di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 15 gennaio 2021
Incontro tra il Garante campano Ciambriello e il provveditore alle opere pubbliche D'Addato. Il Garante delle persone private della libertà personale della regione Campania Samuele Ciambriello, ormai da più di un anno, scrive alle autorità competenti, e denuncia ritardi per la ristrutturazione e l'adeguamento dei padiglioni fatiscenti di Poggioreale. Eppure sono stati messi a disposizione dal Ministero delle Infrastrutture 12 milioni da più di 3 anni. Ha chiesto ed ottenuto un incontro col Provveditore interregionale alle opere pubbliche della Campania, Giuseppe D'Addato, competente per l'appalto e i lavori nel carcere di Poggioreale e per la costruzione del nuovo carcere di Nola.
Nell'incontro, che si è tenuto ieri, il Garante ha posto diversi quesiti al Provveditore: quali sono i padiglioni coinvolti in questa progettualità a Poggioreale? Che cosa si farà piano per piano, sezione per sezione? Quando iniziano e quando terminano i lavori?
Inoltre ha anche richiesto notizie sul nuovo carcere di Nola. Durante l'incontro, il provveditore D'Addato ha comunicato che "Per la Casa Circondariale di Poggioreale il piano comprende un intervento di ristrutturazione e l'adeguamento al D.P.R. 230 del 30/06/2000 di alcuni padiglioni detentivi facenti parte dell'intero complesso immobiliare. I Padiglioni oggetto di intervento sono: "Genova" (completamento). "Italia", "Salerno" e "Napoli". L'importo dei lavori ammonta a circa 13 milioni di euro. L'inizio dei lavori si ipotizza entro il 2021 con durata prevista di 36 mesi."
Il Garante, durante l'incontro, ha avuto garanzie riguardanti gli spazi minimi utili per le "celle" - camere di pernottamento, i servizi igienici, gli spazi adibiti per la cucina, sala della socialità, stanza per gli educatori, infermeria, servizi all'istruzione.
"Il progetto, nel considerare comunque prioritaria l'esigenza di dover garantire la maggiore capienza possibile, è il frutto di una verifica della rispondenza degli spazi detentivi alle indicazioni provenienti sia dai recenti pronunciamenti della Corte Europea dei diritti dell'Uomo che dalle indicazioni provenienti dagli uffici sia del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che da quello Regionale. Saranno garantiti gli spazi utili minimi per le camere, introdotte camere detentive per disabili. Tutte le camere detentive saranno dotate di servizio igienico in vano annesso. Tutti i locali dove si svolgono attività comuni saranno dotati di servizi igienici posizionati in adiacenza.
I servizi igienici saranno tutti dotati di lavabo vaso bidet e doccia. I servizi igienici saranno provvisti di acqua fredda e calda. Per ogni padiglione, ad ogni piano fatta eccezione per il rialzato, sarà previsto un locale per il servizio di barbiere/parrucchiere. Due porzioni dei piani rialzati, saranno adibite a cucina attrezzata e dimensionata per la preparazione dei pasti per 200 persone", ha dichiarato lo staff del Provveditore D'Addato.
Al termine dell'incontro, il Garante regionale Ciambriello ha dichiarato: "Resto basito per la decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di non aver coinvolto i padiglioni fatiscenti Milano e Roma nella selezione per la ristrutturazione e l'adeguamento del carcere di Poggioreale. Spero che nel piano carceri l'amministrazione penitenziaria trovi i finanziamenti per questi 2 padiglioni. Sono contento che in ogni sezione sia prevista la presenza di una sala socialità all'interno della quale è possibile condividere i pasti. Nel padiglione, ai piani rialzati, è stata prevista l'infermeria di padiglione. Per ogni sezione, sono previsti spazi e servizi dedicati all'istruzione, alla formazione, vi sarà un'aula multifunzionale e una stanza
per gli educatori. L'intervento persegue inoltre gli obiettivi di miglioramento sismico e della prestazione energetica degli edifici." Il Garante Ciambriello infine comunica alcune notizie riguardanti il nuovo carcere di Nola: "È stata individuata l'area, è stata fatta la progettazione di fattibilità, è stata Consiglio Regionale della Campania Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale assegnata la gara alla ditta vincitrice per la costruzione. Adesso bisogna fare la conferenza dei servizi e mandare il tutto al Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il carcere avrà una capienza organica di 1200 posti. Ringrazio il Provveditore per avermi incontrato, per i chiarimenti e le informazioni che mi ha dato, e per la possibilità che l'opinione pubblica possa conoscere quello che purtroppo non è conosciuto né dagli addetti ai lavori e né dalla politica".
