entilocali-online.it, 22 aprile 2021
La Polizia penitenziaria può sorvegliare ma non ascoltare le conversazioni dei detenuti. Il 9 aprile 2021 il Garante per la protezione dei dati personali e l'Autorità Garante dei diritti dei detenuti hanno rilasciato un Comunicato congiunto, col quale sono state espresse raccomandazioni e richiami sulla riservatezza nelle carceri italiane.
"Sorvegliare e punire". Questo è il titolo di uno dei libri più famosi sul modo in cui le carceri possono impattare sull'uomo e sulla sua psicologia, scritto da Michel Foucault, nel lontano 1975, ancora oggi studiato a Giurisprudenza. All'epoca in cui fu pubblicato, internet non esisteva e i computer erano grandi quanto grandi stanzoni. Oggi, invece, all'interno delle carceri i detenuti hanno la possibilità di entrare in contatto con i propri cari grazie alla tecnologia delle videochiamate.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 aprile 2021
Ddl penale, gli emendamenti. Slitta a martedì il termine (che scadeva domani) per le proposte di modifica alla riforma del processo, da depositare in commissione Giustizia alla Camera. Il capogruppo dem Bazoli: "Siamo al lavoro su uno schema di sanzioni processuali che, in caso di durata eccessiva del singolo stadio di un giudizio, possono consistere anche nella decadenza dell'azione penale". Il capo della delegazione azzurra Zanettin: "Dal fine processo mai non si può prescindere".
di Liana Milella e Conchita Sannino
La Repubblica, 22 aprile 2021
Costa di Azione si astiene sull'adozione del testo base dell'ex Guardasigilli Bonafede. Il Csm dice sì alla proposta Cartabia sul rinnovo parziale ogni due anni. Arriva la stretta sui giudici in politica. Maggioranza in crisi sulla giustizia alla Camera. Scontro sulla commissione parlamentare d'inchiesta sulla magistratura dove prevale il centrodestra di governo (Fi, Lega, Azione) e d'opposizione (Fratelli d'Italia), ma è d'accordo anche Italia viva.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Centrodestra e renziani uniti per incardinare l'esame della proposta di legge Gelmini per una commissione speciale sui rapporti tra i giudici e la politica e i media. Mentre il Consiglio superiore della magistratura dice sì alla proposta della ministra Cartabia di introdurre le elezioni di metà mandato.
La giustizia, non da sola, divide ogni giorno di più la larga maggioranza di governo. In commissione alla camera due scontri in una sola giornata. Il primo segna la vittoria, ma poco più che simbolica, per Pd, 5 Stelle e Leu. Perché è stato adottato come testo base per la riforma del Csm quello presentato dall'ex ministro Bonafede. Scelta accettata alcune settimane fa anche dalla ministra Cartabia. Perché tanto saranno gli emendamenti ai quali sta lavorando in gran segreto la commissione che ha insediato lei stessa in via Arenula (presidente il costituzionalista Luciani) a ridisegnare la riforma. Partendo dalla legge elettorale per i togati.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 22 aprile 2021
Il Senato ha votato il via libera definitivo alla direttiva europea che rafforza un principio calpestato ogni giorno. Anche Grillo dovrebbe far festa. Ora la parola a Cartabia per i decreti attuativi. Dovrebbe mettere da parte la rabbia e invece far festa in questi giorni Beppe Grillo, e fare un applauso al Senato che ha votato in via definitiva l'ingresso nella legge italiana della direttiva europea sul rafforzamento della presunzione di innocenza.
Una vera rivoluzione, in un Paese in cui l'articolo 27 della Costituzione è violato ogni giorno da conferenze stampa di pubblici ministeri che annunciano di aver sgominato la cosca di Tizio e Caio, e giù nomi e cognomi dei "colpevoli".
Un Paese in cui una torma di giornalisti amici dei pm e di editori terrorizzati dagli stessi pm dal loro potere di indagine e di manette mette alla gogna gli imputati sui giornali e negli show televisivi. Il Paese della vergogna con cui fu trattato dalla giustizia e dall'informazione Enzo Tortora, ma molto prima anche Piero Valpreda, quando un fotografo gli gridò "Alza la capocchia, mostro!".
