Corriere della Sera, 25 aprile 2021
La Garante: "I fragili, per esempio, hanno ricevuto il Pfizer già nel mese di marzo". Non se ne parla, non abbastanza, eppure nonostante gli episodi di tensioni, il carcere - anzi, entrambi gli istituti penitenziari - bresciano è un modello da seguire a livello nazionale. Almeno per quanto riguarda la profilassi contro il Covid. Perché quasi tutti i detenuti sono già stati vaccinati: "Circa l'80%", conferma la garante per i loro diritti, Luisa Ravagnani.
"Qualcuno non ha voluto e ha rifiutato la dose, ma parliamo di una percentuale minima, mentre gli altri che non l'hanno ancora ricevuta sono in fase di valutazione per una serie di patologie e problematiche cliniche da approfondire" in modo che si scelgano tempi e vaccini adeguati. "I fragili, per esempio, hanno ricevuto il Pfizer già nel mese di marzo". E questo sia a Canton Mombello che a Verziano, dove "non si sono registrati né problemi organizzativi, né effetti collaterali gravi". Stesso discorso per il personale: "Anche gli agenti, sostanzialmente quasi tutti, si sono già sottoposti al vaccino, eccezion fatta per coloro che non hanno voluto".
L'auspicio, dunque, "è che si possa andare incontro alla ripresa dell'attività e dei contatti esterni per i detenuti che, ad oggi, vedono giusto me e gli operatori del centro diurno", come prevedono le direttive del Prap e del Dap (rispettivamente il provveditorato regionale e il dipartimento di amministrazione penitenziaria). "La situazione carceri in questo senso è diversa in tutta Italia e le differenze non aiutano, per esempio in relazione ai trasferimenti: un piano omogeneo significherebbe più sicurezza per tutti. Brescia insegna".
sardiniapost.it, 25 aprile 2021
"La vaccinazione dei detenuti in Sardegna è iniziata nella Casa di reclusione all'aperto di Is Arenas dove hanno ricevuto la prima dose tutti i detenuti che hanno aderito alla campagna regionale. Un importante risultato ma una goccia nel mare dei reclusi, occorre accelerare anche perché in alcuni Istituti non è stata completata neppure la vaccinazione del personale dell'amministrazione per le perplessità avanzate verso il vaccino Astrazeneca".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo diritti riforme. "La vaccinazione nella Colonia penale del territorio di Arbus ha interessato una cinquantina di persone private della libertà, nelle prossime settimane - sottolinea Caligaris - è già stata programmata anche un'analoga iniziativa nella Casa di reclusione di Mamone (Onanì), dove si trovano un centinaio di ristretti. Insomma il percorso è troppo a rilento considerando che i grandi numeri sono soprattutto a Cagliari con circa 600 detenuti, Sassari (circa 400), Nuoro (poco meno di 300) e Oristano (circa 260)".
Per la portavoce di Sdr, "senza una tabella di marcia a tappe forzate risulta difficile pensare che in un baleno si possa garantire una maggiore sicurezza a tutti, a partire dagli operatori, soprattutto se sarà necessario fare il richiamo vaccinale. Sarebbe infatti opportuno - conclude - riservare alle carceri il vaccino monodose Johnson". "La campagna di vaccinazione a Is Arenas per i detenuti e il personale e quella nella Casa di reclusione di Oristano Massama per il solo personale sono in pratica concluse - ha sottolineato il direttore Pierluigi Farci - il ritardo si è registrato con la sospensione dell'Astrazeneca. Anche la tipologia dei vaccini non è determinante giacché ciascun detenuto, anche in caso di trasferimento o liberazione, viene accompagnato con i dati forniti dalle aziende sanitarie. La Sardegna è riuscita a contenere l'ondata virale nelle carceri, grazie all'impegno di tutti, personale penitenziario e delle Asl, ma è evidente che completare la vaccinazione significa offrire a tutti un ambiente di vita e di lavoro più sereno".
malpensa24.it, 25 aprile 2021
"Ha trovato compimento la realizzazione di un significativo progetto di reinserimento lavorativo destinato ai detenuti della Casa circondariale di Varese, che potranno contare sulla presenza all'interno della struttura di un giardino botanico e di un orto biologico che consentirà di coltivare prodotti freschi e a chilometro zero", lo ha sottolineato il presidente del consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi in occasione dell'inaugurazione del nuovo orto biologico e sociale del carcere varesino avvenuta nei giorni scorsi.
Il contributo di Regione Lombardia - L'orto è stato realizzato grazie a un contributo regionale di 15mila euro frutto di un emendamento all'Assestamento di Bilancio 2019 di Regione Lombardia presentato dal Consigliere Samuele Astuti (Pd), condiviso poi dallo stesso presidente Fermi che si è adoperato affinché l'erogazione del contributo potesse andare a buon fine in tempo utile.
