di Piero Sansonetti e Leonardo Berneri
Il Riformista, 19 gennaio 2021
I giudici non hanno dubbi. Borsellino fu ucciso dalla mafia (e non la "Spectre") per vendetta e per impedire che andasse avanti nelle sue indagini e che mettesse le mani sul dossier mafia-appalti. Sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Caltanissetta a conclusione del processo che si chiama "Borsellino Quater".
Dicono parecchie cose interessanti. Quattro sono le più importanti. La prima è che Borsellino non fu ucciso perché stava indagando sulla trattativa Stato-mafia. La seconda è che Borsellino è stato invece ucciso in parte per vendetta in parte per fermare alcune sue indagini.
Quali? La più pericolosa probabilmente era quella che riguardava il dossier mafia-appalti, costruito da Falcone e dal colonnello Mori, e che fino a pochi giorni dalla sua morte fu tenuto lontano da Borsellino (e poi archiviato, clamorosamente, dopo la sua eliminazione). La terza cosa che dice la sentenza è che Cosa Nostra è una entità autonoma, che non risponde ad altri poteri, anche se è molto influenzata soprattutto dai poteri economici. Infine, la quarta cosa che dice (collegata alle prime tre) è che a Borsellino, nella Procura di Palermo, facevano la guerra, probabilmente anche per il dossier mafia-appalti, e che la mafia era molto preoccupata del suo ritorno a Palermo dopo l'esilio a Trapani e Agrigento.
Ora questa sentenza pone alcuni problemi. Il primo riguarda il processo che è in corso alla Corte d'appello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Con questa, sono nove le sentenze che smantellano la tesi su cui è costruito quel processo. E nove sono davvero tante. Può la giustizia continuare a testa bassa a fantasticare su una tesi che ormai la magistratura italiana ha dichiarato infondata? La seconda questione riguarda l'informazione.
Giorni fa la Rai ha mandato in onda una trasmissione sulla trattativa Stato mafia molto disinformata. Che è stata interamente smontata da questa sentenza. E che però ragionevolmente ha avuto un peso molto forte sull'opinione pubblica e anche sui giurati che dovranno decidere sul processo Stato-mafia. La commissione di vigilanza interverrà? Sarò imposto alla Rai un programma di riparazione, che permetta di ristabilire la verità?
Se questo non succederà vuol dire che viviamo in uno Stato dove il potere giudiziario è concepito solo come macchina di potere. Terrificante macchina di potere che risponde solo a logiche interne. Del tutto estraneo al diritto e alla ricerca della verità.
La cosiddetta trattativa Stato Mafia non ha nulla a che fare con la strage di Via D'Amelio. Anzi, non ha nulla a che fare con tutte le stragi mafiose, a partire da quella di Capaci fino alle bombe "continentali" del 1993. Non solo, respingendo la tesi difensiva dei boss, si apprende che "gli elementi acquisiti nel presente procedimento consentono di affermare che l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, inserita nell'ambito di una più articolata "strategia stragista" unitaria, sia stata determinata da Cosa Nostra per finalità di vendetta e di cautela preventiva".
Parliamo delle motivazioni, appena depositate, della sentenza d'appello del Borsellino Quater. La corte d'assise d'appello di Caltanissetta scarta la tesi sulla trattativa: non è di sua competenza, c'è una sola sentenza e pure non definitiva, ma soprattutto non c'entra nulla con la casuale delle stragi. È proprio la Corte che, confermando le condanne di primo grado nei confronti dei boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia (oltre i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci), si sofferma sulle cause che hanno determinato la strage, in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Quali? L'esito del maxiprocesso e il suo interessamento al dossier mafia appalti. Queste le conclusioni che l'Assise d'Appello di Caltanissetta riversa nella sentenza, in particolare traendo le mosse dalle parole del pentito Giuffrè, sui "sondaggi" con "personaggi importanti" effettuati da Cosa Nostra prima di decidere l'eliminazione dei magistrati Falcone e Borsellino, ma anche ricordando i sospetti che lo stesso Paolo Borsellino il giorno prima dell'attentato aveva confidato alla moglie, quando le disse "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo...ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse". Ed è proprio sulla base di tali evidenziate "anomalie", si legge sempre nelle motivazioni, che "i Giudici di primo grado avevano disposto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministro per le determinazioni di competenza su eventuali condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale".
Il punto non è di poco conto. Soprattutto nel momento in cui si organizzano convegni o si fanno "inchieste" televisive, invitando i soliti magistrati che puntualmente omettono i problemi che Borsellino ebbe all'interno della procura. Purtroppo accade sempre più spesso che quando nelle interviste si riporta questa oramai celebre frase che Borsellino confidò alla moglie Agnese, se ne dimentichi tuttavia la parte finale con il riferimento che il giudice fece ai suoi colleghi, i magistrati. La memoria non ha fatto gli stessi brutti scherzi alla Corte, che invece non ha dimenticato di darne rilievo, richiamandola con riferimento alle dichiarazioni testimoniali che rese la moglie di Borsellino.
