di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 aprile 2021
Il paese sta in quella vigilia, un istante prima della vendetta dei talebani, un istante prima che venga scagliata la pietra della lapidazione su inermi e perseguitati. La violenza contro le donne (e gli animali) sta alla radice della violenza degli animali umani. Ed è la situazione nella quale i due connotati opposti, coraggio e viltà, coincidono teatralmente. L'uomo - il vigliacco - che picchia la "sua" donna, o la donna "di tutti", è tipicamente virile. Una faticosa trafila poetica provò a raddrizzare il tiro facendo dell'uomo valoroso il paladino della debolezza femminile: debolezza che la cavalleria confermava.
La sproporzione, materiale e culturale, nell'esercizio della violenza fra i sessi resta colossale anche dove più forte è il progresso dei costumi, comunque la si misuri: i posti percentuali occupati da donne che hanno ucciso uomini, o da donne detenute, sono incomparabilmente più bassi di quelli occupati da donne nei consigli di amministrazione. Se prendiamo un altro caso esemplare di coincidenza fra viltà e pretesa di audacia virile, la violenza "di branco", o quella della folla, ritroviamo quel contenuto fondante.
L'Afghanistan restituito "agli afghani", cioè, oggi, ai talebani, è il luogo doppiamente esemplare, del vanto del coraggio virile e della metodica violenza su bambine e donne, ora resa più accanita dall'ansia di vendicare l'oltraggio di una parziale loro liberazione. Certo è assurda una guerra internazionale dei vent'anni in una repubblica islamica asiatica di nemmeno 40 milioni di persone. Vent'anni fa si rispondeva all'11 settembre. Siccome non si stana e uccide Bin Laden mettendo più di 100 mila soldati sul campo, si evocò l'effetto collaterale della liberazione dal carcere duro domestico delle donne afghane. Domenica, l'altro ieri, Farhad Bitani, l'autore de "L'ultimo lenzuolo bianco", intervistato da Maria Cuffaro, raccontava che solo qualche giorno fa a una ventina di chilometri dalla base militare italiana di Herat c'era stata la fustigazione pubblica di una donna: lo diceva perché immaginassimo che cosa sarà quando le forze internazionali avranno lasciato il paese. Ospite a Herat, visitai il famoso carcere femminile finanziato dagli italiani (molte cose notevoli facevano quelle e quegli italiani in divisa) e adibito a rifugio per le donne minacciate di morte dai "loro" uomini.
È terribile annunciare una protezione a inermi e perseguitati e poi lasciare il campo. Chi voglia può trovare in rete i video delle lapidazioni pubbliche in Afghanistan (e non solo) e istruirsi sulle modalità delle pietre da scagliare: non troppo piccole che non facciano male non troppo grandi che abbrevino il supplizio.
Il libro importante di Peppino Ortoleva "Sulla viltà" (Einaudi) ricostruisce la "virtù maschile" del coraggio e l'autoindulgenza verso il "delitto collettivo", la folla assassina che perde la testa, come nel linciaggio, e la mattina dopo si rivendica anonima e dunque irresponsabile. "La folla che aggredisce è insieme istigatrice all'azione e riparo dentro cui rifugiarsi".
Ebbene, quel meccanismo ha la sua scena madre nella lapidazione dell'adultera che Gesù sventa in extremis. Quella piccola folla aspetta solo che parta la prima pietra, a scagliarla potrà essere il più vile, fatto forte degli altri che lo spalleggiano, o il più ardito, quello che prende l'iniziativa, e potrà essere la stessa persona: è la prima pietra che occorre fermare, perché fra un istante diventerà la furia della gragnuola. Prima del commiato ortodosso del "non peccare più", Gesù interrompe la legge, e la tradizione più forte della legge, vecchia "come il mondo", e per farlo inventa il più azzardato degli espedienti: scarabocchiare per terra, attirare l'attenzione per distrarla dalla sventurata, riportare gli invasati della sassaiola a individui sconcertati che si interrogano l'un l'altro su quello stravagante.
