di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 14 gennaio 2021
L'Organizzazione internazionale per i migranti parla di "catastrofe umanitaria", ma le colpe sono anche e soprattutto europee: tutti si voltano tutti dall'altra parte, lasciando Sarajevo da sola, come accadeva all'Italia di fronte alla Libia. "Non vogliamo un'altra Moria!". Nel mare bianco dei Balcani, quando cala il buio e si va anche a meno dieci, nemmeno il fiato resta ai pakistani e agli afgani che congelano a piedi nudi sul confine tra Bosnia e Croazia.
E bisogna risparmiarlo, il vapore che esce dalla gola, per scaldare le dita ghiacciate e passare la ventesima notte nel nulla degli aiuti e nel niente del futuro. "Non vogliamo un'altra Moria!", hanno gridato tutto il giorno, manganellati e anche di più dalla polizia croata: non vogliono restare a bivaccare qui com'era nel campo di Moria, sull'isola di Lesbo, i turchi alle spalle che li spingevano in mare e i greci di fronte che li respingevano indietro. "Non lasciateci morire...", sussurrano appena scende la sera, le forze che si cristallizzano e la voglia di protestare che si scioglie, esausta.
Qui è lo stesso imbuto della Grecia o di Lampedusa, con la differenza d'un gelo artico da "catastrofe umanitaria" (parole dell'Organizzazione internazionale per i migranti) e nessuno che dia una mano: duemila migranti della Rotta balcanica mollati soli, in boschi da lupi, senz'acqua, senza luce, senza cibo, senza stufe calde, senza una parola di conforto. Le proteste dell'Onu e dell'Ue hanno sortito un primo risultato, e lunedì sera 900 profughi sono stati finalmente soccorsi in novanta tende riscaldate del vecchio campo bosniaco di Lipa, incendiato prima di Natale: sei docce, materassi, coperte, pasti caldi, finalmente. Ma gli altri? Vagano. Aspettano. Tremano. Sperano.
S'è di nuovo rotta l'Europa, sulla Rotta dei Balcani. In quelle che l'Italia chiama con un eufemismo "riammissioni", e che non sono altro che i soliti respingimenti alla frontiera: "riammissioni" in Slovenia, dove a loro volta li fanno "riammettere" in Croazia, in Serbia, in Bosnia Erzegovina e così via, in un silenzioso e vergognoso scarica-migrante. L'Italia blocca tutti prima di Gorizia? La Slovenia ha già progettato un muro di 40 chilometri lungo la frontiera. Il lavoro più sporco è stato commissionato ai croati, ultimo dei Paesi Ue: le torture e le violenze della polizia sono la regola, circolano le immagini di corpi manganellati o peggio, con buona pace della solidarietà internazionale invocata solo dieci giorni dalla Croazia fa per i poveri terremotati e senzacasa di Petrinja.
Ma la patata bollente, o ghiacciata, resta in mano ai bosniaci. Che si sono rifiutati di stabilire un campo permanente a Lipa - per questo bruciato dagli immigrati disperati - e ora fronteggiano le proteste dei sindaci e della popolazione: da Bihac a Bradina e fino a Blazuj, dove il campo stavolta sarebbe stato incendiato dagli abitanti, nessun bosniaco vuole i rifugiati sotto casa. La Bosnia ha già accolto 16 mila disperati, 11 mila li ha bloccati al confine meridionale, 6.300 li sta sistemando in campi di fortuna, ma ce ne sono almeno due-tremila che bevono neve e mangiano muschio, indosso soltanto una coperta, ai piedi le infradito (quando va bene), donne e bambini abbandonati come cani randagi. Il web rilancia immagini terribili di filo spinato, facce smagrite, memorie di lager.
"Ora basta - tuona il sindaco di Bihac, Suhret Fazlic -, hanno sistemato un campo nella vecchia fabbrica di Bira, ma la gente non vuole qui nessuno! Non abbiamo ricevuto un euro di compensazione né da Sarajevo, né dall'Ue, né da tutti quelli che ci accusano di xenofobia". I soldi sono uno dei misteri di questa storia. Bruxelles ha versato 90 milioni alla Bosnia e ha sistemato Bira - come Josep Borrell, "ministro" degli Esteri europeo, ha ricordato in una telefonata al presidente bosniaco, Milorad Dodik - ma che fine hanno fatto? Servivano per l'accoglienza: sono finiti solo a rafforzare gendarmerie e dogane, mentre molti campi restano vuoti per non turbare la sensibilità di politici locali e di popolazioni furiose.