di Marco Preve
La Repubblica, 15 gennaio 2021
Le rivelazioni ai pm di un altro detenuto. Il tragico decesso di Emanuel Scalabrin avvenuto a dicembre nella caserma dei carabinieri. In esclusiva il referto medico di una visita al pronto soccorso durata appena tre minuti. Possibili a breve i primi avvisi di garanzia. L'ipotesi dell'omissione di soccorso
Con la testimonianza di un altro detenuto, il caso della morte del 33 enne Emanuel Scalabrin, avvenuta in circostanze ancora misteriose in una cella della caserma dei carabinieri di Albenga, imbocca, almeno per ora, la strada più scabrosa. Perché se fino ad oggi le domande e i dubbi sul decesso di Scalabrin ruotavano attorno a una serie di situazioni che qualcuno poteva anche spingersi a definire una sfortunata concatenazione di eventi, dopo le due ore di interrogatorio di Paolo Pelusi, l'inchiesta avviata dalla procura di Savona si apre a nuovi scenari. E se il fascicolo d'indagine inizialmente procedeva nei confronti di ignoti, ora potrebbe presto far registrare l'iscrizione nel registro degli indagati di alcuni dei militari che si sono avvicendati nei turni di guardia nelle ore della detenzione e del decesso di Scalabrin.
"Scalabrin urlava "aiuto" - Pelusi, che ha 57 anni e una vita segnata dallo spaccio e dal consumo di droga, ha raccontato che nel pomeriggio del 4 dicembre, mentre era stato fatto uscire dalla cella e portato in una stanza sotto sorveglianza di due militari, aveva sentito le grida di Scalabrin. "Urlava "aiuto, aiuto, basta", non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto". Pelusi ha aggiunto di essere stato picchiato dentro la caserma della compagnia da un carabiniere che lo avrebbe colpito anche con un bastone sui fianchi.
Pelusi, che è assistito dall'avvocato Andrea Cechini non ha sporto denuncia ma ora spetterà ai pm savonesi Chiara Venturi ed Elisa Milocco stabilire se nei suoi confronti siano state commesse violenze o abusi da parte dei carabinieri.
La vicenda è evidentemente tanto scottante quanto scivolosa. Pelusi è un testimone "facile" da smontare in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell'ambito della stessa indagine: insomma, inaffidabile. Ma proprio il suo curriculum di lunga convivenza nel milieu criminale lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell'ordine. Insomma, Pelusi, a meno che non venga ritenuto incapace di intendere e di volere, è certamente consapevole che una calunnia nei confronti dei carabinieri potrebbe diventare un marchio a vita. Inoltre, a quanto risulta, non avrebbe chiesto contropartite o benefici per le sue dichiarazioni rilasciate al termine dell'interrogatorio cui è stato sottoposto nel carcere di Imperia dalle due pm. Esiste naturalmente una terza opzione: quella di un equivoco su quanto sentito.
Come è morto Emanuel? Emanuel Scalabrin viene arrestato alle 12.55 del 4 dicembre assieme ad altre persone fra le quali la sua compagna Giulia, madre del loro bambino, e appunto Pelusi. Scalabrin viene fermato nella sua abitazione perché trovato in possesso di cocaina e hashish. Nel verbale i carabinieri spiegano che ha opposto resistenza, si è ribellato e che il suo arresto è stato complicato. La sua compagna lo racconta da un'altra visuale: quello di un uomo a lungo bloccato sul letto, ammanettato e immobilizzato al punto di essersi defecato e urinato addosso.
Poi l'ingresso nella caserma dalla quale uscirà cadavere il mattino seguente. Verso le 21 Scalabrin accusa un malessere e i carabinieri fanno intervenire la guardia medica. La dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta. Consiglia "l'accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche".
I carabinieri seguono le indicazioni della Guardia Medica e accompagnano Scalabrin al pronto soccorso di Pietra Ligure. La permanenza nell'ospedale è uno degli elementi oggetto di approfondimento dell'inchiesta del pm Chiara Venturi. Il referto segnala l'ingresso alle 22.57, l'apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone - che la madre di Scalabrin aveva consegnato ai carabinieri - e viene sottoposto a "visita pronto soccorso".
di Alessandra Polloni
La Provincia di Sondrio, 15 gennaio 2021
Don Mariano è il cappellano del carcere: "Con il Covid non possono vedere nessuno tranne me. "Sono l'unica persona che entra nelle carceri di Sondrio, oltre al personale, lì, in servizio, e mi riferisco a medici, infermieri, agenti di Polizia Penitenziaria. Perché tutto il mondo del volontariato che, normalmente, vi ruota attorno, non ha accesso, causa Covid, e sono sospese o, estremamente, diradate, anche le visite dei famigliari".
Parola di don Mariano Margnelli, cappellano delle carceri di Sondrio dal 1° settembre dello scorso anno, quando è stato nominato nell'incarico su indicazione di don Andrea Salandi, vicario episcopale per la provincia di Sondrio. "Di fatto ho iniziato intorno alla metà del mese di settembre e, il primo giorno, me lo ricorderò per sempre. Ero terrorizzato - assicura don Mariano -. Mi sentivo squadrato da capo e piedi, fino a quando, il primo detenuto, ha rotto il ghiaccio ed è venuto a salutarmi".
