telesudweb.it, 20 aprile 2021
Monsignor Fragnelli ha concelebrato l'eucarestia in occasione del pellegrinaggio della "Croce della misericordia". "Mi hanno raccontato che dopo il terribile alluvione del 1976 che a Trapani provocò 16 vittime travolte dall'acqua e dal fango, si pianificò la costruzione di un invaso. Anche il carcere rappresenta un invaso per proteggere la città dal potere della mafia ma sappiamo che non basta. Tutti dobbiamo lavorare, anche voi, per creare le condizioni per proteggere la società dall'allagamento del male e delle mistificazioni".
Così il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli ai detenuti della sezione alta sicurezza "Jonio" del carcere di Trapani dove ha concelebrato l'eucarestia in occasione del pellegrinaggio della "Croce della misericordia" benedetta da Papa Francesco nel 2019 e pellegrina nelle carceri italiane.
La croce, proveniente dal carcere di Sciacca, è rimasta in città un paio di giorni dal 14 al 16 aprile. Sabato scorso, prima di essere consegnata al Carcere Ucciardone di Palermo, è stata accolta nella parrocchia Cristo Re di Valderice, dove, nella Casa Canonica con il parroco e cappellano del carcere don Francesco Pirrera, vivono degli ospiti in misura alternativa.
La presenza della croce, dal forte significato simbolico, è stata occasione per brevi momenti di confronto e riflessione con operatori impegnati nel mondo carcerario, la comunità parrocchiale e il vescovo Fragnelli.
Il 13 aprile 2017 papa Francesco fece visita ai detenuti di Paliano, in provincia di Frosinone. Dopo di allora i detenuti pensarono di realizzare una grande croce, guidati dalla volontaria Luigia Aragozzini, maestra iconografa, nel laboratorio promosso in carcere dalla Comunità di Sant'Egidio.
Il 14 settembre 2019, nel giorno dell'Esaltazione della croce, gli stessi detenuti di Paliano presentano al papa l'icona di un crocifisso sul cui sfondo si vedono scene della Scrittura che riguardano i prigionieri. L'icona hanno voluto chiamarla 'Croce della Misericordia' ed è stata portata all'udienza del Papa in piazza San Pietro dalla Polizia penitenziaria, dal personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità.
Dopo la benedizione del Papa, essa ora fa il giro delle carceri italiane: un pellegrinaggio della speranza. Il 9 ottobre 2019 don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, spiega il significato del pellegrinaggio, che comincia il 15 ottobre 2019 proprio da Paliano: "La Croce che entra nella carceri non deve interpretarsi come messaggio di buonismo, ma deve invece essere percepita come un importante simbolo di fede che accompagna il detenuto nel riconoscere le sue responsabilità, attraverso una revisione critica del passato, ripetutamente compromesso con il male, cercando di vivere la carcerazione come un'opportunità di conversione e di pentimento.
Il Cristo, che varca le porte delle carceri, vuole portare nel cuore dei reclusi la vera libertà, affinché si convertano nel bene, e il bene possa vincere sul male. Entra bussando alla porta del cuore dei ristretti e con amore e tenerezza li ammonisce, invitandoli alla conversione. Cristo non tace di fronte al male, il suo è uno sguardo che ama e corregge.
Questa Peregrinatio Crucis che varcherà i molti luoghi di solitudine e di sofferenza, accompagnata dai cappellani, religiose e volontari, vuole anche ricordare a tutti noi, come viene riportato nel libro dei Proverbi, che anche 'il giusto cade sette volte' e a nessuno è consentito di giudicare solo con la logica umana, perché tutti siamo deboli e peccatori. Cristo Crocifisso, per noi che lo porteremo all'interno degli istituti di pena, è l'icona che ci rammenta il grande amore di Dio per l'umanità e, allo stesso tempo, ci vuole anche far riflettere sui molti innocenti ancora rinchiusi nelle celle che attendono una risposta dalla giustizia umana. Entra nelle carceri per liberare l'uomo dal suo ergastolo interiore, invitando alla speranza e al diritto di ricominciare".
Sul legno sono state dipinte scene bibliche: la Liberazione di Pietro e di Paolo dalle prigioni, il buon ladrone, e i Protettori, San Basilide (Patrono della Polizia Penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (Patrono dei Cappellani delle carceri). Sul fondo della Croce immagini di bambini con le loro madri in carcere. Questa raffigurazione vuole rappresentare il desiderio e la speranza di tante madri di poter scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena. Al Papa furono offerte anche una casula e una stola realizzata dai detenuti del carcere di Larino, in Molise, impegnati in un percorso sartoriale e seguiti dall'area trattamentale dell'istituto e dalle sarte volontarie. Sulla casula emergono le immagini delle mani protese come messaggio di speranza e di fiducia per il futuro.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 aprile 2021
Il carcere di Bergamo porta ufficialmente il nome di Don Fausto Resmini, lo storico e amato cappellano della struttura penitenziaria deceduto poco più di un anno fa a causa del Covid. Nell'ambiente, ma anche in città c'era già chi si riferiva all'Istituto come al "Don Resmini" ma l'intitolazione ufficiale avvenuta oggi, fortemente voluta dalla direttrice Teresa Mazzotta, interpreta il desiderio di tutta la comunità carceraria.
"È stato un gesto tutt'altro che formale" - ha precisato la ministra Marta Cartabia, presente alla cerimonia insieme al Capo Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia - "Il nome esprime un'identità. Intitolare il carcere di Bergamo a Don Fausto Resmini significa fare propri i suoi insegnamenti, farne tesoro, custodirli e mantenerli vivi".
