di Michela Murgia
La Stampa, 26 aprile 2021
Non c'era una sola parola sbagliata nel discorso che Mario Draghi ha fatto ieri per la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Poche frasi, ma talmente esatte che dovrebbero diventare il canone di riferimento per i discorsi di tutti i 25 aprile che verranno, invariate in bocca a qualunque presidente del Consiglio esca dalla tombola delle urne e dei rimpasti.
Il discorso ha infatti un pregio incommensurabile: contiene cinque parole magiche che in questi anni molti hanno cercato di far sparire, a partire proprio dai contesti istituzionali.
"Fascismo" e "nazismo", tanto per cominciare, a ricordare che non ci siamo liberati da una generica guerra, ma dall'imposizione di due dittature criminali che congiunte hanno fatto milioni di morti e hanno infettato l'Europa di razzismo e nazionalismo. La liberazione è dal nazifascismo e Draghi lo ribadisce senza ombre, smentendo chiunque, anche tra le parti politiche dell'attuale maggioranza, provi a descrivere la nascita della democrazia italiana come una notte in cui tutte le vacche erano nere, un periodo confuso in cui ciascuno aveva le sue buone ragioni e solo per caso una parte ha poi avuto la fortuna di diventare politicamente dominante.
Non è così: i venti mesi in cui le variegate forze partigiane, dopo l'armistizio del '43, ripresero il controllo del territorio italiano sottraendolo ai fascisti che si rifiutavano di riconoscere la sconfitta, furono la lotta tra una visione di mondo democratica e includente e gli ultimi residui di una dittatura che aveva portato il Paese alla catastrofe sociale.
Sentirlo ribadire dal presidente del Consiglio dovrebbe essere ovvio, ma a dimostrare che non lo è poi così tanto basterebbe la lettera che il direttore generale dell'ufficio scolastico regionale della Marche ha inviato in occasione della stessa ricorrenza, invitando chi studia a "non fare distinzioni di parte" (cioè a non essere partigiani) celebrando l'unità nazionale a prescindere alle opinioni politiche. Il discorso di Draghi dice invece il contrario: che siate adulti o giovani, sappiate che se l'Italia è un Paese libero è perché qualcuno si è preso la responsabilità e la fatica di fare una distinzione e scegliere da che parte stare: con la democrazia sempre, con il fascismo mai più.
Il ministero dell'Istruzione ha giustamente chiesto al direttore marchigiano di spiegare l'ambiguità delle sue frasi, ma non ci vuole una grande indagine per capire che la ragione di quello e di altri tentativi di inquinare la storia italiana è contenuta in un'altra delle parole tabù del discorso di Draghi: "memoria". Il presidente del Consiglio non la evoca per celebrarla retoricamente, ma la rimpiange come una cosa collettiva e perduta. La memoria non va confusa col ricordo: quello è personale, perché appartiene solo a chi c'era.
La memoria è invece il processo di costruzione di una narrazione comune in cui chiunque può riconoscersi e sentirsi parte, soprattutto se ha avuto la fortuna anagrafica di non dover vivere in prima persona l'esperienza del fascismo. I ricordi, specie se forti, non mutano più; la memoria invece va manutenuta ogni giorno: basta saltare una generazione perché vada perduta e con essa si perda anche la possibilità di riconoscersi in una storia comune.
Le ultime due parole che da anni non sentivamo nei discorsi pubblici delle figure politiche sono pesanti, ma necessarie: "odio" e "indifferenza", atteggiamenti distruttivi che oggi fanno parte quotidiana della nostra vita pubblica e che - sempre secondo le parole di Draghi - generano consenso per chi calpesta libertà e diritti. Sorpresa: c'è un odio che crea consenso e chi se lo intesta costruisce fortune politiche.
È facilmente riconoscibile, perché prende ancora la forma del razzismo e della xenofobia. Quell'odio, combinato con l'indifferenza di chi si gira per non vedere, oggi come ottant'anni fa consente la morte di centinaia di persone, non nei forni, ma nel fondo del Mediterraneo.
Liliana Segre, che proprio Draghi cita come fonte morale per spiegare i danni dell'indifferenza, non ha mai avuto problemi a riconoscere l'analogia tra i Ponzio Pilato di ieri e quelli di oggi, perché sa che è al presente, non al passato, che serve la memoria. "I migranti sono respinti come lo fummo io e mio padre, ebrei a varcare la frontiera nella notte e nella neve". Accogliamo dunque le forti parole di Draghi, ma sapendo che più forti ancora apparirebbero se i gesti di governo fossero conseguenti, per esempio cessando gli scandalosi accordi con la Libia e offrendo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. La profezia nei discorsi può ispirare molto, ma non se smentita dal cinismo della realpolitik.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Fu il principe del Rione Sanità. Capoclan, oggi collaboratore di giustizia, si racconta con un alter ego nel romanzo "I leoni di marmo" (Milieu). Giuseppe Misso lo chiamano da tempo il boss scrittore. Lui rifiuta con sdegno la definizione di camorrista, e si descrive come autore di "prelievi forzati": un rapinatore, in definitiva. Eppure, è stato un capo, il Quartiere Sanità è stato il suo feudo, ha fondato negli anni Novanta un cartello potente, considerato l'unico in grado di fronteggiare la temuta Alleanza di Secondigliano.
La storia di Misso non ha precedenti. Si racconta come un bandito che sceglie la via del crimine per combattere il crimine, considera il male come necessario impossibile da eliminare. Non può esserci alcun bene se eliminiamo il male, ma il male a cui fa riferimento è un male che va gestito e controllato, dominato da regole e persino - a suo dire - da un codice morale. Misso ha una visione ideologica della prassi criminale: molti anni fa quando era il principe del Quartiere Sanità minacciò di bruciare il negozio ai commercianti del suo quartiere che pagavano il pizzo ai clan, perché non dovevano piegarsi, avrebbe fatto lui da garante. Chi cede alla camorra verrà punito.
Per lo Stato, oggi Misso è un collaboratore di giustizia in detenzione domiciliare in una località segreta, con alle spalle oltre 30 anni di carcere per vari reati, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio. Negli anni di carcere ha ripreso gli studi, abbandonati prima delle scuole medie, e ha scoperto un amore ossessivo per la letteratura: Pavese, Dostoevskij, Wilde, Balzac, la filosofia tedesca, e soprattutto il suo prescelto, Louis-Ferdinand Céline. Che la cultura da sola possa far mutare direzione è un'ingenuità, se avesse incontrato da bambino scuole e lavoro e non miseria e ignoranza probabilmente la letteratura l'avrebbe portato altrove, ma ora gli ha dato strumenti di comprensione inaspettati, accessi nuovi alla sua vita. Misso ha iniziato a scrivere della sua vita dal primo furto per fame ai caveau delle banche più importanti, ne è uscito il romanzo, I leoni di marmo, rivisto e corretto, cambiato e ricalibrato negli anni.
