di Fabio Amendolara
La Verità, 9 gennaio 2021
Dopo aver liberato boss, e nonostante il sovraffollamento, il ministero vuole accelerare le esecuzioni delle sentenze. Il governo che ha scarcerato i boss causa Covid ora vuole riempire le galere, che già scoppiano di detenuti, con i ladri di polli. Tra i 1.050 commi della legge finanziaria ce n'è uno, il 925, che autorizza il ministero della Giustizia ad assumere 1.o8o persone, con scorrimento delle graduatorie esistenti, per velocizzare gli ordini di carcerazione che le oltre 130 Procure della Repubblica e le 26 Procure generali devono emettere a seguito delle sentenze passate in giudicato.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2021
In ogni parte del mondo anche in carcere il 2021 dev'essere l'anno della ripartenza - tanto se dividiamo il pianeta per aree geografiche, quanto se lo facciamo per tipologie di luoghi - l'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato segnato da un identico accadimento: lo scoppio della pandemia. Non identiche sono state tuttavia le conseguenze di tale accadimento. Non identica la paura generata, le misure prese, i risultati ottenuti. Ripercorriamo quanto accaduto in Italia lungo il 2020 in una parte di mondo ben specifica: il sistema penitenziario.
di Michele Passione
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
In un Paese squassato dalla pandemia, con città e Regioni che ogni giorno cambiano colore, nell'attesa che i vaccini vengano finalmente ed efficacemente distribuiti e somministrati si è fatta strada una discussione su obblighi vaccinali, diritto all'obiezione, possibili conseguenze. Per ovvie ragioni, l'attenzione si è concentrata su coloro i quali si trovano più esposti al rischio (operatori sanitari, anziani, degenti vulnerabili, soggettivamente o per condizioni di contesto). Qualcuno si era dimenticato il carcere. La Società della Ragione ha promosso una petizione per promuovere subito la vaccinazione ai detenuti e a coloro che lavorano in carcere. Così, il 17 dicembre, è stata formulata un'interrogazione al presidente Conte e al ministro Bonafede e la Camera ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a muoversi in questa direzione. La posizione è stata ribadita dalla senatrice Segre e dal prof. Palma, che in una lettera a Repubblica hanno parlato di "un obbligo per lo Stato per il benessere di chi è custodito e di chi in carcere lavora" (per contatto sociale qualificato, potremmo dire).
di Gian Domenico Caiazza*
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
Nella puntata di Report sullo "Stato-mafia", totalmente ignorata, tra l'altro, l'assoluzione di Mannino. La recente puntata della trasmissione "Report", in onda sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo, ha dedicato un ampio e per certi versi drammatico servizio all'annoso tema della cosiddetta "Trattativa" tra lo Stato (latamente e anzi confusamente inteso) e la mafia.
Pezzi - diciamo così - delle istituzioni (ah, non più Calogero Mannino, però) avrebbero intavolato con la mafia stragista dei primi anni 90 una inconfessabile trattativa, volta a scambiare il fermo dell'attività stragista mafiosa con benefici penitenziari e forse anche investigativi (latitanze protette eccetera) per i boss di Cosa nostra. Non sono mai riuscito ad appassionarmi a questa storia, come sempre mi accade appena si materializzano in tv sedicenti testimoni di inconfessabili e fino a quel momento inconfessati misteri, travisati nel viso e nella voce.
Ho sempre pensato, e penso tutt'ora, che se qualcuno ha qualche gravissimo fatto da raccontare, non lo fa travestito e travisato in favore di telecamera, ma in un ufficio di Procura e poi - soprattutto- in un'aula di Tribunale per essere contro-esaminato dai difensori di coloro che egli accusa, perché né la storia, né tantomeno i processi si fanno sulla base dei soliloqui di chicchessia.
Ho poi letto forti e argomentate critiche sul merito di quanto ricostruito in quel servizio, e mi sono parse talmente serie e articolate (a partire dalla evocazione dei drastici e sprezzanti giudizi che di quelle fantasiose ipotesi avevano espresso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) da meritare repliche di equivalente livello, delle quali tuttavia, al momento, non leggo traccia.
D'altronde, anche a me sembra utile diffidare di narrazioni secondo le quali chi ha arrestato Totò Riina e disvelato il grande tema degli appalti pubblici in favore della mafia finisce sotterrato da anni di carcere, e la mafia palermitana viene ridotta a manovalanza di Berlusconi e Dell'Utri, i veri strateghi di questa Spectre stragista di non meglio individuata matrice. Ognuno la pensi come crede, ma non è questo lo scandalo, il vero scandalo di quella trasmissione.
