di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 18 aprile 2021
"C'è molta trepidazione, ansia, ma anche tanta gioia. Don Fausto era una persona eccezionale. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2020 è venuto a mancare non solo un uomo, un religioso, limpido esempio di umanità evangelica, ma una risorsa per l'intera istituzione penitenziaria, per l'amministrazione, un punto di riferimento per tutti i soggetti che a vario titolo interagiscono con la nostra comunità".
La voce della direttrice della Casa circondariale di Bergamo, Teresa Mazzotta, è rotta dalla commozione nel ricordare la figura di don Fausto Resmini, cappellano per oltre trent'anni dell'istituto lombardo, scomparso poco più di un anno fa per le complicanze causate dal covid-19, all'età di 67 anni. Al sacerdote, lunedì prossimo, verrà intitolato il carcere alla presenza del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia.
"La sua capacità di entrare in empatia con i detenuti non aveva eguali" racconta la direttrice, sottolineando che don Fausto: "Era il padre spirituale con cui rivedere in senso critico una condotta censurabile o consolidare la fede in un momento di difficoltà. L'amico a cui confessare ansie e timori o su cui contare per far fronte a situazioni di indigenza. Diventava supporto anche per le famiglie delle persone private della libertà personale".
Nato a Lurano, un piccolo centro in provincia di Bergamo il 7 aprile del 1952, frequenta il patronato di San Paolo d'Argon fin da piccolo e qui comincia il suo percorso formativo, proseguito poi presso il Centro di Sorisole. Poi la scelta della Cattolica di Milano, frequentando la facoltà di giurisprudenza e dopo circa un anno i corsi di Teologia nel seminario di Bergamo. Ordinato sacerdote nel 1978, fonda la comunità Don Lorenzo Milani grazie all'aiuto di alcuni ragazzi che aveva seguito come assistente educatore e che lo affiancheranno per tutti gli anni successivi.
Nel 1987, la prima volta come volontario nel carcere di Bergamo. Entra così in contatto con il mondo penitenziario degli adulti, incontrando persone che avevano sbagliato ma che, al tempo stesso, mostravano fragilità ed erano bisognose di conforto. "Quei poveri di spirito protagonisti del Discorso della montagna ai quali avrebbe dedicato tutta la sua vita" riprende la direttrice.
Don Resmini è stato ricordato anche dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, il 18 marzo scorso, in occasione della cerimonia in ricordo delle vittime del Covid tenutasi proprio a Bergamo. Il presidente del Consiglio lo inserì a pieno titolo nelle figure "simbolo di resistenza civile", definendolo "prete degli ultimi". "Con lui rendiamo omaggio ai sacerdoti della diocesi bergamasca deceduti per il virus" ha detto Draghi nell'occasione.
Cappellano a Bergamo dal 1992, il sacerdote si è molto adoperato nell'accompagnamento dei detenuti, durante la fruizione dei permessi premio con un lavoro, di raccordo con la magistratura di sorveglianza "esplicitando chiaramente gli obiettivi del suo operato, cioè favorire le relazioni tra genitori e figli minori". In questo, continua Mazzotta "ha lavorato per sostenere i momenti di aggregazione familiare anche all'interno del carcere". Quanto al rapporto con i ristretti, don Fausto credeva nel recupero individuale e sociale delle persone private della libertà personale. "Attraverso un dialogo costante e prendendo le mosse dal trauma conseguente all'ingresso in istituto, senza voler influire sulla libera scelta dell'individuo, interagiva con lui alla stregua della maieutica socratica, ne sollecitava un'autonoma presa di coscienza di eventuali errori e delle conseguenze pregiudizievoli che ne erano derivate in un'ottica di liberazione dal peso della sofferenza. Trasmetteva valori che partivano dal rispetto verso sé stessi e verso gli altri, alleviando così la sofferenza nella prospettiva del futuro reinserimento sociale".
La sua missione guardava con attenzione anche a chi lavorava in carcere (agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo): "Costruiva un secondo rapporto di collaborazione fondato sulla fiducia, sul rispetto, sulla stima" rivela Mazzotta. "Era un punto di riferimento anche per progettualità specifiche sul benessere del personale stesso. Una presenza costante in manifestazioni ufficiali. Ricordo, ad esempio le feste della Polizia penitenziaria officiate all'esterno della struttura dove pronunciava sempre parole che davano lustro e prestigio al corpo. Costruiva rapporti con i singoli, oltre che con le loro famiglie. Aveva sempre per tutti parole di conforto ed incoraggiamento".
La direttrice, infine, ricorda il suo rapporto di stretta collaborazione con don Resmini: "All'ingresso in istituto era solito passare sempre dal mio ufficio e oggi ho la sua foto che mi sorride e avverto il suo sostegno e il suo conforto, anche se confesso che mi mancano veramente i suoi saggi consigli. Mi manca l'impossibilità di condividere con lui un'idea, un progetto. Tutti noi oggi condividiamo il ricordo di un grande uomo, di un grande sacerdote. Egli ha voluto massimamente tra queste mura mettere a profitto il suo impegno a favore del prossimo. La prospettiva della realizzazione della dignità della persona è stata la finalità che ha contrassegnato la vita e la sua opera".
Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021
L'uomo non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".
È stato condannato a 4 mesi di carcere dal Tribunale di Torino, ma nessuno sa quale sia il suo nome, né quanti anni abbia o dove sia nato: di fatto, un fantasma. L'uomo infatti non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".
Il "fantasma" è stato arrestato lunedì 15 marzo, in via Cernaia a Torino da una volante della Questura. "Gli avevamo solo chiesto - ha raccontato l'assistente di polizia intervenuto - di mettere la mascherina, visto che non la stava indossando. È diventato aggressivo e violento. Capiva l'italiano, ma ci insultava in francese.
Un atteggiamento inspiegabile, perché con sé non aveva armi, droga o cose del genere. In Questura ha dato ancora in escandescenze e non ha voluto dirci chi era. Sembrava che vivesse in un mondo tutto suo e non volesse essere disturbato. Uno arrabbiato con il sistema". L'uomo non è nuovo a fatti analoghi, come è emerso dalle analisi delle impronte digitali. "Non mi era mai capitato niente del genere - ha commentato il suo avvocato, Paola Giusti - avessi avuto contatti con lui forse avrei gli elementi per chiedere una perizia psichiatrica, ma è un fantasma".
di Antonella Scarcella
bolognatoday.it, 18 aprile 2021
Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, lancia un appello: "Fate presto". Mentre fuori si ricomincia a parlare di riaperture, dentro, nelle carceri, di ritorno alla normalità e vaccini sembra non se ne occupi ancora nessuno. La denuncia arriva per voce del Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, Antonio Ianniello, che lancia un appello: "Fate presto".
La vaccinazione, infatti, vista la mancanza di spazio e il conseguente sovraffollamento, alla Dozza oltre 200 detenuti in più, è fondamentale per prevenire la diffusione del contagio ma, perché no, propone il Garante, anche valutare di ridurre la pena detentiva in relazione al periodo trascorso in carcere durante la pandemia potrebbe essere una soluzione.
"La specificità del locale contesto penitenziario in cui l'emergenza sanitaria ha fatto irruzione è nota: una preesistente e cronica condizione di sovraffollamento (attualmente presenti oltre 700 persone a fronte di una capienza regolamentare di 500) per la quale l'impossibilità strutturale di poter instaurare quel distanziamento fisico necessario alla tutela della salute delle persone può incidere sull'aggravamento del rischio sanitario, anche potendo evidentemente fungere da acceleratore della diffusione del contagio", scrive il Garante.