Il Paese in cui un gruppo di pubblici ministeri milanesi si presentò davanti alle telecamere a protestare di non poter tenere in carcere cittadini innocenti secondo la costituzione perché in attesa di giudizio. Quei cittadini furono esibiti come colpevoli senza che nessuno battesse ciglio. Va ricordato che Ciro Grillo, figlio di Beppe e accusato insieme a tre suoi amici di aver stuprato una ragazza durante una vacanza in Sardegna di due anni fa, non ha subito nulla di tutto ciò. Anzi, ha goduto di due anni di silenzio da parte della procura di Tempio Pausania e di grande riservatezza: nessun atto giudiziario depositato in edicola, nessuna intercettazione sulle pagine di Repubblica o del Fatto quotidiano.
Eppure i tempi non sono cambiati, basta dare un'occhiata a qualche puntata di Report sulla Regione Lombardia. Certo, la direttiva europea del 2016 non si rivolge direttamente alla stampa, ma prosciuga alla fonte l'acqua della gogna mediatica. C'è persino da vergognarsi del fatto che ci sia stato bisogno di farsi tirare le orecchie dall'Europa per decidersi a recepire la direttiva europea, anche se con cinque anni di ritardo, perché il ministro Bonafede e i parlamentari del Movimento cinque stelle si erano sempre posti contro il provvedimento.
Così l'Italia, culla del diritto, era rimasta a fare il fanalino di coda in Europa, nonostante l'articolo 27 della Costituzione sia chiarissimo sulla presunzione di non colpevolezza. C'è da arrossire a rileggere i principi di civiltà della direttiva, laddove prevede che gli Stati membri dell'Europa adottino "le misure necessarie a garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza, non presentino la persona come colpevole". Per autorità pubbliche si intendono magistrati e poliziotti, ma anche ministri ed esponenti politici. Le fonti da cui sgorga l'acqua della gogna mediatica. Ora la parola passa alla ministra Cartabia per l'emanazione dei decreti attuativi. Fate presto.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 22 aprile 2021
Non solo numeri: il bilancio 2020 della Corte Costituzionale è fatto soprattutto di innovazione e scelte coraggiose. E certo anche di cifre, con le quali si documenta "la produttività" della Corte che non ha subito contraccolpi nonostante le difficoltà imposte dall'emergenza sanitaria. Con un'iniziativa editoriale, pensata "sul modello di altre Corti nel mondo", la Consulta dà conto della propria attività attraverso un annuario - il primo - disponibile da ieri sia in versione digitale che cartacea, e in doppia lingua (inglese e italiano).
Si tratta di 48 pagine in cui riassumere i mesi assai difficili della pandemia, e poi della ritrovata "normalità", attraverso "mezzi e metodi propri del resoconto contemporaneo": numeri, grafici, fotografie, link e approfondimenti. Strumenti che certificano anche l'impegno della Corte nella "sfida della multimedialità" con l'inaugurazione, nel 2020, di un profilo Twitter e di una libreria di podcast. La pubblicazione anticipa, ma non sostituisce, la consueta Relazione del presidente della Corte, che si terrà il 13 maggio alla presenza del presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato. In apertura troviamo un'intervista al presidente Giancarlo Coraggio che racconta di "una Corte sempre più "dentro" la realtà".
Due i passaggi chiave, richiamati dal presidente Coraggio: il ruolo fondamentale della Consulta nel sollecitare l'attività del legislatore e "l'emergere con forza di nuovi diritti fondamentali privi di tutela". "Mi rendo conto che, specie nell'attuale situazione politica, il Parlamento si trova di fronte a impegni non meno delicati e rilevanti. Tuttavia la Corte non finirà mai di sottolineare la necessità di un migliore raccordo tra le due Istituzioni", spiega Coraggio.
"È un fatto - sottolinea il presidente che i numerosi moniti con cui la Corte ha chiesto al legislatore di intervenire sono aumentati e sono in gran parte rimasti inevasi". I numeri parlano chiaro: i moniti al legislatore sono passati da 20 a 25 nel solo 2020, con la più recente pronuncia sull'ergastolo ostativo che fissa il termine per l'intervento del Parlamento.