A causa delle regole imposte dalla pandemia, all'evento non hanno potuto essere presenti tutti quelli che avrebbero voluto raccontare chi era Don Fausto. A cominciare dai ragazzi della Casa Don Milani di Sorisole, fondata dal sacerdote 43 anni fa per accogliere giovani in condizioni di vulnerabilità. La ministra Cartabia ha voluto per questo fare tappa, prima della cerimonia, nella struttura divenuta nel tempo il laboratorio e il simbolo dell'idea educativa in cui don Fausto credeva. "Di Don Resmini - ha detto la Guardasigilli - resterà la completezza con cui ha affrontato il tema della giustizia. Il binomio educazione e giustizia è quello che mi colpisce di più: sia perché la giustizia deve mirare alla rieducazione, sia perché credo che una forte educazione possa anche prevenire tanti guai con la giustizia".
Presenti alla cerimonia rappresentanze della polizia penitenziaria, del personale amministrativo e i familiari del sacerdote, che hanno scelto di sedere accanto ai sei detenuti presenti. Tra loro anche Vincenza Leone, che, dopo i saluti della direttrice Teresa Mazzotta e dell'intervento del Capo dell'Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, ha ricordato il "Don" che passava ogni giorno nell'ufficio dove lei lavorava, sempre indaffarato e con la sua agenda sotto il braccio, ma che non mancava mai di chiederle come stava.
L'intervento della Ministra è stato incentrato sull'attualità del messaggio di Don Resmini, sull'idea di una giustizia non distruttiva ma generativa che comprenda "Il travaglio di un cammino spesso lungo e sempre segnato da tre momenti: il riconoscimento dell'errore, la richiesta di perdono e la riconciliazione con le vittime". "Quello riparativo è un aspetto della nostra giustizia ancora tutto da sviluppare - ha aggiunto la ministra Cartabia - "Come ho avuto modo di dire anche in Parlamento, mi sta molto a cuore e desidero sostenere attraverso l'azione di governo, per quanto sarà nelle mie possibilità".
Nel corso del suo intervento la Guardasigilli ha inoltre comunicato di aver appreso dal generale Figliuolo della ripresa della campagna vaccinale in carcere "Oggi siamo chiamati a farci carico prioritariamente della salute di chi opera negli istituti penitenziari e di chi ne è ospitato per proteggere tutta la comunità carceraria - ha concluso la ministra - "Ci auguriamo che il vaccino possa dare sollievo a tutti nella speranza possa costituire sia protezione da un virus così insidioso e luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé". Dopo la cerimonia di intitolazione, Marta Cartabia ha visitato il reparto femminile della casa circondariale e si è intrattenuta con le detenute.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Palazzo dei Marescialli si rivolge al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina di Prestipino a favore di quelle del Pg di Firenze e del procuratore di Palermo. Per il Csm Michele Prestipino deve restare procuratore di Roma. Tant'è che oggi pomeriggio - come Repubblica ha scoperto - la commissione per gli incarichi direttivi, con 5 voti contro uno, ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che invece il 22 febbraio aveva accolto i ricorsi del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore di Palermo Franco Lo Voi.
È ancora una storia senza una fine certa quella della procura di Roma. Il cui vertice era divenuto nel 2019 un "pezzo" del caso Palamara per via dell'incontro dell'8 maggio all'hotel Champagne in cui Luca Palamara, con i deputati Luca Lotti (Pd) e Cosimo Maria Ferri (allora Pd, oggi renziano), e cinque consiglieri in carica del Csm poi dimessisi, faceva strategie per far vincere il Pg di Firenze Viola.
Ma un anno dopo, il 4 marzo del 2020, il Csm ha scelto Michele Prestipino, già procuratore aggiunto a piazzale Clodio quando al vertice c'era Giuseppe Pignatone, andato in pensione a maggio del 2019. I concorrenti della prima votazione del 23 maggio 2019 - Viola, Lo Voi, il capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo - hanno fatto ricorso al Tar del Lazio. Che ha riconosciuto in parte le ragioni di Viola e di Lo Voi, mentre ha bocciato il ricorso di Creazzo, nel frattempo finito sotto azione disciplinare per via di alcune sue presunte avance nei confronti della collega di Palermo Alessia Sinatra.
Storia complicata questa della procura di Roma, uno degli uffici giudiziari più importanti d'Italia. Ma che oggi vede una nuova puntata. Importante. Perché la commissione che decide i capi degli uffici e i loro vice (direttivi e semi-direttivi) ha deciso di confermare indirettamente la nomina di Prestipino ricorrendo al Consiglio di Stato contro il Tar. Lo aveva già fatto nel caso di Viola, sostenendo che i giudici amministrativi non avevano ragione nel sostenere che la bocciatura del Pg di Firenze - che invece nel 2019, sponsorizzato a sua insaputa (perché non c'è alcuna chat o intercettazione che lo coinvolge) da Palamara e soci, era stato designato come vincitore dalla commissione - non era stata motivata adeguatamente.
Invece il Csm adesso ha sostenuto che proprio i fatti dell'hotel Champagne, nonché le dimissione di due dei 6 componenti della commissione dell'epoca, potevano ben giustificare la mutata decisione. Infatti, a prescindere dalle responsabilità di Viola, comunque la proposta che lo vedeva vincitore era inquinata da comportamenti illeciti altrui.
Stavolta invece, nel caso di Lo Voi, la motivazione del Csm punta su un altro argomento del tutto tecnico e professionale. Che ha convinto cinque dei 6 componenti, il presidente di Autonomia e indipendenza (la corrente di Davigo) Giuseppe Marra, il vice di Area Giuseppe Cascini, nonché il laico di Forza Italia Alessio Lanzi, Michele Ciambellini di Unicost, Filippo Donati laico indicato da M5S. Si è astenuta invece Loredana Micciché, toga di Magistratura indipendente, che quel 4 marzo aveva votato per Lo Voi.
