ilfarosulmondo.it, 13 gennaio 2021
La Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti ha affermato che 36 donne palestinesi sono detenute nel carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane. 24 di queste donne stanno scontando pene detentive diverse, di cui due a 16 anni. Nove sono in custodia cautelare e tre donne sono detenute amministrative, riferisce la Commissione.
Alcuni dei detenuti soffrono di condizioni di salute molto difficili e di deliberata negligenza medica, come il caso della prigioniera Israa Jaabis, che soffre di ustioni e necessita di procedure chirurgiche.
Altre donne palestinesi che necessitano anche di cure mediche speciali includono Amal Taqatqa, che è stata ferita da cinque proiettili e necessita di un'operazione per rimuovere i fissatori interni dalla gamba; il prigioniero Iman Awar, che soffre di noduli cancerosi alle corde vocali, e il prigioniero Nasreen Abu Kamil, chi soffre di ipertensione, diabete e dolori alle dita dei piedi.
A dicembre, fonti ufficiali della Palestina hanno rivelato che ci sono oltre 4.400 prigionieri palestinesi all'interno delle carceri israeliane, inclusi 700 detenuti malati. Il regime israeliano continua a violare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla detenzione amministrativa. Questa misura è una sorta di detenzione senza processo che permette al regime di Tel Aviv di incarcerare i palestinesi per un massimo di sei mesi, prorogabili a tempo indeterminato. In pratica, il regime di detenzione amministrativa di Israele viola numerosi altri standard internazionali. Ad esempio, i detenuti amministrativi della Cisgiordania vengono espulsi dal territorio occupato e internati all'interno di Israele, in diretta violazione dei divieti della Quarta Convenzione di Ginevra.
di Paolo M. Alfieri
Avvenire, 13 gennaio 2021
La base simbolo della lotta al terrorismo e le promesse non mantenute. A riguardarle adesso, quelle immagini sfocate dei detenuti in tuta arancione inginocchiati dietro il filo spinato, sembrano provenire da un'epoca ben più lontana. Ci parlano dei primi vagiti di un millennio nato nel segno della lotta al terrorismo e di un momento in cui, all'America post-11 settembre, (quasi) tutti avrebbero concesso tutto. Guantánamo compresa.
Sono pochi o sono troppi 20 anni per chi definisce la prigione Usa in terra cubana il buco nero dei diritti umani? Pochi, per l'ex comandante della base, l'ammiraglio John Ring, che prima di essere silurato nell'aprile 2019 da Donald Trump annunciò che Guantánamo resterà aperta almeno fino al 2043. Troppi, per chi ritiene che lo "strumento" Guantánamo sia ormai inutile e superato, oltre che simbolo di ingiustizia.
Nel 2008 il giovane senatore dell'Illinois Barack Obama prometteva nella campagna elettorale che lo avrebbe portato fino alla Casa Bianca che uno degli emblemi dell'America di Bush era destinato, con lui, a chiudere. Una promessa clamorosamente mancata, nonostante il netto calo del numero di prigionieri detenuti nella base. E che ora, nel ventesimo anno di operatività della prigione, fa interrogare gli analisti su quelle che saranno le decisioni del presidente eletto Joe Biden, all'epoca vice di Obama, che appare ancora dubbioso sulla questione. E questo mentre un nuovo rapporto di Amnesty International sottolinea che violazioni dei diritti umani, tortura comprese, sono ancora diffuse nel centro di detenzione.
Sono quaranta i detenuti a Guantánamo, un dato certo contenuto rispetto al picco dei 700 prigionieri da oltre 50 Paesi del 2003, ma comunque significativo. Secondo le autorità Usa possono essere trattenuti per tutta la durata della guerra al terrorismo, una prospettiva senza fine.
