di Luigi Manconi
La Stampa, 19 aprile 2021
La "pazienza di Giobbe" è un'espressione che non si ritrova quasi più nel discorso pubblico, e sembra scomparsa anche dalla conversazione domestica: dileguatasi forse perché intimidita dalle tonalità a dir poco spazientite, quando non rabbiose, che accompagnano, ormai abitualmente, sia la discussione politica sia le relazioni interpersonali.
Eppure, la figura di Giobbe, così come la sua vicenda e la sua lezione, appaiono tuttora dotate di una rara potenza e di una tenace attualità. Salvatore Mannuzzu, grande scrittore morale, deceduto un anno e mezzo fa, vi rintracciava l'idea di un essere umano che "protesta il suo dolore" e questa "è la sua vera forza"; e concludeva: "Giobbe è il suo dolore" (così in Giobbe, il dolore e il desiderio, edito da Della Torre nel 2007).
Anche per Amir Labbaf, del quale qui si racconterà la storia, si può dire che la sua identità è la sua stessa sventura. Accade, talvolta, di formulare un simile ingiusto pensiero di fronte a storie di sconfinata sofferenza, che oggi maggiormente ci turbano: e non perché più frequenti, bensì in quanto più agevolmente e immediatamente conoscibili. Per capirci, l'incendio nel campo profughi di Lipa, nei pressi della città bosniaca di Bihac, ci viene ammannito all'ora di cena, dopo l'aperitivo nel terrazzo condominiale ("Sai, c'è il coprifuoco") e prima della partita dell'Europa League. "Designare un inferno non significa, ovviamente, dirci come liberare la gente da quell'inferno, come moderarne le fiamme": così Susan Sontag in un magnifico saggio, Davanti al dolore degli altri (appena ripubblicato da Nottetempo).
Non c'è da fare, su questo, alcun moralismo: l'assuefazione alla mediatizzazione della sofferenza riguarda tutti, e porvi rimedio è fatica improba. È necessario, piuttosto, sapere e dirsi che la promiscuità con l'orrore come con qualcosa di ordinario e familiare è tale da mitridatizzarci.
Poi, ci sono le storie di vita, i corpi in carne e ossa che corrispondono a nomi e cognomi, le avventure umane che richiamano biografie e geografie, date di nascita, mappe di naufragi, di centri di detenzione, caserme, ospedali e carceri: e tutto ciò introduce in quel processo di immunizzazione possibili fattori di rottura. Andiamo a Trieste, per esempio, in un ambulatorio improvvisato (ma attivo da molto tempo), nei pressi della stazione ferroviaria.
Qui, nell'anno di grazia 2021, vengono disinfettate e ricucite le ferite ai piedi, sanate le infezioni, e curate le piaghe sulle piante di chi si trascina fin là. Questo avviene grazie all'attività di una coppia, Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e ai medici e agli infermieri di StradaSiCura. E i piedi sono di coloro che - appunto, senza scarpe o con calzature disastrate o di fortuna - hanno percorso centinaia di chilometri per arrivare in Italia. In altre parole, migliaia di arti inferiori che hanno raggiunto faticosamente il nostro Paese, tormentati da un percorso che taglia i boschi e affonda nella neve, per cercare infine un qualche sollievo nella cura di quei volontari e poi, spesso, riprendere il cammino.
Può accadere, così, di avvertire la tentazione di formulare una malinconica classifica delle pene e dei patimenti, una gerarchia delle vittime, pensando a qualcuno come l'ultimo tra gli ultimi. È una sensazione, evidentemente, errata e perfino futile. Ma è difficile non provarla quando si ascoltano, in particolare, le storie di profughi che, proprio perché tali, portano lo strazio del proprio corpo e del proprio animo lungo le vie del mondo.
Come è il caso di Amir Labbaf, nato il 23 settembre 1979, a Qom, in Iran. Nel suo Paese Amir si batteva per i diritti della minoranza religiosa Gonabadi Dervish. Per questo motivo, in quattordici anni, è stato perseguitato, imprigionato e torturato otto volte. Nel 2018 riesce a fuggire, costretto a lasciare in Iran i suoi quattro figli. Il primo Paese a negargli l'asilo politico è la Turchia, dove Amir rimarrà fino a quando non potrà raggiungere l'isola di Lesbo, con altri compagni, su un gommone. In Grecia resta nove mesi, recluso nel campo di Moira.
Una volta fuggito da qui, raggiunge Atene dove sopravvive lavorando per tre mesi nei frutteti. Con i soldi risparmiati attraversa numerosi Paesi nel tentativo di presentare la richiesta di asilo politico. Dall'Albania al Montenegro, dalla Croazia alla Bosnia, dove si trova tuttora. In Croazia è stato lui stesso a consegnarsi alle forze di polizia, ma queste, anziché verificare la validità della richiesta di asilo, lo hanno espulso in Bosnia. Da qui ha provato un altro "game" - così è chiamato il tentativo di attraversare i confini - per arrivare in Slovenia. È in questa occasione che, costeggiando i boschi, per evitare una macchina, ha finito con il precipitare in un avvallamento riportando una grave lesione alla spina dorsale, che lo ha semiparalizzato.
