di Alessia Guerrieri
Avvenire, 20 gennaio 2021
Via libera a due delibere che consentiranno la riqualificazione di tre ex scuole e due strutture da dedicare a famiglie e ex carcerati. Raggi: vogliamo uscire dalla logica emergenziale della casa.
Edifici abbandonati che ritroveranno nuova vita e, soprattutto, saranno una nuova casa per famiglie in difficoltà e per ex detenuti. La giunta capitolina infatti ha approvato due delibere con le quali, da un lato, si dà il via libera alla riqualificazione di tre immobili abbandonati di Roma - l'ex asilo nido in via Tarso (VIII Municipio), l'ex sede dell'Istituto di istruzione superiore Don Calabria in via Cardinal Capranica (XIV Municipio) e l'ex scuola in via Sorel (V Municipio) di proprietà di Città Metropolitana e oggetto di un accordo per la cessione a Roma Capitale - che poi diventeranno alloggi per cittadini in difficoltà e poli sociali del quartiere. E dall'altro, la seconda delibera a cui ha fatto seguito un accordo di collaborazione firmato da Roma Capitale e dall'Asp Asilo Savoia, prevede il sostegno in favore di persone detenute ed ex detenute attraverso l'accoglienza in due strutture residenziali (dieci posti letto) e l'attivazione di piani personalizzati di intervento per consentire l'inizio di una nuova vita a chi ha appena tornato libero dopo aver scontato la sua pena.
Due tasselli, insomma, per affrontare "in maniera strutturale le problematiche legate all'emergenza abitativa, anche attraverso forme di coabitazione e di housing sociale", sottolinea il sindaco di Roma Virginia Raggi, ricordando che il lavoro che si sta portando avanti "punta a trovare soluzioni solide e non più emergenziali su un tema che coinvolge tantissimi cittadini". Mentre per quanto riguarda la struttura dedicata agli ex detenuti, il primo cittadino aggiunge che con essa si vuol offrire loro supporto, "valorizzando le persone e offrendo un punto di partenza che permetta di riorganizzare la vita quotidiana dal punto di vista lavorativo e sociale".
La logica non è quella delle grandi strutture, ma "modalità innovative e a dimensione umana che permettano alle persone in situazione di fragilità, per motivi diversi, di costruire relazioni, in un contesto a dimensione familiare, in cui ricevere supporto, dare il proprio contributo, crescere insieme", aggiunge l'assessore alla Persona, Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì.
L'obiettivo è promuovere la rigenerazione urbana intesa in senso ampio e integrato: comprendendo quindi anche aspetti sociali, economici, urbanistici ed edilizi, per promuovere e rilanciare territori dove sono presenti situazioni di disagio, favorendo forme di co-housing per la condivisione di spazi e attività. E su questa strada così tre ex scuole verranno ora riqualificate con la costruzione di alloggi destinati a nuove forme di abitare. "Un importante intervento integrato di recupero e valorizzazione di aree ed edifici che si inserisce nel solco dei vari programmi che stiamo sviluppando per uscire definitivamente da un'ottica unicamente emergenziale del problema casa a Roma", dice poi l'assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Valentina Vivarelli.
In particolare nell'area di via Tarso sarà avviata la progettazione per la realizzazione di una struttura residenziale da destinare ad albergo sociale, con spazi e servizi comuni in modo da fornire una sistemazione temporanea ai cittadini in difficoltà. Qui si prevede di poter realizzare alloggi per circa 50 persone e servizi dedicati aperti al quartiere, per un costo complessivo stimato di 3,5 milioni di euro. L'intervento sull'immobile di via Cardinal Capranica, invece, intende adeguare l'utilizzazione del sito per rispondere alla domanda di alloggi di edilizia residenziale pubblica per il primo inserimento di giovani coppie; un intervento che avrà un costo complessivo stimato tra i 14 e i 20 milioni di euro.
Infine, il riuso dell'immobile di via Sorel prevede l'avvio del programma di rigenerazione che favorisca il cambio di destinazione d'uso di una scuola dismessa attraverso progetti di autorecupero per residenze collettive dotate di servizi. Il costo complessivo stimato è di 5 milioni di euro. "La consapevolezza dei reali fabbisogni e della dimensione del problema dell'abitare ci spinge ad avviare progettualità diverse per offrire risposte articolate, che tengano conto di bisogni differenti - conclude l'assessore all'Urbanistica Luca Montuori - sperimentando modelli innovativi di gestione e creazione di comunità, per individuare strade necessarie a uscire da una gestione emergenziale del diritto all'abitare".
Il progetto per gli ex detenuti - Due strutture per chi è appena uscito di prigione, per facilitare il reinserimento sociale e la conseguente riduzione del pericolo emarginazione. Il progetto appena avviato dal Campidoglio insieme a all'Asl Asilo Salvoia vuole infatti offrire azioni di accompagnamento e servizi socio assistenziali, a partire dall'offerta di soluzioni abitative in cohousing in grado di rispondere ai bisogni temporanei di accoglienza, assistenza e supporto nel percorso di ritorno alla libertà e all'autonomia. Attraverso i piani personalizzati di intervento poi si intende anche attivare percorsi di collaborazione interistituzionale, erogare tirocini di inserimento o reinserimento con orientamento professionale e lavorativo; programmare interventi di semiautonomia per le persone con problematiche psicosociali.
"L'ampliamento delle strutture di accoglienza in favore della popolazione detenuta - sottolinea l'assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Daniele Frongia - mira non solo all'accompagnamento e alla ripresa della vita autonoma, ma anche alla diminuzione del rischio di recidiva. Una importante risposta alle difficoltà di inclusione che incontra chi sconta una pena detentiva". Un percorso in cui il Comune di Roma verrà affiancato dall'Azienda pubblica per i servizi alla persona Asilo di Savoia, il cui presidente Massimiliano Monnanni, ricorda anche "le attività già in essere rivolte a madri detenute con bambini in attuazione di un precedente ed analogo accordo sottoscritto sempre con Roma Capitale e Regione Lazio per la Casa di Leda".
