di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2021
L'istituto di detenzione abruzzese e il carcere di Venezia costituiscono i due i focolai principali, stando ai dati aggiornati all'8 gennaio scorso. Dimezzati i casi tra i detenuti, mentre tornano ad aumentare quelli tra i poliziotti che lavorano nei penitenziari.
di Leonardo Sciascia*
Il Dubbio, 13 gennaio 2021
Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l'Ucciardone. Su questo giornale, discutendo con Pieroni dei mali d'Italia, all'incirca tre mesi fa, la campagna elettorale appena cominciata, mettevo al primo posto le carenze e disfunzioni dell'amministrazione della giustizia.
Speravo - e credevo, e mi aspettavo - che un tal male trovasse priorità programmatica fra quelli che la compagine governativa venuta fuori dalle elezioni dovrebbe e deve affrontare. Ma mi pare sia stato non contemplato, e come accantonato: forse appunto perché si presentava come il più spinoso. Il che non mi pare un buon segno. L'espressione ' rimandare a miglior tempo' non fa davvero al caso. Se si rimanda, si rimanda a peggior tempo. Un simile problema non può trovare nel tempo attenuazione: può soltanto aggravarsi. E si aggraverà se non si trova rimedio.
Mi rivolgo perciò, come cittadino, come amico, come persona che con lui di questo problema si è trovato a parlare con concorde accoramento, al presidente del consiglio: a chiedergli che il problema non venga accantonato, che lo si affronti con serenità, con equilibrio, con criterio. A rassicurare i cittadini, a restituire quella fiducia nella giustizia che si va perdendo, se non si è addirittura perduta.
Il caso Tortora è l'ennesima occasione per ribadire la gravità e l'urgenza del problema. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente. Non mi chiedo: "E se Tortora fosse innocente?": sono certo che lo è.
Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l'ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto dare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di consapevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza. Sono tutti elementi 'esterni', che non trovano riscontro alcuno, non dico in quel che conosciamo della personalità e del modo di vivere di Enzo Tortora, ma che non trovano convalida alcuna in un solo indizio che possa dirsi oggettivo o probante.
Trovare nell'archivio di un camorrista una lettera diretta a Tortora come complice o confratello (ma è stata trovata?) non comporta certezza che Tortora l'abbia mai ricevuta. Il solo riscontro, la sola e vera prova, sarebbe il trovare un documento simile presso Tortora, in casa di Tortora o negli ambienti da lui frequentati e in cui gli sarebbe stato possibile nasconderlo. E lasciamo stare le squallide mitomanie che casi come questo accendono (e basterebbe, da parte del magistrato inquirente, una telefonata al commissariato di quartiere qualche giorno o qualche ora prima di andare a raccattare la testimonianza), ma il mancato riscontro di quello che possiamo chiamare 'voto sanguinario' (nessuna cicatrice è stata trovata ai polsi di Tortora; e se ne avesse avuta una per essersi imbattuto in un bicchiere rotto?), non era già motivo per metterlo - almeno provvisoriamente in libertà?
Stiamo parlando del caso capitato a un uomo che gode di tanta popolarità e simpatia.
E qui insorge la domanda: i guai gli sono venuti appunto per la popolarità e simpatia di cui godeva - e nel senso che alla spettacolarità dell'operazione, la sua inclusione conferiva ulteriore spettacolarità - o un caso simile può capitare a qualsiasi cittadino italiano? Purtroppo, credo non ci sia alternativa: la risposta è affermativa, per l'una e per l'altra ipotesi. Le accuse dei camorristi pentiti a Tortora non sono state, prima dell'arresto, accuratamente e scrupolosamente vagliate, perché gli ottocentocinquantasei mandati di cattura trovavano apice, davano misura della vastità e intransigenza dell'operazione, proprio in quello contro Tortora.
Del resto - come è stato detto, ripetuto e non smentito - se su ottocentocinquantasei ordini di cattura ben duecento erano sbagliati e le persone arrestate per errore sono state rimesse in libertà nel giro di pochi giorni (ma si consideri: svegliate all'alba con le loro famiglie, le abitazioni perquisite, ammanettate, portate in carcere, tenute fino a quando non si è avuta cognizione dell'errore; cose che lasciano il segno per una vita intera), è facile immaginare che in tanta fretta e confusione il nome di Tortora, fatto con sicurezza dai pentiti, appunto sia apparso come il più sicuro, oltre che il più eclatante. Non c'era possibilità di equivoco, rischio di omonimia: il presentatore televisivo, l'uomo che milioni di spettatori conoscevano.
Ma sono stato impreciso nel dire che non c'è stata smentita del fatto che duecento cittadini sono stati arrestati per errore. Ne è stata fatta circolare una subdola, incredibile, allarmante: che molti dei rilasciati rientreranno in carcere. Giustamente Biagi commenta: "Come dire che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?".