Perché si dà il caso che la puntata di Report va in onda mentre è in corso a Palermo il processo di appello sulla medesima "trattativa", a carico di imputati già gravati in primo grado da anni di carcere per un reato - come ci spiegò in modo magistrale il professor Giovanni Fiandaca- di almeno dubbia configurabilità tecnica (e non dimentichiamo che i giudici del rito abbreviato scelto dal coimputato Mannino, definitivamente assolvendolo, hanno invece definito quella accusa ab origine "logicamente incongrua").
Ora, se non si può impedire a una testata privata di fare le inchieste che crede, sostenere tesi colpevoliste a oltranza e magari organizzare campagne di opinione a sostegno di quell'accusa ("logicamente incongrua", ma ognuno è libero di pensare come crede), questo non può accadere in una trasmissione del servizio pubblico. Non può accadere che chi per legge è tenuto alla "completezza ed imparzialità" della informazione, e riceve uno stipendio finanziato dal canone di abbonamento pagato anche dagli imputati di quel processo, imbastisca una puntata del genere, a dir poco sbilanciata a sostegno della tesi accusatoria, mentre il processo è in corso e una giuria popolare è chiamata a pronunciarsi.
Il servizio pubblico non può scegliere, peraltro, di impostare tutto su una tesi precostituita, raccogliendo testimonianze di pentiti di almeno dubbia credibilità, insieme alle opinioni dei magistrati della Procura generale di Palermo e del Csm che ambiscono da quel processo la conferma del proprio controverso lavoro di inquirenti. È semplicemente una vergogna, devo infine aggiungere, che questi giornalisti - non a caso magnificati il giorno successivo dalle colonne del Fatto Quotidiano - oltre a non avvertire la gravissima inopportunità di un simile servizio in pendenza del giudizio penale, non abbiano ritenuto indispensabile dare il medesimo spazio alla prospettazione difensiva e alla ricostruzione critica di una narrazione d'altronde già demolita, in una parte assolutamente essenziale, da una sentenza definitiva di assoluzione. Il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe solo raccontarli, i processi, non celebrarseli per suo conto, per di più senza la fastidiosa presenza dei difensori, ma in rigorosa ed esclusiva compagnia di pentiti e pubblici ministeri. O mi sbaglio?
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Gabriella Cantafio
vanityfair.it, 9 gennaio 2021
Nonostante il lavoro penitenziario sia una leva strategica per l'inclusione sociale, al 31 dicembre 2019 soltanto il 30% circa della popolazione detenuta era impiegata in attività lavorative. Così Paolo Strano e Oscar La Rosa hanno fondato "Economia carceraria", un progetto per promuovere la collaborazione tra cooperative e imprese che investono all'interno delle carceri assumendo persone in esecuzione penale.
di Emiliano Silvestri
Il Riformista, 9 gennaio 2021
Dopo la chiusura della fatiscente Casa circondariale di Savona, si sta valutando dove dovrà sorgere una nuova struttura. Intanto nel mondo si scelgono sempre più le pene alternative e si immaginano alternative alla pena.
di Alberto Negri
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2021
La Cassazione ha emanato oggi il dispositivo della decisione, si attendono le motivazioni nei prossimi 30 giorni. Sono stati dichiarati prescritti gli omicidi colposi per la strage di Viareggio, nella quale persero la vita 32 persone nel giugno del 2009, a seguito dell'esclusione dell'aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza nel lavoro. Lo ha deciso la Corte di cassazione rinviando alla corte d'Appello di Firenze la riapertura dell'appello bis, anche per l'ex Ad di Fs e Rfi, Mauro Moretti. Da rivalutare la responsabilità per il solo reato di disastro ferroviario colposo.
Scene di disperazione fra i parenti delle vittime davanti al palazzo dalla Corte di cassazione a Roma. Molti di loro sono scoppiati in lacrime quando hanno ricevuto la notizia del verdetto. "È stato ridimensionato radicalmente il verdetto della Corte d'Appello di Firenze: la Cassazione ha emesso un dispositivo molto complesso ma ad una prima lettura emerge subito che è stato colpito in modo profondo l'impianto delle accuse e delle responsabilità". Questo il primo commento dell'avvocato Franco Coppi, difensore dell'ex di Fs e Rfi, Mauro Moretti nel processo per la strage di Viareggio, nella quale era stato condannato a 7 anni.
