di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 18 gennaio 2021
Il report di Human Rights Watch. Gravissima la situazione in Siria e Yemen dove milioni di persone soffrono la fame e la violenza. L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel 2020. "Un generale peggioramento per la popolazione civile". È stato presentato ieri il Report 2021 di Human Rights Watch. Il documento sintetizza i principali avvenimenti del 2020, Paese per Paese, e lancia uno sguardo al futuro. Forte l'attenzione per il cambio di presidenza negli Stati Uniti.
Donald Trump è stato "un disastro per i diritti umani, ma il cambio di presidenza non rappresenta una panacea", afferma Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch. "Non basta rimandare l'orologio indietro di quattro anni per rimediare ai danni. Il mondo non è più lo stesso". Con questa dichiarazione, prosegue l'analisi regionale dello stato dei diritti umani. Il 2020 ha lasciato segni profondi nella zona del Medio oriente e nord Africa per l'intrecciarsi delle crisi sanitaria, economica, umanitaria.
Embargo armi Usa. Human Rights Watch rileva con preoccupazione la vendita di armi da parte degli Stati Uniti a paesi come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, colpevoli di pesanti interventi militari in Yemen. In particolare, è sotto i riflettori la vendita di caccia F-35 e droni agli Emirati Arabi Uniti per un valore di oltre 23 miliardi di dollari. L'accordo sulla vendita fa parte degli "Accordi Abraham" tra Israele ed Emirati Arabi Uniti siglati il 15 settembre 2020 e mediati dagli Stati Uniti. Questo trasferimento di armi renderebbe gli Emirati l'unico paese dell'area, oltre a Israele, a possedere un tale equipaggiamento.
Yemen e Siria. La situazione in Yemen è precipitata ulteriormente a causa della crisi sanitaria ed economica. Prosegue il conflitto che in sei anni ha ucciso almeno 18.400 civili e tiene in ostaggio di fame e povertà milioni di persone. Le organizzazioni umanitarie stimano che 24 milioni di civili hanno bisogno di assistenza umanitaria, alimentare, sanitaria e solo nel 2020 l'80% della popolazione, tra cui 12 milioni di minori, ha necessitato dell'assistenza umanitaria. Analoga la condizione della Siria, dove oltre 9 milioni di civili vivono insicurezza alimentare e oltre l'80% della popolazione è al di sotto della linea di povertà. Anno nero per il Libano Il 2020 per il Libano si è aperto con una pesante crisi economica. La moneta locale è crollata a partire dalla fine del 2019, e ha eroso la capacità della popolazione di approvvigionarsi e compare beni di prima necessità. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione, provocando una grave crisi umanitaria. In agosto un'esplosione al porto della città ha ucciso oltre 200 persone, ferite 6000, distrutto 300mila abitazioni.
Governi corrotti e inaffidabili. Il commento di Human Rights Watch: "la situazione per le associazioni umanitarie e di cooperazione internazionale è molto difficile, perché i governi abusanti e corrotti di paesi come Libano, Siria, Yemen confiscano gli aiuti internazionali e li utilizzano in modo poco limpido. Questo rende difficile aiutare la popolazione e distribuire fondi in modo imparziale", afferma Ahmed Benchmasi, direttore della comunicazione per la regione Mena di Hrw.
Egitto, diritti umani dimenticati. Il caso dello storico blogger attivista Alaa Abdel Fattah, incarcerato e torturato in Egitto, è un emblema dello stato dei diritti umani in Egitto, afferma poi Roth, che ha criticato duramente la posizione internazionale nei confronti del Paese. "La comunità internazionale tollera gli abusi gravissimi del regime di al-Sisi e anzi gli rende onore", afferma alludendo alla Legion d'Onore ricevuta da al-Sisi a Parigi lo scorso dicembre.
"Lo utilizza come guardiano dell'ordine regionale, anche se si tratta di una falsa stabilità. La repressione crea radicalizzazione e instabilità". L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel corso del 2020. Nell'area, molti paesi hanno rilasciato prigionieri per diminuire la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Tuttavia, osserva Hrw, sono stati esclusi tutti gli oppositori politici, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Si parla di Iran, Egitto, Bahrain, Algeria.
Lavoratori e lavoratrici migranti. Il disastro sanitario ed economico ha colpito in modo durissimo lavoratori e lavoratrici migranti, che in paesi come il Libano nel 2019 erano 156mila. Qui, nel pieno dell'emergenza sanitaria decine di lavoratrici di nazionalità etiope sono state abbandonate dai datori di lavoro senza salario, documenti o sussistenza di alcun tipo. In generale, osserva Hrw, la condizione femminile è stata messa a dura prova in tutta la regione e sono aumentati i casi di violenza domestica.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Erano considerati "mostri", ma se mettono a tacere il nemico (Trump) non lo sono più? Fino all'altro ieri erano mostri giganteschi che divoravano i cervelli e la democrazia, oggi, se decidono di silenziare (insomma: censurare) il disgustoso nemico, diventano esclusivi club per soli gentiluomini, mere "agenzie private" che potranno pur decidere se mettere alla porta gli screanzati che violano le buone maniere di casa. Bisognerà pur scegliere una strada coerente, però: non si può lanciare l'allarme contro le mega-compagnie del web che svuotano i valori classici delle istituzioni democratiche, che incarnano un potere globale senza controlli e contrappesi e poi, solo per giustificare un'auspicata censura, minimizzare il loro ruolo come fossero innocui circoli degli scacchi autorizzati a scegliere i propri ospiti.
Oggi, piaccia o non piaccia, la politica passa da lì, è quella la piazza contemporanea, e negare l'accesso a qualsivoglia soggetto politico diventa, per usare le sagge parole liberali di un'acerrima nemica di Trump come Angela Merkel (ben consapevole, nativa nella Germania comunista, della deriva totalitaria del potere), quanto meno una scelta "problematica" e fortemente lesiva della libertà d'espressione politica. Tanto più se quella scelta diventa zigzagante, opportunistica, mutevole, lasciando libero il campo a dittatori e attentatori seriali dei diritti fondamentali e ciarlatani di varia matrice, e non avendo nulla da eccepire, ad esempio, alle manifestazioni dell'antisemitismo "progressista" che si alimenta sui social con ripetuti attacchi a Israele e ripetuti inviti di radere al suolo l'"entità sionista".
E dunque si stabilisce che siano le mega-compagnie, talvolta demonizzate fino al giorno prima, ad essere investite del compito di stabilire, in uno spazio formalmente privato ma capace di coinvolgere milioni e forse miliardi di "utenti", cosa è lecito dire e cosa non lo è. Una privatizzazione del diritto e della sanzione che dovrebbe preoccupare i custodi del santuario democratico. E invece, attraverso una rappresentazione iper-banalizzante dei padroni dei social ("agenzie private" come un club per soli uomini), a prevalere è il godimento per la messa al bando dell'orrido nemico. Senza considerare che la ruota della storia gira, e i sostenitori della censura arbitraria potrebbero diventare un giorno i nuovi censurati in base a una decisione "problematica".
di Alberto Mingardi
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Il coronavirus ha costituito l'occasione per rinforzare il "pubblico". Se il centro-destra vuole costruire un'alternativa deve porsi il problema di superare questa fase. In tutto il mondo, il Covid-19 ha prodotto più "pubblico" e meno "privato". Da anni diciamo che le ideologie sono finite. Forse però non è un caso che la sinistra al governo abbia considerato la pandemia come un'occasione da non sprecare. Per quei partiti la politica resta lo strumento privilegiato per "perfezionare" le società, ha una funzione ortopedica. L'accentramento di poteri determinato dallo stato d'emergenza è un'opportunità.
Persino le restrizioni alla libertà di movimento sono una prova generale per fare sul serio nella riduzione delle emissioni di CO2, ad esempio limitando drasticamente i voli internazionali, raddrizzando così a colpi di norme il rapporto fra uomo e ambiente. Piaccia o meno, è un'idea di governo chiara. Questo è vero anche in Italia e, nelle sue mosse di queste settimane, Matteo Renzi forse ha sottovalutato proprio questo aspetto: come esista una sensibilità ideologica comune, nei suoi ex compagni di strada.
Ma in ogni crisi politica che si rispetti il gioco si allarga all'opposizione che ha il ruolo di prefigurare altre soluzioni. Che cosa vuole fare il centro-destra? L'incertezza di questi giorni, la possibilità, per quanto remota, di un ritorno alle urne lo obbligano a mettere a punto un'alternativa. Può amministrare con persone diverse lo Stato "più grande" che i suoi avversari stanno costruendo, contando sull'esperienza nei governi locali. Può giocare ancora la carta della politica dell'identità, come hanno fatto Salvini e Meloni con grande successo.
Non da oggi, il centro-destra in Italia è più statalista dei suoi corrispettivi di altri Paesi e più refrattario a dotarsi di un armamentario di idee e proposte che inevitabilmente circoscriverebbe la creatività dei suoi leader. Forse però "questa volta è diverso". È diverso il contesto in cui si terranno le prossime elezioni, è diverso il Paese che chi le vincerà dovrà governare. I dieci punti di Pil che abbiamo perso nel 2020, il fatto che a pagarne lo scotto sia stata la componente privata e non garantita del Paese, rappresentano una ferita profonda. Più profonda in Italia che altrove, dal momento che nel 2019 non eravamo ancora ritornati ai livelli di reddito precedenti la crisi finanziaria.
L'allargarsi del "pubblico" a spese del "privato" è avvenuto, in questi mesi, su tre dimensioni diverse. Le libertà personali si sono ridotte. Se il diritto serve per proteggere i cittadini dall'onnipotenza dello Stato, quella protezione è oggi assai meno solida che in passato. Abbiamo capito che non possiamo dare per scontate cose apparentemente banali come la libertà di andare a fare shopping.
