dovrà rispondere all'accusa di rifiuto di atti d'ufficio e sequestro di persona. In poco meno di due ore di camera di consiglio, il gup ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di rinvio a giudizio dell'ex ministro dell'Interno, respingendo così la tesi della difesa, che aveva chiesto il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste o, in subordine, per insindacabilità del fatto.
Un duro colpo per Salvini: il processo, con i suoi tre gradi di giudizio, rischia di minacciare seriamente la sua corsa verso Palazzo Chigi, per il post-Draghi. Ma anche la sua leadership del Carroccio. Lui glissa: "Fortunatamente i giudici non decidono chi vince le elezioni e chi guida i partiti, almeno in Italia funziona così, in Turchia non lo so". Tenta un affondo: "È una decisione dal sapore politico più che giudiziario". Ma il suo volto è tirato. "Mi spiace per i miei figli, ma non torno a casa preoccupato", assicura, anche se "passare per sequestratore proprio no, è ridicola l'idea, stiamo facendo ridere il mondo". E poi "quanto costerà questo processo politico agli italiani? Chi pagherà il conto? Sono domande che mi faccio da libero cittadino". Non è il solito show, comunque.
Il Gup ha chiarito in aula che lo scopo dell'udienza preliminare non è quello di valutare se sussiste o meno la responsabilità penale dell'imputato, ma se ci sono elementi sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio o elementi per decidere un proscioglimento. Per il giudice ci sono tutti, dunque, gli elementi raccolti prima dal Tribunale dei ministri che chiese l'autorizzazione a procedere e poi dalla Procura di Palermo, rappresentata in aula dal procuratore a Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Usa il tecnicismo legale, per tamponare l'onda d'urto, l'avvocato Bongiorno: "Questa è una udienza filtro, non c'è stata una sentenza di condanna, non c'è stata una valutazione negativa".
"Il gup ha precisato che la sua, come prevede la Corte Costituzionale, non è una valutazione di responsabilità penale", sottolinea il legale. Che anticipa le prossime mosse difensive: "Io riproporrò in tribunale quanto ho detto in udienza preliminare, ho documentato che ci sono errori oggettivi anche nel capo di imputazione perché nessuna limitazione della libertà c'è stata. La nave poteva andare ovunque. Aveva centomila opzioni".
Per la penalista "ci sarà solo una dilatazione di tempi, ma alla fine emergerà la verità", annunciando che in giudizio, come ha fatto a Catania nell'udienza per il caso Gregoretti (la Procura in questo caso ha chiesto l'archiviazione), citerà l'ex premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio per dimostrare che il divieto di sbarco fu frutto di una valutazione politica dell'intero governo. "Perché così facendo - osserva - si sta portando a processo una strategia di governo, una linea condivisa nel contratto di programma". Salvini anticipa l'atmosfera che ci sarà nell'aula di della Corte d'Assise: "La Open Arms ha fatto una battaglia politica sostenuta da alcuni partiti. In tribunale ci confronteremo su questo, perché io i voti li ho presi dagli italiani, il comandante della Open Arms non è stato eletto da nessuno".
"A mio avviso sul banco degli imputati dovrebbe esserci qualcuno che gioca sulla pelle degli esseri umani mettendone veramente a rischio la vita - afferma - Perché se qualcuno gira, non per sei giorni, il tempo del mio presunto sequestro, ma per 13 giorni per il Mediterraneo in attesa di raccogliere altri immigrati, chi è il sequestratore? Chi gioca sulla pelle di questi poveri ragazzi? Sono contento perché al processo sono convinto emergeranno delle verità: ora sopporto cristianamente la decisione".
Fu la procura di Agrigento a sbloccare il caso Open Arms. Dopo avere accertato con un'ispezione a bordo le gravi condizioni di disagio fisico e psichico dei profughi trattenuti sull'imbarcazione, il procuratore Luigi Patronaggio ordinò lo sbarco a Lampedusa. All'udienza preliminare si sono costituite 21 parti civili: oltre a 7 migranti di cui uno minorenne, Asgi (associazione studi giuridici immigrazione), Arci, Ciss, Legambiente, giuristi democratici, cittadinanza attiva, Open Arms, Mediterranea, AccoglieRete, Oscar Camps, comandante della nave e Ana Isabel.
