di Roberto Saviano
L'Espresso, 10 gennaio 2021
Sotto scorta per le minacce dei boss, Lorenzo Diana è stato accusato di aver agevolato i clan. Per archiviare l'indagine ci sono voluti cinque anni. Lorenzo Diana "è uno di quei politici che hanno deciso di mostrare la complessità del potere casalese e non di denunciare genericamente dei criminali.
È nato a San Cipriano d'Aversa, ha vissuto osservando da vicino l'emergere del potere di Bardellino e di Sandokan, le faide, i massacri, gli affari. Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria. Temono che da un momento all'altro possa risvegliarsi l'attenzione dei media nazionali sul potere casalese, temono che in Commissione Antimafia il senatore possa denunciare ciò che ormai la stampa ignora, relegando tutto a crimine di provincia.
Lorenzo Diana è uno di quei rari uomini che sanno che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina, quella di ricominciare ogni volta da capo, dall'inizio, tirare a uno a uno i fili della matassa economica e raggiungerne il capo criminale. Lentamente ma con costanza, con rabbia, anche quando ogni attenzione si dilegua, anche quando tutto sembra davvero inutile e perso in una metamorfosi che lascia alternare poteri criminali a poteri criminali, senza sconfiggerli mai".
Non è elegante autocitarsi, ma queste sono le parole che in "Gomorra", nel 2006, dedicai all'impegno politico e civile di Lorenzo Diana, che per 21 anni ha vissuto sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei casalesi. Tre volte parlamentare e segretario della commissione Antimafia, per cinque anni e mezzo Lorenzo Diana è stato ostaggio di una vicenda giudiziaria - e umana - che mi ha lasciato dell'amaro in bocca che non so descrivere.
Nel luglio 2015 fu raggiunto da un avviso di garanzia, era indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato - questa era l'accusa - il clan dei casalesi, lui che era sotto scorta per le minacce ricevute proprio dal clan Zagaria! E poi ancora, indagato per abuso d'ufficio in un altro filone di indagine, viene interdetto dai pubblici uffici e costretto al divieto di dimora in Campania. A maggio 2019 arriva la prima archiviazione su richiesta della stessa Procura, e pochi giorni fa è arrivata la seconda a mettere un doloroso punto.
Doloroso perché, per cinque anni e mezzo, la vita di Lorenzo Diana è stata appesa a un avviso di garanzia che in Italia, per (quasi) tutti, è già una sentenza di condanna. Ho letto in questi giorni le parole dolorosissime che ha pronunciato, parole che tutti dovremmo leggere per capire quali sono i risvolti umani e politici di una giustizia che, prima di tutto nei tempi, non è giusta. Cinque anni e mezzo per un'archiviazione.
Quanto sarebbe durato un eventuale processo? Circa dieci, dodici anni. La giustizia in Italia è malata, molto, molto malata. In Italia, la distanza temporale tra l'inizio di un procedimento penale e la sua definizione finiscono per rendere un avviso di garanzia, a dispetto del nome, già di per sé una condanna. E per una persona onesta, che si è opposta a una criminalità potentissima, la condanna peggiore è essere accusato di vicinanza a quei mondi e di conseguenza trattato come un corpo estraneo.
La macchina giudiziaria - a volte mi capita di immaginarla come un marchingegno mostruoso - può travolgere tutto ciò che incontra se non gestita con capacità e professionalità, e arriva persino a sacrificare vite sull'altare di un bene superiore che magari neppure esiste o, peggio, sull'altare di ambizioni personali smisurate.
La vicenda di Lorenzo Diana porta con sé riflessioni che partono da ciò che è accaduto a lui per giungere, ancora una volta, alla assoluta necessità di una riforma organica del sistema giudiziario, poiché il processo penale italiano è completamente fallito. Se questo non accadrà, e se non si metteranno realmente al centro dell'accertamento le garanzie di chi subisce un procedimento penale, continueremo a vivere il dramma che stiamo vivendo da troppi anni.
Una realtà kafkiana nella quale basta essere indagati per essere colpevoli e interdetti dai pubblici uffici fino a data da destinarsi. Ho letto che Lorenzo Diana vorrà chiamarmi per dirmi che non ho fatto male a citarlo in "Gomorra" sarò felice di sentirlo e approfitterò per rispondergli che lo so: lo so che non ho fatto male.
Le battaglie di Lorenzo Diana le ho sentite mie e, se non fosse stato per il suo impegno, forse non avrei avuto tanta passione nel raccontare la nostra terra. Spero che con l'archiviazione arrivi qualcosa di più, non solo tante chiacchiere e poche scuse. Diana, come scrissi in "Gomorra", ha conoscenza e ha memoria, e queste sono risorse fondamentali per una terra ferita a morte.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 gennaio 2021
Lo strappo all'interno dell'Anm napoletana con le dimissioni di alcuni magistrati, la necessità di riforme, di una progettualità politica e della cultura garantista, e poi gli scandali sulle nomine e le polemiche per i magistrati in politica. Nella Giustizia e nel mondo dei diritti serve un cambio di passo. "Me lo auguro", afferma Gennaro Marasca, magistrato in pensione, già componente del Consiglio superiore della magistratura e presidente di sezione della Corte di Cassazione.
"Sono stato esponente di Magistratura Democratica e il garantismo è la nostra cultura. Mi auguro - aggiunge - che nella magistratura, come negli altri corpi sociali intermedi, ci sia un dibattito culturale vivace ma corretto, e che in politica si possa arrivare a un dibattito sereno, centrato su progetti, programmi e realizzazioni compiute, mentre oggi non si fa altro che attaccare l'avversario per denigrarne la persona".
Quanta distanza c'è tra la magistratura e la società, tra il mondo della Giustizia e quello dei cittadini che attendono anche tempi biblici per un processo?