"Grande soddisfazione per il verdetto della Cassazione che ha fatto giustizia della sentenza della corte di Appello di Firenze che abbiamo da sempre contestato: ora è stata definitivamente esclusa la condanna di Rfi per la strage di Viareggio". Questo il commento dell'avv. Carla Manduca che ha difeso la posizione di Rfi insieme a prof. Alfonso Stile. "È stato escluso anche il risarcimento per tutte le 22 associazioni che si erano costituite come parti civile nel processo", ha aggiunto la legale ricordando che i familiari delle vittime sono stati invece risarciti.
Di seguito il dispositivo della Quarta sezione penale della Cassazione, comprende le indicazioni dell'annullamento con rinvio per gli ex ad Mauro Moretti e Michele Elia.
"Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Lehmann Joachim, con rinvio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, per nuovo giudizio. Annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata nei confronti Kriebel Uwe, Brödel Helmut, Schröter Andreas, Linowsky Peter, Kogelheide Rainer, Mayer Roman, Mansbart Johannes, Pizzadini Paolo, Gobbi Frattini Daniele e Soprano Vincenzo, limitatamente al reato di cui all'art. 589 cod. pen., previa esclusione dell'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen. perché estinto per prescrizione e rinvia per la determinazione del trattamento sanzionatorio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione. Irrevocabile l'affermazione di responsabilità dei menzionati imputati in relazione al residuo reato di cui agli artt. 430 e 449 cod. pen".
"Annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata nei confronti di Castaldo Mario, relativamente al reato di cui all'art. 589 cod. pen. per essere il medesimo estinto per prescrizione, previa esclusione dell'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen. Annulla la medesima sentenza agli effetti penali nei confronti del Castaldo, nella posizione di Direttore della Divisione Cargo di Trenitalia s.p.a., relativamente al reato di cui agli artt. 430 e 449 cod. pen., con rinvio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, per nuovo giudizio sul punto. Dichiara irrevocabile l'affermazione di responsabilità del Castaldo in relazione al reato di cui agli artt. 430 e 449 cod. pen. commesso quale Amministratore delegato di Cargo Chemical s.r.l. e poi di Responsabile della B.U. Industria Chimica e Ambiente di F.S. Logistica s.p.a."
"Annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata nei confronti di Maestrini Emilio e Favo Francesco, relativamente al reato di cui all'art. 589 cod. pen. per essere il medesimo estinto per prescrizione, previa esclusione dell'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen. e, agli effetti civili, con rinvio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, per nuovo giudizio. Annulla la medesima sentenza nei confronti del Maestrini e del Favo relativamente al reato di cui agli artt. 430 e 449 cod. pen., con rinvio per nuovo giudizio sul punto alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, cui demanda la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità".
"Annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata nei confronti di Elia Michele, relativamente al reato di cui all'art. 589 cod. pen. per essere il medesimo estinto per prescrizione, previa esclusione dell'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen. Annulla la medesima sentenza nei confronti dell'Elia relativamente al reato di cui agli artt. 430 e 449 cod. pen., in relazione ai profili di colpa puntualizzati in motivazione e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, cui demanda la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità".
"Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Moretti Mauro, relativamente all'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen., aggravante che elimina, e relativamente ai profili di colpa puntualizzati in motivazione, e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello di Firenze, altra sezione, cui demanda la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità".
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Gatx Rail Austria GmbH, Gatx Rail Germania GmbH, Jungenthal Waggon GmbH, Trenitalia s.p.a., Mercitalia Rail s.r.l., RFI S.p.a., in relazione all'illecito di cui all'art. 25-septies d.lgs. n. 231/2001, perché il fatto non sussiste. "Annulla senza rinvio la sentenza impugnata con riferimento alle statuizioni in favore delle seguenti parti civili", si tratta di circa 22 associazioni, molte sindacali. L'appello bis deciderà invece sulle statuizioni civili per Medicina Democratica e per Dopolavoro ferroviario Viareggio.
"Rigetta nel resto i ricorsi degli imputati sopra menzionati e dei responsabili civili. Rigetta il ricorso del Procuratore Generale presso la Corte di appello di Firenze. Rigetta i ricorsi delle parti civili, che condanna al pagamento delle spese processuali".