Alcuni attivisti e militanti hanno inscenato un piccolo presidio davanti al bunker dell'Ucciardone, tenuti a distanza dalle forze dell'ordine che hanno blindato l'area attorno al penitenziario. "Non ho sequestrato nessuno, anzi ho dissequestrato milioni di italiani lavorando per fare riaprire bar e ristoranti il 26 aprile", dice Salvini prima di salire in auto. Direzione aeroporto. Tornerà il 15 settembre a Palermo, questo è certo.
di Dante Caserta*
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Pnrr, chi l'ha visto? È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie.
Da un lato la scarsa trasparenza, l'opacità delle procedure e le carenze dei progetti. Dall'altra la sindrome di "nimby" (not in my backyard, ossia non nel mio giardino) o di "nimto" (not in my terms of office, non nel mio mandato). Questo dualismo micidiale, a volte reciprocamente giustificante, è una delle ragioni del blocco di tante opere nel nostro Paese. E il rischio che ciò si verifichi anche per gli interventi finalizzati alla transizione ecologica è reale.
Per evitarlo non occorrono procedure straordinarie o riduzioni di tutele, ma trasparenza delle informazioni, partecipazione e qualità dei progetti, al fine di garantire un confronto serio per affrontare e risolvere i problemi, ridimensionando lo spazio delle conflittualità sterili o di comodo. Con questa consapevolezza Acli, ActionAid, Arci, Casa Comune, Cittadinanzattiva, Fridays for future, Greenpeace, Gruppo Abele, Legambiente, Libera, Link Coordinamento Universitario, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e Wwf Italia hanno promosso il "Manifesto per il dibattito pubblico sulle opere della transizione", un segnale chiaro inviato al Presidente Mario Draghi e ai ministri che lavorano al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a partire da Roberto Cingolani (ministro della transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili).
È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie. Per questo va rivista la normativa sul Dibattito pubblico (Dpcm 76/2018, Allegato 1) e sull'Inchiesta pubblica (articolo 24-bis, Decreto Legislativo 152/2016) e, inoltre, va rafforzata la macchina amministrativa di determinati settori per essere in grado di istruire ed esaminare nel dettaglio e con competenza i progetti, nonché di relazionarsi con i portatori di interesse.
Oggi in Italia l'informazione dei cittadini e la partecipazione ai processi decisionali per l'approvazione dei progetti non è garantita. Nella scorsa legislatura è stata approvata la procedura di dibattito pubblico per le nuove opere pubbliche, ma l'iter di attuazione, completatosi solo da pochi mesi, prevede soglie dimensionali talmente elevate da escludere persino autostrade, centrali a gas, elettrodotti o gasdotti. Non solo, il Decreto semplificazioni dello scorso anno, con la "scusa" dell'emergenza pandemica (che dovrebbe spingere a rafforzare la tutela ambientale e non certo a ridurla), ha pure introdotto una deroga fino al 2024.
Pensare che la partecipazione rallenti l'iter delle opere è sbagliato. I lunghi tempi di approvazione in Italia dipendono spesso dalla scarsa qualità di molti progetti presentati. L'iter di valutazione ambientale è rallentato per l'inadeguatezza tecnica degli elaborati o per la mancanza di analisi costi/benefici anche dal punto di vista ambientale e sociale.
I progetti fatti bene hanno tutto da guadagnare da un confronto pubblico che consentirebbe di spiegare le scelte, rispondere a dubbi e domande, approfondire gli aspetti ambientali e paesaggistici. Realizzare questo confronto prima dell'inizio della procedura permetterebbe di affrontare le questioni aperte, chiedere ai proponenti di dare seguito alle richieste di analisi più approfondite o presentare alternative. La sfida va accettata: se il Governo veramente vuole accelerare nella direzione della decarbonizzazione del proprio sistema energetico e della gestione circolare delle risorse naturali, oltre a semplificare l'iter autorizzativo dei progetti realmente sostenibili, dovrà essere in grado di coinvolgere sempre più i territori nelle scelte da compiere.