Da lì in avanti, è stato un crescendo di tentativi di mettersi a disposizione di tutti coloro che avessero bisogno di ascolto, di confronto, di aiuto, nei limiti del possibile. Attività divenuta, addirittura, fondamentale, in epoca Covid. "Son qui pieno di fogliettini di appunti su quello che devo fare e non devo fare per i detenuti - assicura don Mariano -, perché, anche se la struttura, per grazia ricevuta, è completamente Covid free, il bisogno di confronto è esponenziale e, a mancare, soprattutto, sono i colloqui con i famigliari".
"Tant'è che io sto costantemente al telefono con le mamme per rassicurarle - prosegue il sacerdote. Lunghe telefonate in cui faccio solo in tempo a dire che va tutto bene, dentro il carcere, poi, ascolto loro, che mi raccontano tutte le traversie.". Ai detenuti, del resto, vengono sottratti i telefonini, ed hanno a disposizione pochissime telefonate da fare alla settimana. Il tutto in base a quanto dispone il giudice nei loro confronti. Hanno una cabina, all'interno, da cui possono chiamare, ma solo determinate persone.
"Tanti chiamano le mogli o le fidanzate ed esauriscono, così, il loro 'gettone di chiamata' - dice don Mariano -, per cui chiedono a me di rassicurare le madri. Per questo sono qui, carico di foglietti con numeri da chiamare. E, poi, c'è tutto il capitolo dei bisogni di vestiario o di prodotti per l'igiene personale, cui provvedono, solitamente, le dame di San Vincenzo, ma, dato che non possono entrare in carcere, anche qui, faccio da tramite. Per cui, ogni volta che entro, son carico di vestiti, scarpe, asciugamani, shampoo. È una cosa incredibile". Sembra di vederlo, don Mariano, con borsoni al seguito, modello "venditore ambulante", pronto a dispensare il "necessaire" ai 30 detenuti ospitati a Sondrio.
"Cerco di dar loro una mano a superare il momentaccio del Covid che li taglia fuori ancora di più dal resto del mondo - dice - perché, per loro, sia il fatto di non vedere i famigliari, sia il fatto di non poter uscire a lavorare, almeno chi aveva questa possibilità, o di continuare a fare attività interne, quasi tutte interrotte, come il pastificio per la produzione di prodotti senza glutine, li abbatte completamente. Sì, c'è la palestra, c'è la biblioteca, ma a loro non basta. Hanno bisogno di fare attività lavorativa, almeno un poco".
I doni graditi, carta e francobolli - Ed è così, che, per non pensare, per ammazzare il tempo, scrivono. Fiumi di lettere. "Questo lo possono fare - assicura don Mariano -, tant'è che mi chiedono in continuazione prodotti di cancelleria. Fogli per scrivere, buste, francobolli. È' una cosa incredibile. A Natale ho portato loro tantissimi bigliettini augurali, che ho ricevuto in dono da volontari, proprio per loro, ed erano felicissimi. Son piccole cose, ma, purtroppo, altro non possiamo fare". Il rigido protocollo anti Covid, irrobustisce ancor più il "parco regole" in carcere, tant'è che vige l'isolamento di 10 giorni in aree riservate per tutti i detenuti al primo ingresso o di rientro da permessi premio. Don Mariano entra in carcere quattro giorni a settimana, per due ore al giorno, il mercoledì, il giovedì, il venerdì e la domenica per la Messa. E c'è sempre la fila per andare a parlargli, in cappellina. "C'era già prima, ma, ora che col Covid vedono solo me - assicura - è quasi una processione".
trevisotoday.it, 15 gennaio 2021
Marta Casarin, segretaria generale della Funzione Pubblica Cgil di Treviso denuncia una grave situazione organizzativa e pesanti carichi di lavoro all'interno del carcere di Treviso.
"Grande preoccupazione per la situazione dell'area pedagogica nel carcere minorile di Santa Bona, dove a breve verrà a mancare un altro educatore, con ulteriore e ormai insostenibile aggravio dei carichi di lavoro per il resto del personale in servizio".
La denuncia arriva da Marta Casarin, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil di Treviso. "Il carcere minorile di Treviso resterà presto con solo due educatori. Ci risulta, infatti, che la direzione dell'istituto dovrebbe essere affidata a un educatore oggi in forza all'area pedagogica - prosegue Casarin - L'amministrazione centrale ha deciso di congedare il direttore del carcere minorile di Treviso che, seppur in una posizione di distacco da diversi anni, per il profilo rivestito era comunque la figura più autorevole e competente a gestire una realtà penitenziaria non semplice, che lo stesso dipartimento, quest'anno, aveva inserito tra gli istituti di media complessità gestionale. L'area pedagogica - sottolinea Casarin - era già stata sottodimensionata e i professionisti che vi operano sono gravati da incarichi di direzione e responsabilità. Una scelta incomprensibile scelta, presa dunque in un già più che difficile quadro organizzativo causa emergenza sanitaria.