"Manca quella risorsa essenziale e preziosa che (anche) nella situazione data è lo spazio, e di conseguenza la saturazione degli spazi detentivi può essere all'ordine del giorno proprio perché la disponibilità di spazio è la condizione necessaria per riuscire a garantire l'attivazione degli interventi di prevenzione e contenimento della diffusione del contagio, restando ferma, in questa ottica, la necessità di deflazionare la popolazione detenuta".
"Così - continua - proprio nel momento in cui per la società esterna s'iniziano a intravedere prospettive concrete di riapertura, l'auspicato e graduale ritorno alla normalità in carcere resta per il momento ancora al palo e incerto. Perché, lo si torna a ricordare, l'emergenza sanitaria ha comportato l'accentuazione del profilo meramente custodiale della detenzione, avendo le attività trattamentali (e gli ingressi della società esterna, compresi i contatti in presenza con i congiunti) risentito di (necessarie) sospensioni e riduzioni, anche connesse all'andamento del contagio all'interno. In tale dimensione anche l'irrigidimento delle condizioni detentive, seppur necessariamente correlato a esigenza sanitarie, ha davvero raggiunto profili piuttosto accentuati".
"In un simile contesto - ragiona Ianniello - avrebbe un significato particolare se nelle sedi competenti s'iniziasse a valutare l'opportunità di concedere una riduzione della pena detentiva correlata al periodo trascorso in carcere durante il tempo dell'emergenza sanitaria, nella misura che si riterrà concretamente più adeguata.
La campagna di vaccinazione resta lo snodo fondamentale per mettere in sicurezza la locale comunità penitenziaria così che possa davvero partire un percorso verso un graduale ritorno alla normalità, anche per le persone detenute. Sin dal principio la campagna di vaccinazioni aveva interessato le professionalità sanitarie che operano all'interno del carcere e nei mesi scorsi aveva riguardato anche gli operatori penitenziari (e anche parte dei volontari), in questo caso non ancora completata".
"Le recenti indicazioni della struttura commissariale hanno individuato le attuali priorità vaccinali nelle fasce d'età e nelle categorie fragili (over 80, persone estremamente fragili, disabili gravi). Anche a livello regionale si resta in attesa di ulteriori indicazioni da parte della struttura commissariale per capire come organizzare il piano d'intervento vaccinale per le persone detenute, restando ovviamente ferma la necessità di adeguate forniture di dotazioni vaccinali. L'auspicio - conclude il Garante - in ragione dei profili accennati, è che si possa fare presto".
di Daniele Mencarelli
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
I pazzi fanno paura. Perché colgono i precipizi dell'esistenza, perché li affrontano, per come lo può fare un essere umano, senza armi, difese. I pazzi fanno paura. Da sempre. Per sempre. Guardano quello che gli altri, i normali, non riescono a sostenere con lo sguardo. E alla fine si bruciano. Dal troppo dolore. Ma la malattia mentale non può essere una narrazione sempre uguale a sé stessa. Nulla che appartenga all'umanità è veramente immutabile, figuriamoci i suoi mali, visceralmente intrecciati a tempi e luoghi del vivere. L'arte, quando è vera, sa cristallizzare l'umano all'infinito. Lo eterna. Ognuno di questi scatti vibra di esistenza.
Un milione di persone per una Asl - I malati che vedrete vi rimarranno addosso, incastrati negli occhi, continueranno a parlarvi per giorni. Partiamo dall'arena. Asl Roma 1. L'azienda sanitaria locale che copre quasi interamente tutta Roma Nord. Una popolazione residente di oltre un milione di persone, pari al trentasei per cento dell'intera Capitale, quasi duecentomila immigrati regolari, il quaranta per cento e oltre dell'intero bacino dell'area metropolitana.
Nel territorio della Asl Roma 1 insistono due carceri, la Casa circondariale di Regina Coeli, con ottocento reclusi e un turn over di circa cinquemila detenuti l'anno, e l'Istituto di pena minorile di Casal del Marmo, settanta detenuti di età compresa tra i 14 e i 25 anni. Ecco la scena di questa perlustrazione per immagini e parole. Nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità. I luoghi non sono disposti in un ordine orizzontale, non sono tutti uguali. A luogo corrisponde gravità, momento, fase della vita del paziente.
Gli acronimi del disagio mentale - Procediamo in ordine di gravità. SPDC. Servizio psichiatrico diagnosi e cura. Sono i reparti ospedalieri, quelli che accolgono i TSO, cioè i pazienti sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio. Il TSO, introdotto dalla legge Basaglia, viene comminato con un iter giuridico molto preciso che prevede anche il coinvolgimento del comune di residenza del soggetto. Ma gli SPDC non accolgono solo TSO, più in generale servono come primo contrasto alla fase acuta della malattia, nel momento di crisi, quando un malato può essere pericoloso per sé e per gli altri. Per fortuna, le fasi acute non sono la norma. Il paziente psichiatrico viene preso in cura, attraverso il coinvolgimento della ASL di appartenenza, in quelli che oggi vengono chiamati CSM. Centri di salute mentale. Ex CIM. Centri di igiene mentale. "Spdc, Csm, Rems... nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità"
Nel CSM i pazienti strutturano cure e terapie, attività di reinserimento sociale, di convivenza e relazione con gli altri pazienti e la comunità. In un certo senso, gli SPDC sono una prima linea del conflitto, mentre i CSM rappresentano l'ordinaria attività di cura del paziente. A queste due strutture se ne aggiungono altre, come le comunità, le case-famiglia, strutture che accolgono stabilmente il paziente psichiatrico, a cui offrono oltre al vitto e all'alloggio tutte quelle possibilità di scambio e relazione utili al suo miglioramento terapeutico. In un altro ambito ci sono i REMS, ovvero le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Quelli che una volta erano i manicomi criminali, dunque, i luoghi dove curare i pazienti che stanno scontando una condanna per reati di vario genere. La vita di un malato mentale trascorre dentro questi luoghi.
I luoghi di eccellenza e le realtà devastate - E va detta una cosa per amore di verità, che vale per la Asl Roma 1 come per tante altre sparse sul territorio del nostro Paese. Esistono luoghi d'eccellenza, dove il paziente è in primis un individuo, dove l'empatia è la pratica terapeutica fondamentale, il primo farmaco, medici e personale assistenziale dedicati realmente alla loro professione.
Di contro, esistono realtà totalmente devastate, nei luoghi e nelle persone che le animano, dove il malato è in buona sostanza il proprio male, non una persona che ha sviluppato una patologia ma che rimane innanzitutto degna d'ascolto e attenzione. Purtroppo, come spesso capita nelle narrazioni dominanti, è il brutto, il malfunzionante, a essere portato come norma, a diventare nell'immaginario collettivo la verità definitiva.
Pazzia è restare fedeli a certe narrazioni - Già. Le narrazioni. Spostiamoci dai luoghi alle nuove cause scatenanti, quelle maggiori, che tanto impattano sulla proliferazione delle patologie psichiatriche. Non solo per la malattia mentale, cambiare il racconto di certi fenomeni della nostra vita diventerà fonte di sopravvivenza vera e propria. Perché rimanere fedeli a certi racconti vuol dire, questo sì, essere veramente pazzi. Due sono i temi che hanno oggi enorme influenza nell'esplosione della patologia psichiatrica. Il primo è l'uso di sostanze. Il secondo l'immigrazione. Il rapporto tra uso di sostanze e lo sviluppo di patologie è vicino all'uno su uno.
