di Liana Milella
La Repubblica, 15 aprile 2021
Forza Italia e Azione stoppano la riforma del Csm secondo Bonafede. Alla Camera intesa tra il sottosegretario azzurro Sisto e l'ex forzista Costa passato con Calenda: la nuova legge dell'ex Guardasigilli per ora non diventerà il testo base su cui innestare i futuri emendamenti della ministra Cartabia. La mossa dopo che Pd e M5S si sono messi di traverso sulla commissione d'inchiesta (voluta da centrodestra e renziani) che avrebbe dovuto rileggere l'operato della magistratura. Sulla giustizia vendette incrociate alla Camera.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 aprile 2021
Il leader dell'associazione nazionale delle toghe contro il pressing di centrodestra e Iv. Per evitare il giudizio dei probiviri alcuni magistrati starebbero lasciando il sindacato.
Presidente Santalucia buon pomeriggio. Alla Camera si discute di una commissione d'inchiesta sulla magistratura. Con un testo dai toni durissimi. E Giusi Bartolozzi di Forza Italia, giudice nella vita, ha iniziato alla Camera anche una maratona in aula per sostenerla. Nelle stesse ore Giuliano Castiglia, gip a Palermo, del gruppo Articolo Centouno, all'opposizione della sua giunta, la accusa di "insabbiare" le chat di Palamara. Le chiedo: ma le toghe si stanno facendo male da sole con le loro divisioni?
"Le divisioni certo non aiutano. Sarebbe necessario che i magistrati prestassero molta attenzione al dibattito esterno sui temi della giustizia per poter portare lì la loro voce autorevole di esperienza e di professionalità. Il che non significa minimamente abbassare la guardia sul rispetto del codice etico e sulle conseguenti ricadute di tipo disciplinare".
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 aprile 2021
"C'è un'esigenza di conoscere come sono andate realmente le cose nei rapporti fra politica e magistratura, e ogni sede istituzionale deputata a fare chiarezza lo deve fare con l'unico obiettivo della verità, senza che vi siano timori di regolamenti di conti". Luca Palamara non ha paura. E anzi si schiera dalla parte di coloro che oggi chiedono una Commissione d'inchiesta sull'uso politico della Giustizia, invocata a gran voce da Forza Italia e Italia Viva.
Era stato lo stesso Palamara, subito dopo la propria radiazione, a lanciare la proposta dalla sede del Partito Radicale. E ora che la richiesta è sul tavolo della politica, la maggioranza si spacca. Pd e M5S sono già sulle barricate: nessun avallo a proposte del genere. Parole che hanno spinto Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, a denunciare un comportamento antidemocratico.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
"Dopo il terremoto Palamara, diventino trasparenti sia le nostre promozioni che la genesi delle inchieste". Così il magistrato napoletano ridicolizza il dogma dell'unità indissolubile. Poche volte capita di leggere articoli che con geniale nonchalance travolgono gli schemi immutabili della giustizia. Ancor più raramente capita che a una lettura del genere segua pure una doverosa richiesta di scuse.
Nel senso che ieri Henry John Woodcock, pm noto (ai penalisti napoletani) per essere tanto brillante quanto sfrontato nello sfidare la difficoltà delle indagini, ha firmato sul Fatto quotidiano un articolo di tale intelligenza e tale coraggio che dalle colonne del Dubbio è necessario chiedergli perdono per tutte le volte in cui le critiche rivoltegli non siano state accompagnate dalla seguente postilla: "Ciò detto, Woodcock è uno di quei giuristi che la politica dovrebbe ascoltare come un oracolo, quando mette in cantiere riforme".
Ebbene sì, perché ieri l'inquirente Woodcock ha firmato non una requisitoria contro gli "impuniti", ma una splendida arringa a favore della separazione delle carriere. E certo non si può negare l'onore delle armi a un giornale come il Fatto, che ha avuto la correttezza di ospitare idee così diverse da quelle proposte di solito. Non a caso Woodcock ha scritto innanzitutto in replica a una precedente analisi pubblicata, sul giornale di Marco Travaglio, da Gian Carlo Caselli. Alcuni passaggi vanno riportati alla lettera.