Circolano accuse e ipotesi, fra le ong sul territorio: gli strani appalti per il cibo ai campi profughi, gestiti da società vicine a ministri del governo, e il dubbio che la corruzione sia diffusa sulla pelle dei migranti come i segni lasciati dalle torture. "State attenti, vi giocate la reputazione", ha avvertito Borrell, minacciando "gravi conseguenze" per la Bosnia se continuerà a far morire la gente nella neve: se Sarajevo vuole entrare nell'Ue come Stato membro, non è questa la strada. Ma le colpe sono anche e soprattutto europee. Dal 22 dicembre, inizio della nuova emergenza, al solito si voltano tutti dall'altra parte. E lasciano la Bosnia da sola, come accadeva all'Italia di fronte alla Libia.
"L'Ue non può restare indifferente - protesta Pietro Bartolo, il medico che per trent'anni ha soccorso i naufraghi di Lampedusa e oggi è eurodeputato. Questa colpa resterà nella storia, come queste immagini di corpi congelati. Che fine hanno fatto i soldi che abbiamo dato a questi Paesi perché s'occupassero dei migranti? Ai Balcani c'è il confine europeo della disumanità. Ci sono violenze inconcepibili, la Croazia, l'Italia e la Slovenia non si comportano da Paesi europei: negare le domande d'asilo va contro ogni convenzione interazionale, questa è la vittoria di fascisti e populisti balcanici con la complicità di molti governi".
La solidarietà è scarsa, rispetto a quel che s'è visto nel Mediterraneo... "Perché per ora ci sono meno morti, nei Balcani. E perché i numeri sono inferiori. Ma i respingimenti sono più disumani. A Lampedusa non è stato quasi mai torto un capello, ai migranti: qui abbiamo prove di decine di torturati. Bisogna svegliare le coscienze!". Padre Alex Zanotelli ha annunciato uno sciopero della fame, in sostegno alle poche ong e alla Croce rossa che s'occupano di questa folla disperata. E il vescovo di Banja Luka, monsignor Franjo Komarica, ha voluto parlare al cuore dei suoi connazionali: "Bosniaci, tanti di voi hanno provato il pane amaro dei rifugiati e dei profughi di guerra. Oggi, molti di voi fanno i politici. Perché non capite?".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
La Corte federale americana ha annullato la sospensione dell'esecuzione della vigilia. Affetta da disturbi mentali aveva assassinato una donna incinta per rubarle il feto. Una funzionaria della prigione accanto al lettino dove vengono legati i condannati a morte in attesa dell'iniezione letale, si toglie la mascherina e chiede a Lisa Montgomery se volesse proferire le sue ultime parole, lei risponde di no e chiude per sempre la sua bocca.
All'1.31 della notte di ieri (le 6.31 in Europa) presso il penitenziario di Terre Haute, stato dell'Indiana negli Usa, si è consumata l'ennesima esecuzione decisa a livello federale e il boia ha messo fine alla vita dell'unica donna detenuta nel braccio della morte da 67 anni a questa parte. Eppure solo lunedi, in una tesissima quanto clamorosa udienza serale, il giudice distrettuale Patrick Hanlon aveva deciso che la pena capitale andava sospesa. Il togato infatti aveva accolto le istanze dei difensori della Montgomery specificando che "l'attuale stato mentale della signora è così separato dalla realtà che non riesce a comprendere razionalmente le ragioni del governo per la sua esecuzione".
Il tribunale poi avrebbe fissato l'ora e la data per un ulteriore udienza "in un ordine separato a tempo debito" in attesa del ricorso, già annunciato, dai pubblici ministeri. Sembrava aver fatto breccia dunque la tesi dei difensori che avevano puntato sulle condizioni psichiche di Lisa Montgomery, mentalmente disturbata a causa degli abusi sessuali subiti da parte del patrigno, con la sostanziale compiacenza della madre, durante l'infanzia. Le violenze subite, secondo altri membri della famiglia natale, sono state così feroci che potevano equivalere a vere e proprie torture. Un'opinione sostenuta anche da 41 avvocati (alcuni a riposo e altri in attività), nonché da organizzazioni umanitarie come la Commissione interamericana sui diritti umani.