Reinserimento lavorativo dei detenuti - "Per i detenuti del carcere dei Miogni una occasione in più per sviluppare nuove competenze utili da spendere poi in ambito sociale ma anche un motivo di orgoglio nel potersi dedicare a una attività gratificante e capace di regalare soddisfazioni importanti - ha proseguito Fermi - Una attività che andrà a integrare e ottimizzare la collaborazione che già un paio di anni fa la Casa circondariale di Varese ha avviato con la testata "Cucinare al fresco", dove vengono raccolte le ricette proposte dagli ospiti di numerose case circondariali lombarde. Ora le "ricette varesine" si arricchiranno sicuramente di nuove sperimentazioni culinarie basate sulle genuinità dei prodotti coltivati e utilizzati direttamente in casa propria".
Sinergia tra enti - "Un ringraziamento -ha sottolineato infine il presidente Fermi- , oltre che al Consigliere Samuele Astuti, va ovviamente alla Direttrice della Casa circondariale Carla Santandrea per aver creduto in questo progetto e a tutti i detenuti che vorranno dedicarvi parte del loro tempo e delle loro energie. Un grazie doveroso anche a Ersaf, all'Enaip e al Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria di Milano per aver contribuito alla sua realizzazione".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Mi domando se la Resistenza sarebbe stata ricordata, e se gli ormai tantissimi nati molto dopo il 1945 ne avrebbero avuto qualche cognizione, se ogni anno, da più di 70, non fosse stata puntualmente commemorata dalle associazioni partigiane e dalle istituzioni antifasciste. Mi pongo questo interrogativo ovvio per non lasciare spazio alcuno a chi - ce ne sono parecchi - considera gli anniversari stanche e retoriche ripetizioni. Sono invece importantissimi perché si tratta di momenti preziosi della vita di ciascuno: quando ci si sente parte di una memoria collettiva. Occasioni sempre più rare, perché di collettivo nelle nostre vite più recenti ce ne è sempre di meno.
Altro è il discorso sul come si usa la memoria, oggi che di partigiani ancora vivi ce ne sono pochissimi e perciò il succo che si trae dal loro vissuto è meno scontato e sempre più arbitrario. Sarebbe bello, per esempio, fare una volta un grande serio sondaggio, articolato per settori di opinione ma anche per generazione, per capire meglio cosa evoca in ciascuno questa data. Non solo per soddisfare una curiosità, ma perché ne potrebbe scaturire un interessante dibattito politico, fra posizioni anche molto diversificate pur emerse da un medesimo schieramento politico e sociale. Se si facesse un simile confronto spererei comunque non si finisse col fare l'elenco dei valori da riaffermare.
Non è così, ma solo se ci si sforza di tradurli in pratica oggi e qui, che si fa un passo avanti. Da quando i protagonisti ufficiali della politica sembrano volersi identificare a partire dai valori, che sono certo importanti ma non tanto se poi non diventano programmi e impegni rispettati, l'identità di ciascuno si è annebbiata e si rischia che appaiano tutti uguali.
A me piacerebbe che da questo 25 aprile partisse una riflessione, comune ma non per questo omogenea, su quello che considero l'aspetto più singolare e straordinario della Resistenza italiana: il coraggio dell'invenzione di una società totalmente diversa che nessuno sapeva ancora come dovesse essere, perché i giovani partigiani non avevano avuto modo di sperimentare una democrazia in nessuna sua forma. La futura società per cui rischiavano la vita era dunque per loro un progetto tutto da verificare ma per il quale si era pronti a dare l'assalto al cielo.
Quel che tuttora più mi colpisce e mi entusiasma della Resistenza è la spregiudicatezza della sfida che, senza il salvagente di stati preesistenti e dei loro garanti, come era altrove in Europa, drappelli di ragazze e ragazzi provenienti da regioni diverse e che la guerra aveva casualmente aggregato su questa o quella montagna, hanno ingaggiato non per recuperare un passato conosciuto ma per conquistare un sistema del tutto sconosciuto che aveva però un pregio fantastico ed era perciò un obiettivo entusiasmante : si trattava di un mondo inesplorato ma sognato.
Proprio di questo coraggio oggi avremmo bisogno. Perché siamo arrivati ad una crisi, di cui la pandemia ha costituito solo l'allarme, così profonda per tanti aspetti tutti però intrecciati, che l'ipotesi di riparare, per farlo ancora vivacchiare, il modello attuale, nonostante qualche sicurezza che ancora garantisce, non interessa più a nessuno. O perlomeno non i più giovani.
Voglio dire che dobbiamo ritrovare quello stesso coraggio dei partigiani perché oggi è indispensabile per ripensare tutto, a cominciare dal nostro modello democratico.