Spesa e debito hanno sperimentato un aumento senza precedenti. Quei quattrini in parte hanno tamponato la riduzione delle entrate fiscali, inevitabile conseguenza del rallentamento dell'attività economica, in parte hanno cercato di ridurre il disagio sociale. I "ristori" sono stati una strategia obbligata, e lo sarebbero stati chiunque fosse al governo.
Ma è difficile pensare che i ristori da una parte, il rischio di non poter svolgere la propria attività a causa dall'emergenza dall'altra, non influenzino il sistema di incentivi con cui le persone debbono confrontarsi. Come la disponibilità del reddito di cittadinanza avrà un qualche effetto sull'offerta di lavoro, così i ristori smorzeranno la propensione ad intraprendere. Per chi governa, può essere persino, cinicamente, una grande operazione: gli aiuti di oggi possono diventare voti domani. Per chi crede che le decisioni dei singoli siano miopi, e quelle dello Stato lungimiranti, stiamo facendo passi avanti in una direzione auspicabile.
L'opposizione ha giocato fin qui sullo stesso terreno. Nella legge di Bilancio è stato recepito l'emendamento della Lega che esenta le partite Iva dal versare i contributi previdenziali per il 2021. A ogni nuova chiusura, i partiti di centro-destra hanno richiamato il governo sulla necessità di risarcimenti congrui alle attività interdette. È un'idea di governo alternativa a quella della sinistra?
C'è chi sostiene che le innovazioni dell'ultimo anno dovrebbero essere permanenti. L'opposizione dovrebbe, quasi per definizione, sostenere che così non deve essere. Che per quanto possa essere faticoso e difficile, dovremo provare a invertire la tendenza: a restituire campo al privato, a restaurare spazi di libertà, a evitare insomma che tutto ciò che è "emergenziale" diventi "regolare".
Partiti e programmi sono in una certa misura l'esito delle circostanze, non solo di precise inclinazioni ideologiche. Pensando al futuro, il centro-destra non può eludere una questione "esistenziale". C'è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l'assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico.
di Paolo Graldi
Il Mattino, 18 gennaio 2021
Nella selva oscura delle direttive su come muoversi dentro la pandemia nelle diverse regioni spunta il perfido gioco della mosca cieca: "fonti di palazzo Chigi", da una parte, informano che è sempre possibile raggiungere le seconde case, anche fuori Regione, mentre se si legge con attenzione il relativo Dpcm di questa opportunità non v'è traccia alcuna. Si può dare il caso che, fermati a un posto di blocco, Dpcm alla mano, i tutori dell'ordine si sentano obbligati ad applicare le sanzioni previste.
Non si tratta di dettagli, di piccoli refusi, di vuoti del testo: qui si gioca su un equivoco di fondo che alimenta confusione, frustrazione, disincanto, e in più si crea un campo di conflitti. Le famose "fonti" bene informate troppo spesso sbarellano, costrette a correzioni, notazioni, dietrofront. Tanto la fonte è ignota per definizione. I destinatari, noi tutti, sono così obbligati ad aggiornamenti e aggiustamenti in corsa, continui, nevrotizzanti.
Nel pieno della giornata festiva, ieri, il ministro della Salute Speranza ha convocato d'urgenza il Comitato Tecnico Scientifico e ha ottenuto per oggi il rientro a scuola del 50 per cento degli studenti delle superiori, eventualità non prevista fino a un'oretta prima. Salvo le differenze tra Regioni e i comportamenti dei presidenti. Alcuni di essi già pronti con carta e penna, per i ricorsi al Tar, altra specialità di stagione: governo e istituzioni locali litigano quasi su tutto e i magistrati dirimono le questioni. A leggere le sentenze, poi, servono comitati di esperti crittografi, addetti alla traduzione in lingua italiana corrente, comprensibile agli italiani.
La questione della comunicazione del governo, ma non solo di quello, del burocratese dilagante e del compiacimento sadico che ne consegue, in tempi di guerra alla pandemia, rappresentano un tema primario, fondamentale. Tema, dicono i fatti, ignorato e anche vilipeso. La lingua utile e comprensibile viene strapazzata, piegata, costretta nei labirinti di linguaggi intraducibili e, dunque, incomprensibili. Se è vero che il messaggio è come un dardo che viene lanciato da una postazione per colpire il centro del bersaglio, il dardo che esce di traiettoria, prende strade diverse dalla rotta corretta: la comunicazione si accartoccia, manda segnali sbagliati, perde di efficacia, si trasforma in un danno. Comunicare sembra facile, non lo è.
Quel che è peggio è la presunzione che lo sia. Ad ogni ondata di provvedimenti ministeriali sono necessarie squadre di pompieri del linguaggio per sciogliere i nodi del burocratese, per rendere intellegibili i rimandi ad altre leggi, per svelare l'arcano dei commi e sottocommi, per sciogliere parole difficili che dovrebbe viceversa essere facile comprendere e utilizzare. In varie epoche, e anche di recente, sono cresciute ampollose promesse per una riforma del linguaggio, per una grammatica delle leggi e una nuova sintassi ministeriale capaci di superare il politichese, il burocratese e tutto l'armamentario del compiacimento delle complicazioni linguistiche. Non si è visto ancora niente all'orizzonte. Il fatto è che occorrono dei professionisti.
E se ne vedono pochi. Occorrono staff specializzati. E ce ne sono, ma rari. Un conto è raccontare attraverso il linguaggio delle veline i retroscena, gli arabeschi, il gossip, i veleni, gli aut aut della chimica politica quotidiana, un altro conto è disporre di leggi lineari. Il vezzo di decidere a notte fonda per il giorno dopo scuote la paziente disponibilità del suddito della Costituzione, il quale vorrebbe confrontarsi con una migliore organizzazione del pensiero governativo e dell'azione che lo muove. Quante volte è stato criticato il metodo di emanare circolari attuative in prossimità massima del loro impiego? E tutti a dire: come possiamo fare a rispettarle in così ristretti margini di tempo? Di qui, direttamente, rabbia, frustrazione, voglia di rivolta.
La pandemia, nella sua enorme e multiforme complessità, porrà sempre di più problemi di comunicazione. Lo vediamo già ora con la campagna vaccinale ai primi passi. Si assiste al susseguirsi degli ordini e dei contrordini, delle grida e dei silenzi, delle affermazioni e delle smentite in un clima di crescente incertezza (A chi tocca? E quando? E dove? E come?). Anche qui le leggi della comunicazione vengono piegate ad un dilettantismo deleterio. Serve e presto una informazione tempestiva e corretta, comprensibile per definizione, che attinga alla scientificità della materia.
Serve professionismo e un taglio netto con i vizietti del velinismo d'autore. Un cambio di passo, insomma. Il rapporto dialogante con il cittadino in questa fase specialmente diviene essenziale, risolutivo. E quando al cittadino si chiede di adottare comportamenti che implicano sacrifici e costi, che sono comunque virtuosi, ecco che ogni indecisione, sgrammaticatura, ritardo si traduce in uno strappo, in una stizzita indifferenza. Se dalla pandemia si deve uscire tutti insieme chi scandisce il passo deve farlo senza balbuzie.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 18 gennaio 2021
Al suo arrivo da Berlino gli agenti hanno chiesto all'oppositore di Putin - che poche settimane fa era stato avvelenato - di seguirlo al controllo passaporti. La moglie lo ha baciato in segno di saluto. È stato fermato poco dopo aver messo piede sul suolo russo, come i burocrati del servizio penitenziario avevano preannunciato. Aleksej Navalny, che si trovava da agosto in Germania dove i medici lo hanno salvato dall'avvelenamento al Novichok che aveva subìto in Siberia, non aveva potuto presentarsi negli ultimi mesi ai controlli di legge proprio perché ancora convalescente. Ma il fatto di non essersi precipitato a Mosca ha spinto l'autorità penitenziaria a sospendere la libertà condizionale di cui il principale oppositore russo godeva per una condanna del 2014. Ora verrà probabilmente portato davanti a un tribunale che dovrà decidere se fargli scontare per intero i tre anni e mezzo ai quali era stato condannato in un processo per truffa che anche la Corte europea dei diritti umani ha giudicato ingiusto. Non solo, perché nelle ultime settimane, quasi a volerlo convincere che non era il caso di tornare in patria, è scattata contro di lui una nuova denuncia di appropriazione indebita.
Secondo gli inquirenti (definiti "fantasiosi" dai sostenitori di Navalny), il blogger avrebbe usato per spese personali quasi quattro milioni di euro del suo fondo anticorruzione. Il paladino della battaglia contro politici e funzionari che intascano mance, tangenti e quant'altro messo alla gogna per lo stesso peccato. E per questo reato potrebbe farsi fino a dieci anni dietro le sbarre. Navalny doveva arrivare all'aeroporto di Vnukovo su un volo low cost da Berlino, seguito da alcuni giornalisti che si erano imbarcati assieme a lui
Ma all'ultimo momento l'aereo è stato fatto invece scendere in un altro scalo, quello di Sheremetyevo. A Vnukovo era stato vietato a tutti, compresi i cronisti, l'accesso "per motivi sanitari". Ma centinaia di sostenitori avevano raggiunto l'aeroporto per accogliere Navalny. Alcuni collaboratori del suo fondo anticorruzione, compresa la sua vice Lyubov Sobol, sono stati fermati fuori del terminal. Altri sono stati costretti a scendere dal treno a San Pietroburgo mentre erano diretti verso la capitale. In volo Navalny ha confermato di aver sempre avuto intenzione di tornare. "Non sono andato all'estero per mia scelta, ma perché ero stato avvelenato. Sono arrivato in Germania in un contenitore sanitario sterile perché avevano tentato di uccidermi".