*Vicepresidente Wwf Italia
La Stampa, 18 aprile 2021
Non è chiaro se tra di loro ci siano anche attivisti e manifestanti pro-democrazia, arrestati in seguito al golpe. La giunta militare, al potere in Birmania dopo il colpo di Stato dello scorso 1° febbraio, ha annunciato di avere graziato e rilasciato più di 23mila detenuti in occasione delle festività del nuovo anno di Thingyan. Tuttavia non è chiaro se tra di loro ci siano anche attivisti e manifestanti pro-democrazia, arrestati in seguito al golpe. La scarcerazione di massa è stata annunciata dall'emittente statale Mrtv, che ha riferito che il generale Min Aung Hlaing ha graziato i 23.047 prigionieri, tra cui 137 stranieri che saranno espulsi dal Paese, oltre ad avere ridotto le pene per altri detenuti. La scarcerazione anticipata dei prigionieri è consuetudine durante le principali festività. Questa è la seconda volta che la giunta al potere lo fa da quando ha rovesciato il governo eletto di Aung San Suu Kyi, innescando proteste quotidiane, arresti e uccisioni da parte delle forze di sicurezza. Secondo l'Associazione di assistenza per i prigionieri politici, che monitora le vittime e gli arresti, le forze governative hanno ucciso almeno 728 manifestanti dalla presa di potere Il gruppo riferisce che 3.141 persone, tra cui Suu Kyi, sono in detenzione.
Account non ufficiali ma affidabili, con foto postate sui social, hanno riferito che tre persone sono state uccise sabato dalle forze di sicurezza in una violenta repressione nella città centrale di Mogok, nella regione mineraria di gemme. Tra i detenuti rilasciati sabato dalla prigione Insein di Yangon figurano almeno tre prigionieri politici che sono stati incarcerati nel 2019, stando a quanto riferito da testimoni e dalle notizie della stampa locale. I tre sono membri della compagnia di spettacoli Peacock Generation ed erano arrestati durante i festeggiamenti di Capodanno del 2019 per scenette che prendevano in giro i rappresentanti militari in Parlamento e il coinvolgimento militare negli affari di business. Un altro prigioniero liberato è Ross Dunkley, editore di un quotidiano australiano condannato nel 2019 a 13 anni per possesso di droga. Il suo rilascio è stato confermato dalla sua ex moglie Cynda Johnston, ha riferito il quotidiano The Sydney Morning Herald. Dunkley ha co-fondato il The Myanmar Times, un quotidiano in lingua inglese, ma è stato costretto a rinunciare alla sua quota. Divenne famoso per aver co-fondato o acquisito pubblicazioni in lingua inglese in stati precedentemente socialisti che cercavano investimenti stranieri mentre liberalizzavano le loro economie, ma a volte è stato criticato per aver fatto affari con regimi autoritari. A marzo, più di 600 persone che erano state incarcerate per aver manifestato contro il colpo di stato di febbraio sono state rilasciate dalla prigione di Insein, un raro gesto conciliante dei militari che sembrava mirato a placare il movimento di protesta.
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Letta in pressing. Il sottosegretario Della Vedova: saranno avviate le verifiche necessarie. All'assemblea Pd spazio ai militanti. Il segretario: patto sociale come Ciampi nel 1993. Dopo la gaffe del premier Draghi, ieri qualcosa si è mosso sulla vicenda di Patrick Zaki. A palazzo Chigi hanno riconsiderato la posizione di distanza presa venerdì, e dato mandato al sottosegretario agli Esteri (con delega ai diritti umani) Benedetto Della Vedova di dare un segnale: "Il governo darà seguito all'impegno preso in Parlamento, avviando le verifiche necessarie per il conferimento della cittadinanza a Patrick Zaki". Tradotto, la settimana prossima Della Vedova contatterà il Viminale per dare il via all'iter, che potrebbe non essere breve.