Dipendenze, i pazienti "doppia diagnosi" - I pazienti definiti Doppia diagnosi, quelli che presentano contemporaneamente patologia e dipendenza, sono sempre più numerosi. Chi vive e lotta sul campo della malattia mentale sconta le tante narrazioni mendaci. Novecentesche. Droghe leggere e pesanti. Legali e illegali. Il presente racconta un'altra storia. Una storia di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando magari lo Xanax della madre, per poi passare alla Ketamina, mischiarla con il Viagra per avere la performance sessuale che si vede in rete. "Storie di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando lo Xanax alla madre, per poi passare alla ketamina. Il rapporto fra uso di sostanze e patologie è vicino all'uno a uno"
Quel che si dice sugli effetti della droga - Riformulare totalmente la narrazione sulle sostanze. Questo sarà uno dei grandi compiti del prossimo futuro. Mettere al centro il soggetto, partendo da un dato banale per quanto vero. Non esistono sostanze leggere o pesanti. Date una nocciolina a un allergico alle arachidi e rischierà di morire davanti ai vostri occhi. Lo stato dell'arte della malattia mentale oggi fa dell'immigrazione una causa scatenante seconda giusto alle dipendenze. Sembra lo scherzo di un Dio bizzarro.
Dopo tanto penare, dopo aver ingoiato ogni genere di sofferenza, arriva la malattia, come una cicatrice sulla pelle che ricorda a queste persone tutto il passato, divenuto patologico presente. Cambiano le cause e cambiano le terapie, gli obiettivi della cura. La moderna psichiatria punta a normalizzare il malato mentale. Per anni il concetto è stato quello della riserva indiana. Costruire aree sostanzialmente isolate, al di fuori delle comunità dei sani, dove far vivere e interagire i pazienti fra loro, una specie di sub-umanità autoriferita, con le proprie regole sociali. Non è più così.
Reintrodurre il paziente nel contesto territoriale - Oggi la scommessa è di reintrodurre progressivamente il paziente nel proprio contesto territoriale, farlo vivere in autonomia, in appartamenti creati con queste finalità, non ultimo il reinserimento nel mondo del lavoro. Un lavoro vero, retribuito, non le tante attività, nobilissime ma poco remunerative, che per anni hanno svolto i malati.
I "normali" che evitano dolori inutili - Anche in questo caso le narrazioni intervengono eccome. Facile riempire di bisogni un uomo che naviga a vista, privo di una vera relazione con la sua identità. L'uomo normale evita i temi che dal suo punto di vista non solo non troveranno mai risposta, ma che danno come unica certezza la produzione di un dolore al dunque inutile. Facendo questo si convincono di aver debellato il dolore e, cosa ancora più grave, di dominare la propria natura. I pazzi fanno il contrario. Vivono in feroce devozione della propria natura, come falene che non riescono a controllare l'attrazione per la luce, con l'unica certezza di bruciarsi. Ma tra un uomo troppo fedele a sé stesso, al punto d'impazzire, è un altro totalmente distaccato da ciò che è nel profondo chi scegliere? Può esistere una mediazione sana? Sì. Certo. Ma per arrivare a questo compromesso non possiamo pensare che la psichiatria sia l'unica materia da utilizzare, l'unica disciplina possibile.
L'uomo contemporaneo ha dismesso lingue fondamentali, che servivano proprio a quell'esercizio mai del tutto realizzato che si chiama conoscenza di sé. La letteratura, in particolare la poesia. La filosofia. Le religioni. Sterminati campi del sapere dove dare sfogo alla propria ricerca esistenziale. Invece di censurarla, negarla, entrare davvero in ascolto della nostra natura, natura come limiti con cui convivere, fragilità da rispettare anziché combattere. Ma per farlo occorre togliere dalla teca della storia le lingue di cui sopra, pompare nelle loro vene sangue fresco.
Oggi l'automatismo tra malessere e patologia psichiatrica è diventato assolutamente naturale. Il ricorso alle cure mediche non arriva più dopo aver percorso tutte le altre vie per così dire ordinarie, ma è il primo a cui approdare di fronte al malessere. Il primo e l'unico possibile. A riprova della progressiva patologizzazione delle nostre vite basta dare ascolto alla lingua oggi in uso e alla quantità di termini medici, in particolare psichiatrici, che hanno preso il posto di altre parole totalmente disperse. Passate qualche ora ad ascoltare i vostri figli. Fobia, ansia, paranoia, panico, sono termini che ne hanno soppiantati altri, come paura, timore, preoccupazione. Parliamo per come viviamo.
Confondere anche l'amore per disturbo - Anche sotto questo aspetto, non abbiamo altra scelta che tornare alle tante e meravigliose lingue che ci hanno condotto per mano lungo tutta la nostra storia. Senza di esse, l'uomo procederà sempre di più verso una condizione di malattia generalizzata, un malato cronico che confonde anche l'amore per disturbo. Perché un approccio terapeutico, per quanto illuminato, così come il farmaco più giusto, non bastano a fare di un individuo un individuo sano. E nel profondo di ognuno di noi, questa consapevolezza resiste. Basta guardare gli occhi dei pazzi che vivono in queste fotografie. Oltre l'apparente bruttura, l'emarginazione, i corpi segnati dalla sofferenza, ci raccontano un dolore che vive anche dentro di noi. Basta avere il coraggio di guardarlo.
di Marco Revelli
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Di avidità parla tutta la vicenda del pessimo andamento della campagna vaccinale europea. Avidità dei signori di Big Pharma, che lautamente finanziati dai poteri pubblici privatizzano spudoratamente i profitti, riservando dosi ai migliori offerenti anche a borsa nera, e tradiscono impunemente impegni contrattuali selezionando ad arbitrio i sommersi e i salvati.
"Greed is good!". Ricordate l'esclamazione di Michael Douglas alias Gekko in quel grande film di Oliver Stone, Wall Street, sul "denaro che non dorme mai": "L'avidità è buona!"? È tornata a risuonare in questi giorni, in una video-conferenza riservata per i parlamentari inglesi, per bocca di Boris Johnson che si è lasciato andare a proclamare che la vittoria sul Covid, ottenuta col vaccino, la si deve a "capitalismo e avidità".
Non ha detto, il premier inglese, che a quella stessa avidità è dovuto il record di morti da lui collezionato in Europa nella fase precedente in cui il virus era lasciato correre a briglia sciolta pur di non sacrificare il business. E poi ha anche dovuto invocare la cancellazione di quella voce dal sen fuggita, quando gli hanno fatto notare che l'Europa avrebbe potuto prenderla male, imputando appunto all'avidità britannica il proprio deficit di Astra Zeneca, che pure aveva finanziato abbondantemente (pare per il 95%) e che si è vista accaparrare dall'avidità d'oltremanica. E tuttavia, falsificante sulla questione della vittoria sul virus, l'avidità la dice lunga piuttosto sull'ideologia dei ceti dirigenti attuali, anche di quelli che se ne vergognano a nominarla.