Non solo. Sempre nella sentenza viene citato il fatto che l'arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo "era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell'organizzazione maliosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a "quel santo cristiano di Giammanco".
Ricordiamo che per i corleonesi, Lipari è stato un "consulente" che si occupava di pilotare gli appalti pubblici in modo da affidarli a imprese vicine ai boss. Il suo nome apparve anche nel famoso dossier mafia appalti scaturito dall'indagine degli ex ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, condotta sotto la supervisione di Giovanni Falcone. Riprendendo le motivazioni della pronuncia di primo grado, la Corte ricorda anche che "non erano state poche le difficoltà iniziali incontrate dal dott. Borsellino, al quale erano state delegate solo le indagini per le province di Trapani e Agrigento, e non per quella di Palermo".
A tal proposito, richiamando la sentenza di primo grado, la Corte le attribuisce il merito di aver ricostruito, anche sulla scorta delle dichiarazioni rese dalla moglie del magistrato e da alcuni suoi stretti collaboratori e colleghi, "le ragioni del contrasto fra il dottore Borsellino e l'allora procuratore capo della Procura di Palermo, dott. Giammanco, ricordando come tale delega, più volte sollecitata dal dottore Borsellino, gli fosse stata conferita solo la mattina del suo ultimo giorno di vita".
Ma su quale indagine Paolo Borsellino aveva mostrato particolare attenzione dopo la morte del collega ed amico Giovanni Falcone? Erano - si legge nelle motivazioni - "le inchieste riguardanti il coinvolgimento di "Cosa Nostra" nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l'interesse strategico che tale settore rivestiva per l'organizzazione criminale". Tutto qui? No, perché la Corte evoca anche quel famoso incontro tra Borsellino e la dottoressa Lilliana Ferraro, quando insieme avevano anche parlato del rapporto "mafia-appalti" ricevuto, per mano dei carabinieri del Ros, dal Procuratore Giammanco e da quest'ultimo "irritualmente inviato al Ministero della Giustizia, tanto che il dott. Falcone (nel frattempo come noto in servizio al Ministero) ne aveva disposto l'immediata restituzione". Un fatto singolare che fece infuriare Falcone. Sul tema non si manca neanche di precisare che "nel corso del dibattimento erano stati sentiti, come testi, anche i giudici Camassa e Russo i quali avevano riferito di un incontro avuto con il giudice Borsellino, intorno alla metà del mese di giugno, nel corso del quale quest'ultimo, con tono molto amareggiato e con le lacrime agli occhi, aveva detto loro che "qualcuno lo aveva tradito"".
Una sentenza che finalmente riprende in mano ciò che Falcone e Borsellino hanno sempre sostenuto. Ovvero che la caratteristica della mafia è la sua autonomia da qualsiasi potere, agisce da sola e, soprattutto, non ha bisogno di alcun aiuto esterno per compiere gli attentati. E cosi la Corte tiene anche a sottolineare ciò che aveva intuito Falcone con la nascita del pool antimafia, ovvero che "stante il carattere unitario e fortemente centralizzato dell'organizzazione criminale Cosa Nostra, ogni delitto riconducibile a detta organizzazione criminale dovesse essere considerato come l'anello di una lunga catena, e non già come un episodio a sé stante".
Ecco perché secondo la Corte non regge la linea di difesa degli imputati, portati a giudizio per la strage di Via d'Amelio, quando chiama in causa la tesi della trattativa per dire che quel presunto patto avrebbe aperto "nuovi scenari", in relazione alla "crisi dei rapporti di Cosa Nostra con i referenti politici tradizionali" ma anche al possibile collegamento fra "la stagione degli atti di violenza" e l'occasione di "incidere sul quadro politico italiano" con riferimento a coloro che "si accingevano a completare la guida del paese nella tornata di elezioni politiche del 1992". La Corte nella sua sentenza non lascia spazio alcuno a queste argomentazioni difensive, ribadendo che "la strage di Via D'Amelio, inserita nell'ambito di una più articolata "strategia stragista" unitaria, sia stata determinata da Cosa Nostra per finalità di vendetta e di cautela preventiva".
Indubbiamente, però, c'è stata una accelerazione dell'uccisione di Borsellino. Da cosa è dipeso ce lo dicono le motivazioni quando riportano alcuni passi della sentenza della corte d'Assise di Catania: "poteva avere influito l'intervento di potentati economici disturbati nella spartizione degli appalti, la presenza di forze politiche interessate alla destabilizzazione, la necessità di umiliare lo Stato in modo definitivo e plateale".