"I mali della magistratura sono i mali della nostra società. Noi magistrati non veniamo da Marte o da chissà dove, ci nutriamo della cultura di questa società e ne abbiamo tutti i pregi e i difetti. Prima degli anni 70 la magistratura non usufruiva molto della sua indipendenza e autonomia, erano in genere persone che provenivano da una classe sociale simile alla classe sociale che politicamente governava il Paese. Dal '70 in poi si ruppero questo equilibrio e il corporativismo che esisteva nella magistratura, e dall'interno noi di Magistratura Democratica denunciammo le lentezze e gli errori commessi dalla categoria. In quel periodo si liberarono delle forze importanti, frutto di un accrescimento dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura, ma poi si verificarono delle degenerazioni. Correnti, nate e vissute sulla base di principi ideali importanti, si sono trasformate nel tempo in gruppi di pressione finendo col difendere i propri iscritti in una degenerazione di tipo clientelare che è sfociata, emergendo in tutta la sua drammaticità, nella vicenda Palamara, che non è certo l'unico ad aver usato queste pratiche. Credo che questo sia dipeso dall'affievolirsi degli ideali che avevano ispirato la nascita delle correnti e dei gruppi associativi, il che ha determinato il prevalere di logiche di amicizia e di clientela, che in magistratura non dovrebbero esserci nella maniera più assoluta".
Le correnti, dunque, non andrebbero demonizzate?
"Per me l'esperienza nell'associazione è stata di fondamentale importanza, negli anni '90 ma anche in tutti gli anni 70 e 80. Si contrapponevano modi diversi di guardare alla giurisdizione e legittimamente c'erano visioni diverse. C'era una competizione e questo credo che abbia contribuito a una crescita della magistratura molto importante".
Come uscire dalla crisi attuale?
"Talvolta, come dicevano i latini, è necessario che gli scandali si verifichino. Ritengo che la magistratura abbia al suo interno le capacità e le forze per reagire e porre termine a queste pratiche. Sono però necessarie anche delle riforme perché questo processo venga aiutato e possa produrre effetti. Riforme sia sul piano ordinamentale sia sul piano dei tempi processuali. Non si può sperare soltanto in un recupero delle idealità del passato, occorre anche intervenire in qualche modo".
Questo, inoltre, è il periodo delle polemiche per i magistrati in politica, mi riferisco al caso di Catello Maresca. Lei è stato assessore nella prima giunta Bassolino, cosa ne pensa?
"Da tecnico prestai la mia capacità per affrontare determinati problemi in giunta. All'epoca non svolgevo funzioni giudiziarie e non mi sono mai presentato alle elezioni né sono mai stato iscritto a un partito politico. Penso che bisogna stare molto attenti, specialmente quando si chiede il voto popolare e ci si presenta alle elezioni. Io, francamente, sono un po' perplesso di fronte al fatto di candidarsi nella zona dove si sono esercitate funzioni giudiziarie: non mi piace molto, c'è il rischio, anche se si è persone perbene e bravi magistrati, di ingenerare il dubbio di aver favorito alcuni e sfavorito altri. E questo è un dubbio che non si deve mai far sorgere nel cittadino. Quindi starei molto attento a questo e starei anche molto attento al rientro in magistratura dopo un'esperienza politica".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 10 gennaio 2021
Trattative sul Recovery. L'Europa chiede di accelerare i tempi dei processi. Sul capitolo due miliardi al buio: programmi da precisare vista la distanza politica. Renziani all'attacco, torna il nodo della prescrizione. Dopo Conte, c'è soprattutto un ministro che Renzi butterebbe giù volentieri ed è Bonafede. Tanto volentieri, che se dovesse riuscirci allora anche quel rimpasto che il leader di Italia viva continua a considerare un esito troppo limitato per la crisi che ha scatenato, riuscirebbe a presentarlo come una sua chiara vittoria.
di Mauro Giordano
Corriere di Bologna, 10 gennaio 2021
Merola: riflettere su pezzi di Stato contro i cittadini. Mollicone: urge commissione d'inchiesta. "Nelle 2000 pagine con le quali i giudici hanno motivato la condanna all'ex appartenente dei Nar, Gilberto Cavallini, per la strage alla stazione del 2 agosto c'è scritta parte della storia dell'Italia repubblicana", osserva il sindaco Virginio Merola che facendo riferimento al contenuto del dispositivo della Corte d'Assise sottolinea che "andrà letto e ponderato".
Ma intanto le reazioni alla sentenza tornano ad alimentare lo scontro politico, con parlamentari e parte del mondo di centrodestra che non risparmiano critiche al processo a Cavallini e al suo esito attuale definendolo "un castello di carte" e tornando a chiedere una commissione d'inchiesta sui fatti del 2 agosto 1980 e la desecretazione di alcuni atti.
L'aspetto sul quale Merola chiede di riflettere però è il fatto di "aver visto in azione in quegli anni non solo terroristi neri e piduisti ma pezzi dello Stato che agivano contro le istituzioni e i cittadini", aggiungendo che "il Comune è stato parte civile in questo procedimento e lo sarà in quello sui mandanti". Tanto merito ricorda il sindaco va dato all'Associazione familiari delle vittime, che con il vicepresidente Paolo Lambertini commenta in modo soddisfatto. "La sentenza è sostanziosa, si è fatta attendere ma ne è valsa la pena" dice Lambertini. A loro arriva la vicinanza del deputato del Pd, Andrea De Maria: "Queste motivazioni sono molto importanti e non vanno sottovalutate a livello politico e istituzionale, serve piena luce anche su quelle responsabilità. Ha ragione il presidente dell'associazione, Paolo Bolognesi, quanto chiede di fermare chi continua a proporre piste alternative per mettere in discussione le responsabilità dei terroristi neofascisti".
Per il deputato di Italia Viva, Luigi Marattin, "fa riflettere che l'Italia sia l'unico Paese avanzato in cui il fatto che le stragi abbiano avuto conniventi nelle istituzioni non è una cosa che si legge nei blog dei complottisti ma nelle sentenze dei tribunali". Soddisfazione è arrivata anche i deputati del movimento cinque stelle della commissione Giustizia alla Camera.