Carcere minorile di Santa Bona: "Un educatore in meno, non si regge"
Dopo decenni di lavoro educativo svolti dall'Ipm nel costruire progetti di rilievo nazionale in ambito scolastico, socio-sanitario e con il terzo settore, una scelta - rincara la sindacalista - che è indicativa della scarsa attenzione proprio verso il personale pedagogico rimasto in organico che, di fronte a questa difficile condizione non può far altro che rimettere tutti gli incarichi chiedendo il distacco ad altri uffici.
La solidità del lavoro di questi professionisti - tiene a puntualizzare la Casarin - è dimostrata dal fatto che anche durante la fase più critica della pandemia, l'area educativa è riuscita a mantenere un legame tra i ragazzi detenuti e la rete educativa esterna, che non ha fatto mancare il suo appoggio. Pertanto - conclude - chiediamo al Dipartimento di rivedere questa scelta che a nostro giudizio mortifica la professionalità e il lavoro dei funzionari pedagogici".
perugiatoday.it, 15 gennaio 2021
Il progetto di Regione Umbria, Frontiera Lavoro e Cassa delle ammende, è rivolto a 30 detenuti cui restano massimo 18 mesi di pena, ma che non hanno un domicilio. "Io riesco", un intervento contro il sovraffollamento carcerario e un'opportunità per chi può scontare la pena fuori. Intervenire sul problema del sovraffollamento delle carceri, aggravato durante l'epidemia da Covid-19, attraverso laboratori che coinvolgono un gruppo di detenuti che potranno scontare gli ultimi 18 mesi di detenzione in una struttura ricettiva di Perugia.
È quanto si propone di realizzare il progetto "Io Riesco", promosso dalla Regione Umbria attraverso uno specifico finanziamento di 140 mila euro da parte di Cassa delle Ammende, e gestito da Frontiera Lavoro. "Il progetto è rivolto a quei detenuti che possono scontare gli ultimi 18 mesi di detenzione all'esterno del carcere, ma sono sprovvisti di un domicilio - dichiara il coordinatore Luca Verdolini - I beneficiari indicati dal magistrato di sorveglianza sconteranno il residuo di pena presso la struttura individuata e saranno sottoposti alle misure di tutela previste dagli Uffici per l'esecuzione penale esterna del Ministero della Giustizia. Continueranno, dunque, a essere a tutti gli effetti dei detenuti, soggetti a restrizioni della loro libertà personale e ai controlli di polizia".
I trenta carcerati coinvolti nel progetto saranno impegnati in laboratori esperienziali della durata di 150 ore relativi alle figure professionali di addetto alla cucina, addetto alla manutenzione del verde, addetto ai servizi di pulizia e addetto ai servizi di segreteria al fine di favorire l'acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro e favorirne l'orientamento. Sono previste attività di auto mutuo aiuto con interventi relativi alla conoscenza della lingua italiana per i detenuti stranieri, un laboratorio sulle dipendenze al fine di avere l'opportunità di trovare conforto e supporto per i problemi connessi alla loro situazione attuale e un'attività finalizzata all'educazione alla legalità.
Ciascun destinatario del progetto sarà orientato circa le opportunità presenti sul territorio e ai servizi pubblici e del privato sociale che si occupano di protezione, lavoro, casa e accesso alle cure. L'emergenza coronavirus sta facendo venire al pettine tanti nodi irrisolti. Tra questi, quello del sovraffollamento del carcere che, a causa dell'epidemia in corso, potrebbe assumere caratteristiche tragiche.
"Una questione molto seria sono le carceri, dove bisognerebbe provvedere alle vaccinazioni in via prioritaria, dichiara il garante, riflettendo sulle implicazioni umane e sociali dell'epidemia - spiega Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria - Sono sospese le attività formative e la presenza dei volontari, questa situazione aumenta il senso di isolamento e di solitudine. È come se il carcere tornasse indietro, quando era un 'corpo' del tutto separato dalla società. Il cronico sovraffollamento degli istituti, l'emergenza sanitaria e l'isolamento dall'esterno imposto per prevenire i contagi, stanno creando grandi difficoltà e sofferenze ai detenuti come agli agenti di polizia Penitenziaria".
di Sergio D'Elia e Valerio Fioravanti*
Il Riformista, 15 gennaio 2021
Giustiziata quando il mandato di esecuzione era già scaduto, quello successivo è stato emesso senza rispettare il termine di venti giorni che avrebbe permesso a Biden di fermare il boia
Lisa Montgomery è stata giustiziata tramite iniezione letale nel carcere federale di Terre Haute, nell'Indiana. Dopo un rinvio deciso da un giudice federale che aveva disposto una perizia sulla sua condizione mentale, il via libera all'esecuzione è arrivato in fretta e furia dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, dove i giudici conservatori sono attualmente in forte maggioranza.
