di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2021
Ad oggi un procedimento civile dura in media quasi tremila giorni: 527 solo per il primo grado. Secondo le stime del premier si abbasserebbe a 369 per il primo grado e in totale durerebbe meno di 1.800 giorni, circa cinque anni. Nel penale servono oggi circa quattro anni e mezzo per una sentenza definitiva, che diventerebbero poco più di tre se i numeri comunicati dal capo del governo fossero rispettati. Secondo Mario Draghi dopo l'entrata in vigore delle riforme della giustizia previste dal Recovery plan i tempi dei processi in Italia saranno drasticamente ridotti. Un obiettivo che lo stesso presidente del consiglio, durante le sue comunicazioni in Parlamento, ha definito "ambizioso" perché il capo del governo si propone di "ridurre i tempi dei processi del 40 per cento per il settore civile e almeno del 25 per cento per il penale".
Una stima che fino a questo momento non era stata resa nota. Nel testo del Recovery, infatti, il governo si limita a dire che "l'obiettivo fondamentale dei progetti e delle riforme nell'ambito del settore giustizia è la riduzione del tempo del giudizio, che oggi continua a registrare medie del tutto inadeguate". Nessuna stima quantitativa, ma un orizzonte temporale fissato nella fine del 2024, data entro la quale "potrebbe verosimilmente stimarsi" l'impatto delle riforme sulla durata dei processi.
La velocizzazione dei procedimenti era tra i primi punti del Country Specific Recommendations indirizzate dall'Europa all'Italia negli anni 2019 e 2020. Erano quelle condizioni 'indispensabili' per lo "sviluppo economico" che sarebbe provocato dai fondi del Recovery, perché una "giustizia rapida e di qualità stimola la concorrenza", si legge nel testo del piano. Secondo l'ultima stima del Cepej, la commissione europea per l'efficacia della giustizia del consiglio d'Europa, in Italia per concludere un processo civile di primo grado occorrono in media 527 giorni: peggio fa solo la Grecia con 559, mentre la media europea è di 233. Sempre nel civile per arrivare a una sentenza di Appello servono altri 993 giorni, che diventano 1.442 se si attende la Cassazione.
Vuol dire quasi tremila giorni per arrivare a una sentenza definitiva: più di otto anni. Secondo le stime di Draghi, dunque, la durata del processo civile si abbasserebbe a 369 giorni per il primo grado e in totale durerebbe meno di 1.800 giorni, circa cinque anni. Nel penale al momento in Italia servono circa quattro anni e mezzo (1.589 giorni) per avere una sentenza definitiva: 698 giorni per chiudere il primo grado, altri 759 per il secondo, 132 per la sentenza di Cassazione. Con una riduzione del 25% si passerebbe 524 per una sentenza di primo grado, 1.192 per una definitiva: cioè poco più di tre anni. Tempi che inizieranno a essere rispettati a partire dal 2024.
Come si dovrebbe arrivare a queste stime? Con la riforma della giustizia che secondo Draghi "affronta i nodi strutturali del processo civile e penale. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi", per usare le parole pronunciate dal presidente del consiglio per illustrare il Recovery in Parlamento.
"Il Piano - ha aggiunto il capo del governo - rivede l'organizzazione degli uffici giudiziari e crea l'Ufficio del processo, una struttura a supporto del magistrato nella fase 'conoscitiva' della causa. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale in primo grado e in appello, e si dà definitivamente attuazione al processo telematico, come richiesto nei mesi scorsi dal Senato".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2021
Convincere Bruxelles che le riforme per rendere efficiente la giustizia in Italia si faranno, pena la perdita dei soldi del Recovery Plan e, contemporaneamente, non dire nulla, ma proprio nulla che inneschi una miccia a combustione rapida che faccia consumare questa maggioranza di governo tenuta su con gli spilli.
Ecco spiegato l'intervento del premier Mario Draghi ieri alla Camera incentrato sull'obiettivo di ridurre gli arretrati. Chi non sarebbe d'accordo? Ed ecco spiegato perché nel Pnrr, approvato dal Consiglio dei ministri, i capitoli dettagliati riguardano processo civile, ufficio del processo, digitalizzazione, edilizia giudiziaria e penitenziaria, vale a dire quelli ripresi dal piano dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Ma quando si legge di prescrizione - che per ogni maggioranza di governo è come la kryptonite per Superman - o di riforma del Csm, ci sono dichiarazioni di intenti, generiche, alcune scadenze e non molto altro perché centrodestra (con renziani annessi) e centrosinistra della maggioranza sono su fronti opposti. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, consapevole che le fratture nella maggioranza, se va avanti così, porteranno alla caduta o alla paralisi, ha tentato un monito: "La giustizia è stata una trincea, ora - ha detto a La Stampa - deve diventare il terreno dove cercare una convergenza per il bene delle future generazioni".
E ieri, Draghi alla Camera ha provato a rassicurare e ha puntato su quanto nessuno, almeno a parole, metta in discussione che vada fatto, anche se proviene dal progetto del governo Conte. "La riforma della giustizia affrontai nodi strutturali del processo civile e penale. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi; ha detto il premier. Che si è soffermato sulla riforma civile, strategica per Bruxelles, per rilanciare gli investimenti stranieri in Italia, non divisiva per la maggioranza: "In media sono necessari oltre 500 giorni per concludere un procedimento civile in primo grado, a fronte dei circa 200 in Germania".
E ricorda punti essenziali già contenuti nella riforma Bonafede: "Il Piano rivede l'organizzazione degli uffici giudiziari e crea l'Ufficio del processo (voluto da Bonafede, ndr), una struttura a supporto del magistrato nella fase conoscitiva della causa. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale in primo grado e in appello, e si dà definitivamente attuazione al processo telematico, come richiesto nei mesi scorsi dal Senato".