Trump ha posto fine alla pratica dell'Amministrazione Obama di riesaminare uno per uno i casi, pratica che aveva portato a trasferire o rimpatriare 197 detenuti. Con Trump soltanto un prigioniero è stato rilasciato in quattro anni e restano 26, sui 40 totali ancora in carcere, quelli che si trovano a Guantánamo senza accuse e senza processo. E c'è chi, come il saudita Toffiq al-Bihani, imprigionato dal 2003, resta in carcere nonostante da anni sia stato accordato il suo trasferimento. Scrive Amnesty che sono "molte le violazioni dei diritti umani ai danni dei detenuti, vittime di tortura, senza cure mediche adeguate e in assenza di un processo equo. Chiediamo un urgente impegno in favore della verità".
Secondo Daphne Eviatar, direttrice del programma Sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa, "le persone ancora detenute a Guantánamo sono inesorabilmente intrappolate a causa di multiple condotte illegali dei governi Usa: trasferimenti segreti, interrogatori in regime d'isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame, torture, sparizioni forzate e il totale diniego del diritto a un giusto processo".
Una delle risposte più emblematiche agli attacchi dell'11 settembre rischia dunque di restare una risposta a metà, segnata dalla violenza più che dalla giustizia. Sarà Biden la "finestra di opportunità" che in molti attendevano? Per il portavoce della transizione, Ned Price, Biden è a favore della chiusura ma i dettagli su come intende muoversi non sono chiari. C'è chi ritiene che l'errore di Obama sia stato quello di dare troppa enfasi alle sue intenzioni, facendo diventare la chiusura di Guantánamo una questione divisiva. Il suo successore dovrà muoversi con molta più cautela.
rainews.it, 13 gennaio 2021
Al momento il politico dell'opposizione si trova all'estero per la riabilitazione in seguito al tentativo di avvelenamento col gas nervino Novichok. L'amministrazione penitenziaria russa ha chiesto al Tribunale di Mosca di tramutare la condanna condizionale per l'oppositore Alexei Navalny in quella reale, ossia reclusione in carcere. Il motivo è "inottemperanza agli obblighi imposti dalla legge, evasione del risarcimento dei danni o compimento di un nuovo reato".
L'amministrazione penitenziaria della Federazione Russa (Fsin) accusa il politico d'opposizione Alexei Navalny di evasione dell'obbligo di firma e dei controlli da parte degli ispettori. Navalny si trova all'estero per riabilitazione in seguito al tentativo di avvelenamento con gas nervino Novichok.
L'amministrazione penitenziaria, basandosi sulla stampa estera, afferma che Navalny è completamente guarito già dal 12 ottobre scorso, per cui sarebbe dovuto rientrare in Russia e sottoporsi all'obbligo di firma. La condanna condizionale di Navalny decadeva lo scorso 30 dicembre, mentre al suo avvocato a Mosca è stato notificato l'obbligo di presentarsi all'ispettorato dell'amministrazione penitenziaria per controlli soltanto il 28 dicembre. La trasformazione della condanna condizionale in quella reale significa per Navalny la reclusione per 3,5 anni. Secondo alcuni osservatori, la mossa dell'amministrazione penitenziaria russa potrebbe fungere da deterrente, per tenere il politico d'opposizione lontano dalla Russia.
di Sandra Fischetti
ansa.it, 12 gennaio 2021
Meno detenuti positivi al Covid 19, con il numero dei casi finalmente dimezzato rispetto al picco di un mese fa. Dal mondo delle carceri arriva una notizia positiva sul fronte della diffusione del Coronavirus. Ma a controbilanciarla ce n'è un'altra di segno opposto. Per la prima volta si arresta la discesa del contagio tra i poliziotti penitenziari e la curva riprende a salire.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 gennaio 2021
Così la corte d'Assise d'Appello di Milano ha motivato il rigetto dell'istanza di domiciliari, presentata dalle avvocate Simona Giannetti e Maria Battaglini. Chi è in carcere è più protetto dal rischio di contagio del Covid-19 e avrebbe immediate cure rispetto a chi vive all'esterno. Questa è in sintesi uno dei punti con cui la corte d'Assise d'Appello di Milano ha motivato il rigetto dell'istanza, presentata da un detenuto in attesa di giudizio definitivo, per i domiciliari con tanto di consenso al braccialetto elettronico.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 12 gennaio 2021
Uno Stato, che sa riconoscere la condizione di estrema debolezza che stanno vivendo le persone che ha in custodia nelle sue carceri, e che ha il coraggio di non punirle ulteriormente, ma di curarle nel modo più scrupoloso e di proteggerle, è uno Stato più forte.