Non credo nell'infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all'infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell'intorbidire, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile. Un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli.
E ho l'impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l'intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede ad una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all'uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie. E qui entriamo nel vivo.
Ogni cittadino, quale che sia la sua professione o mestiere, ha l'abito mentale della responsabilità. Che faccia un lavoro dipendente o che ne eserciti uno in proprio e liberamente, sa che di ogni errore deve rendere conto e pagarne il prezzo a misura della gravità e del danno che, alle istituzioni da cui dipende e alle persone cui ha prestato opera, ha arrecato, a parte l'amor proprio che ciascuno mette nel far bene il proprio lavoro. Ma un magistrato non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice, anche se non con funzioni di vertice. E credo sia, questo, un ordinamento solo e assolutamente italiano.
Inutile dire che dentro un ordinamento simile che addirittura sfiora l'utopia, ci vorrebbe un corpo di magistrati d'eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia non solo, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e di netta e intemerata coscienza. È altro che sfiorare l'utopia: ci siamo in pieno dentro. E come uscirne, dunque?
Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d'esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l'Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza.
Ma mi rendo conto che contro un'utopia è utopia anche questa. Un rimedio più semplice sarebbe quello di caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l'indipendenza: e cioè di dare a ogni cittadino ingiustamente imputato, una volta che viene prosciolto per più o meno assoluta mancanza di indizi, la possibilità di rivalersi su coloro che lo hanno di fatto sequestrato e diffamato. Quanti casi non abbiamo visto di gravissime imputazioni dissoltesi nella formula dell'assoluta mancanza di indizi? Se non ricordo male, anche il dottor Sarcinelli, vicegovernatore della Banca d'Italia, è stato rimesso in libertà con tale formula. E senza possibilità di rivalsa. Il che non appartiene alla civiltà, al diritto, ma alla barbarie e alla giungla.
Bisogna però dire che in un caso come questo di Tortora e dei duecento cittadini arrestati per errore non ha giocato soltanto la condizione di potere della magistratura. Ha giocato anche, e forse principalmente, l'introduzione nella legislazione italiana della figura dei pentiti. Ma già più di una volta ne ho fatto discorso, e prima ancora che ad evidenza se ne verificassero i nefasti effetti.
*Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983
di Marcello Maria Pesarini
Ristretti Orizzonti, 13 gennaio 2021
Dalla scorsa primavera molte volte, anche con sincerità, noi che abbiamo dovuto cambiare i nostri ritmi, ed ancor più quelli che hanno perso o indebolito il proprio lavoro ed i propri mezzi di sostentamento, abbiamo affermato che ci sentivamo reclusi, o in guerra. Ciò è lecito, ma bisogna guardare la realtà con occhi aperti.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2021
Istituto in sé ragionevole, le modalità con le quali viene applicato nel nostro Paese (non ultima la sentenza sulla strage di Livorno) lo rende addirittura dannoso e non riduce i tempi dei processi.
Come accade di frequente in Italia, una pronunzia di prescrizione ha in parte vanificato le attese di giustizia delle vittime e dell'opinione pubblica. La prescrizione è un istituto in sé ragionevole: se passa troppo tempo cessa l'interesse a ricostruire i fatti, a stabilire torti e ragioni, nel diritto penale a punire (tranne per delitti di estrema gravità che sono imprescrittibili). Nel diritto civile la prescrizione opera però solo fino a quando non inizia un processo, da quel momento cessa di decorrere.
Nel processo penale la situazione è diversa e da poco tempo si è cambiata la disciplina. Nonostante gli strilli sul processo infinito e le richieste di riformare la riforma della prescrizione, l'Italia è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere (sarebbe meglio dire ad aver avuto, ma non si sa mai) una prescrizione congegnata in modo irragionevole. In linea generale tutti i sistemi processuali conoscono la prescrizione, ma di norma è un istituto di diritto processuale, mentre in Italia è di diritto sostanziale, sembra una questione di forma ma non lo è.
Le norme processuali si applicano nel testo in vigore al momento della applicazione (tempus regitactum), mentre in diritto penale quelle sostanziali sono retroattive solo a favore del reo. Perciò le modifiche alla prescrizione si applicano e solo se più favorevoli, mentre se di sfavore operano solo per i reati commessi dopo la modifica normativa. Questo spiega perché la legge 9 gennaio 2019, n. 3, che peraltro vale dal 1° gennaio 2020, non poteva operare.
In altri Stati la prescrizione decorre solo fino all'inizio del processo. Per esempio, negli Stati Uniti d'America per felony (cioè quello che noi chiamiamo delitto) la prescrizione è in genere di cinque anni (tranne che per i reati imprescrittibili e salve le differenze fra singoli stati e sistema federale), ma con l'inizio del processo smette di decorrere. In Italia, invece, nel processo penale, la prescrizione continuava a decorrere anche dopo l'inizio del processo. La Corte di Giustizia dell'Unione europea, con la sentenza 8 settembre 2015, rilevò che il nostro sistema di prescrizione era in contrasto con il diritto comunitario perché impediva l'applicazione di sanzione efficaci, proporzionate e dissuasive in materia di Iva.