"La pandemia non frena l'efficienza": il 2020 in cifre - Netto calo dei tempi del processo e riduzione delle pendenze. Nessuna frenata, con l'emergenza Covid, dell'efficienza della giustizia costituzionale: sono 281 le decisioni adottate dalla Consulta nel 2020 - 10 in meno del 2019 - ma, anche se la domanda è lievemente inferiore rispetto al 2019, la Corte conferma la sua "produttività". Il 2020, infatti, è iniziato con 314 giudizi pendenti: nel corso dell'anno ne sono arrivati 332 e ne sono stati definiti 342: il saldo finale è di 304 giudizi pendenti, e segna un - 3,2% rispetto al 2019. Si riduce, in particolare, la pendenza dei giudizi incidentali. Inoltre, è netta la riduzione dei tempi di risposta, i più bassi dal 2016: dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale delle ordinanze in via incidentale fino alla trattazione in udienza passano in media 226 giorni.
Le decisioni - "Processo penale, reati e sanzioni, lavoro, famiglia, ambiente, imposte e molte altre ancora sono le materie nelle quali è intervenuta la Corte nel 2020", spiega la Corte. Si prendano a titolo esemplificativo le decisioni su famiglia e tutela dei minori: "L'identità personale del figlio, secondo la Consulta - si legge nell'annuario - non è correlata esclusivamente alla verità biologica ma anche ai legami affettivi e personali sviluppatisi all'interno della famiglia: la sentenza n. 127 "salva" quindi la legittimazione a impugnare il riconoscimento del figlio, consapevolmente falso, purché il favor veritatis venga bilanciato con altri valori". E ancora: "Con la sentenza n. 230 - spiega la Consulta - viene invece lasciato al legislatore il riconoscimento dell'omogenitorialità all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, anche per realizzare una migliore tutela dell'interesse del bambino".
Composizione - Il 2020 è anche l'anno del cambio del 20 per cento del Collegio della Corte Costituzionale e di tre avvicendamenti alla presidenza. Da Marta Cartabia - prima donna alla guida della Consulta e oggi ministra della Giustizia - si è passati all'elezione di Mario Rosario Morelli a cui è succeduto, lo scorso dicembre, Giancarlo Coraggio. Mai così tante le donne nella storia della Corte, che con l'elezione a dicembre 2020 di Maria Rosaria San Giorgio nel collegio, sono diventate quattro.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 aprile 2021
Parere favorevole da Palazzo dei Marescialli al ddl bonafede. Ma il magistrato Nino Di Matteo protesta: "Diritti dei magistrati compressi". Il plenum del Csm ha votato favorevolmente allo stop alle porte girevoli tra politica e magistratura, parere arrivato proprio mentre la Commissione Giustizia adottava come testo base della riforma dell'ordinamento giudiziario quello elaborato dall'ex ministro Alfonso Bonafede. Un tema delicato, ha affermato Alessio Lanzi, relatore del parere, data "la diffusa percezione di una insidiosa compenetrazione fra i due ambiti, politico e giudiziario", notevolmente accresciuta dallo scandalo Palamara.
La norma Bonafede, in sostanza, prevede l'ineleggibilità dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari alla carica di parlamentare nazionale ed europeo, consigliere regionale o presidente di regione (o di provincia autonoma) nella circoscrizione elettorale nei quali abbiano esercitato le funzioni giurisdizionali nei due anni precedenti la candidatura. Stesso divieto è previsto in relazione alla carica di sindaco di comune con più di 100mila abitanti, nel caso in cui nei due anni precedenti abbiano svolto funzioni giurisdizionali nel territorio della provincia in cui è ricompreso il comune. All'atto dell'accettazione della candidatura il magistrato dovrà essere in aspettativa senza assegni da almeno due mesi. I magistrati candidati e non eletti non potranno poi essere ricollocati in ruolo presso un ufficio avente sede nel territorio della Regione nella cui circoscrizione non sono stati eletti o in un ufficio del distretto nel quale esercitavano le funzioni al momento della candidatura. Previsto, inoltre, per tre anni il divieto di svolgere funzioni di gip/gup e requirenti e di presentare domanda per posti direttivi e semidirettivi.
Per i magistrati eletti, alla cessazione della carica, è prevista la perdita dell'appartenenza ai ruoli della magistratura e il loro inquadramento in un ruolo autonomo del ministero della Giustizia, di un altro ministero o della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella sua relazione, Lanzi ha espresso una valutazione complessivamente positiva della disciplina, pur evidenziando "alcuni profili di problematicità" e auspicando "una maggiore armonizzazione tra le disposizioni complessive del Capo III che sembrano quindi presentare una certa incongruenza, laddove si consideri la severità del regime applicabile al magistrato che abbia svolto un mandato elettivo o un incarico di governo anche assai breve, ovvero di quello riferibile al magistrato candidato che non sia stato eletto".
