romalife.it, 18 gennaio 2021
"Ha ragione il ministro Speranza: non bisogna abbassare la guardia contro il Covid. La sua diffusione è ancora intensa, in modo particolare negli ambienti e tra le persone con maggiore vulnerabilità, come nelle Rsa e nelle carceri.
A Roma, dopo quello di Regina Coeli, che va finalmente chiudendosi, è attivo dall'inizio dell'anno un focolaio a Rebibbia Nuovo complesso. Questa mattina erano 23 i detenuti positivi al virus, ma lo screening è ancora in corso e potrebbero aumentare".
Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, in merito ai dati sulla diffusione dei dati sul Covid-19 nelle carceri, del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia.
Secondo i dati del Dap aggiornati alle 20 dell'11 gennaio scorso, sono 624 i detenuti negli istituti penitenziari d'Italia positivi al Coronavirus, 587 dei quali asintomatici, 26 i ricoverati. Gli agenti della polizia penitenziaria contagiati sono 647, 64 dei quali sintomatici. Sessantuno i positivi fra il personale amministrativo e dirigenziale penitenziario. Secondo lo stesso report, i detenuti contagiati nelle carceri del Lazio sono 97.
"Gli operatori sanitari e gli operatori penitenziari - prosegue Anastasìa - stanno affrontando queste sfide con grande senso di responsabilità e spirito di sacrificio, ma questa situazione e il continuo rischio dell'accendersi di nuovi focolai, anche con il coinvolgimento degli stessi operatori è difficile da sostenere. Per questo, rinnovo l'appello alla riduzione del numero dei detenuti e alla tempestiva vaccinazione di detenuti e operatori.
Nonostante le autorevoli indicazioni del procuratore generale Salvi, in carcere sono ancora numerose le persone in attesa di giudizio, anche per reati non violenti, di cui sarebbe auspicabile la immediata scarcerazione". "Ci aspettiamo che governo e parlamento rinnovino i permessi e le licenze straordinarie a semiliberi, lavoranti e permessanti fino al nuovo termine della emergenza Covid, che il ministro ha anticipato sarà portato al 30 aprile. Infine - conclude Anastasìa - aspettiamo risposte dal ministro, dal commissario Arcuri e dalle regioni sulla necessaria anticipazione della campagna vaccinale nelle carceri, a partire dagli anziani e dai portatori di patologie a rischio".
di Marisa Marraffino
Il Sole 24 Ore, 18 gennaio 2021
Il Tribunale conferma la sanzione disciplinare decisa dal preside. L'insegnante che scambia la vittima per il bullo deve essere sanzionata disciplinarmente. Lo ha stabilito il Tribunale di Bologna, sezione lavoro, con la sentenza 633 pubblicata il 29 dicembre 2020 (giudice Cosentino), che ha fatto il punto sulle responsabilità degli insegnanti durante l'orario scolastico. Al centro del processo la condotta di una professoressa di una scuola superiore della provincia di Bologna che aveva messo in punizione una studentessa, la quale, in realtà, aveva in precedenza denunciato al preside di aver subito atti di bullismo da parte dei compagni di classe. Lara-gazza era stata vittima inoltre di lanci di oggetti da parte degli alunni più grandi, ripetenti, problematici e con precedenti di aggressività anche in ambito extrascolastico.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Deve ancora scontare sei anni di carcere, ma ieri pomeriggio, approfittando probabilmente del fatto di poter circolare da solo in alcuni locali del carcere di Rebibbia, ha raggiunto un muro che si affaccia su via Bartolo Longo, e dopo aver scavalcato la recinzione, è fuggito. Un altro evaso dall'istituto in via Tiburtina, al quale gli investigatori della Penitenziaria stanno dando la caccia da ieri pomeriggio, poco prima delle 17, insieme con polizia e carabinieri.
Le note di ricerca su Manolo Gambini, 41 anni, originario di Cerveteri, in passato arrestato per una serie di furti in abitazione, anche a Castiglion della Pescaia, in provincia di Grosseto, sono state diramate subito alle pattuglie: più volte è bastato questo per stringere subito il cerchio sugli evasi e riportarli in cella al massimo nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora.