Ogni volta che, negli incontri di confronto tra le scuole e il carcere, sento qualche studente fare delle domande sulla vita detentiva, e sento qualche persona detenuta rispondere che alcuni aspetti della giornata di un detenuto, in fondo, sono un po' come fuori, penso che no, non è vero, non c'è niente nella vita da galera, neppure nella migliore delle galere, che assomigli alla vita libera.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 12 gennaio 2021
Il perdurare dell'emergenza Covid sta mettendo a dura prova la gestione della quotidianità nelle carceri italiane: la Pandemia si è innestata in una situazione di criticità dei penitenziari della Penisola che soffrono da decenni di carenze strutturali, mancanza di personale e sovraffollamento che rendono complicata - in alcuni casi al limite dell'accettabile - la gestione delle norme anticontagio. Non si stanca di denunciarlo fin dal primo lockdown Bruno Mellano, garante dei detenuti della Regione Piemonte, che a metà dicembre aveva inviato un appello al presidente della Giunta regionale Alberto Cirio, all'assessore alla Sanità Luigi Icardi e al commissario generale dell'Unità di crisi Vincenzo Coccolo perché, accanto agli operatori sanitari e ai degenti delle Rsa, venissero inseriti nelle priorità della campagna vaccinale agenti, personale e detenuti per evitare che i penitenziari diventino focolai di contagio.
di Maria Laura Iazzetti
L'Espresso, 12 gennaio 2021
Mille detenuti e circa settecento agenti sono stati contagiati. E, nonostante la riforma del 2008, mancano medici, infermieri e farmaci negli istituti penitenziari. E il disagio psichico si diffonde in modo devastante. "Lavorare in carcere è come iniziare una partita a Monopoli: ti siedi al tavolo conoscendo le regole (quelle scritte) e impari lentamente anche quelle non scritte. I giocatori sono tanti: alcuni giocano per loro esplicita decisione (gli operatori civili, la polizia) altri vi sono costretti (i detenuti). Ognuno gioca per vincere. Per i detenuti significa paradossalmente uscire dal gioco (leggi: uscire dal carcere; leggi: libertà)".
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 12 gennaio 2021
Scontro sul trasferimento del pm romano Racanelli, intercettato nell'inchiesta di Perugia. I dossier contro Pignatone e Ielo. Oltre un secolo fa, in America, un gruppo di medici condusse un esperimento per dimostrare che l'anima ha una massa, e misurarla. Monitorando il peso di alcune persone poco prima e subito dopo la morte, conclusero che l'anima umana pesa 21 grammi.
Dopo la sentenza disciplinare che a metà ottobre ha privato della toga Luca Palamara, i 21 grammi del più grave scandalo della magistratura italiana sono le sessantamila pagine di chat trovate sul suo cellulare, quando fu sequestrato dalla Procura di Perugia il 30 maggio 2019. Del caso Palamara molto si è scritto, anche a sproposito. Molto si è detto, talvolta alludendo. Non tutto, in ogni caso.
Il processo di Perugia (l'udienza preliminare entrerà nel vivo a febbraio) si annuncia meno scontato del previsto, dopo che la Procura ha nuovamente cambiato il capo di imputazione, circoscrivendo l'ipotesi di corruzione sia dal punto di vista temporale (2013-2017) che da quello funzionale (il ruolo di Palamara nel Csm come giudice disciplinare e membro della commissione nomine). L'indagine parallela sulle fughe di notizie ha già riservato qualche sorpresa con le deposizioni contrastanti di due membri (e un tempo sodali) del Csm, Piercamillo Davigo (nel frattempo pensionato) e Sebastiano Ardita.