Impossibilitato a muoversi, è stato salvato da alcuni profughi pakistani che, accortisi dell'accaduto, hanno chiamato la polizia. La conseguenza è stata che i pakistani sono stati arrestati e Amir è stato ricoverato in un ospedale croato. Il giorno dopo, il 29 giugno 2019, la polizia lo ha prelevato e lo ha abbandonato nella foresta di Velika Kladusa, ai confini della Bosnia, dopo averlo picchiato, privato di acqua e cibo e del farmaco per le crisi asmatiche.
Amir resta nella foresta, praticamente nudo e solo dopo ventiquattr'ore, strisciando sul terreno, riuscirà a raggiungere la strada più vicina. Qui un camionista lo soccorrerà e lo accompagnerà fino al campo di Bihac. Da qui a un altro centro, quello di Ostrozac, in mezzo alle montagne bosniache. Ora si trova a Sarajevo su una sedia a rotelle. Lo scorso 28 febbraio ha iniziato lo sciopero della fame (concluso 1'8 aprile); quattro giorni dopo, quello dei farmaci. I123 marzo ha presentato la richiesta di visto presso l'Ambasciata italiana di Sarajevo. Difficile prevedere se quella domanda verrà accolta e quando. Ciò che serve - viene da dire, come il pane e le scarpe - è un vero e proprio corridoio sanitario.
Un percorso umanitario protetto per le persone particolarmente vulnerabili. Un salvacondotto speciale, ottenuto presso le sedi diplomatiche di quella regione. L'Ambasciata italiana a Sarajevo e il suo titolare, Nicola Minasi, mostrano grande disponibilità e intelligenza. Ma manca la volontà politica da parte dell'Italia e ancor più dell'Europa. Tanto più che, non dimentichiamolo, quanto qui raccontato si svolge, in gran parte, all'interno di una regione dell'Unione Europea, alla quale appartengono Slovenia e Croazia.
Finora non si è mossa foglia e i tre europarlamentari italiani che più si sono impegnati su questo fronte, Alessandra Moretti, Pierfrancesco Majorino e Pietro Bartolo - insieme con Croce Rossa, Ipsia e Caritas - devono misurarsi con le lentezze e le resistenze di macchine politico-burocratiche torpide e sorde. Sarebbe dunque necessaria e urgente una decisione politica da parte dei nostri ministeri dell'Interno e degli Esteri.
Affinché le tragedie di Amir Labbaff e di tanti come lui non siano ridotte a immagini del consumo quotidiano della pornografia del dolore. "Non soffrire a causa di queste immagini, non indietreggiare inorriditi dinanzi a esse, non sforzarsi di abolire ciò che provoca una simile devastazione, una simile carneficina - queste sarebbero le reazioni di un mostro, dice Virginia Woolf", citata da Sontag in quel saggio. La conclusione di quest'ultima è condivisibile: se ci limitassimo a questo sentimento, non saremmo riusciti "a fare nostra questa realtà".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 19 aprile 2021
La ministra vuole garanzie sui diritti umani, i libici chiedono più mezzi. Dodici giorni dopo la visita di Mario Draghi a Tripoli tocca a Luciana Lamorgese cominciare a scendere sul piano operativo di una partnership rinnovata che l'Italia giudica strategica per gli equilibri nel Mediterraneo.
Avere un ruolo concreto nella stabilizzazione di un governo che possa essere un interlocutore affidabile anche nella gestione dei flussi migratori dalla Libia (più che raddoppiati rispetto al 2020) la cui ripresa preoccupa il Viminale: è la missione della ministra dell'Interno che oggi vola a Tripoli per incontrare il suo omologo Khaled Mazen.
La carne al fuoco è tanta. Lamorgese sa di dover portare a casa il più presto possibile le condizioni alle quali l'Italia aveva accettato l'anno scorso di rinnovare il contestatissimo memorandum Italia-Libia: la garanzia del rispetto dei diritti umani dei migranti, il libero accesso delle organizzazioni umanitarie nei centri di detenzione e la ripresa dei corridoi umanitari per i rifugiati, così come promesso pochi giorni fa all'alto commissario dell'Unhcr Filippo Grandi.
Oltre, naturalmente, al controllo delle frontiere per cercare di fermare i flussi nel Mediterraneo. Ma il governo libico anche questa volta è pronto a battere cassa: sull'altro piatto della bilancia chiede ancora sostegno economico, addestramento delle forze militari, mezzi.
Non solo motovedette, ma anche mezzi terrestri per controllare la frontiera sud del Paese, quella attraverso la quale decine di migliaia di migranti continuano ad entrare nel Paese. È questo che interessa di più al governo libico: il programma europeo Sibmil (Support to Integrated border and migration management in Libya) che prevede formazione e fornitura di strutture sul campo. È un campo minato quello in cui è chiamata a muoversi Luciana Lamorgese.
Con la Turchia che ormai da mesi allarga la sua influenza sul controllo dei flussi migratori addestrando il personale della guardia costiera libica e i segnali contraddittori che continuano ad arrivare da Tripoli: dalla recentissima liberazione e contestuale promozione, con tanto di festeggiamenti in strada, di Abdel-Rahman Milad, noto come "Bija", ufficiale della Guardia costiera libica accusato di traffico di esseri umani, ai nuovi avvertimenti ad alcuni pescherecci italiani impegnati in una battuta in acque internazionali, a 35 miglia dalla costa, che la Libia ritiene invece unilateralmente di sua competenza.