E fra un momento si interrogheranno, ciascuno, se sia senza peccato, e che cosa voglia dire davvero, e se ne andranno vergognandosi. La prima pietra della lapidazione è come una precipitazione chimica: c'è un breve fermo immagine dentro il quale può insinuarsi una difesa, una deviazione, un interdetto. L'Afghanistan sta in quella vigilia. Le forze di occupazione militare non sono Gesù, e conoscono esse stesse la complicità deresponsabilizzante nella violenza e la viltà della strapotenza. Ma la concretissima, sporchissima scena afghana riproduce sulla scala dall'uno ai milioni la radice in cui si confondono coraggio e viltà, degli antichi e dei moderni.
di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Oltre nove mesi dopo. Sul caso dell'"international specialist" italiano alle dipendenze dell'Onu si indaga sia in Colombia che in Italia, sono finiti sotto indagine i poliziotti che hanno permesso il presunto inquinamento delle prove, sono state fatte promesse e dichiarazioni di disponibilità a collaborare da parte delle istituzioni italiane e colombiane. Ma niente di concreto è emerso durante tutto questo tempo.
Il 15 luglio 2020 le Nazioni Unite comunicano alla famiglia di Mario Paciolla che il corpo del loro familiare è stato ritrovato senza vita, lo classificano come suicidio e chiedono ai genitori se sono interessati a far rimpatriare la salma. Sono passati oltre nove mesi da quel giorno, più di 270 giorni in cui sono state formulate diverse ipotesi sulle cause della morte. Sono state aperte due inchieste, una in Colombia e una presso la Procura di Roma, sono finiti sotto indagine i poliziotti che hanno permesso il presunto inquinamento delle prove, sono state fatte promesse e dichiarazioni di disponibilità a collaborare da parte delle istituzioni italiane e colombiane, ma nessuna novità ufficiale sul caso è emersa durante questo lungo periodo di attesa.
La Procura di Roma sta portando avanti l'indagine internazionale affidata agli agenti del Ros e ha ritenuto opportuno non condividere le informazioni raccolte tramite l'autopsia del medico legale Vittorio Fineschi, i reperti raccolti sul campo e gli interrogatori ai membri della Missione di Verifica dell'Onu per cui lavorava Mario Paciolla, per non rischiare di compromettere il lavoro investigativo. Dalla Colombia, oltre al referto della prima autopsia che descrive parte della scena del delitto e le ferite trovate sul corpo di Mario Paciolla, sono trapelate solo informazioni ufficiose e non si conoscono i risultati di ulteriori accertamenti o dell'indagine riguardante gli agenti di polizia.
ll silenzio e la discrezione sono anche gli elementi che in questi mesi hanno caratterizzato la strategia comunicativa delle Nazioni Unite. Mario Paciolla era assunto come International Specialist all'interno del programma United Nations Volunteers, posizione che richiede un'esperienza internazionale e un curriculum eccellente ma che inquadra il lavoratore in una posizione gerarchica molto bassa. Secondo la giornalista investigativa e amica di Paciolla Claudia Duque, uno dei motivi delle frizioni tra Mario e la Missione Onu era stato anche il trattamento diseguale nei confronti dei lavoratori delle Nazioni Unite inquadrati come "volontari".
In nove mesi l'Onu non ha fornito spiegazioni pubbliche sull'accaduto, né in forma privata alla famiglia. Quando sollecitato dai giornalisti il portavoce del Segretario delle Nazioni Unite ha manifestato e ribadito la collaborazione dell'organizzazione con le autorità italiane e colombiane. Non è ancora chiaro inoltre se si sia proceduto a sollevare dall'immunità diplomatica i funzionari che potrebbero, attraverso omissioni o inadempienze, essere coinvolti nella vicenda. Il responsabile della sicurezza della Missione, Christian Thompson Garzòn, prima persona accorsa sulla scena del delitto è stato al centro di diverse polemiche perché secondo la giornalista Duque avrebbe ripulito la stanza dove giaceva il corpo di Paciolla e requisito i suoi dispositivi elettronici. Tale comportamento, se confermato, appare in contraddizione con il compito del responsabile della sicurezza della Missione che dovrebbe essere al corrente delle linee guida previste dalle Nazioni Unite in caso di morte di un lavoratore. Nel "Handbook for Actioning in Case of Death in Service", il documento del 2011 che illustra tali procedure, viene specificato che i membri delle Nazioni Unite, in caso di morte di un loro collega, dovrebbero assicurarsi che la scena del delitto non venga manomessa e sono tenuti a chiudere a chiave la stanza in attesa dell'arrivo della polizia e delle autorità competenti.