Lisa doveva essere uccisa martedì 12 gennaio. Invece risulta morta mercoledì 13 gennaio all'1.31 del mattino ora locale, un paio d'ore dopo la decisione della Corte Suprema. L'orario in cui è stato certificato il decesso lascia capire che è successo qualcosa di strano. I mandati di esecuzione scadono alla mezzanotte del giorno previsto e, secondo un giudice federale, scaduto un mandato, quello nuovo non può essere emesso prima di venti giorni. Nel caso di Lisa forse lo hanno emesso in venti minuti. Se avessero rispettato la regola dei venti giorni, Lisa avrebbe guadagnato tempo, un tempo utile al nuovo Presidente per porre fine - come promesso - alla pratica arcaica della pena capitale federale.
Gli esecutori materiali dell'iniezione letale sono coperti da un velo di segretezza. È noto che, dopo il contagio che ha colpito almeno 8 membri dello staff che avevano partecipato alle esecuzioni di Orlando Hall il 19 novembre scorso, il Governo ha assunto alcuni appaltatori privati per portare a termine il piano di esecuzioni programmate. Il Governo non ha rivelato chi sono gli appaltatori o perché li ha assunti. Ma dai documenti del tribunale si è appreso che "alcuni membri dello staff di esecuzione provenivano da altre strutture federali". La frase è ambigua e sembra voler dire che, su base volontaria o dietro il semplice pagamento di una diaria e di alcune ore di straordinario, erano stati convocati per le varie esecuzioni agenti provenienti da altre carceri federali. ProPublica, che si autodefinisce "testata giornalistica non-profit che investiga gli abusi del potere", ha usato invece per questo personale il termine più suggestivo di "contractors". Uno degli scandali dell'amministrazione Trump, ad esempio, è che il Presidente abbia rinnovato tutti i contratti in scadenza delle carceri federali per altri 10 anni, legando così le mani a Biden che diceva di volerli dismettere.
I "contractors" quindi potrebbero anche essere agenti provenienti dalle carceri private. Ma "contractors" potrebbe avere un significato ancora più preoccupante. Trump ha nel suo Governo una donna, Betsy De Vos, Segretario di Stato all'Educazione, il cui fratello è il fondatore di Blackwater, e i "contractors" di Blackwater sono veri e propri "mercenari" che operano nei principali teatri di guerra in cui sono impegnati gli Stati Uniti.
È indicativo del suo modo d'essere che l'unico momento di pietà che il Presidente dell'occhio per occhio l'abbia manifestato nei confronti proprio di quattro contractors di Blackwater condannati per aver massacrato 14 civili in Iraq e graziati a dicembre, a un mese dalla fine del suo mandato. Anche se non si riesce a determinare con chiarezza chi siano questi "appaltatori esterni" e quale tipo di contratto "a progetto" li leghi all'Amministrazione Trump, resta il fatto che il piano di esecuzioni a Terre Haute è andato avanti grazie alla disponibilità di "boia" privati che il governo ha assunto allo scopo e che hanno presumibilmente dovuto rivedere l'agenda dei loro fitti impegni familiari e di lavoro ordinario per far fronte allo straordinario di mandare i condannati all'altro mondo.
Gli stessi avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno incredibilmente sostenuto in tribunale che l'inconveniente di riprogrammare questi appaltatori privati avrebbe "danneggiato irreparabilmente" il Governo. Evidentemente, più di quanto i prigionieri sarebbero stati irreparabilmente danneggiati dalla morte di Stato tramite iniezione letale.
Quando la procedura di esecuzione è iniziata, una donna dello staff si è sporta su Lisa Montgomery, ha rimosso delicatamente la mascherina anticovid dal volto della donna e le ha chiesto se voleva fare un'ultima dichiarazione. "No," ha risposto Lisa con voce calma e soffocata. Non ha detto altro. Il suo difensore, Kelley Henry, ha espresso la sua delusione per gli eventi della giornata e nei confronti di un Governo che ha violato la Costituzione, la legge federale e il proprio regolamento pur di raggiungere il suo scopo mortale. "La vile sete di sangue di un'amministrazione fallita stasera era in piena mostra. Tutti coloro che hanno partecipato all'esecuzione di Lisa Montgomery dovrebbero provare vergogna", ha detto in una dichiarazione resa dopo la mezzanotte.
È il modo triste e crudele con il quale Trump ha deciso di uscire di scena. Speriamo che questo tramonto segni la fine di un modo di pensare, di sentire e di fare la giustizia, il superamento della logica rettiliana, reazionaria, primordiale del delitto e del castigo, della violenza da contrastare con violenza, del male da riparare con un male di ugual misura.
*Associazione Nessuno Tocchi Caino
di Francesca Caferri
La Repubblica, 15 gennaio 2021
Tareq Saber è il più alto in grado fra i quattro ufficiali indagati: ora si occuperà di carte d'identità. Coinvolto anche nel caso Zaky. L'uomo più temuto dalla società civile egiziana è uscito di scena. Il generale Tareq Ali Saber della National Security Agency (il servizio segreto interno) è stato rimosso due giorni fa dal suo incarico di capo dell'ufficio incaricato di monitorare ong, sindacati e organizzazioni politiche. Non si tratta di un avvicendamento qualunque: Saber è l'ufficiale più alto in grado fra quelli messi sotto accusa dalla Procura di Roma nell'abito dell'inchiesta per il rapimento e l'omicidio di Giulio Regeni.