Ed ecco un altro passaggio per mettere al sicuro i soldi del Recovery: "Il governo intende ridurre l'inaccettabile arretrato presente nelle aule dei tribunali. È uno degli impegni più importanti ed espliciti che abbiamo preso verso l'Ue. L'obiettivo finale che ci proponiamo è ambizioso, ridurre i tempi dei processi del 40% per il settore civile e almeno del 25% per il penale; Nel Pnrr si parla anche delle oltre 20 mila assunzioni nel settore giustizia, presenti nel piano del governo precedente. Ma è quando il Pnrr tocca punti come Csm o prescrizione che si capisce quanto traballi la maggioranza.
Partiamo dall'accenno alla prescrizione in puro politichese: "Vengono prese in considerazione eventuali iniziative concernenti la prescrizione del reato, inserite in una cornice razionalizzata e resa più efficiente, dove la prescrizione non rappresenti più l'unico rimedio di cui si munisce l'ordinamento nel caso in cui i tempi del processo si protraggano irragionevolmente".
E sulla riforma del Csm: "La Commissione si appresta a individuare un testo base sul quale proseguire l'esame, nell'alternativa tra il disegno di legge governativo e alcune proposte di iniziativa parlamentare" e ipotizza il voto a giugno.
Il governo tanto deve barcamenarsi per non far scoppiare la maggioranza, che neanche a proposito dei processi d'appello - i più falcidiati dalla prescrizione, insieme ai procedimenti in udienza preliminare - si fa cenno all'ipotesi di un giudice monocratico anche in secondo grado, come propone la riforma Bonafede. Ma dai punti assenti (o generici) nel Pnrr, su riforma giustizia, non si può dedurre che non ci saranno nella riforma che voterà, se la voterà, il Parlamento.
Si ha solo la conferma che la vera battaglia sui temi "caldi" è in Parlamento. A partire dalla commissione Giustizia della Camera dove la settimana scorsa hanno sì tutti votato (a eccezione di Azione) come testo base quello della riforma penale di Bonafede, ma si continua a rinviare i termini per presentare gli emendamenti, cartina tornasole di quanto succederà da qui all'autunno. Il termine ultimo era fissato al 24 aprile, poi a oggi e, infine, ieri è slittato a venerdì, mentre per il Csm la scadenza è il 17 maggio, in attesa della proposta del gruppo istituito al ministero da Cartabia.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 27 aprile 2021
Il Pd chiama Cartabia. L'impressione è che si voglia fare senza darlo a vedere: per evitare la gazzarra del M5S. E infatti quando Paolo Sisto, sottosegretario a Via Arenula, dice ai suoi colleghi di FI che "l'indirizzo del governo sulla giustizia, nel Pnrr, è ben chiaro", fa evidentemente appello alla malizia di chi, dietro a quelle righe, sa leggerci più di quanto ci sia scritto.
di Ambrogio Crespi
Il Riformista, 27 aprile 2021
Lettera dal Carcere di Opera al "Comitato di Nessuno tocchi Caino per Ambrogio Crespi". Ciao a tutti, eccoci qua a scrivervi dal carcere. Voglio ringraziarvi tutti per quello che state facendo. Sento la vostra forza che sfonda queste sbarre. Io sto bene anche se ho passato i primi 30 giorni non proprio benissimo. Un viaggio molto difficile: la condanna, l'ingresso in carcere, il Covid, il trasferimento a San Vittore, poi l'ospedale, poi il rientro a Opera. Insomma non è mancato nulla. Però sapere di non essere solo è qualcosa di magico.
Quando avete fatto la maratona oratoria per me non sono riuscito a sentirvi tutti e questo mi è dispiaciuto tanto, perché Radio Radicale ha fatto due collegamenti con la vostra diretta. Però sentire le vostre voci ha fatto si che si spezzassero queste sbarre. Siete entrati con forza dentro la mia anima e vi confesso che il mio cuore batteva fortissimo, non sono riuscito a non commuovermi. Ho avuto la sensazione di essere libero, perché le vostre parole sono state macigni di energia positiva. Per questo vi voglio ringraziare con tutto il mio cuore, sentirvi vicino è qualcosa di forte che mi emoziona come un bambino, è un sentimento indescrivibile.
Sapere di essere innocente e stare chiuso in carcere di massima sicurezza, i pensieri, la tristezza, il dolore, sono tutti protagonisti della mia quotidianità, però io combatto! Ma non combatto solo per me, lo devo a tutti voi e per quelle persone che prima di me non potevano combattere per affermare la propria innocenza perché quando arriva il timbro "colpevole" dalla cassazione è finita. Strappano la tua anima. Devi pagare una pena da innocente e se penso a quante persone prima di me, mi sento male. Ma mai nessuna dovrà pagare questo prezzo dopo di me. Io credo profondamente nella Giustizia, però oggi questa fiducia non è così viva come prima. Stare chiuso in una cella in carcere senza aver fatto nulla porta a farti mille domande ma alla fine la domanda principale è sempre una: Perché? Forse come mi dice Rita Bernardini "Caro Ambrogio, ti tocca per tutti" e allora questo viaggio, non voglio chiamarlo "il viaggio del dolore", anche se il dolore non manca qua dentro soprattutto dopo aver fatto le videochiamate con i miei piccoli amori Luca e Andrea, vivo un'emozione così contrastante di felicità e tristezza.
Insieme alla mamma, gli abbiamo raccontato una storia. Io sono in missione in un bunker. Allora quando facciamo le videochiamate metto vicino al mio viso la radio che ho acquistato in carcere insieme a un orologio e faccio finta di parlare con la base tramite questo orologio e quando mi comunicano che il tempo a mia disposizione sta terminando allora accendo Radio radicale e loro pensano che mi stiano chiamando. Vedo nei miei bambini la loro felicità, il loro orgoglio e quella sensazione di emozione positiva. In realtà forse questa è davvero una missione, affinché non succeda più a nessuno. E voi fuori state facendo cose straordinarie, siete in trincea a combattere e questa consapevolezza mi fortifica. Coltivo il mio cuore insieme alla mia anima abbracciando l'amore e la forza. Il mio pensiero vola raso al mare con il vento salato e le gocce d'acqua sul viso. Io sono libero!