"Condanna gli imputati Kriebel, Brödel, Schröter, Linowsky, Kogelheide, Mayer, Mansbart, Pizzadini, Gobbi Frattini, Soprano e Castaldo, in solido con i responsabili civili - eccezion fatta per RFI s.p.a. e Ferrovie dello Stato Italiane s.p.a. - alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità in favore delle seguenti parti civili", segue elenco di nove parti civili, tra le quali Cittadinanzattiva e Regione Toscana". Le spese del giudizio di Cassazione sono a carico degli imputati, dei responsabili civili e delle parti civili che hanno impugnato l'appello.
di Liana Milella
La Repubblica, 9 gennaio 2021
Le motivazioni della sentenza che ha condannato all'ergastolo l'ex Nar: "Pienamente consapevole dei disegni eversivi". "Il dilemma" se la strage di Bologna sia una strage "comune" o politica "non esiste", in radice, "perché si è trattato di una strage politica, o, più esattamente di una strage di Stato" e "Gilberto Cavallini è colpevole anche nella sola ipotesi "minimale" del contributo logistico e agevolatore dato dall'ospitalità da lui concessa al duo Mambro-Fioravanti".
Lo scrive la Corte di assise di Bologna motivando la sentenza che un anno fa ha condannato all'ergastolo il quarto Nar per concorso nella Strage di Bologna. Chiedendosi come mai si sia arrivati al rinvio a giudizio di Cavallini per strage solo nel 2017, i giudici sottolineano: che "il contributo agevolatore fosse integrato anche dalla semplice ospitalità concessa all'attentatore" era "di immediata percezione anche per il profano. Ben 38 anni fa".
Che a 37 anni di distanza l'imputazione "sia di nuovo implosa in un'ottica minimalista e spontaneista che riconduce tutto alla dimensione autarchica di 4 amici al bar che volevano cambiare il mondo (con le bombe, ma anche con il solito corteo di coperture e depistaggi) lascia perplessi, anche perché non si sa attraverso quale percorso istruttorio e/o processuale si sia approdati a ciò", insiste la Corte.
Gilberto Cavallini "era tutt'altro che uno spontaneista confinato in una cellula terroristica autonoma. Nonostante la sua maniacale riservatezza il suo nome è comparso in molti scenari, direttamente e/o incidentalmente", scrive la Corte. "Risulta chiaro che Cavallini, con i suoi 'collegamenti', era pienamente consapevole dei disegni eversivi che coinvolgevano il terrorismo e le istituzioni deviate", sottolinea ancora la Corte.
In conclusione di sentenza la Corte indica una serie di denunce per reati commessi nel corso del dibattimento, dalla falsa testimonianza finalizzata a depistare un processo in materia di strage, alla calunnia. Tra le persone per cui la Procura dovrà fare indagini c'è l'altro ex Nar Valerio Fioravanti, per falsa testimonianza e calunnia nei confronti dell'ex pm Claudio Nunziata, dell'allora capitano Giampaolo Ganzer che ha accusato di tentato omicidio ai suoi danni, e dell'allora direttore del Dap Nicolò Amato, peraltro padre dell'attuale procuratore capo di Bologna. Di falsa testimonianza risponderanno anche Luigi Ciavardini e l'ex compagna di Cavallini Flavia Sbrojavacca. Ma anche Elena Venditti, Giovanna Cogolli, Stefano Sparti, Roberto Romano, Pierluigi Scarano, Fabrizio Zani. Il generale Mario Mori di falsa testimonianza e reticenza, così come per Valerio Vinciguerra gli atti erano già stati trasmessi in Procura per valutarne la reticenza.
La Corte fa luce anche sul giallo dei resti di Maria Fresu, una delle 85 vittime alla stazione. "Non era possibile la dematerializzazione del corpo di Maria Fresu", ma un "dato incontestabile c'è: Maria Fresu era lì. Di lei sono stati trovati una borsa, una valigia, una giacchetta, i documenti". E quanto scrive la Corte d'Assise di Bologna, a proposito dei resti attribuiti per quattro decenni alla 24enne di Montespertoli (Firenze), deceduta nello scoppio insieme alla figlia Angela, la vittima più piccola della strage, e che invece una nuova perizia ha stabilito non appartenere a lei, riscontrando tre profili di Dna diversi.