Il protagonista del romanzo si chiama Michele Massa, ma la storia raccontata è quella vissuta dall'autore e i personaggi che compaiono nel libro sono persone realmente esistite che hanno incontrato sul proprio sentiero, per destino o per scelta, Giuseppe Misso. Tutto ha inizio sui magnifici trecenteschi leoni stilofori di Tino Di Camaino che si trovano sulla facciata del Duomo di Napoli, ai lati del portale centrale; su quei leoni da sempre si siedono i bambini, fingono di cavalcarli, di domarli, e domandoli diventano i re di Napoli. Il romanzo racconta di due bambini che giocano su quei leoni, che stringono un legame profondissimo, fino a fondersi nella stessa persona. "Perché nella vera amicizia vi è anche amore, nell'amore non sempre vi è anche amicizia", è il credo di Misso. Ma questi bambini uniti da un amore fraterno con cui rubano, rapinano, vivono con il desiderio di sopravvivere a qualsiasi costo, ma con la sola regola di farlo insieme, finiranno da adulti per massacrarsi, l'uno contro l'altro. Il rapporto di Michele Massa (Giuseppe Misso) e Mario Giolitti (Luigi Giuliano) è uno dei più straordinariamente ed incredibilmente epici nella storia della criminalità internazionale.
Questo romanzo esce per Milieu, casa editrice animata da Edoardo Caizzi. Milieu si chiama l'editore, e non è un caso. Il concetto di Hippolyte Taine, intellettuale che per primo utilizzò il termine "naturalismo" riferito ai comportamenti sociali e all'uomo, ambiti per cui capì che poteva essere applicato lo stesso metodo di analisi utilizzato in campo scientifico. Non più un approccio emotivo ai comportamenti umani, quindi, ma un'analisi di questi in base a race, milieu, e moment, ovvero fattori ereditari, contesto sociale e momento storico. Di questi tre parametri ho sempre considerato davvero determinante il secondo, ovvero il milieu, l'ambiente dal quale l'individuo proviene, in cui è nato, cresciuto, alle cui regole si è assuefatto o ribellato, i cui codici ha assorbito o sovvertito. E così, se visitate il catalogo dell'editore Milieu, vi accorgerete di una scelta, unica nel panorama editoriale italiano, quella di lavorare a stretto contatto con i protagonisti di queste storie, non solo con le fonti giornalistiche e giudiziarie, ma con le memorie dirette dei banditi e dei loro familiari. Ecco la scelta: dare voce ai protagonisti criminali. È un lavoro che cammina sul filo, insidioso, che presuppone un patto di fiducia tra editore e lettore. Una fiducia oggi rara. Poter accedere direttamente alle pagine di chi ha commesso e vissuto crimini è fondamentale. L'intento non è educativo né di esaltazione della vita vissuta fuori dalle regole, ma la creazione di una mappa necessaria per muoversi nel mondo, la ricerca di un altro punto di vista che, in determinati frangenti, potremmo sorprendentemente scoprire essere vicino al nostro. La qual cosa ci spaventerà, ci disorienterà: sarà un'esperienza da cui usciremo diversi.
Ne "I leoni di marmo" Misso, attraverso il suo alter ego, racconta dal suo punto di vista la vita da bandito e capoclan. Si descrive come un capo dai modi nettamente opposti a quelli dei rivali. Parla di agguati e strategie, sappiamo che quel che racconta lo ha vissuto. Sappiamo che non lo ha studiato, non lo ha letto in atti giudiziari, non ha partecipato, da spettatore, ai processi. L'universo mafioso ha prodotto molti presunti poeti e parolieri di canzoni, ma Giuseppe Misso ha qualcosa di differente dai boss parolieri. La sua formazione filosofica non è per nulla banale, non è rimasta sulla superficie ma è stata interiorizzata e filtrata sulla sua esperienza.
Il racconto ha inizio con Michele Massa che esce dal carcere di Poggioreale, in libertà provvisoria. Siamo nel 1979 e Massa è un rapinatore già noto in città: "[...] tutti dicevano che nel mio campo ero il miglior prelevatore. Intorno alla mia persona si era creato un alone di mistero e di fascino...". A Poggioreale era stato due anni, eppure, una volta uscito troverà la sua Napoli radicalmente trasformata dalla presenza di una nuova organizzazione criminale: "La lunga gestazione del malaffare degli amministratori pubblici aveva partorito un gelido mostro, questa volta tossico: la nuova camorra". E anche lo storico amico Giolitti, con cui aveva passato infanzia e adolescenza tra furti e rapine, è cambiato: ora non è più un semplice malavitoso, ma il capo di un clan violento, i cui membri sono dediti a estorsioni e droga. Giolitti ha anche un grande obiettivo, quello di sconfiggere la Nuova Camorra Organizzata e il suo fondatore, Raffaele Cutolo: "Nemmeno mi ascoltava, nemmeno si rendeva conto della nausea che riusciva a farmi provare nel parlarmi di strategie di guerra e di morte".
Massa sembra scegliere una strada diversa, quella dell'indipendenza: non si schiera né con Giolitti e la sua Fratellanza Napoletana (vero nome della confederazione di clan passata mediaticamente alla storia come Nuova Famiglia) né con i cutoliani; riprende a fare rapine e costituisce un suo gruppo criminale autonomo che permetta a lui e ai suoi sodali di difendersi dagli altri cartelli in città e di proteggere i propri interessi. Sì, perché nel frattempo Massa aveva aperto un'attività commerciale in Via Duomo ed era quindi anche lui soggetto ad aggressioni per fini estorsivi: "Il pensiero che prima o poi dovevamo sparare per uccidere mi assillava. In fondo non chiedevamo tanto: volevamo essere indipendenti dalle organizzazioni camorristiche, senza per questo subire ricatti, violenze, offese. Chiedevamo soltanto autonomia e rispetto per le nostre scelte. Era utopia?". Ogni volta che nel romanzo è citato il termine "camorra" viene utilizzato con spregio: "Con i camorristi non si è mai sicuri di niente, nel loro sangue si alligna l'inganno". E più avanti: "Non avrei mai potuto sottostare all'arroganza e alla prepotenza di chicchessia, tanto meno dell'infame camorra". E, infatti, Massa reagisce con disgusto quando scopre di essere ricercato dalle forze dell'ordine nell'ambito di un'operazione contro la Nuova Famiglia: "C'era anche il mio nome nell'interminabile lista delle persone da ricercare: incredibile! Mi battevo contro la camorra e lo Stato ordinava la mia cattura per associazione camorristica".