Oggi la giustizia non può essere il luogo dove trovare l'uomo giusto e non la legge applicata. È solo una questione di fortuna. E questo vale anche in Cassazione. Deve finire questo inferno. Per questo non voglio chiamare questo viaggio "il viaggio del dolore" ma lo chiamerò "il viaggio della speranza": spes contra spem, per avere una giustizia giusta per tutti. Noi tutti siamo la speranza per il cambiamento e per dire basta. Perché trovarsi seduto su uno sgabello con davanti a sé un tavolino e una finestra con le sbarre? Sposto lo sguardo fuori dalla finestra e mi pongo mille domande, poi mi dico che nulla capita per caso e voi tutti siete la speranza di questo viaggio. Il mio corpo è chiuso in questo inferno però la mia anima e la mia forza sono lì con voi, sono al vostro fianco e non mollerò mai. Lo devo a tutti.
Non è il tempo che mi fa paura ma stare chiuso in un carcere di massima sicurezza con una "ostatività" che mi fa riflettere molto. Non è possibile dover essere "fortunati" per trovare la giustizia giusta. Io credevo profondamente nella Corte di Cassazione però anche in quel luogo devi trovare l'uomo giusto. Non è giustizia questa. E questo è stato per me un pugno in pieno cuore il giorno della conferma della condanna. Mi prendevo a pizzicotti perché pensavo fosse un incubo. L'ultima notte in casa ho dormito con i miei due bambini ed Helene, tutti insieme nel lettone. Si addormentavano tutte le notti con me ed Helene.
Luca voleva sempre la mia mano per fare la nanna, questo da quando con mio fratello lo abbiamo salvato da quella piscina, mentre Andrea non si staccava mai da me facendoci sempre le coccole. Li avevo soprannominati Luca "la cozza" e Andrea "il Koala". Io non mollerò per nessuna ragione al mondo e tornerò dalla mia cozza e dal mio koala, combatterò con tutte le mie energie. Non mi ammalerò ma rinascerò, perché l'amore della mia famiglia e di tutti voi è il motivo di questo viaggio della speranza e io vi ringrazio a tutti, uno ad uno. Viva la vita, viva la libertà... perché io sono libero! Spes contra Spem.
di Tommaso Panza
ildigitale.it, 27 aprile 2021
Interpellata sul focolaio Covid nell'ala femminile del carcere di Rebibbia, Gabriella Stramaccioni ha raccontato cosa sta succedendo, parlando anche di vaccini, malati psichiatrici detenuti e non solo. Gabriella Stramaccioni è la garante dei detenuti di Roma, da sempre attiva nel campo della salvaguardia dei diritti umani e nominata dalla giunta Raggi nel 2017.
Dottoressa Gabriella Stramaccioni, nei giorni scorsi lei ha parlato di un focolaio di Covid nell'ala femminile del carcere di Rebibbia, ci spiega che cosa è successo?
Al momento abbiamo 70 casi su 300, circa il 25% della popolazione femminile detenuta a Rebibbia. Il focolaio nell'ala femminile è già il secondo che si verifica, il primo lo abbiamo avuto a dicembre con più di 20 donne contagiate. Questa volta è stata una situazione un pò strana perché già da qualche mese il femminile era chiuso e non c'erano ingressi. Inoltre erano cessate le attività, comprese quello scolastiche, quindi diciamo era un carcere abbastanza "protetto". Il virus si è diffuso rapidamente, poi come ben risaputo in carcere il distanziamento è impossibile da mantenere. Le donne vivono e mangiano insieme per cui il virus si è propagato molto velocemente. Attualmente i casi dovrebbero essere scesi a 60, speriamo che con l'isolamento dei prossimi giorni si possa arrivare a un azzeramento.
Giovedì 22 sono cominciati anche i vaccini a Rebibbia e in tutti gli istituti del Lazio, all'inizio verrà vaccinata solo la popolazione detenuta, poi dopo qualche giorno si passerà agli agenti di polizia penitenziaria. Sono 10.500 dosi destinate a tutti gli istituti penitenziari della regione, il vaccino è Moderna e non più Johnson & Johnson come era previsto inizialmente. Sarà quindi necessario fare una seconda dose dopo 28 giorni. Posso dire che questa mattina si respirava un'aria di incoraggiamento.
I detenuti di oggi si sono vaccinati tutti o qualcuno si è rifiutato?
Allora la prima fase precedente al vaccino prevede uno screening. C'è un colloquio con un operatore e bisogna rilasciare un'autorizzazione a fare il vaccino, altrimenti si fa il diniego. Questa mattina in pochissimi si sono rifiutati, alcuni erano stranieri ma secondo me è capitato solo perché non sono riusciti a comprendere la situazione. La maggior parte comunque si è vaccinata.
Poi chiaramente non c'è l'obbligo.
In che modo sono state isolate le donne positive dal resto della popolazione penitenziaria?
Sono state tutte spostate nella sezione Camerotti, dove sono state isolate dalle altre detenute. È un isolamento per persone positive non potendo stare in camere singole, quindi vengono curate li. Fortunatamente sono tutte asintomatiche, quindi questo ha sicuramente aiutato. Tutto questo però ha messo in luce la questione strutturale del carcere: il carcere non è pensato per ospitare persone che soffrono o hanno patologie, oppure che addirittura hanno bisogno, come in questo caso, di un distanziamento fisico, tutto ciò in carcere è impossibile.
Per questo è difficile arginare il Covid, così come tante altre malattie che in carcere sono presenti. Io personalmente ho assistito a casi frequenti di tubercolosi. Non scordiamoci che tante persone che arrivano in carcere vengono dalla strada, quindi da situazioni già di difficoltà. Poi diciamo che queste patologie non vengono individuate e bloccate, anche se adesso il Covid ha portato un maggiore controllo. Però in condizioni normali questo non avveniva e quindi qualsiasi malattia in carcere rischiava di diffondersi in maniera molto più prepotente.