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 20 gennaio 2021
La registrazione della telefonata agli atti degli inquirenti: "Ci dicono che tanto dobbiamo morire tutti". Botte, senza motivo ed a turno. È quanto hanno raccontato i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere ai loro familiari durante alcuni colloqui telefonici. Colloqui in cui hanno rivelato l'orrore delle torture in cella avvenute il 6 aprile scorso e di cui si è occupata anche la trasmissione televisiva Report.
Botte inferte "a tutti quanti, non a chi si e a chi no, a tutti quanti, tutti i giorni", racconta il detenuto. Pestaggi "a turno", "una volta ad uno, una volta ad un altro", prosegue. Secondo il racconto del recluso "vengono cento di questi, duecento, trecento, quattrocento. Non si capisce. Una sera erano in trecento, trecento hai capito? Loro dicono che eravamo tutti quanti all'aria ma quando mai. Ti acchiappano così e ti incastrano in tre, quattro e questo fanno. Questo gli piace. Ci hanno detto 'tanto dobbiamo morire tutti quanti, ormai a questo punto".
Violenze che, secondo quanto ha riferito il detenuto ai familiari, sarebbero immotivate: "qui stanno prendendo gli schiaffi solo perché stiamo seduti sugli sgabelli". Addirittura di due ragazzi, in quei giorni concitati, si sarebbero anche perse le tracce: "dice che ci sono i familiari che stanno cercando e non li trovano. Dovrebbero stare lì dentro (in infermeria nda) ma non lo sappiamo.Ci sono gente che gli sono saltati i denti di bocca. Sono rotti in mano, li hanno rotti in testa, in tutte le parti". Ma anche "capelli e barbe tagliate". Alle violenze si sarebbero aggiunti comportamenti disumani come il digiuno forzato (da mangiare "niente niente") o lo stop delle videochiamate, con i colloqui in presenza sospesi per la pandemia. "Secondo te perché le hanno bloccate?", paventando l'ipotesi di una sospensione per impedire che i parenti vedessero i segni dei pestaggi.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 20 gennaio 2021
Da quando nel dicembre del 2019 è stato nominato garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale per il Comune di Napoli, non ha più visto il sindaco Luigi de Magistris né si è relazionato con la sua amministrazione. A rivelarlo è lo stesso Pietro Ioia, ex detenuto (ha scontato 22 anni di carcere) e oggi punto di riferimento di centinaia di familiari di carcerati.
Nel corso dell'inchiesta condotta da Report sulla situazione nelle carceri italiane durante l'emergenza coronavirus, Ioia ha ammesso a "malincuore" che con de Magistris "non ci siamo più visti dalla mia nomina. Doveva venire con noi a visitare alcuni penitenziari ma non si è mai presentato" ha aggiunto il garante napoletano che per l'attività che svolge non percepisce alcun compenso economico a differenza dei garanti regionali.
Ioia è un rappresentante del comune di Napoli ma, così come sottolineato da Bernando Iovene, il giornalista che ha condotto il reportage, non mette piede a palazzo San Giacomo né si relaziona con il sindaco, che ha annunciato nelle scorse ore la candidatura a governatore della Calabria, e con il suo staff. "Mi definisco un garante abusivo, il mio ufficio è il bar dove incontro i familiari dei detenuti" spiega Ioia che aggiunge: "Prendo nota di tutti i problemi denunciati dai loro parenti e li porto al direttore del carcere e al dirigente sanitario".
Ioia nei mesi scorsi era stato definito, pure senza essere nominato, "Garante della chiavicumma" dal consigliere regionale dei Verdi, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli. Offese pronunciate nel corso di una diretta Facebook contro chi, durante l'emergenza coronavirus, decideva di impegnarsi nella lotta a tutela dei diritti dei detenuti per evitare il contagio degli stessi.
Parole che hanno portato Ioia, assistito dall'avvocato Raffaele Minieri, consigliere della Camera Penale di Napoli e membro della Direzione Nazionale Radicali Italiani, a presentare denuncia-querela presso la Procura di Napoli. A distanza di otto mesi, e dopo l'iniziale richiesta di archiviazione avanzata dal pm Francesca De Renzis perché le espressioni adottate da Borrelli "non appaiono idonee a ledere la reputazione della persona offesa", il Gip del Tribunale di Napoli, Roberto D'Auria, ha accolto l'opposizione dell'avvocato Minieri chiedendo al magistrato la formulazione dell'imputazione coatta nel giro di 10 giorni, ovvero la formulazione del capo di imputazione.
La Repubblica, 20 gennaio 2021
Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari.
La Procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta sui ritardi nell'esecuzione degli esami specialistici e degli interventi chirurgici nei confronti dei detenuti del carcere di Siracusa. Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari, che è stato già ascoltato dagli inquirenti, negli uffici del palazzo di giustizia del capoluogo siciliano.
"Seguo alcuni casi - spiega Giovanni Villari, Garante dei detenuti di Siracusa - e posso affermare che ci sono detenuti che sono in attesa di una visita specialistica da almeno due anni, altri da un anno e mezzo. Mi viene in mente la vicenda di un ragazzo che ha presentato una richiesta nell'aprile dello scorso anno: va in bagno dalle due alle tre volte al giorno, fino quasi a collassare. Pure gli agenti penitenziari mi hanno chiesto di interessarmi a questa vicenda".