Di avidità parla in realtà tutta la vicenda del pessimo andamento della campagna vaccinale europea. Avidità dei signori di Big Pharma, che lautamente finanziati dai poteri pubblici privatizzano spudoratamente i profitti, riservando dosi ai migliori offerenti anche a borsa nera, e tradiscono impunemente impegni contrattuali selezionando ad arbitrio i sommersi e i salvati. Avidità degli stati più forti nel tentativo di avviare trattative separate con i fornitori a scapito degli altri. E poi - allargando il campo - avidità dei Paesi ricchi, Europa in testa (che al Wto si è macchiata dell'imperdonabile crimine di votare contro la proposta dei paesi svantaggiati di sospendere il copyright dei farmaci antivirus) nei confronti di quelli poveri. Basta guardare la graduatoria globale delle coperture vaccinali, con in testa Stati Uniti e Gran Bretagna (con circa il 60% di popolazione vaccinata almeno con una dose) e al fondo la Nabibia (con lo 0,1) e lo Zambia (con lo 0%). Eppure tutti gli epidemiologi con un po' di sale in zucca dicono che se non si eradica il virus in tutto il mondo, non si sarà mai sicuri, rischiando che le varianti prosperino nelle periferie del globo.
Ma come si sa l'avidità è cattiva consigliera, sorella gemella del masochismo. Né si può dimenticare, infine, l'avidità dei Signori della terra, quello sparuto gruppetto di miliardari che mentre buona parte della popolazione mondiale arretrava, hanno continuato ad arricchirsi a dismisura: secondo l'ultimo rapporto Oxfam dedicato a Il virus della diseguaglianza, dal marzo 2020 la ricchezza dei 36 miliardari italiani classificati come tali è cresciuta di oltre 45,7 miliardi di euro, e quella dei miliardari mondiali ha raggiunto il record storico di 11.950 miliardi. Sempre secondo l'Agenzia i 540 miliardi accumulati dai primi 10 super-ricchi nel mondo nell'anno della pandemia sarebbero sufficienti a "garantire un accesso universale al vaccino e assicurare che nessuno cada in povertà per il virus".
Se poi dal campo largo del pianeta si scende alla scala minore di casa nostra, la musica non cambia. Non solo e non tanto per l'indecente spettacolo dell'arlecchinata regionale, ogni Governatore a sgomitare per contendersi i favori del generale logistico. Ma anche, e soprattutto, per il rischio mal calcolato delle riaperture e per la vicenda del Recovery Plan o, come si dice in politichese, del PNRR, ovvero di quel "piano nazionale" che nell'ostentare nella propria denominazione il tema della Resilienza (ovvero del ritorno di un oggetto contuso alla sua precedente forma) non promette niente di buono quanto a cambio di paradigma e di rimedio ai tanti precedenti errori che disseminano la vicenda del trionfo della logica d'impresa applicata al bene pubblico.
Vicenda grottesca nella sua opacità, se ancora oggi, a dieci giorni dalla scadenza, si sa poco o nulla dei suoi contenuti, sigillati nelle stanze di Palazzo Chigi e nei cassetti del ministro Franco, dopo che si era crocifisso il povero Giuseppe Conte perché non condivideva, quattro mesi fa, urbi et orbi, il proprio "plan". E dopo che l'unico materiale fornito al Parlamento (che l'opposizione di ieri, oggi in maggioranza, intimava di coinvolgere nella discussione) sono le schede elaborate da quell'Esecutivo dinamitato con l'accusa di reticenza sui progetti.
Bene, a guardare dentro la scatola nera custodita da Draghi, o meglio a tentare di interpretare i flebili messaggi che ne fuoriescono, s'intuisce che anche qui l'avidità abbia una parte consistente.
Che quel "tesoretto" per assicurarsi il quale la Confindustria di Bonomi e tutto l'esercito dei vecchi e nuovi depredatori del Paese aveva scatenato da subito la guerriglia contro il governo giallo-rosso, sembra ora molto, ma molto a loro portata di mano. Vorrà dire qualcosa che il primo atto, fulmineo, sia stato l'avvio di 57 grandi opere con annessi Commissari speciali, che sono lo strumento madre di tutte le speculazioni (qui si tratta di 83 miliardi). O che si parli di revisione delle procedure d'appalto?O che ancora si attivi la retorica degli "investimenti" in contrapposizione con i sussidi e o sostegni (unica forma per garantire la sopravvivenza alla galassia molecolare dei piccoli falcidiati da un anno di quaresima)? Vedremo cosa ne viene fuori quando l'uomo della provvidenza aprirà il suo tabernacolo. Ma che ne esca fuori un qualche spirito santo è lecito dubitare.
Corriere Adriatico, 18 aprile 2021
Prosegue l'impegno rivolto al sociale da parte della Fondazione Carisap che da sempre si esprime con azioni concrete anche a sostegno dei detenuti dell'Istituto penitenziario Marino del Tronto con il progetto "Il mio campo libero". L'iniziativa verrà attuata nell'anno in corso, e rientra nelle attività ideate dal CSI (Centro sportivo italiano) del comitato provinciale di Ascoli Piceno, presieduto da Antonio Benigni.
Il progetto si svolgerà presso il campo sportivo del carcere e prevede due appuntamenti di calcio settimanali (ognuno della durata di due ore) curati dall'istruttore Valentino D'Isidoro con il coinvolgimento dei detenuti di due sezioni diverse. La sezione "comune" occuperà il campo il giovedì (dalle 13 alle 15) mentre i detenuti della sezione "protetti e articolazione salute mentale" parteciperanno agli appuntamenti il martedì mattino (dalle 9 alle 11). Il sostegno della Fondazione Carisap, si trasforma in una grande opportunità per i detenuti del Marino in modo speciale per i reclusi della sezione "articolazione salute mentale" affetti da malattie di natura psichiatrica, per i quali l'attività fisica svolta all'aperto rappresenta un'occasione che rende migliore e più salutare la qualità della vita quotidiana. Il valore del progetto e della sua realizzazione resa possibile dalla Fondazione incide inoltre sul beneficio singolare e collettivo di tutti i detenuti che aderiscono all'iniziativa, sia per gli aspetti prettamente salutari psicofisici legati allo sport, che per combattere il rischio dell'alienazione sociale dettata dall'interruzione dei vari progetti svolti in presenza, così come nel rispetto delle norme anti-contagio Covid-19. Questo progetto si rende essenziale, in quanto è parte di una proposta molto più ampia che il Centro Sportivo Italiano intende attuare.
di Davide Mattiello*
Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021
La Corte Costituzionale con la sentenza sull'ergastolo ostativo ha fatto cinque cose. Le prime quattro sono chiare: ha dichiarato la incostituzionalità della norma nella parte in cui lega indissolubilmente la possibilità per il mafioso di accedere ai benefici carcerari alla scelta di aver collaborato utilmente con la Giustizia; ha però riconosciuto la specifica gravità del fenomeno mafioso; ha quindi ribadito il valore della collaborazione per contrastarlo; ha infine apprezzato l'organica sistematicità delle norme che negli anni l'Italia ha prodotto per prevenire e contrastare le mafie, e proprio per quest'ultima considerazione si è fermata sulla soglia di una dichiarazione di illegittimità costituzionale immediatamente operativa.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
Il progetto vuole offrire maggiori protezioni a chi viene emarginato, vuoi per inclinazione o scelta sessuale vuoi per fragilità fisica e psicologica. Paesi come la Francia ci sono arrivati nel 2004 (e governava la destra di Chirac), gli Stati Uniti nel 1974. Le metafore vanno tutte in direzione bellica. Guerra al virus. Battaglia sulle ripartenze. E mettiamoci pure la lotta nel fango per un diritto civile che renderebbe
meno facile prendersela con chi ha l'unica colpa di non essere eterosessuale, e quindi non "normale", oppure disabile, e quindi "anormale". Questo principio è contenuto in un disegno di legge, che si chiama Zan dal cognome del suo relatore e che è rimasto impigliato nel passaggio di governo tra Conte e Draghi. Sul suo contenuto si sta consumando una tensione sotterranea ma crescente nella maggioranza, un braccio di ferro sull'identità dell'esecutivo non così trascurabile. Non è un tempo di pace quello che stiamo faticosamente vivendo. I partiti stentano a resistere alle sirene elettorali, per quanto lontane, e non perdono occasione per marcare il territorio.
