Avvenire, 19 gennaio 2021
L'udienza di convalida nella stazione di polizia e senza giornalisti "per Covid". Von der Leyen: "Le autorità garantiscano per la sua sicurezza". Trenta giorni di carcere per Navalny. Con una sentenza lampo, il giudice del Tribunale del municipio di Khimki, fuori Mosca, ha convalidato l'arresto di Alexey Navalny, 44 anni, leader dell'opposizione, fermato domenica sera in aeroporto appena rimesso piede su suolo russo dopo essere stato ricoverato per mesi a Berlino in seguito ad avvelenamento.
L'udienza è avvenuta all'interno della stazione numero 2 del dipartimento del ministero dell'Interno a Khimki, ovvero presso la stazione di polizia dove l'oppositore era stato condotto subito dopo l'arresto. La richiesta è stata avanzata dalla sezione moscovita del Servizio Penitenziario Federale (FSIN). Il 29 gennaio dovrebbe tenersi l'udienza sulla commutazione in pena effettiva dei 3 anni e 6 mesi di carcere comminati a Navalny nell'ambito del processo Yves Rocher, pena sinora sospesa in virtù della condizionale.
In difesa di Navalny si sono levate voci autorevoli, a partire dall'Onu e dall'Unone Europea. L'Alto commissariato Onu per i diritti umani ha chiesto il rilascio immediato di Navalni. "Siamo profondamente turbati dall'arresto di Navalny e chiediamo il suo rilascio immediato nel rispetto dei suoi diritti in linea con lo stato di diritto. Ribadiamo la nostra richiesta di un'indagine approfondita e imparziale sul suo avvelenamento", afferma un tweet dell'Ufficio dell'Alto commissariato Onu per i diritti umani.
Netta anche la presa di posizione dell'Unione Europea. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, condanna "l'arresto di Alexey Navalny da parte delle autorità russe, al suo ritorno in patria. Le autorità russe devono rilasciarlo immediatamente e garantirne la sicurezza. La detenzione degli oppositori è contraria agli impegni internazionali presi dalla Russia. Continuiamo ad aspettarci un'indagine approfondita e indipendente sull'attentato alla vita di Navalny. Monitoreremo la situazione con attenzione", conclude.
di Angela Maria Salis
Il Manifesto, 19 gennaio 2021
La svolta delle politiche penitenziarie del governo Sánchez e il primo sì nella storia di EH Bildu alla legge di bilancio di Madrid. La destra attacca: "Persa la dignità". Freddo gelido, una tormenta di neve e migliaia di cittadini per le strade di 238 località. Siamo in Euskal Herria e al di qua e al di là della muga, la frontiera (con la Francia), i riflettori si accendono ancora una volta su diritti dei detenuti, politiche carcerarie, risoluzione del conflitto e convivenza.
Gennaio è il mese della tradizionale manifestazione di Bilbao, in cui decine di migliaia di persone invadono il centro della città, riversandosi per le vie e sfilando in un'impressionante marcha. Lo scorso 9 gennaio però, almeno in parte, si respirava un'aria diversa, non solo per il fatto che la manifestazione ha dovuto frammentarsi per ragioni di sicurezza dovute alla pandemia, ma perché la questione penitenziaria che interessa i prigionieri politici baschi sta subendo un'evoluzione.
L'avvicinamento dei prigionieri a carceri limitrofe, vicine o situate nei Paesi Baschi, in Navarra e nelle provincie dell'Iparralde, (letteralmente "territorio nord", i Paesi Baschi francesi), è da sempre un tema controverso. Negli ultimi tre anni il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha promesso una "nuova direzione". Secondo l'agenzia Europa Press, la Segreteria generale delle Istituzioni penitenziarie, che dipende dal ministero dell'Interno, ha autorizzato 144 trasferimenti di detenuti politici baschi, l'80% dei quali nel solo 2020.