La Corte costituzionale segnalò i problemi che quella pronunzia comportava in ragione del nostro diritto nazionale e la Corte di Giustizia tornò sui suoi passi. Ciò non escludeva il rischio che l'Italia fosse sottoposta a procedura di infrazione. Il criterio di calcolo della prescrizione era semplice: si faceva riferimento a fasce di pena prevista, ma, siccome il sistema penale conosce aggravanti e attenuanti, nel corso del processo se qualche aggravante veniva esclusa o qualche attenuante riconosciuta (soprattutto cambiava il giudizio di comparazione fra le stesse con le attenuanti generiche ritenute prevalenti) improvvisamente la prescrizione si dimezzava. L'onorevole Edmondo Cirielli, meritoriamente, propose di sterilizzare in parte aggravanti e attenuanti per il computo della prescrizione.
La legge 5 dicembre 2005, n. 251 è conosciuta come "ex Cirielli" in quanto, dopo le modifiche nell'iter di approvazione, che di fatto dimezzava i termini di prescrizione, il proponente votò contro e chiese di non chiamarla più col suo nome. Ci fu una strage di processi a carico di colletti bianchi, che se la cavarono con la prescrizione. Una sentenza di non doversi procedere per essere il reato estinto per prescrizione non è una sentenza di assoluzione, anzi se interviene nei gradi di appello e cassazione, talvolta confermale statuizioni civili, cioè la condanna dell'imputato al risarcimento dei danni a favore delle vittime e ultimamente in talune ipotesi la confisca. Per queste ragioni è stata approvata la legge n. 3 del 2019 che blocca il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Gli oppositori di questa legge sostengono che la prescrizione assicurala ragionevole durata del processo. Se fosse vero i processi imprescrittibili (a esempio quelli relativi a delitti puniti con l'ergastolo) non finirebbero mai. La realtà è che molte impugnazioni sono proposte per due ragioni: differire l'esecuzione della pena (o, se l'imputato è in custodia cautelare sperare nella decorrenza di tali termini) e confidare nel sopraggiungere della prescrizione. Infatti, sempre per stare all'esempio degli Stati Uniti d'America, la sentenza di primo grado è esecutiva (come da noi la sentenza civile).
In Italia invece l'imputato non è considerato colpevole fino a sentenza definitiva di condanna. L'organizzazione giudiziaria, nel nostro Paese come altrove, è strutturata in modo piramidale: esistono una Corte Suprema di cassazione, 26 Corti d'appello e 139 Tribunali, oltre ai giudici di pace. Un sistema di questo genere può funzionare solo se un numero limitato di processi passa dal primo al secondo grado e dall'appello alla cassazione, altrimenti si blocca. Non solo, ma troppe impugnazioni riducono il tempo che i giudici possono dedicare a ciascun processo, con scadimento della qualità e maggiori possibilità di errori.
La Corte Suprema di cassazione in Italia definisce quasi novantamila processi l'anno (quasi 60.000 penali e la metà civili); quella francese circa mille; quella federale Usa 80, con il quintuplo della popolazione italiana. Si potrebbe anche ridurre il numero delle impugnazioni. In Italia ai giudici di appello e di cassazione, su impugnazione del solo imputato non è consentito aumentare la pena. Gli avvocati sostengono che hanno il dovere di tutelare il loro assistito con tutti i mezzi che l'ordinamento prevede ed hanno ragione. Si potrebbe aiutarli copiando dalla Francia, dove il divieto di aumentare la pena non c'è.
Non si dica che si violerebbero i diritti umani: lì hanno inventati i Francesi e in Italia è già consentito aumentare la pena in caso di opposizione al decreto penale di condanna. La prescrizione è rinunciabile dall'imputato. Quando questi è accusato di reati commessi nell'esercizio di pubbliche funzioni, che secondo l'art. 54 della Costituzione dovrebbero essere svolte con disciplina e onore, non ci si dovrebbe attendere che rinunci alla prescrizione o a tali funzioni? Diversamente non si dovrebbero trarne le conseguenze prendendo le distanze da chi se ne avvale? A proposito: onore a Mauro Moretti che alla prescrizione ha rinunciato.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 gennaio 2021
L'ex pm di Palermo oggi contesterà in Consiglio la proposta di archiviare il caso del procuratore aggiunto di Roma Racanelli per le sue chat e intercettazioni con l'allora pm Palamara. Con lui Area e i davighiani. Ma per Di Matteo è inaccettabile anche la nomina dell'ex sottosegretario all'Interno Manzione a procuratore di Lucca.