Da quando nessuno sa più dove vengono realmente prese le decisioni che contano - certamente non nel Parlamento nazionale ma neppure in quello europeo visto che in realtà a dettar legge sono gli accordi del tutto privati fra i grandi gruppi multinazionali finanziari e/o industriali e i loro algoritmi - questa democrazia risulta a tal punto svuotata da apparire quasi inservibile.
Il rischio è che ci si arrenda difronte a questa evidenza, ma è anche quello di diventare puramente ripetitivi, illudendosi cha sia possibile rivivere il tempo passato, con un parlamento davvero rappresentativo della società che lo ha eletto, ad essa collegato da partiti capaci di fornire partecipazione consapevole.
Oggi dobbiamo essere in grado di garantire la nostra irripetibile Costituzione ma al tempo stesso di armarci della fantasia e della buona volontà necessarie a costruire nuove e più dirette forme di espressione politica: autogestione collettiva di pezzi almeno della nostra società, per ridurre al minimo il ricorso ad affidamenti che non danno più fiducia: lo stato, il mercato, ma anche referendum imbelli che liquidano enormi questioni con un semplice sì o no.
No, non sto rievocando il mito anarchico, ma certo invocando nuovi intrecci fra democrazia delegata e diretta; sto semplicemente invitando a impegnarsi a inventare nuove forme consolidate di democrazia organizzata da far crescere sul territorio, in cui sia possibile impegnarsi per gestire insieme i beni e i servizi nuovi che bisognerà approntare se si vuole davvero imboccare la transizione a un nuovo modo di produrre e consumare.
Non per chiudersi nella propria comunità, ma come punto di forza per poter con autonomia "tener aperto lo sguardo sull'altrove", come saggiamente consiglia papa Francesco a chi rischia di chiudersi nel proprio "locale". È già su questo terreno che operano una quantità di gruppi cresciuti in questi ultimi anni e che sebbene ancora frammentati attestano l'esistenza di nuove risorse che tuttavia si esprimono in forme diverse da quelle che noi, nella nostra adolescenza, abbiamo incontrato crescendo.
Solo ripartendo da queste nuove esperienze possiamo pensare a un mondo nuovo, e smetterla di piagnucolare su quello che non c'è più. So che ci sarebbe bisogno anche dei partiti di cui siamo nostalgici, perché sono necessari a capire meglio dove si vuole arrivare a lungo termine. E però non li ricostruiremo mettendo insieme i ricordi, o rintracciando parentele, ma a partire dalle sollecitazioni che ci verranno da una società arricchita da nuove pratiche democratiche. I tanti giovani che in questi ultimi anni hanno sentito il bisogno di iscriversi all'ANPI potrebbero essere un canale prezioso per intercettare questa nuova disponibilità a impegnarsi trasmettendo l'esempio della sfida lanciata nel 1943.
recensione di Francesca Visentin
Corriere del Veneto, 25 aprile 2021
Stefano Cucchi segue il carabiniere che l'ha arrestato, dietro c'è n'è un altro. D'un tratto il carabiniere davanti si volta di scatto, molla un ceffone in pieno volto a Stefano e lo spintona con violenza. Mentre Stefano, stordito, vacilla, l'altro carabiniere lo colpisce con un possente calcio. Stefano finisce violentemente a terra. Il tonfo della testa sul pavimento è così forte che un terzo carabiniere sobbalza. "Basta, finitela! Così lo ammazzate!" grida, spingendo via gli altri. Ma prima che possa allontanare anche l'ultimo, questa sferra un calcio in faccia a Stefano.
Violenza, abusi, ingiustizia, depistaggi, hanno segnato il caso Stefano Cucchi e condannato a morte il giovane romano. Una storia ricostruita dallo scrittore veneziano Andrea Franzoso con Ilaria Cucchi, nel libro che esce il 4 maggio Stefano. Una lezione di giustizia (Fabbri Editori, copertina disegnata da Makkox). È il primo volume della nuova collana Fabbri L'educazione civica raccontata ai ragazzi per avvicinare i giovani ai grandi temi dell'educazione civica. Accanto alla storia, ricostruita nei dettagli, capitolo dopo capitolo ci sono pagine e schede che spiegano in modo chiaro concetti come diritti e libertà personale, potere coercitivo dello stato, polizia giudiziaria, arresto, procedimento penale e molto altro.
Andrea Franzoso, oggi scrittore, nel 2015 denunciò gli illeciti del presidente di Ferrovie Nord Milano, il suo gesto coraggioso gli costò il posto di lavoro, ma portò all'approvazione nel 2017 della legge a tutela dei whistleblower, chi denuncia malaffare e illeciti. Franzoso si occupa adesso di educazione civica e fa lezione nelle scuole attraverso i suoi libri.
Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi era a cena dai genitori, quindi uscì con la cagnolina Micky e un amico. Una sera come tante, che finì nel modo peggiore. Stefano fu arrestato e a casa non tornò più. Andrea Franzoso e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ripercorrono passo dopo passo il dramma che portò alla morte del ragazzo: la notte dell'arresto, la prigione, gli ultimi drammatici momenti, i depistaggi, la durissima battaglia giudiziaria. Ogni tappa apre a un approfondimento: sui diritti, sul sistema carcerario, sul ruolo delle forze dell'ordine, sui tribunali. I fatti che hanno coinvolto Stefano diventano nel libro una storia che riguarda tutti, lezione di giustizia e di educazione civica, perché tutti potremmo essere Stefano.
"Una storia vera che può capitare a ognuno di noi - evidenzia Andrea Franzoso - per questo è importante conoscere, capire il rapporto tra libertà e potere, riflettere sulla giustizia e sui diritti. È un libro rivolto agli adolescenti, ai ragazzi delle superiori, un esempio di quello che non dovrebbe succedere in uno stato di diritto". Franzoso è stato anche ufficiale dei carabinieri. "Proprio da ex carabiniere questa vicenda è una macchia per tutta l'Arma, mi ha fatto molto soffrire - dice. Ma soprattutto i depistaggi e l'insabbiamento suscitano indignazione, sono stati la cosa peggiore: una parte dello stato ha pensato di essere al di sopra delle leggi".
"Il 14 novembre 2019 è stata pronunciata la sentenza di primo grado che ha condannato i carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro a dodici anni di carcere per omicidio preterintenzionale. I carabinieri Tedesco e Mandolini a due anni e sei mesi, e tre anni e otto mesi, per la falsificazione del verbale d'arresto - ricorda Ilaria Cucchi. Il reato di calunnia, invece, è caduto in prescrizione: è passato troppo tempo e benché sia stato dimostrato il tentativo dei due carabinieri di indirizzare i sospetti verso tre innocenti, di questo non devono più rispondere e non possono essere condannati. Così come nessuno risponderà delle false testimonianze rese in aula: la legge, infatti, tollera che una persona possa mentire per cercare di evitare il carcere". In questo caso giudiziario la verità è arrivata solo perché Ilaria Cucchi ha continuato ostinatamente a dare battaglia, contro ogni potere forte e nonostante i depistaggi. Ma se accadesse ancora?
livesicilia.it, 25 aprile 2021
Prosegue l'attività ispettiva del Partito Democratico della Sicilia negli istituti penitenziari dell'Isola. Una iniziativa voluta per "monitorare" lo stato di salute dei detenuti e verificare eventuali carenze (sanitarie, personale di polizia penitenziaria e servizi di assistenza) e lo stato della copertura vaccinale anti covid per l'intera popolazione carceraria che comprende, oltre ai detenuti, anche il personale che quotidianamente frequenta gli istituti.
Dopo l'accesso, nei mesi scorsi, nella casa circondariale Lo Russo-Pagliarelli di Palermo, oggi il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo ha "visitato" il penitenziario di Giarre, in provincia di Catania assieme a Maria Grazia Leone, responsabile del dipartimento Diritti del Pd Sicilia incontrando la responsabile dell'area 'trattamento', il comandante del personale della polizia penitenziaria, Sergio Bruno, il responsabile medico, Sebastiano Russo e gli stessi detenuti ospitati nella casa circondariale di via Ugo Foscolo.
"I detenuti sono stati vaccinati quasi totalmente ed a maggio - afferma Barbagallo - ultimeranno il ciclo con la seconda dose, stessa cosa dicasi per il personale". Mentre ci sono "evidenti problemi legati alla carenza di personale: 31 unità a disposizione rispetto alle 34 previste dalla pianta organica - afferma Maria Grazia Leone - e alle 57 stimate come dotazione minima indispensabile. Ciò comporta una sproporzione dei carichi di lavoro per gli agenti penitenziari oltre che a problemi legati a riposi che non potranno mai essere goduti. Inoltre la notte i turni sono coperti da 3 o due unità e in caso di emergenza questo può rappresentare un rischio sia per il personale sia per i 50 detenuti attualmente presenti".