Nel frattempo la famiglia Paciolla supportata dall'incessante lavoro dei propri legali, da una parte e dall'altra dell'Oceano Atlantico, continua la sua ostinata ricerca della verità e della giustizia, chiedendo a chi ha conosciuto Mario di raccontare, di far emergere cosa è successo nei giorni e nelle settimane precedenti alla sua morte violenta, per capire cos'è che lo ha messo sotto pressione, lo ha convinto a comprare un volo per l'Italia e a scappare, come sostengono i genitori, per salvarsi e ritrovare la tranquillità di un luogo sicuro.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 aprile 2021
Parla Anna Rossomando, responsabile giustizia Pd. Un intervento di sistema, in un'ottica totalmente garantista, partendo da un presupposto fondamentale: riduzione dei tempi. E su questo punterà il Pd con gli emendamenti al ddl sul processo penale, per la cui presentazione la scadenza in Commissione Giustizia è fissata a venerdì.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 21 aprile 2021
Un detenuto ogni cinque presenti in carcere ha ricevuto la prima dose di vaccino. È stato infatti superato ieri il traguardo delle prime diecimila somministrazioni: il totale registrato dall'Anagrafe nazionale vaccini del Ministero della Salute ne conta 10.054 (+1.569 rispetto alla settimana scorsa) su una popolazione di 52.471 effettivamente presenti nei 190 istituti penitenziari italiani.
di Thomas Pistoia
iltaccoditalia.info, 21 aprile 2021
Il giurista Vincenzo Musacchio commenta la dichiarazione della Consulta. Il 13 giugno 2019 la Corte Europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato l'Italia, dichiarando che l'ergastolo ostativo non rispetta la dignità umana. La Corte Costituzionale, qualche giorno fa, si è adeguata e ha dichiarato la pena incostituzionale. Abbiamo chiesto a Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, già allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, di aiutarci a comprendere meglio quanto sta accadendo.
di Bernardino Tuccillo
Il Riformista, 21 aprile 2021
Caro Riformista, è una novità clamorosa che persino il pm d'assalto Henry John Woodcock si sia schierato per la separazione delle carriere tra pm e giudici e per sottrarre le nomine ai vertici degli uffici giudiziari alla discrezionalità di un Csm dilaniato dalla lotta tra correnti politicizzate, puntando dunque su merito e sorteggi. Credo che tutto l'arco delle forze davvero riformiste dovrebbero fare dell'iniziativa per una seria ed efficace riforma della giustizia il cuore della propria agenda programmatica. Per 35 anni le posizioni di parte significativa della sinistra si sono identificate con un rigetto delle iniziative prima di Craxi e poi di Berlusconi sul tema, che si riteneva, per il secondo con qualche ragione, fossero più interessate a mettere a mettere la mordacchia all'iniziativa "autonoma" e all'indipendenza della magistratura che a realizzare una compiuta riforma di sistema.
Credo abbia ragione il direttore Piero Sansonetti: "La sinistra nasce garantista, non giustizialista e forcaiola, si è sempre battuta per estendere e consolidare i diritti, anche quelli individuali, e mai per comprimerli". È un'anomalia tutta italiana che posizioni da "Santa Inquisizione" abbiano rappresentato uno dei tratti identitari delle forze cosiddette progressiste che hanno prodotto, di recente, lo sconfortante risultato di una riforma illiberale della prescrizione dei processi (su cui è auspicabile che il nuovo governo voglia intervenire).