Ma nonostante tutto ciò, ieri la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana, ha ribaltato la sentenza del giudice Hanlon e ha dato via libera all'esecuzione. A niente sono valse le prese di posizioni e le ragioni portate avanti contro la pena di morte a livello nazionale compresa quella della suora cattolica anti pena di morte Hellen Prejean. Probabilmente, in una nazione ancora fortemente caratterizzata dal sentimento biblico degli evangelici, ha contato molto lo spirito di vendetta, non di giustizia, della famiglia e gli amici di quella che fu la vittima di Lisa Montgomery.
Era il 2004 quando a Skidmore, nel Missouri, la 23enne Jo Stinnet venne uccisa in circostanze tragiche e inquietanti che molto spiegano circa la personalità disturbata della donna condannata a morte. La vittima venne contattata in rete, un "corteggiamento" lungo e studiato condividendo la passione per i cani. Ma la ragione principale per la Montgomery era che la ragazza era incinta. Un giorno con una scusa guidò quindi fino a casa sua, l'aggredì strangolandola e poi estrasse il feto mentre Jo Stinnet moriva dissanguata. La bambina, che oggi ha 16 anni e vive con il padre, sopravvisse miracolosamente.
Quando la polizia arrivò sul luogo del delitto si trovò di fronte una scena da film thriller psicologico, Lisa Montogomery cullava la bambina sostenendo di averla partorita il giorno precedente. Solo dopo qualche tempo la sua storia inverosimile andò in frantumi e confessò l'assassinio. La condanna a morte arrivò nel 2007, l'anno successivo Lisa Montgomery è stata internata in una prigione federale del Texas dedicata a prigioniere con bisogni "speciali", dove ha ricevuto cure psichiatriche e posta in isolamento per timore che potesse suicidarsi.
Le sentenze di morte sono state bandite nel 1972 e poi autorizzate nuovamente 4 anni più tardi, da allora 16 donne oltre a Lisa Montgomery sono state giustiziate, tutte però a livello statale piuttosto che federale. L'ultima a morire per mano del boia governativo fu Bonnie Heady in una camera a gas del Missouri nel 1953. Nella decisione della Corte Suprema potrebbe aver avuto un peso significativo l'attuale clima politico negli Stati Uniti; da 17 anni vigeva una moratoria interrotta da Trump che ha ordinato di riprendere le esecuzioni federali all'inizio dell'anno scorso. E quella della Montgomery è caduta proprio a una sola settimana dall'insediamento di Joe Biden il quale aveva espresso pubblicamente la sua contrarietà. Inoltre Trump ha interrotto una consuetudine che voleva il fermo della pena di morte nell'imminenza di un cambio di presidenza.
di Riccardo Noury*
Il Manifesto, 14 gennaio 2021
L'esecuzione di Montgomery ha risvegliato dal torpore un'opinione pubblica europea e italiana che sulla pena di morte negli Usa non provava indignazione da molti anni. "Stanotte la vile sete di sangue di un'Amministrazione fallimentare si è mostrata in tutta la sua evidenza. Tutti coloro che hanno preso parte all'esecuzione dovrebbero vergognarsi. La nostra Costituzione è stata violata". "Infatti proibisce l'esecuzione di una persona che non è in grado di comprendere razionalmente cosa sta per accadere. L'Amministrazione Trump questo lo sapeva bene. E l'hanno uccisa comunque". Lisa Montgomery non ha detto una parola. All'una e 31 minuti (le 7,30 in Italia) di ieri è stata dichiarata morta. Al suo posto ha parlato la sua avvocata Kelley Henry e ha detto tutto, ma veramente tutto, quello che c'era da dire.
Nelle 24 ore precedenti era successa ogni cosa: una sospensione dell'esecuzione decisa da una corte federale, l'annullamento della sospensione da parte della Corte suprema, un nuovo ricorso per la sospensione accolto da una corte federale, un altro annullamento della Corte suprema, un ricorso direttamente alla Corte suprema respinto con un voto di scarto, un vano appello direttamente a Donald Trump per la clemenza.