Le detenute e i detenuti sono ad oggi 218, stando ai dati di Sare, la ong che si autodefinisce "rete di cittadini che lavora in difesa dei diritti umani dei prigionieri, dei deportati e degli esiliati". 163 si trovano in carceri spagnole, 30 in centri di detenzione francesi e 25, il 13% del totale, stanno compiendo la condanna in Euskal Herria. Sare è l'ente che organizza la manifestazione da quasi un decennio, per rivendicare "la fine della violazione dei diritti dei prigionieri di Eta e il loro avvicinamento" e allo stesso tempo per favorire "la convivenza e la pace". Joseba Azkarraga e Begoña Atxa, portavoci della rete, stimano che "quest'anno si sono riuniti circa 52 mila cittadini" e sottolineano l'appartenenza a "ideologie diverse", dato che dalla sua nascita Sare ha avuto un appoggio sempre più ampio.
La cerimonia ufficiale, tenutasi a Bilbao, ha visto la partecipazione di rappresentanti del Partito nazionalista basco (Pnv), EH Bildu (il partito della sinistra indipendentista guidato da Arnaldo Otegi), Elkarrekin Podemos e Podemos Navarra (le declinazioni basche di Podemos), Geroa Bai (partito navarro di coalizione) e tutti i sindacati.
La politica di dispersione prevede che i detenuti baschi siano assegnati a carceri situate a centinaia di chilometri di distanza dal loro domicilio, provocando, denuncia Etxerat, l'associazione dei familiari dei prigionieri, vittime sia sul fronte dei detenuti che su quello dei loro genitori, figli, coppie, fratelli, amici, compagni di studio e di lavoro. Etxerat, che vuol dire "a casa", conta 348 incidenti automobilistici, 944 persone coinvolte e 16 morti. Seguendo i dati aggiornati di Etxerat e del quotidiano basco Gara, la politica di riavvicinamento ha fatto sì che 13 carceri francesi e 5 spagnole si siano svuotate dei detenuti politici baschi; due carceri, quelle di Logroño e di Puerto Santa María, ai poli opposti della penisola, ospitano 13 persone, il più alto numero di detenuti di questa tipologia concentrati in uno stesso penitenziario; in Euskal Herria, si trovano attualmente detenute oltre una ventina di persone, contro le 2 del 2018. Un 29% dei prigionieri si trova in carceri situate a una distanza compresa tra i 600 e i 1100 chilometri dal paese d'origine e un 20% in altre distanti tra i 400 e i 600 chilometri.
Il cambio della politica penitenziaria del governo Sánchez sui detenuti baschi infuoca il dibattito, l'opinione pubblica e la destra spagnola all'opposizione. Popolari, Ciudadanos e Vox accusano il ministro degli Interni Fernando Grande-Marlaska di aver "perso la dignità" nelle negoziazioni per poter approvare la manovra di bilancio del 2021. Accusano il governo di aver barattato presos por presupuestos, "prigionieri per il bilancio", adducendo il fatto che EH Bildu abbia approvato i conti pubblici dello Stato.
È in effetti la prima volta nella storia che EH Bildu sostiene una finanziaria del governo spagnolo, dopo aver chiesto l'appoggio ai propri militanti in un'assemblea straordinaria. Fonti del partito sostengono che l'ampio consenso sia dovuto alla volontà di "essere agenti attivi e di cercare alleanze che abbiano come obiettivo quello di ampliare i diritti delle persone e mettere un freno alle destre e alle loro politiche retrograde". Ma il dubbio che ci sia stato un accordo sotterraneo per favorire l'avvicinamento dei detenuti resta.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 19 gennaio 2021
Prezzi della farina troppo alti, i panifici chiudono. Il premier va allo scontro con il governatore al-Kabir. Poi annuncia una nuova agenzia per la sicurezza, che indebolisce il ruolo del super ministro degli Interni Bashagha. Non c'è pace per il capo del Governo di Accordo nazionale libico (Gna) Fayez al-Sarraj. Nonostante i progressi con le autorità rivali dell'est, ad agitare il premier è ora il rischio di una crisi del pane.