Il processo disciplinare a Cosimo Ferri, deputato-magistrato gran visir della politica correntizia, è impantanato per una serie interminabile di istanze difensive (uscieri a parte, Ferri al Csm ha ricusato tutti). Quello agli altri cinque ex membri del Csm, partecipi dell'incontro notturno con il deputato-imputato Luca Lotti all'hotel Champagne per discutere le nomine nelle Procure, prosegue con passo lisergico al riparo dai riflettori. Ma prima o poi entrerà nel vivo e darà soddisfazioni, se le linee difensive non si sovrapporranno.
Nell'attesa, ci sono le chat. Le chat sopravvivono all'espulsione di Palamara e prescindono dagli altri processi. Unite alle intercettazioni e alle conversazioni captate con il trojan, disegnano una fitta trama di rapporti di potere che coinvolge centinaia di magistrati lungo un arco temporale che abbraccia due consiliature del Csm.
Nelle chat c'è di tutto. Chiacchiere tra colleghi e faccende personali. Le partite di calcetto, in cui Palamara eccelleva. Ma anche questioni che riguardano l'organizzazione degli uffici giudiziari, i rapporti tra le correnti, le nomine, le promozioni, le rivalità, i sospetti e i veleni. Un recente libro di Antonio Massari, intitolato Magistropoli, ne dà diffusamente conto.
Basandosi sulle chat, per 27 magistrati la Procura generale della Cassazione ha avviato procedimenti disciplinari, contestando a vario titolo la violazione di obblighi di correttezza. Non è stata una scelta semplice né priva di contrasti. Alla fine il procuratore generale Giovanni Salvi con un provvedimento pubblicato sul web ha dato conto del criterio usato per distinguere la rilevanza disciplinare di alcune conversazioni da quelle non rilevanti, tra cui per esempio i messaggi di autopromozione a fini di carriera purché senza denigrazione di colleghi concorrenti.
E tutte le altre chat? E tutti gli altri magistrati? Il malloppo è stato inviato da Perugia anche al Consiglio superiore della magistratura. Perché le chat possono essere utilizzate per valutare le progressioni di carriera, il conferimento di incarichi e i trasferimenti per "incompatibilità ambientale".
Una forma, quest'ultima, di responsabilità non a caso (e con un certo margine di ambiguità) definita paradisciplinare. La prevede il regio decreto del 1946 come deroga al principio di inamovibilità. Il Csm può dunque trasferire un magistrato, anche incolpevole, se valuta che in una certa sede o in una certa funzione non possa più garantire "piena indipendenza e imparzialità".
Benché sganciati da processi e sanzioni, spesso i trasferimenti per incompatibilità ambientale nascondono un retrogusto punitivo, perché evidenziano passi falsi, mosse inopportune, incapacità di lavoro in squadra, se non scivoloni comportamentali. Insomma mettono fuori gioco. Isolano. Precludono ambizioni di carriera. E sono molto temuti dai magistrati. Quasi un anno fa, sulla base delle prime intercettazioni con Palamara, fu trasferito in questo modo un pm della Procura nazionale antimafia, Cesare Sirignano, nonostante una difesa agguerrita e accorata.
Si capisce come mai la chiavetta usb con le migliaia di chat di Palamara sia diventata un'arma nucleare che si presta agli usi (anche mediatici) più disparati, non sempre palesi e irenici. Una chat può sporcare un curriculum immacolato, azzerare carriere, regolare conti. Può sommergere o salvare. Crocifiggere o graziare. Motivo per cui, qualche mese fa, lo stesso Salvi, durante una seduta del Csm, aveva sollecitato (con tono da intimazione) la prima commissione, competente sulle chat, a stabilire un metodo e un criterio di valutazione omogeneo, trasparente e rispettoso dei magistrati chattanti o semplicemente citati.