Sembra che Gambini facesse parte di un ristretto gruppo di detenuti ai quali, come provvedimento premio, da qualche tempo era consentito frequentare i luoghi di lavoro all'interno di Rebibbia. E così sarebbe riuscito ad avvicinarsi a posti altrimenti inaccessibili per gli altri reclusi. Non è chiaro ancora se il 41enne abbia messo in atto un piano organizzato da tempo, oppure se abbia sfruttato l'occasione di un attimo in cui è rimasto da solo, ma si indaga anche sul motivo dell'evasione, visto che aveva comunque ottenuto qualche beneficio e non doveva scontare una lunga pena.
Per il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria (Spp), Aldo Di Giacomo, il recluso sarebbe fuggito "approfittando della carenza di personale. Molto probabilmente ha scavalcato la rete dei passeggi per poi arrampicarsi e scavalcare il muro di cinta. Questa ennesima evasione - aggiunge - mette a nudo tutte le criticità di un sistema carcerario sempre più in difficoltà sia per la natura delle strutture sia per le gravi carenze organiche e di sistemi di allarme adeguati. È sicuramente necessario investire in nuove strutture e nell'assunzione di personale della Penitenziaria. I governi nell'ultimo decennio hanno investito invece cifre insignificanti e l'evasione da Rebibbia ne è il risultato concreto", conclude Di Giacomo.
approdocalabria.it, 18 gennaio 2021
La decisione assunta dal Provveditorato regionale fa seguito alle dichiarazioni del ministro della Giustizia che aveva annunciato la volontà di riaprire il carcere. A darne notizia il Sappe che attraverso la sua dirigenza esprime soddisfazione per la decisione assunta. Per il momento nella struttura saranno ospitati solo detenuti a bassa pericolosità.
È ufficiale: riapre la casa di reclusione "Luigi Daga" di Laureana di Borrello. Ad affermarlo sono il segretario generale aggiunto del Sappe, Giovanni Battista Durante, e il segretario nazionale, Damiano Bellucci, che fanno riferimento ad una nota ufficiale inviata alle organizzazioni sindacali dal Provveditore regionale.
"Nella stessa nota - aggiungono Durante e Bellucci - il provveditore ha comunicato che all'istituto saranno destinati detenuti a basso indice di pericolosità, ripristinando, quindi, l'originaria destinazione di istituto a custodia attenuata. Attualmente a Laureana prestano ancora servizio cinque agenti della polizia penitenziaria e a questi, sempre secondo quanto riferito dal provveditore, dovrebbero aggiungersene altri 10. Prendiamo favorevolmente atto - dicono ancora Durante e Bellucci - dell'iniziativa. La battaglia condotta dal Sappe al momento della chiusura è stata quanto mai utile ed efficace".
La casa di reclusione a custodia attenuata di Laureana di Borrello, istituita nel 2004 e diventata una struttura modello, era stata chiusa nell'ottobre dello scorso anno per decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La decisione aveva provocato proteste da parte degli enti locali, delle istituzioni locali e regionali ma anche prese di posizione di ex detenuti. Inizialmente al carcere di Laureana saranno assegnati detenuti a bassissimo indice di pericolosità, "possibilmente - recita la nota del provveditorato regionale - già destinatari di benefici penitenziari, essendo l'istituto a custodia attenuata con regime aperto e sorveglianza dinamica".
di Dario Basile
Corriere di Torino, 18 gennaio 2021
Torino avrà un nuovo teatro di quartiere, ma non sarà una sala come le altre perché questo spazio artistico verrà realizzato all'interno del carcere minorile e sarà gestito dai ragazzi reclusi. Le carceri sono generalmente percepite come degli spazi esterni e lontani.
Le mura di cinta segnano un distacco netto tra chi sta dentro e chi sta fuori, come se le case circondariali non facessero pienamente parte della città. Eppure, il Ferrante Aporti si trova a poche fermate di tram dal centro città e anche i ragazzi ristretti appartengono alla nostra comunità. Il progetto Wallcoming, un nuovo teatro pubblico all'interno del carcere minorile di Torino, porta con sé un messaggio chiaro. Il carcere deve divenire trasparente davanti alla città e i ragazzi reclusi devono poter interagire con gli abitanti del quartiere, per favorire il loro reinserimento nella società. La casa di reclusione è uno specchio deformato che riflette (anche se in modo distorto e amplificato) i problemi della nostra società.