A volte la coincidenza è malandrina. Capita così che, nello stesso plenum del Csm, giusto quello di oggi, possano capitare due argomenti sicuramente e fortemente divisivi. Da sempre. Solo per usare un'espressione soft. Da una parte, la nomina di un procuratore che però porta la "colpa" di essere stato, anche se da tecnico, un sottosegretario. Dall'altra l'archiviazione, in parte duramente contestata, di chi è stato protagonista delle conversazioni con Palamara.
Già, il "libro mastro" delle chat, l'unico al momento disponibile sui rapporti privati tra i giudici italiani, che tormenta i sonni della magistratura nell'incertezza e nelle divisioni su chi ritenere colpevole per aver colloquiato con l'ex pm di Roma ed ex presidente dell'Anm, e su chi invece assolvere per chiacchierate del tutto innocenti. In questa tornata però - almeno stando alle conclusioni della prima commissione contenute nell'ordine del giorno - le valutazioni dei soli relatori porterebbero ad escludere possibili trasferimenti d'ufficio per incompatibilità ambientale.
E stavolta di mezzo non c'è solo il procuratore aggiunto di Roma Antonello Racanelli, nota toga della destra di Magistratura indipendente, di cui è stato il "ferriamo" segretario. Ma anche, per esempio, Alessandra Camassa, la moglie del capo del Dap Dino Petralia, magistrato anche lei, e presidente del tribunale di Marsala. Nonché Alberto Liguori, procuratore di Terni, che si fa sentire dall'allora caposquadra di Unicost al Csm per una nomina al tribunale di Cosenza. La proposta dei relatori, per tutti e tre le vicende, è quella di archiviare tutto. Ma nel caso di Racanelli questa conclusione invece ha spaccato esattamente in due la prima commissione ed è contestata fortemente da Di Matteo.
Ma c'è pure la seconda questione che scotta. La nomina a procuratore di Lucca di Domenico Manzione, ex sottosegretario all'Interno nei governi Letta e Renzi, fuori ruolo per dieci anni, ma soprattutto fratello di Antonella Manzione, l'ex vigilessa urbana che Renzi portò a palazzo Chigi come capo dell'ufficio legislativo e che poi è stata scelta, decisione anche questa assai contestata, come consigliera di Stato.
Anche qui Di Matteo ha da ridire perché ritiene che sia trascorso troppo poco tempo dal ruolo "politico" svolto da Manzione, che però non è mai stato un parlamentare, per poter diventare il capo di un ufficio, addirittura un procuratore. Incarico che per la verità Manzione aveva già nel 2009 (era il capo della procura di Alba ufficio poi soppresso con la revisione della geografia giudiziaria) quando è cominciata la sua avventura da fuori ruolo durata fino al 2018. Nella commissione per gli incarichi direttivi, presidente il laico forzista Michele Cerabona, relatrice Loredana Micciché di Magistratura indipendente, il via libera a Manzione è stato dato senza problemi. Ma Di Matteo non ci sta.
Ma è su Racanelli che Di Matteo - e con lui il gruppo di Area e quello di Autonomia e indipendenza - intende dare battaglia. In commissione è finita tre a tre, da una parte la relatrice Paola Maria Braggion, di Mi come lo stesso Racanelli, e con lei il laico di Forza Italia Alessio Lanzi e quello della Lega Emanuele Basile. Dall'altro la presidente della prima commissione Elisabetta Chinaglia, ultima eletta per Area al Csm, nonché la davighiana Ilaria Pepe. E ovviamente Di Matteo. Per tutti e tre le insistenti e abituali conversazioni tra Palamara e Racanelli - via chat e per telefono - tra il dicembre del 2017 e il 29 maggio del 2019, quando il caso esplode sui giornali, vanno ben oltre un normale rapporto tra colleghi, il primo procuratore aggiunto votato quando Palamara era al Csm, il secondo pm a piazzale Clodio e aspirante procuratore aggiunto. Soprattutto, quando si parla della prossima nomina del procuratore di Roma al posto di Giuseppe Pignatone (i due tifano per il pg di Firenze Viola contro il procuratore di Palermo Lo Voi) o dell'esposto dell'ex pm Stefano Fava contro Pignatone e l'aggiunto Ielo. Rapporti normali tra colleghi, sostiene Braggion. Comportamenti del tutto anomali, e quindi da approfondire, per Di Matteo, Chinaglia, Pepe. E che, dal loro punto di vista, configurano l'incompatibilità ambientale. Ma in plenum i numeri potrebbero favorire Racanelli.
di Liana Miella
La Repubblica, 13 gennaio 2021
Con una lettera all'Assogot, il consigliere per la Giustizia del Quirinale Erbani assicura che il capo dello Stato sta seguendo "con attenzione" il caso e ha segnalato al ministro della Giustizia le richieste della categoria. I giudici onorari chiedono e ottengono "l'attenzione" del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla loro situazione, sulle loro richieste, sulle agitazioni che ormai da due mesi si susseguono in tutta Italia, con scioperi della fame, con flash mob, con il preannuncio di uno sciopero che, tra il 19 e il 22 gennaio, fermerà 5mila giudici che tengono in piedi il 60% della giustizia italiana.