La motivazione della commissione è semplice, anche se contenuta in un lungo parere che sarà votato mercoledì in plenum e poi sarà presentato al Consiglio di Stato. Michele Prestipino "batte" Lo Voi per la sua esperienza più lunga e più variegata nel contrasto alle mafie, poiché per più di vent'anni tra Palermo, Reggio Calabria e Roma - procure dove ha sempre rivestito il ruolo di procuratore aggiunto - ha acquisito più "punti" rispetto a Franco Lo Voi che ha lavorato alla procura di Palermo come pm, ma poi è stato al Csm e giudice di Eurojust. Adesso la partita decisiva la giocherà il Consiglio di Stato dove si è già svolta l'udienza per il ricorso di Viola, e la cui decisione dovrebbe essere depositata tra un mese, e che poi a seguire si pronuncerà su Lo Voi.
di Pasquale Annicchino e Knox Thames
Il Domani, 20 aprile 2021
Le democrazie occidentali sono chiamate a prendere posizione sulla sconcertante repressione in atto nello Xinjiang contro la minoranza musulmana. Stati Uniti, Canada, Paesi Bassi e altri hanno già segnalato in varie forme la disponibilità a qualificare quello che sta succedendo come un genocidio, ma altri paesi sono orientati a cedere alle pressioni economiche della Cina.
La guerra della Cina contro i suoi cittadini musulmani uiguri continua a intensificarsi. Gli abusi sono sconcertanti. Eppure, non è certo se i principali stati europei definiranno come "genocidio" i tentativi della Cina di distruggere l'islam nella provincia occidentale dello Xinjiang. La questione è in esame in diverse capitali e ogni democrazia alla fine sarà chiamata a prendere una decisione importante rispetto alla priorità da attribuire al commercio o ai valori. Pechino non renderà la decisione semplice.
Le atrocità cinesi che, nello specifico, prendono di mira gli uiguri e altri gruppi etnici tradizionalmente musulmani sono sempre meglio documentate. Come in un ritorno ai giorni di Mao, la Cina comunista ha costretto un milione di musulmani in campi di internamento chiamati "centri di rieducazione". È dai tempi del nazismo che la detenzione di massa basata sulla religione e sull'etnia non avveniva a questo livello.
Con la scusa della lotta all'estremismo religioso, le autorità accusano di "crimine" chi porta la barba lunga, rifiuta gli alcolici, o digiuna durante il Ramadan. Questi comportamenti sono sufficienti per vedere un padre scomparire. Come ha riportato la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, i detenuti subiscono "torture, stupri, sterilizzazione e altri abusi. Inoltre, quasi mezzo milione di bambini musulmani sono stati separati dalle proprie famiglie e messi in collegi". Un dottore uiguro, recentemente fuggito dalla Cina, ha riferito di ottanta sterilizzazioni forzate al giorno. Una ripresa da drone filtrata fuori dallo Xinjiang ha mostrato file di uiguri legati e imbavagliati come prigionieri di guerra.
Non solo i musulmani - La Cina ha anche dichiarato guerra ad altre religioni. Il programma decennale per sradicare il buddismo tibetano continua, così come i tentativi di annientare l'esercizio indipendente della fede cristiana, nonostante l'accordo con la Santa sede. Tuttavia, quello che i musulmani uiguri si trovano ad affrontare è un genocidio. Con un atto di convergenza bipartisan, cosa rara a Washington di questi tempi, la designazione di genocidio contro la Cina, annunciata dall'allora segretario di Stato Mike Pompeo prima di terminare l'incarico, è stata confermata dal segretario di Stato Antony Blinken. Questi fatti hanno un risvolto personale per il segretario Blinken. Durante l'audizione per la sua conferma ha parlato di come il suo padre adottivo sia sopravvissuto all'Olocausto. Comprende bene il rischio che corrono oggi gli uiguri. Questa non è una discussione che inizia oggi. Come evidenziato da Joanne Smith Finley in un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Genocide research, molti nella comunità internazionale, inclusi studiosi, diplomatici, politici e attivisti, hanno sostenuto, con interventi sempre più importanti, la definizione di genocidio.
A causa di queste preoccupazioni è probabile che il Congresso degli Stati Uniti approvi lo "Uyghur Human Rights Protection Act" (una legge per la protezione dei diritti umani degli uiguri), una possibile via per garantire agli uiguri in fuga - e agli altri gruppi oggetto della repressione - lo status di rifugiati dello Xinjiang negli Stati Uniti. Inoltre, a febbraio il parlamento canadese ha votato all'unanimità la definizione di "genocidio" per qualificare gli eventi in Cina, mozione ancor più apprezzabile visto il caso giudiziario ancora aperto contro il cittadino canadese Michael Kovrig.
La risposta dell'Europa - Come risponderà l'Europa? Seguirà gli Stati Uniti e il Canada in un tentativo comune delle democrazie di far fronte a queste violazioni? I Paesi Bassi sono stati il primo paese europeo a definire gli eventi contro gli uiguri come genocidio. Altri paesi sono stati lenti nella risposta, affermando in privato la necessità di una decisione delle Nazioni unite.