A proposito di un'eventuale futura relazione fra priorità indicate dalla politica e indagini giudiziarie (ingranaggio prefigurato, udite udite, nella riforma per la separazione delle carriere proposta dalle Camere penali), Woodcock, anziché lanciare un anatema, scrive: "Una soluzione del genere" sarebbe "quantomeno più trasparente del nostro attuale sistema, che 'nasconde' genesi e gestione delle inchieste sotto l'impenetrabile coltre dell'indipendenza del pm e dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Lo dice da anni il meglio dell'accademia processual penalistica italiana. Il pm della Procura di Napoli sostiene che tenere nel fascicolo quanto meno traccia della genesi di un'indagine potrebbe "avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico". Ancora: la tradizionale critica con cui le toghe stroncano la separazione delle carriere, ricorda Woodcock, riguarda la necessità che il pm condivida la "cultura della giurisdizione"; ma l'argomento, scrive il magistrato napoletano, "è un po' double face, a ben vedere", giacché lo si potrebbe "rovesciare agitando lo spettro che la permanenza del pm nell'unico ordine giudiziario possa mettere a rischio la cultura del giudice, trascinandola verso una deriva poliziesca".
Più che riflessioni, sono tuoni che scuotono le certezze della magistratura.
Pensate sia finita qui? Macché. "Si potrebbe citare come spia e segnale di pericolo di una simile colonizzazione culturale del giudice da parte del pm la tendenza di alcuni giudici al ' copia/ incolla' delle richieste del pm - pratica recentemente 'approvata' perfino dalla Suprema Corte". Altro pilastro delle tesi avanzate dall'avvocatura.
Fino alla riflessione più acuta: dopo il "terremoto Palamara" è ancora più urgente che le "decisioni" diventino "conoscibili e trasparenti", sia quando riguardano "la carriera dei magistrati" sia quando si tratta di "genesi e gestione delle inchieste". E qui siamo al cuore di quella che alcuni definiscono "egemonia del partito delle Procure".
"Io personalmente, in quanto pm, non vivrei in modo traumatico una separazione delle carriere, la considererei piuttosto come una nuova sfida positiva, anche sul piano della formazione e della professionalità". Woodcock è tanto nitido quanto esplicito.
Da ultimo, non si può tacere un passaggio del suo articolo, sempre relativo alla "circostanza ostativa" abitualmente scagliata dai magistrati contro la separazione: Woodcock la sintetizza come "l'esigenza che il pm continui a coltivare come il giudice, pur nella diversità del ruolo, quella cultura del dubbio, che è un elemento essenziale della funzione giudiziaria". Non perché ce ne si voglia approfittare: ma sentire evocata la cultura del "Dubbio" sul "Fatto quotidiano" suscita persino un sorriso di speranza. E, di sicuro, ammirazione per un magistrato, come Woodcock, capace di un discorso al limite del rivoluzionario.
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, è stata chiara nelle sue linee programmatiche: per affrontare il gigantesco ritardo della giustizia civile sarà fondamentale rafforzare gli strumenti di mediazione dei conflitti. Un'apertura di credito che riapre vecchi dibattiti in seno all'avvocatura italiana in passato tutt'altro che favorevole alla mediazione obbligatoria.