L'arresto è per i minori oggi una misura estrema, ove possibile si cercano per i ragazzi delle misure alternative alla detenzione, come dei percorsi sanzionatori o l'inserimento in comunità di recupero. Il Ferrante Aporti ospita mediamente tra i trenta e i quaranta ragazzi, sono tutti maschi perché non c'è la sezione femminile. Oltre ai ragazzi che hanno dai 14 ai 17 anni, la struttura accoglie anche giovani di età compresa tra i 18 e 24 anni che hanno commesso il reato quando erano minorenni. Tra i reclusi c'è una leggera prevalenza di giovani di origine straniera. Sono le seconde generazioni di immigrazione e le nazionalità più ricorrenti sono il Marocco, la Romania, l'Albania e i Paesi dell'ex Jugoslavia.
Tra i reati più comuni si registrano il furto, la rapina e le lesioni personali. Frequenti sono anche i reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Oltre a frequentare la scuola i giovani ristretti sono impegnati in varie attività ed eventi che un tempo venivano realizzati in un teatro presente all'interno del Ferrante Aporti. Quello era uno spazio importante, perché aveva assunto un ruolo centrale nella quotidianità dei ragazzi reclusi. Poi nel 2010, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione della struttura, il teatro viene completamente smantellato e al suo posto è rimasto un grande salone spoglio, ribattezzato dai ragazzi "la stanza del fumo", che accoglie non più di qualche sedia e due calcetti.
La nuova sala è poco funzionale perché ha, tra le altre cose, dei grossi problemi di acustica e male si adatta agli eventi che, ciclicamente, si cerca di organizzare all'interno del carcere. Nasce così l'idea di trasformare quella grande sala sguarnita in uno spazio multifunzionale a vocazione prevalentemente teatrale. Un nuovo teatro di quartiere, interno all'istituto ma aperto alla cittadinanza. Il progetto ha coinvolto i ragazzi detenuti, che hanno partecipato attivamente alla progettazione della trasformazione degli spazi comuni interni al carcere. È stata quindi lanciata una campagna di crowdfunding, che nella prima fase ha già raccolto 17.000 euro e ha ottenuto la sponsorizzazione tecnica di alcune aziende, che hanno offerto dei materiali.
Come Traiano Luce che ha donato i fari per il palco. In questi giorni verrà dato il via ai lavori. Dopo la sistemazione dell'acustica verrà allestita la scena, che sarà realizzata con delle pedane modulari. Infine, in via Berruti e Ferrero verrà issata un'insegna che renderà visibile il teatro alla città. La sala ha infatti il vantaggio di avere un ingresso che dà direttamente sulla strada, permettendo ai visitatori di entrare senza dover percorrere tutta la struttura carceraria. Nel corridoio attiguo alla sala c'è il laboratorio di arte bianca con dei forni, da qui l'idea di aprire anche una nuova pizzeria di quartiere dove i pizzaioli saranno i ragazzi del Ferrante. Racconta Simona Vernaglione, direttrice dell'istituto: "All'inizio si pensava di realizzare il solito teatro interno, poi chiacchierando con gli operatori si è pensato a qualcosa di inclusivo, che non coinvolgesse solo gli ospiti dell'istituto.
Se noi vogliamo che un ragazzo rientri nella società lo dobbiamo far sentire parte della comunità anche durante la fase detentiva, perché fai parte della città quotidianamente, non solo il giorno in cui vieni scarcerato. Anche la città non ci deve vedere semplicemente come un muro di cinta, ma ci deve percepire come un pezzo del suo quartiere".
L'idea è quella di realizzare un vero centro polifunzionale che può ospitare anche dei convegni sulle problematiche giovanili come la violenza e il bullismo. "È un progetto che io amo moltissimo - aggiunge la direttrice - perché è l'espressione di quello che cerchiamo di fare quotidianamente. Proviamo a riaccompagnare verso l'esterno un ragazzo che ha avuto delle difficoltà famigliari, economiche o ambientali e ha commesso degli errori o degli incidenti di percorso. Per insegnarti a nuotare devo portarti al mare, per questo bisogna dare a questi ragazzi delle opportunità per non farli sentire esclusi o dimenticati".
di Daniela Scherrer
La Provincia Pavese, 18 gennaio 2021
Cinque anni di impegno a tutto tondo. Si è chiuso il quinquennio di incarico di Vanna Jahier come garante provinciale dei diritti dei detenuti delle case circondariali di Pavia, Vigevano e Voghera. Al suo posto è subentrata Laura Cesaris, professore a contratto del corso di Diritto dell'esecuzione penale al Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Pavia e professore a contratto del corso di Diritto processuale penale alla Bocconi di Milano.