Poi la stessa Corte di Assise di Appello di Catania aveva comunque rilevato che tali ultimi motivi non hanno "creato una frattura rispetto a quelli che determinarono la decisione della strategia stragista, ma si aggiungono ad essi". Si tratta di una sentenza che potrebbe, di fatto, suggerire ulteriori piste da esplorare. A partire dalla causa della strage. Non la presunta trattativa, ma la questione "mafia appalti" che ha anche come sfondo i problemi all'interno dell'allora procura di Palermo. Il tutto è ben cristallizzato in questa sentenza. Tutto ciò potrebbe significare un ulteriore sviluppo delle indagini e la possibilità di arrivare a un Borsellino quinquies?
di Filippo M. Capra
fanpage.it, 19 gennaio 2021
Sono in risalita i contagi all'interno delle carceri lombarde. A certificarlo è il provveditore regionale Pietro Buffa che ha spiegato come il dato sia condizionato dai focolai riscontrati all'interno delle case circondariali di Bergamo, Busto Arsizio e Vigevano.
A San Vittore sono 59 i detenuti positivi al Covid su 949 ospitati. Torna l'allarme Covid nelle carceri lombarde. Dopo un periodo in cui il contagio è rimasto sotto controllo, ora le positività sono tornate ad aumentare. Stando a quanto comunicato da Pietro Buffa, provveditore regionale, "sono 198 i detenuti positivi al Covid e 7 i ricoverati".
Contagi in risalita nelle carceri lombarde: i dati - Nel corso della commissione consiliare online convocata oggi, lunedì 18 gennaio, per fare il punto sulla situazione all'interno delle case circondariali, Buffa ha spiegato che si tratta di "numeri in risalita".
Lo scorso "7 dicembre i positivi erano 398 e il 7 gennaio 126", ha rivelato, aggiungendo che "eravamo scesi", mentre ora la risalita è spiegata dalla presenza "di tre focolai, uno a Bergamo, uno a Busto Arsizio e uno a Vigevano". Il provveditore regionale ha però rassicurato, dichiarando che "l'utilizzo dei tamponi per il contenimento dell'epidemia è efficace: ne abbiamo fatti oltre 30mila dall'inizio della pandemia". Situazione opposta, invece, per gli operatori che lavorano all'interno delle carceri, i cui numero sono in calo. "I positivi, o persone in quarantena, al 15 gennaio erano 65 su 4 mila - ha spiegato Buffa. Mentre il 10 dicembre erano 122".
Al carcere di San Vittore 59 detenuti positivi su 949 - Per quanto riguarda la realtà di San Vittore, a Milano, su 949 detenuti ci sono 59 casi di positività, come spiegato dal direttore del carcere Giacinto Siciliano. A livello di personale, invece, Siciliano ha dichiarato che "abbiamo 6 persone della polizia penitenziaria che sono positive". Infine, per dare una spiegazione dei numeri riportati, il coordinatore sanitario di San Vittore Ruggero Giuliani ha dichiarato che la trasmissione del virus tra i detenuti è stata ""più efficace nella seconda ondata rispetto alla prima", in quanto "in primavera abbiamo concluso la prima ondata con 22 positivi e un decesso, mentre nella seconda ondata i detenuti positivi sono stati 180".
atnews.it, 19 gennaio 2021
"Il Piemonte si candidi al più presto a ospitare una Casa famiglia protetta per detenute mamme con bambini". Lo ha dichiarato il garante delle persone detenute Bruno Mellano al termine della visita all'Istituto penale minorile Ferrante Aporti di Torino, cui hanno preso parte anche l'assessore alle Politiche della casa e della famiglia Chiara Caucino e la garante regionale dell'infanzia e dell'adolescenza Ylenia Serra.
"Osservare gli spazi e il contesto della detenzione minorile aiuta a comprendere l'urgenza di prevedere luoghi e modalità diverse per l'esecuzione delle pene innanzitutto per i minori - ha aggiunto. Al momento sono meno di 400 i giovani detenuti nei 17 Istituti penali minorili italiani, di cui circa 20 ragazze, mentre le donne recluse sono tuttora ben 2.255, circa il 4% della popolazione reclusa, di cui 30 madri con 33 bambini al seguito e solo le più fortunate sono ospitate negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam)".
La visita all'Istituto minorile con Caucino e Serra ha rappresentato il naturale prosieguo dell'incontro "Una casa senza sbarre", organizzato nei mesi scorsi da Mellano per sostenere la necessità di una rete italiana di Case famiglia e per avviare una verifica urgente di fattibilità per edificarne una in Piemonte, la terza in Italia dopo quelle già operative a Roma dal 2016 e a Milano dal 2018.
