di Simone Lupino
Corriere di Viterbo, 16 gennaio 2021
A Mammagialla un nuovo padiglione detentivo da 120 posti. Il progetto è in fase avanzata, nonostante il rallentamento dovuto all'emergenza sanitaria nazionale: fissato al 30 settembre di quest'anno il termine per avviare le procedure di affidamento delle opere. Importo stimato dei lavori da parte del Ministero della Giustizia: 7 milioni e 697mila euro. Una risposta al problema del sovraffollamento carcerario.
I tempi sono dettati nell'ultimo decreto Mille Proroghe, presentato in Parlamento l'ultimo dell'anno e ora in attesa di essere convertito in legge. Si tratta di un intervento previsto già da un paio di anni: "È necessario rilevare - spiega il provvedimento - che è stato adottato dall'amministrazione penitenziaria, nel marzo 2019, un piano finanziario per la progettazione e realizzazione di 25 nuovi padiglioni detentivi modulari a media sicurezza, da 120 posti cadauno, per complessivi 3.000 nuovi posti detentivi, da costruire in aree libere disponibili intra moenia presso complessi penitenziari già attivi. Sono stati già avviati procedimenti per 12 moduli relativamente agli istituti penitenziari di Santa Maria Capua Vetere (2 moduli), Perugia (2 moduli), Rovigo (2 moduli), Civitavecchia (1 modulo), Viterbo (1 modulo), Vigevano (1 modulo), Monza (1 modulo), Asti (1 modulo) e Napoli Secondigliano (1 modulo)".
Mammagialla oggi ha una capienza di 430 posti, ma secondo l'ultimo aggiornamento ospita 553 detenuti. Come detto, l'iter per la realizzazione del nuovo padiglione del carcere di Viterbo è tra quelli più avanti: "Allo stato risultano già ultimati i progetti preliminari di fattibilità per otto nuovi padiglioni da realizzare negli istituti penitenziari di Asti, Vigevano, Rovigo, Perugia, Viterbo, Civitavecchia, Santa Maria Capua Vetere e Napoli Secondigliano; per 5 di questi le progettazioni di livello definitivo è stata avviata la verifica progettuale da parte dei soggetti qualificati, esterni all'amministrazione appaltante, secondo quanto previsto dalla vigente normativa. Per gli altri 3 l'avvio della verifica avverrà a breve".
Non fosse stato per l'emergenza sanitaria, "che senza dubbio ha rallentato e rallenterà le successive attività", probabilmente il cantiere sarebbe già aperto o quasi. Per questo il governo si trova costretto a prendere ancora tempo: "Tenuto conto dell'intervento straordinario per il potenziamento infrastrutturale degli istituti penitenziari del Ministero della Giustizia per cui vi è autorizzazione di spesa nello stesso articolo 26 del disegno di legge di bilancio, si rende necessario non interrompere l'attività amministrativa degli uffici tecnici dell'amministrazione penitenziaria in materia di edilizia carceraria prorogando di un anno il termine del 30 settembre 2020 (differito al 22 dicembre per effetto delle sospensioni disposte dalla disciplina emergenziale anti Covid- 19) entro il quale avviare le procedure di affidamento delle opere".
di Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli
Il Manifesto, 16 gennaio 2021
Sarantis Thanopulos: "Cara Annarosa la nostra ultima conversazione si è chiusa con una tua preoccupazione: la violenza dell'ignoranza sta dilagando, anche grazie ai social. Socrate era convinto che se l'essere umano conoscesse se stesso, saprebbe distinguere tra giusto e ingiusto. Pensava alla conoscenza di sé come conoscenza del mondo e viceversa. L'ignoranza ci allontana dalla giustizia e ci fa diventare violenti. La sua fonte più diretta nei nostri tempi, è il dominio del sapere tecnico sulle "scienze umane" (mai come oggi trattate con sufficienza, discredito da parte dei governi), ma anche, cosa insospettabile per lo sguardo distratto, sulle "scienze naturali".
Cos'è infatti la tecnica al di fuori delle relazioni erotiche, affettive e intellettuali che stabiliamo tra di noi e con il mondo, se non uno strumento di auto-alienazione? A cosa servirebbe una casa costruita con un sapere iper-tecnologico e totalmente affidabile in tutte le sue funzioni, se non sapessimo perché, come e con chi la abitiamo? Quale di questi due tipi di sapere dovrebbe avere l'egemonia e quale effettivamente la detiene?