Un Capo la cui impostazione complessiva è ritenuta eccentrica, in quanto "contiene previsioni funzionali a limitare grandemente le scelte professionali del magistrato considerate a rischio di appannamento della sua immagine d'imparzialità, fino ad imporgli una sostanziale scelta a monte tra esercitare il suo diritto a partecipare alla vita politica in prima persona o continuare a svolgere le funzioni giudiziarie". Secondo Area, rappresentata dal togato Giuseppe Cascini, è "pienamente condivisibile" la proposta contenuta nel ddl Bonafede. "Si tratta di tutelare l'immagine di imparzialità e di indipendenza del magistrato che è compromessa anche nel caso in cui un magistrato si candidi nella sede dove presta servizio", ha detto Cascini.
Il riferimento, pur senza citarlo per nome e cognome, è al pm Catello Maresca, "un magistrato che esercita la giurisdizione nella città dove è, di fatto e agli occhi di tutti, candidato alla carica di sindaco". L'unico voto contrario a questa parte del parere del Csm è stato espresso da Nino Di Matteo, "perché così come è prospettato il ddl rischia di comprimere indebitamente il diritto del magistrato di scegliere un impegno politico finendo per azzerare la presenza di magistrati in Parlamento, presenza che nel tempo ha fornito un contributo importante".
E "il nodo delle commistioni improprie tra politica e giustizia" non si può affrontare "comprimendo il diritto di un magistrato a scegliere di candidarsi ad un un incarico politico". Voto favorevole da parte di Sebastiano Ardita, togato di Autonomia e Indipendenza, che ha definito paradossale il dibattito in cui "ci si occupa in modo formale del problema della candidatura in politica dei magistrati e non si spende neppure una parola sul vero problema che oggi è sotto i nostri occhi: la politica interna alla magistratura, la sua ricerca di consenso, i poteri enormi che determina nelle nomine e la sua capacità di incidere sugli altri poteri dello Stato.
Nelle chat di Palamara di questo delicatissimo aspetto c'è tutto, e qui oggi non ho sentito spendere una sola parola su tutto questo". Caduta, inoltre, la censura di incostituzionalità del Csm al ddl Bonafede sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario, contenuta nel parere messo a punto dalla Sesta Commissione.
È stato infatti approvato un emendamento, sottoscritto da tutti i componenti laici, con il quale si sopprime la premessa del capitolo sulla nuova disciplina sul conferimento degli incarichi direttivi, secondo la quale la scelta del legislatore di cristallizzare in una legge le norme che il Csm si è già dato con una circolare avrebbe determinato "una complessiva limitazione del potere discrezionale del Consiglio" ponendosi "in contrasto" con i principi di autonomia e indipendenza della magistratura e con il ruolo stesso del Consiglio, delineato dalla Costituzione. Approvata invece la parte del parere sulle norme che riguardano l'organizzazione degli uffici giudiziari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La lunga galleria degli orrori del processo mediatico: quando il presunto colpevole è processato e condannato a mezzo stampa. "Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in innocentisti e colpevolisti - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Tortora in questo è un caso esemplare": così scriveva il 5 maggio 1987 Leonardo Sciascia su El Pais.
L'articolo iniziativa così: "Marco Pannella è il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge e della giustizia" e forse anche per questo fu l'unico articolo di Sciascia che nessun quotidiano o periodico volle pubblicare. Ma questa è un'altra storia; però quelle parole sono significative di come il nostro Paese faccia da sempre fatica ad accettare un approccio laico e consapevole della giustizia.
Un sintomo di questo giustizialismo etico e populista è proprio il processo mediatico: potremmo dire che prese il via proprio con Enzo Tortora. Era il 1983 e i militari, per trasferire il noto conduttore, accusato ingiustamente di associazione camorristica, nel carcere di Regina Coeli, aspettarono che fosse mattina presto per garantire ai fotografi la prima fila davanti all'Hotel Plaza e riprendere il giornalista con i ceppi ai polsi. Da allora è stato un susseguirsi di processi mediatici, che sempre più hanno invaso quella sfera che dovrebbe rimanere circoscritta nelle aule giudiziarie.