Fin dall'inizio l'esponente dell'opposizione ha accusato direttamente il Cremlino dell'attentato. Poi, con la collaborazione dell'organizzazione investigativa Bellingcat ha individuato gli agenti dell'Fsb (il successore del Kgb) che lo avevano seguito in Siberia e che si erano poi recati nell'ospedale dove l'avvocato era stato curato prima del trasferimento all'estero. Negli ultimi giorni Navalny aveva telefonato a uno degli agenti del commando, tale Konstantin Kudryavtsev, spacciandosi per un alto funzionario governativo. Nella conversazione registrata, l'uomo aveva raccontato di come lui e altri specialisti erano stati inviati in Siberia per far sparire le tracce del Novichok, soprattutto dalle mutande che erano state impregnate particolarmente "attorno all'area genitale".
La telefonata è stata definita falsa dal Cremlino che ha parlato di una provocazione dei servizi segreti internazionali. L'avvelenato è in carcere e sotto processo. "Si sono offesi perché mi sono rifiutato di morire", ha commentato sarcastico. Invece, incredibilmente, fino ad ora non è stata aperta alcuna indagine sull'attentato. Questo perché il Cremlino continua a ripetere che in Russia non è stata mai trovata traccia della potente sostanza chimica con la quale già tre anni fa un altro servizio segreto, il Gru, aveva provato a eliminare in Inghilterra una spia passata al nemico, Sergej Skripal.
Negli ultimi giorni però le autorità tedesche hanno consegnato agli inquirenti russi le analisi compiute su Navalny e copia di tutti gli interrogatori svoltisi fino ad ora, come richiesto insistentemente da Mosca. E a questo punto ci si aspetta che, almeno formalmente, un qualche cosa si muova su quello che tutto il mondo ritiene un fatto gravissimo. In quanto a Navalny, la situazione per il Cremlino non è affatto facile. In cella, e magari condannato a lunghe pene detentive, l'uomo diventerà un eroe per tutti gli oppositori di Putin. Inoltre è assai probabile che l'arresto inneschi nuove sanzioni economiche contro la Russia. E un peggioramento drastico delle relazioni con la nuova amministrazione americana che si insedierà a giorni. Fatti che darebbero un altro colpo alla già traballante economia del paese.
D'altra parte, dal punto di vista del capo del Cremlino, un Navalny libero in vista delle elezioni politiche di settembre sarebbe forse ancora peggio. Putin conta di nuovo su una affermazione della sua compagine politica, Russia Unita. Ma oramai, grazie al blogger, sono sempre di più quelli che nel paese lo chiamano "il partito dei ladri e dei truffatori". Ancora oggi Navalny è popolare solo in alcune fette della popolazione, soprattutto la borghesia urbana. Putin controlla ancora buona parte dell'elettorato, tanto che un recente sondaggio indipendente ha riscontrato come il 49 per cento della popolazione ritenga tutta la vicenda dell'avvelenamento un'invenzione dello stesso blogger o dei servizi dell'Ovest. Ma le cose, grazie anche a Internet, possono cambiare in Russia, come si è visto anche dall'attenzione con la quale vengono seguite in rete queste vicende. Basti pensare che la telefonata del finto dirigente pubblico all'agente dell'Fsb Kudryavtsev è stata vista su YouTube da 23 milioni di persone.
Joe Biden, per bocca del suo consigliere per la sicurezza nazionale, chiede la scarcerazione immediata di Navalny: "Deve essere immediatamente liberato - afferma Jake Sullivan - e i responsabili del vergognoso attacco alla sua vita devono essere perseguiti". Sullivan aggiunge che "gli attacchi del Cremlino a Navalny non sono solo una violazione dei diritti umani ma anche un affronto al popolo russo che vuole che la propria voce sia ascoltata". Proteste contro la Russia anche dai vertici Ue: "Le autorità russe devono rispettare i diritti di Aleksei Navalny e rilasciarlo immediatamente", twitta l'Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza Josep Borrel. "La politicizzazione del sistema giudiziario è inaccettabile".
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 18 gennaio 2021
La costruzione di un memoriale con 77 colonne di bronzo (tante quante le vittime) provoca la protesta degli abitanti del quartiere della capitale dove sta sorgendo l'opera: "Non vogliamo vivere con il ricordo di quell'incubo davanti alle nostre finestre". Il nazista Breivik, responsabile dell'eccidio, sconta la condanna a 21 anni in un trilocale con tutte le comodità in un carcere di massima sicurezza. Settantasette colonne di bronzo alte tre metri, come tante grandi lapidi tombali. Così, come un solenne cimitero, apparirà il memoriale della strage di Utoya, l'isola non lontano da Oslo dove il fanatico neonazista norvegese Anders Behring Breivik il 22 luglio 2011 massacrò a freddo, spietato con le sue armi di precisione, 69 ragazzi della gioventù laburista norvegese, dopo aver assassinato altre otto persone in centro con un attentato dinamitardo che distrusse il palazzo del governo. Il memoriale sorgerà a Utoyakaya, quel tratto di spiaggia sulla terraferma da dove parte il traghetto per l'isola.
Le autorità e i giovani laburisti sperano che sia pronto il 22 luglio di quest'anno, per loro è una degna celebrazione del decennale, in nome della Memoria. Ma molti abitanti del luogo non sono d'accordo, e si sono rivolti alla giustizia per bloccare il cantiere già al lavoro: non vogliono vivere con il ricordo dell'eccidio davanti alle loro finestre o alla porta di casa. Dieci anni dopo, mentre Breivik - condannato a 21 anni - consuma i suoi giorni da detenuto di lusso in un trilocale nel più sorvegliato carcere di massima sicurezza del regno, la sofferta polemica spacca la Norvegia.
"Io c'ero, ricordo ancora quelle ore terribili", narra alla Agence France Presse un abitante del posto, Terje Lien, oggi pensionato 75enne. "Udii spari e raffiche. Mio figlio mi chiamò, vedeva decine di giovani, alcuni feriti, che tentavano di scampare alla strage nuotando su quel corto tratto di mare di seicento metri da Utoya e la terra ferma. Prendemmo subito la nostra barca, altra gente di qui fece lo stesso. Riuscimmo alla fine a salvare e portare a riva 28 giovani, mentre il massacro continuava, e udivamo raffiche e urla. Poi alla fine, tardi, arrivarono gli agenti speciali. Non conoscevano bene il luogo, li accompagnammo, e davanti ai nostri occhi vedemmo quelle decine di giovani uccisi, vite spezzate dal nazista, e altre decine giacere a terra feriti in pozze di sangue".
Terje Lien fu ricompensato con una medaglia, il popolare sovrano, re Harald, gliela consegnò di persona e gli strinse a lungo la mano. "Ma cosa volete che importi, non vogliamo vivere ogni giorno nel trauma davanti il ricordo di quell'incubo, che il memoriale riaccenderebbe".
La denuncia di gruppo degli abitanti del posto contro governo e gioventù laburista per bloccare la costruzione del memoriale divide il Paese. I familiari delle vittime non cedono, vogliono il monumento a ogni costo. "È giusto che sorga là a Utoyakaya, il luogo dove tutto avvenne", afferma Lisbeth Kristine Royneland, rappresentante dell´associazione dei genitori e parenti dei giovani assassinati. "Là i nostri ragazzi si imbarcarono sul traghetto per Utoya, per il loro ultimo viaggio, là furono guidate le operazioni di soccorso".
Molti psicologi, citati dall'avvocato Pal Martin Sand, legale dei giovani laburisti nella causa in corso contro gli abitanti del litorale, esigono che sia stabilita e rispettata una gerarchia del dolore: che quindi il memoriale sia costruito, dando la priorità alla sofferenza di chi è stato più colpito dalla strage, cioè i familiari delle vittime e i sopravvissuti, rispetto al dolore e al trauma indiretto dei locali.
Anne-Gry Ruud, un´altra abitante del posto, non è d´accordo. "Ricordo ancora gli spari, il rumore degli elicotteri, poi quei giovani in fuga feriti o morti in acqua, sparsi come caramelle multicolori; e adesso dovrei vivere con l'orrore sempre rammentato dal memoriale? Cosa significherebbe per noi qui, e rispetto a turisti e visitatori?". Una precedente proposta di edificare là un memoriale era stata bocciata nel 2017. Un monumento, una lastra metallica circolare con i nomi delle vittime, sorge già sull'isola. Qualche anno fa ignoti vandali simpatizzanti di Breivik la imbrattarono spruzzandoci sopra una svastica con la vernice spray nera.
di Giovanni Porzio
La Repubblica, 18 gennaio 2021
Stragi nei villaggi. Scuole chiuse. Un milione di disperati in fuga. Siamo stati nel cuore dell'avanzata jihadista in Africa. Che ormai sembra davvero inarrestabile. Reportage. In fuga dai villaggi in fiamme, dai cadaveri carbonizzati, dai proiettili di assassini senza volto. Arrivano sfiniti dopo giorni di cammino sui sentieri della savana, donne con i figli al collo, vecchi che trasportano quel che resta di una vita: una pentola, un catino di plastica, una coperta. "Sono piombati su Zimbeoga alle 8 del mattino" racconta Fatimata Soudri, madre di tre bambini. "Una quarantina di uomini armati di mitra e di machete, in sella alle moto, la faccia nascosta dal turbante. Sparavano senza motivo, gridavano Allahu akbar! ma hanno attaccato la moschea e ucciso l'imam. Hanno incendiato le capanne e il raccolto di miglio, hanno rubato il bestiame. Non abbiamo più niente e nessun posto dove andare".
Sono più di un milione gli sfollati del Burkina Faso. Gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda e allo Stato islamico, milizie etniche e bande criminali dedite al traffico di armi, droga e migranti massacrano e terrorizzano la popolazione civile. Dal gennaio 2016, quando un commando di Al Qaeda nel Maghreb islamico uccise trenta persone all'hotel Splendid e al ristorante Cappuccino nel centro della capitale Ouagadougou, gli attacchi si sono moltiplicati: più di mille nel 2020 con oltre duemila vittime. Migliaia di scuole hanno dovuto chiudere lasciando a casa centinaia di migliaia di studenti.