Eppure è proprio in questa stagione delicatissima che si stabilirà come saremo tra qualche mese, nei prossimi anni. In gioco ci sono decisioni cruciali. La più strategica riguarda i fondi attesi dall'Europa: a vantaggio di quale idea dell'Italia verranno ripartiti? Si punterà ad accorciare le distanze sociali, divaricate dalla pandemia, oppure si investirà di più sulle potenziali locomotive, sperando che trascinino il resto del treno? Due strade opposte, un bivio fatale per la politica, e per i cittadini.
Che diritto hanno i diritti umani per infilarsi in una congiuntura tanto complessa? È l'argomento usato da Giorgia Meloni, leader del principale partito d'opposizione, quando dice che il Parlamento dovrebbe occuparsi di cose più importanti dell'omofobia. Sulla stessa linea, anche se con altri argomenti, Matteo Salvini, leader del principale partito di maggioranza (per i sondaggi, non per i voti del 2018): "Ognuno è libero di amare chi vuole e chi aggredisce va punito con forza, come già prevede il codice penale. La legge Zan è solo una battaglia ideologica che rischia di limitare la libertà di parola e di pensiero". Vero, e ci mancherebbe, che ognuno è libero di amare chi vuole, anche se rischia di fare la fine del cinquantenne picchiato ad Augusta perché gay, dei due ragazzi presi a schiaffi a Roma mentre si baciavano, della ventiduenne Malika di Castelfiorentino cacciata di casa quando ha confessato di essere lesbica ("fai schifo, sei la rovina della famiglia"). Meno vero che una norma contro l'intolleranza possa limitare qualsivoglia libertà.
Il deputato Alessandro Zan è del Pd. Il neo segretario del partito Enrico Letta gli ha appena ribadito il pieno sostegno, garantito anche dai 5 Stelle e dalle forze che sostenevano il Conte bis, durante il quale la legge era già passata alla Camera il 4 novembre 2020. Da allora aspetta di approdare al Senato. Ma nel frattempo il governo è cambiato, con la Lega dentro è un'altra cosa, e il caso Zan ha le caratteristiche per diventare una simbolica e insidiosa pietra d'inciampo. In un Paese che ha saputo imboccare strade molto più divisive, per le singole coscienze e per il clima generale dell'epoca (divorzio 1970, aborto 1978), sembrerebbe scontato offrire maggiori protezioni a chi viene emarginato, vuoi per inclinazione o scelta sessuale vuoi per fragilità fisica e psicologica. Paesi come la Francia ci sono arrivati nel 2004 (e governava la destra di Chirac), gli Stati Uniti nel 1974.
Secondo uno studio di Vox, Osservatorio italiano sui diritti, le categorie più bersagliate dall'odio sono sei. Prima le donne (che meriterebbero un voluminoso corpo di tutele a parte); a seguire, ebrei e musulmani, migranti, omo e transessuali, disabili. Le minoranze religiose hanno lo scudo, almeno teorico, della legge Mancino del 1993; i migranti neanche quello, tolleranza sotto zero, per quelli che vengono dal mare come per i residenti senza l'onore della residenza. Quanto alle tre ultime fasce, ad altissimo tasso di vulnerabilità, le garanzie di incolumità e di pari trattamento sono generiche e in sostanza assenti, quasi che la relazione tipo, maschio-femmina-eventuali figli (e tutti in salute), fosse l'unica opzione prevista, lecita e benedetta. Nella vita reale non è più così da decenni, ma per il legislatore lo è ancora, con le diversità relegate a storture da sopportare con fastidio, o meglio da correggere, invece di considerarle come differenze da accogliere e rispettare.
Il lodo Zan, il disegno di legge rimasto sospeso a metà, prevede più o meno questo: riconoscere l'esistenza di queste differenze, prendere atto della loro condizione di maggiore fragilità, e applicare delle aggravanti a chi ne attenti alla dignità. In aggiunta, consentirebbe un po' di educazione civica al rispetto, cominciando dalle scuole, rimettendo sulla via della tolleranza un Paese che al momento è al 35° posto in Europa per accettazione della vasta e variegata comunità non eterosessuale, cinque posizioni davanti alla Polonia di Duda, che ha appena vietato l'aborto, o all'Ungheria medievale di Orban. Il Rinascimento da tanti invocato, da ultimo proprio da Salvini ("Stiamo lavorando a un'estate da boom economico, post bellica, l'inizio di un Rinascimento sociale e mentale"), non passa né da Budapest né da Varsavia. Ne siamo stati culla una volta. Peccato sarebbe lasciarlo sbocciare altrove.
Del tunnel della pandemia si intravede la fine. Che però non è domani. Siamo terz'ultimi in Europa per vaccinazioni ai settantenni (peggio di Grecia e Portogallo) e con una media di più di 3 mila morti a settimana (contro i 200 della Gran Bretagna). Ma il Paese preme, la parte più rumorosa ha deciso che basta così, la parte più responsabile è angosciata dal dopo che verrà. E il dopo, l'Italia da ricostruire quando il fantasma del Covid sarà davvero alle spalle, passa anche dall'applicazione concreta, e adeguata ai tempi, dell'articolo 3 della nostra Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali". Un vaccino a copertura totale contro l'odio. L'omofobia, una voce per tutte, è una paura trasformata in aggressione. Una feroce paura verso chi è altro: gay, lesbo, transgender, bisex, disabile. Andrea Camilleri aveva trovato una buona formula per disarmarla: non bisogna mai temere l'altro, perché tu rispetto all'altro sei l'altro.
di Fiammetta Borsellino
L'Espresso, 18 aprile 2021
La lettera della figlia del giudice ucciso dalla mafia nel 1992 al presidente del Consiglio: "I giovani in strada prede della criminalità, anche Tar e Consiglio di Stato hanno detto che senza dati non si può prevedere solo la Dad".
Scrivo questa lettera per esprimere il dolore di mamma e cittadina di questo Paese per il grave danno che la compressione del diritto allo studio provocata da una didattica a distanza, da troppo tempo prolungata, sta determinando nella salute psicofisica dei bambini, delle bambine, dei preadolescenti e adolescenti del nostro Paese. ll sacrificio a cui li stiamo sottoponendo evolverà inevitabilmente, se non prontamente risolto con soluzioni adeguate, in danni irreparabili.
È oramai evidente come i ragazzi, ogni giorno di più, stiano perdendo entusiasmo e stimoli ma, soprattutto, il sentimento dell'amore verso ciò che studiano, perché imparare non vuol dire solo seguire dei programmi ministeriali ma anche crescere nella capacità di gestire relazioni, scambi, emozioni e ciò può avvenire principalmente a scuola. Oggi la vita dei giovani si svolge principalmente dietro ad uno schermo che, al pari delle droghe e delle nuove dipendenze, provoca solo l'illusione di riempire le giornate caratterizzate invece da un vuoto assoluto. È importante difendersi dal virus ma è altrettanto importante è curare la salute dell'anima. Oggi i nostri bambini e ragazzi sono dei fiori che appassiscono ogni giorno di più, sepolti nelle loro stanze e noi adulti stiamo diventando i principali complici di tale situazione.