Lamorgese e Mazen si conoscono da tempo. Il nuovo ministro dell'Intemo libico era già a capo della Polizia e viceministro nel governo di Al Serraj. La prima presa di contatto dovrebbe servire dunque a mettere sul tavolo le rispettive richieste. Per l'Italia anche il controllo delle milizie che fino ad ora hanno giocato un ruolo di assoluto protagonista nel traffico dei migranti.
"La disarticolazione dei sodalizi criminali che portano alla perdita di vite umane è il nostro primo obiettivo, con un approccio condiviso con i paesi terzi che vanno sostenuti nel controllo delle frontiere oltre che con uno sforzo straordinario dell'Europa per gli accordi di partenariato", ha detto Luciana Lamorgese in Senato. In cima all'agenda del Viminale c'è la rinegoziazione del memorandum che l'Italia aveva accettato di prorogare solo con delle modifiche sostanziali, dal rispetto dei diritti umani al progressivo alleggerimento dei centri di detenzione.
L'Italia aveva già presentato una bozza di modifiche e attendeva le controdeduzioni del governo di Al Serraj, poi la crisi libica ha fatto arenare la trattativa. Oggi sarà il momento della verifica delle reali intenzioni del nuovo esecutivo di Tripoli.
Il ringraziamento di Draghi alla Libia per quelli che il premier ha definito i "salvataggi" in mare ha suscitato sconcerto anche nei rappresentanti delle agenzie dell'Onu che ribadiscono come riportare indietro i migranti in Libia, porto non sicuro, sia illegittimo: 50.000 nei quattro anni dall'approvazione del memorandum, 11.000 solo nel 2020, la maggior parte dei quali (dopo essere transitati nei centri di detenzione ufficiali) sono rimessi nelle mani delle milizie.
di Vittorio Agnoletto*
Il Dubbio, 19 aprile 2021
Non è soltanto questione di giustizia ma di salute. Big Pharma ha usufruito di molto denaro pubblico per la ricerca. La diffusione del virus Covid-19 ha prodotto, ad oggi, oltre 138 milioni di casi d'infezione nel mondo e 2,9 milioni di decessi.
Se in alcune zone del Pianeta non saranno disponibili i vaccini, forte sarà il rischio che si sviluppino delle varianti del virus maggiormente aggressive che non avrebbero difficoltà ad arrivare anche in Europa dove potrebbero risultare resistenti ai vaccini. La disponibilità universale del vaccino, non è quindi "solo" un elemento di giustizia, ma è un elemento di tutela per la salute di ciascuno di noi.
I percorsi vaccinali sono in crisi a causa della scarsità dei rifornimenti disponibili. Per vaccinare almeno il 70% dei cittadini di tutto il mondo occorrono circa 11 miliardi e mezzo di dosi, la maggior parte dei vaccini, infatti, richiede anche una seconda somministrazione. La piattaforma dell'Oms, Covax, finora è riuscita a distribuire ai Paesi più poveri solo 38 milioni di dosi e l'obiettivo, già ampiamente insufficiente, di fornirne almeno 2 miliardi entro il 2021 appare ormai irraggiungibile.
Questa situazione è dovuta all'esclusività nel possesso del brevetto per vent'anni, garantito alle multinazionali farmaceutiche dagli accordi Trips sulla proprietà intellettuale, approvati dal Wto l'Organizzazione mondiale del commercio, che permettono ai detentori del brevetto di decidere come, quanto, dove produrre, con chi stabilire accordi commerciali e quale prezzo imporre. Tutto questo nonostante le aziende farmaceutiche abbiano beneficiato di ingenti investimenti pubblici da parte dei nostri governi.
Sudafrica e India, con l'appoggio di un centinaio di Paesi, hanno proposto al Wto la sospensione dei brevetti per tutta la durata della pandemia, la socializzazione delle conoscenze e un risarcimento alle aziende detentrici del brevetto, ma Usa, Uk, Ue, Australia, Singapore, Svizzera, Giappone e il Brasile di Bolsonaro si sono opposti. Il 15 aprile più di cento capi o ex capi di stato e primi ministri, tra i quali Romano Prodi e premi Nobel hanno rivolto un appello al presidente, Joe Biden, affinché gli Usa appoggino la proposta di India e Sudafrica; un appello importante ma che alcuni sottoscrittori dovrebbero rivolgere prima di tutto al proprio Paese.
L'altro percorso possibile è il ricorso alle "licenze obbligatorie", previste dagli accordi Trips (Art 31 comma b) che consentono agli Stati, in una situazione d'emergenza sanitaria, di difficoltà economica e in mancanza di un accordo con le aziende farmaceutiche sui prezzi e la quantità di vaccini disponibili, di produrre direttamente i vaccini salva-vita scavalcando i brevetti. Il tutto riconoscendo comunque un giusto compenso ai detentori del brevetto.
Nel paragrafo 4 della Dichiarazione di Doha, adottata dalla Conferenza ministeriale dell'Omc il 14 novembre 2001, i governi hanno dichiarato: "Siamo d'accordo che l'accordo Trips non impedisce e non deve impedire ai membri (i vari Paesi, ndr) di adottare misure per proteggere la salute pubblica. ..... l'Accordo (Trips, ndr) può e deve essere interpretato e attuato in modo da supportare il diritto dei membri dell'Omc di proteggere la salute pubblica e, in particolare, di promuovere l'accesso ai farmaci per tutti".