È a lui che arriva la denuncia del capo del sindacato ambulanti Mohammed Abdallah sulle presunte attività sospette di Giulio e lui a deciderne la sorveglianza, l'arresto e in definitiva la tortura e la morte. Benché non si possa ufficialmente parlare di una rimozione - non c'è perdita di grado - di fatto lo è: Saber, 56 anni, sarà responsabile dell'ufficio che si occupa di emettere certificati di nascita e carte di identità. Lontano dalla catena di comando che risponde al presidente Abdel Fatah Al Sisi, dove finora aveva un ruolo di primo piano.
A portare allo spostamento, una serie di decisioni che hanno creato ad Al Sisi più di un problema. La morte di Regeni prima di tutto. E, più recentemente, gli arresti dei tre dirigenti dell'Egyptian initiative for human righst (Eipr) l'ong con cui collaborava Patrick Zaky: fu Saber a ordinare a novembre il fermo di Mohammed Basheer, Karim Ennarah e Gasser Abdel Razek per mettere a tacere la società civile alla vigilia del cambio di presidenza negli Stati Uniti, in previsione di un ritorno al centro della scena della questione diritti umani.
"Possiamo reggere alla pressione che ne verrà", disse Saber ai suoi. Si sbagliava: due ore dopo l'ultimo fermo, al ministro degli Esteri Sameh Shoukry arrivava una lettera di 19 ambasciatori occidentali - fra cui l'italiano Giampaolo Cantini, che firmò soltanto a patto che rimanesse riservata - per chiedere una risoluzione della vicenda. L'inizio di una crisi che sarebbe durata due settimane, con articoli sui principali giornali del mondo, l'intervento dell'Onu e di diversi governi europei. E che - nonostante il rilascio dei tre - avrebbe travolto Al Sisi durante la visita di Stato in Francia. Di lì, la scelta del trasferimento.
Saber è coinvolto anche nel caso di Zaky, il ricercatore dell'università di Bologna arrestato al Cairo quasi un anno fa. Il 7 marzo fu contattato da una persona che segue il caso con un messaggio: Patrick è un ricercatore, come Regeni. Se non verrà rilasciato i problemi cresceranno, perché in Italia non verrà dimenticato.
Saber garantì che si sarebbe occupato della vicenda: ma poi scomparve. Se la sua sostituzione rappresenterà una svolta per Zaky è da vedere: fra due giorni il ricercatore sarà davanti ai giudici. Ma i legali non si fanno illusioni: se pure dovesse esserci un gesto di clemenza, è difficile che arrivi prima del 25 gennaio, anniversario della rivolta di piazza Tahir, quando la pressione è massima per il timore che la protesta si riaccenda. Il 25 gennaio 2016, nella rete cadde Giulio Regeni: e questo il generale lo sa bene.
di Gianna Fregonara
Corriere della Sera, 15 gennaio 2021
Dopo le decisioni del Tar, ancora confusione sui rientri in classe. La protesta degli studenti. Il timore che sia una falsa partenza. Non potevano mancare anche un paio di decisioni dei Tar nel garbuglio della riapertura delle scuole. Almeno ora però, gli studenti lombardi qualche certezza in più rispetto ai loro coetanei delle altre parti d'Italia ce l'hanno. A stabilire se lunedì torneranno sui banchi lo deciderà l'ormai popolare indice Rt che sarà annunciato oggi. Fine dello scontro tra governo e Regione, tra genitori e governatore: saranno i numeri a fissare i paletti per le prossime settimane. In Sicilia invece i giudici amministrativi hanno dato ragione e torto insieme alla Regione, che ha chiuso le scuole superiori fino all'inizio di febbraio. A Bari la decisione sulle scuole è da settimane nelle mani dei genitori che hanno avuto la scelta di tenere a casa in Dad o mandare in classe i loro figli più piccoli: non è, dicono i giudici, una violazione del diritto allo studio.
Bandiera bianca - È invece la fotografia più nitida di una politica e di un'amministrazione che in questi mesi, dopo aver fatto una gran confusione, hanno alzato bandiera bianca: per trovare una soluzione per gli studenti si sono esercitati un po' tutti, con l'eccezione degli esperti di didattica. Sono intervenuti ministri, Regioni, sindaci, persino i prefetti e poi medici, virologi ed esperti di pandemia. Senza avere però quella regia unitaria che serve a governare le emergenze e a indicare il percorso. Ancora ieri sera, presidi professori e studenti che lunedì dovrebbero tornare in classe - oltre cinquecentomila - non avevano idea di che cosa si stava decidendo sul loro futuro prossimo.