"Partiamo da un aspetto di comunicazione - afferma Leonardo D'Urso, presidente di Adr center, un organismo di mediazione tra i più importanti in Italia. Non esiste un obbligo di mediazione: per il 15% delle materie della giustizia civile, c'è l'obbligo solo di partecipare ad un primo incontro tra le parti per capire se ci sono margini di accordo tramite mediazione. La decisione di proseguire oltre al primo incontro è sempre effetto della volontà delle parti".
n compenso però sono impressionanti i numeri della mediazione, nelle discipline in cui c'è l'obbligo di un primo incontro conoscitivo. "I numeri - continua D'Urso - evidenziano che su materie come locazione, successione, usucapione l'utilizzo della mediazione diminuisce il ricorso ai Tribunali dal 35 al 65% dei casi. Un incentivo alle mediazioni darebbe un impulso allo smaltimento delle cause in corso che è il vero problema che genera lentezza nel nostro sistema giudiziario". Servono incentivi o esistono settori di espansione della mediazione? "Per estendere l'efficacia della procedura - suggerisce il co fondatore di Adr center - ci sono varie opzioni: a cominciare dalla possibile estensione dell'obbligatorietà del primo incontro a tutta l'area della contrattualistica".
E poi c'è il tema dei costi: di recente l'Unione camere civili ha espresso "preoccupazione per l'ipotesi di introdurre oneri aggiuntivi per l'accesso alla giustizia, che non deve diventare un privilegio per pochi e, soprattutto, per ricchi". Un chiaro riferimento a costi aggiuntivi della mediazione. "Intendiamoci su un punto - chiarisce D'Urso. Quel primo incontro obbligatorio costa circa 40 euro. Se invece parliamo dei costi di un'intera mediazione, si dovrebbe dare attuazione al credito d'imposta per le spese fino a 250 euro per le mediazioni che non hanno avuto buon esito e 500 per quelle andate a buon fine. È una norma che già esiste, bisognerebbe solo finanziarla". Ma c'è una parte di avvocatura pronta a dialogare e a trovare un accordo.
"Gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie- afferma il segretario generale dell'Associazione nazionale forense Luigi Pansini - impongono un approccio collaborativo e implicano una competenza del mediatore e dell'avvocato in mediazione che non può prescindere da una costante formazione e da un elevato tasso di specializzazione. È necessario armonizzare e coordinare i diversi strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con particolare riferimento ai rapporti tra la negoziazione assistita e la mediazione. Infine, è necessario ribadire il ruolo dell'avvocato in mediazione che deve essere di assistenza, anche per intervenire sul regime di responsabilità, distinguendo la fase giurisdizionale da quella stragiudiziale".
di Laura Berlinghieri
Il Mattino di Padova, 15 aprile 2021
Nella Marca l'Usl ha dimenticato il penitenziario. L'epidemia circola nelle celle, specie a Padova. Da una parte, la diffusione del contagio che continua a fare paura, come dimostra il maxi focolaio tuttora attivo al Due palazzi di Padova (82 positivi, di cui 74 detenuti).
Dall'altro, la campagna vaccinale iniziata e bloccata sul nascere. Oppure, nelle carceri di Treviso, nemmeno iniziata: "Ce ne siamo dimenticati" ammette candidamente il direttore generale dell'Usl 2, Francesco Benazzi, riferendosi al personale penitenziario. "Ma non hanno vaccinato nemmeno i detenuti" tuona Gianpietro Pegoraro di Cgil. Nel mezzo, 2.500 persone la cui unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Bloccate le visite, la concessione è una video chiamata in più a settimana: lo chiamano "bonus Covid".
Finora, nelle carceri venete sono state vaccinate poco più di un migliaio di persone: 741 appartengono alla polizia penitenziaria e 289 sono detenuti. "Tra il personale, l'adesione è stata molto alta, pari al 75%. Ma qualche rifiuto è dovuto all'utilizzo esclusivo di AstraZeneca" spiega Pegoraro. Peccato che le iniezioni, appena iniziate, siano anche state bloccate, visto il cambio di priorità deciso dalla Regione, che ha seguito l'anagrafe. Pensando a una vaccinazione a tappeto, non è stato adottato alcun criterio nel dare una precedenza agli uni o agli altri detenuti, un po' come era avvenuto per il personale scolastico, escludendo giusto i negativizzati da meno di tre mesi e i contrari alla vaccinazione.