Ogni nazione ha recepito questo principio nel suo ordinamento seppure in modo differente: ad es. in Francia il ricorso alla licenza obbligatoria potrebbe essere automatico, in Italia sarebbe necessario un voto parlamentare per rimuovere le restrizioni inserite a suo tempo dal nostro legislatore, ma si tratterebbe di un passaggio veloce, in sintonia con la legislazione internazionale. È solo questione di volontà politica. La necessità di una licenza obbligatoria è particolarmente evidente quando non vi sia alcun trattamento alternativo in commercio.
I Paesi più poveri, che non dispongono della tecnologia necessaria per produrre i vaccini, possono fare ricorso all'"Importazione parallela", l'altra clausola di salvaguardia degli accordi Trips, nella quale è previsto che una nazione, che si trovi nella situazione sopra descritta, abbia la possibilità di acquistare a costo di produzione il vaccino da un Paese che abbia fatto ricorso alla licenza obbligatoria e che, solo in simile caso, avrà la possibilità di venderlo al di fuori dei propri confini. Tutti gli ordinamenti moderni prevedono che il diritto di Vita prevalga sulla Proprietà. Il giurista Luigi Ferraioli ricorda che la nostra Costituzione (art. 42, comma terzo) prevede che la proprietà privata (e quindi anche la proprietà intellettuale) possa essere espropriata in caso d'interesse nazionale e pubblica necessità.
Liberate dai brevetti, ogni azienda pubblica e privata, dotata di capacità tecnologica sufficiente, potrebbe da subito produrre i vaccini; gli Stati potrebbero finanziare una riconversione produttiva di altre aziende e anche l'Oms, come dichiarato, potrebbe coordinare uno sforzo globale in questa direzione chiedendo ai vari Paesi di utilizzare a questo scopo i soldi risparmiati sui prezzi dei vaccini. Questi sono gli obiettivi della petizione europea "Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia". https://noprofitonpandemic.eu/it; se riusciremo a raccogliere un milione di firme la Commissione europea, secondo i regolamenti dell'Ue, sarà obbligata a sottoporre le nostre proposte al Parlamento e al Consiglio Europeo. È necessario un solo minuto per firmare e per cercare di sottrarre il destino di 7,8 miliardi di persone agli interessi di un pugno di consigli di amministrazione.
*Medico e docente di "Globalizzazione e politiche della salute" all'Università degli Studi di Milano
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 19 aprile 2021
I russi assicurano che "non è in pericolo". I seguaci dell'oppositore preparano manifestazioni in diverse città del Paese e si uniscono all'appello della figlia a Putin. Mentre Europa e Stati Uniti ricordano al governo russo che è sua responsabilità mantenere in vita il detenuto Navalny, l'incarico di smentire che la vita del principale oppositore di Putin sia veramente in pericolo viene affidato all'ambasciatore in Gran Bretagna. Andrej Kelin, un diplomatico di carriera, ha rilasciato una intervista alla Bbc per sostenere che Navalny, nella colonia penale dove deve scontare due anni e mezzo, "si comporta come un hooligan; oggi gli fa male una gamba, domani un braccio. Tenta di violare tutte le regole per farsi pubblicità". Secondo l'ambasciatore a Londra, il detenuto è stato visitato in ospedale e certamente "non morirà in prigione", nonostante quello che dicono i suoi medici.
Poi ci sono due video messi in rete in questi giorni da media certamente non ostili al Cremlino, l'Izvestia e Ren tv. Mostrano un detenuto nella grande camerata dove si trova normalmente Navalny che potrebbe essere l'oppositore e che viene ripreso mentre dorme tranquillamente dall'agente di sorveglianza che lo riprende con una telecamera a raggi infrarossi. Questo per negare che venga svegliato ripetutamente durante la notte dal giro d'ispezione. Nel secondo filmato, un uomo che potrebbe essere il blogger (ma non lo si vede in faccia) viene mostrato in una camera di quello che sarebbe il centro medico mentre esegue senza problemi flessioni a terra. Insomma, il detenuto starebbe benissimo e i dolori alla spina dorsale e alla gamba sarebbero invenzioni.
Da giorni però Navalny dice di aver iniziato lo sciopero della fame. I familiari dicono che ha perso 15 chili. I suoi medici sostengono che ora è in condizioni critiche, citando un documento che hanno avuto dagli stessi familiari del dissidente. Su un foglio con l'intestazione della colonia penale di Pokrov si legge che il potassio è a 7,1 (normalmente tra 3,6 e 5,5), la creatinina a 152 (tra 80 e 114 il valore normale) e l'acido urico a 809 (fino a 420 il valore standard). Sembrerebbe una insufficienza renale, secondo i sanitari i quali aggiungono che Navalny potrebbe morire da un momento all'altro se non sottoposto a cure adeguate. Secondo alcune voci, avrebbe rifiutato l'intervento dei sanitari offerti dal centro detentivo i quali potrebbero anche decidere di ricorrere all'alimentazione forzata.
Il detenuto però continua a chiedere con forza di essere esaminato da medici di sua fiducia. E questo sarebbe parzialmente consentito dalla legge (la 323 del 2011, articolo 26) che prevede il consulto di specialisti del servizio medico nazionale nel caso in cui non sia disponibile un clinico qualificato nel penitenziario oppure che la situazione renda l'intervento urgente. È chiaro che a questo punto solo la visita di medici e osservatori "neutrali" potrebbe chiarire la situazione. Nel frattempo tanto gli Stati Uniti che l'Europa hanno fortemente richiamato il Cremlino alle sue responsabilità: dalle autorità russe dipende "quello che accadrà al signor Navalny".