Attualmente ci sono anche donne incinta tra le detenute di Rebibbia?
Attualmente abbiano solo una donna in stato di gravidanza e si trova nel reparto maternità, ma uscirà a breve. Altre due donne in stato di gravidanza stavano per essere mandate qui da Civitavecchia, ma fortunatamente l'infettivologa ne ha negato l'accesso. Mentre abbiamo invece una mamma positiva con un bambino di un mese. Non appena diventerà negativa, potrebbe essere questione di ore, tornerà a casa presso il campo rom dove viveva prima. Il magistrato l'ha già autorizzata per l'uscita. Per queste donne, sia per quelle in stato di gravidanza che per quelle che hanno bambini piccoli, il carcere non dovrebbe essere previsto, nemmeno per transitarci. Devono assolutamente andare nelle case accoglienza o nelle comunità sin da subito.
In questi giorni si parla sempre più spesso delle scarcerazioni riguardanti i malati psichiatrici o quantomeno di inserirli in un percorso loro idoneo: lei, in quanto garante, che posizione nutre a riguardo?
Scarcerarli è doveroso, poi ci sono ovviamente tanti casi su cui ci sono provvedimenti e misure di sicurezza. Il problema è che ci deve essere una maggiore presa in carico dai servizi riguardo le persone che soffrono di problemi psichiatrici, in carcere sicuramente non possono essere curate. In questo periodo molto difficile a maggior ragione. Ci sono state infatti accentuazioni di casi di malattie mentali, abbiamo inoltre bisogno di avere più posti perché quelli che ci sono non sono sufficienti.
Riguardo questo tema, le istituzioni che cosa pensano?
Sia il Ministero (Grazia e Giustizia) che il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) sulla carta sono d'accordo. Però poi di fatto la questione sanitaria è in carico alle Asl e quindi al Ministero della salute. Gli accordi iniziali prevedevano inoltre la chiusura degli Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) con la creazione di posti alternativi, ma questo ancora non si è realizzato pienamente. Abbiamo quindi una situazione paradossale, poiché in carcere arrivano tante situazioni di malati psichiatrici che invece dovrebbero essere curati in misure alternative all'interno di strutture adeguate. Invece restano in carcere. Il carcere è un luogo difficile da gestire in condizioni di normalità, in una situazione di emergenza come questa diventa tutto più complicato.
Poi non scordiamoci che in questo periodo hanno anche lavorato a rilento le varie cancellerie, la magistratura di sorveglianza, educatori, tutti hanno rallentato. Le persone in carcere hanno costantemente bisogno di avere le cure adeguate. Oltre ad avere diritto tutti a un trattamento educativo, che è poi la finalità della pena. Non ci può essere soltanto la pena senza una finalità educativa.
Lei pensa che in questo periodo i magistrati di sorveglianza abbiamo più difficoltà a decidere di scarcerare qualcuno?
Io penso che i magistrati in genere cerchino di rispettare la legge. Le leggi attuali poi devo dire, magari fossero applicate completamente, probabilmente le carceri potrebbero essere meno affollate. Ti spiego: ci sono delle leggi che per esempio presentano delle incompatibilità col carcere per motivi di salute. Eppure io so di tantissime persone che pur essendo state dichiarate incompatibili sono ancora in carcere. La legge prevede inoltre che superata la soglia dei 70 anni, a meno che non sia per reati molto gravi, non dovresti andare in carcere. Mamme con bambini, gente che viene dal mondo della tossicodipendenza. Se hai una pena sotto i 4 anni puoi essere affidato a strutture esterne, sotto i 18 mesi puoi andare in affidamento prova o ai domiciliari.
Ci sono tutte queste serie di leggi che se ben utilizzate potrebbero favorire alcune uscite. Ma anche qui mancano le risorse. Io conosco bene il tribunale di sorveglianza di Roma: manca il personale, mancano i magistrati, le cancellerie lavorano a rilento. Tutto questo quindi non fa altro che ritardare i procedimenti.
Abbiamo parlato del focolaio di Rebibbia, com'è invece la situazione in provincia di Roma?
Civitavecchia adesso ha un piccolo focolaio con una dozzina di positivi. Un carcere che fino a oggi ha retto molto bene. Sono stata la scorsa settimana a Velletri e fortunatamente in questi mesi non sono stati riscontrati positivi. A tal punto che lì per esempio la parte didattica non si è mai interrotta, gli insegnanti hanno continuato a entrare. Diciamo che tutto sommato fino a oggi sono riusciti a superare questa parte critica. Certo però anche lì mi rendo conto che a Velletri ci sono circa 300 definitivi su una popolazione tra i 450 e i 500 detenuti, e su un così alto numero di definitivi ci sono poche misure alternative, attività, anche di tipo lavorativo, quindi magari qualcosa in più da questo punto di vista potrebbe essere fatto.
di Anna Foti
ilreggino.it, 27 aprile 2021
Il Garante Siviglia: "Sforzo corale per preservare i detenuti". La somministrazione del siero in atto in tutti gli istituti penitenziari della regione. "Ad oggi, su una popolazione che in Calabria supera le 2.500 persone, sono 1.000 i detenuti che risultano essere stati già vaccinati". Questo il quadro delineato dal garante regionale delle Persone private della libertà personale Agostino Siviglia, che ha assicurato la somministrazione del siero protettivo in atto in tutti e 12 gli istituti penitenziari calabresi. "La vaccinazione è in corso, sia per le persone detenute che per il personale impegnato nelle carceri, in tutte le province con qualche ritardo che si sta recuperando nel cosentino", ha spiegato il garante regionale.
In un certo frangente messa in discussione la loro presenza, a seguito della mobilitazione dei garanti delle Persone detenute, le carceri sono tornate a figurare in questa fase del piano vaccinale, producendo una ripresa anche in Calabria, dove il focolaio accertato nel carcere di Catanzaro, con 100 detenuti e una ventina di agenti di polizia penitenziaria contagiati in un'unica sezione e purtroppo due decessi, aveva destato grande preoccupazione. Una situazione, quella del carcere di capoluogo di regione ad oggi rientrata.