È un mondo a parte Treviso dove, appunto, il direttore generale ha dimenticato di organizzare le vaccinazioni. E pronta è arrivata la denuncia della Funzione pubblica di Cgil, che ha scritto al governatore Zaia, all'assessora Lanzarin, al prefetto di Treviso e allo stesso Benazzi.
"Il direttore generale afferma di essersi dimenticato di far vaccinare i servizi penitenziari e la polizia penitenziaria, ma si ritiene sereno sul campo vaccinale" scrivono Pegoraro e Franca Vanto, dicendosi al contrario allarmati, temendo che la situazione possa degenerare, come già avvenuto alcuni mesi fa nel carcere di Venezia, con l'esasperazione dei detenuti esternata in una veemente protesta. La campagna vaccinale, comunque, è iniziata in diverse regioni italiane. Lombardia compresa, come ha scoperto un paio di giorni fa Matteo Salvini, informato dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti, a sua volta accusato dal leader del Carroccio di avere "privilegiato" i detenuti nella campagna vaccinale.
Iniziata, sì, ma appena abbozzata. La campagna vaccinale nelle carceri venete per il momento ha coinvolto poco più di un decimo dei detenuti: meno di 300 su 2.500. Certo, alcuni erano stati esclusi perché già positivi, altri ancora hanno rifiutato la dose. Rimane una situazione che definire allarmante è un eufemismo. E allora è probabilmente anche a causa di questa situazione tanto precaria che nelle celle della nostra regione i contagi fanno ancora paura.
Sta rientrando, ma rimane di dimensioni impressionanti, il focolaio divampato al Due Palazzi di Padova, con 74 detenuti positivi. Ora sono tutti asintomatici, ma nei giorni scorsi si erano registrati un paio di ricoveri. Ma il contagio riguarda anche otto persone del comparto sicurezza, due delle quali con sintomi. Si contano poi due casi nella casa circondariale di Padova, cinque nel carcere maschile di Venezia, due al femminile e al Prap, uno a Treviso, quattro a Rovigo e a Verona, uno a Vicenza.
In questo scenario, le visite rimangono bloccate nelle carceri (praticamente tutte) in cui ci sia anche un solo contagio. I tamponi continuano a essere effettuati e, per le strutture, il ritorno "Covid free" è poco meno di un miraggio.
"Dove non ci sono contagi, le visite stanno ricominciando, ma sempre attraverso un vetro. Non c'è alcun contatto fisico tra il detenuto e il parente" spiega Pegoraro. Le attività lavorative sono sospese. Il "bonus Covid" consiste invece in una video-chiamata in più a settimana. "I detenuti sono prossimi al limite e la tensione è alta anche tra il personale. Bisogna cambiare qualcosa, perché così sta diventando insostenibile". È un carcere nel carcere.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 15 aprile 2021
L'appello dei familiari dei detenuti. "La situazione nel carcere di Melfi è davvero drammatica, aumentano i contagi Covid e noi non sappiamo nulla dei nostri padri, fratelli e mariti che sono lì detenuti".
È questo uno dei messaggi che le donne dei detenuti ristretti nel penitenziario della provincia di Potenza hanno inviato da Sicilia, Calabria e Puglia al garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia. Perché proprio a lui? Perché in Basilicata non esiste nessun garante dei detenuti a cui rivolgersi ma le pochissime notizie che arrivano dal carcere sono allarmanti e preoccupano moltissimo il gruppo di donne che ha deciso di chiedere a lui aiuto.
Il numero dei detenuti contagiati è salito a 53 su una popolazione di 150, aumentano anche i contagi tra le guardie penitenziarie che sono state colpite dal virus in 5. Ma tra i parenti dei detenuti si parla di numeri ancora più alti, tra gli 80 e i 100 contagiati. "Abbiamo pochissime notizie dal carcere - dice la moglie di un detenuto - mio marito è stato contagiato e può videochiamarmi solo una volta a settimana, so pochissimo di cosa succede lì e di come sta e dal carcere non mi danno notizie".