L'esercito, male equipaggiato e accusato di efferate violazioni dei diritti umani, sta perdendo il controllo di ampie zone del territorio: nelle votazioni dello scorso 22 novembre, che hanno riconfermato alla presidenza Roch Kaboré, quasi mezzo milione di elettori non ha potuto registrarsi.
In queste terre di nessuno i fondamentalisti islamici guadagnano consensi con i metodi già sperimentati dai taliban in Afghanistan e dall'Isis in Siria: terrore e persuasione. Applicano rigidamente la sharia, condannano a morte o a dure pene corporali chi fuma, beve alcolici, ascolta musica, si prostituisce; ma garantiscono la sicurezza e i servizi sociali che lo Stato non è in grado di fornire: scuole coraniche, medicine e un salario mensile ai giovani che imbracciano il Kalashnikov.
L'ex Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso, la "Terra degli uomini integri", dal leader rivoluzionario Thomas Sankara assassinato nel 1987, è oggi il principale teatro operativo dei gruppi jihadisti più attivi nella fascia sub-sahariana: lo Stato Islamico nel Grande Sahara dell'emiro Abu Walid al-Sahrawi e i qaedisti riuniti nel Gruppo di sostegno all'Islam e ai Musulmani guidato dal capo tuareg Iyad Ag Ghali, che puntano ad aprire un corridoio per espandersi verso i Paesi della costa atlantica. Da una saldatura con i nigeriani di Boko Haram e dello Stato islamico in Africa occidentale rischierebbe di prendere corpo un nuovo Califfato integralista con ramificazioni dal Mediterraneo al Golfo di Guinea.
Il conflitto nel Sahel, da tempo latente, esplose dopo la caduta del regime di Gheddafi, quando nell'autunno 2011 centinaia di combattenti tuareg arruolati nella Legione araba del Colonnello libico si riversarono nel Nord del Mali in convogli carichi di mitragliatrici, esplosivi, lanciagranate: fecero causa comune con i jihadisti algerini e in poche settimane conquistarono Gao e Timbuctu, liberate solo in seguito al massiccio intervento militare della Francia. L'Occidente, allarmato dalla crescente instabilità in un'area ricca di uranio, oro e idrocarburi, ha dispiegato nei Paesi del Sahel un nutrito contingente multinazionale: cinquemila francesi inquadrati nell'operazione Barkhane, centinaia di forze speciali europee (operazione Takuba) e americane, sedicimila caschi blu africani, oltre a droni, sistemi di sorveglianza satellitare, addestratori, aerei e mezzi blindati. Ma la soluzione militare, come in Afghanistan e in Iraq, si è rivelata una chimera. I focolai insurrezionali, gli eccidi, le imboscate, gli attentati e i rapimenti sono in aumento in tutta la regione.
La fragilità delle istituzioni, la povertà, la disoccupazione giovanile, le ingiustizie sociali, la corruzione, la carenza d'infrastrutture e la porosità dei confini offrono agli adepti della guerra santa le condizioni ideali per espandersi. E in Burkina Faso la crisi è esacerbata da potenti fattori endogeni: la recrudescenza dei conflitti agropastorali, amplificata dal cambiamento climatico e dalla contrazione delle terre arabili; la proliferazione delle milizie etniche; l'insorgenza di movimenti integralisti autoctoni; l'assenza dello Stato nelle aree più remote.
A bordo di una Toyota blindata dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati posso spingermi a nord fino ai limiti della zone rouge, il triangolo della morte dove s'incrociano le frontiere di Mali, Niger e Burkina. A Barsalogho, polveroso agglomerato di casupole di fango spazzate dall'harmattan, il vento del deserto, gli sfollati sono sessantamila: ma i Peul, allevatori di bestiame, vivono segregati dagli altri profughi, agricoltori Mossi, l'etnia maggioritaria.
"I jihadisti hanno attaccato il mio villaggio, 15 chilometri da qui, e hanno trucidato tre dei miei figli" racconta Bamogo Tibsiguia, 64 anni. "Parlavano il foulfouldé, la lingua dei pastori". I Peul vivono nel terrore: "Solo noi donne usciamo dal campo per raccogliere legna e toéga, le foglie di baobab per la minestra" dice Saudata Diallo. "Alcune ragazze sono state aggredite e stuprate. Molti Peul sono scomparsi, uccisi dai soldati e dai koglweogo".
La scorsa estate, nei pressi della città di Djibo, sono state identificate due fosse comuni con i corpi di 180 "terroristi. I koglweogo, "guardiani della boscaglia " in mooré, l'idioma dei Mossi, sono le temibili milizie di autodifesa, legalizzate nel gennaio 2020: cinquantamila uomini armati di fucili da caccia e di coltelli che dovrebbero garantire la sicurezza nelle zone rurali dove militari e poliziotti non sono presenti. Ma sono implicati, assieme ai reparti speciali dell'esercito, in numerosi episodi di giustizia sommaria, rappresaglie e massacri della minoranza Peul, che cerca di conseguenza la protezione, e la vendetta, dei miliziani islamisti.
Oltre la cittadina di Dori non è possibile andare. Le strade sono minate. L'intera provincia fino ai confini maliani e nigerini è controllata dai gruppi jihadisti. Il campo profughi dell'Acnur, evacuato dopo avere subito quattro attacchi, si sta lentamente ripopolando, ma la situazione resta precaria. "Le zone sicure si stanno riducendo" spiegano i responsabili del campo. "Non siamo più in grado di distribuire aiuti nei villaggi. Ogni giorno arrivano donne disperate e bambini traumatizzati: hanno visto mariti e padri uccisi davanti ai loro occhi". In ottobre un convoglio che trasportava sfollati è caduto in un'imboscata: 25 uomini sono stati trucidati.
Nel mirino dei commando jihadisti sono finiti anche i cristiani, il 2 per cento dei venti milioni di burkinabè: ottanta vittime in due anni, soprattutto nelle diocesi di Dori, Kaya e Ouahigouya. "Se nessuno interviene, i cristiani sono destinati a scomparire" afferma il vescovo di Dori Laurent Dabiré, che ha dovuto chiudere tre delle sei parrocchie della diocesi e ospita i fedeli sfollati nell'edificio della cattedrale. "Il governo accusa i terroristi stranieri, ma non è così: gli aggressori sono giovani di questo Paese".
La regione a nord e a ovest di Dori è la culla del movimento jihadista burkinabè. Nel 2009 un imam radicale di Djibo, Ibrahim Malam Dicko, cominciò a predicare denunciando la corruzione dilagante, i soprusi dell'esercito e la marginalizzazione dei Peul. Nel 2013 fu arrestato in Mali dai militari francesi e scontò due anni di carcere a Bamako. Tornato in Burkina, fondò Ansarul Islam, i "Difensori dell'Islam", e diede inizio all'insurrezione armata con assalti a caserme e stazioni della polizia. Dopo la sua morte, nel maggio 2017, è stato rimpiazzato dal fratello Jafar, che ha rafforzato i legami con i qaedisti di Iyad Ag Ghali.
Inizialmente circoscritti alle regioni settentrionali, gli attacchi si sono propagati e intensificati in tutte le zone frontaliere del Paese, con sempre più frequenti incursioni anche al sud e in prossimità della capitale. A Nouna, 90 chilometri dal confine maliano, cinque ore di auto a ovest di Ouagadougou, l'ong italiana Intersos assiste centinaia di sfollati accampati in tende di fortuna e nei ruderi di fatiscenti edifici: costruisce latrine dove mancano le fognature, allestisce spazi educativi dove mancano le scuole, distribuisce kit igienici e soldi per le medicine. È una provincia florida, irrigata dal fiume Mouhoun: mais, cotone, manghi, pecore e vacche. Ma le condizioni dei profughi sono miserande: ragazzini malnutriti costretti a mendicare, bambini che vomitano per la malaria, famiglie con quattro mogli e venti figli ammassate in ricoveri di plastica e lamiera, donne che cucinano radici ed erbe su fuochi di sterpi.
Moussa, 32 anni, parla a bassa voce. È un cacciatore Dozo, fiero di appartenere alla milizia popolare: "Siamo abituati a combattere. Gli amuleti ci proteggono dalle pallottole e ci rendono invisibili. Eravamo una cinquantina a difendere Kombori con i fucili calibro 12. Loro erano più di trecento, armati di kalashnikov, mitragliatrici e mortai. Abbiamo resistito un'ora, abbastanza per lasciar fuggire i quattromila abitanti del villaggio".
Mahmoudou Gana era consigliere al municipio di Kombori: "Hanno bruciato tutto, saccheggiato l'ospedale, distrutto le case. Ora controllano tutta l'area: almeno nove dei 17 villaggi della municipalità. Una parte della popolazione collabora con i jihadisti, per soldi, per paura, per ignoranza o perché è stata indottrinata. Amadou Koufa, il leader del Fronte di Macina, è molto influente in questa zona: ha ovunque infiltrati e informatori, la gente lo teme e lo rispetta".
Tolofudie Bourema è un miracolato. La sera del 3 settembre era nella sua casa in attesa di uscire per andare alla moschea. "All'improvviso" racconta "cinque uomini armati con in mano delle torce sono entrati e mi hanno sparato gridando Allahu akbar! Mi hanno ferito ma sono ancora vivo. Qualcuno mi aveva venduto ai terroristi perché ero uno dei notabili del villaggio".
Per sopravvivere, molti sfollati, bambini e adolescenti, vanno alla ricerca dell'oro, scavando giorno e notte profondi tunnel nel terreno argilloso: poche pagliuzze estratte a fatica dalle pietre macinate e dilavate, addensate dal mercurio in minuscole pepite, possono valere un pasto per tutta la famiglia. Le miniere informali sono dappertutto, lungo le strade, nei campi profughi, nella boscaglia. Ma anche su queste i gruppi armati hanno allungato i tentacoli, convertendole in una lucrosa fonte di finanziamento. I jihadisti acquartierati nelle foreste del parco nazionale W, a cavallo del Niger e del Benin, si sono impadroniti delle zone aurifere del sudest. "Sono riusciti a convincere la gente che stare con loro conviene" spiega l'analista Mahmadou Sawadogo. "Hanno cacciato i ranger dai parchi e dalle riserve protette, aprendole ai cercatori d'oro, ai bracconieri, ai trafficanti di droga, di carburante, di armi e di legname".