E il consigliere della sicurezza nazionale Usa Sullivan ha aggiunto: "Abbiamo comunicato che se Navalny dovesse morire, ci sarebbero delle conseguenze". I ministri degli Esteri europei discuteranno oggi la questione. Intanto i seguaci dell'oppositore hanno proclamato grandi manifestazioni in varie città per mercoledì prossimo, giorno in cui Putin terrà l'abituale discorso alla nazione. Una settantina di esponenti del mondo della cultura, da premi Nobel a registi e attori, si sono uniti con un loro appello alla figlia di Navalny che si è rivolta a Putin.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 19 aprile 2021
Le eroiche combattenti curde. Le storie di Elif Shafak e Deniz Özdoğan. Il coraggio di Lucia Goracci e Gaja Pellegrini Bettoli. L'esempio della regina Rania e la lezione di Rula Jebreal. Non sono mai stato un femminista accanito, ma ho sempre lottato per riconoscere il merito, senza alcuna distinzione. le paurose disuguaglianze di genere sono una volgare ingiustizia. "ecco perché, finalmente, esulto nel vedere che nel mio vicino oriente, che amo da sempre, le donne sono salite in cattedra dappertutto: esempi fulgenti di coraggio, carattere, serietà. Il primo pensiero va con forte convinzione alle prodi combattenti curde che, armi in pugno, lottano anche per la nostra libertà. le amo infinitamente, perché ci proteggono da dittatori e protettori di genocidi, a cominciare da quello armeno. donne davvero importanti che fanno del coraggio la loro arma e la loro bandiera.
Se penso all'amata Turchia, vittima del machismo del dittatore Recep Tayyip Erdogan (quanto le sono grato, presidente del consiglio #mariodraghi, per quello che ha detto!), non posso non mandare un abbraccio alla mia cara amica #elifshafak, donna intrepida e scrittrice coraggiosa, costretta all'esilio a Londra per sfuggire alle grinfie del sultano turco, che disprezza le donne e i diritti umani. Non conto neppure i messaggi che ricevo ogni giorno da donne che lottano per la loro indipendenza in Turchia, nel paese gestito da quello che è diventato un odioso tiranno che mette in galera tutti coloro che si oppongono al suo folle potere.
Un'altra cara amica turca, l'artista, regista e scrittrice Deniz Özdoğan, che fu violentata quando non aveva ancora compiuto 12 anni, oggi vive e lavora nei teatri di Genova, la città che più le fa pensare alla sua Istanbul. Deniz racconta le sue sofferenze che sembrano quelle di una moltitudine di sue connazionali che lottano per i diritti delle donne.
Per restare al vicino oriente non posso che dichiarare la mia stima e la mia ammirazione per la mia amica Rania, regina di Giordania. Una donna per la quale farei follie per la sua generosità, la sua bontà, il suo cuore aperto ai bisogni dei più deboli. E come non esaltare una collega di grandissimo valore, Gaja Pellegrini Bettoli, che ha trascorso cinque anni da free lance tra Gaza, Tel Aviv, Gerusalemme, e nella mia amata Beirut. Non nel passato, ma nei nostri giorni.
Voglio ricordare, amando il vicino oriente come il fulcro della mia anima, tutte le altre donne che stanno lavorando per renderlo migliore in Libia, Tunisia, Israele, Siria, Egitto, Iran, Iraq, e persino nell'Arabia saudita, con il coraggio di opporsi all'erede al trono, il criminale che tanto piace ai superficialoni della nostra politica, come l'assassino crudele di giornalisti e oppositori Mohammed bin Salman. È venuto il momento di parlar chiaro. Le denunce a mezza bocca, o con il silenziatore, non raggiungono più nessuno. Voglio fare un elogio caloroso a Lucia Goracci, che interpreta con estremo coraggio e rigore il ruolo di corrispondente Rai da Istanbul.
E voglio mandare un forte abbraccio alla nostra collega Alessandra Galloni, diamante della nostra Italia, che è la prima donna in 170 anni a diventare direttrice della Reuters, l'agenzia che mi ha accompagnato, soprattutto nel Medio Oriente, per tutta la mia vita professionale. La Reuters è la bibbia nella quale ho sempre creduto. Vorrei chiudere queste riflessioni con la donna mediorientale alla quale spesso dedico i miei pensieri e i miei sentimenti.
È una giornalista che amo profondamente perché, per me, innamorato del "fratelli tutti" di papa Francesco, rappresenta il massimo assoluto: Rula Jebreal. Rula è mia cara amica da una vita, vive negli Stati Uniti, ha un cuore d'oro e una sensibilità fantastica. Vedete, per me Rula rappresenta il massimo. È araba israeliana, quindi musulmana, ha sposato un ebreo, e ha voluto che sua figlia ricevesse il battesimo cattolico. Rula, come capirete, per me rappresenta tutto.