"L'unica spiegazione razionalmente formulabile è che la Fresu, per la sua particolare posizione rispetto all'onda di sovrappressione" rilasciata dalla bomba, "ne sia stata travolta in pieno - sostiene la Corte - e che si stata altresì investita da massicci crolli di strutture, con l'effetto che il suo corpo sia stato smembrato e frammentato in maniera tale da non rendere più assimilabili i suoi resti, che possono essere andati a finire in contenitori residuali, poi dispersi". Resti umani sono stati infatti ritrovati nell'ex deposito militare dei Prati di Caprara dall'ingegner Danilo Coppe, incaricato della perizia esplosivistica, a 38 anni di distanza, ricordano i giudici.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 9 gennaio 2021
Alfonso Giordano: "Alla storia della cosiddetta Trattativa non credo e nessuno che conosce i fatti può credervi. Se ne era occupato Falcone, che la escludeva completamente: la mafia non accetta suggerimenti e non si presta a cabine di regia congiunte con nessuno".
Alfonso Giordano, classe 1928, è il magistrato siciliano che ha presieduto il maxi processo a Cosa Nostra. Ha accettato di presiederlo quando più di qualcuno, tra i suoi colleghi, adduceva pretesti per declinare: troppe incognite, troppo lavoro e troppi rischi di essere ucciso.
E invece il più ampio processo penale della storia è stato concluso dopo un lavoro ciclopico, svolto per il I grado in ventidue mesi serrati: 460 imputati, 200 avvocati, culminato con 19 ergastoli e 4665 anni di pene detentive complessive. Dopo una vita con il peso della scorta addosso, per le minacce continue di Cosa Nostra, ad appena 92 anni può finalmente dedicarsi a se stesso. Meritato riposo? Mica tanto: quando lo raggiungiamo è immerso nella scrittura del secondo libro, dopo quello dedicato alla storia del maxi processo: una ricostruzione della vicenda di Lucrezia Borgia. Vittima di intrighi di potere e delle maldicenze dell'epoca.
Parliamo di trame più recenti: lei come giudica la tesi della Trattativa Stato-mafia?
Io ho rappresentato lo Stato nel processo più duro contro Cosa Nostra. Il nostro compito era quello di non fare sconti a nessuno, e non ne abbiamo fatti. Diciannove ergastoli comminati insieme e poi confermati in appello e in Cassazione significano che lo Stato con la mafia ci andava giù duro. Alla storia della cosiddetta Trattativa non credo e nessuno che conosce i fatti può credervi. Si era incaricato di smentirla Giovanni Falcone. La aveva considerata una ipotesi inesistente Paolo Borsellino.
Allora proviamo a fissare qualche paletto. Perché poi l'ipotizzata Trattativa la colloca dopo la sua sentenza di primo grado, anzi dopo l'assassinio di Salvo Lima, che non sarebbe riuscito a mitigare la sentenza di Cassazione...
Sono fantasie, per quanto ne so, come conferma la sentenza di assoluzione di Mannino.
Il terzo livello esiste?
Anche su questo presunto terzo livello, troppa fantasia. È stato agitato come uno spettro ma ogni volta che si sono svolte indagini accurate, non sono stati trovati riscontri alle ipotesi. Se ne era occupato Falcone, che lo escludeva completamente: la mafia non accetta suggerimenti e non si presta a cabine di regia congiunte con nessuno.
Cosa ricorda su questo punto nell'istruttoria del maxi processo?
La fecero molto bene Falcone e Borsellino. Conclusero che la mafia era gelosa delle sue cose e che la Commissione, che rappresentava il vertice della Cupola, emetteva le sue sentenze senza dare ascolto né a servizi deviati né a emissari della massoneria, né altri.
Ma il dialogo della mafia con la politica c'era...
In parte c'è sempre stato. Ma sul piano locale, e i politici che prendevano parte al dialogo con Cosa Nostra sono sempre stati quelli siciliani, con incarichi amministrativi. Non c'erano nei nostri riscontri politici di primo piano nazionale.
Lei interrogò personalmente Giulio Andreotti, tra gli altri. Come fu il confronto?
Serio, serrato. Lo andai a sentire a Roma. Andreotti mise a disposizione le informazioni che aveva, negando un suo coinvolgimento diretto. Ma aveva capito il ruolo di Salvo Lima e di Vito Ciancimino. A fine interrogatorio ci fece gli auguri di buon lavoro e non interferì mai, in nessun modo, con le indagini.