La pensa diversamente Federico Mollicone, deputato di Fratelli d'Italia e fondatore dell'intergruppo parlamentare "La verità oltre il segreto", della quale fa parte anche in senatore di FdI, Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir, che preferisce non commentare ma ricorda che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, "ha deciso di non desecretare quegli atti che contribuirebbero a raggiungere la verità storica". Mollicone (così come lo scrittore e giornalista Massimiliano Mazzanti) punta il dito sul fatto che non sia stata fatta chiarezza sull'86esima vittima. "È necessario e urgente costituire una nuova commissione d'inchiesta - commenta Mollicone. La pista palestinese non è campata in aria.
Non vorremmo che a colpi di sentenze i magistrati bolognesi stessero affermando dei depistaggi. Non possiamo che chiedere l'invio di tutti i documenti delle commissioni d'inchiesta oggi vincolati dal segreto di Stato o dal segreto funzionale, alla procura di Bologna o quella di Roma così da affrontare nuovamente il processo nel suo complesso". L'ex parlamentare del Pdl, Enzo Raisi, si dice "stupito per diverse cose e sconvolto dagli 11 denunciati tra i testimoni della difesa, una cosa che non mi era mai capitata di vedere".
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 10 gennaio 2021
Qual era l'origine dell'epidemia di tossicodipendenza raccontata dalla docu-serie Netflix sulla comunità di San Patrignano? La risposta è in Sicilia. Tutti volevano salire sulla grande giostra della droga. Era la pazzia dei soldi. In quegli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta Palermo non era ricca, era sfrenatamente ricca. Gli esperti della Drug Enforcement Administration avevano valutato che la Cosa Nostra copriva un terzo del mercato nordamericano.
La materia prima la importavano prima dalla Turchia e poi dal "triangolo d'oro", zona montuosa al confine fra la Tailandia, il Laos e il Myanmar. Il trasporto lo garantivano trafficanti orientali, egiziani, turchi e nel passaggio finale naturalmente i "siciliani". Dietro l'ultima porta c'erano gli alambicchi, le pentole, i palloni di vetro, i termometri e le provette, gli imbuti, i bidoni, i fornelli, i setacci e tre maschere antigas. Quando noi giornalisti riuscimmo ad entrare nella stanza scavalcando una finestra sul retro, i carabinieri si erano già portati via quarantacinque chili di eroina purissima e sessantaquattro chili di morfina base.
Il laboratorio per lavorare la "pasta", così la chiamavano i mafiosi, era in una casa bianca a due piani sulla via Messina Marine, lunghissima strada che corre parallela alla via Messina Montagne e che ha in mezzo Corso dei Mille, viale dei Picciotti, Ponte dell'Ammiraglio, luoghi che sembrano portare incontro alla storia ma che in quella Palermo mi avevano guidato sino alla prima raffineria di eroina scoperta in Sicilia. L'anno era il 1982, il mese febbraio. Poi ne trovarono molte altre. In una stalla di Baida, in un deposito di carburanti dietro al bar Baby Luna, in un garage di Villagrazia, in un appartamento alla Guadagna, in una masseria nelle campagne di Alcamo.
Tutti volevano salire sulla grande giostra della droga. Era la pazzia dei soldi. In quegli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta Palermo non era ricca, era sfrenatamente ricca. Gli esperti della Drug Enforcement Administration avevano valutato che la Cosa Nostra copriva un terzo del mercato nordamericano, qualcosa come quattro tonnellate l'anno piazzate a Buffalo, a New York, a Montreal, a Filadelfia. Per l'Fbi erano anche di più, sei tonnellate l'anno.
La materia prima la importavano prima dalla Turchia e poi dal "triangolo d'oro", zona montuosa al confine fra la Tailandia, il Laos e il Myanmar. Il trasporto lo garantivano trafficanti orientali, egiziani, turchi e nel passaggio finale naturalmente i "siciliani".
La manodopera specializzata, i chimici, veniva da fuori. Erano quelli della French Connection, che già dal 1960 contrabbandavano eroina, facendola transitare dall'Argentina o dal Paraguay, verso gli Stati Uniti. A Palermo di quei chimici che trattavano la polverina magica ne sbarcarono due, Andrée Bousquet e Pierre Doré, corsi al servizio del "clan dei Marsigliesi". Li arrestarono nell'agosto del 1980 al "Riva Smeralda", un albergo di Villagrazia di Carini. Il proprietario dell'hotel, Carmelo Iannì, un galantuomo che aveva dato una mano ai poliziotti "assumendo" un commissario come cameriere, fu ucciso meno di una settimana dopo. È così che in quella casa bianca di via Messina Marine, con i due corsi rinchiusi all'Ucciardone, si presentò un giorno Nino Vernengo della "famiglia" di Piazza Scaffa e disse ai suoi amici: "E che ci vuole? Bastano alcune bacinelle di acciaio, un po' di fuoco, c'è una grande puzza e serve anche tanta aria".
Da quel momento Nino Vernengo diventò per tutti "ù dutturi", il dottore. Ma fece tanti guai. Aveva visto all'opera Bousquet e Doré che aggiungevano tropeina e benzatropina per compensare i chili che la "pasta" perdeva durante l'ebolizione, e ne aggiunse troppa dell'una e dell'altra. Poi mandò il suo veleno in America.
A New York i ragazzi morirono come mosche, un centinaio in una decina di giorni. Dall'altra parte dell'Atlantico s'infuriarono, il "dottore" fu costretto a restituire i soldi della spedizione assassina.
Al posto dell'ingordo Vernengo arrivò Francesco Marino Mannoia che, in poco meno di due anni, ha raffinato da solo seicento chili di morfina base. Per ogni chilo guadagnava 5 milioni di lire.
1995 Francesco Marino Mannoia, conosciuto anche con il soprannome Mozzarella, un mafioso e collaboratore di giustizia italiano. Ha fatto parte di Cosa nostra e, successivamente, ha collaborato con la giustizia come pentito.