In un mondo che cerca certezze, questa donna, che ha commosso tutti gli italiani al festival di Sanremo, e che sta raccontando anche adesso le sue gravi sofferenze famigliari, quelle che davvero lasciano il segno nella vita di ciascuno. Ho citato e raccontato gli esempi che più mi hanno aiutato a diventare quello che sono. Grido evviva ad un mondo dove trionfano donne straordinarie come la vicepresidente degli stati uniti Kamala Harris, che ci permettono di guardare con più serenità e speranza al futuro.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 19 aprile 2021
In pochi mesi più di 3.000 gesti violenti verso gli orientali. La difficile ricerca di solidarietà da Black lives matter. È l'ingrato compito che Biden ha dato a Kamala Harris. Quando, un anno fa, Donald Trump lanciò invettive contro la Cina che aveva generato, sottovalutato e mascherato la pandemia, gli chiesero di smetterla: rischiava di alimentare un'onda di odio contro gli americani di origine asiatica.
Consapevole di piacere a milioni di fan proprio per la sua tracotanza, il presidente non solo non abbassò i toni ma si divertì a coniare epiteti memorabili, da Chinese virus a Kung flu, sparati a raffica in ogni comizio. Facile, quindi, attribuire alla sua retorica incendiaria l'onda di violenze che da allora si è abbattuta sugli Asian Americans. Facile e in gran parte fondato.
Ma c'è anche altro. Nell'ultimo mezzo secolo chi arrivava negli Stati Uniti da Cina, Vietnam, Corea, India e dal resto dell'Asia, pensava di essere al riparo da dispute razziali grazie al mito della minoranza modello: gruppi sociali fatti di gente operosa, con molti professionisti e pochi clandestini, che non creavano problemi e, anzi, contribuivano alla crescita del Paese.
Questo stereotipo ha fatto dimenticare conflitti come quelli degli anni Novanta tra minoranze etniche svantaggiate, soprattutto i neri, e la nuova immigrazione asiatica a caccia di posti di lavoro anche di bassa qualità e mal pagati. E ha fatto cadere nell'oblio anche la lunga storia di pregiudizi dell'America: dal Chinese Exclusion Act del 1882che vietò agli immigrati dalla Cina di diventare cittadini Usa alla decisione di rinchiudere in campi d'internamento tutti i nippo-americani, presa dal presidente Roosevelt nel 1942, dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor. In anni più recenti, poi, il mito della model minority è diventato un'arma a doppio taglio quando i figli dell'immigrazione asiatica, spesso molto studiosi e portati per la matematica, hanno cominciato a conquistare, sulla base di test meritocratici, gran parte delle ambitissime ammissioni a scuole e università scientifiche d'eccellenza.
Le élite bianche, ferite dall'esclusione dei loro figli, hanno reagito chiedendo limiti all'afflusso di studenti asiatici. Ma tutto questo non spiega di certo le violenze degli ultimi mesi: Stop AAPI Hate, l'associazione che le combatte, ha censito, dal marzo al dicembre 2020, circa tremila attacchi d'odio contro gli asiatici d'America: assalti verbali, soprusi ma anche aggressioni per uccidere o ferire.
Con anziani attaccati senza motivo mentre camminavano: un 84enne ucciso nelle strade di San Francisco, una donna cinese di 89 anni schiaffeggiata da due ragazzi che poi le hanno dato fuoco a Brooklyn (lasciandola con ustioni per fortuna non mortali) o la filippina 65enne presa a calci e gravemente ferita in piena Manhattan pochi giorni fa da un uomo di colore davanti a passanti e portieri dei palazzi che non sono intervenuti. L'episodio è stato subito usato a destra per contestare la tesi dell'attacco agli asiatici come effetto-Trump, un altro frutto avvelenato del suprematismo bianco. Mentre la strage dei centri di massaggio di Atlanta viene attribuita solo alle ossessioni sessuali del ragazzo bianco che ne è stato protagonista.
Sul suo blog Andrew Sullivan, che ama andare controcorrente, ha sostenuto (dati 2019 del ministero della Giustizia) che le violenze contro asiatici sono state commesse per il 24% da bianchi, per il 24% da altri asiatici, per il 7% da ispanici e per il 27,5% da afroamericani. Mentre Voice of America ha scritto che l'anno scorso solo due delle venti persone arrestate a New York per crimini d'odio contro asiatici erano bianche: 11 i neri e 7 gli ispanici. Le questioni razziali, insomma, sono complesse, sfuggono a facili generalizzazioni. Riaffiorano storie come la rivolta del 1991 a Los Angeles quando l'attivista nero Rodney King fu picchiato selvaggiamente dalla polizia: città in fiamme con la metà dei negozi incendiati di proprietà di coreani. Lo sfogo di un vecchio rancore: gli immigrati dalla Corea, scolarizzati ma non accettati in America come professionisti e spinti verso i quartieri poveri, erano diventati commercianti anche nei ghetti neri. E l'anno prima un negoziante aveva sparato a un ragazzino che rubava da uno scaffale, uccidendolo. Una delle tante ferite dolorose di una società multietnica nella quale anche tra i neri, che si sentono nativi americani, crescono bolle di ostilità nei confronti degli immigrati.