In Burkina Faso, Mali e Niger le miniere informali producono circa cinquanta tonnellate di oro all'anno, contrabbandato soprattutto in Togo, principale snodo verso il mercato degli Emirati Arabi Uniti: un business da due miliardi di dollari, in gran parte gestito dai gruppi jihadisti, che non hanno risparmiato sanguinosi attacchi alle installazioni e al personale delle multinazionali minerarie nel Sahel. Nel Burkina le concessioni accordate a società straniere, come la canadese Semafo e la Nordgold del magnate russo dell'acciaio Alexey Mordashov, non si traducono in vantaggi concreti per la popolazione rurale. Alimentano piuttosto il fuoco della propaganda integralista: dai pulpiti delle moschee e di internet gli imam maledicono il neocolonialismo che depreda le risorse nazionali. "I militari francesi bombardano dal cielo e se ne vanno" dice sconsolato Mahmadou Sawadogo. "Non hanno la minima idea di quello che sta succedendo in questo Paese".
di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Lorenza Pleuteri e Fabio Tonacci
La Repubblica, 17 gennaio 2021
La storia taciuta delle violenze del marzo 2020 nelle carceri italiane alla vigilia e nei primi giorni del lockdown. Quando i detenuti di 21 penitenziari misero in atto proteste, saccheggi ed evasioni. Con il bilancio di tredici morti. Dimenticati.
Domenica 8 marzo 2020, il cielo di Modena promette pioggia. L'Italia si risveglia da una notte difficile. Che non dimenticherà. Circolano le bozze del drammatico decreto con cui il presidente del Consiglio si prepara a chiudere a tempo indeterminato il Paese per proteggerlo dalla prima ondata della pandemia Covid che ha cominciato a fare strage negli ospedali e nelle residenze per anziani. Tocca per prima alla Lombardia diventare zona rossa. Il resto dell'Italia la seguirà ad horas.
Alle 13.15, nella Casa circondariale "Sant'Anna", il grande carcere modenese, scoppia una rivolta. E così cominciano le sessanta ore più difficili della storia penitenziaria italiana. Vengono divelti i cancelli, branditi gli estintori, smontati i letti per farne mazze di ferro, un centinaio di detenuti assale i poliziotti della penitenziaria distruggendo tutto quello che capita a tiro. Telecamere di sorveglianza comprese. Modena, però, non è né un fuoco isolato, né un fuoco di paglia. È la scintilla che innesca una polveriera. La rivolta che travolge il "Sant'Anna" ha avuto infatti un prologo il giorno prima, nel carcere di Salerno. Un'esplosione di violenza sedata la sera stessa del 7 marzo, con il ritorno all'ordine. E che ora, a Modena, riprende vigore. Diventa incontenibile. Si prende le galere di tutta Italia. Dalla Puglia alla Lombardia, da San Vittore a Rebibbia.
Alla fine, le carceri coinvolte saranno 21. Scontri, incendi, violenze, devastazioni, furti, evasioni di massa. Per un bilancio che conta 107 agenti feriti, 69 detenuti ricoverati in ospedale. E, soprattutto, tredici detenuti, tredici uomini che si trovavano nella custodia dello Stato, morti. Tre i deceduti a Rieti, uno a Bologna, cinque a Modena, altri quattro, trasferiti da Modena, e deceduti ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli. Si chiamavano Marco Boattini (40 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni), Hafedh Chouchane (37 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Slim Agrebi (40 anni), Ali Bakili (52 anni), Lofti Ben Mesmia (40 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Artur Iuzu (42 anni), Ghazi Hadidi (36 anni), Salvatore Cuono Piscitelli (40 anni). È una strage che si consuma all'interno e a ridosso delle mura di cinta delle carceri. Una rivolta collettiva che, nei numeri, fa impallidire anche quella rimasta nella storia e nell'immaginario del circuito penitenziario italiano. Quella che, 40 anni prima, il 28 dicembre 1980, ha messo a ferro e fuoco il carcere speciale di Trani.
Eppure, in quei giorni di fine inverno, in una sorta di nemesi simbolica, schiacciata come è dall'enormità dell'inedita esperienza collettiva della segregazione sanitaria, quella storia di carcerati che arriva dalle galere - quelle vere - si perde nelle cronache delle edizioni cartacee dei quotidiani, annega nei siti web, scivola in coda ai notiziari radiofonici. Quelle tredici morti vengono liquidate con la superficialità che si riserva a vicende che si ritiene non meritino domande, a maggior ragione se incrociano un'umanità di serie B quale viene considerata quella dei detenuti, e per le quali, dunque, la prima e più innocua delle spiegazioni è quella destinata a fare fede. "Erano tossicodipendenti in astinenza", si dice. "Hanno assaltato le infermerie delle carceri e sono morti per overdose di farmaci".
Per giorni, dei morti non si conoscono neanche i nomi. "Ciò che più mi sconvolge - osserva oggi Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti - è che questa strage, in tempi di Covid, sia stata considerata come un effetto collaterale.
I protagonisti
Tuttavia, in questi dieci mesi, qualcosa si è mosso. Qualcuno delle domande ha cominciato a farle. Diverse procure hanno aperto indagini e stanno ancora investigando. Francesco Basentini, l'allora capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), si è dimesso, e al suo posto il ministro Alfonso Bonafede ha scelto il magistrato antimafia Bernardo Papalia. Si sono mobilitate le associazioni e gli attivisti che hanno a cuore il presente, e dunque il futuro, di chi è costretto in prigione. Quei 13 detenuti sono davvero morti tutti per overdose? A nessuno di loro poteva essere risparmiato quel destino? E se qualcuno ha sbagliato, chi? Chi ha taciuto e continua a tacere una parte di verità? Abbiamo deciso anche noi di riavvolgere il nastro tornando a quei giorni di marzo. Abbiamo fatto domande, raccolto testimonianze inedite, documenti ufficiali, tra cui i rapporti dei direttori degli istituti penitenziari inviati al Dap e alcuni atti d'indagine. Ne emergono una ricostruzione inedita, molte omissioni, e la cattiva coscienza di chi, da quasi un anno, continua a volgere altrove lo sguardo.
L'incipit
7 marzo 2020, ore 14.40, Casa circondariale "Antonio Caputo", Salerno. La voce si era sparsa in un baleno. Rapida e incontrollata. Come sempre accade all'interno di un universo chiuso da mura di cinta quando la voce, la "notizia", è potenzialmente capace di stravolgere la routine che scandisce il tempo e la vita dei reclusi. Il colloquio con i familiari, le visite, i permessi di uscita, i diritti. La faccenda, del resto, è enorme: pare che il governo stia per varare un decreto epocale, il cui impatto sulla vita degli italiani non ha precedenti dal dopoguerra ad oggi. E riguarderà anche le carceri. Forse. Dicono che per contenere il contagio da Covid-19 già fuori controllo, saranno eliminati i colloqui settimanali. Rita Romano, la direttrice del carcere di Salerno, una capienza ampiamente superata di 88 detenuti, ha convocato il comandante della polizia penitenziaria e il dirigente sanitario. I detenuti sono nervosi, vanno tranquillizzati. E anche con una qualche urgenza. Gli va spiegato che le misure restrittive sono dettate dalla straordinarietà della situazione. Che la stretta non riguarda la sola Salerno ma tutti gli istituti penitenziari del Paese. E che quella stretta, auspicabilmente, sarà temporanea.
Per questo, Romano ha deciso di procedere a una visita all'interno della struttura. Inizieranno dalla Prima sezione (la media sicurezza) al primo piano B. Sono le 14.40 di sabato 7 marzo. Lei e i collaboratori hanno appena cominciato a parlare con i detenuti della sezione, quando dal secondo piano arriva improvviso un boato, provocato dallo sbattere incessante e violento delle brande metalliche contro le porte blindate delle celle e i cancelli di sbarramento. È il segnale. Romano e il personale che la accompagna trovano di corsa riparo al piano superiore, nella zona dell'edificio che chiamano "la Rotonda".
Lo spettacolo che si anima di fronte ai loro sguardi li atterrisce. Eccitati da urla belluine, uomini con il volto coperto da maglie e da scaldacollo, si sono armati con pezzi di ferro acuminati ricavati dalle brande e dalle gambe dei tavolini. Sciamano liberi fuori e dentro i settori di reclusione. Gli insorti hanno preso il controllo del piano dopo essersi impossessati delle chiavi che aprono i cancelli delle semisezioni A e B, rubandole a due poliziotti che adesso tengono in ostaggio. Hanno fracassato le telecamere di sorveglianza. Qualcuno ha divelto i cardini di un idrante antincendio e sta sparando acqua a due atmosfere di pressione su altri detenuti. A guidare la rivolta sono cinque italiani. "La colpa di tutto questo è dell'amministrazione penitenziaria!", gridano alla direttrice. "I colloqui non si devono interrompere!".
La polveriera
8 marzo 2020, ore 13.15, Casa circondariale "Sant'Anna", Modena. La scintilla si accende in cortile dopo pranzo. E dopo che i telegiornali hanno spiegato all'Italia cosa la aspetta. Mentre gli ospiti in cerca di aria cominciano a uscire dal Nuovo padiglione, alcuni detenuti si arrampicano sui muraglioni e raggiungono il camminamento della ronda della vigilanza. È il segnale che altri attendono. Il tunnel di collegamento tra il reparto e l'edificio principale della casa circondariale, che sulla carta conta 366 posti, viene preso d'assalto. Scoppiano disordini nella Terza sezione, i vetri vengono frantumati a calci e bastonate, i ribelli afferrano gli estintori e li azionano contro i poliziotti, che arretrano fino alla piazza davanti alla portineria. Dove rischiano di essere accerchiati. Alle loro spalle, infatti, sta avanzando un gruppo che ha appena scavalcato i divisori dei cortili dei passeggi. Il comandante della penitenziaria allerta la centrale operativa e tutto il personale presente in caserma. Agenti e graduati fuori servizio vedono apparire con sgomento messaggi drammatici nelle chat WhatsApp di lavoro. Il comandante si precipita nei locali dell'armeria centrale, ne apre gli armadi con le sue chiavi, afferra fucili e pistole che distribuisce ai suoi uomini e alle sue donne. È in atto un tentativo di evasione, il carcere è preso d'assedio dal suo interno.