"Non hanno assistenza adeguata, mancano medici e infermieri, non hanno nemmeno bombole d'ossigeno a sufficienza. I detenuti lì non hanno diritto a nulla, solo una doccia al giorno nemmeno troppo calda, non c'è un garante a cui possiamo rivolgerci e la direttrice è già cambiata 4 o 5 volte", dice un'altra moglie.
"Vi chiediamo aiuto perché alla parola 'detenuto' il diritto muore e non è giusto - dice la figlia di un detenuto siciliano - sono abbandonati e abbiamo paura che possano scoppiare nuove rivolte". "Mio marito è risultato positivo al Covid e sta malissimo - dice un'altra donna - quando ha chiesto le medicine gli hanno detto che senza soldi non si cantano messe. Tutto ciò per il ritardo di un bonifico, cosa assurda. I nostri familiari non devono essere trattati come bestie, devono pagare ma non con la vita".
"La situazione è critica e nessuno ne parla - dice la sorella di un detenuto - Noi fratelli, sorelle, figli e mogli non vediamo i nostri cari da novembre, non sappiamo come sia stato possibile che il virus sia entrato in quel carcere ma nessuno aiuta i detenuti ammassati lì dentro". Ogni donna racconta negli audio inviati a Pietro Ioia il suo dramma di sapere il proprio amato in pericolo senza poter fare nulla. "Spero che le nostre testimonianze servano a far sì che si faccia una verifica in quella casa circondariale e che i nostri detenuti abbiano i loro diritti", dice un'altra figlia.
"Mio zio è in carcere a Melfi positivo al Covid - continua una nipote - mi ha raccontato che non ci sono nemmeno tamponi per cui quando ha iniziato ad avere i sintomi gli hanno detto di assaggiare il dentifricio per sentire se aveva perso i sapori. E non può nemmeno chiamarci per dirci come sta. Credo che tutto questo sia ingiusto".
In questa situazione così pericolosamente esplosiva i familiari dei detenuti non sanno a chi appellarsi. "Queste donne non parlano di libertà, ma solo di diritti, di dignità dell'uomo recluso ed è questa che sta venendo meno nei nostri carceri. È questo il male puro del carcere - commenta Pietro Ioia - In un momento così drammatico in cui imperversa la pandemia, i detenuti possono essere lasciati così soli?". E lancia l'appello al garante nazionale dei detenuti Mauro Palma affinché vada personalmente a controllare cosa sta succedendo a Melfi o che dia incarico a qualcuno di farlo.
"Faccio appello alle istituzioni, anche al ministro Cartabia - continua Ioia - questo è un carcere abbandonato da Dio, tutti noi garanti dobbiamo fare rete e intervenire. Il consiglio regionale della Basilicata aveva approvato all'unanimità l'istituzione di un garante regionale in Basilicata ma attualmente ancora non esiste. Aiutiamo queste donne, aiutiamo i loro uomini, diamo dignità ai detenuti facciamo sì che possano scontare le loro pene non dignità".
A lanciare l'allarme sulla situazione del carcere di Melfi è anche l'Uil-Pa, sindacato di polizia penitenziaria che già nei giorni scorsi aveva denunciato lo stato in cui versa il penitenziario, afflitto dal Covid e senza copertura medica e dispositivi di protezione adeguati. Il segretario regionale Uil-Pa, Donato Sabia, racconta che nonostante il focolaio Covid, i medici sono presenti solo per parte della giornata e gli infermieri sono in grave affanno a cercare di assistere tutti al meglio facendo turni praticamente continuativi. Sul fronte Amministrazione Penitenziaria, la situazione non va meglio di quella sanitaria.
"Il personale si sente abbandonato e frustrato, ancora privo di un Comandante nonostante le sollecitazioni delle OO.SS - scrive in una nota il segretario regionale Donato Sabia - Sia l'amministrazione Regionale sia quella Nazionale sono consapevoli della grave situazione gestionale a Melfi, ma nessuno prende di petto questa criticità".