Un risultato che piace al Pd. "Parole che sgombrano il campo da freddezze ed equivoci. Ora bisogna andare avanti rapidamente", twitta Filippo Sensi. "Si lavori con impegno per questo e per ogni altra azione di pressione che porti al più presto alla liberazione di Patrick", insiste la responsabile esteri Lia Quartapelle. Enrico Letta ieri aprendo l'assemblea nazionale del Pd aveva insistito sul punto: dare seguito alla decisione presa all'unanimità dal Senato. Un'assemblea diversa dal solito: pochissimi big sul palco virtuale di Zoom ma tanti militanti, quasi 60 interventi in 5 ore di discussione. Che ha preso il "la" dal corposo documento che riassume le risposte dei militanti (circa 40mila coinvolti) ai 20 punti presentati a metà marzo da Letta: con una serie di priorità molto chiare, dal lavoro, al sud alla questione femminile che va ben oltre la presenza di donne ai vertici della politica.
"Il partito esiste, è vivo ed è molto vivace", dice Letta nella sua relazione. "Un mese fa abbiamo rischiato di buttare via un partito che ha una grande ricchezza, ma grazie alla nostra base siamo in grado di superare una crisi di vertici". E ancora: "Non si vincono le elezioni con costose squadre di comunicazione, magari americane, ma con 100mila militanti. Il rapporto centro-base non deve essere di controllo, ma di ascolto e protagonismo".
Risvegliati i militanti, ora Letta punta a andare oltre con l'esperimento delle Agorà che partirà il primo luglio. "Deve essere un processo interno e esterno al Pd, faccio un appello a tutti quelli che ci guardano da fuori o sulla porta e a tutti quelli che hanno un impegno culturale e civico: questo semestre è per voi. Non è per guardarci l'ombelico o per risolvere i nostri problemi interni, quelli li risolveremo solo se guarderemo fuori". Un concetto che sta diventando un cardine della nuova segreteria: bypassare le faide tra correnti aprendo le porte. L'obiettivo, ambizioso, è quello di creare un nuovo modello di partito: non leaderistico e digitale, senza scivolare nel modello Rousseau, che anche il M5S sta archiviando.
Quanto ai temi, il segretario ha ribadito la sua scelta di tenere insieme la lotta alla crisi economica e alle disuguaglianze con le battaglie sui diritti civili. "Dopo questo mese sono ancora più convinto che i diritti e come arrivare alla fine del mese sono temi che si possono tenere insieme", spiega Letta. Sul Recovery, ha ribadito le priorità illustrate a Draghi: sud, donne, giovani. "Vorrei proporre al governo, alle parti sociali, ai partiti, che si faccia un grande patto per la ricostruzione del Paese, come Ciampi nel luglio del '93. Sono convinto che Draghi abbia la legittimazione e la forza per un grande patto europeo che sta dentro il Next Generation Eu".
"Dobbiamo toccare con mano, condividere la disperazione sociale che c'è", avverte il tesoriere Walter Verini. "Nel rapporto col governo non stare col freno a mano tirato, ma con la nostra identità di sinistra". "Il rimbalzo che ci sarà non porterà ad una ripresa occupazionale, quindi dovremo respingere il rischio che si possa dire '"torniamo a forme di precarizzazione"", ha avvertito il ministro del lavoro Andrea Orlando. "Saremo misurati su quanto saranno cresciute le diseguaglianze al termine della pandemia. Nel contrasto alla povertà è ora di smetterla con la retorica che colpevolizza i poveri". Giovanni Crisanti, 21 anni, il delegato più giovane, ha chiesto di fare come Macron: "C'è molta sofferenza tra i ragazzi, bisogna garantire 10 sedute da uno psicoterapeuta gratis". Il piemontese Raffaele Trudu, citando Letta, ha chiesto: "Perché dobbiamo usare il cacciavite e non la falce e il martello?".