Sabato le prime avvisaglie quando la maggior parte dei panifici della capitale Tripoli è rimasta chiusa per mancanza di farina e per il caro-prezzi degli ingredienti usati per fare il pane. "L'Autorità della Guardia municipale ha iniziato a controllare le panetterie che vendono tre pagnotte per un dinaro perché le raccomandazioni del ministero dell'Economia sono di vendere una pagnotta per 20 centesimi di dinaro", ha raccontato alla rete 218 Tv Ali Abu Azza, capo del comitato di controllo delle panetterie. Una raccomandazione inaccettabile però per i panettieri che, secondo Abu Azza, non possono ottenere prodotti a prezzi "conformi alle prescrizioni ministeriali".
In effetti, la decisione ministeriale sembra basarsi sui dati di mercato dell'anno passato: ora il prezzo per un sacco da 50 chili di farina è balzato a 210 dinari. Senza poi considerare che nelle 680 panetterie di Tripoli la farina è in esaurimento. A questi costi, spiegano i panettieri, non resta che aumentare il prezzo di vendita. La crisi del pane ha causato un nuovo scontro tra Sarraj e il governatore della Banca centrale al-Sadiq al-Kabir. La tensione tra i due - già evidente negli scorsi mesi per le divisioni delle entrate della vendita del petrolio - è aumentata domenica quando il premier ha inviato ad al-Kabir una lettera in cui ha sottolineato come l'esaurimento delle scorte di farina potrebbe "far entrare il Paese in una crisi alimentare", osservando che l'ultimo credito per l'importazione di farina risale all'agosto 2020 mentre enormi somme di denaro sono state investite per importare beni non necessari.
Accusato, al-Kabir si è difeso: la mancanza di farina è dovuta al contrabbando - la sua replica - e andrebbero pertanto monitorati meglio i confini e i porti. In una parola: è necessaria più sicurezza. Tema sentito da molti libici a cui ieri il premier ha risposto annunciando la creazione di un nuovo apparato securitario. Una decisione che va letta anche come l'ennesimo attacco al potente ministro degli Interni Bashagha con cui il rapporto è pessimo: l'organismo sarà infatti affidato ad al-Kikli, il capo delle milizie Abu Salim di Tripoli, concorrenti di quelle della città-stato di Misurata che fanno capo a Bashagha.
Le tensioni interne in Tripolitania non devono però oscurare i progressi del Foro del Dialogo politico i cui 75 membri si sono espressi ieri sul meccanismo di selezione del governo che dovrà traghettare il Paese alle elezioni fissate per il 24 dicembre 2021. Un meccanismo complesso studiato per evitare i precedenti stalli politici e che è stato concordato sabato dai 18 membri del Comitato consultivo composto da sei esponenti per ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania a ovest, Fezzan a sud-ovest, Cirenaica a est). I risultati della votazione sono attesi per oggi.
di Francesca Paci
La Stampa, 19 gennaio 2021
Non sapevano dove sarebbero arrivati i migranti che a centinaia, cinque giorni fa, si sono messi in marcia dal cuore industriale e depresso dell'Honduras puntando dritto al confine guatemalteco e da lì a quello messicano e poi, ancora più su, 3483 chilometri di polvere fino al muro che segna il limitare della libertà, il sogno americano. Non sapevano dove sarebbero arrivati perché l'importante era incamminarsi verso il futuro, l'elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca Joe Biden e l'archiviazione del blindato quadriennio Trump.
Lui, il presidente in pectore, gli aveva fatto sapere che bisognava aspettare perché non si cambia verso alla Storia dal giorno alla notte, che gli Stati Uniti avrebbero onorato "gli impegni nei confronti dei richiedenti asilo", che gli aiuti non avrebbero tardato e il muro probabilmente sarebbe venuto giù. Ma rassicurazioni e buon senso non saziano la fame.