Mi sentirei più sicuro in un Paese dove due magistrati non convengono sul fatto che "Salvini forse ha ragione, ma bisogna colpirlo" come emerge dal libro-intervista di Luca Palamara, anche se censuro politicamente le scelte dell'ex ministro degli Interni. Vorrei vivere in una città dove i procedimenti aperti sul primo cittadino non siano esaminati da suoi ex colleghi che magari hanno preparato il suo stesso concorso e con i quali ci sono, probabilmente, rapporti di cordialità e sintonia che culminano nella partecipazione a iniziative comuni come presentazioni di libri e altro.
È pretendere troppo che i magistrati che conducono le indagini siano da reclutare con un concorso diverso dai giudici che su quelle indagini devono pronunciarsi? È eversivo pretendere che accusa e difesa siano posti su un piano di assoluto equilibrio e pari dignità? Perché i magistrati, in caso di evidenti errori giudiziari commessi per colpa grave o negligenza, non dovrebbero rispondere in prima persona, così come avviene per tutte le altre categorie (medici, avvocati, ingegneri, amministratori pubblici), e al loro posto devono essere chiamati lo Stato e l'Erario pubblico a risarcire il danno procurato per una ingiusta detenzione, per esempio?
Non siamo al cospetto di un privilegio castale medievale e intollerabile? Perché non pretendere che le nomine al vertice degli uffici giudiziari siano svincolate da logiche correntizie e quindi politiche? E che i procuratori rispondano esclusivamente alla propria coscienza e professionalità e siano ispirati solo dal dovere di assicurare legalità e giustizia?
Le forze democratiche e di progresso hanno il dovere di impegnarsi per una Giustizia davvero equa e giusta, che rappresenti uno dei cardini della nostra democrazia, incentrata sulla separazione dei poteri, che non solo sia ma che appaia anche libera e indipendente, che si dimostri all'altezza dei compiti fondamentali che la nostra Costituzione le ha assegnato. Si tratta di un tema cruciale per il futuro del nostro Paese. Ambiguità, mediazioni al ribasso e ritardi non appaiono più ammissibili.
di Marina Piccone
L'Osservatore Romano, 21 aprile 2021
A distanza di 10 anni dalla promulgazione della legge 62/2011, in Italia di case protette per detenute madri ce ne sono solo due una a Roma e l'altra a Milano. Una villa bella ed elegante con un grande giardino intorno, pini altissimi e alberi di ulivo. Si tratta di una casa famiglia protetta per donne che devono scontare una pena e che hanno bambini piccoli.
di Matilde Scuderi
tuttieuropaventitrenta.eu, 21 aprile 2021
Lo scoppio della pandemia del marzo 2020 si è accompagnato ben presto ad un'altra deflagrazione: quella delle rivolte nelle carceri. Si è trattato di espressioni di un forte disagio dei detenuti, provocato certo dal paradosso di trovarsi in lockdown all'interno di un istituto penitenziario, ma anche (forse soprattutto) dalla paura: allora contro il virus non c'erano armi e il divampare di un focolaio in un carcere sovraffollato avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche. La sanità penitenziaria ha governato la situazione magistralmente, attuando in un primo momento un rigido cordone sanitario che oggi, fortunatamente, si è allentato per lasciare spazio alla gestione della vaccinazione di detenuti e personale.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 21 aprile 2021
Bonafede tentenna, il Pd sbuffa. Quando i dispacci diramati da Via Arenula hanno preso a circolare, prospettando una soluzione preventiva che evitasse l'inasprirsi delle ostilità, Alfonso Bonafede c'ha provato, a tenere a prendere tempo.
"Fatemi confrontare coi miei, sapete che per noi il tema è delicato", ha fatto sapere l'ex Guardasigilli ai collaboratori di quella Marta Cartabia che lo ha succeduto al ministero della Giustizia. E che, tramite la sua commissione di esperti, una mediazione su come superare la prescrizione, puntando sulla certezza delle fasi processuali, l'ha trovata.