Il dominio della tecnologia va di pari passo con la diseguaglianza esponenziale degli scambi e con la disgregazione dei legami umani. Ciò è fin troppo evidente, ma, al tempo stesso si riduce, per una parte di noi, a un dato astratto. Questa parte guarda da troppa distanza la realtà, perché la possa veramente amare. Vivendo nell'anestesia del distacco dalla vita e dalla sua conoscenza, rischiamo di trattare la consapevolezza di questo distacco come tensione di cui liberarci. Il distacco esercita una pressione molto violenta sul nostro mondo interno e l'estroflessione della pressione crea un sollievo ingannevole e fatale. I social quando trasformano gli spazi comuni in lande sterminate abitate da individui desolati sono violenti per chi li usa e, al tempo stesso, si offrono come strumento rapido per scaricare la violenza sugli altri".
Annarosa Buttarelli: "Caro Sarantis sono d'accordo soprattutto con la prima parte della tua riflessione. Vorrei aggiungere che oggi siamo ben oltre la tecnocrazia, superata di gran lunga dal dominio della sorveglianza capillare sulle nostre vite ad opera di giganti digitali come Google, Facebook, Twitter ecc. Sono strumenti di controllo e di consolidamento dell'ignoranza violenta dilagante. Lo mostra Shoshana Zuboff nel Capitalismo della sorveglianza, oramai un classico. Nelle recenti vicende generate dal cosiddetto trumpismo, abbiamo potuto ancora una volta sperimentare il ruolo centrale dei social nel sospingere ancora più giù il degrado dell'umano.In tutto questo, precisamente nello stabilirsi dell'egemonia dell'ignoranza violenta, mi pare quasi un obbligo etico chiamare in causa il ruolo svolto dai cosiddetti intellettuali contemporanei (soprattutto maschi, mi risulta), molto lontano dall'aver assunto le indicazioni magistrali di Gramsci circa la necessità di "sentire" empaticamente, non solo gli umori, ma le grida del "popolo", di cui non sanno ancora nulla.
La rivolta populista contro le élite ha preso di mira soprattutto le élite della cultura accademica e della genealogia patriarcale. Stiamo soffrendo perché si sta distruggendo l'onore della cultura, ma è paradossale che gli intellettuali co-responsabili di questa distruzione si autonominano paladini dell'umanesimo. All'università proponevo spesso la lettura di un articolo di Luce Irigaray di anni fa in cui disegnava l'intellettuale come lei credeva sarebbe dovuto essere per evitare la ripugnanza del "popolo" verso la cultura.
Disegnava la figura di "artigiani dei processi" con cui si può concepire un'idea e anche la sua realizzazione, acquisendo la materialità dei passaggi, comprese le fotocopie da fare, le sedie da disporre in una sala, le parole da usare per farsi capire e per capire. Addio alla "dotta ignoranza" (fare e pensare l'esperienza)?".
di Dario del Porto
La Repubblica, 16 gennaio 2021
I genitori: "Verità a un passo, non si è suicidato". Sei mesi dopo la morte del collaboratore dell'Onu in Colombia, la procura sta per chiudere l'indagine per omicidio. La famiglia: "Ci aspettiamo sia accertato che non si è tolto la vita, in questi mesi non ci siamo mai sentiti soli". Sono passati sei mesi dalla morte di Mario Paciolla. E l'inchiesta della procura di Roma è a un bivio: i medici legali hanno consegnato nelle scorse settimane l'esito dell'autopsia che, seppur senza dare ancora una risposta definitiva, mette insieme una serie di elementi che accreditano la tesi dell'omicidio. L'ultima parola arriverà nelle prossime settimane, quando sul tavolo dei pm, coordinati dal procuratore aggiunto Lucia Lotti, e dei carabinieri del Ros che stanno seguendo le indagini, arriveranno gli ultimi esami di laboratorio e ulteriori riscontri. In modo da poter tirare una linea definitiva su quanto accaduto a Mario.