Stava chiuso lì dentro giorno e notte, ansimava, gli mancava l'aria. Aveva la faccia bianca come un lenzuolo. I mafiosi misero anche a lui "l'inciuria", il soprannome: "Mozzarella", per il pallore del viso. Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, i suoi capi, vendevano l'eroina che raffinava Mannoia ai Gambino d'America a 50 mila dollari al chilo e i Gambino d'America la rivendevano ai loro grossisti sul territorio a 130 mila dollari al chilo. Era il delirio. Droga, sempre più droga. Non si parlava d'altro a Palermo.
E, a Palermo, intanto un po' di quell'eroina non partiva più per le destinazioni lontane. Restava in Sicilia, veniva dirottata a Roma, a Milano, a Torino, a Genova.
Non si sa cosa esattamente sia accaduto né esattamente quando, ma l'eroina di Palermo ha cominciato a uccidere i ragazzi italiani. O li ha divorati lentamente. Alcuni non ce l'hanno fatta nemmeno dopo, altri si sono rifugiati in comunità come San Patrignano, quella di don Picchi, il Gruppo Abele.
Un'ipotesi su ciò che può essere avvenuto l'ha ricercata Piero Melati nel suo ultimo libro - La notte della Civetta, un ostinato tentativo di cambiare il finale a favore della mafia nel capolavoro di Sciascia - che racconta come a Palermo all'improvviso sia sparito il "fumo" e sono cominciate le "ammazzatine" dei piccoli spacciatori, l'eroina che prima si smerciava solo a Villa Sperlinga, nota come "villa siringa", aveva invaso ormai tutti i quartieri.
Forse perché le agenzie antidroga americane avevano iniziato a sequestrare i carichi provenienti dall'isola e c'era bisogno di trovare altri mercati, forse perché già comandava Totò Riina che voleva realizzare il massimo profitto anche in patria. Ma, come scrive Melati, non abbiamo saputo saldare "Palermo fabbrica di eroina del pianeta" con "i mai morti", quelle migliaia di adolescenti cancellati dalla memoria, le altre vittime della mafia di Palermo. Per loro non c'è neanche una lapide.
Nella sua seconda vita il pentito Gaspare Mutolo ha ricordato la prima nell'aula bunker dell'Ucciardone in un'udienza del maxi processo: "Cominciai con un traffico di modica quantità". Il presidente della Corte di Assise Alfonso Giordano gli chiese: "Mutolo, cosa intende lei per modica quantità?".
E Mutolo: "Quattro chili e mezzo". La fortuna criminale di "Gasparino" proveniva dall'amicizia con Koh Bak Kin, un cinese di Singapore che dal Sud Est asiatico inviava a Partanna Mondello (la borgata palermitana dove Mutolo era nato e aveva il suo quartier generale) tutta la droga che voleva.
Ogni rappresentante di famiglia o di mandamento investiva la sua quota, poi ci pensavano quelli di Passo di Rigano e dell'Uditore, i Gambino e gli Inzerillo, gli Spatola e i Di Maggio. Il loro vero capitale erano i cugini "americani" che dal 1964 si erano sistemati nel New Jersey, a Cherry Hill. Una ragnatela di parentele che portavano tutte a Charles Gambino, il capo dei capi delle "cinque grandi famiglie" di New York. Aristocrazia mafiosa.
Come i "castellammaresi" che erano emigrati nel 1925. Come Tommaso Buscetta, "il boss dei due mondi". Come il vecchio Tano Badalamenti che era di Cinisi, e a Cinisi c'era lo scalo Punta Raisi che don Tano controllava, e da Punta Raisi decollava due volte la settimana un Boeing diretto a New York. Un aereo che la voce popolare aveva ribattezzato "Il Padrino".
Nessuno doveva restare fuori dal "bisinisso", al contrario bisognava far entrare tutti perché conveniva a tutti. E pur sapendo che non aveva - come dicono loro - le "qualità" di uomo d'onore (troppo esuberante, troppo chiacchierone) affiliarono a Cosa Nostra pure Masino Spadaro, il contrabbandiere del quartiere arabo della Kalsa che per il patrimonio che aveva accumulato si presentava a tutti come "il Gianni Agnelli di Palermo".
Serviva anche lui. Una volta "dentro" potevano appropriarsi senza spargimento di sangue e di denaro delle sue navi, delle sue rotte, dei suoi contatti con i "napoletani" come i Bardellino e i Nuvoletta. Più mafia, più droga, più soldi.
Ma se in Italia il giudice Giovanni Falcone stava istruendo quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che era il maxi processo, negli Stati Uniti era già caccia grossa alla "Pizza Connection".
Il viceprocuratore federale Louis Freeh - che poi Clinton nominerà capo del Federal Bureau of Investigation - e il procuratore Rudolph Giuliani - che poi sarà sindaco di New York - grazie alle informazioni dei magistrati del pool antimafia di Palermo e alle "cantate" di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno che nel frattempo avevano salto il fosso, individuarono le pizzerie dei "paisà" come il terminale dei traffici che partivano dalla Sicilia. Una grande retata negli States e un processo ai riciclatori a Lugano.
Nella rete restarono imbrigliati quelli che erano conosciuti come i "Rothschild della mafia", Alfonso Caruana e Pasquale Cuntrera. Nel 1957 avevano lasciato Siculiana, un piccolo paese della provincia agrigentina. Lo "zio" Alfonso nel 1968 fu registrato in entrata dall'ufficio Emigrazione di Montreal come elettricista, nel 1978 fu fermato all'aeroporto di Zurigo con una valigia stracolma di franchi svizzeri, nel 1988 il suo patrimonio era stimato in 100 milioni di dollari. Tutta droga.
di Valentina Marotta
Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2021
Sollicciano, nelle carte dell'inchiesta le testimonianze dei detenuti pestati dagli agenti. "Volevo godere dell'ora d'aria fino in fondo. Ma l'agente rispose che non gliene fregava nulla: era lui a decidere e dovevo adeguarmi. Poi mi portarono nell'ufficio dell'ispettrice Elena Viligiardi e a un suo cenno iniziarono a pestarmi mentre lei rideva". È il racconto del detenuto italiano picchiato a Sollicciano il 12 maggio 2018. La testimonianza è nelle carte della procura che ha avviato le indagini concluse con dieci indagati e nove misure cautelari.