E qui capiamo che non esiste un solo "noi" e un solo "loro", ma infiniti "noi" e infiniti "loro". Qui capiamo che bisogna mettersi all'ascolto, è qui la risposta a quanti negli anni mi hanno accusato di non aver mai dato voce al bene e di aver sempre raccontato il crimine organizzato dalla prospettiva di chi lo compie. Ma è proprio quella la prospettiva che ci manca, è quella la prospettiva che dobbiamo indagare, sondare e portare alla luce pur sapendo di non riuscire a coglierne che una pallida ombra. Lo so, starete pensando a quanto sia pericoloso sposare questo punto di vista; starete forse pensando che anche riportare il contenuto di questo romanzo equivalga a fornire una versione dei fatti alternativa rispetto a quella ufficiale, giudiziaria. Ma vi sorprenderà forse sapere che la versione ufficiale, quella che vede contrapposti buoni e cattivi, vittime e carnefici, guardie e ladri, noi e loro, non viene messa in discussione, non è scalfita, ma arricchita.
Così è per il racconto delle carceri, che sembra non trovare mai spazio nel dibattito pubblico. Misso è stato detenuto a Poggioreale, Pianosa, Rebibbia, Ariano Irpino, Ascoli Piceno, Sollicciano, poi a Spoleto, Parma e ancora altri penitenziari, e critica le condizioni di vita dei detenuti, racconta di soprusi e omicidi derubricati come suicidi: "A Poggioreale - scrive - sono stipati circa 2.500 reclusi: milioni e milioni di lire che spariscono nel fetore di una brodaglia. Quella prigione è fuorilegge non perché c'è il sovraffollamento, ma perché si trova a Napoli e rispecchia fedelmente le caratteristiche di questa città: disorganizzazione endemica, scarsa professionalità, corruzione a tutti i livelli, approssimazione, furbizia spicciola, sporcizia atavica...". E ancora: "Le condanne, specialmente se associate alle percosse, non correggono nessun criminale". Ecco, sul sovraffollamento la penso diversamente ma, riguardo alle percosse, come dimenticare il racconto che Pietro Ioia, oggi garante dei detenuti di Napoli, ha fatto della cella zero di cui reca, sul corpo, segni permanenti?
Così è per il racconto della camorra, che i politici colgono come opportunità: "Sono riusciti a tramutare il fango in oro, e hanno scoperto, con la camorra, l'elisir di una lunga vita politica". E ancora: "Con la disoccupazione e la miseria che attanagliavano Napoli, la camorra stava diventando un'industria per tanti disperati: distribuiva lavoro! Era un grande serbatoio di voti, che il regime poteva controllare. Poco importava se a lungo andare l'economia della città moriva di violenza insieme a tanti esseri umani. L'importante era che al momento la camorra serviva. Infine, sui "nuovi criminali", i politici potevano scaricare le colpe di una città stuprata dal degrado, dall'incuria, dall'abbandono...". Quando si trova improvvisamente catapultato in un summit della Fratellanza Napoletana, in cui vengono scelte le vittime di successivi attacchi, Massa commenta così: "Nietzsche scrive che "l'uomo è un essere senza forma, una brutta pietra che ha bisogno dello scultore". Il potere politico, con la complicità delle stesse sue vittime, aveva reso quella pietra ancora più mostruosa. Purtroppo, noi napoletani, abbiamo sempre meritato "scultori" del genere".
Il romanzo continua seguendo gli eventi del clan Misso: l'incontro nel 1983 con il futuro parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo alla ricerca di sostegno per le elezioni, la famosa rapina al Monte dei Pegni del Banco di Napoli del 3 aprile 1984, ma anche il racconto delle bombe - che Misso rivendica qui, in queste righe - esplose nel 1982 allo Stadio San Paolo e davanti a casa dell'allora presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, contro il quale fu anche fatto sorvolare sulla città uno striscione trascinato da un aereo per chiederne le dimissioni. E ancora la latitanza di Misso in Brasile, fino al suo arresto nel 1985 e i due processi storici che lo vedono imputato in quegli anni, quello inerente alla rapina al Monte dei Pegni e quello per la vicenda del Rapido 904 (per il quale fu assolto dal reato di strage).
E poi c'è la vita personale, la nascita del suo primo figlio mentre è in carcere, la morte della madre durante la sua detenzione e l'impossibilità di vederla un'ultima volta. E ci sono le lotte contro i clan al cui fianco non ha mai voluto schierarsi, quello dei Giuliano e l'Alleanza di Secondigliano. Il sipario cala il 16 aprile 1999, quando, dopo 14 anni, Massa esce dal carcere (dove sarebbe tornato pochi anni dopo). Fuori dalla Questura di Firenze, dopo aver firmato gli obblighi di sorveglianza speciale, ad aspettare il capo ci sono i suoi nipoti, pronti per riportarlo a Napoli. Il libro è uno scrigno colmo di dati, punti di vista, aneddoti, sangue e ancora sangue.
Il paradosso del bandito che si fa boss per combattere la camorra e dare al male regole d'onore affascina e lascia perplessi al contempo, ma I leoni di marmo ci consente di osservare l'uomo in uno spazio di insolita nudità, non l'uomo criminale, non il peggiore, ma l'uomo che si trova a vivere in condizioni date che sono diverse da quelle che è capitato a noi di sperimentare. L'uomo in rapporto con il milieu, con il suo mondo, il suo sistema di valori, le prassi quotidiane. Sbagliamo a credere che siano uguali per tutti. E a Napoli questo lo impari in fretta. "Se porti un bambino nato a Napoli in Inghilterra, egli imparerà l'inglese, se invece porti un bambino inglese nei "ghetti" di Napoli, da grande egli parlerà il linguaggio del marciapiede". A Napoli una strada può segnare il confine tra il tuo mondo e un mondo che non ti apparterrà mai veramente. Che puoi conoscere, frequentare, finanche chiamare per nome, col tuo nome, ma non sarà mai davvero tuo.
Il volume - Il romanzo "I leoni di marmo" di Giuseppe Misso (pagine 320, euro 16,90) è in libreria per la casa editrice Milieu. Giuseppe Misso (Napoli, 1947) ha alle spalle oltre trent'anni di carcere per vari reati, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio. Adesso è un collaboratore di giustizia in detenzione domiciliare. Nel romanzo il protagonista si chiama Michele Massa, ma la storia raccontata è quella dell'autore. "Tutti dicevano che nel mio campo ero il miglior prelevatore", scrive ne "I leoni di marmo" (Milieu). Giuseppe Misso si definisce un autore di "prelievi forzati", un rapinatore. Nel libro si parla anche dell'amico d'infanzia Luigi Giuliano (che diventerà boss di Forcella e avversario).
catanzaroinforma.it, 26 aprile 2021
Un giornale, i prof, un giudice e un attore insieme alla cantastorie per parlare di legalità e giustizia. È approdato all'Istituto Giovanna De Nobili di Catanzaro il progetto "Giustizia e Umanità, liberi di scegliere" promosso nelle scuole di tutta Italia dall'Associazione culturale "Biesse Bene sociale" presieduta da Bruna Siviglia insieme al Dott. Roberto Di Bella Presidente del Tribunale dei minorenni di Catania. L'evento - che ha avuto il suo fulcro nel confronto tra gli studenti e il Giudice sul libro da lui scritto con la sceneggiatrice Monica Zapelli, in cui sono raccontate le intuizioni, le fatiche e la determinazione del Giudice Di Bella nella sua inedita e straordinaria attività di contrasto alla 'ndrangheta - è stato contraddistinto da intensi momenti dedicati al tema del dibattito nonché da molteplici interventi.