Cesaris è stata componente "esperto" del Tribunale di sorveglianza di Milano dal 2008 al 2016. È stata eletta all'unanimità in Consiglio provinciale, dove è stata scelta in una rosa di cinque candidati: oltre a lei erano in corsa Valentina Bertoli, Anna Bruni, Deborah Galbo e Fabio Gandi. La figura del garante è particolarmente delicata, dal momento che coopera con le istituzioni penitenziarie e contribuisce alla piena realizzazione della finalità rieducativa della pena; inoltre verifica che siano garantite le prestazioni inerenti il diritto alla salute, il miglioramento della qualità della vita, l'istruzione e la formazione professionale oltre che l'inserimento al lavoro dei detenuti; è chiamata inoltre a controllare le condizioni dei luoghi di reclusione.
Nell'esercizio delle funzioni può quindi effettuare colloqui con i detenuti e visitare gli istituti penitenziari senza necessità di autorizzazione. Vanna Jahier continuerà peraltro ad offrire il proprio sostegno all'interno del carcere di Torre del Gallo nella veste di volontaria. Tantissime le attività che la vulcanica ex-garante ha promosso a favore dei detenuti, dal teatro alla musica alla recente realizzazione di mascherine. Ed ora sta lavorando alla realizzazione di un canile interno al carcere.
di Larissa M. Bieler
swissinfo.ch, 18 gennaio 2021
Olga Romanova ha lasciato la Russia dopo essere stata messa sotto pressione a causa delle sue attività contro il regime. Ora la dissidente vive in Germania e denuncia gli abusi che accadono nel suo Paese. Al centro del suo lavoro: il problematico sistema giudiziario russo e la lotta per i diritti dei detenuti.
Mentre la partecipazione diretta del popolo al governo dello Stato è una tradizione di lunga data in Svizzera, il popolo russo non ha ancora molte opportunità per farlo. Per questo motivo, personalità pubbliche e attivisti creano fondazioni e organizzazioni senza scopo di lucro per aiutare la società nel suo complesso e alcuni individui in ambiti che destano preoccupazione. Il sistema penitenziario è uno di questi ambiti. Rus Sidyashchaya (Russia dietro le sbarre) è la più nota organizzazione russa per i diritti umani e si occupa di questioni rilevanti. È diretta dall'attivista e saggista Olga Romanova. L'organizzazione aiuta i detenuti e le loro famiglie in varie fasi del loro percorso: durante il processo, dopo l'eventuale condanna, fino all'adattamento a una nuova vita dopo il rilascio. Gli ultimi tre anni sono stati molto intensi per Romanova: si è trasferita a Berlino per motivi politici, ha scritto un altro libro ed è diventata una blogger influente.
Quali emozioni suscitano le notizie che provengono dalla Russia?
Quando abbiamo sentito per la prima volta dell'avvelenamento di Navalny mi sono spaventata, davvero spaventata. Era come se le autorità del nostro paese cercassero di dire a tutti noi: "Sì, può succedere a chiunque".
Quale sarebbe la risposta adeguata della Svizzera a situazioni come il caso Navalny?
Per la società civile che resiste in Russia, ogni reazione è importante. Abbiamo bisogno di percepire segnali di ascolto. Una notizia sulla stampa svizzera? Eccellente! Un forum, un workshop o un festival con la partecipazione di personalità politiche d'opposizione russe, attivisti, giornalisti e sostenitori dei diritti umani potrebbero rappresentare un grande sostegno. Le sanzioni svizzere contro determinate persone sono una mossa intelligente. Anche l'indagine sull'origine dei beni appartenenti a funzionari e ufficiali russi delle forze di sicurezza depositati in Svizzera potrebbe essere un'ottima risposta. Inoltre, ad esempio, se un residente svizzero che parla russo o che sta studiando russo scrivesse una lettera a un prigioniero politico in Russia, potrebbe essere di grande aiuto, perché una lettera in una busta affrancata proveniente dalla Svizzera potrebbe impressionare molto la direzione del carcere e quindi questo prigioniero potrebbe sfuggire alla tortura.
Se cercassimo di confrontare la tutela dei diritti umani in Russia e in Europa, quali caratteristiche comuni e quali differenze emergerebbero?
Siamo due mondi agli antipodi. Il compito principale degli attivisti per i diritti umani nella Russia del XXI secolo è quello di spiegare che la tortura è un male e proibita dalla Convenzione di Ginevra e che le persone non possono essere torturate in nessun caso. Dobbiamo ancora giustificarlo e dimostrarlo. In Russia, c'è una legge che permette l'uso della forza fisica e delle pistole stordenti contro un individuo in caso di aggressione fisica e gli agenti di polizia possono sempre sostenere di essere stati aggrediti, mentre l'opinione pubblica è abituata a credere che "non c'è fumo senza arrosto".