"L'Amministrazione Penitenziaria regionale con sede a Bari, aveva tamponato la grave carenza di comando a Melfi, inviando in missione con autovettura di servizio, il Comandante della Casa Circondariale di Potenza per due volte a settimana. Da 10gg è assente per motivi personali e l'amministrazione non ha provveduto a una temporanea sostituzione - continua la nota - questo dimostra quanto attenzione hanno i nostri Dirigenti Generali, che occupano un posto manageriale e di responsabilità ma solo sulla carta".
"Forse è arrivato il momento di lasciare la poltrona a coloro che non scappano di fronte alla realtà e alle responsabilità - conclude la nota di Sabia - La Direzione della CC di Melfi, ha richiesto un minimo di sfollamento di detenuti al fine di avere degli spazi necessari per far fronte alle esigenze organizzative, al fine di separare i negativi dai positivi e da coloro che hanno la necessità di stare in quarantena per essere stato a contatto diretto con un positivo. Ancora oggi nulla di fatto! Così, sarà difficile spegnere questo focolaio tra le 4mura del carcere. Nessun segnale è giunto dalla classe politica".
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 15 aprile 2021
"Abbiamo paura per la salute, nostra e dei detenuti, ma anche per il clima sempre più teso. L'universo carcerario ha bisogno dei vaccini, eppure Treviso sembra essere stata dimenticata da tutti". Tra gli effetti dei ritardi della campagna vaccinale nella Marca vi è anche la crescente preoccupazione all'interno del carcere.
Fra la Casa circondariale e l'istituto minorile sono circa 350 le persone che attendono ancora la prima dose: 160 tra agenti della Polizia penitenziaria e personale e almeno 200 detenuti. Il tutto a fronte di una situazione critica dal punto di vista dell'affollamento e della qualità delle strutture nota da decenni, che il Covid rischia di rendere esplosiva. Un solo caso di positività potrebbe far deflagrare un focolaio e l'attesa frustrata rischia di alimentare possibili rivolte.
Per questo la segreteria locale di Sinappe (Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria), di concerto con la direzione della casa circondariale e quella del minorile, ha deciso di rivolgere un appello alla Prefettura e alla Usi. "In altri penitenziari le vaccinazioni sono cominciate. La maggior parte delle forze di polizia ha già avuto anche la seconda dose - spiega Roberto Greco. Noi invece aspettiamo ancora un incontro per capire come procedere. Internamente ci siamo organizzati in modo che, se anche ci fossero degli effetti collaterali, il servizio venga sempre garantito. Ma fino a quando non ci metteranno in lista è tutto inutile.
Anche i solleciti da parte delle direzioni - che collaborano al massimo in questa fase- sono stati finora inutili. I detenuti sono soggetti fragili, tanti sono malati, le strutture sono vetuste e nonostante gli sforzi la promiscuità è inevitabile. Hanno paura che noi poliziotti possiamo portare all'interno il virus, il clima è sempre più pesante. Sono inoltre privati dei colloqui con i parenti, altro elemento che aumenta il malcontento. Rischiamo disordini e rivolte come quelli visti Io scorso anno in tante altre carceri. Potrebbe svilupparsi un focolaio pericolosissimo. Il problema è sia di gestione che sanitario. Per questo stiamo lavorando insieme per trovare una soluzione al più presto. Il via libera però deve venire dalle autorità, ma al momento non vediamo la luce in fondo al tunnel".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
La denuncia della consigliera della Regione Sardegna del M5S Desirè Manca che, in una mozione ha riportato le criticità emerse nel sopralluogo a Bancali. Secondo le Linee Guida regionali, i detenuti con patologie psichiatriche hanno diritto di poter usufruire del servizio Psichiatria per quaranta ore a settimana. Ma attualmente, il monte ore effettivamente erogato si discosta notevolmente da quello indicato dalla Regione Sardegna.