Il tutto, ovviamente, prima che sul dibattito riservato tra i partiti irrompesse il frastuono del video di Beppe Grillo. Che è, certo, una questione privata. Ma visti i toni utilizzati dal comico genovese, la sua scombiccherata arringa in difesa del figlio Ciro accusato di stupro in nome della tutela degli indagati, ha messo ancor più in imbarazzo i parlamentari del M5S È un po' l'effetto Ciro sulla prescrizione, insomma.
Un inciampo comunicativo che stronca buona parte della combattività dei deputati grillini, che già si preparano all'assedio in commissione Giustizia alla Camera, dove entro venerdì verranno depositati gli emendamenti al disegno di legge sulla riforma del processo penale. "Alla luce della sopraggiunta sensibilità garantista di Grillo qualsiasi arroccamento del M5s sulle vecchie posizioni giustizialiste risulterebbe davvero poco sostenibile", spiega il deputato dem Carmelo Miceli uscendo dalla riunione convocata da Anna Rossomando, responsabile nazionale Giustizia per il Nazareno, che ha indicato ai colleghi l'opportunità imperdibile di varare una riforma organica del processo penale, "tenendo fermo l'obiettivo assoluto della ragionevole durata".
E certo, tutti dal Pd sperano anche che né i calendiani di Azione, né Italia viva, procedano per provocazioni. "Perché questo porterebbe i grillini a irrigidirsi di nuovo", prosegue Miceli. E in effetti loro, i grillini, sono già in trincea. "Io da presidente della commissione Giustizia vorrei mantenere una certa neutralità", mette le mani avanti Mario Perantoni, che poi però subito, da Cinque Stelle tutto d'un pezzo, non può che suonare la sua campana: "Mi limito a ricordare che il M5s, entrando in questo governo, ha ribadito la condizione che su certe battaglie non si sarebbe tornati indietro".
Ma è evidente che se perfino il Pd vede prossima l'opportunità di una svolta, figurarsi cosa avviene dalle parti di Forza Italia. "Noi non possiamo che accogliere con gioia Grillo nella grande famiglia dei garantisti", se la ride l'azzurro Pierantonio Zanettin. "Ed è per questo - aggiunge - che ci aspettiamo una mediazione di alto livello dalla ministra".
Perché poi, al di là delle dissimulazioni di prammatica, sono tutti consapevoli che la soluzione verrà da lì, da Via Arenula. E anzi Bonafede, proprio per difendere la riforma che porta il suo nome, nelle scorse settimane aveva provato a dettare la linea della fermezza: "Dobbiamo convincere gli altri partiti a rimandare la presentazione degli emendamenti finché non arriveranno quelli del governo", aveva catechizzato i suoi.
Tentativo fallito, perché il renziano Catello Vitiello, fiutando l'inghippo, s'era messo di traverso. E dunque da venerdì inizia la baruffa, a Montecitorio, ma con la sottaciuta consapevolezza che la mediazione necessaria sarà poi la Cartabia, a indicarla. E il gruppo di lavoro che la ministra ha creato a metà marzo, presieduto dal presidente emerito della Consulta Giorgio Lattanzi, una via l'ha già indicata ai responsabili dei vari partiti.
È quella che porterebbe al mantenimento della sospensione della prescrizione dopo il primo grado, salvaguardando così l'onore grillino, ma definendo poi dei tempi fissi per l'Appello e la Cassazione oltre i quali si procederebbe a una progressiva riduzione della condanna. È un po' il sistema in vigore anche in altri paesi europei, come la Spagna e la Germania, ed è valido a scongiurare il rischio del processo infinito.
"Ma è anche la soluzione minima", mugugnano in Forza Italia. Anche Enrico Costa, deputato di Azione e in guerra permanente col M5s, si tiene le mani libere: "Noi presenteremo emendamenti di tutti i generi pur di cancellare lo stop alla prescrizione".