Ieri mattina intorno alle 6.30, dopo centinaia di tweet che per tutta la notte avevano dato aggiornamenti in tempo reale, per un'ora c'è stato un silenzio tombale: il segnale che l'esecuzione era imminente e poi in corso e infine terminata. Dentro, i testimoni senza possibilità di comunicare con l'esterno. Fuori i giornalisti ad attendere. Quel silenzio, quel vuoto di comunicazione è stato impressionante. Per gli appassionati dei numeri e dei record, quella di Montgomery è stata l'undicesima esecuzione federale sotto l'amministrazione Trump in soli otto mesi; è stata anche la prima esecuzione federale di una donna dopo 57 anni; è stata, infine, la prima esecuzione federale durante il periodo di transizione da una presidenza all'altra degli ultimi 130 anni.
Per tutti gli altri, è stata una sconfitta. La sconfitta di coloro aveva creduto fino in fondo che "una persona che non è in grado di comprendere razionalmente cosa le sta per accadere" non sarebbe stata messa a morte. La sconfitta di coloro che avevano sperato che la decisione di chi, per la prima volta all'interno delle istituzioni statunitensi (un giudice federale), aveva dato ascolto a Montgomery, reggesse all'impatto con la Corte suprema.
Soprattutto, è stata una sconfitta dello stato. Che non ha saputo proteggere la bambina Montgomery dallo stupro, dal suo affitto per sesso ad altri uomini da parte della madre, dalla violenza sessuale del patrigno e dei suoi amici. Che non ha saputo curarla dai traumi provocati dall'orrore subito e da quello visto (lo stupro della sorella maggiore, a sua volta bambina). Che infine non ha riconosciuto la sua malattia. L'esecuzione di Montgomery ha risvegliato dal torpore un'opinione pubblica europea e italiana che sulla pena di morte negli Usa non provava indignazione da molti anni. Le immagini delle manifestazioni di fronte all'ambasciata statunitense a Roma, le veglie per scongiurare le esecuzioni nelle principali piazze delle città italiane sembrano in bianco e nero. Ieri se n'è tornato a parlare.
Certo, per l'orrore eccezionale del delitto commesso da Montgomery nel 2004 (l'omicidio di una donna all'ottavo mese di gravidanza con successiva rimozione del feto, brandito come finalmente figlio suo, come a dire "Nel mio corpo è entrato l'orrore, ma ne è anche uscito qualcosa di bello"). Ma anche per l'accanimento dell'amministrazione Trump, per la sua insistenza a chiedere la messa a morte di una persona affetta da danni cerebrali e grave malattia mentale e per l'ostinazione a cercare, mentre scrivo, di annullare la sospensione (dovuta alla positività al Covid-19 di entrambi i condannati) delle esecuzioni previste oggi e domani. La scia di sangue che ha contrassegnato gli ultimi sei mesi di presidenza Trump è stata spaventosa: 11 esecuzioni federali da luglio dopo 17 anni di assenza, la pena di morte (e dunque la vita dei condannati) utilizzata come argomento elettorale per fare presa sul suo elettorato e convincere qualche altro indeciso e impaurito.
Negli ultimi decenni si diceva, per paradosso, che se il Texas si fosse dichiarato indipendente la pena di morte avrebbe cessato di essere un problema negli Usa. Nel 2020, con 10 esecuzioni su un totale di 17 (e da ieri siamo a 11 e chissà se dopodomani saremo a 13), è stata l'Amministrazione Trump a proclamare la sua indipendenza: dallo stato di diritto, dai principi costituzionali, dalla decenza e dall'umanità. Tra le tante cose che quella parte di mondo si aspetta da Biden a partire dal 20 gennaio c'è anche l'abolizione della pena di morte a livello federale. La speranza, poiché quell'impegno è stato preso pubblicamente e c'è già una bozza da presentare al Congresso, è che questo sia uno dei primi atti della sua amministrazione.