"È il momento di agire - ha concluso Mellano - perché il contesto nazionale sembra quanto mai favorevole: l'approvazione di un emendamento alla Legge di Bilancio prevede infatti di creare un fondo per accogliere i genitori detenuti con i propri figli al di fuori delle strutture carcerarie con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro annui per il triennio 2021-2023 e la Cassa delle ammende si è dichiarata disponibile a finanziare già nel 2021 progetti mirati a rendere operative le strutture per mamme con bambini".
ottopagine.it, 19 gennaio 2021
Lo dichiara il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. "C'è un'assuefazione sul contagio nelle carceri. Nei report quotidiani ci sono i dati di agenti e detenuti. Si devono accendere le luci su questi luoghi dove l'individuo è privato della libertà ma non deve essere privato della dignità". Lo ha dichiarato il Garante dei detenuti in Campania Samuele Ciambriello.
Oggi sarà presentata la situazione relativa alle Residenze per esecuzione delle misure di sicurezza (Rems): "Nella legge istitutiva la funzione del Garante è relativa al carcere e a tutti i luoghi in cui la libertà è privata come il Tso (trattamento sanitario obbligatorio) come le Rems, nate dopo la chiusura degli Opg. Abbiamo persone socialmente pericolose in carcere in attesa di poter andare nelle Rems. Oggi ci sono 31 strutture con 600 persone. Abbiamo bisogno di luoghi per i sofferenti psichici e questi non possono essere le carceri".
Rispetto sempre al carcere Ciambriello ha aggiunto: "Voglio coniugare la certezza con la qualità della pena ma se verità e giustizia non si mettono insieme avremo solamente la vendetta. Negli ultimi 15 anni 27mila persone hanno ricevuto un risarcimento per ingiusta detenzione, lo Stato ha speso centinaia di milioni di euro. E chi riceve il risarcimento non sarà mai ripagato per una prima pagina sul giornale e per l'ingiustizia. E se sbaglia un magistrato? Che succede?"
di Marialucia Contestabile
Gazzetta del Sud, 19 gennaio 2021
Si alza il livello di allarme nella Casa circondariale dove si teme l'espandersi del focolaio. Durante la prima ondata il Covid non era riuscito a farsi strada nello sbarramento posto a protezione della casa circondariale di Vibo. In quel caso, infatti, la pandemia era rimasta fuori dai cancelli. Con la seconda ondata, però, qualcosa è cambiato e ora il timore è che all'interno del carcere sia esploso un focolaio, anche se al momento con numeri ridotti rispetto a quello della popolazione carceraria.
Comunque sia le condizioni - stando alle notizie trapelate - ci sarebbero tutte considerato che circa nove detenuti, diversi dei quali ristretti nella media sicurezza, sono stati contagiati dal virus. Numero a cui bisogna aggiungere anche quello relativo ai casi di positività (circa dieci) tra gli operatori della Polizia penitenziaria. Fatto sta che nell'istituto di pena sono state sospese le visite in presenza degli avvocati i quali possono comunicare con i propri assistiti solo attraverso una video-chiamata. Al contempo all'interno della casa circondariale si sta facendo il possibile per evitare il diffondersi del contagio e, oltre ai tamponi eseguiti quasi a tappeto, sono state attivate tutte le procedure ed i protocolli per garantire sicurezza, ma soprattutto per prevenire l'insorgenza di altri casi.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 gennaio 2021
Il giovane legale Antonio Montinaro due anni fa rimase paralizzato precipitando da una balaustra troppo bassa. Finora non ha ricevuto un solo euro di risarcimento, nemmeno di acconto: "Non si sono mai attivati". "Oggi sono qui" nel Palazzo di Giustizia e all'ospedale Policlinico - garantiva a Milano il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede il 21 gennaio 2019, tre giorni dopo che il neoavvocato Antonio Montinaro era rimasto paralizzato precipitando lungo le scale da una balaustra troppo bassa - "per dare la vicinanza a chi è stato drammaticamente coinvolto".
Questa "vicinanza" del ministero - competente in base al decreto 81/2008 sugli interventi strutturali, e avvisato sui rischi dei parapetti 4 volte tra il 2015 e il 2018 - a distanza di due anni esatti non si è però ancora tradotta in neppure un solo euro di risarcimento, nemmeno di acconto per aiutare la vittima nelle spese sanitarie e logistiche.
Al punto che lunedì il 32enne Montinaro, pur "non dubitando della sincerità delle intenzioni" ministeriali più volte dichiarate "di avvio di una trattativa", ma di fronte al fatto che "inaspettatamente abbiano avuto nessun esito" dopo 24 mesi, "suo malgrado deve ora rivolgersi all'Autorità Giudiziaria per ottenere giustizia".