L'emergenza nell'emergenza a Catanzaro - "Nelle tre settimane successive all'individuazione del focolaio si è proceduto con l'isolamento delle persone contagiate che per venti giorni sono rimaste nella camera di pernottamento senza poter uscire, neppure per l'ora d'aria, e senza avere contatti, proprio per evitare ulteriori contagi. Un sacrificio che ha prodotto risultati dal momento che ad oggi la negativizzazione è quasi completa. Vi sono solo otto detenuti e quattro agenti di polizia penitenziari ancora positivi.
Grazie all'impegno tempestivo della direttrice Angela Paravati, incrementata anche l'attività di prevenzione con la somministrazione di tamponi e implementato di cinque unità lo staff di infermieri in servizio presso quella sezione dove, è immaginabile, quanto sia stato complicato e complesso gestire l'emergenza. In qualità di garante ho subito sollecitato le vaccinazioni, avviate lo scorso 26 marzo. Dopo una breve interruzione, per via di una decisione del commissario straordinario Figliuolo poi mediata dall'intervento di noi garanti, le vaccinazioni sono riprese regolarmente e adesso sono in corso in tutte carceri calabresi", ha evidenziato ancora il garante regionale.
Situazione sotto controllo - Su una popolazione di 2.573 detenuti, in Calabria il contagio ha riguardato circa 120 persone, di cui un centinaio solo a Catanzaro. "Il virus, che nelle prime ondate non aveva riguardato le carceri nella nostra regione, nel mese di marzo ha fatto registrato un allarme nel carcere catanzarese subito fronteggiato e superato. Qualche contagio c'è stato anche nelle carceri di Vibo, Crotone, Cosenza, Reggio Calabria, Locri ma la situazione è stata prontamente gestita senza particolari criticità. Lo sforzo da parte del Dipartimento amministrazione penitenziaria, dei Garanti e del Servizio sanitario nazionale, al quale afferisce la salute nelle carceri, è stato corale", ha spiegato ancora il garante Agostino Siviglia.
Le conseguenze della pandemia - Nonostante la limitatezza dei contagi, l'emergenza ha avuto un impatto molto forte sulla vita dei detenuti. "L'emergenza Covid ha aggravato la condizione di isolamento dei detenuti. Il mondo carcerario è chiuso e la pandemia, per motivi di sicurezza, lo ha escluso ulteriormente. Si è resa infatti necessaria la sospensione delle attività trattamentali legate alla dimensione ludico-ricreativa, culturale e teatrale. L'accesso ai volontari è stato precluso. Durissima prova anche per la dimensione affettiva con l'impossibilità di incontrare i familiari in presenza. Gli stessi spostamenti per andare a trovare un familiare detenuto non sono, infatti, giustificati per motivi di necessità e urgenza.
Misure molto severe, finalizzate a proteggere l'ambiente carcerario dove la gestione degli spazi non ha margini molto ampi e dove sarebbe molto complicato gestire e contenere una eventuale diffusione del virus. Persino le attività scolastiche hanno subito una diversa e non uniforme organizzazione. Non tutti gli istituti penitenziari sono, infatti, dotati di cablaggio tale da potere garantire la didattica a distanza. Al momento possono garantirla gli istituti di Catanzaro, Crotone, Cosenza, Palmi. Negli altri c'è comunque il massimo impegno dell'area educativa-pedagogica per assicurare l'attività tramite, per esempio, l'invio di materiale con posta elettronica e altre soluzioni alternative", ha sottolineato Agostino Siviglia.
In Calabria un sovraffollamento minimo - Se dunque prima della pandemia il miglioramento registrato sul fronte del sovraffollamento nazionale - la popolazione carceraria scesa da 66 mila persone e più di 50mila - faceva ben sperare per un aumento complessivo degli standard detentivi, oggi negativa è un'altra valutazione. "Il sovraffollamento in Calabria riguarda solo qualche istituto e con numeri non critici. Per esempio a Crotone su una capienza di 90 persone, ne sono presenti 120. Situazioni nella norma invece, a Reggio Calabria, con 160 detenuti come da capienza, ad Arghillà con circa 280 detenuti a fronte di una capienza di 300 persone e a Catanzaro, il carcere più grande e articolato, con circa 560 persone a fronte di una capienza di 600 detenuti. Ad oggi dunque le valutazioni critiche, a livello nazionale, riguardano la qualità della vita detentiva, privata del vitale contatto con i familiari e con l'esterno. Una condizione sulla quale, appena la pandemia lo consentirà, si interverrà subito ma sempre con la cautela necessaria", ha concluso il garante regionale per le Persone detenute Agostino Siviglia.
di Sandra Berardi*
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Avevo iniziato a scrivere della famiglia Zagari a dicembre del 2017, all'indomani dell'arresto di Italia, Rosita e Carmine, due sorelle e un fratello, che sono convinta, a leggerne le vicende, vittime del pregiudizio che alle latitudini calabre diventa marchio criminale. Poi ho desistito sperando che la Giustizia facesse il proprio corso.
Ma che giustizia è quella che permette di condannare le persone ad anni e anni di carcere sulla base del nulla? E come non considerare "nulla" l'intercettazione del rumore di due comuni buste di spesa spostate in una macchina? E può il nulla di questa intercettazione determinare una condanna ad otto anni di carcere? Probabilmente no. In nessuna altra parte del mondo. Ma in Calabria si!, ed è possibile grazie al libero convincimento di un giudice che difficilmente sarà stato immune dai luoghi comuni e dalle narrazioni mediatiche. Come spiegare altrimenti quelle buste di spesa spostate in macchina diventate "verosimilmente" i viveri che si dovevano portare al latitante! Ecco, è bastato un avverbio scritto tra due cose comuni e un cognome "pesante" per trasformare una persona da madre di famiglia che fa la spesa in criminale da sbattere in galera per 8 anni.