"Presenteremo una interrogazione- annuncia Barbagallo - soprattutto per le criticità di tipo sanitario, in particolare per integrare le ore previste per il trattamento e la cura dei profili di psicologia e psichiatria. Le ore riconosciute in capo alle figure dello psichiatra (5 ore settimanali) e dello psicologo facenti capo all'ASP oltre che quelle dello psichiatra (5 ore settimanali) e dello psicologo facenti capo del SERT, sono chiaramente insufficienti. Inoltre sentito il responsabile dell'area sanitaria si sono appurati due casi di detenuti, rispettivamente di 30 e 50 anni, che necessitano di interventi chirurgici ortopedici delicati, non più rimandabili". Il PP Sicilia ha già programmato una prossima visita ispettiva nel penitenziario di Agrigento.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2021
La norma prevede un utilizzo eccessivo di dati. Avvertimento formale al Governo: "necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone". La norma appena approvata per la creazione e la gestione delle "certificazioni verdi", i cosiddetti pass vaccinali, presenta criticità tali da inficiare, se non opportunamente modificata, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. È quindi necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone.
È questa l'indicazione del Garante per la protezione dei dati personali contenuta in un avvertimento formale, adottato ai sensi del Regolamento Ue, appena trasmesso a tutti i ministeri e agli altri soggetti coinvolti. Il provvedimento è stato inviato anche al Presidente del Consiglio dei ministri, per le valutazioni di competenza.
Il Garante osserva innanzitutto che il cosiddetto "decreto riaperture" non garantisce una base normativa idonea per l'introduzione e l'utilizzo dei certificati verdi su scala nazionale, ed è gravemente incompleto in materia di protezione dei dati, privo di una valutazione dei possibili rischi su larga scala per i diritti e le libertà personali.
In contrasto con quanto previsto dal Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, il decreto non definisce con precisione le finalità per il trattamento dei dati sulla salute degli italiani, lasciando spazio a molteplici e imprevedibili utilizzi futuri, in potenziale disallineamento anche con analoghe iniziative europee. Non viene specificato chi è il titolare del trattamento dei dati, in violazione del principio di trasparenza, rendendo così difficile se non impossibile l'esercizio dei diritti degli interessati: ad esempio, in caso di informazioni non corrette contenute nelle certificazioni verdi.
La norma prevede inoltre un utilizzo eccessivo di dati sui certificati da esibire in caso di controllo, in violazione del principio di minimizzazione. Per garantire, ad esempio, la validità temporale della certificazione, sarebbe stato sufficiente prevedere un modulo che riportasse la sola data di scadenza del green pass, invece che utilizzare modelli differenti per chi si è precedentemente ammalato di Covid o ha effettuato la vaccinazione. Il sistema attualmente proposto, soprattutto nella fase transitoria, prosegue il Garante, rischia, tra l'altro, di contenere dati inesatti o non aggiornati con gravi effetti sulla libertà di spostamento individuale. Non sono infine previsti tempi di conservazione dei dati né misure adeguate per garantire la loro integrità e riservatezza.
Il Garante rimarca, infine, con una punta polemica, che le gravi criticità rilevate si sarebbero potute risolvere preventivamente e in tempi rapidissimi se, come previsto dalla normativa europea e italiana, i soggetti coinvolti nella definizione del decreto legge avessero avviato la necessaria interlocuzione con l'Autorità, richiedendo il previsto parere, senza rinviare a successivi approfondimenti. L'Autorità ha comunque offerto al Governo la propria collaborazione per affrontare e superare le criticità rilevate.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 25 aprile 2021
Il generale: Libia collo di bottiglia per i migranti, ma il nodo è la guerra. Non c'è soluzione militare alle crisi e non c'è soluzione alle crisi senza capacità militare
Si parte alla rovescia...
"Posso farle io una domanda?", chiede Claudio Graziano.
Prego...
"Noi vogliamo veramente dipendere da qualcuno?".
È una domanda retorica?
"Certo".
Infatti, il generale, da novembre 2018 presidente del Comitato militare dell'Unione europea, va avanti senza attendere la risposta, scontata: "Eccole spiegato cosa sia l'autonomia strategica per l'Europa: il contrario di autonomia è dipendenza. Un punto colto appena qualche settimana fa dal premier Draghi. Come per la produzione dei vaccini, anche nella difesa occorre autonomia. Ovvero capacità di agire da soli se necessario, con i partner se è possibile. Nel quadro dell'ambizione che l'Europa si è data".
Un esempio?
"Beh, l'operazione Irini nel Mediterraneo centrale: esclusivamente europea, lanciata l'anno scorso per l'embargo delle armi sulla Libia".
Ma la Nato è al tramonto?
"No. Continua a essere il pilastro della difesa collettiva. Ma dopo il 2011 in Libia ha deciso di partecipare meno alle operazioni di sicurezza, di pace. Questo ha lasciato uno spazio. Ma non c'è contrapposizione, anzi: un'Europa più forte, rende la Nato più forte".
Cos'è la sovranità tecnologica oggi?
"Stabilita un'ambizione, si cercano metodo e strumenti finanziari: fondamentali per non restare schiacciati dagli sviluppi tecnologici di Usa e Cina. Primato tecnologico significa anche egemonia geopolitica e militare".