Il maxi processo beneficiò delle ampie rivelazioni di Tommaso Buscetta. Che però sui rapporti con la politica non furono così ampie...
È vero, Buscetta non voleva parlare dei rapporti con la politica. Con Falcone accennò al ruolo di Salvo Lima, una volta. Io nel dibattimento lo incalzai ma lui, che pure tirò fuori i nomi di tantissimi mafiosi, non fece nomi di politici. Non so se per paura o per scarse informazioni.
Borsellino voleva andare a fondo e stava indagando sul filone mafia-appalti...
Sì, Borsellino stava stringendo il cerchio sul filone che riguardava più da vicino il sistema delle complicità tra politica e Cosa Nostra, anche con riferimento ad un sistema di corruzione diffuso. Stava indagando su questo nei giorni subito precedenti all'attentato mortale di via D'Amelio.
In quell'occasione scomparve la sua agenda rossa. Ci aiuta a capire che cos'era?
Si è favoleggiato moltissimo su quell'oggetto. Io conoscevo l'ordine e l'aggiornamento delle cartelle di indagine di Borsellino, dei suoi uffici con cui mi trovai a lavorare in quegli anni. Non era un uomo che poteva affidare a un quadernetto chissà quali segreti. Aveva una agenda tascabile come la avevamo noialtri; c'erano gli appuntamenti giorno per giorno, gli orari delle riunioni e delle telefonate da fare, e alla fine c'era la rubrica telefonica con i numeri da portarsi dietro, perché parliamo di anni in cui i cellulari non c'erano. Certo è strano che sia sparita, è un mistero chi l'abbia presa e dove sia. Ma escluderei che possa contenere chissà quali rivelazioni.
C'è un florilegio di ipotesi, ci sono pentiti che dicono di averne visto girare anche più copie...
Noi sui collaboratori di giustizia dobbiamo stare molto attenti. I depistaggi esistono sempre. Chiedo ai colleghi magistrati di mettere sempre il massimo dell'attenzione sull'attendibilità di chi collabora, perché le finalità della collaborazione sono sempre diverse da quelle che noi immaginiamo. Ciascuno ha in mente una propria mappa di convenienze e connivenze, di interessi particolari. E se raccomando attenzione ai magistrati, figuriamoci ai giornalisti. Chi ricostruisce reportage sulla base di dichiarazioni di presunti pentiti inattendibili non fa un servizio alla verità dei fatti.
Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna, sostiene che Berlusconi sia venuto in Sicilia quattro volte per incontrare i fratelli Graviano...
Mi sembra inverosimile, e non risulta da nessun riscontro, né dalle rivelazioni di Buscetta. Sa cosa penso? Che sia una voce che favorisce i fratelli Graviano, perché li riveste di un'autorevolezza un po' superiore a quella che avevano. Si vogliono far passare per depositari di segreti che in realtà non esistono.
Che ruolo ha avuto Berlusconi rispetto a Cosa Nostra?
Per quel che so Berlusconi ha avuto delle minacce da Cosa Nostra, sia dal punto di vista economico, sia da quello fisico. Tramite Dell'Utri, di cui si fidava, accettò di assumere Mangano, un personaggio incaricato da Pippo Calò di tenere Berlusconi sotto protezione. Come è noto abbiamo condannato Calò e Mangano, dopo aver acquisito tantissima documentazione. Agli atti non risulta niente di più su Berlusconi, ma vedo che il suo nome continua a circolare a prescindere.
Del maxi processo rimane epico, tra i tanti, il momento del confronto Buscetta-Calò. Come vide reagire Calò alle pesanti accuse che gli venivano rivolte?
Calò era bravo a dissimulare, non cambiava mai espressione, anche quando li mettemmo seduti fianco a fianco. Ma quando Buscetta iniziò a parlare degli omicidi commessi personalmente da Calò, lo vidi prima sbiancare all'improvviso, poi irrigidirsi, con gli occhi sgranati. Ero in quel momento a pochi metri davanti a lui. Buscetta gli disse: "Come hai potuto ammazzare La Licata che era tuo amico, con le tue mani?". Buscetta provò a negare perfino di conoscerlo: "La Licata chi è?", e Buscetta lo incastrò: "Ma se hai condiviso con lui anche la cella", e fece cenno a noi magistrati di andare a verificare sui registri carcerari. Fu l'inizio di una lista di omicidi. Calò capì in quel momento di essere finito, gli stava piombando davanti la realtà. Trasecolò.