La procedura illustrata ai magistrati, secondo quanto sostenuto dal garante dei detenuti del carcere di Siracusa, è la seguente: "Quando il detenuto sta male, presenta una domanda - spiega Giovanni Villari - per essere visitato dall'area sanitaria interna al carcere. A quel punto, i medici di turno del penitenziario, se ravvisano una particolare patologia per cui serve una visita specialistica, scrivono all'Asp di Siracusa. L'azienda, dopo aver ricevuto la richiesta, deve provvedere ad organizzare la visita ma questo capita con molta rarità in tempi brevi, tra i 2 ed i 4 mesi.
Però, alcuni esami, proprio per la gravità della patologia ipotizzata, vanno eseguiti in modo rapido, con carattere di urgenza come indicato nella prescrizione dell'area medica del carcere. Ma, quasi sempre, questa urgenza viene disattesa". Il garante ha anche scritto una lettera alla direzione generale dell'Asp di Siracusa ed al dirigente sanitario provinciale dell'Asp, Salvatore Madonia chiedendo loro di motivare le ragioni di questi ritardi sia per le visite diagnostiche sia per gli interventi chirurgici. Inoltre, come denunciato da Villari, non è ancora entrata in funzione l'unità radiologica mobile, che era stata annunciata nello scorso mese di ottobre.
Il Garante ha anche consegnato all'Asp di Siracusa una tabella con i 27 decessi avvenuti negli ultimi 18 anni nei penitenziari di Siracusa. Secondo Villari, la quasi totalità delle morti registrate come suicidi sono legate a condizioni di salute psicofisica gravi. "Ho inviato la lettera - cnclude Villari - al garante regionale, al professor Giovanni Fiandaca, che ha appoggiato la mia iniziativa e lui stesso ha avviato un'azione per avere lumi su quanto sta accadendo".
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 20 gennaio 2021
La notizia dell'esecuzione in Indiana, Usa, della pena capitale nei confronti di Lisa Montgomery è di quelle che destano orrore e raccapriccio. Dopo 57 anni di inattività nei confronti delle donne, quando ormai era lecito pensare che non si sarebbe più attivato, il boia federale è tornato ad armare la sua siringa letale contro una povera disgraziata che commise un orribile delitto in uno stato patologico gravissimo e certificato, che non avrebbe richiesto né processo né pena, ma soltanto aiuto psichiatrico.
Il tutto dopo che il giorno precedente un giudice statale dell'Indiana aveva sospeso l'esecuzione ponendo dei seri dubbi sulla sanità mentale del soggetto da sopprimere e dunque sul senso della pena stessa. Ma un Trump con valigie al piede ed una Corte Suprema da lui ipotecata per chissà quanto tempo non hanno sentito ragioni: quella disgraziata andava tolta di mezzo, la sua esecuzione doveva suggellare l'era Trump ed essere di monito per il futuro.
Un po' frastornati, si pensa ad alcuni, anzi molti, accadimenti degli ultimi giorni. Un famoso giornalista turco, ormai esule in Germania, condannato a 27 anni di carcere per avere diffuso notizie sul traffico, connivente il governo, di armi in andata e di petrolio in uscita fra la Turchia e la Siria: notizie vere, corroborate da video più che eloquenti. Il giorno dopo in Cina un'avvocata, diventata giornalista per l'occasione, condannata a 4 anni per avere l'anno scorso "svelato" il dilagare dell'epidemia di covid 19 (ancora non si chiamava neanche così) nella provincia di Whuan.
Pochi giorni dopo a Hong Kong 53 attivisti vengono arrestati con l'accusa di avere diretto e fomentato la protesta autonomista che coinvolse milioni di cittadini e così violato la draconiana legge sulla sicurezza nazionale; fra gli arrestati (e fortunatamente rilasciato dopo due giorni) c'è anche l'avvocato responsabile della Commissione dei Diritti Umani per l'Asia. Tornando in Turchia e precisamente a Istanbul, stessi giorni, si accende la protesta degli studenti e dei docenti dell'antica e prestigiosa Università del Corno d'Oro contro l'imposizione di un rettore esterno, uomo di Erdogan, secondo una recente legge che lo consente: ogni giorno di protesta molti i fermati e una cinquantina i detenuti a tutt'oggi. E poi, tanto per restare in Turchia, ma più specificamente in Anatolia, due avvocati arrestati solo perché "difendevano troppi curdi".
E poi, e poi.... non si finirebbe più l'elenco, pur restando agli ultimi giorni. E i capelli si rizzano in testa. È uscito in questi giorni l'annuale Human Rights Watch Report e ce ne è per tutti (Italia compresa, ma in posizione assai defilata, per fortuna). Ma non è possibile fare di ogni erba un fascio e mettere sotto la comune etichetta di "violazione dei diritti umani" ogni episodio.
Non perché sia utile fare una hit parade di chi viola più diritti e in maniera più bestiale, ma per cercare di capire come queste violazioni si atteggiano, di cosa si fanno forti, su cosa puntano. Prendiamo Zhang Zhan, Cina, e Giam Dundar, Turchia: ambedue sono stati imputati e condannati per avere diffuso notizie sgradite ai rispettivi governi. La prima ha dovuto rispondere di "diffusione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico" ed è stata condannata a quattro anni. Il secondo ha dovuto rispondere di spionaggio e terrorismo, e la pena si è innalzata fino a 27 anni. Vi è una differenza fra i due trattamenti e non ha a che fare solo e tanto con l'entità della pena, quanto con il modo di riguardare la (presunta) violazione sanzionata.
Anche se è difficile dire quale sia il senso della sanzione inflitta ai due per un comportamento che ai nostri occhi e secondo le nostre leggi sarebbe stato esente da pena, anzi lodevole, possiamo individuare tale differenza in un profilo che sinteticamente possiamo enunciare così: l'accusa contro Zhang Zhan manteneva la sua posizione all'interno del consesso civile cinese, le riconosceva comunque cittadinanza; quella contro Dundar lo poneva al di fuori del consesso turco, egli era ed è "il nemico" e come tale va trattato (anche in termini di sanzione, cioè di anni di galera).