E con l'avvocato Gian Antonio Maggio intenta davanti al Tribunale di Milano una causa civile di risarcimento danni (propri e dei genitori) da quasi 3 milioni di euro contro il ministero della Giustizia: per "colpa omissiva" e "protratta inadempienza" nel "non essersi mai attivato concretamente, né aver mai messo a disposizione le necessarie adeguate risorse finanziarie, per la messa in sicurezza". Il punto da cui l'avvocato cadde è tuttora identico, solo transennato da quel giorno; mentre da alcune settimane (con 600.000 euro di finanziamenti) sono iniziati i rialzi dei parapetti nelle scale interne, e proprio da lunedì nelle scale più esposte al pubblico.
Montinaro, che a fine 2018 aveva appena superato l'esame e il 17 gennaio 2019 stava per iscriversi all'Ordine degli Avvocati, appoggiatosi con lo zaino al parapetto alto in tutto 82 cm (57 di balaustra e 25 di corrimano, che gli arrivavano appena alla cintura dei pantaloni) perse l'equilibrio e precipitò dal IV piano del Palazzo di Giustizia (pianerottolo di passaggio ad alcuni uffici della Procura) nella tromba della scala Y, sbattendo la schiena contro una balaustra del III piano dopo 7 metri di volo.
Cento per cento di invalidità Inps, 85% di danno biologico permanente, l'avvocato paralizzato per la lesione al midollo ha affrontato 2 mesi di ospedale a Milano e 5 mesi all'unità spinale di Imola, prima di doversi rassegnare a tornare a Martano (Lecce) a casa del padre vigile urbano e della madre bracciante agricola, che dal sogno di esser riusciti con grandi sacrifici a far laureare il figlio erano già passati al dover impegnare altri risparmi prima per stargli vicino nel Nord Italia e poi per adeguare la casa alla logistica della mobilità del figlio.
Venerdì scorso - in coincidenza con le vigilie sia del biennio sia dell'udienza ieri di opposizione all'archiviazione chiesta in sede penale dalla Procura di Brescia - il nuovo dirigente dell'apposita direzione del ministero ha proposto al legale di Montinaro un incontro per avviare una trattativa in grado di superare le asserite rigidità di Corte dei Conti e Avvocatura dello Stato. Dopo 2 anni. Durante i quali l'unico aiuto concreto (25.000 euro, preziosi almeno per le spese mediche vive) è arrivato dall'"Associazione Amici di Andrea", fondata da Rosalia e Armando Spataro in ricordo del figlio dell'ex pm, brillante avvocato morto nel 2017 dopo 9 anni di malattia.
di Alfredo Raimo
cronachedi.it, 19 gennaio 2021
Salgono a 49 i detenuti risultati positivi al Covid-19 nel carcere Pagliarelli di Palermo, dopo i risultati dello screening di massa a cui sono stati sottoposti tutti i 1.300 in prigione, ma non ancora le guardie della polizia penitenziaria e il personale amministrativo.
Salgono a 49 i detenuti risultati positivi al Covid-19 nel carcere Pagliarelli di Palermo, dopo i risultati dello screening di massa a cui sono stati sottoposti tutti i 1.300 in prigione, ma non ancora le guardie della polizia penitenziaria e il personale amministrativo. Tutti i reclusi sono, invece, stati sottoposti al tampone molecolare dopo la scoperta dei primi riscontri positivi su alcuni detenuti. Dei 49 contagiati soltanto due mostrano lievi sintomi di coronavirus, mentre tutti gli altri sono asintomatici. I positivi sono stati spostati in una area isolata dal resto della popolazione carceraria. Il garante regionale per i diritti dei detenuti, Giovanni Fiandaca, chiede che vengano adesso eseguiti i controlli anche al personale amministrativo e agli agenti della penitenziaria.
"So che da quando c'è stato il focolaio tra le guardie penitenziarie sono stati avviati i controlli ogni 15 giorni sugli agenti. Adesso, alla luce dei nuovi contagi, è necessario eseguire nuovi tamponi a tutto il personale - dice Fiandaca. Mi dicono che è stato posticipato, perché al momento le Usca sono impegnate nel territorio in altre emergenza. Ribadisco che, invece, bisogna eseguire i controlli per evitare che il contagio si diffonda visto che il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria stanno a contatto diretto con i detenuti".
di Martina Blasi
epale.ec.europa.eu, 19 gennaio 2021
Album di Famiglia è una web-serie composta da dieci corti video-teatrali, ciascuno della durata di 4 minuti, trasmessi a cadenza settimanale ogni giovedì a partire dal 14 gennaio 2021 sulla pagina Facebook e, successivamente, sul canale YouTube del Teatro Nucleo di Ferrara.