"Volevo godere dell'ora d'aria fino in fondo. Che male c'era se rimanevo fuori, anziché rientrare in cella prima del dovuto? Ma l'agente rispose che non gliene fregava nulla: era lui a decidere e dovevo adeguarmi". Inizia così il racconto del detenuto italiano, che, il 12 maggio 2018, per quella protesta fu punito, ritiene la Procura, con pugni, calci e spintoni. Un pestaggio talmente violento, secondo l'accusa, da provocargli la perforazione di un timpano. La denuncia è agli atti dell'inchiesta sulle torture che sarebbero avvenute a Sollicciano, tra il 2018 e il 2020. Due episodi di pestaggi, dieci indagati, nove misure cautelari: ai domiciliari sono finiti l'ispettrice Elena Viligiardi, responsabile della sezione penale del carcere, ritenuta l'istigatrice delle violenze che avvenivano sotto i suoi occhi, nel suo ufficio, l'assistente capo Luciano Sarno e l'agente Patrizio Ponzo.
Quel giorno, i detenuti erano ancora fuori. "Avremmo potuto restare fino alle 15 tra il campo sportivo e l'area passeggio, come da regolamento. Un assistente ordinò di ritornare in cella, altrimenti ci sarebbero stati problemi". Ma il detenuto s'impuntò: "Gli dissi che non mi sarei mosso di lì se non mi avesse fatto parlare con il suo superiore.
Prima rifiutò poi fece una telefonata e fui convocato nell'ufficio del capoposto, dove era presente l'ispettrice Viligiardi. Salutai e le spiegai la mia richiesta". La situazione precipitò, secondo quanto ricostruito dagli investigatori. "L'assistente "con la barba" iniziò ad inveire contro di me e io protestai.
Poi notai Viligiardi che fece un segno con la testa alle persone che erano dietro di me. Fui subito bloccato. Il capoposto grosso, pelato e alto mi prese con un braccio dietro il collo, impedendomi di muovermi e stringendo forte al punto di non riuscire a respirare né a parlare. Altri uomini, forse 3 o 4, mi presero i polsi e mi tennero per le gambe. Seduta alla scrivania, c'era lei, Viligiardi che guardava e rideva. Mi presero a pugni e a schiaffi, qualcuno salì con il ginocchio sulla schiena mentre ero a terra a pancia in giù. Il capoposto alla fine mi tirò in piedi afferrandomi dalla cintura".
Un'aggressione consumata, pare, in una manciata di minuti. Poi il detenuto fu trasportato in cella di isolamento e infine in infermeria.
"Mi ero lavato il sangue dal viso e al medico raccontai l'aggressione subita dalla polizia penitenziaria, ma lui ascoltò e, senza visitarmi, mi diede un antidolorifico". Durante la notte si sentì male e il giorno successivo fu trasportato in ospedale. "Perforazione del timpano sinistro", fu la diagnosi dei medici. Il detenuto denunciò l'aggressione: "Vennero un uomo e una donna della penitenziaria e parlai sinteticamente di ciò che era avvenuto".
Ad aprile scorso, un detenuto marocchino denuncia un'aggressione da parte degli agenti della penitenziaria. Chiedeva di telefonare ai suoi parenti in Francia, e per la sua insistenza, secondo l'accusa, fu "punito" con calci e pugni. Gli investigatori e il pm Christine von Borries ripescano quella vecchia denuncia e trovano tante similitudini tra i due episodi. L'uno chiedeva di esser messo in contatto con i parenti d'Oltralpe. L'altro voleva godere dell'ora d'aria. Protestarono perché venissero accolte quelle legittime richieste. Furono rimessi in riga, con pugni e calci, per l'accusa, in barba a qualsiasi legge.
"I poliziotti - spiega il gip Federico Zampaoli, che ha disposto le misure cautelari - furono istigati dall'ispettrice a commettere atti di violenza nei confronti di due detenuti inermi, senza alcun motivo e solo per ribadire un'autorità assoluta che non poteva in alcun modo essere messa in discussione". Molti i commenti del mondo politico.
"È molto inquietante la notizia dell'inchiesta sulle torture - dice la senatrice del Pd Caterina Biti - Questi fatti impongono alla politica di mettere tra le priorità il tema delle carceri". "Ringrazio gli uffici giudiziari e gli investigatori per il lavoro svolto - afferma Sara Funaro assessore al Welfare - ha fatto emergere una realtà grave e preoccupante a Sollicciano. ma questi fatti non devono delegittimare tutto il personale di Polizia penitenziaria". Incalza Antonio Mazzeo, presidente del Consiglio regionale Toscana: "Nei prossimi giorni andrò a Sollicciano".
internapoli.it, 10 gennaio 2021
Altri detenuti nel carcere di Secondigliano sono stati colpiti dal Covid. La notizia è stata diffusa Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti e Pietro Ioia garante napoletano dei detenuti.
"Oggi siamo stati al carcere di Secondigliano. La conta di oggi: presenti 1157 detenuti di cui 124 al Mediterraneo, infermeria e protetti 60, reparto Sai 77. Presenti 574 agenti e 72 operatori sanitari. Nelle ultime quarantotto ore sono stati fatti 180 tamponi.
In questo momento nel carcere ci sono 38 detenuti contagiati dal Covid (reparto Ionio e qualcuno del Tirreno) e quattro sono ricoverati presso gli ospedali Cardarelli e Cotugno. 20 detenuti che erano in contatto stretto con loro sono in isolamento precauzione. Sia quelli contagiati che in isolamento possono fare telefonate e videochiamate. Ci sono, altresì, sempre a Secondigliano, 26 agenti di polizia penitenziaria contagiati e un medico".