Ripeto, non è questione di fare una graduatoria fra i due paesi, che la Cina, con la sua pena di morte comminata a piene sanguinanti mani (ma i numeri delle pene eseguite sono segreto di stato e non li conosce nemmeno Amnesty International) non è seconda a nessuno quanto a violazione dei diritti umani. Ma non è inutile prendere atto che la politica del governo turco nel riconoscere come "Nemico" (con la N maiuscola) qualunque oppositore e, passo successivo, qualunque mediatore fra governo e opposizione fa il vuoto fra il governo e chi lo critica: fa saltare ogni possibilità di convivenza che non sia l'autoritarismo di chi governa e i cittadini ridotti a sudditi, anzi a plebe priva di ogni diritto. La differenza non è da poco e ci aiuta a capire quanto va accadendo in Turchia da ormai più di dieci anni.
Torniamo a questo punto agli Usa e alla raccapricciante vicenda di Lisa Montgomery. Il gap culturale fra noi e gli americani non è così profondo da non consentirci di leggere i fatti giudiziari di oltreatlantico: figuriamoci, siamo soliti dire che gli Usa con la loro carta fondante sui diritti dell'uomo sono la patria (o la madre) della nostra democrazia. Però credo che ognuno di noi avverta una lontananza siderale non solo verso la pena di morte in se stessa, ma la pena di morte per Lisa Montgomery. Una pena comminata a seguito di un processo che l'imputata non ha potuto affrontare adeguatamente e dunque rispetto al quale la legge non è uguale per tutti.
Una condanna che non tiene conto delle minime nozioni di imputabilità e responsabilità penale, nozioni cardine per noi: chi non comprende ciò che fece nel momento in cui lo fece non può essere chiamato a risponderne. Un'esecuzione della pena appena sospesa da un'autorità giudiziaria e invece imposta sia dal governo che dalla Corte Suprema perché non si discutesse più del caso ed esso fosse di esempio. Una concezione del giudizio non solo privo della necessaria pietas umana, ma anche dell'equilibrio che sempre deve denotare il trattamento delle vicende umane. Anche questa pietas, a mio avviso, è un diritto umano inalienabile.
*Osservatorio Internazionale Ucpi
di Leo Lancari
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
Riunione a Bruxelles con i vertici dell'Agenzia sulle operazioni compiute nel mar Egeo contro i profughi partiti dalla Turchia. Per Fabrice Leggeri quella di oggi potrebbe essere una giornata decisiva. A Bruxelles si tiene infatti una nuova riunione tra la Commissione europea e il consiglio di amministrazione di Frontex, l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere terrestri e marittime, che dovrebbe servire a fare chiarezza sulle accuse rivolte all'Agenzia di aver eseguito respingimenti illegali di migranti nel mar Egeo.
Alla commissaria per l'Immigrazione Ylva Johansson non è piaciuta infatti il modo vago con cui il direttore di Frontex ha risposto alle sue richieste di fare chiarezza sulle accuse lanciate da alcuni media europei e che nelle scorse settimane hanno portato all'apertura di un'inchiesta da parte dell'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode. "Le sue risposte non sono state soddisfacenti", ha confermato ieri la Johansson annunciando la riunione di oggi.
È stata un'inchiesta di Der Spiegel a rivelare a ottobre del 2020 il coinvolgimento di Frontex nel mar Egeo nel respingere i profughi che dalla Turchia cercavano di raggiungere la Grecia. Secondo il settimanale tedesco i funzionari dell'agenzia, tra i quali sarebbero stati presenti anche alcuni agenti della polizia federale tedesca, avrebbero fermato i barconi dei migranti prima che potessero raggiungere le isole greche consegnandoli poi alla Guardia costiera greca che li avrebbe respinti in alto mare. In seguito altri media hanno documentato anche con immagini questi respingimenti o quantomeno la tolleranza mostrata da Frontex quando ad agire sarebbero stati i mezzi navali di Atene. "Incidenti", per Frontex, che secondo quanto rivelato dallo spagnolo El Pais, la stessa Agenzia avrebbe ammesso in un documento consegnato alla Commissione europea.
Senza però, a quanto pare, fornire risposte sufficientemente esaurienti, tanto da spingere l'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode, ad aprire un'inchiesta per verificare l'esistenza di operazioni illegali per impedire ai profughi di raggiungere le coste europee e di esercitare il diritto di chiedere asilo. "Bisogna fare chiarezza e rimediare. Le nostre agenzie devono rispettare al 100 per cento i valori fondamentali dell'Unione europea e devono essere in grado di dimostralo in modo efficiente", ha proseguito Johansson parlando a Bruxelles con alcuni giornali europei. Senza dimenticare di sottolineare come, in base al suo regolamento, Frontex "dovrebbe dotarsi di 40 osservatori per il rispetto dei diritti umani, che invece non ci sono".
Le ombre sull'operato dell'Agenzia per le frontiere suscitano particolare preoccupazione anche in vista dei progetti di riforma di Frontex in discussione a Bruxelles e inseriti nel Piano su immigrazione e asilo presentato dalla commissione guidata da Ursula von der Leyen.
Piano nel quale si prevede un rafforzamento dell'organico fino a 10 mila uomini nei prossimi anni con inoltre la possibilità, per ora fortunatamente scartata, di armarli. "Abbiamo già richiesto al direttore di Frontex di dare le dimissioni", hanno dichiarato nei giorni scorsi i deputati del gruppo S&D del parlamento europeo in seguito alle denunce sui respingimenti illegali. Per Leggeri il momento di farsi da parte alla fine potrebbe essere arrivato.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 20 gennaio 2021
Le guardie di Zagabria presidiano il bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi. "Difendiamo la nostra frontiera". Ma nel 2020 il 90% dei respingimenti è avvenuto con la forza
"Pestati a morte dai croati". Nella foresta degli orrori dove spariscono i migranti. Nessuno deve vedere quello che succede nel bosco. La neve attutisce le grida, il disgelo restituirà i cadaveri. Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. "Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là". Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato. Questo è il bosco dove da cinque anni l'Europa rinnega se stessa.
Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l'altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. "I poliziotti croati sono dei fascisti", ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante "Addem" di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. "Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme", ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all'amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l'autorizzazione per l'operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.
Se siamo qui, allora, è per Alì morto per le torture dei poliziotti croati. È per chi in questa notte ghiacciata sarà costretto a tornare indietro un'altra volta a piedi nudi. È per la donna che ha abortito per lo spavento in mezzo al bosco. Per gli annegati nel torrente Glina, di cui nessuno conoscerà mai il nome. Per chi è venuto a pregare e per la signora che ieri mattina è partita da Karlovac, perché voleva portare un po' di cibo ai migranti. Ma i poliziotti hanno fermato anche lei, il pane è stato sequestrato e le hanno intimato di non farsi mai più vedere da queste parti.
Veliki Obljaj è un valico secondario. Non ci sono barriere doganali. Ma querce, abeti, larici, odore di resina di pino. Per arrivare servono tre ore di auto da Trieste. All'altezza di Tuposkò, in mezzo al nulla, c'è un carro armato con un cartello scritto in quattro lingue: "Grazie ai guerrieri". È un monumento che ricorda la "guerra per la patria", come la chiamano da queste parti, combattuta dal 1991 al 1995. In quel tratto la strada è una sequenza di piccole case senza intonaco e campi ghiacciati. Dopo Glina, che prende il nome dal torrente, un cartello indica verso destra il passaggio per la Bosnia. La salita è stretta, la zona scollegata per chilometri dalla rete telefonica. In cima c'è un pianoro, dalla cui sommità si può osservare l'orizzonte. Ecco quello che si scopre: tutto si rassomiglia. La frontiera è invisibile. Il confine è il bosco. Ma qui è ancora Europa, mentre quella al fondo della vallata è la Bosnia. L'altro mondo.
Veliki Obljaj è un villaggio costituito di poche case disabitate e in rovina. Solo da quattro comignoli esce un po' di fumo. Sono cortili circondati da cani randagi che hanno paura di tutto. Il primo cittadino europeo si chiama Stanko Lončar, ha sempre vissuto facendo il contadino. Viene a salutare con il bastone. "I migranti? Li vedo passare nelle tempeste e nel gelo, arrivano sotto la pioggia con i loro bambini. Non hanno mai fatto del male, la porta del mio cancello è sempre aperta".
Oltre al bosco, dall'altra parte della frontiera invisibile, ci sono i centri di raccolta della Bosnia. Le case abbandonate di Bihac piene di persone abbrutite, la tendopoli di Lipa che stanno ricostruendo dopo l'incendio, il centro Miral e il "campo palude" di Velika Kladusa, dove uomini e cani dividono i giacigli nel fango e dove i pullman del servizio pubblico sono vietati ai migranti. La rotta balcanica si concentra davanti a questo ingresso per evitarne un altro peggiore. E cioè il passaggio in Serbia, che finisce dritto in faccia al muro alzato da Vickor Orban in Ungheria, dove milizie speciali usano i cani addestrati per la caccia agli stranieri.
Sono qui, dunque, questi ragazzi e queste famiglie, perché non hanno scelta. Meno di ventimila persone, adesso. Un piccolo flusso continuo che si origina principalmente in Pakistan, Afganistan e Iraq. Stanno iniziando ad arrivare gli aiuti spediti dall'Italia, la Croce Rossa ha portato vestiti e cibo. Ma quelli che vivono in condizioni penose in Bosnia sono gli stessi che proveranno ad attraversare il bosco in Croazia. Sono i ragazzi e le donne che il signor Stanko Lokar vede passare davanti a casa in Europa, quando non sono stati ricacciati indietro.
Oggi i poliziotti croati sono ventiquattro, tutti vestiti di nero. Divisi in due squadre, vanno giù da due versanti. Ragazzi giovani. Hanno un bavero elasticizzato che gli copre il viso fino alla bocca, ma niente mascherina. Hanno guanti, bastoni e pistole. Vanno avanti e indietro per i sentieri innevati da cui potrebbero arrivare quelli che non sono i benvenuti.
"Noi difendiamo la nostra frontiera, non siamo qui per i migranti ma per il confine della Croazia, siamo qui per la nostra patria", dice il poliziotto più alto in grado. Eppure "The Border Violence Monitoring Network" ha raccolto le testimonianze di almeno 4.340 respingimenti illegali negli ultimi due anni, mentre per il "Danish Refugee Council" sono stati 14.500 solo fra gennaio e la fine di ottobre del 2020. Sono dati sempre sottostimati. Molte storie si perdono letteralmente nel bosco. Ogni primavera svela i resti di altri cadaveri.
C'è un marchio di fabbrica dell'operato dei poliziotti croati: sono i telefoni presi a mazzate per impedire ai migranti di usare la mappa. Esiste una letteratura vastissima al riguardo, centinaia di foto tutte molto simili. Schermi frantumati, tastiere sfracellate. Ma i medici oltre la linea della frontiera vedono tornare sempre più spesso anche uomini a pezzi, ragazzi mangiati nelle gambe dai morsi dei cani da guardia della polizia, vedono crani tumefatti, schiene contuse, piedi piagati, geloni, frustate, lividi. Il dottor Mustafa Hodzic ha testimoniato anche un caso di stupro: "Un ragazzo è stato violentato da un poliziotto con un ramo". Questo succede nel bosco.
Li chiamano "pushback". Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d'asilo. Anche l'Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo "Rete RiVolti", fra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto. Da cinque anni accade nell'indifferenza dell'Unione Europea. Nonostante le notizie precise raccolte dai volontari di "Sos Balkanroute" e "No Name Kitchen", nonostante le foto dei crani rasati e marchiati con vernice spray, testimoniati dal giornalista Lorenzo Tondo sul Guardian.