Il 9 maggio 1997 la giovane studentessa Marta Russo fu raggiunta alla testa da un colpo di pistola che si rivelerà mortale, mentre passeggiava, in compagnia dell'amica Iolanda Ricci, in un viale dell'Università de La Sapienza di Roma. Mai come in quel caso la stampa ebbe la capacità di costruire i mostri, di spettacolarizzare gli eventi e di emettere la sentenza prima dei giudici. Come scrisse Francesco Merlo sul Corriere della Sera "dopo quelle politiche è questa la prima vera, grande istruttoria collettiva, una specie di apocalisse del delitto. Manca solo un numero verde per avere o dare suggerimenti ai pm o al questore o al capo della Mobile o, perché no?, agli imputati. È come se l'Italia intera dirigesse e seguisse le indagini, tutte le indagini minuto per minuto".
Per quel delitto furono condannati Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone. Quest'ultimo, scontata la pena, ottenne una cattedra all'Istituto Einaudi di Roma: vi rinunciò a causa del clamore mediatico.
Il tribunale del popolo non perdona: sulla stampa la condanna è a vita, purtroppo. Nel 2002 ad irrompere nelle nostre case fu il delitto di Cogne: il piccolo Samuele Lorenzi, secondo una sentenza definitiva, fu ammazzato nel lettone da sua madre Annamaria Franzoni che lo colpì 17 volte probabilmente con un utensile di rame. Come non scordare l'ormai celebre plastico di casa Lorenzi a Porta a Porta: "Quando ci fu il delitto di Cogne i giornali pubblicarono la pianta della casa. Erano plastici su carta. Noi abbiamo fatto quelli veri", disse Bruno Vespa a Vanity Fair.
Poi arrivò il delitto di Garlasco: il 13 agosto 2007 Chiara Poggi fu uccisa nella sua villetta di famiglia. Dopo cinque gradi di giudizio a finire in carcere è stato il fidanzato Alberto Stasi. La politica in quel mese non offriva spunti e quindi tutta l'attenzione venne data all'omicidio; persino Fabrizio Corona si recò nel piccolo paese in provincia di Pavia per contattare due cugine della vittima, finite per qualche giorno tra le sospettate non dei magistrati ma del popolo.
Alberto Stasi fu subito lombrosianamente condannato dalla stampa, come ricordò lo scrittore Alessandro Piperno sul Corsera: "Mi chiedo se Alberto Stasi, frattanto, abbia fatto il callo alle sue mille foto apparse in questi due anni sui giornali. Nel qual caso a quest'ora saprà che non c'è centimetro quadrato del suo corpo né impercettibile dettaglio del suo contegno che non parli di colpevolezza: l'incarnato diafano, la sobrietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto lo rende l'interprete ideale del ruolo di Stavroghin in una eventuale trasposizione cinematografica de I demoni di Dostoevskij".
Sempre nello stesso anno ma ad inizio novembre, fu Perugia a finire al centro della cronaca giudiziaria italiana e internazionale: la studentessa inglese Meredith Kercher venne ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all'interno della casa che condivideva con altri studenti, in via della Pergola 7. Il processo divenne una grande fiction: due giovani amanti - Raffaele Sollecito e Amanda Knox - il sesso, la droga e le notti brave.
I media, imbeccati soprattutto dalla procura, si schierarono immediatamente sul fronte colpevolista: "No all'orgia e l'hanno uccisa" (La Stampa), "Tre arresti per Meredith: Sono loro gli assassini" (La Repubblica), "Meredith uccisa con il coltello di Raffaele" (Il Giornale), solo per citarne alcuni. Non erano loro gli assassini ma hanno fatto comunque 4 anni di carcere da innocenti, mentre la stampa li mostrificava.
Questa immagine accusatoria non scomparve neppure dopo l'assoluzione definitiva della Suprema Corte di Cassazione. Basti leggere l'articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, dopo la sentenza finale, che continuava a sostenere che la verità sostanziale non è quella processuale, è che i due ragazzi sono gli unici a poter essere logicamente considerati concorrenti del Guede nel delitto di omicidio di Meredith Kercher.
Un altro anno orribile fu il 2010: il 26 agosto ad Avetrana, in provincia di Taranto, venne uccisa la piccola Sarah Scazzi. Per la giustizia le colpevoli sono la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri. La vicenda ebbe un grandissimo rilievo mediatico, culminato nell'annuncio del ritrovamento del cadavere della vittima in diretta sul programma Rai Chi l'ha visto? dove era ospite, in collegamento, la madre di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo. Per non parlare del tour dell'orrore; per un periodo alcune agenzie di viaggio hanno offerto un pacchetto all inclusive: viaggio andata e ritorno, pranzo in trattoria, visita a casa Scazzi e villa Misseri, tappa veloce in chiesa, piccolo stop al cimitero dove riposa la vittima, infine il momento clou al pozzo dove era stata seppellita dallo zio Michele Misseri.Di sicuro la guida non avrà spiegato i termini giuridici della questione!