Il Teatro Nucleo di Ferrara è una delle poche realtà in Italia che ha continuato a realizzare le attività teatrali in carcere anche durante la pandemia. Il Teatro Nucleo - con Horacio Czertok e Marco Luciano - dal 2018 conduce il laboratorio Album di Famiglia nell'ambito del tema biennale "Padri e Figli" individuato dal Coordinamento Teatro-Carcere della Regione Emilia- Romagna.
Il percorso, al quale partecipano 35 detenuti di provenienza diversa, è dedicato alla produzione di uno spettacolo che avrebbe dovuto debuttare, prima ad aprile e poi a novembre 2020, presso il Teatro Comunale di Ferrara. A causa dell'emergenza sanitaria ancora in atto, questo non è stato possibile. Tuttavia, in attesa della riapertura dei teatri, il processo creativo non si è interrotto. Portato avanti tramite lettere - nel progetto Esercizi di Libertà - durante il primo lockdown, in questa seconda fase il laboratorio prosegue in presenza portando all'esterno la pratica teatrale con il linguaggio del video.
"L'idea di una serie di corti che raccontasse il nostro lavoro su Amleto è nata in maniera occasionale e quasi per caso. Gli attori detenuti hanno sempre continuato a studiare e a sviluppare i loro "compiti", nonostante la mancanza dell'obiettivo-spettacolo, e certe cose avevano raggiunto un livello performativo forte, per cui ci siamo detti: documentiamo. Così abbiamo iniziato a riprendere le varie scene, ma d'improvviso è scattato qualcosa nel gruppo. Si è accesa una passione per questo tipo di lavoro. Ho capito che la telecamera rappresentava per loro una finestra attraverso cui farsi vedere dai figli, dalle mogli, dalle madri e dai fratelli. Una fessura in bianco e nero attraverso cui fare entrare la città e il mondo"
"Tutti hanno iniziato a lavorare all'allestimento del set, alla scelta delle inquadrature, alla scrittura dei movimenti di camera. Ho capito che non si trattava più di documentare gli incontri di un laboratorio, ma che stava prendendo forma un processo artistico, creativo. Il cinema", racconta Marco Luciano, regista e drammaturgo di Teatro Nucleo.
La forma del video breve - precisa e funzionale ad esprimere pregi e difetti della creazione e del contesto in cui avviene - riprende l'idea della raccolta fotografica dei ricordi familiari: ogni episodio è uno scatto, uno squarcio che illumina aspetti e momenti dei vari personaggi che animano la drammaturgia di Album di Famiglia. I personaggi appaiono nei dieci episodi, si raccontano attraverso relazioni reali o immaginarie. Una famiglia a brandelli, una polverizzazione dei legami, che attraverso la storia di Amleto si fa metafora anche del momento storico che stiamo vivendo, oltre che della condizione individuale degli attori-detenuti.
Liberamente ispirata alla figura di Amleto e alle sue varie riscritture contemporanee, da Laforgue a Heiner Muller, la drammaturgia di Album di Famiglia si è andata componendo attraverso uno scambio di suggestioni e spunti letterari forniti dai registi di Teatro Nucleo ai detenuti, che li hanno rielaborati in scritture più o meno biografiche sull'eredità familiare, sulla colpa e sul perdono.
La composizione drammaturgica ha preso ispirazione da Hamlet Machine di Heiner Muller, il cui primo movimento si intitola proprio Album di Famiglia: da qui deriva la suggestione per una composizione di storie e personaggi che appaiono e scompaiono, come quando si sfoglia un album fotografico di una qualunque famiglia.
Il primo episodio della serie web Album di Famiglia, il 14 gennaio alle ore 18, si apre con un prologo tratto dal Macbeth di Shakespeare. Il secondo episodio, il 21 gennaio alle ore 18, inizia con una lavagna sulla quale un uomo scrive incessantemente il numero 7. Cancella e ricomincia, mentre intorno al tavolo gli attori litigano su chi dovrà interpretare il personaggio di Amleto.
Il terzo episodio, il 28 gennaio alle ore 18, è dedicato al racconto della vicenda di Amleto ad opera del re Claudio. Il quarto, il 4 febbraio alle ore 18, è incentrato sulla lunga riflessione di Claudio attorno al concetto di colpa; il quinto, l'11 febbraio alle ore 18, è dedicato a Ofelia; il sesto, il 18 febbraio alle ore 18, è ispirato a un racconto di Julio Cortàzar riguardo il tempo e la sua misura; nel settimo, il 25 febbraio alle ore 18, avviene la presentazione di Amleto e, infine, gli ultimi tre saranno trasmessi - sempre alle ore 18 - il 4, l'11 e il 18 marzo 2021.