A livello superficiale aspettare una decisione delle Nazioni unite appare ragionevole, ma cela la realtà della crescente influenza cinese sulle agenzie dell'Onu. Inoltre, dimentica il potere di veto della Cina sulle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Di fronte a questi eventi drammatici non ci si può nascondere dietro a una decisione delle Nazioni unite. L'Italia e il Regno Unito daranno presto una risposta: la Commissione esteri del Parlamento italiano voterà probabilmente il 21 aprile e la Camera dei comuni britannica discuterà la questione il 22 aprile. Oltre a considerare gli aspetti tecnici dell'uso del termine "genocidio", il sottotesto è se Roma e Londra si uniranno ai loro alleati nordamericani e olandesi o metteranno al primo posto i rapporti con la Cina.
La Cina non renderà la decisione semplice o priva di conseguenze. Ribatterà con un linguaggio iperbolico e reazioni ingiustificate. Pechino ha già sanzionato i funzionari statunitensi e canadesi, i parlamentari inglesi e olandesi e i membri del Parlamento europeo per essersi espressi contro le atrocità commesse dalla Cina. Tutto questo per mettere a tacere le loro critiche. Farà leva sulla propria potenza economica per aumentare la propria influenza, minacciando il commercio e gli affari, strategia che sta dando risultati. Come riferiscono le cronache di questi giorni, l'Ungheria ha bloccato una dichiarazione dell'Unione europea sugli abusi cinesi a Hong Kong. Nonostante il promesso impegno di Budapest nella lotta alla persecuzione dei cristiani, l'Ungheria non ha ancora lanciato alcun allarme sugli abusi cinesi contro pacifici fedeli cristiani. Non toccheranno mai la questione del genocidio e potrebbero bloccare iniziative più articolare a livello dell'Unione europea. Le aziende occidentali potrebbero anche essere disposte a fare pressioni al fine di usare un linguaggio più morbido nel posizionamento dei paesi europei sulla questione per preservare i loro investimenti nel paese e la loro posizione nel mercato cinese. Le organizzazioni statunitensi come la Nba hanno già sperimentato quanto possa essere difficile. Pechino ha interrotto la trasmissione delle partite dell'Nba a causa di un semplice tweet del direttore generale degli Houston Rocket, Daryl Morey, a sostegno della popolazione di Hong Kong.
I valori e gli interessi - Allo stesso modo, nonostante le atrocità di massa contro i musulmani, la Cina è riuscita a a mettere a tacere l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i suoi membri, con alcuni addirittura incredibilmente favorevoli alle cosiddette misure antiterrorismo cinesi. Molti membri dell'OIC si affrettano a denunciare le discriminazioni contro i musulmani in Europa e nel Nord America, ma si voltano dall'altra parte di fronte a un effettivo genocidio e perdono la voce per paura della potenza e della diplomazia economica della Cina.
Anche la Turchia, che un tempo alzava la voce, ora ha limitato le proteste a causa delle pressioni cinesi. La Cina ci costringe a chiederci quanto le democrazie europee apprezzino i propri valori. Fanno parte di un'alleanza occidentale basata sui diritti o della nuova Via della seta cinese? Quando si parla dell'espansionismo della Cina, sono finiti i tempi facili della denuncia senza ripercussioni. Non solo gli Stati europei, ma anche Bruxelles, attraverso il ruolo del Servizio europeo per l'azione esterna, è chiamata a prendere una posizione decisa. Tutte le nazioni europee sanno cosa succede quando il mondo tace di fronte a un genocidio.
di Laura Zangarini
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
A Minneapolis giurati riuniti per il verdetto al processo contro Derek Chauvin, l'ex ufficiale di polizia che ha usato il ginocchio per inchiodare a terra l'afroamericano per più di nove minuti lo scorso 25 maggio. Tre settimane di audizioni, 46 testimoni, tra cui una bambina, e la continua riproposizione delle ultime immagini da vivo di George Floyd, l'afroamericano di 46 anni, morto a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020, nel corso dell'arresto da parte della polizia. Ora l'America aspetta il verdetto con il fiato sospeso. Sul banco degli imputati l'ex poliziotto Derek Chauvin, 44 anni, che deve rispondere di tre capi di imputazione: omicidio di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio preterintenzionale. Nell'ultima giornata di dibattimento, l'accusa, portata avanti dal procuratore Steve Schleicher, ha concentrato la requisitoria su quegli interminabili 9 minuti e 29 secondi in cui l'agente ha tenuto il suo ginocchio premuto sul collo di Floyd, steso per terra, a faccia in giù, le mani bloccate dietro la schiena con le manette.
I giurati dovranno decidere se queste tre settimane di processo hanno stabilito che il poliziotto avesse o no la consapevolezza di uccidere Floyd. Secondo l'accusa, sì. Secondo la difesa, no. Tra omicidio preterintenzionale e omicidio per "negligenza del rispetto per la vita", i giurati dovranno prendere una posizione. Quando la annunceranno? Potrebbero volerci ore o giorni. L'attesa per la sentenza è molto alta. Minneapolis è blindata. A decine, fuori dal Tribunale, aspettano la sentenza. Le famiglie di Floyd e di Daunte Wright, ucciso "per errore" l'11 aprile, a 20 anni, dall'agente di polizia Kim Potter, convinta di aver estratto il taser - la pistola che rilascia scariche elettriche - e non la pistola, hanno tenuto una veglia di preghiere. Da più parti sono arrivati appelli a lasciare da parte la violenza. C'è il timore che, in caso di assoluzione, possano scoppiare incidenti non solo a Minneapolis ma in altre città degli Stati Uniti.
A New York il dipartimento di polizia ha preparato un piano straordinario di intervento; Chicago e Washington si preparano a schierare la Guardia Nazionale; Minneapolis è già blindata. Joe Biden sta valutando la possibilità di un discorso alla nazione, secondo quanto riportano i media americani citando alcune fonti. La Casa Bianca, attraverso la portavoce Jen Psaki, ha preso in considerazione che "possa esserci spazio per proteste pacifiche", come se nell'aria ci fosse la sensazione che i dodici giurati potrebbero assolvere Chauvin. In un caso o nell'altro, la sentenza creerà tensioni. L'America è in attesa. Il giudice Peter Cahill, nel congedare i giurati, li ha invitati a decidere "senza pensare alle conseguenze del loro verdetto".