In tre - l'italiano Vincenzo Esposito Maiello, il tunisino Yassine Moutate e lo slavo Axel Mesarevic - guidano la rivolta, cui partecipano attivamente 98 carcerati. Il piano prevede di scavalcare il muro di cinta, ma servono armi per respingere le guardie. Il detenuto cui è affidata la custodia degli attrezzi per la manutenzione ordinaria del fabbricato ha aperto la porta ai rivoltosi, che hanno saccheggiato il deposito. Ora brandiscono martelli, mazze, cacciaviti, picconi, sassi, scalpelli, una mola elettrica. Hanno preso anche le scale di metallo per raggiungere la cima della recinzione esterna, ma alcuni colpi esplosi in aria li fanno desistere. Si spostano dunque tutti verso la porta carraia e la portineria. Pestando con i chiusini in ghisa riescono a superare la prima barriera, distruggendo i vetri delle porte di accesso pedonale. Tra la massa dei rivoltosi e la libertà c'è solo un ultimo diaframma: la porta carraia esterna. Che la Penitenziaria ha fortificato come l'ultima trincea, disponendo una barriera di macchine e mezzi blindati per contenere l'impatto. La visuale è offuscata dalla polvere degli estintori. A fatica, gli agenti respingono anche questo secondo assalto. Al terzo, però, capitolano.
Un manipolo di uomini che si è staccato dal grosso dei rivoltosi, ha raggiunto l'infermeria. Con loro c'è Lofti Ben Mesmia, il primo a entrare e a dare il via al saccheggio. Dopo aver distrutto le porte degli ambulatori, il passo per arrivare al deposito delle medicine è stato breve. Due infermiere che stanno preparando le dosi da distribuire ai pazienti per la terapia quotidiana fuggono nel terrore. Come in preda all'astinenza più spaventosa, i carcerati afferrano i grossi sacchi neri usati per la spazzatura, li riempiono di tutto il metadone e gli psicofarmaci che riescono a trovare e li trascinano fuori. È il vero bottino di questa giornata di rabbia e violenza. Qualcuno comincia a ingerire pastiglie mentre è ancora nell'infermeria, altri escono con mani e tasche piene di confezioni e flaconi di metadone condensato. Litigano e si spingono per la spartizione della roba. Sul terreno del campo sportivo interno si forma un bivacco, dove ci si droga e ci si imbottisce di psicofarmaci. La rabbia si diluisce nel metadone.
Relazione di servizio
20 maggio 2020. Relazione al provveditorato regionale di Bologna della direttrice del carcere di Modena, Maria Martone, sui fatti dell'8 marzo.
Vincenzo Esposito Maiello, nato il 24-8-1974 a Casalnuovo di Napoli
"Danneggia il box degli agenti nella Prima sezione del Vecchio padiglione, distrugge l'arredo della sezione stessa, poi per evadere dall'istituto insieme ad altri dotati di armi improprie (estintori, mazze di ferro, cacciavite, martelli, gambi di legno, liquidi infiammabili) danneggia la porta carraia interna e tenta di forzare la porta carraia esterna. Minaccia di morte e aggredisce il personale che lo respingeva. Successivamente appicca il fuoco a una cella e ai cassoni dell'immondizia. Lancia oggetti contundenti contro il personale e appicca il fuoco a un materasso nell'atrio prossimo alla portineria interna. Offende e minaccia di morte il personale della polizia penitenziaria. Assume farmaci sottratti all'area sanitaria".
Erial Ahmadi, nato l'1-1-1983 a Casablanca (Marocco)
"Insieme ad altri soggetti danneggia la Settima sezione del Nuovo padiglione. Sottrae un quantitativo di beni e si introduce nel magazzino farmaci dell'area sanitaria, sottrae un cellulare dall'ufficio matricole". Deceduto.
Slim Agrebi, nato il 21-5-1979 a Sfax (Tunisia)
"Danneggia il box degli agenti della Terza sezione. Malgrado gli inviti a desistere, minaccia gravi lesioni al personale. In possesso di armi improprie (estintori, bastoni, caditoie), approfittando del lancio di oggetti contundenti verso il personale, danneggia la porta carraia interna, si introduce all'interno incitando gli altri a un tentativo di evasione. Nella sua camera vengono rinvenuti beni e farmaci sottratti dall'ufficio della sorveglianza generale e all'area sanitaria. Dopo aver assunto imprecisati quantitativi di metadone con altri detenuti della sezione, perde conoscenza. Alcuni dei presenti tentano di rianimarlo, prima di portarlo al piano terra e consegnarlo al personale della polizia penitenziaria". Deceduto.
Lofti Ben Mesmia, nato il 17-10-1979 in Tunisia
"Saccheggia la farmacia riportando in sezione un consistente quantitativo di medicinali, insieme ad altri detenuti alcuni dei quali travisati". Deceduto.
Hafedh Chouchane, nato il 9-1-1984 a Mahdia (Tunisia)
"Unitamente ad altri detenuti, dotati di cacciaviti e martelli, con l'intento di procurare lesioni al personale della penitenziaria che ne impediva l'evasione dal muro di cinta, in prossimità della garitta 4 lancia oggetti. In possesso di un flacone di metadone, partecipa a un'estesa e violenta rissa tra soggetti di origine tunisina e soggetti di altre nazionalità originata dall'ottenimento di farmaci. Dopo aver assunto quantitativi di metadone perde conoscenza. Altri detenuti tentano di rianimarlo prima di portarlo al piano terra e consegnarlo al personale di polizia penitenziaria". Deceduto.
Sasà
Ascoli, 10 marzo 2020. In morte di Salvatore Piscitelli, detto Sasà. Del carcere di Modena è rimasto poco. Diciamo pure quasi niente. Si contano i cadaveri. Cinque ragazzi non ce l'hanno fatta. Nei verbali di autopsia, la causa di morte è così riassunta: "Decesso riconducibile a edema polmonare acuto produttivo di insufficienza respiratoria acuta irreversibile".
A provocarla, overdose di metadone e ingestione di psicofarmaci. "Benzodiazepine, alprazolam, diazepam e pregabalin, lorazepam, ddp, pregabalin, lprazolam, nordezepam", annoteranno i medici legali dopo le analisi di laboratorio. Per nessuno si evidenziano, invece, tracce di intossicazione da fumo: eppure le celle bruciavano e loro non sono riusciti a scappare.
La rivolta ha reso il carcere "Inagibile", certificano da Modena al Dipartimento centrale. "Possiamo ospitare pochissime persone". Da Roma arriva l'ordine immediato di trasferire tutti, con poche eccezioni. In 471 partono per Porto Azzurro, Cagliari, Sassari, Cuneo, Trento, Vercelli, Belluno, Perugia, Rovigo, Sanremo, Genova, Ascoli, Terni, Parma, Reggio Emilia, Bollate. Tra loro c'era un uomo di 40 anni che sembrava un ragazzo. Si chiamava Salvatore Piscitelli. Per chi gli voleva bene, semplicemente Sasà. Di Sasà è infatti necessario parlare al passato. Perché non c'è più. Ha lasciato Modena da vivo, destinazione Ascoli. E dalla città marchigiana non è più tornato. A distanza di quasi un anno, non è ancora chiaro dove Sasà sia deceduto: in ospedale, dice la direttrice del carcere di Ascoli. In cella, giurano i suoi amici. In realtà sulla morte di Sasà tutto è ancora poco chiaro. Ecco perché la sua storia è forse il paradigma perfetto dei segreti che la sommossa ancora nasconde.
Salvatore Cuono Piscitelli era nato ad Acerra il 10 gennaio del 1980. Orfano dei genitori (a soli due mesi del padre, a undici anche della madre), viene cresciuto dalla nonna. È il più piccolo di quattro fratelli, un maschio e due sorelle che ora vivono lontani: una in Svizzera, l'altra a Saronno. L'incontro con la droga è precocissimo. E, da ragazzo, quale è, infila strade inevitabilmente e invariabilmente storte. Il suo certificato penale è l'autoscatto di un tossico. In prigione a Modena era entrato per il furto e l'uso di una carta di credito rubata. Sarebbe uscito il 17 agosto. Ma non è escluso che prima o poi ci sarebbe ritornato. Non era la prima volta, infatti che finiva dietro le sbarre. Era stato anche nel carcere di Bollate, a Milano. Dove però aveva scoperto qualcosa. Qualcosa di particolare, che aveva giurato di non voler lasciare mai più: il teatro. Sasà era un attore.
Era stata la galera a farlo salire per la prima volta su un palcoscenico. Ma aveva continuato a farlo anche da uomo libero, nella comunità Cascina Verde di Azzate, provincia di Varese. E nella casa Don Guanella di Barza d'Ispra, a pochi chilometri di distanza. Da qui Sergio Besi, uno dei dirigenti, racconta: "Sasà è arrivato da Bollate in affidamento in prova per motivi terapeutici a novembre 2017, caldeggiato da tutte le educatrici delle quali era la mascotte, nel senso buono. Era benvoluto da tutti. Si era inserito molto bene a livello lavorativo, era un ottimo lavapiatti. E le cose erano andate bene anche a livello di socializzazione, nonostante tutte le sue fragilità. Era un ragazzo che aveva le sue debolezze. Ma nello stesso tempo c'era bisogno di qualcuno che lo gestisse. Era un ragazzo di buon cuore ma molto fragile con alle spalle una vita e una famiglia estremamente sfortunata, di indole tutt'altro che criminale, un ragazzo che a mio modo di vedere avrebbe però trovato la sua dimensione sempre e solo in ambienti 'protetti'. Con regole precise e staff qualificati: penso a psicologi, assistenti sociali. Ma penso anche alla protezione 'materna'". Besi ha ragione. Fuori dalla comunità Salvatore Piscitelli era di nuovo inciampato. E così era tornato in prigione, a Modena appunto. I report interni lo descrivono come un detenuto senza particolari problemi. Fino al giorno della rivolta.