Stiamo insegnando ai nostri figli che in tempo di crisi la prima cosa ad essere sacrificata è l'istituzione della scuola, della cultura, ovvero di quei valori che mio padre ha sempre considerato come la prima vera forma di contrasto alle mafie e che sono gli unici capaci di togliere alle stesse il consenso giovanile di cui si nutrono. Oggi, il perdurare della chiusura totale o parziale delle scuole di ogni ordine e grado, nonché la eliminazione pressoché totale dell'attività sportiva, musicale e teatrale, sta consegnando centinaia di ragazzi alla rete delle organizzazioni criminali.
Mi chiedo perché queste scelte si stiano portando avanti nonostante le recenti pronunce giurisdizionali del Tar vadano in una direzione completamente opposta, avendo accolto nel merito il ricorso di cittadini nei confronti dei Dpcm che disponevano la chiusura delle scuole. Il Tar, infatti, ha ribadito che la scuola non è un luogo privilegiato di contagio ma anzi, in caso di picchi di contagi, deve essere l'ultimo presidio a chiudere. Ha stabilito che l'uso prolungato della didattica a distanza è lesivo del diritto allo studio e del diritto alla salute, perché la scuola è salute che, ricordo, sono entrambi diritti costituzionalmente garantiti. Ha stabilito che le scuole di ogni ordine e grado devono rimanere aperte.
Oggi tutto questo viene ignorato. La ripresa delle scuole fino alla prima media è un segnale importante da parte del Governo a tutela degli alunni e delle alunne, ma insufficiente per la salvaguardia del benessere psicofisico dei preadolescenti e dei ragazzi delle scuole superiori, moltissimi dei quali in didattica a distanza da oltre un anno con conseguenze disastrose, come confermato dall'Associazione degli ospedali pediatrici italiani e dalle Associazioni che tutelano infanzia e adolescenza.
Il nostro Paese continua non proteggere i suoi cittadini più piccoli e i suoi giovani privandoli del luogo privilegiato della loro crescita: la scuola. È oramai evidente come la didattica a distanza sia uno strumento di insegnamento inefficace, svilente per gli insegnanti, discriminatorio per gli studenti provenienti da famiglie fragili e lesivo nei confronti degli alunni con disabilità o con difficoltà di apprendimento.
In ultimo, in molte Regioni si insiste a non bilanciare adeguatamente diritto alla salute e diritto allo studio con continui provvedimenti incongruenti di chiusura delle classi. In queste Regioni, specialmente nel Sud Italia, sono gli stessi Sindaci e Governatori a sbarrare i cancelli delle scuole persino a studenti disabili e con bisogni educativi speciali, attraverso ordinanze restrittive in palese contraddizione con le direttive nazionali. L'Italia non è un paese per giovani e per famiglie se non riconosce che per tutti gli studenti, la scuola è salute, anche e soprattutto in tempo di pandemia.
di Jamila Mascat
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Una intervista con la filosofa politica che insegna all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. "Le riparazioni finora implementate in Francia sono riconducibili a pratiche memoriali, di studio e ricerca. Mentre i crimini coloniali sono più recenti, qui siamo di fronte a crimini di cui siamo eredi. La mia proposta di giustizia politica non è prettamente socio-economica, non è soggettivo-identitaria né giuridico-giudiziaria. Ambisce piuttosto a formulare e mettere in opera dispositivi che consentano oggi alle minoranze marginalizzate, eredi di una specifica storia di dominazione che coinvolge la tratta e la schiavitù, di rivendicare e ottenere diritto di cittadinanza nell'arena del dibattito pubblico. Questa parità partecipativa, che non esiste allo stato attuale, è ciò che permetterebbe una reale riconfigurazione politica del demos".
È possibile riparare i crimini del passato? Ed è giusto risarcire i discendenti di chi quei crimini li ha subiti? Le compensazioni economiche, d'altra parte, assolvono una funzione realmente riparatrice? Magali Bessone, che insegna filosofia politica all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne ed è autrice del libro "Faire justice de l'irréparable" (edito da Vrin), suggerisce che la storia, pur non essendo suscettibile di essere effettivamente "riparata", fornisca valide ragioni per legittimare la necessità di combattere al presente le ingiustizie sociali che di quella storia remota sono eredi.
Nel corso degli ultimi anni il dibattito sulle riparazioni postcoloniali ha acquisito una risonanza crescente a livello internazionale. In particolare il dibattito sulle riparazioni della schiavitù e della tratta, a cui è dedicato il suo libro, è un tema di grande attualità negli Stati Uniti, dove nel 2019 è stata creata una commissione apposita, la H.R. 40, per discutere l'implementazione di eventuali politiche di compensazione destinate agli afroamericani discendenti di schiavi. Cosa dicono le coordinate del dibattito statunitense rispetto alla legittimità di queste richieste?
Negli Stati Uniti le richieste di riparazione per la schiavitù sono oggetto di un dibattito acceso e tutt'altro che unanime, tanto attraverso lo spettro delle diverse forze politiche, quanto all'interno della comunità afroamericana. La questione delle riparazioni ha una storia molto lunga, che rimonta alla fine della Guerra di Secessione e alla promessa decretata nel 1865 dal generale W.T. Sherman di redistribuire le terre dei latifondisti del Sud agli schiavi liberati in piccoli lotti di 40 acri - "40 acri e un mulo", questa la proposta originaria di riparazione che dà il nome all'attuale Commissione parlamentare. Nel periodo della Ricostruzione questo provvedimento è stato di fatto revocato. Da allora la presenza del tema delle riparazioni nel dibattito pubblico statunitense è stata altalenante. Il movimento per i diritti civili degli anni Sessanta si è concentrato soprattutto sulla lotta contro la segregazione e sulla battaglia per il diritto di voto, il problema delle riparazioni era praticamente assente. Nel 1973 il libro di Boris Bittker, The Case for Black Reparations, è stato di nuovo un intervento importante sull'argomento. Poi nel 1989 la questione è ritornata in auge quando il deputato democratico John James Conyers Jr. ha presentato al Cogresso la proposta di creare una "Commissione di studio sulle proposte di riparazione per le popolazioni afroamericane", reiterandola di anno in anno fino a che non fosse accolta.
E più recentemente, nel 2014, Ta-Nehisi Coates ha rilanciato la discussione con il suo articolo "The Case for Reparations" pubblicato su The Atlantic, che sviluppa una lunga e dettagliata ricostruzione di come la comunità afroamericana di Chicago sia stata duramente penalizzata nell'accesso alla proprietà immobiliare fin dall'epoca della Ricostruzione, ingenerando una condizione di privazione e indebitamento trasmessa progressivamente alle generazioni future.
Ma il dibattito francese è molto diverso da quello statunitense almeno per due ragioni principali: da un lato il rapporto alla schiavitù, che negli Stati Uniti riguarda direttamente il territorio nazionale, mentre non riguarda la Francia "metropolitana", piuttosto le ex-colonie e i territori d'Oltremare; dall'altro, per il fatto che la Francia, a differenza degli Stati Uniti non riconosce l'esistenza di minoranze etnico-razziali, le quali non vengono censite e quindi in un certo senso non esistono. Questo potrebbe preludere, sul versante francese, a una conversazione sul razzismo e sulle riparazioni - sulle politiche memoriali, come anche sulla ricerca e l'insegnamento a proposito di questi temi - concepiti come questioni riguardanti la cittadinanza tutta intera e non solo singoli gruppi e comunità.