*Portavoce di Amnesty International - Italia
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
Le motivazioni della condanna di Cortese e Improta. Un vero e proprio "rapimento di Stato", una grave "menomazione della libertà personale". Pesano come un macigno le parole dei giudici di Perugia, che hanno depositato ieri la sentenza con la quale il 14 ottobre scorso hanno condannato a cinque anni di reclusione l'ex capo della Squadra mobile di Roma e attuale questore di Palermo, Renato Cortese, e l'ex dirigente dell'Ufficio immigrazione, Maurizio Improta, per il sequestro di Alma Shalabayeva e della figlia di sei anni Aula. Shalabayeva è la moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov, che nel maggio del 2013, secondo la Procura umbra, è stata sequestrata per essere rimpatriata. La donna e la figlia sono poi tornate in Italia e a Shalabayeva è stato riconosciuto l'asilo politico.
Secondo la sentenza, il loro trattenimento forzoso e la successiva espulsione verso la Repubblica del Kazakistan "rappresentano un caso eclatante non solo di palese illegalità - arbitrarietà delle procedure seguite dalle istituzioni italiane, ma, soprattutto, una ipotesi di palese violazione dei diritti fondamentali della persona umana". Per i giudici si tratta di "un crimine di eccezionale gravità, lesivo dei valori fondamentali che ispirano la Costituzione repubblicana e lo Stato di diritto". Al punto da spingersi a definire la norma incriminatrice "quasi non adeguata a rappresentare, compiutamente, le dimensioni della condotta delittuosa e le devastanti conseguenze che essa ha cagionato".
Un unicum nella storia giudiziaria italiana che presenterebbe "chiari segnali di eccezionalità e di straordinario accanimento persecutorio". La circostanza più scioccante, per il Collegio, è che nessun dirigente o funzionario della Polizia di Stato abbia riflettuto sul fatto che la possibile estradizione di Ablyazov e la successiva espulsione della moglie e della figlia "sarebbero avvenute in favore di un paese, il Kazakistan, messo all'indice, nella comunità internazionale, proprio perché nazione che violava i diritti umani, anche praticando la tortura e la eliminazione fisica degli oppositori". Ablyazov era stato dipinto "con le sembianze di un Bin Laden kazako, cioè di un pericoloso terrorista internazionale, quasi certamente armato, che metteva in "pericolo la sicurezza del nostro paese" (furono queste le parole usate dal ministro dell'Interno nel colloquio con il suo Capo di Gabinetto, sollecitandolo ad incontrare i rappresentanti del Kazakistan)". Le autorità kazake, però, avevano mentito, nel tentativo di far apparire Ablyazov come persona legata ad ambienti terroristici e, pertanto, pericoloso, in quanto "avrebbe potuto adoperare le armi in caso di arresto".
Ma non solo i reati di cui era accusato erano di natura economica, "nel maggio 2013 gli investigatori privati italiani e israeliani, che lavoravano per conto dei committenti kazaki, non avevano mai avuto occasione di constatare che Ablyazov circolasse armato o disponesse di una scorta armata". La domanda chiave, rimasta senza risposta, è chi diede l'ordine di tale "deportazione". Ovvero il livello istituzionale di tale decisione. Domanda che lo stesso tribunale si è posto, pur senza essere in grado di risolvere il quesito, pur potendo sostenere comunque "una limitazione o compressione della nostra sovranità nazionale".
E ciò perché i rappresentati dello Stato imputati nel processo "accantonarono il giuramento prestato alla Costituzione e di fatto servirono gli interessi di altra nazione, cioè della dittatura kazaka". Insomma, tutta l'operazione fu "eterodiretta dall'autorità kazaka, deus ex machina dell'intera procedura espulsiva", una procedura che di fatto ha prodotto "una plateale violazione della norma che garantisce la libertà dello straniero di corrispondenza, anche telefonica, con l'esterno".
"La sentenza è molto puntuale e ha uno sviluppo logico estremamente rigoroso - ha commentato al Dubbio il professor Astolfo di Amato, legale di Shalabayeva e della figlia. I magistrati hanno fatto un lavoro eccellente nell'analisi e nella valutazione delle prove". E anche se l'interrogativo sulla catena degli ordini non ha trovato risposta, il tribunale ha ricostruito le telefonate che, fino all'ultimo minuto, ci sono state tra i diplomatici del Kazakistan e il prefetto. "Non è dunque assolutamente vero - ha concluso - che la polizia si sia disinteressata. E le telefonate risultano anche tra i kazaki e Cortese".
di Luca Geronico
Avvenire, 14 gennaio 2021
Pechino maglia nera dei diritti umani per la repressione ad Hong Kong e contro le minoranze. Nei 4 anni di Trump "erosa la credibilità degli Usa all'estero". Diritti umani violati in molti Paesi.