Li hanno fermati ieri a bastonate e raffiche di lacrimogeni a Chiquimula, in Guatemala: un esercito a mani nude cresciuto lungo la strada come un fiume in piena, mille persone, duemila, forse tremila. Le cronache raccontano di decine di feriti, uomini scalzi perché nella fuga perdi sempre le scarpe, ragazzini, una falange che esplode disperdendosi nella giungla di cemento come già i profughi del campo di Lipa nella ghiacciata foresta bosniaca.
Il Guatemala è la Bosnia latinoamericana e l'America siamo noi che, all'occorrenza, versiamo una lacrima per l'oltre muro. In mezzo ci sono gli altri, tutti gli altri, quelli che in queste ore camminano da San Pedro Sula a Tijuana come nel 2015 camminavano i tremila sopravvissuti alla rotta balcanica, in fuga dall'Ungheria con la bandiera europea nella destra e la foto della Merkel nella sinistra. Gli altri. Quelli che non sanno dove arrivano ma sanno perché partono: e i lacrimogeni possono poco quando le lacrime sono finite.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 19 gennaio 2021
Accusati di tradimento e cospirazione contro lo Stato perché mettono in discussione il governo del premier Hun Sen, al potere da quasi mezzo secolo. Amnesty International: "È una parodia della giustizia". I giudici hanno dovuto dividere gli imputati in due gruppi, tanti erano i dissidenti accusati di aver cospirato contro lo Stato cambogiano e il suo inamovibile primo ministro Hun Sen al potere da circa mezzo secolo.
Oggi è stata la volta del secondo gruppo di membri del disciolto partito di opposizione Cambodia National Rescue Party, eliminato con un decreto legge pochi mesi prima delle elezioni del 2018, quando il suo leader Kem Sokha venne messo agli arresti dove si trova ancora. Lo accusarono di aver ordito un complotto con gli Stati Uniti per rovesciare il premier. Inutili le proteste di Washington, che pure un pensiero potrebbe avercelo fatto, visto che Hun Sen propende decisamente verso l'asse di Pechino piuttosto che quello a ovest.
Nell'aula dovevano esserci 61 persone, ma non è chiaro quanti fossero i presenti visto l'alto numero di esuli e fuggiaschi. La foto più drammatica ritrae la moglie di uno degli accusati che tenta inutilmente di raggiungere il palazzo di giustizia dove si svolge a porte chiuse il processo. In altre si vedono prima del loro ingresso l'avvocatessa-imputata Theary Seng che ha anche passaporto Usa e fa dichiarazioni battagliere contro chi vuole zittirla, e Sok Phat, un ex dirigente del Cnrp dal braccio mutilato.
Ma è stata dal suo esilio americano la vice presidente del partito Mu Sochua a indicare il numero esatto degli imputati di questo secondo turno: 62. Ha anche annunciato, come hanno fatto in parecchi almeno a parole, che vorrebbe tornare nel suo Paese a combattere contro quella che ritiene poco meno di una dittatura. Anche a rischio di arresto.
Né Mu Sochua né gli altri esuli in America e Europa possono però decidere di atterrare come e quando vogliono a Phnom Penh. Costretto come tutti ad andarsene per evitare processi, celle, minacce e persecuzioni, nel novembre scorso tentò - o fece finta - di tornare in patria anche Sam Rainsy, il vero e storico leader dell'opposizione al Super-presidente. Comprò un biglietto Parigi-Bangkok e andò all'aeroporto Charles de Gaulle con i fotografi. Dovette fermarsi al check-in della Thai Airways.
Proprio quel mese iniziava il primo turno delle udienze contro i suoi compagni di partito e di opposizione accusati di tradimento e cospirazione contro lo Stato o favoreggiamento. Reati che secondo gli attivisti dei diritti umani sono solo il mezzo scelto per riaffermare il monopolio politico del Partito del Popolo di Sen, in sella dalla fine dell'emergenza seguita al delirante regime dei khmer rossi di Pol Pot che devastò il Paese alla fine anni '70. Dopo aver sciolto il Cnrp, messo in cella un po' di capi e costretto ad andarsene gli altri, il premier - un ex khmer rosso pentito - stravinse a man bassa il voto del 2018.