Con una lettera del Consigliere per gli Affari dell'amministrazione della giustizia Stefano Erbani, la voce di Mattarella arriva all'Assogot che ha inviato il messaggio al Quirinale prima di Natale. Poche righe, ma dense di significato, e di grande importanza per chi, da anni, cerca di trasformare un lavoro precario, ma indispensabile, in un lavoro garantito dalle necessarie tutele. Scrive Erbani: "Il presidente Mattarella segue con grande attenzione i problemi della magistratura onoraria, nella consapevolezza del fondamentale contributo che la stessa apporta, con il suo costante operato, alla funzionalità e all'efficienza del sistema giustizia".
Erbani scrive ancora che, però, non è nei poteri del capo dello Stato un intervento diretto, poiché "per posizione costituzionale", il Quirinale "non ha facoltà di intervento e di valutazione sulle questioni rappresentante". In questo caso, la condizione da sempre precaria di giudici che, pur esercitando appieno la giustizia con decisioni e sentenze, tuttavia vengono pagati a cottimo, non hanno coperture di alcun tipo, né sanitarie, né pensionistiche. Tuttavia - e questo passaggio è ovviamente molto importante per i magistrati onorari - Erbani assicura che "nondimeno sarà assicurata la tempestiva trasmissione delle richieste avanzate nell'interesse dell'associazione al ministero della Giustizia, sollecitandone l'attenzione".
E quelle ultime parole - "sollecitare l'attenzione" - hanno un valore enorme per i magistrati onorari, soprattutto in ore in cui - se il governo sopravvive - proprio via Arenula sarebbe intenzionata a trasformare in un decreto legge le nuove norme sui giudici onorari, come ha anticipato a Repubblica il capogruppo Dem in commissione Giustizia del Senato Franco Mirabelli. Proprio oggi, a palazzo Madama riprenderà, in commissione Giustizia, la discussione sul ddl Valente-Evangelista che dovrebbe poi trasformarsi in un decreto.
Testo sul quale però gli stessi giudici onorari non sono d'accordo perché ritengono che sia un contentino per il passato e non garantisca la stabilità della categoria. Sono soprattutto convinti che la legislazione italiana su di loro debba fare un passo avanti dopo la sentenza della Corte del Lussemburgo che, a luglio, ha riconosciuto i loro diritti economici, come dimostrano anche le recenti sentenze, a cascata, dei tribunali civili. Per questo le agitazioni continuano e culminano nello prossimo sciopero.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 13 gennaio 2021
Caiazza, leader Ucpi: "Il caso Giannetti prova che i processi vanno fatti in aula". Ieri vi abbiamo raccontato di quanto accaduto all'avvocato Simona Giannetti, silenziata con un clic durante un processo per direttissima: in una udienza da remoto, mentre discuteva con il pm per una questione preliminare, viene ammutolita dal giudice che le spegne d'imperio il microfono. "Noi penalisti finiamo per essere gradualmente e magicamente espulsi dal processo come un fastidioso malware, di cui si può fare a meno", ha detto al Dubbio.
L'inquietudine dell'avvocato Giannetti e di tanti altri colleghi contrari alla remotizzazione del processo appartiene sicuramente anche al leader dei penalisti italiani, l'avvocato Gian Domenico Caiazza, che ci dice: "Ciò che è accaduto alla collega conferma le nostre preoccupazioni e la giustezza della nostra posizione: il processo penale non può essere smaterializzato. E una delle ragioni per le quali questo non deve accadere è proprio la tutela della fisicità del processo penale, che serve a scongiurare la possibilità che viene data al giudice con un semplice clic di zittire il difensore".
Naturalmente non si tratta dell'unico aspetto del problema, sottolinea il presidente dell'Unione Camere penali: "Smaterializzare il processo significa perdere la percezione di quello che sta accadendo in aula, significa non riuscire a captare le reazioni psicofisiche del testimone che si sta controesaminando, significa non avere da parte del difensore il controllo sull'attenzione del giudice. Sono tutti elementi insostituibili, indispensabili e inderogabili del processo penale. Se a ciò si aggiunge che trasferendosi su una piattaforma con tanti quadratini si possono consentire atti di questa gravità, come successo all'avvocato Giannetti a cui è stata tolta la voce, questo ci fa capire quanto è difficile la situazione".
Ci sarebbe da ipotizzare che il giudice non si sarebbe mai permesso di usare lo stesso metodo di silenziamento con il pubblico ministero: "Non è importante fare questo tipo di valutazione. Anche se il giudice fosse equanime sarebbe un fatto grave lo stesso, anche se immagino che un giudice toglierebbe la parola a un pm con molta più difficoltà. Comunque è vero che il giudice dà e toglie la parola, ma privare il difensore della possibilità di reagire fisicamente anche a un ordine del tipo ' si taccia, le tolgo la parola' è qualcosa di innaturale".