Il ragazzo, 33 anni, collaboratore della missione Onu in Colombia, è stato trovato morto nella sua casa di San Vicente del Caguan, lo scorso 15 luglio. Aveva detto ai genitori di avere paura e di voler tornare al più presto in Italia: il giorno prima di morire aveva acquistato un biglietto di ritorno. Sono stati i collaboratori dell'Onu che avrebbero dovuto accompagnarlo in aeroporto a trovarlo morto, impiccato con un lenzuolo. Bollando così la vicenda come un suicidio. In realtà, come apparso chiaro anche alle autorità colombiane che stanno offrendo la massima collaborazione, ci sono diversi elementi che non tornano: il sangue presente in casa, le modalità dell'impiccagione, l'inquinamento della scena del delitto per mano dell'addetto alla sicurezza dell'Onu, che provvederà poi a buttare alcuni oggetti cruciali per ricostruire la verità.
"Noi ci aspettiamo la verità, siamo sicuri che Mario non si è suicidato - dicono i genitori di Mario, Giuseppe e Anna, assistiti dagli avvocati Alessandra Ballerini e Emanuela Motta. "In questi sei mesi - spiegano a Repubblica - non ci siamo sentiti mai soli, abbiamo avuto la vicinanza e il contributo di solidarietà da moltissime persone venute da ogni parte del mondo per parlarci di Mario, della sua testimonianza di uomo onesto e leale, della sua arguzia e intelligenza, del suo essere minuzioso e scrupoloso nel suo lavoro, del suo essere avanti". "Il suo sogno - continuano - era girare il mondo, conoscere e capire la gente che incontrava raccogliendo materiale per poter poi scrivere e raccontare ciò che lui aveva visto e vissuto. E quello stava facendo".
"Mario ci ha sempre parlato della sua passione per lo scrivere. Era un ragazzo di altri tempi, non era tecnologico, con la mania di scrivere a mano tutto. Abbiamo trovato numerosi articoli, alcuni taccuini dove descrive le sue esperienze vissute viaggiando. Era minuzioso Mario, descriveva i volti, gli occhi, i sorrisi delle persone che incontrava".
di Marco Bonarrigo
Corriere della Sera, 16 gennaio 2021
Oggi Maradona non sarebbe punito. Dal 1° gennaio lo "sballo" è consentito fino a 20 ore prima della competizione e dopo il controllo medico successivo. Un atleta positivo a cocaina, eroina, cannabis e ecstasy potrà subire una mini squalifica di 30 giorni. La tesi è che l'uso è spesso svincolato dalla volontà di alterare le prestazioni. Ma non mancano le polemiche.
Se non proprio liberalizzato, dal 1° gennaio scorso lo "sballo" nello sport agonistico è consentito entro un preciso confine temporale: le 23 e 59 del giorno precedente a "quello in cui l'atleta partecipa alla competizione" e poi da subito dopo "il controllo medico successivo alla competizione" fino alla gara successiva. Se assume stupefacenti prima o dopo quella fascia temporale (20 ore al massimo), un atleta trovato positivo a una delle quattro sostanze d'abuso (cocaina, eroina, cannabis ed ecstasy) e ai loro derivati se la cava con una squalifica simbolica che va dal minimo di uno a un massimo di tre mesi contro i 2/4 anni del passato.
Lo stabilisce la Wada, l'agenzia mondiale antidoping, che ha appena modificato il suo Codice rendendo lievissime le pene per chi viene trovato positivo alle "sostanze comunemente definite di abuso al di fuori del contesto sportivo" e dando luogo a una serie di richieste di revisione del processo con riduzione della pena da parte di chi sta scontando una squalifica. In sintesi, se l'atleta dimostra di averle consumato coca o cannabis fuori competizione e senza l'intento di migliorare le proprie performance se la cava con tre mesi di stop ridotti a trenta giorni qualora decida di partecipare a un programma di rieducazione approvato dalla Wada stessa.
Rispetto a un passato fatto di pubblica gogna e sanzioni pesanti, un salto mortale all'indietro. Diego Maradona pagò con 18 mesi di squalifica la positività alla coca dopo il match Napoli-Bari del 1991, il suo connazionale Claudio Caniggia rimediò 13 mesi dopo un Roma-Napoli del 1993. Nel 1999 Javier Sotomayor, leggenda cubana del salto in alto e tuttora primatista del mondo, fu stoppato per un anno. In Italia, tra centinaia di squalifiche in venti sport diversi, la pena massima prevista dal vecchio Codice (due anni) è stata applicata in numerose occasioni come nel caso di Mark Juliano - trovato positivo nel 2008 quando militava nel Ravenna - a cui non venne concesso nessuno sconto di pena o del ciclista Luca Paolini che fu espulso dal Tour de France 2015 e scontò 18 mesi chiudendo la sua carriera.