È in questi giorni a Palermo l'appello Stato-mafia, come andrà a finire?
Le sentenze del processo a Mannino mettono in chiaro ruoli e dinamiche: non è esistita. Che qualche elemento dello Stato possa aver parlato con qualche elemento della mafia, non lo escludo. Ma non per rispondere a un interesse generale, a un disegno complottistico come quello di cui si legge. Ho conosciuto sul campo il valore di uomini che hanno sfidato la morte centinaia di volte, pur di contrastare Cosa Nostra. E vedere i loro nomi in quel processo mi fa male, mi creda.
Il Generale Mario Mori, per esempio?
Mori, per esempio, certo. Uno che colpiva con grande decisione la criminalità organizzata, a cui lo Stato dovrebbe gratitudine, piuttosto. Ha avuto interlocuzioni, ha cercato informatori, ha seguito la pista di qualche infiltrato che riferiva? Io ho potuto condannare sulla base delle operazioni che ha portato a termine Mori, se vuole la mia testimonianza è questa.
Oggi c'è un processo mediatico che partecipa del processo in aula, magari provando a influenzarlo?
C'è una esagerazione, un giustizialismo mediatico. Con una preponderanza sull'interpretazione dei fatti. I fatti andrebbero trattati quali sono, e non come forse sono, o come forse vorremmo che fossero andati. Qui c'è una confusione di ruoli che secondo me è dovuta alla televisione, a un linguaggio poco accurato che mal si concilia con l'attenzione certosina di tutti i dettagli della ricostruzione dei fatti, cosa di cui invece si incarica il processo. Un difetto che si è aggravato nel tempo.
Caso Cucchi, depistaggi nelle indagini: "Il mio superiore mi chiese di cambiare le note dei piantoni
Corriere della Sera, 9 gennaio 2021
Interrogato in aula il luogotenente della stazione di Tor Sapienza, imputato con altri sette militari. "Il tono era di rimprovero. Il comandante mi disse: troppi dettagli medici, così sembra una excusatio non petita". La gestione delle prime comunicazioni all'interno dell'Arma sulle condizioni di Stefano Cucchi movimentano il processo in corso sui depistaggi.
"Il mio superiore Luciano Soligo mi disse: "Che c'hai i dottori a Tor Sapienza? Le annotazioni dei piantoni Colicchio e Di Sano vanno cambiate, sono troppo particolareggiate, sembra una excusatio non petita. Sembra che sia successo qualcosa, sembra che stiano mettendo le mani avanti": le parole pronunciate, in aula, del luogotenente dei carabinieri Massimiliano Colombo Labriola, nel processo che lo vede imputato assieme ad altri sette militari dell'Arma per depistaggi alle indagini seguite alla morte di Stefano Cucchi.
Labriola, accusato di falso, all'epoca dei fatti era comandante della stazione di Tor Sapienza dove Cucchi fu portato il 16 ottobre del 2009 per trascorrere la notte in cella di sicurezza. Nel corso dell'interrogatorio è tornato sulle annotazioni su quanto avvenuto quella notte, scritte dai due piantoni e da mandare in Procura per l'indagine sulla morte del geometra. Soligo, anch'egli imputato, nell'ottobre del 2009 era comandante della compagnia Montesacro.
"Mi chiamò Soligo - ha detto nell'aula bunker di Rebibbia l'imputato - la mattina del 27 ottobre, e mi chiese se avessi letto le annotazioni. Aveva un tono di rimprovero. Mi disse che erano troppo particolareggiate: sembrava avessero steso un referto, con valutazioni medico-legali. Dopo che mi mosse queste contestazioni, io dissi che le avevo già trasmesse alla stazione Appia e lui mi riferì che non erano state inviate all'autorità giudiziaria".
Il 27 ottobre Soligo "venne in stazione e volle vedere Di Sano e Colicchio. Chiese se i detenuti giravano liberamente in caserma o venivano accompagnati. Il riferimento era all'annotazione di Di Sano. Disse che le annotazioni andavano cambiate, ribadendo che erano bozze e non erano state ancora trasmesse all'autorità giudiziaria. Io percepii il fatto di dover cambiare le annotazioni come un ordine. Soligo non specificò come e chi le dovesse apportare le modifiche, io non diedi nessun input perché fossero riviste".
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