I saluti istituzionali sono stati affidati al Dirigente scolastico Angelo Gagliardi che nel ringraziare tutti i partecipanti ha messo in luce il valore del progetto liberi di scegliere anche come importante strumento di educazione alla legalità, nonché il diligente lavoro di studio preparatorio all'incontro con Di Bella svolto dagli studenti del De Nobili, auspicando ulteriori eventi formativi di questo tipo che coinvolgano sempre più i ragazzi, già impegnati in un percorso di educazione alla legalità. Giulia Anna Pucci, Presidente della "La voce della legalità" - associazione che promuove in ambito scolastico incontri tematici sulla legalità, parità di genere ed eguaglianza - ha focalizzato l'attenzione del suo intervento sulla componente familistica della 'ndrangheta ove la struttura criminale coincide con quella familiare condannando così i figli ad un destino ineluttabile di violenza e cultura criminale fin dalla nascita, da qui l'importanza del progetto liberi di scegliere che offre una concreta alternativa di vita ai minori appartenenti a queste famiglie, attraverso la decadenza della responsabilità genitoriale o l'allontanamento dal nucleo familiare nei casi più gravi, facendo cenno infine alla figura delle madri di questi "bambini a metà", spesso a loro volta vittime della spirale di odio e sottomissione alle logiche criminali della famiglia di appartenenza, finalmente anche loro libere di scegliere un futuro diverso per i propri figli.
Pucci ha inoltre portato i saluti del Direttore di Catanzaro informa Riccardo Di Nardo, da sempre attento alle iniziative di educazione alla legalità, e che ha premiato i talentuosi artisti catanzaresi Francesca Prestia e Francesco Colella - intervenuti nel convegno - nell'ambito del prestigioso Premio "Catanzaro informa 2020" sul palco del Cinema Teatro Comunale di Catanzaro. È intervenuto poi il Vice Presidente e coordinatore della Voce della legalità Simone Rizzuto, partendo dalla considerazione della fenomenologia mafiosa che prima ancora che penetrare nei gangli vitali della pubblica amministrazione, delle professioni, dell'economia e della politica, ha l'attitudine a penetrare nell'ambito del tessuto familiare, ha analizzato le conseguenze dell'indottrinamento mafioso - che appunto nasce e si sviluppa nel luogo che dovrebbe proteggere i minori ossia la famiglia- in quanto incide su altri istituti come per esempio la responsabilità genitoriale, comportandone eventuale destituzione ove vi siano i presupposti, infine si è soffermato, anche in qualità di legale, sulla centralità del minore e della sua tutela nel sistema penale, dove non si tende a comminare una sanzione che sia afflittiva ma si tende ad adottare strumenti giuridici differenziati al fine di preservare la personalità del minore, come personalità vulnerabile e non ancora strutturata.
La docente Elena Maida ha sviluppato il concetto di legalità inteso anche come rispetto, uguaglianza ed attenzione verso i più deboli, invitando energicamente gli studenti a comportamenti virtuosi improntati all'ossequio delle regole e alla difesa di chi in società versa in condizioni più svantaggiate rispetto agli altri. La moderatrice Bruna Siviglia, Presidente di Biesse bene sociale Associazione culturale che opera per il bene comune e che ha sottoscritto tanti protocolli di intesa con importanti Enti, ha descritto l'enorme successo che il progetto Giustizia e umanità liberi di scegliere promosso dalla stessa unitamente al Presidente Di Bella sta riscuotendo nelle scuole di tutta Italia, indice della sensibilità delle nuove generazioni verso queste tematiche; si è inoltre soffermata sul concorso indetto dalla Biesse legato al suddetto progetto, in base al quale gli studenti si cimenteranno nell'elaborazione di temi o cortometraggi riguardanti "liberi di scegliere", i tre migliori lavori saranno premiati con tre borse di studio intitolate a Fava e a Lea Garofalo.
A questo punto è stata trasmessa una parte del film in cui ha recitato l'attore Francesco Colella, poco prima del suo intervento. Colella, esaltando il tratto visionario del Dottore Di Bella che ha permesso la liberazione dal male dell'illegalità di tantissimi ragazzi, ha poi parlato agli studenti, in modo appassionato, della sua interpretazione attoriale nel film liberi di scegliere in cui ha interpretato un boss padre di un minore, il suo impegno - riuscitissimo - è stato quello di suscitare nel pubblico sentimenti contrari all'empatia, rispetto al suo personaggio, quindi di repulsione a causa della capacità di "portare morte, desolazione e desertificazione dei sentimenti" di queste persone, ha concluso il suo intervento con l'invito ai ragazzi a frequentare sempre arte, conoscenza e cultura.
La cantastorie Francesca Prestia, che ha brillantemente messo in musica le parole in dialetto reggino dei minori provenienti da contesti difficili nonché il loro bisogno di rifiorire ed affrancarsi dalla tristezza che il loro destino tracciato comporta, ha esordito facendo riferimento alla data odierna, compleanno di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla 'ndrangheta, per la quale Prestia ha scritto 'la ballata di Lea', oltre a 'ninna nanna' dedicata a Giuseppina Pesce, entrambe fatte ascoltare durante il convegno. Presente all'incontro anche Michele Geria, Direttore del Reggio Film Festival di Reggio Calabria, con il quale l'associazione Biesse nei prossimi giorni siglerà un protocollo d'intesa, per cui il progetto giustizia ed umanità liberi di scegliere il 22 luglio farà parte de Reggio film festival con la proiezione del film liberi di scegliere e con la premiazione dei cortometraggi vincitori del concorso indetto per le scuole.
Infine il Giudice Di Bella, dopo aver messo in luce il potenziale educativo enorme del film liberi di scegliere trasmesso da Raiuno, poiché demistifica il mito mafioso, ha raccontato la sua esperienza di Presidente del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dal 1993 a settembre 2020, una scelta inizialmente casuale ma poi rivelatasi straordinariamente efficace visti i risultati della sua attività.