Quindi ci sono differenze sia nella legge che nell'applicazione della legge?
Perché il sistema giudiziario russo è così raccapricciante, così corrotto? Perché l'élite russa crede di essere immune rispetto a questo stesso sistema e vive secondo il principio "Tutto per gli amici, la legge per i nemici". Le persone che lavorano nelle carceri europee non sono gravate da pensieri sul loro stesso operato, ma qui osserviamo anche la differenza di mentalità. Una volta ho parlato con un impiegato di un carcere in Germania e gli ho chiesto se urlasse e reagisse violentemente contro i detenuti. Mi ha risposto: "No, mai. Perché? Se urlo, a loro non piacerebbe. Reagirebbero male e probabilmente si comporterebbero in modo irragionevole. Tutto questo porterebbe a insoddisfazione, lamentele e ispezioni. Perché dovrei provocare tutto questo? Non ho nemmeno provato a chiedergli delle torture.
La durata delle pene in Russia e in Svizzera o in Germania è ovviamente differente. Qual è la differenza nei metodi?
Il principale problema russo è quello della riabilitazione degli ex detenuti. L'Europa si concentra sul reinserimento di una persona nella società, fornendo un lavoro agli ex detenuti, evitando che diventino emarginati. In Russia il sistema di rinserimento è organizzato male e la detenzione è paragonabile a una condanna a vita. Una persona detenuta è semplicemente cancellata dalla società e stigmatizzata, di solito insieme alla sua famiglia.
Come mai la Russia non rispetta i diritti umani fondamentali?
Uno dei problemi principali è che le persone non sono consapevoli dei propri diritti. Lo Stato può prendere una ragazza di 14 anni da casa e rinchiuderla in un ospedale psichiatrico con il consenso dei genitori. Si è scoperto che alla madre è stato detto: "Sua figlia non sta bene", le è stato dato un foglio da sottoscrivere e la madre ha firmato. La ragazza è stata trovata in tempo e salvata, ma è stato un caso molto complicato, perché i suoi genitori non avevano formalmente nulla contro il suo ricovero coatto.
Come è considerato il lavoro della vostra organizzazione in Europa?
Abbiamo ricevuto la sovvenzione dell'UE per monitorare il rispetto dei diritti umani nelle carceri. Ma dobbiamo affrontare alcuni ostacoli legati alle differenze di mentalità. Faccio un esempio: ogni Paese ha la quota Interpol che limita il numero di persone ricercate da rivendicare. La quota della Russia è molto alta, 160 persone, il doppio di quelle che Cina e Stati Uniti hanno insieme. Inoltre, il 99% dei ricercati è ceceno.
Perché?
Difficilmente possiamo spiegare agli europei che la maggior parte dei casi sopracitati sono persecuzioni politiche. Questo è il modo in cui il nostro governo tratta i suoi avversari. I documenti presentati per l'estradizione vengono eseguiti alla perfezione. Questo è un problema per le organizzazioni locali per i diritti umani, perché è difficile dimostrare che questi documenti sono falsi in sostanza. Dopo averli esaminati, l'europeo capisce che la persona in questione è un terrorista o un islamista, comunque un criminale che deve essere estradato. Così ha funzionato per diversi anni fino all'assassinio di Zelimkhan Khangoshvili a Berlino nel 2019, quando la Corte costituzionale si è fatta un quadro completo del caso e ha annunciato che i documenti provenienti dalla Cecenia non erano più validi perché lì la giustizia veniva violata.
Come funziona concretamente la vostra organizzazione? A quali progetti state lavorando?
Durante uno dei nostri ultimi progetti abbiamo intervistato i detenuti e le loro famiglie e, sulla base delle loro risposte, ci siamo fatti un'idea della situazione in un determinato carcere: come funziona il sistema di riscaldamento, se gli avvocati hanno contatto con i detenuti, se ci sono reclami presso la Corte europea dei diritti dell'uomo e così via.
Come è andata?