Il Covid cosa ha cambiato?
"Tutto, e in peggio. Già prima eravamo molto preoccupati per gli interventi della Turchia in Siria e Libia e per l'attività russa. Il Covid ha aggravato le minacce tradizionali con una nuova minaccia cyber: siamo sempre più dipendenti da spazi elettromagnetici per comunicare".
I vaccini sono un'arma geopolitica di Russia e Cina.
"Non può essere una gara tra gli Stati, al massimo una corsa per salvare vite. Ma è vero che la produzione e la campagna vaccinale sono soft-power, dunque la resilienza delle organizzazioni internazionali diventa sicurezza".
Per valutare sicurezza e rischi comuni, la Commissione ha lanciato la Bussola strategica. Come funziona?
"Si parte dall'analisi condivisa della minaccia, raccogliendo i contributi di tutti, senza però un ordine di priorità, che richiederà sviluppi successivi. È importante che i singoli Stati contribuiscano".
Ma i 27 non guardano tutti dalla stessa parte nemmeno nelle alleanze... Alla bussola serve un ago politico?
"Serve impegno per mediare sulle percezioni. C'è una percezione di minaccia da Sud, dalla Libia, ma anche da Est e da Sudest, siamo appena tornati dalla Bulgaria, forte è la percezione di minaccia dal Mar Nero. Evidentemente la direzione politica è quella che manca, Prodi lo ha detto".
La Bussola potrebbe rendere l'Europa più unita?
"E' l'obiettivo a cui mi propongo di contribuire. Mai come adesso non c'è soluzione militare alle crisi ma non c'è una soluzione alle crisi senza anche la capacità militare, almeno a livello di deterrenza".
Cosa cambia per noi con l'America di Biden?
"La nuova amministrazione ha dato segnali importanti di volontà di collaborazione e di multilateralismo. Le alleanze vanno rinvigorite quando Turchia e Russia agiscono fuori dalle regole delle relazioni internazionali".
Quanto ci preoccupa l'intelligence russa?
"La Russia è una delle minacce ibride per la Ue, ci sono sanzioni per ciò che hanno fatto in Ucraina. È intervenuta in Siria con sistemi ibridi. Si è schierata in Libia. Per loro è fondamentale indebolire la coesione delle grandi alleanze. Anche dal punto di vista dell'intelligence".
Erdogan ha offeso von der Leyen ed è arrivato alla crisi diplomatica con Draghi... alleato nella Nato, nemico dell'Europa: cos'è davvero?
"La Turchia ha fatto del pragmatismo un modus operandi. In altri contesti si pone fuori da regole e relazioni internazionali, ambito in cui speriamo di ricondurla. Certo la diplomazia è fatta di momenti simbolici. Sicché ho difficoltà a credere che la vicenda cui lei ha fatto riferimento sia da ricondurre solo a un errore protocollare e non rappresenti un messaggio".
Da Erdogan ai libici, applichiamo come Ue la strategia del buttafuori per tenere alla larga i migranti. Che intanto annegano in mare...
"Parliamo di gestione dei flussi. Terrorismo, Stati falliti e immigrazione incontrollata sono un triangolo di instabilità. Il rispetto dei diritti umani è un valore non negoziabile per noi. La Libia è il collo di bottiglia di flussi che risalgono dall'Africa, per ora c'è solo Irini contro il traffico d'armi, anche se si può tenere tra i suoi compiti l'addestramento della guardia costiera sui nostri standard dei diritti. Il problema di fondo è la guerra, ristabilita la pace interverremo alla radice direttamente sul problema dei migranti".
Stiamo restituendo l'Afghanistan ai talebani?
"La comunità internazionale non deve abbandonare il Paese. Il rischio di ritorno dei talebani esiste. Come quello che il vuoto sia riempito da Cina, Russia, Iran".
L'autonomia strategica europea è contro le democrature?
"No, non lo è. Alcuni attori hanno preso a declinare la guerra ibrida anche contro le istituzioni europee, combinando operazioni nel dominio cibernetico ed in quello cognitivo. L'Unione deve essere in grado di difendersi: da sola, meglio ancora se nell'ambito delle storiche alleanze. Quello che non può succedere è che la sicurezza delle nostre libere istituzioni dipenda da altri".
Potrà esistere la Ue senza un esercito comune?
"La difesa è una prerogativa nazionale, ma in meno di 70 anni siamo passati dal farci la guerra gli uni con gli altri a impiegare uomini sotto il comando di ufficiali stranieri con la bandiera europea. Non possiamo fallire nel percorso europeo, significherebbe tornare alle trincee della Prima guerra mondiale. L'esercito comune è un sogno: io non lo vedrò. Ma nemmeno Roma è stata costruita in un giorno".