Di Bella ha raccontato con sensibilità, umanità e competenza gli esordi del suo percorso in Calabria, a partire dal suo primo caso, un cruento omicidio di una giovane la cui colpa fu quella di essersi innamorata di un ragazzo sbagliato, ha poi raccontato altri casi dolorosi che si è trovato ad affrontare come quello dei minori della faida di San Luca o minori che hanno ucciso le loro madri per essersi legate sentimentalmente ad altri uomini e non aver aspettato che il marito uscisse dal carcere, minori che hanno ucciso forze dell'ordine e così via, tanti casi di giovanissimi, capaci ed intelligenti, che avrebbero potuto aspirare ad una vita diversa se solo non fossero nati da famiglie di 'ndrangheta.
Da questa constatazione è nato il progetto liberi di scegliere, con la necessità dell'allontanamento dei minori dalle famiglie originarie, sfociata nella speranza di un riscatto, tutto ciò reso possibile grazie alla rete collaborativa con Libera e con la Cei. L'allontanamento di madri e figli è un duro colpo alla credibilità del sistema criminale, ha affermato Di Bella, per questo è fondamentale continuare in questa direzione, dando a tanti altri ragazzi la possibilità di una vita libera e dignitosa ed il diritto di essere loro i protagonisti della stessa. A conclusione dell'incontro numerose domande degli studenti, coinvolti ed attentissimi, alle quali il Giudice Di Bella e gli altri intervenuti hanno risposto con interesse e generosità, con l'auspicio di un nuovo incontro.
La Nuova Sardegna, 26 aprile 2021
Oggi nel gergo tecnico ministeriale viene chiamata Casa Circondariale di Nuoro, ma "Badu'e Carros" aperta negli anni '70 non è mai stato un carcere come tutti gli altri. Un luogo qualunque alla periferia della città, prima isolato ora avvolto dalle case della nuova urbanizzazione.
Fin dagli anni successivi alla sua apertura l'istituto ha visto la presenza di regimi-circuiti detentivi speciali (carcere speciale negli anni settanta, sezione di 41 bis poi ed altre tipologie come quella attuale che lo hanno identificato come il luogo ideale per ospitare i detenuti più pericolosi del panorama malavitoso nazionale.
Terroristi, mafiosi e camorristi, qui in 50 anni sono passati tutti. Spesso lasciando anche il segno. Oggi la quasi totalità dei 220 reclusi (22 stranieri) è in regime di AS3, (alta sicurezza) con 4 ore giornaliere fuori cella e assenza di spazi di socialità ai piani (peraltro luminosi e curati). Da alcuni anni è stata istituita una sezione destinata ai detenuti AS2 (gestita dal Gom), gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, negli stessi spazi precedentemente occupati dal regime di 41bis, ovvero nei locali originariamente destinati all'isolamento. La struttura guidata dalla direttrice Patrizia Incollu ultimamente è interessata da significative ristrutturazioni, che prevedono lo spostamento dei reclusi (7) in AS2, nell'ex sezione femminile presente fino ad alcuni anni fa prima del trasferimento in blocco in altri istituti.
di Ester Palma
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Francesco ha duramente condannato l'ennesima tragedia nel Mediterraneo: "Sono persone che hanno implorato per due giorni aiuti che non sono arrivati: chi poteva farlo si è voltato dall'altra parte". "Vi confesso che sono molto addolorato per la tragedia che ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo: 130 migranti sono morti in mare. Sono persone, sono vite umane che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto: un aiuto che non è arrivato". Lo ha detto il Papa, al Regina Coeli in piazza San Pietro. "Fratelli e sorelle, interroghiamoci tutti su questa ennesima tragedia. È il momento della vergogna. Preghiamo per questi fratelli e sorelle e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Preghiamo anche per coloro che possono aiutare, ma preferiscono guardare da un'altra parte. Preghiamo in silenzio per loro".
"Gesù ci conosce e ci ama uno per uno, per Lui non siamo massa" - Non è certo la prima volta che papa Francesco porta l'attenzione del mondo sulla tragedia dei migranti: ma oggi ha usato toni particolarmente forti. Ha pregato anche per gli 82 morti e i feriti dell'incendio dell'ospedale Ibn al Khatib di Baghdad. E ha espresso "vicinanza alla popolazione delle isole di Saint Vincent e Grenadine, dove un'eruzione vulcanica sta provocando danni e disagi. Assicuro la mia preghiera. Benedico quanti prestano soccorso e assistenza".
Perché "Dio conosce e ama ciascuno di noi - aveva detto poco prima della recita del Regina Coeli, la preghiera mariana che per tradizione sostituisce l'Angelus fino alla Pentecoste - Come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce ad uno ad uno, che non siamo degli anonimi per Lui, che il nostro nome gli è noto. Per Lui non siamo "massa", "moltitudine", no. Siamo persone uniche, ciascuno con la propria storia, ciascuno col proprio valore, sia in quanto creatura sia in quanto redento da Cristo. Ognuno di noi può dire: Gesù mi conosce come nessun altro. Solo Lui sa che cosa c'è nel nostro cuore, le intenzioni, i sentimenti più nascosti".
Ordinati 9 sacerdoti: "Siate umili, vicino al popolo e e lontano dal denaro" - Poco prima il Papa aveva ordinato 9 nuovi sacerdoti, sei italiani e gli altri tre provenienti da Romania, Colombia e Brasile, in una Messa solenne nella Basilica di San Pietro: "Per favore, allontanatevi dalla vanità e dall'orgoglio dei soldi. Il diavolo entra dalle tasche, siate poveri che amano i poveri - ha raccomandato - Non siate arrampicatori, quando un sacerdote diventa imprenditore della parrocchia, del collegio, perde quella povertà che lo avvicina a Cristo povero crocifisso".
E ha aggiunto: "Siate sacerdoti di popolo non chierici di Stato, questa non è una carriera è un servizio, lo stesso che ha fatto Dio con il suo popolo. Sarete come lui vi vuole, pastori del santo popolo fedele di Dio, delle volte avanti, in mezzo, indietro al gregge, ma sempre lì con il popolo di Dio e secondo lo "stile" di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza.
Siate umili e vicini ai vostri vescovi". E per dare loro un esempio di umiltà, al termine del rito si è avvicinato ai nuovi sacerdoti e li ha salutati chinandosi per baciare a ciascuno le mani. Poi, fra commozione e grande si è diretto verso i primi banchi della navata per salutare e intrattenersi brevemente con i loro familiari. E al momento della foto di gruppo ha chiesto ad uno dei nuovi sacerdoti, il colombiano don Mateus Henrique Ataide Da Cruz, di dargli la benedizione.
La Repubblica, 26 aprile 2021
La richiesta è stata formulata al vertice straordinario dell'Asean convocato a Giacarta, al quale ha partecipato anche il generale golpista nel suo primo viaggio all'estero dopo il colpo di Stato. Il premier malese: risultati oltre le aspettative. I leader del Sud Est asiatico hanno chiesto alla giunta golpista birmana di cessare le violenze contro i manifestanti, liberare i prigionieri politici e ripristinare la democrazia. "La situazione in Myanmar è inaccettabile e non deve continuare. La violenza deve cessare, mentre la democrazia, la stabilità e la pace devono essere ripristinate immediatamente", ha detto il primo ministro indonesiano.