Per Carmine Zagari, invece, il non essere presente in nessuna riunione di quelle intercettate nell'operazione Terramara closed ha determinato la certezza che "l'assenza (alle riunioni ma anche dai discorsi intercettati) ne conferma lo spessore criminale ed è indiscutibile che sia il "capo" al punto da metterlo in 41 bis.
Quella della famiglia Zagari è una storia come tante qua in Calabria, che ben rappresenta l'eredità mai sfumata della famigerata "Legge Pica", dove il legame di sangue è di per sé elemento criminalizzante e il cognome diventa marchio di appartenenza ad un "locale di ndrangheta".
In questi casi non serve aver commesso un reato, basta amare un uomo o una donna della famiglia incriminata, o anche avere un semplice rapporto di amicizia, per ritrovarsi puntati i fari della Dda e magari indagati in una delle tante operazioni antimafia, spesso di facciata, tanto care alla novella inquisizione. Nei mesi scorsi l'ennesimo teorema sulla famiglia Zagari, a carico di Pasquale questa volta. E Pasquale Zagari, a differenza delle sorelle e del fratello, ha un passato.
Un vissuto che appartiene, appunto, al suo passato; e con il quale ha chiuso da tempo immemore. Un uomo che ha trascorso più di metà della sua vita in carcere per fatti risalenti agli anni 80 e una condanna all'ergastolo per "concorso morale" in fatti di cui non poteva sapere niente e a cui non era nemmeno presente. Ma tant'è. Ora, dopo aver ottenuto il ricalcolo della pena grazie alla sentenza Scoppola che ha tramutato l'ergastolo in una condanna a tempo, il suo cognome, assieme al pregiudizio, sono bastati a farlo arrestare nuovamente con l'accusa di estorsione che non ha ragione di esistere, e nemmeno le "prove" esistono.
Eppure il Pasquale Zagari di oggi è un uomo diverso, un uomo che è riuscito a cambiare, come rispondeva sempre a chi gli chiedeva se il cambiamento fosse maturato durante gli anni del carcere. Pasquale si è battuto a lungo affinché venisse riconosciuto questo cambiamento, sia mentre era ancora in carcere sia quando è uscito. Un uomo che ha preso le distanze pubblicamente e fattivamente dalle dinamiche criminali che avevano segnato la sua gioventù, diventando testimone di questo cambiamento nelle scuole e nelle piazze dove ha avuto l'opportunità di parlare, facendosi testimone di un'antimafia sociale, dal basso, che può venire solo da chi è riuscito a sconfiggere i presupposti degli errori del passato dentro di sé.
Un'antimafia che non veste i panni dei "professionisti dell'antimafia" sempre pronti a individuare il nuovo nemico pubblico per non perdere la rendita di posizione acquisita. No, Pasquale è un uomo che ha pagato sulla propria pelle essere nato a Taurianova, chiamarsi Zagari e aver fatto scelte sbagliate. Ma tanto ha fatto e tanto ha pagato. Eppure, da queste parti non basta. Eh già! Il Pasquale Zagari cambiato va a sconfessare tutta una letteratura (e qualche carriera) costruita sulla "famiglia Zagari tra le cosche più potenti della Piana".
Figuriamoci il Pasquale Zagari cambiato che, addirittura torna al suo paese e prende parola in pubblica piazza contro la ' ndrangheta! Non può esistere! Non sia mai detto che un ex 'ndranghetista possa diventare testimonianza vivente di quanto siano state sbagliate le proprie scelte e lanciare messaggi positivi ai giovani, che non ripetano i suoi errori, pagati uno a uno, e a caro prezzo. No, a Pasquale non è concesso. Avrebbe potuto rifarsi una vita lontano dalla sua terra, come pure aveva iniziato a fare da quando era uscito: prima a Como, poi a Padova e a Roma. Bussando con pazienza a tutte le porte per trovare un lavoro e provare a costruirsi un futuro nel poco futuro rimasto; e ci stava riuscendo pure.
L'estate scorsa è venuto a trovarmi a Cosenza; aveva mille idee e progetti per continuare quel cammino di denuncia e riscatto sociale che aveva iniziato ad assaporare tra gli studenti e le persone normali, tutti letteralmente rapiti da quella sua narrazione che non fa sconti a nessuno. A cominciare da se stesso. E non ne fa alla ' ndrangheta, che al Pasquale di oggi fa schifo, e lo rimarca pubblicamente. Non è antimafia questa? Ecco, quello che hanno arrestato, e che vogliono condannare, è il passato di Pasquale Zagari, volutamente ignorando e calpestando l'uomo di oggi; l'uomo che negli ultimi anni stava facendo di tutto per ricucire lo strappo con la società di 40 anni prima. E ci stava riuscendo.
*Presidente Yairaiha Onlus
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 27 aprile 2021
Al di là delle sentenze, quando la magistratura avverte l'esigenza di comunicare con la società o con altre istituzioni utilizza i due canali dell'Associazione nazionale magistrati (Anni) e del Consiglio superiore della magistratura (Csm).
Le sciagurate vicende di corruzione e di malcostume giudiziario venute alla luce attraverso lo scandalo Palamara hanno inciso negativamente (e speriamo temporaneamente) sulla credibilità e l'affidabilità di questi due canali, ma per fortuna esiste una terza istanza idonea a portare all'esterno la voce della magistratura. Si tratta del ministro della Giustizia, carica attualmente ricoperta da una costituzionalista di indiscussa preparazione e prestigio quale è Marta Cartabia.
Ebbene, di fronte alla crisi che sta attraversando la magistratura italiana - senza dubbio la più grave dell'intero periodo repubblicano - l'attuale ministra della Giustizia ha avvertito l'esigenza di rilasciare un'intervista a tutto campo pubblicata domenica scorsa su La Stampa, come per rassicurare l'opinione pubblica che, grazie a necessarie e opportune riforme, giustizia e magistratura continueranno a svolgere la loro funzione di caposaldi irrinunciabili dell'ordinamento democratico.