"Dopo quattro anni con al potere Trump, indifferente e spesso ostile ai diritti umani, la presidenza Biden rappresenta una opportunità per un cambiamento fondamentale", ha esordito Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, presentando a New York il "World Report 2021" che fotografa la situazione dei diritti umani in 100 nazioni.
Quattro anni di "vuoto" che hanno lasciato il segno, ed "eroso la credibilità degli Stati Uniti all'estero. La condanna statunitense di Venezuela, Cuba o Iran è suonata vuota come, in parallelo gli elogi a Russia, Egitto, Arabia Saudita o Israele", ha aggiunto Roth, ex procuratore federale. Scontate le speranze dell'Ong statunitense verso la nuova Amministrazione democratica, anche se nel frattempo "altri governi si sono fatti avanti per difendere tali diritti. L'amministrazione Biden - ha aggiunto il direttore di Hrw - dovrebbe cercare di unirsi e non sostituirsi a questo nuovo sforzo collettivo, mentre gli altri governi dovranno continuare l'impegno nella difesa dei diritti umani senza dipendere da quello che fanno gli Stati Uniti".
È questa la "nuova frontiera" per la più importante organizzazione umanitaria statunitense. Si sono infatti create nuove coalizioni per proteggere i diritti: i governi dell'America Latina e il Canada in Venezuela, l'Organizzazione della cooperazione islamica per difendere i Rohingya, numerosi governi europei sono intervenuti ad esempio in Bielorussia, Arabia Saudita, Siria ed è cresciuta una coalizione di Paesi pronti a condannare la persecuzione degli Uiguri in Cina.
Ed è infatti a Pechino che viene assegnata la maglia nera nella violazione dei diritti umani nell'anno appena concluso: "La Cina è nel pieno del suo periodo più buio sul fronte dei diritti umani dal massacro di Tienanmen del 1989", denuncia il direttore di Human Rights Watch, additando la repressione delle minoranze etniche nello Xinjiang, Mongolia e Tibet, la repressione politica a Hong Kong e il tentativo di insabbiare l'insorgenza della pandemia da Covid-19. Una situazione "emblematica del peggioramento della situazione dei diritti umani sotto il presidente Xi Jinping", ha affermato Roth.
Anche la pandemia da Covid-19 ha avuto pesanti ricadute sui diritti delle persone: è aumentata la forbice delle diseguaglianze sociali ed economiche, come sono in crescita le discriminazioni ai danni di migranti e minoranze in tutto il mondo, Europa compresa. Oltre che in Cina, sempre molto problematica è pure la situazione in Russia, ma altri Paesi con derive autoritarie hanno sfruttato l'emergenza socio-sanitaria per governare con il "pugno di ferro". Una tendenza che Hrw denuncia in particolare in Egitto e in Ungheria. "Basta essere indulgenti, Egitto e Cina sono dittature. Il business non è sovrano. Dopo Regeni, l'Italia non deve più vendere armi ad Al Sisi" ha concluso Roth. Anche per l'Unione Europea "è stato un anno impegnativo per la protezione dei diritti: alcuni Stati membri stanno scivolando sempre più verso un governo autoritario", è stata l'analisi di Benjamin Ward, responsabile di Hrw per l'Europa. La malattia e le conseguenze economiche dei lockdown in alcuni casi sono state il pretesto per alcuni governi per rafforzare il potere, promuovere politiche anti-diritti, limitare le libertà.
di Vittoria Romanello
La Repubblica, 14 gennaio 2021
Gran numero di attacchi contro bambini e adolescenti, ma anche di sparizioni e omicidi di persone spesso senza documenti. Si è trasformato il panorama migratorio dell'America Latina. I bambini sono a rischio. Tra le persone costrette ad aspettare in Messico l'esito delle loro richieste di rifugio negli Stati Uniti, i minori sono le più vulnerabili e urge che le autorità messicane garantiscano che non saranno detenuti nelle stazioni migratorie, ma accolti in spazi che proteggano la loro integrità psicofisica.