Caso limite quello del velocista-ciclista Mattia Gavazzi, positivo per quattro volte in carriera a partire dalla categoria juniores: per lui inevitabili i quattro anni di sospensione previsti per le recidive gravi. In genere, chi aveva buoni avvocati e federazioni più permissive (tennis e sport motoristici in prima linea) se la cavava con poco. Adesso, per vedersi accordato lo sconto di pena, l'atleta dovrà solo dimostrare di non aver preso la sostanza subito prima del match o della gara. La Wada indica alcune linee guida per determinare l'orario di assunzione (il superamento dei 1000 ng/Ml di metaboliti della coca, e di 180 per la cannabis è indice di assunzione qualche ora prima del controllo) ma precisa che ogni caso andrà discusso individualmente valutando bene gli elementi della difesa.
La decisione ha scatenato polemiche furibonde tra chi la vede come un via libera a sostanze molto pericolose come ecstasy ed eroina e all'uso indiscriminato della cocaina che può effettivamente alterare le prestazioni sportive. Senza contare l'ambiguità del messaggio etico. Il portavoce della Wada James Fitzgerald se l'è cavata così: "Durante l'ampio processo di revisione per la versione 2021 del Codice mondiale antidoping abbiamo ricevuto un considerevole numero di feedback. Si è ritenuto che l'uso di questi farmaci sia spesso estraneo alle prestazioni sportive e avvenga in contesti sociali particolari. Si è ritenuto anche che nei casi in cui un atleta ha un problema di droga e non sta cercando o beneficiando di un miglioramento delle prestazioni, la priorità dovrebbe essere sulla sua salute piuttosto che su una lunga sanzione sportiva.
Le notevoli risorse per discutere in udienze sulla durata appropriata della sanzione nei casi di abuso di sostanze potrebbero essere spese meglio per indagini antidoping che influiscono davvero sulla parità di condizioni dello sport". Nelle 4.180 positività rilevate dalla Wada nel 2019 i cannabinoidi sono stati trovati 130 volte, la cocaina 77, i composti a base di ecstasy quattro volte. Nessun caso di positività all'eroina, anche se preoccupano le 30 a sostanze narcotiche come metadone e morfina. Restando in Italia, dei 119 "esiti avversi" del 2019 ben 28 sono riferibili direttamente o indirettamente a sostanze d'abuso.
di Nuccio Ordine
Corriere della Sera, 16 gennaio 2021
Non c'è stata una seria discussione sulle vere conseguenze disastrose che questo isolamento avrà sulle vite di milioni di alunni e inevitabilmente sul futuro del Paese. Mai come nel corso del 2020 scuole e università, a causa della pandemia, sono state al centro del dibattito nazionale. Eppure, ancora una volta, l'attenzione è stata catturata soprattutto da temi perfettamente in linea con la "ragione calculatoria" ed economicistica che ormai da anni governa ogni aspetto della vita sociale e culturale.
Basta rileggere giornali e riascoltare radio e tv per cogliere in filigrana le stesse preoccupazioni: dalle elementari all'università le esigenze e i diritti degli studenti sono passati in second'ordine rispetto agli imperativi dei genitori (come possono lavorare in casa con i figli che occupano spazi e postazioni Internet?) o agli interessi commerciali fioriti intorno a istituti secondari e atenei (come ripopolare, per esempio, quelle città che vivono soprattutto della presenza studentesca?).
Ma non c'è stata una seria discussione sulle vere conseguenze disastrose che la chiusura di scuole e università avrà sulle vite di milioni di studenti e, inevitabilmente, sul futuro del Paese.
Come recuperare le ore perdute di lezioni in presenza e come ricostruire la rete di rapporti umani con compagni e professori dopo quasi un anno di "isolamento"? Come immaginare un ritorno alla "normalità" dopo una lunga assenza che ha aumentato la dipendenza da computer e dispositivi? E favorire un riequilibrio in cui il virtuale venga ridimensionato rispetto alla vita reale?
Scuole e università hanno una funzione essenziale nella formazione: senza l'esperienza comunitaria viene meno una delle componenti fondamentali della crescita umana e culturale. Riportare, in sicurezza, gli studenti negli istituti e negli atenei è una priorità come quella di tenere aperti gli ospedali. Anche noi professori, come i medici, abbiamo una missione da assolvere. Il diritto alla vita e il diritto alla conoscenza sono due pilastri della dignità umana.