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Tripoli: "Non è vero che li abbiamo lasciati morire. Pochi mezzi e tre allarmi insieme". Il vescovo di Palermo, Lorefice, attacca "il grave rimpallo di responsabilità". Dalle cancellerie il silenzio è tombale. Tace l'Europa dei palazzi, mentre le immagini della strage dei 130 in Libia rimbalzano da un continente all'altro. Sei anni sono trascorsi dalla foto shock che scosse il mondo: quella del piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano di tre anni appena, riverso col viso poggiato sulla sabbia della spiaggia di Bodrum, in Turchia. Uno strazio. Sembrava che quell'istantanea potesse stravolgere le agende dei governi. Macché. Di immagini di morti galleggianti nel Mediterraneo ce ne sono state tante, l'inerzia e i terribili silenzi dell'Ue sono rimasti tali.
Ma a "ferire la coscienza umana e cristiana", accusa il vescovo di Palermo Corrado Lorefice all'indomani della tragedia, "non è solo l'assoluta indifferenza in cui tutto questo è avvenuto", ma "è anche e soprattutto il grave rimpallo di responsabilità tra la Libia, Malta, l'Italia e Ue". Già. Perché la guardia costiera libica non ci sta a essere accusata di avere ignorato un Sos in mare lasciando annegare i naufraghi, come denunciato dall'Oim, secondo cui "gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire". Attraverso un portavoce, i libici assicurano di aver fatto tutto il possibile per salvare quelle vite. Ma con sole due motovedette funzionanti e tre allarmi scattati contemporaneamente mentre il mare era in burrasca - è la versione di Tripoli - non hanno potuto sventare la strage. Cui potrebbe aggiungersene un'altra: un gommone con una quarantina di persone risulta scomparso.
Per l'Oim si tratta del più tragico naufragio avvenuto quest'anno nel Mediterraneo centrale, con la nave Ocean Viking dell'ong Sos Mediterranée che non è arrivata in tempo a salvarli. Anche il numero di emergenza Alarm Phone ha sostenuto che "tutte le autorità consapevolmente li hanno lasciati morire in mare". "È assolutamente falso - ha replicato il portavoce della Marina libica, Massoud Abdelsamad - Siamo intervenuti nonostante le pessime condizioni meteo, ma c'erano forti venti e onde alte che rendevano quasi impossibile compiere salvataggi.
"Al momento abbiamo disponibili solo due motovedette", ha ricordato Massoud, ma "quel giorno avevamo tre casi: uno al confine con la Tunisia e due, compreso quello tragico, al largo di Khoms". Pare che delle sei motovedette a disposizione della guardia costiera di Tripoli, una ha un guasto e altre tre sono in Italia per riparazioni. Non ci sta il vescovo di Palermo.
"Il lungo temporeggiare sull'obbligo del soccorso e l'accavallarsi confuso delle giustificazioni sul perché non si sia fatto nulla per precipitarsi a salvare 130 persone in evidente pericolo continuano purtroppo a dimostrarci che non è più possibile che si ritardi nella ricerca di una soluzione politica a livello europeo umanamente sostenibile, che ponga fine una volta per tutte a questa straziante barbarie".
"Basti guardare in questi mesi al Congo e al North Kiwu per capirlo. Ebbene, di fronte a questa ingiustizia sistematica - incalza Corrado Lorefice - noi europei, invece di sentire l'obbligo di un risarcimento, chiudiamo le frontiere del nostro benessere grondante del sangue dei poveri, per impedire ad altri il diritto a un'esistenza che non sia svuotata di dignità. Tutto questo è scandaloso. Ci perdonino tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni e ci infondano il coraggio di cambiare, insieme".
Duro anche il commento delle Acli. "Finché non si assume finalmente il concetto che il fenomeno migratorio è un dato di fatto e non un capriccio; finché l'Europa continua a inseguire la politica dell'esternalizzazione, rimanendo ostaggio economico e politico di Paesi che non rispettano i più elementari diritti umani; finché si ringraziano i libici per i salvataggi in mare anziché disconoscerli per la violenza ampiamente documentata; finché si preferisce criminalizzare le ong impegnate in missioni di salvataggio anziché apprezzarle perché sono le uniche a rispettare la legge del mare, i morti aumenteranno".
La comunità di Sant'Egidio ha promosso per domani in Italia e in tutta Europa numerose veglie di preghiera in memoria delle vittime. E chiede all'Ue "di riattivare con urgenza una rete di salvataggio in mare, rapida ed efficiente, così come lo impone il diritto internazionale per non dover rispondere in futuro, oltre che alla propria coscienza, anche a reati di omissione di soccorso".
di Vittorio Da Rold
Il Domani, 25 aprile 2021
Nell'anniversario del massacro del 1915 il presidente americano usa per la prima volta il termine "genocidio", come aveva promesso La decisione crea nuove frizioni con la Turchia, che avranno ricadute sulle contese nel Mediterraneo e sui rapporti con la Russia.