Joko Widodo è intervenuto in una conferenza stampa al termine del summit di emergenza dell'Asean, che si è riunito oggi a Giacarta per discutere del golpe del primo febbraio in Myanmar. Il capo della giunta militare birmana, generale Min Aung Hlaing, ha partecipato al vertice Asean, nel suo primo viaggio all'estero dopo il golpe. Il premier indonesiano ha sottolineato che gli altri leader partecipanti hanno chiesto al Myanmar di impegnarsi a cessare le violenze, aprire un dialogo inclusivo con tutte le parti in causa e dare accesso agli aiuti umanitari.
"Serve un dialogo significativo, inclusivo e politico che può realizzarsi solo con il rapido e incondizionato rilascio dei prigionieri politici", ha aggiunto il primo ministro della Malaysia, Muhyiddin Yassin, in un chiaro riferimento alla leader democratica birmana Aung San Suu Kyi. Non è stato reso noto quale sia stata la risposta del generale birmano. L'invito rivolto a Min Aung Hlaing è stato criticato da gruppi della società civile del Myanmar.
L'esito del vertice è stato "superiore alle previsioni", ha detto il primo ministro della Malesia, Muhyiddin Yassin, all'agenzia di stampa malese "Bernama". "Ci siamo riusciti. Il risultato dell'incontro di oggi è al di là delle nostre aspettative", ha detto. "Il Myanmar ha risposto bene e non ha respinto le tre proposte della Malesia", ha proseguito Muhyiddin, riferendosi alle sue richieste sulla cessazione delle violenze, il rilascio dei detenuti politici e l'accesso al Paese per il presidente e il segretario generale dell'Asean. Il leader malese ha aggiunto che l'esito del vertice dimostra che aveva torto chi riteneva che l'Asean dovesse rimanere fuori dalla crisi birmana.
Il vertice si è concluso con un accordo in cinque punti che comprende la "cessazione immediata della violenza in Myanmar e tutte le parti eserciteranno la massima moderazione". In secondo luogo "dovrà iniziare un dialogo costruttivo tra tutte le parti interessate per cercare una soluzione pacifica nell'interesse del popolo". I successivi tre punti riguardano il ruolo dell'Associazione: un inviato speciale del presidente faciliterà la mediazione; l'Asean fornirà assistenza umanitaria tramite l'inviato speciale e una delegazione visiterà il Myanmar per incontrare tutte le parti interessate.
di Valerio Fioravanti
Il Riformista, 26 aprile 2021
Il 16 aprile scorso, 24 senatori "liberal" hanno esortato Biden a chiudere Guantánamo. La loro posizione è netta: "Guantánamo è simbolo di illegalità e violazioni dei diritti umani. Ha danneggiato la reputazione dell'America, alimentato il fanatismo anti-musulmano, e indebolito la capacità degli Stati Uniti di contrastare il terrorismo e combattere per i diritti umani e lo stato di diritto in tutto il mondo".
Nessuno tocchi Caino segue con regolarità le vicende di Guantánamo, e dei processi militari che non riescono nemmeno a iniziare. In quel luogo si addensano molte contraddizioni del sistema giudiziario statunitense, e più in generale di un sistema democratico quando decide di prendere delle scorciatoie. Al termine della guerra Ispano-Americana nel 1898, gli Stati Uniti "liberarono" Cuba dal dominio coloniale spagnolo, e per "riconoscenza" le nuove autorità insediate concessero in usufrutto gratuito eterno l'estremità orientale dell'isola, quella dove era sbarcato Cristoforo Colombo. Gli Usa ci impiantarono una base navale, che però non fu mai considerata di fondamentale rilevanza, nemmeno dopo la rivoluzione comunista, perché a meno di 200 chilometri dalla Florida, dove era più facile ed economico tenere navi e personale.
Guantánamo è invece tornata utilissima quando, pochi mesi dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush decise di "rastrellare" sospetti qaedisti in giro per il mondo. Con modi spicci, utilizzando "informatori" e non vere e proprie indagini, gli Usa sequestrarono cittadini stranieri, li tennero per mesi e anni in prigioni segrete della Cia all'interno di basi militari in altri paesi e li interrogarono utilizzando varie forme di tortura. Se queste persone fossero state portate a giudizio in un normale tribunale, i difensori avrebbero, ovviamente, contestato le torture. Le quali sono tutte avvenute con il tacito consenso delle autorità dei paesi che ospitavano i "black sites", i "siti neri" della Cia.
Nel tentativo di tenere in equilibrio alcuni dei diritti "incomprimibili" della difesa, ma anche i "diritti" della Cia a non far arrestare i propri funzionari e i "diritti" del governo Usa a non crearsi gravissime crisi diplomatiche con i paesi che avevano collaborato, si è pensato alla strana soluzione "oltreoceano" di Cuba, e a processi celebrati in corti militari e non federali. Con queste premesse Guantánamo nel corso di ormai quasi 20 anni ha "ospitato" circa 780 prigionieri. I processi non sono mai riusciti a partire, troppe le questioni preliminari che si sono rivelate insormontabili, e troppi soprattutto i detenuti nei confronti dei quali l'amministrazione non è nemmeno riuscita a formulare accuse precise. Tolti una decina di casi, nessuno dei detenuti di Guantánamo, a 20 anni dall'arresto, è mai stato nemmeno rinviato a giudizio. Uno solo è stato processato e condannato. Nel corso degli ultimi anni, 731 detenuti sono stati "restituiti" ai paesi da cui erano stati prelevati, nove sono morti di malattia e alcuni liberati. Oggi ne rimangono 40. Pochi, ma comunque un grosso problema.
I senatori delineano i passi da intraprendere: ripristinare l'ufficio del Dipartimento di Stato, smantellato dall'amministrazione Trump, adibito alla negoziazione con i governi stranieri per trasferire i prigionieri in altri paesi; negoziare trasferimenti all'estero per tutti coloro nei cui confronti l'amministrazione non riesce a formulare incriminazioni precise; utilizzare i tribunali federali per perseguire accordi di patteggiamento con i detenuti e consentire loro di scontare la detenzione residua all'estero. Le probabilità di successo di Biden non sono chiare. Obama appena entrato in carica emise un ordine di chiusura, ma la procedura venne bloccata da una veemente opposizione, non solo repubblicana. E a guardar bene, in effetti, anche questa lettera è firmata solo da metà dei senatori "liberal" che dovrebbero aiutare Biden in questo passo storico.