La Stampa, 16 gennaio 2021
Dustin Higgs, afroamericano quarantottenne, ha ricevuto un'iniezione letale nel carcere di Terre Haute in Indiana. Dustin Higgs, un afroamericano quarantottenne condannato a morte per l'uccisione di tre donne, ha ricevuto un'iniezione letale nel carcere di Terre Haute, in Indiana. Si tratta della tredicesima esecuzione in sei mesi, ovvero da quando lo scorso luglio il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ripreso le esecuzioni federali dopo 17 anni di moratoria. Un tribunale aveva chiesto di rimandare l'esecuzione sostenendo che Higgs, affetto da Covid-19, avrebbe sofferto molto a causa delle condizioni dei suoi polmoni. La Corte Suprema aveva però accolto il successivo ricorso del Dipartimento di Giustizia, dando il via libera all'iniezione letale.
Nel gennaio 1996 Higgs aveva invitato tre giovani donne nel suo appartamento di Washington. Dopo che una di loro aveva rifiutato le sue avance sessuali, Higgs si era offerto di accompagnarle a casa insieme a un suo amico. Le tre donne furono invece portate in un posto isolato dove furono uccise a colpi di pistola dall'amico, su ordine di Higgs, che nel 2000 fu condannato a morte per sequestro e omicidio. L'uomo che sparò alle tre giovani fu invece condannato all'ergastolo. L'avvocato di Higgs aveva invano chiesto clemenza a Trump lo scorso dicembre affermando che fosse "arbitrario e ingiusto" che al suo assistito fosse stata inflitta una pena superiore a quella stabilita per l'esecutore materiale degli omicidi.
Tra le 13 persone che, dallo scorso luglio, hanno ricevuto l'iniezione letale nel carcere di Terre Haute c'è anche la prima donna in quasi 70 anni a essere giustiziata: Lisa Montgomery. La morte di Higgs arriva a pochi giorni dal giuramento del presidente eletto, Joe Biden, che ha promesso di lavorare con il Congresso per abolire la pena di morte a livello federale. I parlamentari democratici hanno preparato un disegno di legge in materia che ha possibilità di essere approvato, ora che il partito dell'Asinello ha conquistato la maggioranza anche al Senato.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 16 gennaio 2021
I testi che incitano alla violenza di strada utilizzati nei processi penali contro i giovani neri dei ghetti. Allarme dei giuristi: "È una deriva". Può il testo di una canzone diventare una prova o comunque un elemento di testimonianza rilevante in un processo per atti violenti, tale da condannare un imputato? Una domanda inquietante sulla quale si stanno interrogando avvocati, giudici e media nel Regno Unito. Sempre più spesso infatti i testi della musica trap, o meglio del suo sottogenere drill (mitraglia, arma automatica), sono indicati come veicoli di violenza ed elementi probatori per i processi penali.
Pistole, denaro e scontri tra gang sono gli ingredienti base di questo genere discografico, una ricetta non nuova ma che intorno al 2010, a partire dai sobborghi di Chicago, ha cominciato a discostarsi dal rap in cui l'immagine patinata della trap ha sostituito i contenuti della "gangsta culture". Sono emersi suoni più lenti, ipnotici, caratterizzati dall'autotune (effetto che modifica la voce). I giovani dei ghetti e non solo hanno così trovato un nuovo modo per esprimere rabbia ed emarginazione, con tratti che alcuni critici musicali non hanno esitato a definire "sociopatici". La Drill music ha varcato velocemente l'oceano ed è attualmente la colonna sonora delle bande, quasi esclusivamente composte da ragazzi neri, che popolano le grandi città britanniche. La polizia si è interessata al fenomeno e non di rado prende in esame le parole dei brani che incitano allo scontro, fornendo materiali all'accusa per i processi (dal 2005 almeno 70 dibattimenti). Ora però molti avvocati difensori e accademici forensi denunciano questa deriva contestando questa pratica "che impedisce agli imputati di ottenere un processo equo".