Nel raccontare la sua vicenda al Dubbio, l'avvocato Giannetti si è chiesta se non sia necessaria una regolamentazione rigorosa dello svolgimento delle udienze a distanza: "La posizione dell'Ucpi - precisa Caiazza- è chiara su questo: noi non chiediamo alcuna regolamentazione. Noi chiediamo la conferma del pacchetto giustizia del Ristori così com'è e che ha posto addirittura il divieto della celebrazione da remoto delle udienze di istruttoria e di discussione". Tuttavia oggi una delegazione dell'Anm incontrerà il guardasigilli Alfonso Bonafede e fra gli argomenti di discussione ci sarà la richiesta di una proroga della normativa emergenziale per i processi penali e civili: "Si tratta - replica Caiazza - di un approdo ormai acquisito, definitivo; non si capisce in che termini il governo dovrebbe reintervenire su decreti legge appena convertiti. Non sono materie regolabili con un dpcm. Cosa gli vanno a chiedere: un Ristori ter con cui modifichiamo un decreto appena approvato?". Se così accadesse, "sarebbe gravissimo" per l'avvocato Caiazza, che avverte: "Saremo pronti a scatenare una reazione durissima".
Ieri abbiamo pubblicato anche un articolo in cui si dà conto dell'altra proposta che l'Anm porterà all'attenzione del ministro, ossia poter includere giudici e pm fra quelle categorie a rischio per le quali è giusto prevedere una priorità nelle vaccinazioni. Come riferito su queste pagine, secondo l'Anm "i magistrati rientrerebbero nella categoria degli "esercenti di un servizio di pubblica utilità", quindi si troverebbero de facto su una corsia preferenziale per i tempi di vaccinazione", con la possibilità di estendere la vaccinazione anche agli avvocati". Secondo Caiazza "la proposta è giusta e sensata per il tipo di attività che noi avvocati facciamo e che afferisce a un servizio pubblico essenziale, quello della giustizia, che ci espone a rischi di contagio superiore alla normalità. Tutti vanno garantiti: magistrati, avvocati, cancellieri".
A tal proposito chiediamo al presidente Caiazza se il raggiungimento di un numero adeguato di vaccinazioni tra gli operatori della giustizia possa incidere e mitigare le istanze di un processo da remoto. "Non mi sembra utile incamminarsi su questa strada", risponde. "Il processo da remoto è una ipotesi improponibile perché è ontologicamente incompatibile con la natura del processo penale".
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 gennaio 2021
Ecco cosa prevede il Pnrr per la giustizia: a disposizione 3 miliardi e 10 milioni. Scompare il riferimento ai "furbetti" della prescrizione. Tre miliardi e dieci milioni di euro. A tanto ammonta l'intervento sull'innovazione organizzativa della Giustizia contenuto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza approdato ieri sera in Consiglio dei ministri. Intervento costituito per 1 miliardo e 10 milioni da risorse complementari provenienti dagli stanziamenti della Legge di Bilancio. Lo scopo del governo è quello di ridurre notevolmente i tempi della giustizia, puntando su un tema caro agli avvocati: la ragionevole durata del processo.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 13 gennaio 2021
L'anno è appena cominciato ed il primo grande argomento di discussione giudiziaria non ha tardato ad arrivare: ed infatti, la Suprema Corte di Cassazione, all'esito dell'udienza dell'8 gennaio appena trascorso, è giunta a decisone in ordine ai ricorsi proposti nell'ambito del procedimento penale relativo all'incidente ferroviario avvenuto a Viareggio nella notte del 29 giugno 2009, in occorrenza del quale persero la vita trentadue persone.
Nel provvedimento, i Giudici di Legittimità hanno confermato la sussistenza del reato di omicidio colposo plurimo; tuttavia, ad eccezione della posizione riguardante Mauro Moretti, tale fattispecie è stata dichiarata prescritta a seguito della valutazione di escludere la circostanza aggravante della violazione delle norme di prevenzione sui luoghi di lavoro. Questo il primo fondamentale snodo della sentenza che ha suscitato molte polemiche.
A questa ha fatto seguito poi la conferma dei risarcimenti in favore di molte parti civili e la revoca degli stessi in favore di altre. La decisione ha, in particolare, confermato per numerosi imputati la responsabilità per il reato di disastro ferroviario colposo, così confermando la condanna inflitta dalla Corte di Appello di Firenze che è stata dichiarata definitiva.