Ostaggi - In questa incertezza la scuola è rimasta ostaggio dello scontro nel governo tra l'ala della massima cautela (Pd e Leu) che ha fatto pressione per chiudere e tenere chiuse le scuole superiori e la ministra Lucia Azzolina che, dopo essere stata molto prudente la scorsa primavera, si è poi battuta per le lezioni in presenza l'autunno scorso, ma senza provare davvero a costruire un consenso sulle sue idee nella maggioranza, con le Regioni e nel mondo della scuola, e costretta ad arretrare ad ogni decisione.
La lezione scordata - Purtroppo la lezione della scorsa primavera non è servita a molto: l'Italia è stato uno dei pochissimi Paesi che non era riuscito a riaprire le scuole prima della fine dell'anno scolastico. Ma a novembre è stata uno dei primi a sacrificare le lezioni in presenza per gli adolescenti, senza riflette su quello che era successo. È da settembre che le scuole superiori sono in balia degli eventi: il governo era riuscito a garantire le lezioni in classe per i bambini delle elementari e i ragazzini delle medie. Ma per le superiori, che sono le più affollate, il lavoro con Regioni ed enti locali non aveva funzionato e la soluzione della didattica mista, un po' in classe un po' a casa, era già una realtà in molte scuole. Ora, dopo due mesi di lezioni davanti al computer, tre rinvii decisi all'ultimo minuto, il dietrofront delle Regioni, gli allarmi dei medici, i contagi che non scendono come si sperava, i dati che si accavallano, la soluzione offerta ai ragazzi è quella di una scuola dimezzata. Si tornerà, meno male. Ma solo per la metà delle lezioni o forse un po' di più, con gli scaglionamenti che non piacciono ai prof e neppure troppo ai ragazzi. Non c'è da stupirsi che gli studenti stiano organizzando un nuovo sciopero per lunedì. Una scuola così sarà davvero più efficace della Dad? C'è da sperare che funzioni comunque, che gli studenti deboli non si perdano nel dedalo delle nuove regole, che non sia di nuovo una falsa partenza.
di Simone Scaffidi
Il Manifesto, 15 gennaio 2021
Il ricordo degli amici del volontario Onu morto in circostanze ancora da chiarire il 15 giugno scorso a San Vicente del Caguán. E il loro impegno per la ricerca della verità.
"Said era in grado di immaginare un mondo in cui l'eredità del colonialismo potrebbe finire e un rapporto di uguaglianza nella differenza potrebbe prendere il suo posto nelle terre della Palestina. Capiva che il lavoro dell'immaginazione è centrale per la politica, senza una visione "irrealistica" del futuro, non si potrebbe fare alcun movimento nella direzione di una pace fondata su una giusta e duratura soluzione". Con queste parole la filosofa Judith Butler racconta Edward Said, autore di Orientalismo e uno dei maggiori critici dello sguardo colonialista nella cultura occidentale.
Mario Paciolla deve aver letto Said o perlomeno deve essere entrato in contatto con il suo pensiero se a Ramallah, come ricorda Alessia Carnevale, amica e collega, le chiede di fargli una foto con il suo idolo. "Fammi una foto con Edward Said!", Mario sorride e alza gli indici al cielo a indicare il cartello che recita "Edward Said Street".
Alessia scatta, è il 2015, e oggi, cinque anni dopo, partendo da quella foto, ricorda: "Mario, ogni volta che esprimevo preoccupazioni per il mio, per il nostro futuro, incerto, precario, mi rassicurava dicendo che stavamo percorrendo una strada, e il percorso si sarebbe fatto da sé, si sarebbe sciolto davanti ai nostri passi, camminando".
"Mario si era impegnato in progetti sociali in Giordania, in India, a Palermo, in Argentina e stava lavorando in Colombia da quattro anni" ricordano Davide Del Prete e Simone Campora, amici di Mario e fra gli animatori del comitato informale Giustizia per Mario Paciolla. "Aveva una professionalità e un'esperienza solida, questo deve essere raccontato". Stava lavorando con la Missione Onu di Verifica degli Accordi di Pace quando il 15 giugno è stato ritrovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguán in circostanze ancora da chiarire.
All'indomani della morte violenta di Mario Paciolla gli amici e le amiche si sono organizzate per mantenere viva la sua memoria e rendere pubblica la sua storia. È stata celebrata una commemorazione pubblica che ha visto la presenza e l'impegno nella ricerca della verità del presidente della Camera, il ministro degli Esteri e il sindaco della città di Napoli. Hanno organizzato "vere e proprie assemblee popolari partecipate", come racconta Davide Del Prete, "ci ospitava l'ex Asilo Filangieri, purtroppo dopo l'estate a causa della pandemia ma anche per il fatto che non potessero uscire nuove informazioni per il segreto istruttorio, si sono fermate". Dal comitato informale Giustizia per Mario Paciolla sono state attivate anche piattaforme social, facebook, twitter e instagram per ricordare Mario, è stata lanciata una petizione su Change.org e un sito internet dove si raccolgono alcuni articoli scritti in diverse lingue sulla vicenda giudiziaria.