A margine di tutto questo, ma è il margine migliore, dobbiamo ricordare che tutte queste informazioni, e altre, sono aggiornate da un sito del New York Times che si chiama "The Guantánamo Docket". Tutti i "prisoners" sono identificati per nome e tracciati in tempo reale. È un servizio "di democrazia" sconosciuto in Italia dove, ad esempio, i detenuti al 41 bis sono "oscurati" da una specie di segreto di stato che i "grandi" media non ritengono di dover scalfire, e lasciano a quelli "piccoli" come questo il compito di difendere lo stato di diritto.
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Nadia De Munari, vicentina di Schio, 50 anni, aiutava i bambini poveri nel Paese sudamericano. È ritrovata agonizzante a letto mercoledì mattina, colpita alla testa e alle braccia con un martello o un'ascia. Aveva scelto di vivere fra i bambini poveri delle alte montagne del Perù. Quelli che scendono dalla Sierra andina alla prima città di mare con famiglie che sognano un futuro diverso, finendo spesso nella baraccopoli di Nuevo Chimbote. Nadia De Munari, vicentina di Schio, 50 anni, non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima missione.
Dopo una vita dedicata agli altri, qualcuno ha infatti messo la parola fine alla sua e l'ha fatto in un modo violento: a colpi di martello o di ascia o di machete. Mercoledì mattina l'hanno trovata agonizzante nella sua camera da letto, all'interno del centro Mamma Mia, una delle case famiglia volute da padre Ugo De Censi nell'ambito dell'Operazione Mato Grosso. Aveva delle brutte ferite alla testa e una frattura al braccio destro. Dopo un primo ricovero all'ospedale di Chimbote hanno dovuto portarla alla clinica giapponese-peruviana di Lima, 600 chilometri a Sud, per un intervento chirurgico delicatissimo. Tutto inutile: Nadia non ce l'ha fatta.
Le ipotesi - C'è dunque un delitto e un assassino su cui indagare. Si era pensato a un rapinatore per il fatto che non si trova il telefonino di Nadia. "Ma è sparito solo quello, non i soldi e comunque l'aggressore si è diretto subito in camera da letto, senza toccare nient'altro", precisa padre Raffaele al telefono. Lui gestisce le case famiglia e ha seguito Nadia nei suoi ultimi giorni accompagnandola da un ospedale all'altro. Hanno pensato al martello come arma del delitto perché pare che la Scientifica della capitale peruviana, che ha fatto i rilievi sul posto, abbia trovato delle tracce di sangue sull'attrezzo.
"Ma il medico che l'ha operata alla testa mi ha detto che la ferita farebbe pensare di più a qualcosa di tagliente", aggiunge il religioso. Non ci sono testimoni oculari, anche perché la missionaria, laica, viveva da sola al terzo piano della casa. Il delitto sarebbe stato commesso di notte, dopo che tutti i volontari erano andati a letto. La regola interna stabilisce degli orari: alle 21.30 ci si ritira, sveglia alle 6.30 per la preghiera che introduce alla giornata lavorativa. Quella mattina Nadia non si è presentata. I volontari l'hanno cercata al telefonino che suonava a vuoto, sono quindi entrati in casa e hanno capito tutto. Pare che anche un secondo telefonino sia sparito dal centro e che un'altra persona sia stata aggredita. La sua testimonianza potrebbe essere utile.
"Sono però episodi scollegati", dicono quelli della casa famiglia. "Per me non è stata una rapina, forse una vendetta personale, magari anche per motivi poco importanti", sospira padre Raffaele. Lui ha vissuto con Nadia gli ultimi, difficili giorni. "A Chimbote, prima di sedarla, aveva risposto alle poche domande dei medici. E anche dopo la sedazione, nonostante non parlasse, rispondeva con cenni della testa. La situazione era però critica ed è peggiorata con il lungo viaggio da Chimbote a Lima. Interminabile, siamo andati con l'ambulanza, poi non si trovava posto per via del Covid. Qui è terzo mondo, non è facile".
Chi era - Nadia, maestra d'asilo, era partita nel 1990 per l'Ecuador, sempre in America Latina. Poi il Perù, dal 1995. "Abbiamo iniziato insieme - racconta Rosanna Stefani, l'amica di sempre. È rimasta per oltre 20 anni sulla Sierra, a 3.400 metri di quota. Poi padre Ugo decise di aprire a Chimbote queste scuole per bambini molto poveri che scendevano in massa dalle montagne. Sulla costa le chiamano "invasioni". Nessuno ci voleva andare, solo lei. Faceva parte del suo cammino. Nadia era speciale, aveva un'indole pacifica. Su questa terra ha fatto solo del bene".
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Intervista all'attivista Jovana Kuzman, del movimento "Italiani senza cittadinanza". "Preferiamo non ancorarci ad alcuna forma, quello che ci interessa è il contenuto". L'attivista Jovana Kuzman delinea senza orpelli l'essenza del movimento "Italiani senza cittadinanza".
Kuzman, lo Ius soli rappresenta uno dei cardini del programma politico del nuovo segretario Pd Enrico Letta. Ciò la fa ben sperare?
Come movimento, abbiamo sempre chiesto una modifica della legge che tenesse conto non solo di chi nasce in Italia ma anche di chi vi arriva da piccolo. Per chi giunge in Italia in tenera età, infatti, la procedura è molto più lunga e difficile rispetto a chi vi nasce. Sono anni che ci battiamo in piazza, organizzando manifestazioni e incontri e dialogando con politici di varia estrazione, aspettando che i tempi siano maturi e si riscontri un reale impegno politico. Questo è un governo appoggiato da un'ampia maggioranza: in teoria, se ci fosse una volontà comune, i numeri non mancherebbero. Sicuramente ciò che serve è una legge che tenga conto delle nostre difficoltà.
Ce ne potrebbe parlare?
Per chi nasce in Italia, aspettare fino ai diciotto anni per ottenere la cittadinanza rappresenta senz'altro un'attesa lunga, nonostante dal 2013 ci si possa avvalere di certificati vaccinali o scolastici per coprire eventuali buchi di residenza. Diverso il discorso per chi vi arriva da piccolo ma non vi nasce: nel caso in cui il genitore ottenga la cittadinanza quando il ragazzino è ancora minorenne, anche lui diventa cittadino italiano, ma se il genitore ha fatto domanda e nel mentre il figlio diventa maggiorenne, tutta la famiglia risulta italiana e il ragazzo, a livello documentale, rischia di rimanere uno straniero. Inoltre, sono stati spesso indetti viaggi d'istruzione a cui i ragazzi con permesso di soggiorno non potevano prendere parte - perché magari i visti erano molto costosi - o banditi concorsi rivolti esclusivamente a cittadini italiani o dell'Unione europea. Durante l'attuale emergenza, sono stati emessi diversi bandi per medici o operatori sanitari che non contemplavano individui senza cittadinanza italiana o permesso di soggiorno di lungo periodo. C'è stata una battaglia di diversi movimenti per la cittadinanza per far riconoscere che, in un momento come questo, i bandi debbano essere aperti a ragazzi che, pur non essendo cittadini italiani, hanno studiato e si sono formati in Italia. Altro problema fondamentale: non possiamo votare. Il voto rappresenta un grande gesto di partecipazione che ti fa sentire parte di un Paese, mentre invece noi, cresciuti in Italia, parte integrante del suo tessuto socio-economico, dobbiamo accettare passivamente le scelte di altri senza poterci esprimere attivamente. Da non trascurare, infine, la paura costante di essere rimandati indietro in quanto, facendo spesso i nostri genitori lavori precari, il permesso di soggiorno un giorno potrebbe non essere rinnovato.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della Commissione Affari costituzionali della Camera, preferisce parlare di Ius culturae. Condivide?