La Croazia è un Paese in cui i fantasmi della guerra sono ancora molto presenti. Restano 18 mila mine antiuomo disseminate nei boschi della zona, i cartelli mettono in guardia e segnano la strada. Nel novembre del 2019 un poliziotto ha ferito gravemente un migrante con la pistola d'ordinanza nella zona di Gorski Kotar, ma non è mai stata resa pubblica la dinamica dell'accaduto. Così come il ministro dell'Interno non ha mai aperto un'inchiesta su un caso specifico di violenza perpetuata da un suo poliziotto. "Secondo alcune testimonianze disponibili, riteniamo che in Croazia vi siano strutture utilizzate per detenzioni arbitrarie e illegali in cui sono stati segnalati atti di tortura", dice Lovorka Šošić. È la portavoce del "Centro studi per la pace" di Zagabria.
Da quell'ufficio stanno cercando di denunciare ogni violenza. Gridano ma nessuno li ascolta. "Nel 2020, il 90% dei respingimenti fatti dalla polizia croata comprendeva una o più forme di abusi e torture. Abbiamo notizie di molte persone morte o scomparse lungo la rotta.
I respingimenti continuano a avvenire ogni giorno. Tutto questo dovrebbe imbarazzare non solo il governo croato, ma anche i governi di tutti gli altri Stati membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni dell'Unione Europea che incoraggiano silenziosamente queste pratiche illegali. L'Unione Europea da tempo chiude un occhio". Ciò che succede nel bosco non si deve vedere. Ma si sa. Gli europei sono quelli che mandano le coperte in Bosnia, e sono anche quelli che bastonano in Croazia. È sera. I poliziotti fanno il cambio turno. Ha ricominciato a nevicare e tutti i sentieri al confine sono di un bianco perfetto, immacolato.
di Simone Lo Presti
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
"Perdeva molto sangue dal naso" racconta un giovane migrante afghano testimone di quanto accaduto ad un suo compagno di viaggio al confine ungherese, nel settembre 2019, mentre provava ad attraversarlo con un gruppo di altri 8 giovani afghani, di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Un ufficiale tedesco, in divisa con la bandiera dell'Unione europea, li aveva presi a pugni sul petto, sulle spalle e in faccia, rompendo il naso a uno di loro. Erano presenti anche dodici ufficiali della polizia ungherese. I ragazzi afghani sono stati costretti a marciare, con le mani dietro la testa, fino alla vicina stazione di polizia e a immergersi nell'acqua gelida di una piscina: "ridevano mentre registravano le operazioni con videocamere digitali e smartphone", prosegue il racconto.
Si intitola "Black Book of Pushbacks" il report di 1500 pagine realizzato dall'Ong Border violence monitoring network (Bvmn) che ha raccolto prove e testimonianze relative alle violazioni di diritti umani in atto lungo i confini europei. "In ogni nostra visita - spiegano i redattori - abbiamo sempre trovato bambini, donne e uomini che stavano soffrendo. Le persone che incontravamo erano terrorizzate da ciò che si lasciavano alle spalle e impaurite da ciò che avevano davanti".
Negli ultimi anni, le testimonianze di violenza "crudele, sadica e degradante" sono cresciute di pari passo al numero dei respingimenti forzati (pushback). Questa pratica si concretizza quando i migranti, collettivamente, vengono forzati a uscire fuori dai confini europei senza la possibilità di fare richiesta di asilo politico. In questo modo non esiste alcun strumento giuridico per contrastare l'espulsione. A partire da marzo 2016, quando è stata formalmente chiusa la rotta balcanica, le forze di polizia e gli ufficiali di frontiera hanno avviato prassi vessatorie nella gestione delle pressioni migratorie.
Seppur la pratica dei respingimenti forzati è proibita dalle leggi internazionali, tali abusi e altre forme di violazione di diritti fondamentali hanno continuato a essere perpetrati ai confini dell'Ue dalle forze di polizia italiane, slovene, ungheresi, greche e croate, con metodi spesso violenti. Furti, calci, manganellate, insulti, uso di armi, attacchi da parte di cani. E ancora costringere le persone a spogliarsi o premere i loro corpi verso il suolo, immergerle in acqua ed esporle a temperature estreme sono state le più comuni tipologie di violenza usate durante i respingimenti: metodi che violano il divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti sancito dall'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ciò avviene di routine e gli ufficiali di frontiera coinvolti restano impuniti, protetti da poco convincenti smentite governative.
Le testimonianze raccolte da Bvmn nel periodo tra il 2017 e il 2020 sono state 892 e riguardano 12.654 casi di respingimenti sia verso altri Paesi Ue (cosiddetti respingimenti a catena), sia verso Paesi extra-Ue. In media, il 42,5% delle testimonianze ha coinvolto dei minori. In 12 casi, verificatisi ai confini di Grecia, Albania e Ungheria, è stata riportata dai testimoni la presenza e il coinvolgimento nelle operazioni e nelle violenze di ufficiali in divisa riportante la bandiera dell'Ue, presumibilmente identificabili come appartenenti all'agenzia europea Frontex.
"A loro non importa dove ti picchiano. Ti colpiscono negli occhi, dovunque" sono le parole di un anonimo testimone, che insieme ad altre 3 persone provenienti dalla Siria e dal Marocco ha provato ad attraversare il confine nord della Grecia verso la Macedonia del Nord, lo scorso 17 agosto 2020.
"Ci trattavano come animali" afferma e descrive la presenza di ufficiali di polizia della Repubblica Ceca, della Germania e un potenziale ufficiale di Frontex (divisa scura con una visibile bandiera dell'Unione europea sulle spalle). La cruda testimonianza riporta che prima di essere espulsi sono stati picchiati con manganelli, costretti al suolo e presi a calci da ufficiali di polizia macedone e da quattro persone a volto coperto: alcuni di loro facevano foto e video della violenza.