Lo afferma Jorge Vidal Arnaud, direttore nazionale dei programmi dell'organizzazione civile Save the Children Mexico, il quale ha sottolineato come sono proprio i minori a risentire maggiormente dello stress del processo migratorio. Arnaud ha indicato che attualmente ci sono più di 100.000 persone sul confine settentrionale del paese, nell'ambito del programma Stay in Mexico, in attesa che le autorità statunitensi rispondano alla loro richiesta di rifugio, spesso sono persone esposte ad attacchi da parte di gruppi della criminalità organizzata. "Siamo molto preoccupati soprattutto per il numero di attacchi contro bambini e adolescenti: l'incidenza di sparizioni e omicidi in Messico è più grave per la popolazione migrante, a volte senza documenti".
Il nuovo governo di Joe Biden: una speranza. Dopo aver avvertito che il numero di richiedenti rifugio aumenterà e che molti di loro potrebbero scegliere di rimanere in Messico, Vidal ha insistito che i bambini dovrebbero rimanere "in spazi dove la loro protezione è garantita, ma il grosso problema è che non ci sono soldi per farlo. Il budget 2021 per la loro protezione è insufficiente ". Per quanto riguarda la possibilità che la politica migratoria degli Stati Uniti possa cambiare con l'arrivo di Joe Biden, Vidal ha stimato che potrebbe esserci una maggiore apertura sulla linea di confine, ma questa non è una garanzia di un trattamento più appropriato.
Importante includere i migranti nei piani di vaccinazione. Anche Il capo della Missione in Messico dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), Dana Graber Ladek, ha detto che il Messico dovrebbe dare la priorità ai migranti nella fase di vaccinazione contro il coronavirus nel 2021 e promuovere schemi che favoriscano il non detenzione. Secondo l'IOM, la pandemia dovuta alla pandemia ha trasformato il panorama migratorio dell'America Latina, dove un gran numero di persone ha perso il lavoro nei paesi di origine.
Secondo il capo dell'IOM in Messico, i governi dovrebbero includere i migranti nei piani di riattivazione economica post- pandemia, così come nei piani di vaccinazione. Graber Ladek ha affermato che c'è grande preoccupazione per la prevalenza di barriere che impediscono ai migranti di accedere ai servizi sanitari, inclusi bambini, donne incinte e adulti più anziani. l'IOM stima che il 25% dei migranti residenti nel paese e inizialmente diretti negli Stati Uniti abbia cambiato idea a causa della pandemia. "Vogliono restare in Messico o tornare nei loro paesi di origine", ha detto il rappresentante della Missione. Le stime dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni indicano che ci sono circa 272 milioni di migranti internazionali nel mondo, che equivale al 3,5% della popolazione mondiale.
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 14 gennaio 2021
Da oggi scatta il lockdown. Sanità in mano ai privati, corruzione, numeri dei contagi che non tornano. E la campagna vaccinale partirà solo a febbraio. Ospedali strapieni costretti a rifiutare malati, sanità pubblica e privata in tilt, numeri da incubo: è questo l'attuale scenario apocalittico libanese. Una sola parola d'ordine: wasta, che in dialetto significa "aggancio", "conoscenza", ovvero quel "contatto" giusto che serve anche per trovare un posto in ospedale e che oggi significa "vita o morte".
È questo del resto il cardine su cui uno stato assente e corrotto fin nelle viscere fa girare la società libanese da decenni. La sanità è inoltre in Libano - eccetto pochi presidi pubblici - totalmente privata, come buona parte dei settori strategici, effetto di quelle politiche di neo-liberismo sfrenato degli ultimi trent'anni e di cui il popolo non ha certo beneficiato.
"Per mio padre abbiamo pagato 2,5 milioni al giorno per il posto letto, 1.300 dollari - abbiamo dovuto pagare in dollari - per 5 dosi di Remdesivir, più 4 milioni per esami vari". Il tasso di cambio applicato è di circa 4mila lire per 1 dollaro, 1milione per 250 dollari. Per fortuna il padre di Lama ce l'ha fatta. Se l'è potuto permettere.