Parliamo allora dello stato dell'arte del dibattito sulle riparazioni per la schiavitù in Francia, che è all'origine della sua ricerca. Quali sono le caratteristiche e i limiti del dibattito francese? Quali le principali implicazioni politiche e ripercussioni giuridiche?
In Francia la questione delle riparazioni per la schiavitù ha una cronologia ben specifica, distinta per esempio dalla questione delle riparazioni dei crimini coloniali molto più recenti, che risale al 1848, data dell'abolizione della schiavitù dopo la proclamazione della Seconda Repubblica. Considerando che i crimini coloniali sono più recenti, e alcune delle vittime tuttora in vita, in questi casi è possibile contemplare provvedimenti penali o misure di compensazione immediate. Invece nel caso della schiavitù il problema è totalmente diverso: qui siamo di fronte a crimini di cui siamo "eredi", pur non essendone noi i colpevoli. E quindi in che misura ne siamo responsabili? In Francia il dibattito sulle riparazioni è emerso nel 1998 in occasione del 150° anniversario dell'abolizione della schiavitù. In quell'anno si sono tenute una serie di manifestazioni e commemorazioni, in particolare nei territori d'Oltremare, ma non solo. E in concomitanza con queste celebrazioni è apparso per la prima volta il tema delle riparazioni, con la costituzione di varie associazioni nate con lo scopo di sollevare pubblicamente la questione e portare avanti delle iniziative giudiziarie.
Con la legge Taubira del 2001, che qualifica la tratta e la schiavitù di crimini contro l'umanità, la Francia sembrava essere all'avanguardia sul fronte delle riparazioni. A settembre dello stesso anno il dibattito sulle riparazioni è stato inaugurato su scala internazionale alla Conferenza di Durban contro il razzismo, dove razzismo e discriminazioni per la prima volta sono stati esplicitamente associati alla possibilità di essere "riparati" sulla base del riconoscimento dell'esistenza di disuguaglianze sociali importanti all'interno delle nostre società che rinviano a una lunga storia di dominazione coloniale, di sfruttamento e di schiavitù. La riparazione è intesa quindi come una politica d'intervento al presente che però sottintende la comprensione del presente come un effetto del passato. E sono proprio gli effetti persistenti del passato che meritano di essere riparati. La Conferenza di Durban avvia una discussione piuttosto accesa tra le delegazioni dei diversi paesi che partecipano, le ngo, gli attivisti per i diritti umani: vengono formulate le prime rivendicazioni, ma vengono verbalizzate altrettante obiezioni e contestazioni del principio stesso di riparazione.
La legge Taubira del 2001, nata con lo scopo di sollevare la questione delle riparazioni tanto sul piano materiale che su quello simbolico, ha incontrato resistenze su più fronti nel corso del suo iter parlamentare. La discussione della legge in parlamento ha finito per rimuovere il tema delle riparazioni dalla versione definitiva, eliminandone la portata originaria e dirottandola sul versante memoriale. I pareri contrari a una politica delle riparazioni in Francia sono tanti. Tra le obiezioni ricorrenti ritorna l'argomento che, se si ammette il principio, si apre uno scenario assurdo in cui un'infinità di gruppi sarebbero suscettibili di costituirsi per chiedere di essere riparati delle ingiustizie subite storicamente: dalle donne agli ugonotti vittime della strage della Notte di San Bartolomeo nel 1572. Ora, per esempio, c'è chi sostiene che le donne in quanto tali non rappresentino un gruppo, e perché si parli di riparazioni c'è bisogno della costituzione di gruppi che producano una certa narrazione della propria storia e dei crimini subiti rivendicando l'esigenza di interventi riparatori nei confronti delle ingiustizie persistenti che derivano da quei crimini - è la posizione del filosofo statunitense Jeff Spinner-Halev, autore di Enduring Injustice (2012). Catherine Lu, autrice di Justice and Reconciliation in World Politics (2017), sostiene invece che quando si tratta di ingiustizie strutturali - e non interazionali, ovvero legate a interazioni puntuali tra individui o comunità - non è necessario partire dalla costituzione di soggetti di gruppo come fondamento delle riparazioni, nella misura in cui queste ultime riguardano le infrastrutture di una società e non specifiche comunità.
L'altra peculiarità del contesto francese è la dimensione giuridica della faccenda. Dopo la legge Taubira, associazioni come il Mir (Mouvement International pour les Réparations) Martinique, il MIR Guadeloupe o il Cran (Conseil Représentatif des Associations Noires de France) hanno presentato richieste di riparazione in tribunale. Il primo caso, quello portato avanti dal Mir Martinique, ha avuto un iter giudiziario complicato al termine del quale le richieste di compensazione delle vittime e di fondi per la creazione di un'organizzazione dedicata a lavorare sul tema delle riparazioni, sono state respinte in prima istanza per prescrizione dei fatti e non retroattività della legge attuale. Poi ci sono stati altri casi presentati dal Cran, ad esempio, rispetto alla schiavitù a Haïti e al lavoro forzato, ma sono stati tutti respinti inizialmente. Il problema è che il diritto civile francese, per com'è strutturato, non consente di accogliere queste richieste.
Le uniche riparazioni finora implementate in Francia sono riconducibili alle pratiche memoriali, di studio e di ricerca: la commemorazione del 10 maggio, anniversario della proclamazione della legge Taubira, con cui si celebra l'abolizione della schiavitù; la creazione della Fondazione per la Memoria della Schiavitù nel 2019, del cui comitato scientifico faccio parte, che finanzia ricerche sull'argomento, lavora al rinnovamento e alla diversificazione dei programmi d'insegnamento della storia nelle scuole superiori e promuove la produzione di conoscenze sul tema. Diciamo quindi che in Francia le politiche riparatrici sono finora state esclusivamente implementate sul piano simbolico e memoriale, ma non giudiziario.
"Faire justice de l'irréparable" si confronta con i principali paradigmi della giustizia tradizionalmente mobilitati a sostegno delle domande di riparazione. I due paradigmi della giustizia correttiva e della giustizia distributiva sono entrambi ritenuti insufficienti dal suo punto di vista. Per quali ragioni?
Si parla di giustizia correttiva e distributiva facendo riferimento ai modelli aristotelici classici. La prima interviene per ristabilire l'uguaglianza violata da un'ingiustizia e rinvia attualmente alla sfera del diritto della responsabilità civile. Questo è il paradigma entro cui si collocano giuridicamente le domande di riparazione presentate in Francia dalle associazioni che menzionavo prima. Si tratta di un diritto individualista che si dimostra incapace di rispondere all'esigenza di riparare crimini come la schiavitù e la tratta in quanto crimini strutturali e collettivi, non riconducibili a colpevoli singoli e identificabili. La schiavitù e l'insieme delle disuguaglianze razziali che ne derivano, per la loro natura sistematica e globale, chiamano in causa un complesso economico-politico-giuridico inestricabile di fronte al quale lo schema individuale vittima/carnefice si rivela inappropriato. In primo luogo, secondo questo schema, quando parliamo di riparazioni per la schiavitù dovrebbe essere ristabilita una catena causale non facilmente rintracciabile. Poi c'è il problema di determinare come interviene la compensazione finanziaria che non può riparare il danno materiale perpetrato alle vittime, ma soltanto gli "eredi" del trauma psichico, di cui si deve poter dimostrare la trasmissibilità, e delle sue conseguenze materiali. E qui si apre un'altra voragine: Chi stabilisce il trauma? Non si rischia in questo modo di patologizzare chi è in realtà alla ricerca di un riscatto? Cosa possono davvero riparare i soldi rispetto a trascorsi di dominazione, sfruttamento, violenza ed espropriazione culturale? Ultimo ma fondamentale, un ostacolo giuridico preliminare consiste nel sottolineare che la giustizia retributiva non può intervenire per correggere un'ingiustizia ritenuta tale retrospettivamente. Ora secondo questa logica la schiavitù, oggi considerata un crimine contro l'umanità, non lo era all'epoca e quindi non è suscettibile di essere considerata ex post come una violazione della legge.