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 18 aprile 2021
Primo riconoscimento ufficiale da parte di Asmara del ruolo dei propri militari nel conflitto nella regione dell'Etiopia. L'ambasciatrice alle Nazioni Unite respinge le imputazioni su stupri e fame usati come armi di guerra. Ma nuove testimonianze: i soldati eritrei restano, stanno solo cambiando le proprie divise con quelle di Addis Abeba. L'Eritrea ha annunciato ieri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di aver accettato di ritirare le proprie truppe dal Tigray, in Etiopia. Si tratta del primo riconoscimento ufficiale da parte di Asmara della presenza nella regione dei propri soldati, accusati da Ong e dalle stesse Nazioni Unite di aver perpetrato violenze e massacri.
L'ammissione - contenuta in una lettera inviata ai 15 membri del Consiglio e messa online sul sito del ministero dell'Informazione eritreo - arriva dopo che il capo dell'agenzia Onu per gli aiuti Mark Lowcock ha detto che le Nazioni Unite non hanno ancora avuto prove del ritiro delle forze eritree. "Visto che le minacce sono rientrate Eritrea ed Etiopia hanno concordato al loro massimo livello il ritiro delle forze eritree e il simultaneo dispiegamento di soldati dell'Etiopia alla frontiera", ha scritto l'ambasciatrice eritrea presso le Nazioni Unite Sophia Tesfamariam.
Le forze eritree hanno aiutato il governo federale di Addis Abeba a combattere contro l'ex partito al potere in un conflitto esploso a novembre in Etiopia. Finora però Asmara aveva negato la presenza di propri militari nella regione. Il mese scorso il primo ministro dell'Etiopia Abiy Ahmed ha riconosciuto il coinvolgimento sul terreno dei soldati eritrei e le Nazioni Unite ne hanno chiesto il ritiro. Giovedì Lowcock ha però denunciato: "Nessuna agenzia umanitaria ha visto prove di tale ritiro, anzi ci sono racconti su soldati eritrei che si sono semplicemente cambiati divisa vestendo le uniformi dell'Etiopia". Nel conflitto sono morte migliaia di persone e centinaia di migliaia sono state costrette a lasciare le proprie case in una regione con 5 milioni di abitanti.
"Ci sono racconti supportati da prove della colpevolezza eritrea in massacri e uccisioni", ha continuato Lowcock. Lunedì i soldati eritrei hanno aperto il fuoco uccidendo almeno 9 civili e ferendone decine di altri. Nei briefing al Consiglio di sicurezza sono stati dettagliati numerosi casi di stupri usati come armi di guerra e della diffusa crisi economica che ha portato alla fame la popolazione nel Tigray. "Abbiamo sentito false accuse di stupri e fame usati come armi da guerra", ha scritto Tesfamariam. "Si tratta di accuse oltraggiose, di un attacco alla cultura e alla storia del nostro popolo".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 17 aprile 2021
Nessuno poteva dubitare che l'ergastolo cosiddetto ostativo fosse incostituzionale. Nessuno che sia capace di leggere l'articolo 27 della Costituzione, nella frase che dice: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". (La Corte costituzionale le ha aggiunto l'art. 3, dove dichiara tutti i cittadini uguali davanti alla legge). Pronunciamenti precedenti della stessa Corte, sui permessi agli ergastolani "ostativi", e della Corte europea dei diritti dell'uomo avevano già segnato la strada.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 17 aprile 2021
Ora la palla è nel campo di un legislatore fino ad oggi riluttante a intervenire e che tale si confermerà anche in futuro, come già accaduto nel "caso Cappato". Toccherà allora ai giudici costituzionali dichiarare formalmente ciò che già oggi avrebbero potuto dichiarare, se solo avessero scelto di anteporre a tutto la funzione contro-maggioritaria cui è chiamato il Giudice delle leggi.
- Io dico: brava Consulta. Ora riduciamo le pene e il numero dei detenuti: non più di 15 mila
- Sull'ergastolo la Corte ha letto la Costituzione, ora non si perda tempo
- Ergastolo ostativo, permesso premio solo per 5 ergastolani "ostativi" su 1.271
- La Consulta decide di non decidere e gli ergastolani "ostativi" finiscono in un buco nero
- "Nessuna pena abbia il termine finale 'mai', perché altrimenti è inutile cercare di rieducare"