Quel lavoro di immaginazione necessario per trasformare il presente, quell'utopia della pace evocata da Butler in relazione al pensiero di Said, sembra essere stata, leggendo gli articoli di Mario e ascoltando le voci di chi lo ha conosciuto, una componente centrale del suo percorso professionale. "È stato un amico, una persona importante che ci è stata vicino e per questo continua a remare con noi" ricorda Carlos Aries García, coordinatore dell'agenzia turistica Caguán Expeditions formata da ex guerriglieri e membri delle comunità locali, in occasione del festival Remare per la Pace, uno dei progetti a cui Mario Paciolla ha collaborato durante il suo incarico presso la Missione Onu di Verifica degli Accordi di Pace in Colombia.
Il Festival è stato raccontato dal servizio di Valerio Cataldi, mandato in onda da Rai News il 18 dicembre 2020, nel quale riemergono le contraddizioni che avvolgono le indagini parallele svolte alle autorità colombiane e dalla Procura di Roma e i risultati potenzialmente discordanti delle autopsie svolte in Colombia e in Italia ancora protetti dal segreto istruttorio. Viene inoltre confermato il silenzio dell'Onu, la preoccupazione dei colleghi di Mario e si segnala la rapidità con la quale le Nazioni unite hanno classificato come suicidio la morte del lavoratore italiano nonostante siano ancora in corso le indagini per omicidio.
Sono passati sei mesi dalla morte violenta di Mario Paciolla, la famiglia e gli amici, in attesa dei riscontri giudiziari, continuano ad alimentarne la memoria anche attraverso ricordi che possono farci comprendere meglio quella strada, evocata dall'amica Alessia Carnevale, che ha portato Mario fino in Colombia. In un video risalente al 2008, incluso nella campagna Outing Civile lanciata da Sabina Guzzanti, Mario appena ventenne recita una poesia, citando "nu car compagn nuost", Massimo Troisi, capace con la sua ironia dissacrante di sfidare anche la morte. Mario conclude la poesia con un invito alla vita e alla resistenza: "Student 'e Napoli, assieme 'e frat ro' stival: Primm 'e murì vulimm campà".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 15 gennaio 2021
Nonostante tutto molti repubblicani Usa sono ancora con Trump. E un numero crescente di cittadini, nel mondo, non si fida delle istituzioni, della politica, della stampa, neanche delle Ong.
Marjorie Taylor Greene, appena entrata in Congresso come deputata dell'ala trumpiana più radicale, quella delle teorie cospirative QAnon, è scatenata: riecheggiando vecchi slogan del suo presidente afferma che "i democratici sono i nemici del popolo", giudica la messa in stato d'accusa di Trump un atto violento e annuncia che il 21 gennaio, dopo il suo insediamento, chiederà alla Camera l'impeachment di Joe Biden. L'ultima giapponese nella giungla, che oltre a non conoscere leggi e procedure parlamentari, non ha capito che il vento è cambiato, visto che oggi anche Trump invita alla calma, parla di pacificazione e riunificazione del Paese? I sostenitori di tesi estreme esisteranno sempre, e Marjorie non farà molti proseliti tra i parlamentari del suo partito. Ma la sua posizione estrema, un invito alla rivolta contro la nuova presidenza mentre il mondo è ancora sotto lo choc dell'assalto al tempio della democrazia americana, è così isolata? Ne dubito e non solo perché l'improvvisa moderazione di Trump è più apparente che reale: nei comizi della recente campagna senatoriale in Georgia i due candidati repubblicani, David Perdue e Kelly Loeffler, sono stati accolti con applausi cortesi, mentre l'entusiasmo è esploso quando sul palco è salita Marjorie.
I sondaggi parlano chiaro: quello di ieri di Ipsos-Axios dice che, nonostante tutto quello che è successo e si è visto, il 64% dei repubblicani approva i comportamenti di Trump degli ultimi giorni e il 57% vuole lui come candidato della destra nel 2024. Quella di decine di milioni di persone che ormai credono alle teorie cospirative più che alla realtà verificabile dei fatti è una grande tragedia americana. Solo americana? Sempre ieri Edelman, gigante mondiale della consulenza, ha diffuso il suo barometro annuale sulla fiducia: un sondaggio tra decine di migliaia di cittadini di 28 Paesi. Emerge un quadro deprimente: non solo la fiducia nelle istituzioni, la politica, la stampa, perfino le Ong, continua a essere in caduta libera, ma per un numero crescente di cittadini i governi non sono l'autorità riconosciuta ma la principale fonte di disinformazione. Meglio gli amministratori delegati delle grandi imprese che almeno sanno come risolvere i problemi. Secondo Edelman imperversa una patologia sociale per la quale, a differenza del coronavirus, non c'è vaccino.