All'interno di Le Magnifiche Utopie - la stagione teatrale organizzata dal Teatro Nucleo al Teatro Julio Cortàzar di Ferrara con 12 appuntamenti tra novembre 2020 e maggio 2021 - la web-serie sarà inoltre raccontata in un incontro on-line in diretta, finalizzato anche ad approfondire i temi e contesti del teatro in carcere e del senso della pratica teatrale nel contesto detentivo e in prospettiva del fine pena. La colonna sonora dei corti è prevalentemente affidata Nicolae Roset, moldavo di origine rom, ospite della Casa Circondariale C. Satta. Le canzoni che ha proposto, di tradizione zingara, hanno a che fare con la lontananza, dalla famiglia e dall'amore, e con la necessità del viaggio.
Tutti gli episodi sono girati nel corso degli appuntamenti settimanali di 90 minuti che i registi di Teatro Nucleo hanno a disposizione per portare avanti il percorso con i detenuti-attori. I partecipanti al percorso di teatro-carcere condotto da Teatro Nucleo studiano durante la settimana quello che dovranno eseguire il giovedì. Immaginano il movimento e lo spazio nella propria cella, mentre si preparano da mangiare, quando percorrono i corridoi della sezione.
"Ogni volta che esco dal carcere sorrido come un bambino pensando a quanto sono maturati come attori questi uomini durante questi anni di laboratorio. La loro intelligenza emotiva, la furbizia infantile, questo "non aver nulla da perdere", il loro essere perfettamente confitti nel presente e contemporaneamente capaci di vivere in un altrove immaginario (cosa a cui penso siano allenati per sopravvivenza), sono elementi che fanno di loro a tutti gli effetti degli attori professionisti", conclude Marco Luciano.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2021
Il ricorso cautelare per Cassazione contro la decisione del Tribunale del riesame, o in caso di ricorso immediato, del giudice che ha emesso la misura, va presentato esclusivamente presso la cancelleria del tribunale che ha emesso il provvedimento o del giudice "autore" dell'ordinanza. Nel caso di presentazione ad un ufficio diverso il ricorrente si assumerà il rischio diveder dichiarato inammissibile, perché tardivo, l'atto se non arriva al giudice competente entro dieci giorni.
La data rilevante, ai per la tempestività è, infatti, quella in cui l'atto arriva al giusto destinatario. Con l'avvertenza che eventuali ritardi non possono essere contestati alla cancelleria. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 1626/2021) dettano un principio chiaro per evitare che molti ricorsi si traducano in un nulla di fatto. Ed escludono che la via indicata sia incostituzionale perché a maglie più strette rispetto alle modalità ordinarie dell'atto di impugnazione, che consentono il deposito anche nel luogo in cui si trovano parti private o difensori.
Né può essere considerata lesiva del diritto di difesa, anche rispetto ai principi affermati dalla Cedu sul giusto processo. La conclusione raggiunta è basata su un'interpretazione letterale della norma di riferimento (articolo 3udel Codice di procedura penale) e sulla finalità perseguita dal legislatore che non si presta a deroghe o a interpretazioni adeguatici.
La "disparità" di trattamento è giustificata, oltre che dalle differenze strutturali dei giudizi di merito e di legittimità, dall'interesse primario che l'ordinamento riconosce all'esigenza di celerità del giudizio di impugnazione. E la modalità corretta per raggiungere lo scopo è quella che consente al giudice che ha emesso il provvedimento divenire subito a conoscenza del ricorso mettendolo nella condizione "con prontezza" di formare i fascicoli.
L'intento di una definizione celere in nome dell'urgenza è confermato dalla nonna (comma 3) con la quale si impone al giudice della cancelleria che riceve l'atto "di curare che sia dato immediato avviso all'autorità giudiziaria procedente la quale trasmette, entro il giorno successivo, gli atti alla Corte di Cassazione". Nessuna rotta di collisione, infine, con i principi sovranazionali sul giusto processo. Sulle modalità di presentazione dell'impugnazione la Corte Edu lascia agli Stati un ampio margine di apprezzamento nel quale rientra anche l'imposizione di criteri rigorosi.
Detto questo resta aperta la possibilità di presentare il ricorso in luogo diverso ma a rischio della parte. Se questo arriva all'ufficio competente entro ho giorni previsti l'atto sarà valido perché ha raggiunto il suo scopo al di là della presentazione "irrituale". Ma se non avviene, alla cancellaria incompetente non potrà essere contestato il ritardo o l'errore nella trasmissione. Né potrà essere onerata delle spese della stessa trasmissione.
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 19 gennaio 2021
Molti italiani tendono a vivere in trance, quasi a entrare in letargo. C'è da augurarsi che riprenda slancio la chimica ordinaria della vita sociale. Ho sempre sostenuto, in tanti anni di mestiere, che lo sviluppo di un Paese complesso come l'Italia non lo fanno i piani, le politiche economiche, le paccate di soldi, ma lo fa il suo popolo, con i suoi singoli abitanti e le diverse realtà comunitarie.