Tra 4 e 6mila casi, 30 e 60 morti al giorno nell'ultima settimana, positività oltre il 15% su un territorio grande come l'Abruzzo. Solo "la punta dell'iceberg" per il dottor J. Khalife, specialista di sanità pubblica e membro del comitato indipendente "Zero Covid", che ipotizza invece 15/20mila casi giornalieri, essendo i tamponi a pagamento, non accessibili, e il monitoraggio inadeguato. I primi vaccini solo a febbraio.
L'Alto Consiglio della Difesa ha dichiarato lunedì lo stato di emergenza sanitaria. Da oggi al 25 gennaio il paese è in un lockdown strettissimo: coprifuoco dalle 17 alle 5. Uffici, banche, negozi e bar chiusi, solo gli alimentari aperti, a eccezione dei supermercati che potranno operare unicamente consegne, come pure i ristoranti. Restrizioni anche all'aeroporto: obbligo di entrata con tampone negativo e di prenotazione in albergo a prezzo fisso di 100 dollari a notte - fino all'esito del tampone all'arrivo in aeroporto sempre a pagamento in dollari e non in lire - anche per chi ha un'abitazione privata. È ancora il solito business à la libanaise. Il Libano attraversa dall'ottobre 2019 una profonda crisi sociale, politica ed economica che ha portato a una massiccia protesta popolare, alla svalutazione della moneta dell'80%, al congelamento dei conti in banca dei libanesi e alla dichiarazione di insolvenza a marzo. Poi il Covid, la chiusura dell'unico aeroporto da marzo a luglio, il 4 agosto la terribile esplosione che ha devastato la città, provocando circa 200 morti e migliaia di feriti. Da novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri). Da ottobre il paese è in attesa della formazione del nuovo governo in teoria spalleggiato dalla Francia per riformare il paese e uscire dalla crisi.
Che il ministro della sanità sia in stato di isolamento perché i suoi collaboratori sono risultati positivi ieri al Covid è, anche se solo sul piano simbolico, emblematico di quanto la situazione sia sfuggita di mano. L'impennata di contagi è senza dubbio dovuta anche alle aperture in pratica senza regole nel periodo natalizio, che se da un lato hanno dato un minimo di linfa all'economia in ginocchio, dall'altro hanno portato all'emergenza. Le file ai supermercati alla vigilia del lockdown non hanno certo aiutato. L'Osservatorio per i Diritti Umani ha ieri dichiarato che nel paese è in corso "il più drastico deterioramento dei diritti umani in decenni" che il Covid ha esasperato. Un baratro dal quale il Libano e il suo popolo difficilmente usciranno indenni.
ansa.it, 13 gennaio 2021
"Gli ultimi dati sui contagi da Covid-19 nelle carceri, fanno segnare una nuova inversione di tendenza al rialzo; dopo giorni di discesa, infatti, secondo i dati censiti dall'Ufficio Attività Ispettiva e di Controllo del Capo del Dap, alle ore 20.00 di ieri erano 624 i casi di positività al coronavirus fra i detenuti e ben 709 fra gli operatori (fra i quali non vengono più ricompresi i sanitari). Ricordiamo che quattro giorni prima, il 7 gennaio scorso, erano 556 i detenuti e 688 gli operatori affetti da Sars-CoV-2".
di Dario Paladini
redattoresociale.it, 13 gennaio 2021
È rivolta al ministro Speranza e al commissario straordinario Arcuri e ha raccolta in cinque giorni oltre 1.500 firme. Come nelle Rsa, anche nelle carceri persone a rischio. In cinque giorni ha già raccolto oltre 1.500 firme la petizione on line che chiede di vaccinare al più presto detenuti e chi nelle carceri lavora. Lanciata da La Società della Ragione Onlus, sta riscuotendo consenso tra gli operatori e i volontari.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 13 gennaio 2021
Uno Stato, che sa riconoscere la condizione di estrema debolezza che stanno vivendo le persone che ha in custodia nelle sue carceri, e che ha il coraggio di non punirle ulteriormente, ma di curarle nel modo più scrupoloso e di proteggerle, è uno Stato più forte.