Ancora, per effetto di tale decisione, le società coinvolte, sia tedesche che italiane, sono state assolte in merito agli illeciti previsti ex D. Lgs. n. 231/ 01 e, conseguentemente, alcune parti civili costituite sono state estromessi dal processo. Per altri imputati è stato, invece, disposto il rinvio alla Corte d'Appello di Firenze per una rivalutazione dei profili di responsabilità in relazione all'imputazione di disastro ferroviario: in particolare, per gli ex Amministratori Delegati di Fs e Rfi, a seguito dell'annullamento della sentenza di secondo grado dovrà essere rivalutata la responsabilità penale proprio per il reato di disastro ferroviario colposo.
Anche su questo punto sono già insorte numerose questioni legate alla possibilità per i parenti delle vittime di ottenere un risarcimento. In altre parole quindi, i Giudici di Legittimità hanno configurato un radicale ridimensionamento all'impianto delle accuse e delle responsabilità degli imputati. Come anticipato, i parenti delle vittime e le Associazioni agli stessi legati hanno accolto con stupore e rabbia la notizia, definendola un "disastro". A fronte del dispositivo della sentenza su richiamata, le cui motivazioni saranno depositate e disponibili entro i prossimi 30 giorni, risulta doverosa svolgere una riflessione sul rapporto che può intercorrere tra la Giustizia in senso tecnico, con tutte le regole che la fondano, quali elementi imprescindibili di uno stato di diritto (tra cui vi è, per l'appunto, l'istituto della prescrizione) e l'esigenza - etica e morale - di trovare risposte da parte dei parenti delle vittime.
In particolare, proprio i parenti delle vittime hanno censurato la recente decisione giudiziaria in punto prescrizione, ritenendo quest'ultima un ostacolo alla vera Giustizia. Un esponente delle associazioni che raggruppano i parenti delle vittime ha, in particolare, dichiarato come "sembra di essere tornati ai tempi del Medioevo dove i signori impongono le loro leggi", affermando peraltro che "la nostra battaglia la continuiamo ugualmente, perché una battaglia di civiltà, di giustizia, quella vera".
Ed è proprio questo il cuore su cui si fonda il su accennato contrasto, ovverosia la definizione di cd. giustizia "vera": in questo caso, all'aspettativa dei parenti ad un ristoro, sia materiale che morale, fa da contraltare la frustrazione dovuta all'applicazione della prescrizione, istituto giuridico fondamentale in uno stato di diritto. La risoluzione del contrasto è ardua e travalica i confini del diritto arrivando fino ai concetti filosofici di reciprocità e morale ed anche distinzione tra ciò che è penalmente rilevante rispetto a ciò che, invece, non è moralmente accettato, ancorché lecito.
In questa sede ci si limita ad osservare come, per perseguire nelle aule dei Tribunali la giustizia in uno Stato di diritto, sia imprescindibile porre in essere dei bilanciamenti: in altre parole, da un lato, il sistema giudiziario italiano tutela le persone offese da un reato ed i loro congiunti mediante la presenza di idonei strumenti per la costituzione in sede penale della parte civile ed il legittimo conseguimento di un ristoro; tuttavia, dall'altro lato, istituti come la prescrizione, tutelano l'altrettanto importante diritto di un soggetto imputato nel procedimento a non essere sottoposto a processo in eterno. Chi scrive già si era espresso in questa Rivista rappresentando come l'antidoto al giusto processo non è l'assenza del tempo massimo di esercizio dell'azione penale.
Deve, dunque, come detto, operarsi un bilanciamento tra interessi e diritti, finalizzato alla tutela equa di tutte le parti coinvolte nel procedimento penale. Peraltro, in un caso come questo non appare corretto ritenere che gli imputati siano andati esenti da qualsivoglia responsabilità in forza della prescrizione: le responsabilità saranno valutate differentemente in sede di rinvio e quindi si potrà giungere ad una diversa lettura da quella già esaminata. Concludendo, sembra lecito affermare come la giustizia delle aule dei Tribunali debba rimanere esente da profili e valutazioni mediatiche, prescindendo da osservazioni che, sconfinando dal profilo tecnico, porterebbero a sentenze cd. simbolo ma prive di un appiglio di stretto diritto: in questo modo il confine dei processi rischierebbe di essere insediato da valutazioni soggettive ed oggetto di possibili strumentalizzazioni.
*Direttore Nazionale Istituto Ispeg
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 13 gennaio 2021
Emanuele Mancuso è il primo del clan a collaborare con la giustizia. La moglie lo ripudia. La bambina di 30 mesi usata per farlo ritrattare.
Una figlia. Un padre mafioso pentito. Una madre che lo ha ripudiato, rimanendo solidale con la famiglia. Un processo che mette i genitori l'uno contro l'altro, e la bimba parte civile contro la madre. La protagonista, suo malgrado, dell'ultima storia di 'ndrangheta ha solo 30 mesi. Il suo torto è nel cognome: Mancuso. Famiglia tra le più potenti. Segni particolari: narcotraffico. Piedi nelle campagne di Limbadi, Vibo Valentia, e mani nel mondo: dalla Germania al Brasile, dove fu arrestato il boss Pantaleone, detto "l'ingegnere".