La nota dei 2 Garanti termina con un appello: "Quotidianamente parliamo dei mali del carcere e delle cure possibili. Conosciamo il lavoro di generosi operatori penitenziari e sanitari. È bene che Governo, Parlamento, Regione e Magistratura si mostrino sensibili a garantire il diritto alla salute di chi da mesi è condannato all'isolamento assoluto e alla privazione non solo di rapporti familiari ma anche delle attività trattamentali e dei colloqui con i volontari. Chi è detenuto deve pagare il suo debito non a prezzo della vita. E siamo sempre convinti che proprio in un momento di crisi come questo si dovrebbe manifestare la capacità realista e costituzionale di disegnare un quadro di riforme possibili e profonde. Per il carcere questa agenda è scritta da anni. Occorre, da parte di tutti gli attori, coraggio ed interventi ragionevoli, per evitare che la detenzione equivalga ad una pena di morte".
di Bernard-Henri Lévy*
La Repubblica, 10 gennaio 2021
Cosa c'è di nuovo in questo inizio d'anno? Niente. No, a parte il Covid, il dibattito tra pro e no vax, il ritardo della Francia nell'avviare la campagna di vaccinazione, la mediocrità di Olivier Véran (ministro francese della Solidarietà e della Salute), la mutazione del virus, la paranoia generale, secondo i principali mezzi d'informazione non è successo niente di notevole nelle ultime settimane.
Bisogna leggere molto attentamente i nostri giornali, o la stampa internazionale, o i siti web specializzati, per sapere, ad esempio:
che l'Organizzazione internazionale del lavoro segnala lo scatenarsi della povertà e della disoccupazione nella maggior parte dei paesi africani e latinoamericani;
che Mark Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, prevede, nello Yemen, nel Sud Sudan e altrove, un'esplosione senza precedenti del più antico flagello dell'umanità, la carestia (e questo non a causa del Covid, ma per le strategie di contenimento messe in atto, ovunque, in risposta al Covid);
che l'islamismo, che, come i funghi nelle grotte, cresce nel buio mediatico e nell'umidità dei mondi chiusi nell'isolamento, è di nuovo passato all'offensiva in Mali, dove due soldati francesi sono appena stati uccisi;
in Niger, dove dei soldati di Dio hanno fatto irruzione nei villaggi di Tchoma Bangou e Zaroumadareye per sventrare, decapitare e finire a colpi di machete un centinaio di abitanti disarmati, secondo uno scenario che conosco, ahimè, fin troppo bene;
che in Nigeria, dove i massacri di cristiani continuano intorno a Jos e Godogodo, con la tacita complicità di un esercito che protegge le milizie Fulani, cioè Boko Haram, vale a dire il Daesh africano;
che questo accade anche in Afghanistan, dove ancora una volta un giornalista (il settimo dal mio reportage per Match di qualche settimana fa) è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco, a Ghor, nel centro del Paese infestato da gruppi talebani che non aspettano nemmeno più il ritiro degli ultimi soldati americani o il fallimento dei negoziati di Doha per tornare all'attacco;
che altrettanto avviene nel Kurdistan iracheno, nelle grotte e nei tunnel a nord dei monti Qara-Chokh e così anche, grazie al sostegno del Fratello musulmano Erdogan, ai confini del Rojava, detto anche Kurdistan siriano;
che Erdogan non se la passa tanto male come credono i commentatori, dato che il Qatar ha speso 15 miliardi di dollari in operazioni di cambio per sostenere la valuta nazionale turca rispetto al dollaro;
che ha rischiato di offendere l'Iran, amico del Qatar, recitando, a Baku, il giorno dopo la sconfitta dell'Armenia nel Nagorno-Karabakh, una poesia il cui messaggio pro-azero avrebbe potuto essere giudicato offensivo da Teheran, ma che si è subito scusato per questo e che l'alleanza tra neo-persiani e neo-ottomani ne è uscita paradossalmente più forte;
che quando gli Stati Uniti si sono impegnati a sanzionarlo per aver acquistato missili S400 dalla Russia nonostante la sua appartenenza alla Nato, l'Iran lo ha sostenuto e ha lanciato l'hashtag #Neighborsfirst sull'account Twitter del suo ministro degli Esteri, Javad Zarif;
che l'Iran, ancora una volta, ha approfittato delle feste di fine d'anno per mettere in atto nella prigione centrale di Zahedan, tra l'indifferenza generale, l'esecuzione di tre uomini condannati per "moharebeh", letteralmente, per "comportamento ostile a Dio";
che Putin, maestro del gioco, non è mai apparso così arrogante e ha spinto la provocazione al punto di ammettere, implicitamente, che c'è proprio l'Fsb all'origine dell'avvelenamento, per mezzo di un agente nervino del tipo Novichok, del dissidente Alexei Navalny;
che la Russia, che in linea di principio si oppone alla Turchia in Libia e in Siria, gli ha fatto sapere che sono ipotizzabili dei nuovi incontri di Yalta regionali, purché si svolgano a spese degli Stati Uniti e dell'Europa;
che a tutto questo piccolo mondo, che sta diventando grande, non è dispiaciuto affatto vedere che la Repubblica Islamica dava in appalto alla Cina, nel cuore del Golfo Persico, il giacimento di gas South Pars, che è il più grande e ricco del mondo;
che la Cina, all'offensiva su tutti i fronti, ha ottenuto dall'Europa un partenariato commerciale su tutti i fronti e che la signora Ursula von der Leyen ha salutato questo "accesso senza precedenti al mercato cinese" senza dire una parola né sulla sorte dei lavoratori forzati uiguri, né su quella degli attivisti pro-democrazia che languono nelle prigioni di Hong Kong;
che anche il Regno Unito, già garante morale della semi-autonomia del Territorio, non ha trovato nulla da ridire sull'incessante persecuzione di cui è vittima Jimmy Lai, il magnate pro-democrazia liberato il 23 dicembre, ma di nuovo sotto attacco con l'accusa di "collusione con potenze straniere" per aver osato denunciare la politica repressiva e criminale di Pechino (e che in attesa, a sua volta, dei soldi cinesi, il brexiter Boris Johnson ha concluso un altro accordo con la Turchia che, senza alcun rispetto per Churchill e mettendo nuovamente da parte la questione dei diritti umani, dovrebbe ampiamente compensare, dice, il calo degli scambi commerciali con il continente).