L'ultimo viaggio
Il carcere di Modena è in fiamme. E Salvatore riesce a recuperare del metadone. Ne abusa. La situazione nella quale si trova non viene però notata da nessuno. Né dagli agenti, né dal personale sanitario. I documenti che Repubblica ha potuto consultare riportano infatti che Piscitelli, sedata la rivolta, viene fatto salire con altre persone su una camionetta. La direzione che il furgone della Penitenziaria prende è quella dell'istituto di pena di Ascoli. Da Modena giurano che al momento di lasciare il "Sant'Anna" Sasà sia in buone condizioni. O per lo meno non manifesti alcun problema che possa sconsigliare il lungo viaggio verso le Marche. "Sono tutti stati visitati da un medico", diranno poi al Dap e al ministero della Giustizia. Ma è una bugia. O, almeno, questo indicano una serie di circostanze. Innanzitutto i numeri, che non tornano. Quanti sono i medici che hanno visitato i 471 detenuti? In quanto tempo l'hanno fatto? Cosa hanno potuto constatare? Ma ci sono poi le testimonianze raccolte fino a questo momento da un paio di giornalisti e dalla Procura. Assertive nel sostenere che quando parte da Modena Sasà è già in pessimo stato. E probabilmente ha bisogno di essere curato.
"Stava malissimo - scrive un detenuto nel suo italiano sgrammaticato in una lettera - ed è stato anche picchiato sull'autobus. Quando siamo arrivati ad Ascoli, non riusciva a camminare". "Quando ci hanno scaricato - aggiunge un secondo detenuto, anche lui in una lettera in cui dice di temere ritorsioni per aver parlato - lo hanno trascinato fino alla cella. Lo hanno buttato dentro come un sacco di patate... Hanno picchiato di brutto. A Modena era troppo debole. Non è riuscito a resistere a quelle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa. Medicinali. Lui è morto a Ascoli Piceno". Le testimonianze sono finite in uno dei tre fascicoli giudiziari aperti dalla procura di Modena. Un altro deriva da un lungo esposto presentato da cinque compagni di carcere di Salvatore, una denuncia consegnata alla procura generale di Ancona nel novembre scorso e trasmessa ai pm della cittadina emiliana. L'ipotesi di reato è omicidio colposo, al momento contro ignoti. Ma l'indagine potrebbe tornare di nuovo ad Ascoli, per una questione di competenza.
"Ci hanno pestato a sangue"
Raccontano i cinque compagni di detenzione di Sasà nelle loro quattro pagine di esposto: "Salvatore è arrivato ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmaci. Era stato brutalmente picchiato a Modena e durante il trasferimento. Non riusciva nemmeno a camminare e doveva essere sostenuto da altri detenuti". Nessuno all'arrivo lo avrebbe visitato. Lui come gli altri circa 50 ragazzi trasferiti da Modena che, stando alla denuncia, sul corpo portavano i segni delle violenze: "Hanno picchiato con il manganello in faccia persone in palese stato di alterazione dovuta all'abuso di farmaci. Noi stessi siamo stati picchiati selvaggiamente dopo esserci consegnati agli agenti. Ci hanno ammanettato e tolto le scarpe, non abbiamo opposto resistenza. Ci hanno minacciato, sputato, insultato e preso a manganellate, un vero pestaggio di massa".
Caricati sui mezzi della penitenziaria per essere trasferiti, raccontano di essere stati di nuovo picchiati durante il viaggio verso Ascoli Piceno. All'arrivo, poi, ancora botte. E botte ancora la mattina seguente, quando "molti vengono presi a calci, pugni e manganellate all'interno delle celle". All'opera - scrivono i cinque - "c'è un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria".
"Mio fratello è al freddo e si sta ammalando. Subisce ritorsioni per aver denunciato le violenze" dice la sorella di uno dei cinque detenuti che hanno presentato un esposto per i pestaggi subiti nei penitenziari di Modena e Ascoli Piceno, dove è morto Sasà Piscitelli.
È una denuncia, va da sé. Potrebbe essere la verità. O, al contrario, una calunnia. Il racconto dei cinque non è avvalorato dagli esiti certificati dall'autopsia, che ha escluso segni di violenza sul corpo di Sasà. E tuttavia quel racconto combacia con le dichiarazioni di altri detenuti, trasferiti dal carcere di Modena. Si vedrà. Quello che per il momento resta sono due verità e troppe domande: Salvatore Piscitelli è morto. E con lui altri tre compagni di prigione che sono stati trasferiti da Modena dopo i fatti dell'8 marzo. Artur Iuzu nel carcere, o forse all'ospedale, di Parma. Abdellah Rouan ad Alessandria. Ghazi Hadidi durante il viaggio verso Trento, all'altezza di Verona, dove la scorta ha deciso di fare una sosta. Potevano viaggiare? Perché non sono stati portati in ospedale, come invece è successo per altri? Potevano essere salvati? È un fatto che nessuno potrà tornare a interrogare le spoglie di Sasà in cerca di risposte postume. Il suo corpo è stato cremato. Ai parenti è stato detto che era necessario a causa del Covid. La cerimonia funebre si è tenuta 4 luglio, nel cimitero di Saronno. C'erano i familiari e gli altri amici teatranti. Hanno messo Who wants to live forever dei Queen, per salutarlo.
Mistero a Rieti
9 marzo 2020, ore 14.30, Casa circondariale "Nuovo complesso" di Rieti. I cancelli di sbarramento delle nove sezioni detentive dell'istituto di pena di Rieti sono stati chiusi con quattro mandate, ma non è bastato. La furia per l'interruzione dei colloqui con i familiari dovuta al Dpcm con le misure anti-Covid deflagra alle 14.30. I detenuti dei reparti G1, G2 e G3 tirano fuori dalle stanze le brande e iniziano a sbattere i letti sui cancelli. Un gruppo di 80 rivoltosi fracassa gli impianti di videosorveglianza e le telecamere, sradica i termosifoni, saccheggia l'armadio della farmacia dell'infermeria. Gli insorti rubano e inghiottono metadone e psicofarmaci. In tre salgono sul terrazzo dell'edificio e, dall'alto, lanciano sassi e tutto quel che trovano. Sono gli stessi che intavolano una trattativa con la direzione dell'istituto, il "Nuovo complesso" (capienza: 295 posti). Che va avanti per ore. Fino alle 19. Poi i ribelli desistono, rientrano in cella. La rivolta è finita.
I danni materiali alla struttura sono importanti: le prime stime parlano di due milioni necessari solo per ripristinare l'arredo devastato. Il bilancio umano è drammatico. Tre detenuti - l'italiano Marco Boattini, il croato Ante Culic e l'ecuadoregno Carlo Samir Perez Alvarez - muoiono tra il 9 e il 10 marzo. Ufficialmente, per le complicanze dovute a overdose di metadone e altre sostanze trafugate dall'infermeria. Secondo un detenuto, Perez Alvarez è stato male durante la notte. Il compagno di cella ha chiesto aiuto per ore, ma nessuno è accorso. La circostanza è contenuta nella denuncia presentata dall'avvocata della famiglia Alvarez, Simonetta Galantucci. L'autopsia sul cadavere dell'ecuadoregno ha escluso segni di violenze sul corpo, ma le indagini per accertare le cause della morte di Perez, Culic e Boattini, condotte dalla Procura di Rieti, guidata da Lina Cusano, sono tuttora aperte. Così come le domande ancora sul tavolo: dopo la rivolta, e la razzia di medicinali e metadone, i tre detenuti sono stati mai visitati? Lo Stato, che li teneva in custodia, si è chiesto in che condizioni fisiche fossero?
"Archiviato"
Bologna, 13 luglio 2020, Palazzo di Giustizia. Fa un caldo impossibile, come può esserlo soltanto Bologna d'estate, quando la pm Manuela Cavallo deposita un provvedimento di due pagine. "Richiesta di archiviazione", è scritto nell'intestazione. "In data 11 marzo del 2020 veniva rinvenuto il corpo senza vita di Haitem Kedri all'interno di una cella della casa circondariale di Bologna". Haitem è uno dei 13 morti della rivolta. Meglio, è l'ultimo dei 13. Ventinove anni e cinque o sei nomi diversi, tunisino, finisce in carcere a Bologna in attesa di un giudizio: le ultime due volte lo hanno arrestato per rapina e per spaccio, è uno dei tanti migranti sbarcati a Lampedusa nella primavera del 2011, fotosegnalati e colpiti da un decreto di espulsione non rispettato, superato dalla richiesta di asilo politico.
Non ha partecipato alla rivolta ma è morto lo stesso. Suicidato, forse. O comunque disperato. Riepiloga la sostituta procuratrice: "La ricostruzione dei fatti più plausibile - anche alla luce delle informazioni fornite dal compagno di cella e riscontrate dall'esame autoptico, nonché dal sopralluogo nella cella del detenuto - è che Haitem, già destinatario di farmaci per il controllo dell'ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere durante la rivolta dei detenuti dei due giorni antecedenti alla morte e che quest'ultima sia avvenuta per overdose".