In occasione dell'anniversario della Liberazione Marta Cartabia ha evocato il "patto fondativo" della Repubblica italiana tra forze politiche profondamente diverse e in contrasto tra loro, ma sorrette dal comune obiettivo di dotare la nazione di un'ottima Costituzione, che tuttora ci governa. Costituzione che esprime appunto il momento di equilibrio tra le contrapposte esigenze dei tre principali schieramenti politici presenti nell'Assemblea Costituente - socialcomunisti, democratici cristiani e liberali; equilibrio ora richiamato dalla ministra Cartabia in vista di un pacchetto di riforme ispirate dall'obiettivo comune di avere una giustizia rapida e amministrata da magistrati credibili.
Marta Cartabia ha nominato commissioni di giuristi - magistrati, professori, avvocati - per affrontare e discutere insieme i principali nodi della crisi della giustizia, dalla logica spartitoria che attualmente connota l'attività delle "correnti" nell'attribuzione degli incarichi direttivi ai vari rimedi indispensabili per realizzare l'obbiettivo di una giustizia rapida: istituzione dell'ufficio del processo, formato da giovani laureati in giurisprudenza chiamati a coadiuvare giudici e pubblici ministeri nella loro attività quotidiana; aumento di 11.000 unità degli organici del personale amministrativo nel prossimo triennio; aumento del numero dei magistrati in rapporto alla popolazione; riforme del processo penale, civile e tributario; potenziamento di forme alternative di risoluzione delle controversie, quali l'arbitrato, la negoziazione assistita e la mediazione.
Non ultima, evidentemente, è la riforma del Csm, a cui vorrei dedicare particolare attenzione. L'obiettivo principale dei costituenti fu di garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dal potere politico, in radicale antitesi con la situazione - di fatto e anche in diritto per il pubblico ministero - di sostanziale dipendenza dal potere esecutivo durante lo stato liberale e poi, soprattutto, nel periodo fascista.
Questo obiettivo si è tradotto nell'istituzione di un Csm formato per due terzi da componenti togati, eletti tra le varie categorie di magistrati, e per un terzo da componenti laici - professori e avvocati - eletti dal Parlamento. Ebbene, con il trascorrere degli anni e con la progressiva crisi del sistema politico nel Csm è specularmente aumentata l'incidenza dei magistrati, sino a forme di esasperata autotutela corporativa e di impropri rapporti con esponenti dei partiti.
Si pone quindi il problema della riforma dell'organo di autogoverno della magistratura, che comporta necessariamente una modifica costituzionale. Se ne occuperà una apposita commissione istituita dalla ministra della giustizia, e non è questa la sede per entrare nei particolari. E comunque auspicabile che nel futuro Csm i magistrati non siano più in maggioranza e che il relativo sistema elettorale sia strutturato in maniera tale da escludere l'attuale degenerazione correntizia.
Al fine di evitare un'eccessiva politicizzazione, dannosa tanto quanto lo strapotere delle correnti tra i magistrati, i componenti laici non dovrebbero più essere eletti dal Parlamento e non dovrebbero necessariamente essere tutti professori di materie giuridiche e avvocati; esponenti di rilievo della società civile potrebbero svolgere un ruolo positivo per evitare forme di autotutela corporativa capaci di estendersi dai magistrati al più vasto e altrettanto pericoloso ceto dei giuristi.
di Dario Antonelli
Il Manifesto, 27 aprile 2021
Fares Shgater aveva 25 anni era nato ad Ariana in Tunisia e abitava a Livorno. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile è morto nel corso di un controllo di polizia. Il suo corpo è stato ritrovato dai Vigili del Fuoco a circa quattro metri di profondità nel Fosso Reale, lo specchio d'acqua di fronte alla Fortezza Nuova, a sei metri dall'ingresso del Voltone, la via d'acqua che passa sotto Piazza della Repubblica. Intorno alle 23:30 una pattuglia della polizia avrebbe provato a fermare Fares nell'area tra Piazza della Repubblica e Piazza Garibaldi.
Non è chiaro in che maniera sia finito nell'acqua, ma ad ogni modo non ne è uscito vivo. Sul momento erano intervenuti anche due militari della Folgore in servizio per l'operazione strade sicure. Secondo la stampa locale senza calarsi in acqua gli agenti e i militari avrebbero cercato il giovane con delle torce, per poi chiamare i soccorsi.
Dal giorno successivo gli amici di Fares si ritrovano sulla spalletta che si affaccia sul Fosso Reale proprio nel punto in cui è stato rinvenuto il suo corpo. Questo è diventato un luogo di memoria, di dolore, ma anche di aggregazione e confronto di fronte alla rabbia per la morte di un amico. Sono state tese delle corde tra i lampioni per appendere foto e messaggi di affetto per Fares, oltre ad alcuni striscioni che in arabo e in italiano chiedono giustizia "Stop alla violenza e al silenzio". Sul muretto sono comparsi ceri e candele, e si legge a caratteri neri "Giustizia per Fares" e "Basta razzismo!".
Alle 15 del 26 aprile tanti ragazzi originari della Tunisia si sono dati ritrovo in quel punto. Hanno tanta voglia di parlare e raccontano di precedenti episodi di violenza durante i controlli di polizia "nel 2013 mi hanno gettato nell'acqua i poliziotti", racconta uno dei presenti. Altre voci riportano simili storie di minacce e violenza. "Non si può morire così, siamo tutti uguali, non importa se sei straniero o se commetti dei reati" dice una ragazza. In Piazza della Repubblica ci sono due camionette della polizia e numerosi agenti.