Nello stesso anno ma qualche mese dopo, il 26 novembre, scomparve da Brembate, in provincia di Bergamo, Yara Gambirasio. Il suo corpo fu ritrovato esattamente tre mesi dopo in un campo di Chignolo d'Isola. Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di Mapello incensurato di 44 anni. Probabilmente in questo caso si raggiunse il punto più alto del voyeurismo mediatico-giudiziario: il suo arresto fu mandato in onda da tutte le televisioni. Sono stati i dieci minuti più bui del perverso rapporto tra stampa e forze dell'ordine e procure. Qualcuno potrebbe dire "ma è colpevole": nessuno, neanche il peggior criminale, può essere privato della sua dignità come è accaduto a Bossetti, a maggior ragione se dietro la telecamera c'era un agente dello Stato.
E arriviamo al 2015, a quel terribile 17 maggio quando a Ladispoli, in provincia di Roma, perse la vita il giovane Marco Vannini, colpito accidentalmente da un colpo di pistola sparato dal padre della fidanzata, Antonio Ciontoli. Il 3 maggio la Cassazione si pronuncerà per la seconda volta sul caso. Gli imputati, ossia tutta la famiglia Ciontoli, sono stati perseguitati dalla stampa: agguati sotto casa, sul posto di lavoro, per strada. A causa di questo hanno dovuto abbandonare l'abitazione e rifugiarsi separatamente in altre città. Ben tre ex Ministri - Bonafede, Trenta, Salvini - si sono esposti sul fronte colpevolista senza aspettare una sentenza definitiva.
Qui, purtroppo o per fortuna, non siamo negli Stati Uniti dove due giorni fa, durante il processo per la morte di George Floyd, il giudice Peter Cahill ha bacchettato la deputata democratica Maxine Waters che nei giorni precedenti si era espressa a favore di una sentenza di colpevolezza per il poliziotto: "Mi piacerebbe che i rappresentati politici la smettessero di parlare di questo caso e di farlo in modo non rispettoso della legge", ipotizzando che i commenti della deputata "potrebbero rappresentare la base per un appello".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 22 aprile 2021
La decisione del tribunale di Sorveglianza di Torino per il fratello del "capo dei capi" di Cosa nostra. Il detenuto che ha 88 anni non tornerà a Corleone, ma andrà in provincia di Trapani. Potrà uscire dalle 10 alle 12. È affetto da varie patologie e secondo i giudici la sua pericolosità è "scemata". Finirà di scontare la pena nel 2024.
Non erano valse a nulla le istanze di scarcerazione precedenti, nonostante gli 88 anni e svariate patologie, dal tumore a diverse ischemie fino all'asportazione di un rene: Gaetano Riina, fratello del più noto "capo dei capi" di Cosa nostra, Totò, deceduto al 41 bis il 17 novembre del 2017, secondo Procura e giudici di Sorveglianza era pericoloso. Soltanto dopo essersi ammalato di Covid nelle settimane scorse, adesso il tribunale di Sorveglianza di Torino ha deciso di concedergli gli arresti domiciliari.
Riina non tornerà a Corleone, ma andrà in provincia di Trapani. I giudici hanno accolto la richiesta degli avvocati Maria Brucale e Vincenzo Coluccio che lo difendono. In carcere - non è mai stato sottoposto al 41 bis - il fratello di Totò Riina era finito soltanto nel 2011, da incensurato e da ultrasettantacinquenne, per scontare una condanna per mafia (che oggi ha espiato completamente) e successivamente una pena per illecita concorrenza aggravata dall'aver agevolato Cosa nostra. Il fine pena è fissato per maggio 2024.
Riina, mentre sarà detenuto ai domiciliari, avrà diritto di uscire dalle 10 alle 12 "per provvedere alle proprie esigenze di vita", così hanno stabilito i giudici. A settembre scorso, alla vigilia della seconda ondata di Covid, un'istanza simile presentata dagli avvocati era stata invece rigettata. E alla fine il detenuto si è ammalato di Covid proprio nel carcere di Torino. Ora è guarito.