Insomma, il mondo non è mai stato peggiore dalla fine della Guerra Fredda. Coloro che ho definito, in contrapposizione "all'impero" occidentale, "i cinque re" non sono mai stati più attivi, né più coordinati, come in questi tempi di pandemia. Questo è lo stato del mondo che la luce nera del Covid rende oggi quasi invisibile. *Traduzione di Luis E. Moriones
di David Allegranti
La Nazione, 10 gennaio 2021
Dobbiamo combattere quella logica insinuante e comoda per cui alla fine in carcere la violenza ci vuole e i detenuti alla fine, diciamocelo, se la sono cercata. A Sollicciano, nove agenti di polizia penitenziaria sono accusati di aver torturato due detenuti. Il primo, straniero, è finito all'ospedale con due costole fratturate, il secondo, italiano, con un timpano perforato.
Non è purtroppo la prima volta che accade. A novembre, cinque agenti di polizia penitenziaria del carcere di San Gimignano sono stati rinviati a giudizio per i reati di tortura, lesioni aggravate, falsi ideologici, minacce aggravate e abuso di potere. Altri 10 sono attualmente in fase di udienza preliminare. È la prima volta che dei pubblici ufficiali vanno a processo per reati simili. Adesso vediamo come proseguiranno le indagini sulla vicenda di Sollicciano, che ci consegna un inquietante ma purtroppo non sorprendente spaccato della vita in carcere.
L'emergenza sanitaria ha reso più fragile il già precario controllo sugli apparati detentivi. "Il caso di Sollicciano - mi dice Sofia Ciuffoletti, direttrice dell'Altro diritto e garante delle persone private della libertà a San Gimignano - si aggiunge a una lista di procedimenti per tortura che, a partire da San Gimignano, dove i detenuti hanno avuto il coraggio di denunciare il primo caso di tortura di stato in Italia, stanno coinvolgendo istituti penitenziari in tutta Italia, da Torino, a Milano. Da Pavia a Santa Maria Capua Vetere. Da Monza a Palermo e Melfi. Abbiamo finalmente nominato l'innominabile".
Si tratta, aggiunge Ciuffoletti, "dell'ingresso dello stato di diritto in carcere. Non per le condanne (aspettiamo le sentenze definitive che potranno essere anche di assoluzione), ma per il diritto a un'indagine seria e completa (in questo senso è davvero rilevante che le indagini siano svolte dal Nic, il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, valga questo ogniqualvolta si parla di strumentalità delle indagini), per il diritto dei detenuti a essere ascoltati e presi sul serio e infine per combattere quella logica insinuante e comoda per cui, alla fin fine in carcere "la violenza ci vuole" e i detenuti, alla fine, diciamocelo, "se la sono cercata".
Insomma, essere garantisti, dunque anche nei confronti degli agenti di Polizia penitenziaria, non significa non capire i fatti. Le immagini delle telecamere di sorveglianza e le intercettazioni ambientali ("Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole", ha detto un agente a proposito delle violenze contro il detenuto straniero) sono già molto eloquenti. Una società che voglia dirsi civile non può non monitorare costantemente quello che accade nelle nostre carceri, sovraffollate e a rischio sanitario elevato.
Si pensa che le carceri siano un luogo in cui tenere appartate e nascoste e celate allo sguardo le nostre vergogne. Il che lascia una incredibile discrezionalità a chi poi il carcere lo deve dirigere e sorvegliare. Anche un gaglioffo ha diritto a non essere pestato in carcere e a non infettarsi con il coronavirus (o altro).
di Dario Crippa
Il Giorno, 10 gennaio 2021
Moreno Ferrario ricorda l'esperienza vissuta in via Sanquirico, l'incredibile rapporto coi detenuti e gli insegnamenti del Pibe de Oro. Quando capiva che, per mille ragioni, la partita per loro diventava dannatamente importante, e le gambe rischiavano di tremare, snocciolava uno dei suoi aneddoti. Raccontava di quando aveva dovuto marcare Hugo Sanchez davanti a 90mila spettatori allo stadio San Paolo, o il grandissimo Van Basten alla Scala del Calcio, o ancora Platini, Falcao, Rummenigge. Senza boria, però, perché lui di boria non ne ha mai avuto neppure un briciolo, ma per infondere coraggio e dimostrare che alla fine è tutto un gioco, "a maggior ragione oggi, che in campo ci siamo solo noi, gli avversari... e le guardie".
Campionato di calcio C.S.I., stagione 2005-2006. Lo "stadio" è il cortile della casa circondariale di via Sanquirico a Monza. In campo, nella squadra "di casa", ladri, rapinatori, banditi. In panchina, per un anno incredibile che rimane scolpito negli annali non scritti del carcere, un campione vero, che forse pochi o nessuno avrebbero potuto riconoscere: Moreno Ferrario, ex giocatore di serie A, stopper titolare del Napoli che vinse il primo scudetto della sua storia nella stagione '86-'87. Al fianco di una leggenda: Diego Armando Maradona. La storia dell'incredibile stagione al carcere di Monza la conoscono in pochi. A Ferrario, che ha quasi sempre allenato ragazzi o bambini (oggi è direttore dell'Academy Legnano Calcio), viene fatta la proposta più incredibile mai ricevuta: allenare per un anno l'Alba, la squadra di calcio a 7 del carcere di Monza.