Negli ultimi due mesi, guidata con piglio sabaudo da Elisabetta Chinaglia, la prima commissione ha messo le mani nel pentolone delle chat. E la discussione ha subito preso una piega pirotecnica, anche perché tra le prime posizioni esaminate ce n'è una tra le più importanti e controverse.
Si tratta del fascicolo che riguarda il procuratore aggiunto di Roma, Angelantonio Racanelli. Benché sconosciuto al grande pubblico, un nome pesante. Racanelli è un pezzo grosso di Magistratura Indipendente, la corrente conservatrice delle toghe. È legato a Palamara, con cui nelle chat manifesta confidenza e intelligenza politica. Palamara era nel Csm che nel 2016 l'ha nominato procuratore aggiunto. Ma Racanelli è anche l'uomo di Cosimo Ferri nella Procura di Roma, l'ufficio giudiziario più importante d'Italia. Nel 2019, quando scoppia il caso Palamara, si dimette dal vertice della sua corrente "perché non voglio partecipare al festival dell'ipocrisia".
I messaggi tra Racanelli e Palamara coprono il periodo tra la fine del 2017 (quando Palamara è ancora nel Csm) e il maggio 2019, nei giorni caldi delle manovre sulla Procura di Roma. Sintetizza la prima commissione: "Emerge che vi erano rapporti di conoscenza e amicizia tra i due e consiglieri del Csm e colleghi dello stesso ufficio che commentano anche ciò che accade in Consiglio dopo il termine del mandato di Palamara, dapprima con riferimento alla elezione del vicepresidente (David Ermini i cui grandi elettori furono Lotti, Ferri e Palamara, ndr) e poi in ordine alle informazioni su alcune nomine fatte dal Csm, su rapporti associativi relativi all'Anm e sulle votazioni della quinta commissione per il procuratore di Roma".
Sempre lì si torna, alla scelta del nuovo procuratore di Roma nella primavera del 2019. I pm che hanno lavorato più in sintonia con il procuratore uscente Giuseppe Pignatone sperano in un successore che ne condivida il metodo, come il palermitano Franco Lo Voi. Palamara e Racanelli sostengono Marcello Viola e ragionano su come agevolarne la vittoria (cosa non facile, è il meno titolato tra i concorrenti rimasti in gara).
Nella partita entra in gioco l'ormai famoso dossier del pm romano Stefano Fava contro il procuratore uscente Pignatone e l'altro aggiunto Paolo Ielo. Fava (un pm fuori dalle correnti e con approccio investigativo molto aggressivo) sospetta conflitti di interessi e si rivolge al Csm.
Palamara, amico di Fava, ritiene il dossier utile per sostenere la tesi della "discontinuità" nella Procura di Roma, che indurrebbe a nominare Viola. A cascata, conta di farsi nominare a sua volta procuratore aggiunto, chiudendo il cerchio. Racanelli condivide e sostiene il disegno. Con Pignatone, che gli ha affidato i reati informatici, non s'è trovato bene. E con Ielo, viceversa un pupillo di Pignatone che gli ha dato le più importanti indagini di corruzione, non va proprio d'accordo.
Queste le forze in campo. Il contesto delle conversazioni (chat, telefonate, in ufficio) Palamara-Racanelli nel maggio 2019. In particolare, i due monitorano passo passo l'andamento dei lavori della commissione nomine del Csm (non pubblici) e Racanelli propone di "far succedere casino" in caso di rinvio del voto in favore di Viola; valutano le conseguenze dell'inchiesta su Palamara che iscrivono nella battaglia di potere in corso, avendo saputo che gli atti (ancora segreti) sono stati mandati da Perugia al Csm proprio in quei giorni; discutono l'uso del dossier Fava per contrattaccare, tanto che Racanelli dice: "Bisogna insistere per avere le carte" non ancora mandate dal vertice del Csm alla prima commissione "e incominciare a muovere le carte ... incominciare a convocare" presumibilmente Fava e poi a ruota Pignatone e Ielo, con grande e inevitabile scandalo.