Per gli intellettuali progressisti questi episodi confermano che in America vige un sistema invisibile di caste nel quale l'élite bianca mantiene la supremazia alimentando conflitti tra le etnie sottostanti. La solidarietà dovrebbe essere la medicina per queste patologie sociali ma quando gli asiatici, vedendo sottovalutate le violenze contro di loro, hanno chiesto un'attenzione come quella che c'è per i neri e, magari, il sostegno di Black Lives Matter, si sono sentiti rispondere che le due questioni vanno tenute separate: gli Asian Americans non possono pretendere di beneficiare della storia secolare di lotte degli afroamericani ed è razzista equiparare le violenze di strada di oggi a secoli di schiavismo e segregazione. Joe Biden ha dato a Kamala Harris l'ingrato compio di gestire la crisi degli immigrati al confine col Messico. Ma, in quanto nera e asiatica, la vicepresidente sarà forse chiamata a svolgere un ruolo ancor più difficile per ricomporre le fratture del mosaico etnico americano.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 19 aprile 2021
"Un grande dibattito nazionale sul consumo di droga e i suoi effetti deleteri" è uno degli annunci fatti dal presidente francese Emmanuel Macron nel corso di una lunga intervista sul tema della sicurezza rilasciata al Figaro in edicola oggi, e intitolata "Mi batto per il diritto a una vita tranquilla".
A un anno dall'elezione presidenziale della primavera 2022, Macron sceglie un dossier cavalcato tradizionalmente dalla destra, come fece a suo tempo Nicolas Sarkozy che è diventato uno dei suoi consiglieri ufficiosi. Il capo dello Stato promette 15 mila posti in carcere in più (sono all'incirca 7000 da anni), ribadisce l'obiettivo di io mila poliziotti e gendarmi supplementari entro la fine del suo mandato, annuncia la creazione di una "specie di scuola di guerra" per poliziotti, e il rinnovo di metà del parco auto delle forze dell'ordine, in modo che abbiamo gli strumenti per combattere "l'aumento delle violenze quotidiane" al quale contribuiscono secondo lui i social media e "la cultura dell'anonimato".
Macron usa toni molto duri contro il consumo degli stupefacenti e l'ipotesi di una depenalizzazione delle droghe leggere, di fatto molto diffuse. "Al contrario di coloro che auspicano una depenalizzazione generalizzata, io penso che gli stupefacenti abbiano bisogno di una frenata e non di pubblicità. Dire che l'hascisc è innocente è più di una menzogna. La Francia è diventata un Paese di consumo e bisogna rompere questo tabù. Ci si fa una canna in salotto, e si finisce con l'alimentare la più importante delle fonti di insicurezza".
Il presidente poi interviene nelle polemiche seguite al mancato processo contro l'assassinio antisemita della signora Sarah Halimi. L'omicida, in preda a una crisi psicotica per il consumo di stupefacenti, è stato dichiarato incapace di intendere e di volere. "Decidere di prendere stupefacenti e diventare quindi "come pazzi" non dovrebbe sopprimere la responsabilità penale. Chiederò al ministro della Giustizia di cambiare la legge al più presto".
di Aristide Police*
Il Dubbio, 19 aprile 2021
Sospenderne l'esclusiva determinerebbe una sorta di esproprio in danno di chi ne ha la titolarità. Nel recente messaggio pasquale Urbi et Orbi, Papa Francesco è tornato di nuovo a segnalare come "in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia (...) i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta" ed ha esortato, nello spirito di un internazionalismo dei vaccini, "l'intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri". Questo auspicio e questa esortazione sono molto significativi perché se da un lato ricordano agli egoismi nazionali come la pandemia possa essere efficacemente superata soltanto se la copertura vaccinale sia estesa all'intera popolazione mondiale (e con il ritmo più sostenuto possibile), dall'altro lato non indulgono a proposte semplicistiche, né alimentano scorciatoie pauperistiche, di impossibile realizzazione e con controproducenti effetti.
Il riferimento è, in particolare, a quelle proposte avanzate dal Premio Nobel per la pace Mohammad Yunus e da altri autorevoli paladini dei diritti umani volte a caducare i diritti di esclusiva connessi alla titolarità dei brevetti dei vaccini anti Covid. La proposta è stata condivisa da alcuni importanti Paesi in via di sviluppo che l'hanno avanzata a marzo scorso in occasione di una riunione del Consiglio sui Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights (Trips) dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto).
Come ricostruiscono l'emittente britannica Bbc e altre fonti della stampa internazionale, l'iniziativa non ha trovato accoglienza. La maggioranza dei Paesi presenti, infatti, sono convinti che i diritti connessi alla titolarità dei brevetti costituiscano importanti incentivi all'innovazione e le regole in merito sarebbero state rese già sufficientemente flessibili durante la pandemia. Ed è proprio questo aspetto che non può essere trascurato nella ricerca di una soluzione al problema: nel medio periodo, misure straordinarie sui brevetti determinerebbero un grave disincentivo per le imprese farmaceutiche nell'investire in ricerca, laboratori e personale.
La ideologica demonizzazione del giusto profitto delle imprese farmaceutiche e la magica soluzione di sospendere i diritti di esclusiva connessi ai brevetti sono frutto di una valutazione quantomeno superficiale della complessità dei problemi. Il tema vero è che la generazione del profitto è la ragione stessa del fatto che, per nostra fortuna, in tempi estremamente brevi diverse imprese o consorzi di imprese abbiano approntato e reso disponibili rimedi vaccinali.