E insomma pare farsi largo l'ipotesi di un intervento più drastico, pure questo vagliato dal comitato di giuristi a servizio della Cartabia, che introduca cioè l'improcedibilità dell'azione penale o l'ineseguibilità della sentenza oltre la scadenza dei termini fissati per il secondo grado. Ma così, forse, lo smacco al M5s sarebbe eccessivo. Anche dopo il video di Grillo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 aprile 2021
A tre giorni dal termine per presentare modifiche al ddl penale, il responsabile giustizia di Azione avverte gli alleati di governo che sulla norma cara ai 5 stelle non accetterà "soluzioni pasticciate". Invece Leu interviene con proposte che non eliminano l'ipotesi del processo eterno per i condannati in primo grado. Sta per riaccendersi il solito incendio.
Ci risiamo. "Basta passi indietro sull'addio alla prescrizione di Bonafede", dice Enrico Costa. Lo fa il giorno in cui si infittiscono le voci su una "linea moderata" di altre forze governative, come Leu, rispetto alla norma cara ai 5 stelle. Il responsabile Giustizia di Azione ed ex viceministro a via Arenula annuncia di voler presentare propri emendamenti entro venerdì. Alle 17 di quel giorno scade, in commissione Giustizia alla Camera, il termine per depositare proposte di modifica alla riforma del processo penale. È il momento della verità. Come riportato da Domani, uno dei protagonisti del confronto, Federico Conte di Leu, ha pronto un nuovo schema che prevede la decadenza dell'azione penale, la cosiddetta prescrizione di fase, solo in quei giudizi d'appello successivi a un'assoluzione in primo grado.
Qualora invece in primo grado ci sia una condanna, il parlamentare di Leu, avvocato penalista come Costa, lascerebbe in sostanza inalterato lo schema del lodo Conte bis, che prende il suo nome: in quel caso la prescrizione resterebbe abolita come previsto dalla famigerata norma Bonafede. La sola mitigazione consisterebbe in 45 giorni di sconto, sulla pena eventualmente inflitta, per ogni 6 mesi di sforamento rispetto alla durata massima prevista (ma solo in via "ordinatoria") nel ddl penale per il secondo grado, che è di due anni. Ipotesi sulla quale, va ricordato, lo stesso ex guardasigilli del M5S si era detto disponibile a discutere.
Il timore di Costa è che almeno in prima battuta il Pd converga sulla "attenuazione minima" già delineata da Conte. "Appena si è insediato il governo Draghi", riepiloga il responsabile Giustizia di Azione, "abbiamo responsabilmente ritirato gli emendamenti sulla prescrizione al decreto Milleproroghe.
Abbiamo anche digerito la scelta di mantenere il ddl Bonafede di riforma del processo penale come testo base sul quale presentare gli emendamenti. Stiamo prendendo atto, pur senza condividerlo, del fatto che il governo non ha intenzione di sgombrare il campo dallo stop alla prescrizione prima dell'esame del ddl penale. Tre passi indietro che", avverte Costa, "si giustificano solo se all'orizzonte se ne intravede uno avanti significativo, decisivo, chiaro e non pasticciato. Esattamente come gli emendamenti che depositeremo venerdì. Ora la maggioranza è a un bivio", conclude il deputato.
A dire il vero, che le modifiche alla norma Bonafede sarebbero arrivate solo all'interno della riforma penale era diventato pacifico già quando, pochi giorni dopo il giuramento da ministra, Marta Cartabia aveva promosso l'ordine del giorno sulla ragionevole durata del processo. Così sarà, dunque. Nel giuro di poche ore, dagli emendamenti si comprenderà meglio l'orizzonte entro cui intende muoversi ciascun partito, compreso il Pd. Dopodiché anche passato venerdì, avranno tempo per proporre ulteriori modifiche sia la guardasigilli sia i relatori della riforma. Uno dei quali è Franco Vazio, vicepresidente dem della commissione Giustizia. La partita insomma è ancora tutta da giocare.
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