"Le sue ultime parole - ha detto il procuratore - sono state "per favore, non respiro". Floyd non stava facendo del male a nessuno, non voleva fare male a nessuno. Questo - ha aggiunto - non è un processo alla polizia, è il processo a un imputato. E per la buona polizia non c'è niente di peggio di una cattiva polizia". Il legale di Chauvin, Eric Nelson, ha sostenuto come "la mossa del ginocchio non fosse non autorizzata", nonostante molti poliziotti e addestratori, chiamati a testimoniare, abbiano detto il contrario.
L'avvocato ha puntato sulla dipendenza di Floyd dagli oppioidi, legando la morte a una cattiva condizione dei polmoni, già logorati dalla droga. I dodici giurati, di cui quattro afroamericani, si sono ritirati in camera di consiglio: devono raggiungere l'unanimità su un verdetto: colpevole o innocente. Ogni capo di imputazione verrà giudicato singolarmente. Chauvin può essere condannato, o assolto, per uno, due o tutti e tre i reati. Rischia da un minimo di dieci anni a un massimo di settanta che, nel suo caso, equivarrebbe a un ergastolo.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Il giornalista accusato di appartenere alla rete di Gulen che avrebbe organizzato il golpe del 2016. "Sto scrivendo questa lettera da una cella di prigione, cercando di raggiungere il mondo libero.... Sono vittima di una caccia alle streghe che è stata condotta sui media liberi, indipendenti e critici in Turchia perché il governo sempre più autoritario non ama le critiche e l'esposizione di gravi illeciti all'interno delle agenzie governative".
Solo un brano di una lettera scritta dal giornalista turco Hydayet Karaca nel 2015 dalla prigione di Silivri. La missiva arrivava dopo un anno di carcerazione a seguito di un'incriminazione per attività terroristica. Karaca è stato l'amministratore delegato del gruppo editoriale televisivo, ormai disciolto, Samanyolu Media Group, la porta della cella per lui si è aperta con l'accusa di appartenere a un'organizzazione armata vicina al movimento Gülen (il nemico numero 1 di Erdogan) nonché di aver diffamato il gruppo islamico radicale Tahsiyeciler sospettato di vicinanze con al-Qaeda.
La corte comminò 31 anni di reclusione a Karaca che in realtà venne portato in prigione insieme ad altri collaboratori e giornalisti della testata poi successivamente liberati. Tra le accuse rientrava quella di aver trasmesso una soap opera dove sarebbe stato preso di mira un esponente del gruppo islamico religioso. Solo un pretesto per vedersi piombare addosso 6 mesi di carcere e l'inizio di quella che è una vera e propria persecuzione con addebiti ben più gravi. Il calvario infatti non è finito perché ora l'apparato giudiziario, completamente asservito ad Erdogan, si accanisce ancora Karaca in maniera ancora più parossistica. Giovedì scorso, Jailed Journos, una piattaforma online che si occupa dei giornalisti incarcerati in Turchia, ha reso noto che i pubblici ministeri chiedono per Karaca la condanna monstre a 2445 anni di detenzione.
Questa volta al giornalista vengono contestati 76 capi d'imputazione che sarebbero relativi ad uno scandalo per alcune partite di calcio truccate emerso nel 2011. Il 2 luglio 2012 un tribunale appositamente autorizzato ha condannato e condannato il presidente della squadra del Fenerbahçe Yildirim a sei anni e tre mesi. Il vicepresidente Mosturoglu a un anno 10 mesi e 10 giorni. Il caso è stato ripresentato nel 2015 e il tribunale ha assolto tutte le persone accusate all'inizio delle indagini in attesa del pronunciamento della Corte suprema d'appello.
Una vicenda che sembra non avere nessun riferimento con le precedenti accuse a Karaca ma che rientra nella guerra iniziata fin dal 2013 da Erdogan contro la stampa libera e la lotta senza quartiere contro il movimento Gulen ritenuto responsabile del fallito "golpe" del 2016. In realtà la liberazione solo pochi giorni fa di Mehemet Altan aveva fatto sperare in un'attenuazione della furia repressiva insieme agli annunciati provvedimenti di riforma del sistema giudiziario. Uno specchietto per le allodole evidentemente viste le nuove richieste contro Karaca. Soprattutto perché per il giornalista è difficilissimo potersi difendere. Nel 2018 un ennesimo atto di accusa per cospirazione ha procurato all'ex capo del network televisivo un nuovo ergastolo, nell'inchiesta erano finiti anche gli ex capi dell'intelligence della polizia Ali Fuat Yilmazer ed Erol Demirhan. I due vennero incarcerati a seguito di indagini sulla corruzione alla fine del 2013 che coinvolgevano il governo Erdogan, allora primo ministro.
Si parlava di crimini come intercettazioni illegali fino al coinvolgimento nell'omicidio del giornalista turco- armeno Hrant Dink. Proprio la televisione Samanyolu aveva scoperchiato lo scandalo mettendo in luce le responsabilità del premier. Si pensa dunque che l'accanimento giudiziario possa essere ricondotto ad una vendetta personale di Erdogan e al tentativo di eliminare personaggi scomodi per il suo potere, soprattutto se capaci di influenzare il gfrande pubblico come i giornalisti. Ma non solo Karaca è stato seppellito sotto una montagna di anni di una reclusione "futuristica" (sarà un uomo libero nel... 4467!), perché anche gli avvocati e alcuni giudici che avevano tentato di impedire le condanne durante questi anni sono stati arrestati e condannati in modo sommario.