Med Amine è cresciuto insieme a Fares, sono arrivati qua insieme, sono come fratelli. "Vogliamo sapere cosa è successo. Non si può morire così. Fares aveva il permesso di soggiorno di sei mesi, tra poco avrebbe avuto un lavoro, non gli hanno trovato addosso droga o altro. Se scappava è perché noi tunisini abbiamo sempre paura dei controlli, paura della polizia, paura di essere rimpatriati per un qualsiasi motivo, dopo tutto quello che abbiamo passato per arrivare qua". Il 27 aprile, dice Med, "il nostro avvocato dovrebbe incontrare il magistrato per chiedere le riprese delle telecamere della zona e vedere cosa è successo davvero".
Alle 17 gli amici di Fares si mossi verso la questura con un piccolo e rumoroso corteo, aggirando i blocchi della polizia. In piazza erano presenti anche molti solidali, abitanti del quartiere, membri di altre comunità straniere, associazioni e collettivi. Una delegazione è stata ricevuta dal questore, che si è limitato a dire, secondo i presenti, che si aspetta il lavoro della magistratura. La Procura di Livorno ha infatti aperto un fascicolo sul caso. Gli amici di Fares e i solidali attendono chiarezza sul caso e comunque ribadiscono che non si può morire in questo modo, e chiedono che la vicenda di Fares non finisca nel silenzio.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 27 aprile 2021
Una sedia messa sulla strada per occupare un posto auto. Un espediente utilizzato per sancire con arroganza un diritto non acquisito, per rivendicare una proprietà che non si possiede. Da qui è iniziata la lite che poi ha avuto il tragico epilogo che ha portato all'omicidio di Maurizio Cerrato a Torre Annunziata. Quante volte abbiamo visto uno "stendi-panni", un secchio, un qualsiasi oggetto ingombrante davanti a un marciapiede per scoraggiare dall'idea di parcheggiare la propria autovettura in uno spazio considerato territorio proprio e inviolabile. E quanti, tra coloro che hanno voluto sfidare questa prepotenza, si sono poi ritrovarti con le gomme bucate!
Chi si sentiva padrone di quel lembo di strada di Torre Annunziata, questa volta è andato oltre. Non si poteva consentire l'affronto di chi, spostando quella sedia, non ha riconosciuto il potere su quello stallo. Come bestie feroci si sono scagliati con inaudita violenza contro il povero custode degli scavi di Pompei, e mentre in tre lo trattenevano, un quarto componente del branco ha compiuto lo scempio, accoltellandolo a morte.
È una scena che si ripete troppo spesso dalle nostre parti. Uomini rapaci si scagliano contro vittime inermi colpendole senza pietà, fino togliergli la vita. Era avvenuto tre anni fa a Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a bastonate da tre minorenni alla stazione della metropolitana di Piscinola. Questa volta è accaduto a Torre Annunziata, nel quartiere chiamato Provolera, dove un tempo abitavano gli addetti della attigua "Real fabbrica di polvere", la cosiddetta Polveriera. Periferie senza più connessione con il centro della città, dove si va consolidando un processo di marginalizzazione e si vanno smarrendo l'identità comune e un destino condiviso dalla popolazione locale.
A differenza dell'episodio di cui rimase vittima Della Corte, a Torre Annunziata ci sono state delle persone che hanno assistito all'aggressione, testimoni che però non hanno voluto fornire la loro collaborazione. Un fatto grave, che seppur motivato dalla paura, ha rischiato di isolare ancor di più la famiglia della vittima, mentre invece queste testimonianze avrebbero potuto dare una svolta alle indagini. La tempestiva azione investigativa dei Carabinieri ha però permesso di individuare gli assassini che sono finiti in carcere.
Tuttavia, nelle pieghe di questa drammatica vicenda, mi sembra di poter scorgere due fatti nuovi. Innanzitutto le ferme parole dell'arcivescovo di Napoli durante le esequie di Cerrato: "La prima mafia si annida nell'indifferenza, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall'altra parte".
Una presa di posizione netta rivolta anche a "tutti i preti e a tutti i cristiani" a cui don Mimmo ha chiesto chiarezza di vita e coraggio, fino al martirio. "Non mi spaventa il rumore dei violenti ma il silenzio degli onesti", ha ribadito Battaglia. Affermazioni che delineano una sollecitudine ancora più decisa della chiesa di Napoli nel denunciare quei comportamenti malavitosi e omertosi che permettono alla camorra di espandersi senza alcun freno. Una nuova prospettiva che potrebbe dar vita ad una stagione rinnovata di impegno contro la mentalità camorrista e il malaffare che tante volte sembrano sopraffare e soffocare Napoli e il suo hinterland.
In un piccolo ma significativo sondaggio fatto tra alcuni giovani impegnati nelle parrocchie e nelle realtà associative ecclesiali, è emerso che il 70% di questi lascerebbe Napoli, avendone la possibilità. Non è solo la mancanza di lavoro a determinare questa volontà. La presenza della malavita, l'illegalità diffusa e la mancanza di coesione tra gli attori istituzionale e della società civile sono fattori altrettanto importanti che stanno determinando un senso di scoraggiamento e di disaffezione tra le nuove generazioni, che non riescono ad intravedere il proprio futuro nella terra dove si è nati. È un fenomeno preoccupante che non lascia indifferente la chiesa napoletana.
L'altro elemento rilevante nella vicenda di Torre Annunziata è stata la grande reazione della famiglia di Cerrato. Le parole di Maria Adriana, la figlia ventenne del custode, fanno emergere un luminoso senso civico e una grande speranza.
Di fronte all'omertà che ha caratterizzato le prime fasi dell'omicidio la ragazza ha affermato di non voler giudicare nessuno, ma ha invitato i suoi concittadini a compiere un cambio di mentalità: "Torre Annunziata deve cambiare ed io farò di tutto perché questo avvenga. Tutti sono in tempo di poter cambiare, per poter capire cosa è giusto e cosa è sbagliato". E da oggi, quando vedremo una sedia messa davanti a un marciapiede per impedire che qualcuno possa occuparlo, non potremo non pensare alla forza e al coraggio di questa ragazza che sogna un futuro di giustizia e un avvenire dignitoso per sé e per la sua generazione.
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