Se non ci fosse stata prospettiva legittima di un profitto, non ci sarebbe stata impresa privata disponibile ad investire nella ricerca e, se non ci fosse stata una massiccia iniziativa privata ad investire nella ricerca e nella sperimentazione, oggi neppure avremmo dei vaccini (e dei brevetti). I brevetti, in una prospettiva tecnica e non ideologizzata, costituiscono il motore che alimenta l'iniziativa (e l'investimento) privati a vantaggio della collettività. È infatti la prospettiva del profitto garantito dall'uso esclusivo di invenzioni e prodotti dell'ingegno (nella specie farmaceutici) ad alimentare la innovazione tecnica e scientifica. È un dato di fatto che oggi la innovazione venga largamente stimolata e finanziata dal sistema delle imprese private e sia indirizzata alla sua applicazione industriale. Se venissero meno i diritti di esclusiva connessi ai brevetti, l'iniziativa e gli investimenti privati smetterebbero di alimentare la ricerca scientifica e le sue applicazioni industriali.
Ciò senza dire dei problemi giuridici: sospendere l'esclusiva propria dei brevetti determinerebbe - quantomeno temporaneamente- un vero e proprio esproprio in danno di chi legittimamente ne vanta la titolarità. Si porrebbe quindi, alla stregua delle garanzie costituzionali dell'Unione Europea e dei suoi Stati membri (così come di quelle di molte altre Nazioni), un tema di compensazione dei costi sostenuto dalle imprese che hanno sviluppato i vaccini e di indennizzo per le perdite prodotte in termini di minori profitti. In sostanza, sia l'ordinamento giuridico italiano, sia l'ordinamento giuridico europeo non consentirebbero in nessun caso che l'esercizio di poteri ablatori (di esproprio) sui brevetti non si accompagni ad un serio indennizzo.
Peraltro, il costo dei vaccini (ed in questo costo della componente di profitto connessa ai diritti di uso esclusivo dei brevetti) è solo uno e non certo il maggiore degli ostacoli che si pongono per assicurare una copertura vaccinale estesa anche nei Paesi meno sviluppati. Come dimostrano le gravi difficoltà delle campagne vaccinali dei Paesi più sviluppati, i problemi più significativi riguardano l'approvvigionamento dei vaccini e non il loro costo. A prescindere dai diritti (e dai profitti) derivanti dall'utilizzazione dei brevetti, infatti, è oramai ben evidente che bisogna aumentare il numero degli stabilimenti produttivi e la produttività di quelli già esistenti.
Se quindi il problema principale è connesso alla produzione dei vaccini ed alla loro distribuzione, la domanda di giustizia sociale che viene dai Paesi meno sviluppati può trovare una risposta efficace soltanto attraverso gli strumenti della cooperazione internazionale e avvalendosi delle Istituzioni sovranazionali che di tale cooperazione sono gli alfieri, a cominciare dalle Nazioni Unite e dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Si rende necessario, infatti, il concorso di tutti gli Stati che a tali Istituzioni aderiscono per supportare lo straordinario sforzo finanziario, industriale ed organizzativo necessario per assicurare la diffusione del vaccino anche ai Paesi meno sviluppati. Questo sforzo comune e condiviso, peraltro, produrrebbe anche l'utile effetto di porre fine a quella distonica "diplomazia dei vaccini" che alcuni Paesi (si pensi alla Federazione Russa o alla Cina) hanno già avviato in ragione dei loro più complessivi interessi geopolitici.
*Ordinario di diritto amministrativo Luiss "Guido Carli"
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2021
Il 9 aprile Mohammed Hassan Jawad, noto anche come Mohammed Jawaz Parveed, uno dei più importanti difensori dei diritti umani del Bahrein, è uscito dalla prigione di Jaw, dove stava scontando una condanna a 15 anni di carcere per aver preso parte alle manifestazioni pacifiche della rivolta del febbraio 2011. Nell'imponente complesso penitenziario dello stato-isola del Golfo restano altri 11 esponenti della società civile insieme a centinaia di altri detenuti ammassati fino a 10 in celle di tre metri per quattro metri e mezzo.
Un anno fa, per evitare il contagio da Covid-19, le autorità avevano ordinato la scarcerazione di 1500 detenuti. Non è bastato evidentemente: il 23 marzo, a Jaw il coronavirus ci è entrato di gran carriera. I parenti dei detenuti hanno riferito ad Amnesty International che i casi sono ormai una settantina. Non c'è un monitoraggio costante, non vengono forniti dispositivi di protezione come mascherine o disinfettanti (chi ha soldi può andare a comprarli allo spaccio interno, noto come "la cantina"), le comunicazioni con l'esterno vengono limitate. Dal governo, una nota del 28 marzo secondo la quale i prigionieri risultati positivi erano stati isolati e l'annuncio fatto l'8 aprile che 73 detenuti sarebbero stati scarcerati e affidati a misure alternative.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2021
Scrive Salvatore, ergastolano ostativo: "E alla mia età di 67 anni, di cui 33 di carcere, non ho più la forza e neanche la voglia di farmi ulteriormente logorare da attese senza fine. Per cui non chiedo niente così non dovrò aspettare niente".
Ecco, Salvatore non sarà deluso dall'ultimo pronunciamento della Corte Costituzionale, che definisce l'ergastolo ostativo "incompatibile con la Costituzione", ma dà alla politica un anno di tempo per cambiare la legge relativa alla ostatività, perché Salvatore ha rinunciato a sperare. Ma per tutti gli altri ergastolani ostativi, e le loro famiglie consumate dall'attesa, pensate davvero che un altro anno ad aspettare che qualcosa cambi sia cosa di poco conto?