Gli esami tossicologici diranno che i singoli psicofarmaci e il metadone (alcuni previsti dalla terapia prescritta, altri procacciati da chi ha rubato) singolarmente non erano in dosaggi pericolosi. Fatale è stato il mix. Riassume la pm: "Dagli accertamenti svolti sulla salma non è emersa la responsabilità di terzi". La morte è "stata causata dalla massiccia assunzione di farmaci e sostanze psicotrope in combinazioni e dosi letali. Sul corpo, infatti, non sono state rinvenute lesioni, né segni di contenzione". Tutte le sostanze individuate nei liquidi prelevati dal cadavere di Kedri, altro passaggio testuale, "appartenevano alle tipologie di farmaci legittimamente presenti presso la struttura carceraria in quanto utilizzati per la cura di patologie ed il trattamento delle dipendenze". Tradotto: Haitem ha ingoiato un miscuglio di farmaci. Ha voluto morire così, o forse è stato un incidente.
Raccontata così, tuttavia, la storia di Haitem, un po' come quella di Sasà, è una storia sbagliata. E lo sa il garante dei detenuti, Mauro Palma, che a questa richiesta di archiviazione ha presentato opposizione. Oltre a ulteriori accertamenti su Lofti e Bakili, ha chiesto che il corpo di Haitem possa essere esaminato da un medico legale di sua fiducia, Cristina Cattaneo, professore ordinario a Milano, la più nota anatomopatologa italiana. "L'ho scelta - dice Palma - perché aveva uno spessore internazionale: a Lampedusa ha fatto uno straordinario lavoro per l'identificazione dei migranti morti in mare. E non sapevo, come mi hanno fatto notare, che era stata lei a firmare la prima perizia sul corpo di Stefano Cucchi. Quella in cui non ci si accorse del pestaggio".
Haitem
Bologna, mattina dell'11 marzo 2020. Haitem non partecipa alla rivolta nel carcere di Bologna, iniziata la mattina del 9 marzo e conclusa il pomeriggio del 10. Lo scrive e poi lo fa mettere a verbale il suo compagno di cella. "Era strano, come un po' ubriaco". Gli chiede il perché e lui gli racconta che "durante la rivolta ha assunto farmaci". Gli spiega che è stanco e che vuole dormire. E a lungo. La mattina dell'11 marzo, il compagno di cella sente russare e si rigira sulla branda, fino alle 10.30. Che sia a letto fino a tardi non è insolito. Capita di frequente. Alle 12.40 altri carcerati (mai identificati e dunque mai interrogati) si avvicinano per parlare con il ragazzo. Non risponde, però. Il compagno lo scuote per svegliarlo e si accorge che non respira più, dando un inutile allarme.
Soltanto in quel momento, a decesso avvenuto, la cella viene perquisita. E sotto il materasso del ragazzo morto saltano fuori 103 pasticche e 6 siringhe, una delle quali usata. Ma perché la stanza non è stata accuratamente controllata prima, sapendo che i detenuti ribelli avevano rubato e distribuito sostanze potenzialmente nocive? Perché la polizia penitenziaria è arrivata dopo? E i medici non hanno fatto il giro, post rivolta? "Il carcere - spiega Domenico Maldarizzi, dirigente nazionale della Uilpa, sigla sindacale della polizia penitenziaria - non era in una situazione ordinaria. Chi non c'era non può capire. Era devastato, inagibile, terremotato. Mancava la luce, l'acqua allagava i reparti. Abbiamo passato due giorni drammatici. Siamo riusciti a portare via il metadone prima del peggio. Non è stato possibile raggiungere tutte le celle. Le priorità erano altre. La rivolta era finita da poche ore, andavano disposti e organizzati i trasferimenti d'urgenza". Tra agenti e detenuti si sono contate 22 persone contuse o ferite, 16 medicate in loco e 6 portate in ospedale. Insomma, non ci sarebbe stato il tempo per perquisire cella per cella e per recuperare tutti farmaci sottratti e non ancora consumati. Fatto sta che Kedri è morto. Nel suo diario clinico risulta indicato che era a rischio medio di suicidio e prendeva metadone e farmaci. Dopo la rivolta, sebbene fosse un soggetto da tenere monitorato, non è stato visitato. Dalla cella aveva più volte chiesto di cercare la fidanzata, che fa la badante e vive a Reggio Emilia. Avrebbe voluto che lo andasse a trovare per un colloquio. Non si è mai presentata.
Il ministro
Roma, ministero della Giustizia, ottobre 2020. "Atti criminali". Sono le prime parole che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede pronuncia l'11 di marzo mentre le carceri italiane vanno in fumo, gli uomini muoiono e il Paese si chiude in lockdown. Un modo come un altro per liquidare la faccenda, pur nella sua gravità, confinandola in un'esplosione improvvisa di rabbia e assolvere la struttura carceraria prima ancora di cominciare a fare qualche domanda e ottenere qualche risposta. E tuttavia, una fonte di via Arenula racconta a Repubblica che qualcosa comincia a cambiare a metà aprile. "Sul nostro tavolo - spiega - arrivano i primi report dettagliati, inviati da amministrazioni e referenti territoriali. E ci si rende conto che qualcosa, evidentemente, non ha funzionato". Cosa? "Le vittime sono tantissime, non si è stati in grado di intercettare i malumori, dare rassicurazioni. E intervenire".
Questo qualcosa, in realtà, ha un nome e cognome: si chiama Francesco Basentini. È un magistrato lucano scelto da Bonafede nel giugno 2018 per il delicatissimo ruolo di numero uno del Dap. È stato preferito a Nino Di Matteo, il pm antimafia di Palermo, oggi alla Direzione nazionale a Roma. Basentini tra marzo e aprile è al centro di polemiche feroci: il suo ufficio ha firmato un provvedimento che, in nome dell'emergenza Coronavirus, ha l'obiettivo di decongestionare gli istituti di pena. E che quindi apre alle misure alternative, detenzione domiciliare soprattutto, anche per chi ha condanne e imputazioni per mafia o per reati collegati alla criminalità organizzata. Si tratta di un atto non concordato con la Dna. Fa infuriare il procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho. E ha un effetto devastante sull'opinione pubblica. Di più: al ministero si consolida la certezza che troppe cose, nella prevenzione e nella gestione delle rivolte carcerarie, non hanno funzionato. Ci sono i morti. E c'è l'incredibile caso del penitenziario di Foggia, dove in 440 su 614 provano a evadere: riuscendovi in 77. Tra i fuggitivi, si contano assassini ed esponenti della mafia locale. L'ultimo verrà riacciuffato soltanto a luglio. Ma a Foggia nulla accade per coincidenza o per sbaglio. E nemmeno quell'evasione, "con i detenuti nelle retrovie che gridavano e incitavano gli altri a interrompere ogni forma di dialogo con la Penitenziaria", avviene per caso: i magistrati sono convinti che dietro ci sia una regia criminale. E questo preoccupa molto Roma. Gli uffici giudiziari. E anche il palazzo della Politica.
Dove cominciano, tra l'altro, ad arrivare anche altri tipi di messaggi. Chiari. Gli amici di Sasà hanno preso coraggio e inviato il lungo esposto. Le Procura di mezza Italia stanno indagando sui decessi e, più in generale, sulle rivolte. Le autopsie raccontano che sono morti di overdose, è vero. Ma c'è il fondato sospetto delle violenze. Di pestaggi sistematici. E, soprattutto, delle responsabilità degli istituti: i medici legali parlano chiaramente di abusi di droghe (metadone) e psicofarmaci. Erano ben custoditi? Sono stati messi in sicurezza in tutte le galere, appena si è saputo dei cadaveri contati a Modena e dell'assalto alle scorte? I detenuti sono stati visitati, come è d'obbligo in caso di trasferimenti, all'arrivo in un carcere e dopo azioni in cui la Polizia penitenziaria abbia fatto uso della forza? In sintesi e di nuovo: la strage era evitabile? La congiura del silenzio ormai è stata spezzata.
Si iniziano a raccogliere i frutti di mesi di impegno del Comitato legato a dirittiglobali.it, di blog come giustiziami.it, dei volontari che operano in carcere, dei movimenti, di parenti a lungo inascoltati e di pochi parlamentari firmatari di interrogazioni, alcune delle quali rimaste senza riposta. "Ritengo che tutte queste morti e gli atti di ribellione e protesta si potevano e si dovevano evitare", dice il garante Mauro Palma. "La rivolta parte da una componente psicologica. Dalla paura di essere improvvisamente privati dei colloqui prima fossero garantite le video chiamate. È il terrore della gabbia. Ora dunque dobbiamo approfondire la mancanza di cure, se c'è stata, e non lasciare alcuna ombra su quanto accaduto. È possibile che siano stati commessi degli errori di comunicazione da parte dei provveditorati, che non sia stato spiegato bene ai detenuti che i loro affetti sarebbero stati comunque tutelati". Al ministero alcuni ex detenuti hanno spedito una locandina teatrale. Che ricorda uno spettacolo del luglio del 2019. Al teatro Argentina di Roma andava in scena una rappresentazione di avanguardia. La regia era di Michelina Capato Sartore. Sul palco c'era un attore che di nome faceva Salvatore Piscitelli, Sasà. E il titolo dell'opera, a suo modo, era una premonizione prima ancora che un'epigrafe: "Che ne resta di noi?".
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 17 gennaio 2021
Il focolaio delle carceri. Il carcere è un luogo dove purtroppo si vive affollati, dove è complicatissimo mantenere le distanze, dove le condizioni igienico-sanitarie non sono sempre ottimali. La galera, in quanto focolaio tipico, determina la sottrazione di energie mediche ai bisogni della comunità libera.
di Antonio Marchesi
Il Manifesto, 17 gennaio 2021
A tre anni e mezzo dall'introduzione, nel 2017, del reato di tortura nel codice penale, la condanna di Ferrara è dunque, al di là delle considerazioni specifiche, un'occasione per un primo, provvisorio bilancio. Davvero una svolta per l'Italia. Un agente della polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Ferrara è stato condannato venerdì scorso, 15 gennaio, per tortura aggravata in quanto commessa da un pubblico ufficiale.
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