Come attivista, penso che sarebbe necessaria una legge inclusiva, concepita da esperti che conoscono le problematiche del settore, non una mera disposizione calata dall'alto. Ai tempi in cui si presentò la questione dello Ius culturae, vi era chi voleva legare la cittadinanza al profitto scolastico. Intendimento che non condividevo, poiché il rendimento scolastico non sempre dipende esclusivamente dal ragazzo ma è influenzato anche da fattori esterni.
Alcune forze politiche ostacolano lo Ius soli, sostenendo che in questo periodo vi siano altre priorità. Cosa si sente di rispondere?
Da quando sono attiva sul tema della cittadinanza ho sempre sentito parlare di altre priorità. Rimandare una legge essenziale come questa non definendola una priorità equivale a dire che anche le nostre esistenze non sono una priorità. Credo che sarebbe ora di dimostrare che i giovani - non solo i figli di genitori stranieri, ma i giovani in generale - siano una forza da prendere in seria considerazione non solo quando fa comodo. Sarebbe un gesto di civiltà. Come movimento, abbiamo sempre chiesto una modifica della legge che tenesse conto non solo di chi nasce in Italia ma anche di chi vi arriva da piccolo. Per chi giunge in Italia in tenera età, infatti, la procedura è molto più lunga e difficile rispetto a chi vi nasce. Sono anni che ci battiamo in piazza, organizzando manifestazioni e incontri e dialogando con politici di varia estrazione, aspettando che i tempi siano maturi e si riscontri un reale impegno politico. Questo è un governo appoggiato da un'ampia maggioranza: in teoria, se ci fosse una volontà comune, i numeri non mancherebbero. Sicuramente ciò che serve è una legge che tenga conto delle nostre difficoltà.
Ce ne potrebbe parlare?
Per chi nasce in Italia, aspettare fino ai diciotto anni per ottenere la cittadinanza rappresenta senz'altro un'attesa lunga, nonostante dal 2013 ci si possa avvalere di certificati vaccinali o scolastici per coprire eventuali buchi di residenza. Diverso il discorso per chi vi arriva da piccolo ma non vi nasce: nel caso in cui il genitore ottenga la cittadinanza quando il ragazzino è ancora minorenne, anche lui diventa cittadino italiano, ma se il genitore ha fatto domanda e nel mentre il figlio diventa maggiorenne, tutta la famiglia risulta italiana e il ragazzo, a livello documentale, rischia di rimanere uno straniero. Inoltre, sono stati spesso indetti viaggi d'istruzione a cui i ragazzi con permesso di soggiorno non potevano prendere parte - perché magari i visti erano molto costosi - o banditi concorsi rivolti esclusivamente a cittadini italiani o dell'Unione europea. Durante l'attuale emergenza, sono stati emessi diversi bandi per medici o operatori sanitari che non contemplavano individui senza cittadinanza italiana o permesso di soggiorno di lungo periodo. C'è stata una battaglia di diversi movimenti per la cittadinanza per far riconoscere che, in un momento come questo, i bandi debbano essere aperti a ragazzi che, pur non essendo cittadini italiani, hanno studiato e si sono formati in Italia. Altro problema fondamentale: non possiamo votare. Il voto rappresenta un grande gesto di partecipazione che ti fa sentire parte di un Paese, mentre invece noi, cresciuti in Italia, parte integrante del suo tessuto socio-economico, dobbiamo accettare passivamente le scelte di altri senza poterci esprimere attivamente. Da non trascurare, infine, la paura costante di essere rimandati indietro in quanto, facendo spesso i nostri genitori lavori precari, il permesso di soggiorno un giorno potrebbe non essere rinnovato.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della Commissione Affari costituzionali della Camera, preferisce parlare di Ius culturae. Condivide?
Come attivista, penso che sarebbe necessaria una legge inclusiva, concepita da esperti che conoscono le problematiche del settore, non una mera disposizione calata dall'alto. Ai tempi in cui si presentò la questione dello Ius culturae, vi era chi voleva legare la cittadinanza al profitto scolastico. Intendimento che non condividevo, poiché il rendimento scolastico non sempre dipende esclusivamente dal ragazzo ma è influenzato anche da fattori esterni.
Alcune forze politiche ostacolano lo Ius soli, sostenendo che in questo periodo vi siano altre priorità. Cosa si sente di rispondere?
Da quando sono attiva sul tema della cittadinanza ho sempre sentito parlare di altre priorità. Rimandare una legge essenziale come questa non definendola una priorità equivale a dire che anche le nostre esistenze non sono una priorità. Credo che sarebbe ora di dimostrare che i giovani - non solo i figli di genitori stranieri, ma i giovani in generale - siano una forza da prendere in seria considerazione non solo quando fa comodo. Sarebbe un gesto di civiltà.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Nel suo Rapporto sulla pena di morte nel 2020, pubblicato alcuni giorni fa, Amnesty International ha notato, oltre a quella delle esecuzioni, anche la diminuzione delle nuove condanne a morte.
L'Indonesia fa eccezione. Lo scorso anno sono state emesse almeno 117 condanne a morte, soprattutto per reati di droga, contro le 80 del 2019. In almeno 100 casi, gli imputati sono stati giudicati colpevoli e destinati al plotone d'esecuzione da giudici che hanno visto solo su un monitor.
La pandemia da Covid-19 dunque, almeno in Indonesia, non ha fermato i processi per i reati capitali. Se già è estremamente discutibile considerare equi processi in cui si decide della vita e della morte di un imputato in modalità virtuale, soprattutto in stati come l'Indonesia in cui la connessione a Internet è instabile, che dire dell'impossibilità dei contatti diretti tra i condannati e i loro avvocati e dell'accesso di questi ultimi agli atti del processo?
Anche quest'anno le sentenze alla pena capitale continuano ad arrivare via Zoom: mercoledì scorso sono stati condannati a morte 13 membri di una banda di narcotrafficanti accusati di aver introdotto in Indonesia 400 chilogrammi di metamfetamina.
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