Quanto pesi il caso Racanelli è testimoniato dal fatto che le solitamente soporifere sedute della commissione del Csm si sono fatte elettrizzanti, al punto da indurre anche consiglieri esterni a godersi lo spettacolo a cavallo della pausa natalizia.
Nella commissione, come prevedibile, si sono formati due blocchi. Da una parte quello rigorista, formato dal pm Nino Di Matteo (che si presentò al Csm parlando di "metodo mafioso delle correnti"), dalla giudice Ilaria Pepe, della corrente Autonomia & Indipendenza di Davigo e, prima di astenersi, anche dalla presidente Chinaglia (Area, corrente di sinistra). Essi ritengono che il ruolo attivo di Racanelli nelle trame contro i colleghi dell'ufficio sia incompatibile con la sua permanenza nella Procura di Roma, per lo più con funzioni semi-direttive.
Dall'altro quello "minimalista" formato dai due membri laici di centrodestra nonché avvocati penalisti (Alessio Lanzi di Forza Italia ed Emanuele Basile della Lega) e dalla giudice Paola Braggion, di Magistratura Indipendente come Racanelli. Secondo loro, Racanelli esprimeva con Palamara "mere opinioni personali" su vicende già di dominio pubblico. Quanto al dossier Fava, non interveniva sul contenuto ma solo sul "metodo" al fine di un "corretto accertamento dei fatti anche in considerazione della sua esperienza in prima commissione quando era consigliere del Csm" tra il 2010 e il 2014.
Stesso discorso per le valutazioni degli atti perugini a carico di Palamara. E sulla scelta del procuratore di Roma manifestava "pure opinioni" sulla base di quanto avvenuto in passato, ma senza "diretta interferenza" con il Csm. Inoltre il suo ruolo ha avuto scarso risalto mediatico con "pochissimi articoli di stampa" (in realtà ci fu anche un'intervista in una puntata di Report). Ragioni per cui "deve escludersi ogni incidenza sulla credibilità del magistrato all'interno del suo ufficio".
Per sostenere la tesi, la relazione Braggion cita in modo incidentale (ma tutt'altro che casuale) un solo precedente, molto noto e facilmente identificabile sebbene i nomi siano omessi: l'intenso rapporto tra il giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo e Salvatore Buzzi, "pregiudicato per omicidio" e poi condannato nel processo "mafia capitale". Su De Cataldo (giudice romano e di sinistra) il Csm di divise furiosamente per due anni, a parti invertite: gli attuali sostenitori della linea "minimalista" battagliarono per il trasferimento, ma persero per un voto. In quel caso Palamara, in dissenso con il suo gruppo Unicost, difese De Cataldo.
Poche righe, ma dense di significati. E di sottotesti. La parola definitiva spetta ora al plenum. Il caso Racanelli è all'ordine del giorno mercoledì 12 gennaio. Si preannuncia una discussione accesa e una votazione al fotofinish. La decisione avrà conseguenze, in ogni caso. Stabilirà un precedente nella valutazione delle chat. Il no al trasferimento significherebbe, sostanzialmente, l'irrilevanza delle chat correntizie se non per espliciti profili penali o disciplinari. Al contrario, il trasferimento fisserebbe un'asticella alta ai comportamenti inaccettabili, benché non sanzionabili sotto quei profili. Tutto questo al netto dei rapporti di forza tra le correnti nella nuova giunta dell'Associazione nazionale magistrati. A parole unitaria. Nei fatti, non meno rissosa e "disunitaria" della maggioranza parlamentare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 gennaio 2021
Esposto a Csm, Antimafia e Vigilanza Rai. Gli avvocati degli ex ufficiali dei Ros hanno presentato un esposto a Csm, Antimafia e Vigilanza Rai per la trasmissione Report.