Abbiamo fatto un buon lavoro e gli effetti ci hanno stupito: di solito, le persone che ci parlano sono detenuti e parenti, ma in questo caso siamo stati contattati da funzionari della prigione e del campo. Sono stati un terzo di tutti gli intervistati. Ci hanno rivelato una serie di fatti: alcuni di loro sono stati costretti a lavorare per tre settimane senza un giorno di riposo, altri hanno dovuto convertire i locali della prigione in ospedali senza alcun controllo da parte dei medici. Le autorità li hanno lasciati senza alcun sostegno durante questa crisi e si sono rivolti a noi per paura, ovvero perché non ripongono alcuna fiducia nel governo.
L'organizzazione ha festeggiato i 10 anni nel 2020, un anno piuttosto turbolento. A che punto è del suo percorso?
"Russia Behind Bars" è sopravvissuta e si è sviluppata in modo significativo. La School of Public Defender - il progetto a lungo termine dell'organizzazione - è ancora in corso, anche se ora dobbiamo gestirla online a causa della pandemia. Inoltre, abbiamo creato degli studi legali affiliati, che forniscono finanziamenti per molti altri progetti. A dire la verità, Russia Behind Bars rimane il progetto della mia vita. Abbiamo affrontato la pandemia preparati perché durante i tre anni passati, quando ho vissuto fuori dalla Russia, abbiamo operato a distanza.
Che impatto ha avuto la pandemia sulla vita nelle prigioni?
La pandemia ha aggiunto il tema Covid-19 alla nostra agenda. Volevamo sapere quanti prigionieri sono stati effettivamente contagiati. La Svizzera e diversi Paesi dell'UE hanno smesso di inviare nuovi detenuti nelle prigioni durante la prima ondata. I condannati sono rimasti rinchiusi in casa e hanno aspettato di essere convocati per scontare la loro pena in carcere. I tribunali hanno cercato di evitare le pene detentive sostituendole con multe. Anche le estradizioni criminali sono diminuite.
E in Russia?
Secondo i dati ufficiali dell'aprile 2020, 3.000 dipendenti e 2.000 detenuti sono stati contagiati dal coronavirus nelle carceri russe. Ovviamente è impossibile. Le autorità hanno bisogno dei dati per renderli noti, mentre noi ne abbiamo bisogno per capire la reale portata del problema e trovare il modo di risolverlo.
di Gavino Masia
La Nuova Sardegna, 18 gennaio 2021
La ricerca storica nel vecchio archivio dell'Asinara diventa oggetto di una tesi di laurea, "Rieducazione non violenta, il lavoro dei detenuti", discussa la settimana scorsa da una studentessa dell'università di Milano in Scienze politiche, economiche e sociali. La relatrice si chiama Elena Soldati e il relatore è il professore Davide Galliani.
Il lavoro è stato incentrato sui detenuti del carcere di Bancali in articolo 21 che lavorano al recupero dei vecchi archivi del carcere dell'Asinara. Un lavoro che si svolge nella sede del Parco nazionale, in via Ponte Romano a Porto Torres e di cui si occupano quattro archivisti - Lorenzo, Mario, Gurdeep e Ylli - seguiti nel lavoro dalla responsabile dell'area educativa di Bancali Ilenia Troffa e dalle archiviste Claudia Sini e Lorena Piras. Il lavoro all'esterno della struttura fa parte dei benefici previsti nell'ordinamento penitenziario ed è quello di acquisire competenze specifiche in campo archivistico e informatico di cui potranno beneficiare in eventuali inserimenti nel mondo del lavoro. I quattro detenuti hanno potuto maturare anche il senso dell'utilità culturale e sociale del loro impegno e acquisire sul campo fiducia e stima per la propria persona.
La ricerca storica e archivistica è iniziata diversi anni fa grazie a due progetti Por finanziati dall'Unione Europea, che hanno coinvolto anche le ex colonie penali di Tramariglio, Cuguttu, Castiadas, San Bartolomeo e quelle ancora attive di Is Arenas, Mamone e Isili. I detenuti hanno potuto così analizzare decine di migliaia di carte e di documenti inerenti l'organizzazione carceraria, la complessità della struttura detentiva e soprattutto l'amara quotidianità vissuta dagli uomini di pena. Un viaggio nella memoria che gli ha permesso di recuperare e analizzare diverse testimonianze del passato, pensieri e lettere di reclusi, documenti per lo più censurati provenienti da ogni parte d'Italia.
di Daniela Peira
lanuovaprovincia.it, 18 gennaio 2021
Servirebbe raddoppiare tutti gli spazi di socialità. Il carcere di Asti è il più sovraffollato del Piemonte. Il passaggio da Casa circondariale a casa di reclusione del carcere di Quarto non è stato accompagnato da adeguamenti strutturali e di personale necessari. Già lo hanno dichiarato nel recente passato i sindacati degli agenti penitenziari e ora lo ribadisce anche il Dossier sulle criticità delle carceri piemontesi realizzato dal Garante dei Detenuti regionale Bruno Mellano. Carcere per carcere ha stilato una scheda in cui emergono i problemi più grossi da affrontare e risolvere.