Nel 2016 Karaca scriveva queste parole: "Mi sto difendendo in circostanze molto difficili. Alcuni dei miei avvocati se ne sono andati, alcuni sono stati arrestati. Non sono nemmeno riuscito a trovare un avvocato che scrivesse una petizione per me". Difficile che avessero potuto farlo come dimostra il caso di un legale costretto a testimoniare contro il suo cliente per avere la pena ridotta da 10 anni a cinque.
di Luca Attanasio
Il Domani, 20 aprile 2021
Nel 2016, quando era cooperante in Sud Sudan, è stata violentata e torturata da un gruppo di militari. Sopravvissuta miracolosamente è stata costretta a combattere da sola la sua battaglia umana e legale. Sabrina Prioli è una lottatrice. A incontrarla oggi, non si conoscesse la sua terribile storia di violenze ripetutamente subite in Sud Sudan mentre era lì come cooperante, resterebbe solo l'impressione di una donna profondamente radicata nelle sue convinzioni umanitarie e determinata a raggiungere obiettivi per sé e per gli altri e riprendersi la vita. Nel lungo percorso di riabilitazione di sé, però, non le è toccato solo affrontare i fantasmi dello stupro, la tortura, la sensazione di essere a un passo dalla morte. Ha dovuto anche fare i conti con la solitudine e l'abbandono da parte di tutte le istituzioni che si sarebbero dovute occupare di lei. A cominciare da quelle italiane.
L'arrivo a Juba - Dopo un lungo periodo in Sud America, Sabrina, impiegata dalla ong americana Usaid come esperta di pianificazione di progetti, è stata inviata a Juba, la capitale del Sud Sudan. Il paese più giovane del mondo - indipendente dal Sudan dal 2011 dopo una lunga lotta che univa a cause economiche motivi etnico-religiosi (la maggioranza è cristiana a differenza del Sudan a netta prevalenza islamica) - è entrato da subito in una spirale di violenza che ne ha fatto, a partire dal 2013, una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta assieme a Siria e Congo: su una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti, sono circa 4,5 milioni i profughi esterni e interni e 8 milioni gli individui in emergenza alimentare. Secondo l'Unhcr, 3 bambini su 4 non frequentano la scuola: il tasso più alto al mondo.
Ovviamente al drammatico bilancio vanno aggiunte decine di migliaia di morti e molti più feriti. Sabrina si è trovata a Juba in uno dei momenti di maggiore recrudescenza della guerra civile, l'estate del 2016. Per garantire la sua sicurezza e quella dei suoi colleghi, viene fatta alloggiare al compound Terrain, certificato "sicuro" dal dipartimento di Sicurezza dell'Onu, lo stesso che ha dichiarato safe la strada, percorsa dall'ambasciatore Luca Attanasio in Congo il 22 febbraio scorso, dove è stato ucciso.
L'attacco - L'8 luglio sono iniziati gli scontri tra le forze governative Spla e le forze di opposizione Spla/io e attorno al compound si udivano rumori di mitragliatrici, mortai e granate. Gli operatori si sono rifugiati all'interno dell'unico edificio in cemento armato e sono rimasti lì per diversi giorni senza che nessuno della missione Onu (Unmiss) né dalle ambasciate, si interessasse di loro: questo sebbene gli operatori umanitari comunichino costantemente con gli uffici Onu e delle Ong di riferimento oltre che con le rispettive ambasciate, inclusa la nostra ad Addis Abeba (non c'è in Sud Sudan, ndr).
Poi, dopo 3 giorni di lockdown senza risposte, l'inevitabile orrore. "L'11 luglio i soldati si sono introdotti nell'ala del compound in cui eravamo asserragliati. Subito hanno sparato e hanno ucciso un giornalista sud sudanese, gambizzato un collega americano e si sono dedicati a violentare le donne presenti". Sabrina è stata stuprata da cinque soldati sotto minaccia di mitra, percossa ferocemente, torturata e quasi soffocata con una bomboletta di Ddt.
Ma l'agonia non è finita qui. "Nel pomeriggio dell'11 la National Security ha liberato gli ostaggi ma io e altre due colleghe siamo state inspiegabilmente abbandonate lì per altre 16 ore, accanto al cadavere martoriato del giornalista a cui avevano sparato in testa". In questo lasso di tempo Sabrina è vittima di altri due stupri e torture. La mattina dopo trova un cellulare per puro caso e riesce a chiamare la sicurezza di Usaid che finalmente invia effettivi dell'esercito a evacuare le cooperanti. "Con tutta probabilità i nostri liberatori sono gli stessi che avevano attaccato il compound".
Istituzioni latitanti - Archiviato un capitolo drammatico della propria vita, però, Sabrina deve aprirne un altro fatto di ulteriori umiliazioni e caratterizzato da una gravissima latitanza da parte della ong per cui lavorava, dell'Onu e, soprattutto, dell'Italia. "Il 12 luglio sono stata evacuata dal Sud Sudan attraverso un aereo americano. Ho ricevuto le prime cure in Kenya e sono tornata in Italia facendo il viaggio da sola, sotto shock e ferita. Al rientro non sono stata ricevuta da nessuno e non mi è stato dato alcun appoggio medico né legale. Ho sporto denuncia alla procura della Repubblica ma il caso è stato archiviato. Fino a novembre 2020 quando per la prima volta, dopo infinite richieste, la Farnesina mi ha contattata e ha deciso di inviare note verbali al governo del Sud Sudan (ma l'iniziativa, per mancanza di un sostegno convinto da parte di Roma, non ha prodotto alcun risultato significativo, nemmeno una risposta da Juba, ndr). Non sono mai stata ricevuta, neanche ascoltata". In un incredibile precipitare degli eventi, il caso di Sabrina Prioli assume tinte grottesche per quanto attiene alle risposte attese e mai ottenute.