Uno degli esempi più noti in Inghilterra è quello che si riferisce allo scontro avvenuto a Londra il 2 febbraio 2019. In una fredda sera che la Corte dell'Old Bailey ha paragonato ad un film di Hollywood, si sono affrontate due gang rivali, i Northumberland Park Killers contro i Wood Green Mob. Quest'ultimi ebbero la peggio, Kamali Gabbidon- Lynck, un ragazzo di 19 anni, infatti venne accoltellato a morte, otto colpi inferti dentro un affollato negozio di parrucchiere. Per l'omicidio vennero accusate e processate 5 persone, 3 di loro avevano solo 16 anni. Gli imputati erano tutti presenti sulla scena del delitto. Ma non tutti presero parte all'accoltellamento vero e proprio. L'accusa doveva invece provare che erano congiuntamente colpevoli di omicidio. Ed è proprio in questo caso che la Drill music ha contribuito a fornire un movente capace di legare tutti i protagonisti secondo la tesi pm poi accolta dal giudicie. La faida andava avanti da molto tempo, in molti erano caduti mortalmente. L'odio è stato espresso quindi anche attraverso alcuni video su youtube nei quali i membri delle gang cantavano rime che incitavano ad attaccare l'avversario e facevano riferimento a quella che poi è stata la vittima.
L'accusa affermò che c'erano solo due possibili spiegazioni per i testi espressi: "O descrivono la vita che già si conduce o descrivono la vita che si aspira a condurre". I testi dunque furono presentati come prova che gli imputati avevano abbracciato una cultura della violenza. La giuria convenne che quanto accaduto quella notte fosse una "sortita organizzata in territorio nemico". Tutti gli imputati sono stati giudicati colpevoli di omicidio. Molti esperti hanno immediatamente sollevato dubbi.
La trap dovrebbe essere infatti considerata una forma d'arte o comunque d'espressione anche se scioccante. Un'opinione espressa da Eithne Quinn, accademica dell'Università di Manchester, preoccupata per l'uso della musica come prova nri processi contro i giovani sospettati di appartenere a qualche gang. Nella sua lunga esperienza ventennale come esperto difensore, ha rivelato che alle giurie vengono mostrati video con giovani uomini con passamontagna e maschere, che "rappano" di accoltellamenti e spaccio di droga.
Per i pubblici ministeri quelle esibizioni equivalgono ad una confessione. Un'interpretazione abusiva criticata anche da Abenaa Owusu-Bempah, esperta di prove penali presso la London School of Economics. L'accademica si dice "seriamente preoccupata per quello che sta succedendo nelle aule di tribunale in Gran Bretagna" perché l'accusa attinge a "immagini stereotipate di giovani uomini e ragazzi di colore dipinti come criminali amplificando gli stereotipi preesistenti".
L'elemento razziale dunque farebbe parte dello svolgimento dei processi, Owusu- Bempah infatti ha preso in esame trenta casi nei quali i condannati sono ricorsi in appello, di questi solo uno ha avuto successo. Ad essere preso di mira allora sarebbe la cultura stessa di alcune fasce di popolazione che esprimono attraverso la musica il racconto della vita di tutti i giorni, la durezza della vita nelle periferie metropolitane, le disuguaglianze sociali senza che questo significhi necessariamente l'uso sistematico della violenza. E tantomeno una prova che sbatterti in cella.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 gennaio 2021
I detenuti positivi sono 624, mentre tra i lavoratori dei penitenziari se ne contano 708. Il primo cittadino di Bergamo scrive ad Arcuri. C'è un universo, quello penitenziario, dove la paura del contagio si soffre all'ennesima potenza, perché nelle carceri italiani non c'è possibilità di igiene, né di distanziamento. Allo stesso tempo, il virus sembra l'unica via di fuga da un lockdown che può portare dritto alla follia.
affaritaliani.it, 15 gennaio 2021
Ventitré positivi al coronavirus nel carcere di Rebibbia, e il garante chiede anche scarcerazioni. I penitenziari romani continuano a generare focolai: 23 i positivi a Rebibbia. E il garante dei detenuti chiede scarcerazioni e vaccini veloci per chi stia scontando la pena e per quanti lavorano all'interno.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 15 gennaio 2021
Il Dap ha inviato una Circolare per raccogliere le adesioni di agenti e operatori. Bernardini: "Reclusi trattati come topi in trappola". Appelli da Gori e Nardella. I numeri non sono più quelli della fase acuta della seconda ondata, ma il contagio nelle carceri continua a fare paura. Soprattutto in alcuni istituti, dove i casi di Covid continuano ad aumentare.
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