Hun Sen sapeva che i dissidenti potevano essere avversari temibili, visto che in precedenza gli avevano tolto parecchi consensi nonostante i presunti brogli. E continuavano a sobillare il Paese contro di lui utilizzando gli stessi media che sono stati in gran parte addomesticati con acquisti di quote e licenziamenti dei giornalisti troppo indipendenti. È in questo clima che suona ancora surreale l'ipotesi di un ritorno degli esuli. A quanti gli chiedevano se gli imputati fuggitivi - tra i quali molti parlamentari - sarebbero potuti tornare per il processo senza temere arresti, il portavoce del governo Phay Siphan ha garantito di sì. "Possono venire liberamente", ha detto. "...Ma devono attenersi alle decisioni della Corte". Ovvero rischiare una pena fino a 16 anni.
Il direttore regionale di Amnesty International, Yamini Mishra, ha parlato del nodo più delicato di quella che definisce una parodia della giustizia. "Questi processi di massa sono un affronto agli standard internazionali del giusto processo", ha detto. Secondo la dirigente esule Mu Sochua le autorità stanno spargendo paura per scoraggiare i sostenitori dell'opposizione dal radunarsi e protestare pubblicamente per l'arresto dei loro leader. Ma "alla fine dei conti - spiega Theary Seng - la decisione nei nostri riguardi sarà presa da politici, non da giudici".
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 18 gennaio 2021
Tra le tante polemiche che investono oggi la magistratura una delle più frequenti è espressa dall'affermazione, formulata con riferimento soprattutto alla mafia e alla corruzione, che essa "non deve fare indagini sul fenomeno nel suo complesso, ma si deve limitare ad accertare la responsabilità di singoli in ordine a fatti specifici". In apparenza si tratta di una critica di natura squisitamente tecnica, che può sembrare addirittura inconfutabile. La realtà delle cose, come spesso avviene, è più complessa.
Il Dubbio, 18 gennaio 2021
Nel 2019 sono stati mille i casi di ingiusta detenzione nel 2019, come rileva "Errorigiudiziari.com", che ha analizzato i dati del ministero dell'Economia. Mille casi di ingiusta detenzione nel 2019 (ultimo dato disponibile): è quanto rilevato da "Errorigiudiziari.com", che come ogni anno ha analizzato i dati in possesso del ministero dell'Economia e delle Finanze, incaricato dei risarcimenti, stilando una classifica dei casi distretto per distretto.
casertanews.it, 18 gennaio 2021
Prosegue l'indagine sulla "Mattanza della Settimana Santa". Simulata una rivolta dopo il pestaggio. Reclusi minacciati per evitare denunce: "Dì che sei caduto dalle scale". È ad un punto di svolta l'inchiesta della magistratura di Santa Maria Capua Vetere sulla rappresaglia ai danni dei detenuti del carcere "Francesco Uccella" avvenuta lo scorso 6 aprile. Sono 144 gli appartenenti alla polizia penitenziaria finiti nel mirino degli inquirenti per quella che è stata ribattezzata la "mattanza della settimana Santa": 92 in forza al nucleo operativo di Napoli Secondigliano, 36 appartenenti al Notp di Santa Maria Capua Vetere e 18 in forza al Notp di Bellizzi Irpino (Avellino).
La protesta dopo un caso Covid - Un vero e proprio pestaggio in piena regola con numerosi detenuti picchiati ed umiliati. Ma riannodiamo il nastro. Lo scorso 5 aprile, dopo aver appreso della positività al Covid di uno dei detenuti, c'è stata una protesta di alcuni internati del reparto Nilo consistita nella cosiddetta "battitura", cioè del battere oggetti contro le porte delle celle, e nel mancato rientro in cella di un gruppo di facinorosi. Una protesta che rientrò già nel corso della serata dello stesso giorno.