Il 6 settembre 2018, la corte marziale sudsudanese ha condannato due soldati all'ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere. Ad assicurarsi un risarcimento, però, è stata solo la società inglese proprietaria del compound che ha ottenuto 2,5 milioni di dollari. Alle vittime, un ridicolo rimborso spese di 4mila dollari. Alla beffa si è aggiunto l'oltraggio: non è possibile fare appello, perché fonti ufficiali sudsudanesi dichiarano che il file del processo è andato "perduto".
Se si eccettua l'appoggio logistico fornito dall'ambasciata italiana di Addis Abeba a Sabrina in transito verso Juba nell'agosto del 2017 per testimoniare al processo (unica vittima presente), l'Italia è totalmente assente. Non c'era durante l'attacco e dopo non c'era ad assicurare i costi sanitari, legali, neanche a pagare le spese di viaggio del drammatico ritorno della Prioli sul luogo del delitto. Oltre che moralmente è del tutto inadempiente in termini giuridici agli articoli della Convenzione di Istanbul e della Convenzione contro la tortura che ha ratificato.
Tornare a lottare - Inascoltata, abusata ripetutamente nel fisico e nella psiche, annichilita dalle violenze e dall'indifferenza, finita in un gorgo da cui sembra impossibile riaffiorare in superficie, Sabrina, per quanto sia difficile crederlo, è riemersa. La sua lotta, dopo un lungo periodo di psicoterapia, è ripresa e a incontrarla oggi si ha la sensazione di essere di fronte a una solida roccia. In Italia per il suo caso, sono state presentate due interrogazioni parlamentari, una nel 2018 e una nel febbraio scorso.
"Ora sono life-coach e aiuto tantissime donne ad affrontare le violenze di cui sono state oggetto e a trovare in sé la forza di ripartire. Ho combattuto sempre da sola, sono vittima di stupro e di tortura non posso accettare il silenzio delle istituzioni. Sono una cittadina italiana, ho testimoniato con coraggio in una corte marziale in Sud Sudan, merito di essere ascoltata e sostenuta nella mia lotta non solo per i miei diritti ma per quelli di tutte noi donne vittime di violenza".
di Andrea Walton
L'Osservatore Romano, 20 aprile 2021
La pandemia rischia di aumentare la povertà e alimentare il radicalismo. La piaga del jihadimo è fortemente radicata nel sud-est asiatico. L'Indonesia è il Paese musulmano più popoloso del mondo ed ha dovuto affrontare il radicalismo islamico sin dall'indipendenza, ottenuta dai Paesi Bassi nel 1949. Il fenomeno ha conosciuto un'accelerazione a partire dal 1998, in seguito alla caduta della trentennale autocrazia del presidente Suharto e al ritorno in patria di molti indonesiani che avevano combattuto in Afghanistan contro l'Unione sovietica. Il gruppo terroristico più noto è quello della Jemaah islamiyah (Ji), inizialmente legata ad Al-Quaeda e poi, dal 2014, al sedicente stato islamico (Is).
I sanguinosi attentati di Bali, nel 2002 e nel 2005, portano la firma della Ji ma queste tragedie hanno anche provocato una forte risposta da parte del governo centrale, che ha passato una serie di leggi volte a smantellare le attività delle cellule terroristiche. La repressione non ha portato alla scomparsa della Jemaah islamiyah che, nel 2009, ha organizzato la doppia incursione contro gli hotel JW Marriott e Ritz Carlton di Giacarta. Da allora il movimento sta ricostruendo, pazientemente, la propria base ed i propri contatti in Indonesia anche se sembra aver abbandonato il progetto di perseguire la costruzione di un califfato trans-nazionale in Asia Sudorientale. L'obiettivo degli islamisti è l'Indonesia anche se potrebbero cercare di consolidare le proprie posizioni nelle Filippine meridionali, che potrebbero fungere da base logistica.
La Jemaah islamiyah non è l'unico elemento che minaccia la stabilità dell'Indonesia. Negli ultimi anni la nazione è stata sconvolta da una serie di attacchi mortali. Tra questi ci sono l'attentato terroristico del 2016 contro lo Starbuck Coffee di Giacarta costato la vita a quattro civili, quello contro una stazione degli autobus della capitale che ha provocato la morte di tre poliziotti, l'attentato contro una chiesa nel Kalimantan che ha portato alla morte di una bambina di due anni ed al ferimento di altri bambini. Un altro episodio di violenza ha avuto luogo nel maggio del 2018 quando due famiglie sono state protagoniste di attentati suicidi nelle chiese di Surabaya ed una dozzina di persone ha perso la vita.
Nel corso della Domenica delle Palme del 2021 è stato portato a termine un attentato suicida contro la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Makassar, nelle isole Sulawesi meridionali. L'esplosione, che ha portato alla morte dei due attentatori ed al ferimento di venti persone, ha suscitato una forte condanna da parte della comunità internazionale e ad una proclamazione di solidarietà verso la Chiesa in Indonesia.
Il gruppo terroristico locale denominato Jamaah Ansharut Daulah si è dimostrato particolarmente attivo ed è ritenuto responsabile dell'attentato contro tre chiese di Surabaya del 2018 e di altri episodi terroristici che hanno avuto luogo tra il 2016 ed il 2017. Il gruppo, considerato molto vicino all'Is, è stato designato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti nel 2017, mentre nel 2018 la Corte Distrettuale di Giacarta meridionale ne ha chiesto l'immediato smantellamento ai sensi della legge anti-terrorismo del 2002. La polizia indonesiana ha riferito che almeno uno dei due autori dell'attentato suicida della Cattedrale del Sacro Cuore a Makassar è membro del Jamaah Ansharut Daulah.