Se facciamo invece riferimento al paradigma distributivo, incontriamo un altro tipo di ostacoli. Per prima cosa bisogna essere in grado di identificare i gruppi svantaggiati quali destinatari delle politiche riparatrici. Quel che è difficile, in particolare, è stabilire se gli svantaggi e le disuguaglianze che colpiscono questi gruppi siano causalmente imputabili alla schiavitù e alla tratta; e il legame di causalità non è facile da provare in maniera irrefutabile. Quindi dal punto di vista della giustizia distributiva sarebbe piuttosto opportuno riformulare la questione in un'altra maniera: si tratterebbe di riparare le disuguaglianze sociali, posto che se si parla di povertà, per esempio in un contesto come quello statunitense, si parla soprattutto, ovviamente, di comunità afroamericane. Secondo una tale prospettiva, peraltro, evocare le disuguaglianze permetterebbe di occuparsi del problema senza utilizzare categorie etnico-razziali che possono avere effetti socialmente divisivi, dal momento che sembrano chiedere ad alcuni di pagare il prezzo per le riparazioni che spettano ad altri.
Nel suo libro sviluppi una teoria della giustizia che pensa la questione delle riparazioni oltre il prisma delle politiche del riconoscimento. Al centro della sua proposta c'è il concetto di "responsabilità" opposto a quello di "colpa". Cosa vuol dire avere la responsabilità di riparare il passato?
Le teorie del riconoscimento à la Axel Honneth non funzionano quando si tratta di porsi il problema delle riparazioni, perché il riconoscimento è concepito in chiave identitaria e soggettiva. Invece l'approccio di Nancy Fraser mi sembra più vicino a quel che propongo. Per Fraser il riconoscimento è fondamentale quando è pensato come diritto alla parità partecipativa. L'idea di una parità di partecipazione rinvia alla necessità di acquisire per tutti uno status politico paritario, ma anche all'esigenza di partecipare all'elaborazione di una narrazione pubblica della storia dei gruppi, delle comunità e delle minoranze di cui facciamo parte. La mia proposta di giustizia politica non è prettamente socio-economica, non è soggettivo-identitaria né giuridico-giudiziaria. Ambisce piuttosto a formulare e mettere in opera dispositivi che consentano oggi alle minoranze marginalizzate, eredi di una specifica storia di dominazione che coinvolge la tratta e la schiavitù, di rivendicare e ottenere diritto di cittadinanza nell'arena del dibattito pubblico. Questa parità partecipativa, che non esiste allo stato attuale, è ciò che permetterebbe una reale riconfigurazione politica del demos.
Il concetto di parità partecipativa in Fraser e il concetto di "responsabilità per la giustizia" della fenomenologa femminista Iris Marion Young mi sembra funzionino bene insieme. E soprattutto permettono di rispondere alle obiezioni più classiche che vengono avanzate contro le richieste di riparazione e che fanno riferimento alla nozione di colpa: perché noi che siamo innocenti e non colpevoli dovremmo sacrificarci per loro, che non sono spesso neanche le vittime dirette dei crimini che necessitano di essere riparati?
Con Young possiamo distinguere colpa e responsabilità e liberarci della colpa e del pentimento che non servono a molto. Così possiamo dire che siamo responsabili delle riparazioni, pur non essendo colpevoli e pur non essendo responsabili causalmente né moralmente dei crimini all'origine delle conseguenze sociali e degli effetti materiali che oggi esigono di essere riparati.
Ciò di cui siamo responsabili è la trasformazione delle strutture esistenti, delle istituzioni comuni di cui possiamo beneficiare tutti in quanto cittadini, fermo restando che di fatto non ne beneficiamo tutti allo stesso modo, ma solo in funzione dei vari privilegi di cui disponiamo o non disponiamo. In ogni caso siamo tutti e tutte responsabili delle strutture sociali e politiche dentro le quali esistiamo. Questa responsabilità può e deve essere condivisa. Per cui, ancora una volta, non è questione di mea culpa o pentimento, ma di responsabilità per il cambiamento, per l'azione e la trasformazione delle misure giuridiche, dei dispositivi sociali e delle politiche pubbliche che strutturano la nostra esistenza.
Dal punto di vista di una teoria normativa della giustizia, qual è il ruolo specifico che spetta alla storia? Perché, insomma, abbiamo bisogno di mobilitare la storia per "riparare" il presente?
Fare giustizia al presente spesso significa porsi il problema di come correggere un'ingiustizia storica, un'ingiustizia che ha una storia che non si può fare finta che non sia mai esistita. C'è, come dicevo, un problema relativo all'impossibilità di dimostrare dei nessi causali incontestabili tra gruppi svantaggiati e ingiustizie storicamente subite. E c'è anche un problema supplementare che riguarda la difficoltà di stabilire in che cosa consiste questa eredità dei torti, i cui eredi non è facile definire. Però ritengo che la storia abbia un ruolo cruciale, che rende necessario parlare di riparazioni anziché semplicemente di disuguaglianze.
Non possiamo accontentarci di dire che il problema sono le disuguaglianze perché, da un certo punto di vista non tutte le disuguaglianze sono ingiuste, e quindi l'appello all'uguaglianza può essere respinto. Invece è importante concepire le disuguaglianze come ingiuste, e perciò si tratta appunto di identificarle come ingiustizie. Ora qui comincia il dissenso: quando si tratta di identificare e classificare le disuguaglianze in base al loro livello d'ingiustizia. Ma potremmo dire che una disuguaglianza è ingiusta se è il frutto di una storia ingiusta. Per questo, perché le disuguaglianze siano considerate ingiuste, abbiamo bisogno della storia, che ci consente di dimostrare che c'è un'eredità, una trasmissione, e una persistenza delle strutture della dominazione del passato. Così, è proprio alla luce della storia che la disuguaglianza appare come un'ingiustizia contro cui lottare al presente. Come dice Iris Marion Young abbiamo bisogno della storia per capire come siamo arrivati a questo punto, passando in rassegna i mutamenti, le oscillazioni e le contraddizioni. La storia serve ad additare la fonte e l'origine dei problemi. Senza far ricorso alla storia ci priviamo di strumenti fondamentali per capire quel che oggi deve essere trasformato e per determinare come farlo efficacemente.
- La situazione dei diritti dell'uomo in Algeria: preoccupazione per i detenuti
- Russia. "Navalny sta morendo, è questione di giorni ormai". Biden: "È ingiusto"
- Nelle fosse comuni della Libia il mattatoio del Nordafrica
- Migranti. Caso Open Arms, il gup ha deciso: Salvini va processato
- La transizione ecologica non è un lavoro per pochi