"All'inizio non me la sentivo - ricorda Ferrario - ma poi... fu l'esperienza più incredibile e bella della mia vita". A Ferrario brillano gli occhi. Con i detenuti costruisce un rapporto eccezionale, "non chiedevo mai che storia avessero alle spalle, tutto era improntato semplicemente al rispetto. E non ne ho mai ricevuto così tanto". L'Alba vince una partita dopo l'altra - tutte in casa ovviamente, ricorda con un sorriso Ferrario - e alla fine conquista lo scudetto. Ma non è quella la cosa importante. "Io non chiedevo, ma spesso erano gli stessi detenuti a raccontarmi cosa avevano fatto. Un giorno arrivò un bestione di colore, due mani grosse come macigni: pensava di dover andare in porta, ma non voleva usare le mani, gli dissi allora che poteva giocare anche fuori. Poi venni a sapere che con quelle mani enormi un giorno aveva gettato la moglie fuori dalla finestra. Eppure, con me fu sempre inappuntabile". E non è l'unico: "Sapevano che per poter giocare dovevano rigare dritti, e ci tenevano, quelle due ore al campo per loro erano il momento più importante della settimana. E lo divennero anche per me: non vedevo l'ora che arrivasse il fine settimana per incontrarli e giocare".
Le guardie si stupivano, "dissero che così non li avevano mai visti. Un giorno sul campo mi arrabbiai di brutto con un giocatore, gli urlai contro per uno sbaglio di gioco... soltanto dopo, mi resi conto di cosa avevo fatto". Il detenuto era un violento, la sua storia criminale da brividi. "A fine partita mi venne vicino e, davanti a tutti, mi disse: "Non ho mai permesso a nessuno di alzare la voce con me...". Silenzio. "Ma Lei può". La fiducia è totale. "Alla fine, mi permettevo qualche battuta. Una volta dissi: mi raccomando, quando uscite di qui non venite a rubare a casa mia!". La squadra ammutolisce. Poi uno dopo l'altro si fanno avanti: "Mai. Nessuno si permetterà mai di farle qualcosa di male!".
Moreno Ferrario, classe 1959, aveva cominciato sin da giovane a farsi rispettare, coi suoi modi seri e pacati. "E dire che io volevo fare l'avvocato... mio padre era muratore, vedevo la fatica che faceva e sognavo un giorno di non dovermi spaccare la schiena come lui, ma di andare al lavoro in giacca e cravatta". E invece arrivò il calcio. Giovanili del Varese, il dirigente Ricky Sogliano lo fa esordire in prima squadra a 16 anni in B. Poi un giorno lo chiamano per comunicargli che lo hanno appena ceduto al Napoli.
"Ci rimasi 11 anni, gli anni più importanti della mia carriera. All'inizio ero un po' intimorito, arrivai a Napoli da solo e mi ritrovai davanti a 4-5mila tifosi agli allenamenti. Non ero abituato, mai visti tanti al Varese". Ferrario impara a non farsi condizionare. "Bruscolotti, il capitano, venne subito ad accogliermi e mi spiegò: se correrai e suderai senza fare lo scemo, qui non avrai problemi". E Ferrario fa proprio così, i tifosi lo "adottano" subito.
Un giorno a Napoli sbarca l'uomo del destino, Maradona. "Per me, il più grande. E non solo come giocatore, ma come persona. La gente che giudica per quello che ha fatto fuori dal campo non lo ha mai conosciuto. Diego era fatto così, ha sempre vissuto la vita che voleva vivere. Ma era di una generosità straordinaria, con me ha sempre dimostrato il massimo rispetto, io sapevo di non essere particolarmente dotato tecnicamente, ma al suo fianco ci sentivamo tutti migliori".
"Certo, i nostri caratteri erano agli opposti, io alle 10 di sera andavo a dormire, lui non dormiva mai. Agli allenamenti a volte dovevamo scongiurarlo di presentarsi per non far imbufalire Ottavio Bianchi, l'allenatore... ma quando vedeva qualcosa di tondo, cambiava e correva a giocare e a farci divertire". Grande personalità. "Il primo anno andavamo male, eravamo in ritiro prima di una gara con l'Udinese. Ferlaino, il presidente, ci venne a minacciare: se non avessimo vinto, avrebbe cacciato l'allenatore, Rino Marchesi. Maradona si alzò, prese la parola e gli disse: "va bene, ma prima caccerai me, e poi lui", indicando col dito un compagno.
"E poi lui", indicandone un altro. E alla fine tutti, "perché in campo ci andiamo noi e se perdiamo la colpa è solo nostra". Ferlaino ammutolì. Alla fine vincemmo quella partita 4 a 3". L'anno dei Mondiali in Messico Maradona fa l'impresa e conduce l'Argentina alla vittoria. "Eravamo preoccupati: pensavamo, se Diego vince quando torna non avrà più voglia, si era preparato come un matto tutto l'anno per quel Mondiale, temevamo che sarebbe stato appagato... E invece quando tornò, vincemmo lo scudetto. Segnai un gol decisivo pure io, a casa della Juve".
Queste e altre storie diventano il bagaglio delle mattine al carcere di Sanquirico, i detenuti se le bevono. E imparano a vincere. "Quattro o cinque erano davvero bravi" si schermisce però Ferrario. Maradona non fu sempre un esempio di cui parlare ai suoi "ragazzi", in campo è ricordato anche per un gol di mano, all'Inghilterra. "Non si fa, ci mancherebbe, ma anche quella è stato una dimostrazione di genio, Diego anche solo a pensare era di un'altra pasta. E forse quello ai Mondiali non fu l'unico gol che segnò così, anche se nessuno lo sa".
Come? "Anni dopo quando ci vedemmo una sera con i vecchi compagni, Diego tirò di mostrò le immagini di una gara con la Sampdoria in cui aveva segnato di testa... e ci dimostrò che - anche se nessuno se ne era accorto, neppure noi compagni - aveva usato il pugno anche quella volta... anche se io francamente ancora non riesco a crederci, neppure quando riguardo quelle immagini".
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