La Procura si era opposta anche a quest'ultima richiesta di scarcerazione per motivi di salute, ribadendo la presunta pericolosità sociale del detenuto, anche se sulla scorta di vecchie dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Una pericolosità che il tribunale ha ritenuto ora "scemata". L'Asl piemontese ha poi messo in evidenza che Riina è "un grande anziano, affetto da pluripatologie, che non versa in immediato pericolo di vita, tuttavia a rischio improvviso e non prevedibile peggioramento delle patologie in essere, alla luce della fragilità correlata all'età".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2021
Il naufragio non volontariamente provocato non spezza il nesso di causalità col favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e le morti conseguenti al reato. Lo scafista non può scaricare sui soccorritori delle Ong il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina aggravato dalla morte e dalle procurate lesioni dei migranti.
L'autore diretto del delitto è in realtà colui che viene tratto in inganno o costretto in buona fede a commettere il reato a tutela di interessi superiori delle persone quale la loro incolumità e l'obbligo appunto di trarli in salvo. E questo anche se lo sbarco - secondo il diritto del mare - non avviene nel porto più vicino al punto dove si realizza il naufragio. La condotta dei soccorritori è scriminata dall'articolo 48 del Codice penale. La Corte di cassazione ha così respinto - con la sentenza n. 15084/2021 - il ricorso di due uomini libici che, in base alle testimonianze dei migranti, erano stati individuati come responsabili dell'illegale trasporto e perciò condannati a 14 anni di reclusione e a una multa di oltre 6 milioni di euro.
Il reato mediato - L'uso di mezzi fatiscenti o la messa in atto di modalità che rendano umanitariamente necessario il salvataggio in mare determinano in capo allo scafista il ruolo di autore mediato del reato. Del reato commesso dalle Ong risponde solo l'autore "mediato", cioè colui che volontariamente abbia indotto in errore l'autore diretto, salvo che il suo errore non sia incolpevole. Solo in tal caso potrebbe l'autore "diretto" del reato essere chiamato a risponderne a titolo di colpa.
Giurisdizione - Riaffermata la competenza del giudice italiano per i migranti soccorsi in acque internazionali e trasportati da altre imbarcazioni sulle coste nazionali. Non scatta perciò la competenza del giudice dello Stato di cui batte bandiera il natante che naufraga in acque internazionali. I ricorrenti contestavano la giurisdizione italiana in quanto l'incidente non era stato provocato al fine di determinare il soccorso umanitario in mare, ma era frutto di un guasto tecnico e quindi la vicenda di cui venivano imputati si era completamente realizzata in acque internazionali senza addivenire direttamente allo sbarco in Italia e quindi senza aver favorito di fatto alcun ingresso illegale.
Comunque - affermano i giudici - il guasto o l'avaria, anche se non volontariamente procurato, non poteva ritenersi imprevedibile date le condizioni vetuste dell'imbarcazione e il sovraffollamento. Non si può, in base a tali presupposti materiali, affermare che scafisti e migranti non ritenessero di poter contare sull'intervento di terzi, cioè i soccorritori. Costringendoli appunto al salvataggio e a concludere il viaggio verso l'Italia.
Scriminanti e attenuanti negate - Non scatta alcuno stato di necessità per la morte delle persone imbarcate su natante in numero esorbitante rispetto ai posti convenzionalmente previsti per quel dato mezzo di trasporto. I migranti - affermano gli imputati - erano tutti portatori di interessi personali in ordine al motivo e alle modalità del viaggio per cui inattendibili. I ricorrenti sostengono perciò che non vi è prova che i dichiaranti che li avevano individuati come gli scafisti non fossero in realtà loro stessi gli scafisti. Gli imputati sostenevano inoltre, a loro discolpa, di essere stati costretti con violenza da altri a condurre l'imbarcazione. Circostanza non provata.
I reati conseguenti - I ricorrenti sostenevano anche che mancasse il nesso causale tra il delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e quello previsto e sanzionato dall'articolo 586 del Codice penale per le morti e le lesioni personali dovute al naufragio, affermando che questo si era determinato per un imprevedibile guasto e per il movimento della folla di migranti reale causa dell'incidente non governabile dalla loro volontà. L'omicidio colposo è stato invece attribuito ai ricorrenti in cooperazione colposa tra loro. In caso di dolo si sarebbe trattato di un'ipotesi di concorso nel reato.
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