Per Asti si parte dalla notizia di pochi mesi fa riguardo all'annuncio di costruzione di un nuovo padiglione "modulare" per aumentare la capienza di altri 120 posti da aggiungere agli attuali 214 (anche se, come si vede all'articolo qui a fianco, di fatto le presenze sono mediamente oltre le 300 unità).
I Garanti dei detenuti hanno posto problemi relativi a questo progetto che prevede l'eliminazione delle aree verdi e del campo sportivo. "Non si possono non considerare le conseguenze dell'eliminazione di queste aree, né tralasciare la compatibilità trattamentale fra una popolazione di detenuti che sarebbe per tre quarti in alta sicurezza e un quarto in media sicurezza.
A questo punto - proseguono i Garanti - tutti gli spazi e i locali di socialità, di formazione, di scuola, di biblioteca, di uffici educatori, di infermeria, di aria aperta, di laboratorio, di lavorazioni dovranno essere raddoppiati per garantire la necessaria differenziazione e per rispettare l'incompatibilità dei circuiti detentivi". Serve inoltre ripensare ai servizi di accoglienza dei parenti dei detenuti, sempre tenendo conto che si tratta di persone che spesso arrivano da lontano e viene chiesto il potenziamento delle reti informatiche per intensificare i colloqui a distanza, le attività scolastiche, formative e progettuali. Tutto questo, dice il Garante Mellano, dovrebbe essere messo nel conto delle risorse europee che l'Italia si accinge a ricevere per mettere in cantiere un completo rinnovamento del Paese.
È un problema che ha attanagliato il carcere di Quarto fin dalla sua realizzazione: quello del sovraffollamento. Era così quando era solo carcere circondariale, è così oggi che è Casa di Reclusione, ovvero penitenziario che accoglie nella sua quasi totalità di celle detenuti con lunghe pene da scontare o ergastolani. Ed è il più sovraffollato del Piemonte, stando alla lettura dei dati sulla presenza e capienza nelle 13 carceri per adulti del Piemonte allegati al Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri elaborato dal Garante regionale per i Detenuti.
Al 28 dicembre 2020, nella casa di reclusione di Asti erano presenti 301 detenuti a fronte di una capienza dichiarata di 214 con una percentuale del 141% di affollamento, o meglio, di sovraffollamento. Ed è una percentuale che si discosta di poco dai dati di febbraio, sempre raccolti nello stesso dossier. In Piemonte nessun altro carcere ha questa percentuale di affollamento, solo Alba vi si avvicina. Intendiamoci, tutte le carceri ospitano più detenuti rispetto alle capienze dichiarate, ma Asti supera quasi di una volta e mezza.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Sabato, mentre ricorre l'anniversario della morte di Mohamed Bouazizi che diede inizio alle rivolte nel 2011, 242 persone, perfino dodicenni sono state arrestate. Morì invano? Dieci anni dopo le fiamme che trasformarono l'ambulante Mohamed Bouazizi in una torcia umana, nel cerino della Rivoluzione dei Gelsomini e nel detonatore delle Primavere arabe, a un decennio da quel gennaio 2011 in cui il dittatore Ben Ali salì su un aereo e fuggì in Arabia Saudita, c'è una Tunisia impoverita, impaurita e di nuovo infiammata che non si fa più domande e ha una sola risposta: sì, Bouazizi morì per nulla e la sua protesta non è servita a molto.
Dieci anni dopo, i gelsomini sono marciti. Secondo un sondaggio, il 58 per cento dei tunisini pensa si stesse meglio quando si stava peggio, il 28 si sente frustrato, l'84 odia tutti i politici e solo il 2 per cento onora ancora la memoria di Bouazizi e del suo sacrificio. Il decimo anniversario della prima delle Primavere, quelle che poi s'estesero all'Egitto di Mubarak, alla Libia di Gheddafi e alla Siria di Assad, non è una festa: oggi il Paese è sigillato dal Covid, l'economia è murata dalla crisi e i pugni si chiudono nella protesta. Sabato è stata una notte di ferro e fuoco, sassaiole e lacrimogeni da Tunisi a Sousse, da Hammamet a Tozeur, da Monastir a Djerba, migliaia di giovani in piazza e bande di ragazzini a saccheggiare negozi, case, banche, anche un canile comunale. La polizia ha arrestato 242 persone, perfino dodicenni. Barricate, copertoni in fumo, bombe molotov, taniche di benzina, un manifestante fermato mentre brandiva un machete. Decine d'agenti feriti e d'auto incendiate.