Suo figlio Emanuele, trentenne, per il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri "è la persona più competente nella coltivazione di marijuana che ho ascoltato in oltre trent'anni di carriera". Quando viene arrestato, nella primavera 2018, la sua compagna Nensy Vera è incinta. "La speranza di offrire a mia figlia un futuro diverso" lo motiva a collaborare con la magistratura. Primo Mancuso a farlo, tanto che la notizia getta nel panico i familiari e li induce a una controffensiva per neutralizzarlo.
Il padre Pantaleone, in libertà vigilata, si dà alla macchia con un documento falso. Il fratello Giuseppe, informato in tempo reale in carcere, si scatena. "Non parlare, le parole si pagano", gli scrive. "Pecorone, cane, torna indietro o fai la fine degli altri", gli urla affacciandosi di notte dalle sbarre della cella.
Più sottile la strategia delle donne di famiglia. Madre Giovannina e zia Rosaria convocano Nensy Vera, che in lacrime garantisce fedeltà, e partono all'attacco del reprobo. Lo insultano ("Tossico, bugiardo, uomo di merda"). Gli passano i nomi degli avvocati pronti a "farlo passare per pazzo" ("'u malatu").
Lo allettano con promesse di soldi, di un bar o un negozio da gestire. Magari all'estero. Ma soprattutto, dopo la nascita della bambina, se ne servono spregiudicatamente per fargli "cambiare direzione". Gliela fanno vedere raramente, a meno che non ritratti le accuse al clan. "Hai bisogno di noi", gli scrive la compagna Nensy Vera allegando la foto della neonata in braccio al fratello del pentito, Giuseppe, lo stesso che lo ha minacciato di morte. "Tuo fratello è ora ai domiciliari, ti aspettiamo tutti", c'è scritto dietro la foto. E ancora: "Ti dirò ti amo solo quando tornerai a casa, altrimenti non mi interessa più di te".
L'uso cinico e spesso tragico dei figli per neutralizzare i pentiti è un classico mafioso. La sorte del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia rapito e sciolto nell'acido in Sicilia, indignò l'Italia nel 1996. A Rosarno, in Calabria, nel 2011 il desiderio di non perdere i figli costò la vita a Maria Grazia Cacciola, che aveva rinnegato il clan Bellocco: fatta rientrare a casa, finì "suicidata". Per questo negli ultimi anni il tribunale dei minori di Reggio Calabria, sotto la guida di Roberto Di Bella, ha elaborato un protocollo per tutelare i bambini di famiglie 'ndranghetiste, chiamato "Liberi di scegliere" e cristallizzato nel 2017 dal Csm in linee guida nazionali. Almeno 80 minori (un terzo figli di pentiti e testimoni di giustizia) sono stati sottratti al giogo criminale.
Liberati, letteralmente. Il caso Mancuso è dunque ordinaria amministrazione, per la 'ndrangheta. Lo sanno la Procura di Catanzaro e i carabinieri. Attraverso telefonate, chat e corrispondenza ricostruiscono la vicenda in cui, hanno detto gli investigatori, "non c'è onore, non ci sono valori, non c'è umanità". Compagna, madre, zia e fratello del pentito Mancuso vengono imputati di violenza privata, favoreggiamento e altri reati aggravati dal metodo mafioso. Il processo ha due parti civili. Lo stesso Mancuso e la figlia, che quindi risulta controparte (e in ipotesi di condanna, titolare di un diritto al risarcimento del danno) della madre con cui vive e che la sta crescendo.
"Da padre non riesco a darmi pace", scrive Mancuso in una lettera aperta, manifestando "frustrazione e preoccupazione per le sorti di mia figlia", che nonostante tutto "mantiene contatti con gli ambienti 'ndranghetisti grazie alla disponibilità della madre, che incontra anche latitanti". Dalle chat dei familiari depositate nel processo emerge "l'interessamento della cosca alle sorti della mia bambina, usata come merce di scambio", per cui Mancuso chiede "a gran voce" che sia emancipata dal "maledetto cognome" e "strappata definitivamente dalle mani della 'ndrangheta", per vivere in un "ambiente familiare sano".
La lettera è rivolta al tribunale dei minori di Catanzaro. Che finora, con orientamento diverso dalla Procura, ha ritenuto di non spezzare il rapporto madre-figlia. Respinte tre istanze di Mancuso, per i suoi precedenti penali, gli aveva anche limitato la potestà genitoriale, poi ripristinata dalla Corte d'appello. Il tribunale, che contesta le accuse, ritiene che la bimba sia al sicuro, avendola collocata con la madre in una località protetta sotto la protezione della polizia. In attesa delle sentenze, il caso resta aperto. Come il destino della piccola Mancuso. L'unica, in questa storia, sicuramente innocente.
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