L'intervento dell'unità speciale - Il giorno successivo già dalle prime ore del pomeriggio si registrò un notevole afflusso di persone in servizio nei vari reparti della penitenziaria a livello regionale. Si tratta di un'unità speciale istituita nel marzo 2020 dal provveditore Antonio Fullone con il compito di svolgere "attività di supporto agli interventi che dovessero rendersi necessari in ambito penitenziario regionale". Un 'commando' di circa 100 agenti che sarebbero dovuti intervenire "in caso di estrema necessità e per la sola temporanea esigenza associata al ripristino dei principali presidi posti a garanzia della turala dell'ordine e della sicurezza delle strutture penitenziarie", si legge nel decreto del provveditore.
La rappresaglia - A Santa Maria Capua Vetere, però, l'unità speciale è andata ben oltre il proprio compito. Secondo gli inquirenti, gli agenti avrebbero prelevato i detenuti dalle le sezioni del reparto Nilo costringendoli a subire una serie di violenze fisiche e psicologiche. In particolare, i reclusi sarebbero stati costretti ad inginocchiarsi, denudarsi, fare flessioni oltre a ricevere calci, schiaffi, pugni, manganellate e testate da parte degli agenti che indossavano caschi antisommossa.
Picchiato detenuto sulla sedia a rotelle - Piano dopo piano i detenuti vennero fatti sfilare in un corridoio circondato dagli agenti e picchiati selvaggiamente fino ad essere condotti nelle sale destinate alla socialità. Qui le violenze sono proseguite al punto che qualche recluso è stato condotto in infermeria. Comunque, gli agenti si sarebbero accaniti sferrando colpi anche a detenuti a terra. Tra i reclusi che hanno ricevuto botte anche un detenuto su una sedia a rotelle ed il suo accompagnatore, entrambi presi a manganellate.
La simulazione di una rivolta - Per giustificare tale atteggiamento, dopo aver ricondotto i reclusi nelle celle, gli agenti avrebbero fatto una nuova irruzione all'interno di una delle sale socialità dove avrebbero messo tutto a soqquadro. In qualche caso, addirittura, avrebbero calpestato abiti ravvedendosi di lasciare bene le impronte delle suole. Un'azione che per gli inquirenti rappresenta una simulazione di una rivolta poi sedata.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Ce ne sono 10.155 ma, in base al contratto da 23 milioni con Fastweb, dovrebbero essere almeno 24.000. Eppure ne sono stati commissionati altri 1.600 alla stessa azienda. Aritmetica va cercando chi si perde nella sempre più straniante telenovela dei braccialetti elettronici. Nel dicembre 2016 lo Stato avvia una procedura ad evidenza pubblica che in agosto 2018 aggiudica a Fastweb la fornitura - da dicembre 2018 a dicembre 2021 per 7,7 milioni l'anno - di 1.000 (incrementabili sino a 1.200) braccialetti elettronici, dunque un totale di 23 milioni nel triennio per 36.000/43.000 dispositivi.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 18 gennaio 2021
La Corte salva lo stop alla prescrizione ma ne afferma il ruolo di garanzia. Un approccio pragmatico all'eccezionalità della prima fase della pandemia, non una fatwa contro la prescrizione di cui, al contrario, viene sottolineata la natura di garanzia costituzionale che ne vieta applicazioni retroattive sfavorevoli all'imputato.
- Lazio. Anastasìa: "97 detenuti positivi al Covid, si diano risposte immediate"
- Censura al docente che punisce la vittima al posto del bullo
- Roma. Rebibbia, scavalca la recinzione ed evade: caccia all'uomo in tutta la città
- Laureana di Borrello (Rc). Riapre il carcere per detenuti a basso indice di pericolosità
- Torino. Il teatro che rinasce dietro le mura del carcere