Genocidio degli armeni. Questa la frase storica pronunciata per la prima volta dal presidente americano, Joe Biden, nel discorso per il 106° anniversario del massacro armeno da parte dell'impero ottomano nel 1915. Biden aveva avvisato in precedenza telefonicamente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan della sua intenzione di riconoscere il genocidio, passo che creerà nuova tensione con un alleato scomodo ma membro della Nato. Erdogan nei giorni scorsi aveva reagito affermando che "la Turchia continuerà a difendere la verità contro le menzogne sul cosiddetto "genocidio armeno" e contro coloro che stanno sostenendo questa calunnia sulla base di calcoli politici".
Il discorso di Biden sullo sterminio degli armeni è stato preparato a lungo. La decisione di Biden giunge dopo la lettera aperta di oltre cento membri del Congresso che lo invitava a dare seguito alla sua promessa elettorale. "Signor Presidente, come ha detto nella sua dichiarazione del 24 aprile dello scorso anno", nell'anniversario dell'eccidio di massa, "il "silenzio è complicità".
Il vergognoso silenzio del governo degli Stati Uniti sul fatto storico del genocidio armeno è durato troppo a lungo e deve finire", recitava l'appello dei membri del Congresso. Riconosciuto da una trentina di paesi nel mondo tra cui l'Italia e la Francia e dalla comunità internazionale degli storici come il primo genocidio del XX secolo, il massacro del 1915 è invece da sempre negato da Ankara.
Le sue contestazioni riguardano sia il bilancio delle vittime - che per la maggior parte degli esperti si attesta tra 1,2 e 1,5 milioni - sia l'accusa di un'uccisione pianificata, riconducendo le morti al conflitto con la Russia zarista e alle sue conseguenze e sottolineando le perdite su entrambi i fronti. "Le dichiarazioni senza valore legale non porteranno benefici, al contrario danneggeranno le relazioni", ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, avvisando che "se gli Stati Uniti vogliono peggiorare le relazioni, è una loro decisione"
Le tensioni dopo Trump - I rapporti tra Ankara e Washington si sono fatti sempre più tesi dopo l'addio di Trump. Tra i principali punti di frizione con l'alleato Nato resta il rapporto con la Russia, da cui la Turchia ha acquistato il sistema missilistico S-400, subendo le conseguenti sanzioni americane. Ma l'amministrazione Usa ha rimarcato la distanza anche sul tema dei diritti civili e della democrazia, criticando il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere. E ora si prepara ad aprire un nuovo fronte.
L'uso del termine "genocidio" da parte del nuovo presidente Usa segna un rafforzamento di un asse transatlantico nel quadrante libico per contrastare l'influenza turca e russa. La definizione di Mario Draghi su Erdogan "dittatore" si inquadra nel contesto dove Biden ha definito il presidente turco "un autocrate" e Vladimir Putin "un killer".
La nuova amministrazione americana non sembra intenzionata ad accettare nuovi superamenti di linee rosse da parte turca nel Mediterraneo come quando Erdogan alla parata militare a Baku nel dicembre scorso per la vittoria azera nel Nagorno-Karabakh citò Erven Pascia, uno dei componenti del triumvirato che insieme agli altri due, Mehmed Talat e Ahmed Cemal, è considerato anche responsabile del genocidio degli armeni.
Secondo Sargis Ghazaryan, ex-ambasciatore d'Armenia in Italia: "(L'utilizzo del termine genocidio da parte del presidente Biden) può accresce la sicurezza e la stabilità dell'Armenia, in primis, e del Mediterraneo allargato in generale. Oltre ad essere un atto di giustizia e verità, è un chiaro segnale che l'Amministrazione Biden è contraria alla postura assertiva e destabilizzante di Erdogan in Caucaso, nel vicino oriente, in Magreb e domani, forse, nei Balcani. Ciò può spingere gli stati membri dell'Ue ad allinearsi, anche sulla scia del governo Draghi".
E poi prosegue: "L'ultimo atto di un genocidio è la sua negazione, che apre alla recidiva. Erdogan, che è negazionista, neo ottomano in politica interna e panturco in politica estera, ha attraversato una linea rossa promuovendo e partecipando all'offensiva azera contro il Nagorno-Karabakh armeno e l'Armenia. Immaginatevi, per assurdo, se 106 anni dopo la Shoah, paradossalmente, una Germania ancora negazionista avesse promosso una guerra contro Israele".