L'Indonesia, che in passato è stata lodata dalla comunità internazionale per la sua pronta reazione e risposta ad alcuni attentati terroristici, ha di fronte a sé un compito difficile. La pandemia, oltre ad essere una grave emergenza sanitaria, causa danni ai sistemi economici e può aumentare la povertà e l'alienazione sperimentata dalle fasce più fragili della popolazione. Il governo del Presidente Joko Widodo dovrà evitare che questi sviluppi si traducano in maggiori opportunità di reclutamento per i terroristi e per farlo dovrà agire su un doppio fronte. Il contrasto sul campo ai radicali islamici e l'implementazione di programmi di supporto sociale ed economico nei confronti dei più poveri. L'inclusione e il dialogo possono essere molto efficaci nell'arginare la minaccia terroristica.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
Un rapporto di Human Rights Watch del 29 marzo denuncia le discriminazioni contro le donne a causa delle leggi sulla Wilaya maschile (una sorta di guardiano come in Arabia Saudita), che impone il consenso di un uomo della famiglia su questioni fondamentali come il matrimonio, i viaggi e l'accesso a certi tipi di assistenza sanitaria, come le cure ginecologiche.
"Le ragazze vivono in una quarantena perenne - dice Asma, una donna di 40 anni a Hrw - For girls. Quello che il mondo sta subendo ora con la pandemia per le giovani in Qatar è la normalità. Io volevo frequentare un'università all'estero ma non ho potuto, sebbene avessi una borsa di studio".
L'ong con sede a New York, che ha intervistato decine di donne per redigere il suo rapporto, afferma che nonostante alcune iniziative intraprese in favore dei diritti delle donne, inclusa l'istruzione e la protezione sociale, il Qatar resta ancora indietro rispetto ai vicini del Golfo, se si pensa ad esempio all'Arabia Saudita, che nel 2019 ha permesso alle donne adulte di viaggiare senza permesso. Una di loro ha raccontato di vivere in uno stato simile ad una "costante quarantena".
Il rapporto di 94 pagine, dal titolo "Tutto quello che devo fare è legato a un uomo", analizza le regole e le pratiche del sistema di tutela maschile. Tra le altre cose, le donne non sposate sotto i 25 anni necessitano dell'approvazione di un guardiano per viaggiare all'estero. E possono essere soggette a divieti di viaggio a qualsiasi età da parte di mariti o padri.
Il sistema nega inoltre alle donne l'autorità di agire come tutore principale dei loro figli, anche quando sono divorziate e hanno la custodia legale, aggiunge Hrw, secondo cui "la tutela maschile rafforza il potere e il controllo che gli uomini hanno sulle vite e le scelte delle donne e possono favorire o alimentare la violenza, lasciando alle donne poche opzioni praticabili per sfuggire agli abusi delle loro famiglie e dei loro mariti". L'emirato - già sotto i riflettori internazionali per le condizioni dei migranti che lavorano nei cantieri per i Mondiali di calcio dell'anno prossimo - ha descritto il rapporto di Hrw come "impreciso", ma ha spiegato che farà delle indagini sui casi segnalati e punirà eventuali abusi.
di Michela A.G. Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2021
Il dissidente Aleksej Navalny, che ha iniziato lo sciopero della fame il 31 marzo scorso, è stato trasferito nel reparto ospedaliero della colonia penale dove sconta una pena di quasi tre anni. Ufficialmente il detenuto è stato spostato "per un trattamento vitaminico", riferiscono le autorità penitenziarie. Non era quello che avevano chiesto familiari e collaboratori: per i suoi medici di fiducia, la vita dell'oppositore è gravemente in pericolo: l'accusa rivolta al Cremlino dalla squadra di Navalny è quella di "omicidio al rallentatore" e di "tortura".
Per questo era stato chiesto il trasferimento in un ospedale civile. Entra in gioco anche la Corte europea dei Diritti dell'uomo: Navalny si è appellato ai giudici di Strasburgo denunciando maltrattamenti, deprivazioni del sonno, violenza psicologica e verbale e mancata nutrizione in cella. I togati chiedono al Cremlino chiarezza sulla salute del blogger, ma Mosca ha invece deciso di secretare ogni documento che lo riguarda.
Negli ultimi giorni leader politici, istituzioni e perfino celebrità hanno inviato numerosi appelli al presidente russo Putin affinché permetta al dissidente di curarsi. Ma, ha risposto ieri il portavoce di Putin, Dimitry Peskov, "lo stato di salute dei prigionieri russi non dovrebbe essere di loro interesse, non prendiamo in considerazione queste dichiarazioni in nessun modo".
Domani previste proteste in tutte le città russe: a organizzarle è stato il Fondo anti-corruzione, organizzazione creata dall'oppositore dieci anni fa, che ora i procuratori di Mosca vorrebbero far rientrare nella lista dei gruppi estremisti come Isis e al Qaeda.
Un altro fronte si è aperto nella Repubblica Ceca: le autorità di Praga hanno accusato agenti segreti della Federazione - membri dell'agenzia Gru, la stessa ritenuta responsabile dell'avvelenamento di Serghey Skripal in Gran Bretagna - dell'esplosione di un deposito di munizioni nel 2014. Espulsi 18 diplomatici russi dall'ambasciata. In risposta, Mosca ha subito cacciato 20 diplomatici cechi.
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