Questa convinzione si trova oggi, nella nebbia di cosa sarà l'anno che entra, di fronte ad un complesso interrogativo: in quale stato di salute (di vitalità o debolezza psichica collettiva) si trovano oggi i vari soggetti della nostra società? Cosa siamo? Dove siamo? Senza andare a citazioni esistenziali ("Dove sei?" è la prima domanda rivolta da Dio ad Adamo), credo sia giusto proporci un esame di coscienza collettiva, senza il quale vivremmo l'attuale congiuntura con una facile rimozione dei fatti e delle difficoltà attuali, magari nella banale attesa che tutto passi.
Senza andare a troppo profonde analisi sulle situazioni di impreparazione e sperdimento constatate nella drammatica pandemia in corso, mi limito ad una banale, brutale domanda: "Su quali lunghezze d'onda funzionano oggi i nostri pensieri collettivi e le nostre collettive emozioni?". Me ne sono andato in giro per giorni e giorni fra la gente per "annusare", sotto le prescritte mascherine, il clima di fondo e lo stato d'animo dei nostri concittadini. E ne ho tratto tre prime impressioni.
La prima impressione è di un popolo "in trance", che non focalizza adeguatamente uomini e cose, e che preferisce rintanarsi nel mondo sicuro del se stesso. Siamo lontani dalla vitalità ottimista con cui abbiamo attraversato il primo lockdown, oggi sostituita da una strisciante opaca incertezza: non solo sui tempi di un possibile superamento della crisi (tre mesi, sei mesi, un anno), ma anche sulle regole e sui vincoli dei comportamenti quotidiani nelle zone di diverso contagio e colore. La gente sembra indifferente a speranze e obiettivi comuni, e si restringe sulla paura del contagio; sulla curiosità per l'andamento della sua curva; sulla ricerca di informazioni su come combatterlo; sulla ripulsa emotiva alla terapia intensiva; sulla propensione o meno a vaccinarsi in fretta. Chi gira per le strade prevalentemente deserte, di fatto si trascina, non riuscendo a focalizzare la dinamica collettiva e forse neppure la situazione personale, talvolta volutamente di stanchezza.
E qui arriva la seconda impressione: che la gente abbia silenziosamente deciso di andare "in letargo". Perché impegnarsi a esprimere vitalità se gli obiettivi da perseguire non sono chiari e/o dichiarati? Prendiamoci un po' di riposo e ricarichiamo le nostre batterie, come molti animali che ai primi freddi si sottraggono a ogni impegno a breve. Alla pandemia ci pensino gli altri, noi ci adatteremo alle loro decisioni e aspetteremo la primavera, che necessariamente arriverà. Chi la porti a maturazione, tale primavera, importa poco a chi va in letargo: magari vi provvederà quella parte del sistema che continua imperterrita a essere vitale; oppure ci rifugeremo, da classici italiani, nel fatidico patrio stellone. Ma rimane il pericolo che in troppi ci si affezioni al letargo e che a primavera ci si ritrovi più "scarichi" e irresponsabili di prima.
Perché irresponsabili lo siamo tacitamente tanto, quasi che le ultime vicende ci abbiano trasportato in una bolla invisibile, di comportamenti "coatti", quasi vivendo in una "istituzione totale", cioè in una di quelle realtà dove le persone "tagliate fuori per un lungo periodo dal loro tradizionale modo di vivere, si trovano a dividere una situazione resa comune da un regime chiuso e formalmente amministrato". La citazione è tratta da un famoso libro di Goffman (Asylums) che analizzava le dinamiche di gente "internata", naturalmente per il proprio bene, in strutture collettive fortemente regolate da uno staff naturalmente di alta qualità tecnica.
Sarebbe scorretto applicare alla nostra attuale società quella analitica vivisezione di ambienti totalizzati (i manicomi, i conventi di clausura, i campi di concentramento, le caserme), ma qualcosa di simile la si scorge in questa Italia sotto Covid: la potenza tecnica dello staff; la sua propensione a comunicare senza informare; la dissuasione delle varianti rispetto agli ordini impartiti; le regole di minimale comportamento (igienico e di distanziamento); il dovere di un visivo riconoscimento collettivo (la mascherina come divisa da internato); le sanificazioni a tappeto; le quarantene; e in fondo il senso di un po' tutti - internati e no - di vivere alla giornata, senza poter focalizzare cose e persone e perseguire possibili obiettivi. Tre pericoli quindi incombono nella mente degli italiani in questo inverno un po' cupo: vivere in trance, entrare in letargo, adattarsi a vivere in una bolla di istituzione totale. Per un ottimista tenace quale sono sempre stato, c'è da dire "vade retro". Speriamo però che non servano appelli retorici e crociate vitalistiche, ma che riprenda slancio la chimica ordinaria della vita sociale, la quotidianità ordinaria.
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