"Bisogna sottolineare - spiegano gli editori del "Black Book", Hope Barker e Milena Zajovic - che questo report presenta soltanto i casi direttamente osservati dai volontari del Network: ciò significa che il numero reale delle vittime potrebbe essere più alto. Per esempio, i nostri volontari hanno potuto registrare i respingimenti di 3272 persone dalla Croazia verso la Bosnia o la Serbia nel 2019, incluse 612 persone che erano già state respinte a catena dall'Italia o dalla Slovenia".
Si stima che siano stati oltre 25.000 i casi di respingimenti dalla Croazia soltanto nel 2019. A partire dal 2016 sono state avanzate continue denunce da parte di diverse Ong dirette alle istituzioni degli Stati membri deputate al controllo e alla salvaguardia dei diritti fondamentali: spesso sono state rigettate o considerate infondate.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 gennaio 2021
La legale Hoda Nasrallah: "Ci si aspettava una scarcerazione". Lo studente è in carcere da quasi un anno. Amnesty: Egitto mostra disprezzo dignità detenuti. Gli attivisti: angosciati per il suo stato psicologico. Altri 15 giorni di reclusione per Patrick Zaki, lo studente dell'università d Bologna in carcere da quasi un anno in Egitto con l'accusa di propaganda sovversiva su internet: lo ha comunicato all'Ansa una sua legale, Hoda Nasrallah. "Quindici giorni", ha risposto al telefono l'avvocatessa alla domanda su cosa fosse stato deciso all'udienza dell'altro ieri. "Ci si aspettava una scarcerazione", si è limitata ad aggiungere Hoda. La notizia è stata confermata anche via Twitter dalla Eipr, la ong con cui Patrick collaborava e che sta collaborando alla sua difesa.
Lo studente egiziano è in carcere per "sedizione sui social network" dal 7 febbraio scorso. L'udienza di Zaki - in cui sono stati discussi decine di altri casi - si è svolta domenica, ma la sentenza è stata comunicata soltanto oggi, dopo una lunga attesa. Zaki è stato trattenuto in tribunale per ore e ore senza poter mangiare o andare al bagno. All'udienza di domenica erano presenti anche quattro rappresentati diplomatici tra cui un funzionario italiano, che hanno potuto vedere Patrick Zaki e salutarlo, trovandolo in "buono stato".
Lo studente - che nelle lettere degli scorsi mesi ha più volte lamentato dolori alla schiena aggravate dalle condizioni di detenzione e per il quale è stata espressa grande preoccupazione in quanto asmatico - ha ringraziato più volte i diplomatici presenti per il sostegno che viene dall'Ue e dai loro Paesi.
"Non sappiamo per quale motivo la detenzione cautelare di Patrick stavolta sia stata rinnovata di 15 giorni e non di 45. Stando alla legge, 45 giorni è il limite impiegato in questo tipo di casi. Speriamo che sia un buon segno, e che il conteggio inizi a partire da domenica, quando si è svolta l'udienza", ha commentato alla Dire Hossam Bahgat, fondatore e direttore esecutivo dell'Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), ong con cui lo studente e attivista Patrick Zaki collaborava prima dell'arresto. Bahgat, che dopo altri arresti tra i responsabili dell'Eipr ha dovuto riassumere la guida dell'organizzazione, continua: "Ora, insieme alla famiglia, gli amici e i colleghi di università, noi dell'Eipr nutriamo la genuina speranza che Patrick venga rilasciato alla prossima udienza per il rinnovo della detenzione cautelare. Soprattutto perché il 7 febbraio sarà trascorso un anno dall'inizio della sua ingiusta prigionia".
E se la decisione di oggi accende dunque le speranze degli attivisti, grande è la prudenza delle rappresentanze diplomatiche. Così come grande prudenza è espressa dai legali del giovane. Alla domanda se il prolungamento di 15 giorni - invece dei 45 previsti - abbia qualche significato e possa far sperare in una scarcerazione, la legale di Zaki ha risposto negativamente. "Aspettiamo", si è limitata ad aggiungere Nasrallah.
Numerose le reazioni. Preoccupazione è stata espressa dagli attivisti e sostenitori di Zaki "Siamo molto angosciati e preoccupati per lo stato psicologico di Patrick quando verrà a conoscenza dell'ennesimo rinnovo della detenzione; concluderà un anno intero in carcere in meno di tre settimane", si legge in un post su "Patrick Libero" su Facebook. "Con la decisione di rinnovare di altri 15 giorni la detenzione preventiva di Patrick, dopo 48 ore di attesa dell'esito dell'udienza di domenica, le autorità giudiziarie egiziane hanno mostrato ulteriormente il loro disprezzo per il rispetto e la dignità dei detenuti.
Quindici giorni vuol dire che arriveremo a ridosso dell'anniversario dall'arresto di Patrick, è una detenzione che, ribadiamo, è illegale, arbitraria, infondata e immotivata", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "C'è da augurarsi - ha dichiarato Noury all'Ansa - che le vicende politiche interne italiane non facciano sì che venga abbandonata l'attenzione nei confronti di Patrick che ha bisogno di un intervento, anche italiano, che ponga fine a questa dolorosa e inaccettabile situazione".
Erasmo Palazzotto presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuta quattro anni fa a Il Cairo ha invece scritto su Twitter "Lo stesso rito crudele ogni volta: un'udienza per la libertà e la proroga degli arresti. L'ingiusta detenzione di #PatrickZaki si allunga di 15 giorni. Nelle carceri egiziane per aver difeso i diritti umani, come in tanti, come in troppi. Non lo dimentichiamo. #FreePatrick".