La puntata di Report del 4 gennaio scorso ha dato per certo l'avvenuta trattativa Stato-mafia, basandosi solo sull'esito del processo di primo grado. Nessun condizionale, nonostante l'esistenza di ben sei sentenze di tribunale che hanno anche decostruito la tesi sulla presunta trattativa Stato-mafia, condotta dagli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno tramite l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Non solo. Nella medesima trasmissione, servizio pubblico della Rai, sono intervenuti i magistrati inquirenti rappresentanti l'accusa nel processo del quale si sta svolgendo il II° grado. Sono i punti principali che gli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito, legali degli ex ufficiali dei Ros, hanno segnalato con un esposto inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini. al presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, al presidente della commissione parlamentare per la Vigilanza dei servizi radiotelevisivi, Alberto Barachini, e al presidente della Rai Marcello Foa.
Gli avvocati, nella segnalazione rivolta all'autorità, denunciano che il servizio è andato in onda infondendo certezze ai telespettatori, senza però mostrare i documenti che smentiscono alcune ricostruzioni date anche dai magistrati intervistati. Tutto ciò è avvenuto - si legge nell'esposto - "nonostante la Rai sia un ente assimilabile ad un'amministrazione pubblica in quanto - oltre a beneficiare della riscossione di un canone di abbonamento per la copertura dei costi del servizio pubblico, avente natura di imposta gravante su chi possiede apparecchi radiotelevisivi - è concessionaria ex lege dell'essenziale servizio pubblico radiotelevisivo, che è previsto debba esser svolto nell'interesse generale della collettività nazionale per assicurare il pluralismo, la democraticità, l' imparzialità e la completezza dell'informazione".
L'intervista a Claudio Martelli e ciò che, però, disse altrove - Durante il servizio, il giornalista di Report chiede all'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli: "Quella trattativa fu un'iniziativa di polizia o un'iniziativa anche politica, con un mandante politico, mi faccia l'identikit?". Martelli risponde: "Io penso di sì. Il Presidente della Repubblica dell'epoca, Oscar Luigi Scalfaro". Gli avvocati Milio e Romito, fanno però presente che Report avrebbe dovuto mettere a conoscenza dei telespettatori i fatti cristallizzati nei processi. Ci sono le motivazioni della sentenza di assoluzione di Calogero Mannino, dove i giudici hanno ritenuto "probabile che gli ufficiali del Ros avessero informato di tale iniziativa anche Borsellino - che con Mori e De Donno aveva all'epoca un rapporto di assoluta ed esclusiva fiducia, tanto da chiedere di vederli, riservatamente, nei locali della Caserma dei Carabinieri e non in quelli della Procura, per parlare del rapporto "mafia-appalti" poco prima della sua uccisione - giacché quando il giudice ne era stato informato dalla Ferraro, non ne era rimasto affatto stupito, né contrariato, rispondendo alla dirigente degli Affari Penali del Ministero che andava bene e che se ne sarebbe occupato lui".
I legali segnalano anche una intervista che lo stesso Martelli rilasciò a Il Tempo nel 2009. A domanda se "c'è stata questa trattativa tra lo Stato e la mafia?" ha affermato: "c'è stata nei termini, se mi aiuti a prendere Riina io ti do qualcosa in cambio, come avviene con i pentiti. Probabilmente i Ros offrirono qualcosa in cambio dell'arresto del capo dei capi, ma nulla di più. Penso che bisognerebbe abbandonare questa teoria, troppe cose non tornano, evitiamo di arrivare al punto in cui Riina si auto assolva per far ricadere le colpe sulle istituzioni".