Il governo parla di manifestazioni "contemporanee e organizzate" nelle aree popolari della capitale, da Kram al quartiere 5 dicembre, tutte scattate non appena alle 16 è cominciato il coprifuoco sanitario. E la sensazione è comunque che non finirà qui. "Il nostro lockdown politico dura da dieci anni!", gridano le folle.
L'emergenza coronavirus - 5.528 morti, 175mila casi, lo scorso venerdì da cifre record - s'è solo aggiunta alle mille di questo decennio: una disoccupazione giovanile al 35 per cento, un tunisino su cinque sotto la soglia di povertà, il crollo del turismo, delle esportazioni e degli investimenti stranieri, un'economia pubblica vicina alla bancarotta. I migranti verso l'Italia, che di nuovo salpano coi barconi da Sfax, da Zarzis o da Mahdia, sono un termometro preciso della crisi: erano 5.200 due anni fa, 2.654 nel 2019, sono stati più di 13mila nel 2020.
Il gruppo più grosso di richiedenti asilo nel nostro Paese, spiega la ministra italiana dell'Interno, Luciana Lamorgese, è proprio quello dei tunisini. I disordini dell'ultimo weekend sono l'eco di una protesta generazionale, spinta anche dalle restrizioni per il virus, che sta investendo un po' tutta l'Africa (in Algeria come in Namibia, in Ciad come in Uganda, nello Zimbabwe come in Angola). E si sommano a un migliaio di manifestazioni di protesta degli ultimi tre mesi, dice il Forum tunisino per l'economia e la disoccupazione: è forse più per questo che per il Covid, se le celebrazioni per il decimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini sono state cancellate.
Il governo è in grave ritardo sull'emergenza e qui, al contrario che nei vicini Marocco ed Egitto, i vaccini non sono ancora arrivati. Sono stati fissati quattro giorni di totale lockdown, proprio giovedì 14, tanto da rendere spettrale l'Avenue Bourghiba di Tunisi, di solito un brulichio di cortei. Più che il fallimento del nono governo in dieci anni, è il fallimento d'uno Stato. Il premier Hichem Mechichi promette il rimpasto di dodici ministri, a partire da quelli dell'Interno, dalla Sanità e della Giustizia, ma per il 68 per cento dei tunisini dovrebbero andarsene a casa lui e tutti gli altri: anche il potente leader degli islamisti di Ennahda, Rashid Gannouchi, ora presidente del Paramento; pure il presidente-populista Kais Saied, un professore universitario che era stato eletto meno di due anni fa perché fuori dai giochi e che, gli ultimi sei mesi, ha perso 46 punti nei sondaggi. L'assenza di riforme, la mancanza di prospettive, il terrorismo, la crisi della vicina Libia: i troppi fallimenti del dopo Ben Ali pesano sulle conquiste della Rivoluzione - dalla nuova Costituzione alla libertà di parola, dalle elezioni al premio Nobel della pace - che tutto il mondo ha riconosciuto alla Tunisia.
Per i 132 morti e 4mila feriti nei giorni della repressione di dieci anni fa, nessuno è mai stato condannato. I poliziotti e i politici locali che esasperarono il povero Bouazizi, spingendolo a darsi fuoco, sono tornati in gran parte ai loro posti. Il tesoro di Ben Ali, morto nel 2019 con tutti i suoi segreti, è rimasto all'estero. E gli aiuti promessi dall'Occidente a una delle poche, vere democrazie del mondo arabo, sono rimaste chiacchiere: si campa d'elemosine Ue, americane e della Banca mondiale, ma nessun piano di sviluppo è stato adottato per evitare che questo piccolo Paese finisca nel caos del jihadismo. Bruciano ancora i copertoni nella notte, sulle circonvallazioni di Tunisi. Le strade sono svuotate dalla paura e dal virus. I murales dedicati a Bouazizi sono coperti di manifesti e di pubblicità. Morì invano? Sì, forse sì.