Dispiaciuti se non arrabbiati, si definiscono poi dall'Università di Bologna. "Continueremo a tenere alta l'attenzione. Siamo molto dispiaciuti se non arrabbiati. Ci stiamo avvicinando a un anno da quando questa storia assurda è iniziata", spiega il prorettore vicario dell'università di Bologna, Mirko Degli Esposti, dopo che il Comune del capoluogo emiliano, nei giorni scorsi, ha conferito a Zaki la cittadinanza onoraria di Bologna con una delibera votata all'unanimità dal "parlamentino" di Palazzo d'Accursio. E sempre da Bologna la senatrice bolognese Michela Montevecchi, membro della commissione Diritti Umani commenta: "La spirale di rinnovi a oltranza di 45 giorni della detenzione di Zaky, fa apparire questi 15 giorni come un segnale di buon auspicio. E mi auguro che lo sia davvero perché l'unico vero gesto che aspettiamo è la scarcerazione di Patrick, rinchiuso da quasi un anno senza aver avuto ancora nemmeno un processo. Giovedì scorso in commissione Diritti Umani è stata accolta la mia richiesta di istituire un Osservatorio permanente sulla detenzione di Zaki, e presto saremo al lavoro, così come parallelamente lo è la nostra diplomazia. Invio a Patrick un abbraccio solidale in attesa del suo ritorno".
Secondo Amnesty, Patrick Zaki rischia fino a 25 anni di carcere. La custodia cautelare in Egitto può durare due anni. Le accuse a suo carico sono basate su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano dei fake ma che per le autorità egiziane hanno configurato fra l'altro i reati di "diffusione di notizie false, l'incitamento alla protesta e l'istigazione alla violenza e ai crimini terroristici". Patrick, attualmente detenuto nel settore per indagati del carcere egiziano di Tora, stava compiendo studi all'Alma Mater bolognese in un Master biennale in studi di genere ed era stato arrestato al momento di rientrare in Egitto per una vacanza. È in carcere da 347 giorni.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
Il passo politicamente più rilevante è stato il voto della Camera dei rappresentanti sul disegno di legge per depenalizzare la marijuana a livello federale. Solo una decina d'anni fa nessuno si sarebbe mai aspettato che dagli Stati Uniti sarebbe partito un movimento mondiale per il recupero della ragione sulle piante e sostanze proibite dalle convenzioni delle Nazioni unite in materia di stupefacenti. Certo nessuno si sarebbe aspettato scene da Animal House a Capitol Hill ma questa è un'altra storia.
L'insistenza nell'organizzare referendum, a partire da quello che 25 anni fa legalizzò la cannabis terapeutica in California, ha creato le condizioni per cui sulla pianta proibita siano stati fatti enormi passi avanti. Tra le ultime sorprese la grazia concessa da Trump a Weldon Angelos detenuto per marijuana.
Il passo politicamente più rilevante è stato il voto della Camera dei rappresentanti sul disegno di legge per depenalizzare la marijuana a livello federale. La Legislatura appena iniziata vede i Democratici in maggioranza in entrambe le Camere, se il Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (More) Act dovesse esser votato nuovamente si eliminerebbero le condanne per fatti di "lieve entità, rimuoverebbe l'erba dal Controlled Substances Act consentendone la tassazione e indirizzando parte delle entrate ad aiutare chi per anni ha subito le "influenze negative" delle leggi razziste sulle droghe (ne avevamo scritto su queste colonne con Leonardo Fiorentini il 6 dicembre).
L'importanza del More Act risiede nei motivi per cui era stato presentato mesi fa: annullare il "retaggio delle ingiustizie razziali ed etniche frutto di 80 anni di proibizione della cannabis". L'ufficio del bilancio del Congresso ha stimato che, tenendo conto dei detenuti federali presenti e futuri per motivi di marijuana "dal 2021 al 2030 quella legge avrebbe ridotto il tempo scontato in carcere di 73.000 anni-persona".
Il proibizionismo è un'ideologia trans-nazionale che non prevede sfumature; i contrari al More Act lo hanno criticato usando gli stessi argomenti che da sempre caratterizzano i reazionari di casa nostra: "La Camera perde tempo su questioni urgenti come la marijuana norme serie e importanti che si addicono alla crisi nazionale".
Questi paladini dell'interesse nazionale restano indifferenti alle sorti di centinaia di migliaia di detenuti per reati legati alla coltivazione, consumo e commercio di una pianta. Secondo il Last Prisoner Project, che ha preso in considerazione solo la presenza dei detenuti per cannabis negli Usa, nell'ultimo decennio, attesta che ben 16,7 milioni di persone siano stati fermate per marijuana. Un loro studio afferma inoltre che la guerra alla droga costa annualmente 47 miliardi di dollari mentre il giro d'affari legale attorno alla pianta vale 10,4 miliardi.
Le elezioni del novembre scorso hanno portato a 15 gli Stati, più tre territori, che hanno regolamentato legalmente la marijuana; sono invece 36 quelli che prevedono programmi di cannabis terapeutica. Le politiche proibizioniste degli Usa sono da sempre le più violente, la Drug Policy Alliance stima che ogni anno gli arresti per detenzione, spaccio e consumo di cannabis raggiungano il mezzo milione - principalmente persone di colore - mentre la Aclu denuncia che in molti stati una condanna penale cancella il diritto a partecipare alla vita politica, ottenere un alloggio, ricevere un'istruzione superiore o trovare un lavoro.
Divieti che calati nell'emergenza sanitaria acuiscono situazioni socio-economiche di per sé già gravi. Nel motivare la grazia ad Angelos la Casa Bianca ha scritto che si tratta di "un attivo sostenitore della riforma della giustizia penale" e che "la sua sentenza è stata il prodotto di una condanna minima obbligatoria eccessiva". E se ci arriva Trump... rapporti di Last Prisoner Project e Aclu su www.fuoriluogo.it.
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