Pignatone: "Falcone aveva già scartato l'ipotesi Gladio" - A Report è intervenuto anche Roberto Scarpinato, capo della procura generale di Palermo che rappresenta l'accusa nel processo attuale ancora in corso. Ad un certo punto, riferendosi all'omicidio Mattarella, dice: "Falcone giunge alla conclusione che non è stato ucciso da mafiosi ma è stato ucciso da due esponenti della destra eversiva, Cavallini e Fioravanti, gli stessi che sono coinvolti nella strage di Bologna. E da quel momento in poi comincia ad indirizzare la sua attenzione su Gladio".
Si sussegue la voce narrante che dice: "l'indagine su Gladio rimase aperta". In questo modo, sottolineano gli avvocati, può indurre i telespettatori a pensare che in effetti Falcone non avrebbe fatto in tempo ad indagare su Gladio. Ma non è così.
"Al riguardo - si legge nella segnalazione all'autorità -, anziché lasciare dubbi o sospetti, sarebbe stato doveroso informare telespettatori sulla base di atti pubblici, acquisiti, peraltro, dal predetto Procuratore presso il Csm, precisando che le indagini su Gladio vennero svolte ed esclusero coinvolgimenti negli omicidi politici". E infatti nei verbali c'è l'audizione del magistrato Giuseppe Pignatone che dice due cose fondamentali: una che Falcone era d'accordo con la requisitoria sull'omicidio Mattarella, due che su Gladio ci furono inizialmente dei contrasti sul come fare le indagini. "Noi - disse Pignatone al Csm - avevamo una preoccupazione diversa, dico noi perché su questo eravamo tutti d' accordo".
Alla domanda "Tutti chi?", rispose: "Giammanco, Sciacchitano, Scarpinato, Lo Forte ed io". Il Csm: "Anche Scarpinato?". Rispose sempre Pignatone: "Anche Scarpinato. Scarpinato, come al solito, era molto meno acceso nella discussione, Roberto è quello che è, però sostanzialmente era d'accordo su questa impostazione che partiva dal presupposto che l'indagine si dovesse fare". Poi Pignatone spiegò che alla fine Falcone svolse le indagini con lui.
Conclusione? "Giovanni fece tutti gli accertamenti che ritenne, dopo di che fu chiaro che Gladio non c'entrava minimamente". In effetti, come Il Dubbio ha potuto riscontrare, nell'ultimo atto a firma di Falcone sull'omicidio Mattarella si legge che non ha trovato nulla che portasse alla pista Gladio, tranne che rinvenire un appunto dei servizi concernente uno dei presunti killer di Mattarella, ma palesemente estraneo ai fatti.
Subranni, falange armatae protocollo farfalla - A Report è intervenuto anche Nino Di Matteo dicendo che Paolo Borsellino parlò in termini estremamente negativi e con un atteggiamento che la signora Agnese definisce sconvolto del suo ex amico generale Antonio Subranni.
I legali di Mori e De Donno segnalano che Report avrebbe dovuto - per questioni di imparzialità nei confronti dei telespettatori - riportare fedelmente le parole di Agnese dove si evince tutt'altra interpretazione. Aggiungendo anche altre testimonianze. A partire dai verbali al Csm dove emerge che nell'ultima riunione a cinque giorni dalla strage di Via D'Amelio, Borsellino si è fatto portavoce delle lamentele dei Ros circa la conduzione del procedimento mafia-appalti.
Report ha intervistato anche il magistrato Roberto Tartaglia, attuale vice capo del Dap, che dà per certo che la Falange armata sia espressione dei servizi segreti. Ma gli avvocati spiegano che Report, per completezza di informazioni, avrebbe dovuto citare il provvedimento del giudice Monteleone dove - attraverso indagini - ha smentito tale ricostruzione. Così come il Protocollo farfalla, operazione di intelligence che nulla ha a che vedere con la presunta trattativa. Anzi, come ha scritto il Copasir, era volto a scovare una regia mafiosa dietro le proteste contro il 41bis. Operazione, tra l'altro, fallimentare.
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