Basti pensare che nella Casa Circondariale di Bancali "G. Bacchiddu": le ore prestate dai medici psichiatri nel 2018 ammontavano a diciotto e, nel 2020, soltanto a sei. Parliamo di una problematica che interessa particolarmente circa una quarantina di detenuti del carcere sassarese. A denunciare ciò è la consigliera del M5S Desirè Manca che, in una mozione ha riportato tutte le criticità emerse durante il sopralluogo effettuato dal Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, Mario Perantoni, nell'istituto penitenziario di Bancali.
"Ma la carenza di assistenza specialistica - sottolinea la pentastellata Desirè Manca - non è l'unica problematica riscontrata nel carcere sassarese. Infatti, ancor più grave e preoccupante appare la mancata attivazione delle Articolazioni di Tutela della Salute Mentale e dei Reparti Detentivi Ospedalieri presso i nosocomi, in particolare quelli turritani, con le immaginabili e particolarmente allarmanti conseguenze per la tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico".
La mozione a prima firma Manca impegna il Presidente Solinas, la Giunta e l'assessore alla Sanità Nieddu a adottare tutti i provvedimenti necessari ad assicurare l'attivazione delle Articolazioni di Tutela della Salute Mentale e dei Reparti Detentivi Ospedalieri, e la corretta applicazione delle Linee Guida della Regione Autonoma Sardegna sulla Sanità Penitenziaria.
"La Regione ha il dovere di garantire il diritto alla salute anche ai detenuti - continua la consigliera - e allo stesso tempo di garantire a tutti coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari di poterlo fare in totale sicurezza. A questo proposito sono state numerose le segnalazioni e i solleciti da parte del Provveditorato, e delle Prefetture, tuttavia, non ci risulta siano stati adottati provvedimenti finalizzati a porre rimedio a questa grave carenza, né da parte della Regione né da parte di ATS".
La consigliera Manca, aggiunge che bisogna considerare il fatto che nella regione Sardegna sono presenti detenuti appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza e 41bis. "Appare evidente come l'assenza di una adeguata cura e di una adeguata assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica, comporti inevitabilmente dei rischi per l'incolumità degli stessi detenuti e di quanti lavorano nelle carceri. Rischi - conclude Desirè Manca - che non possono continuare ad essere ignorati".
Ricordiamo che tutte queste criticità, e altre ancora, sono state più volte segnalate dal garante nazionale delle persone private della libertà tramite le sue osservazioni inviate al Dap e ministero della giustizia. Già nel 2017, in un Rapporto inviato all'Amministrazione penitenziaria dopo una visita regionale in Sardegna e successivamente pubblicato sul sito, il Garante aveva evidenziato "l'esigenza di avere nella Regione almeno un servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado, in base alle caratteristiche strutturali, di proporre assistenza sanitaria ospedalizzata, seppure per brevi periodi, alle persone detenute in regime di alta sicurezza o in regime speciale ex articolo 41bis o.p.".
bolognatoday.it, 15 aprile 2021
Sono accusati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e tentata evasione. Su richiesta del sostituto procuratore, Elena Caruso, 49 detenuti del carcere della Dozza, coinvolti nella rivolta del marzo del 2020, sono accusati, a vario titolo, di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e tentata evasione e sono stati rinviati a giudizio.
Come riferisce Adnkronos, otto sono ritenuti responsabili di essere stati gli istigatori dei disordini perché "Incitavano i detenuti, non identificati, che hanno distrutto le plafoniere dei neon nel corridoio della sezione 3D" - scrive la Procura - "urlando frasi come 'Libertà, ora distruggiamo tutto, siete tutti pezzi di m...'.
Tutti sono accusati anche di distruzione di mobili e altri oggetti e di violenze e aggressioni nei confronti degli agenti di Polizia penitenziaria. Due agenti sono indicati come parti offese per i traumi. Seguendo a ruota Salerno, Modena, Poggio Reale e Foggia, alla Dozza la "miccia" si accese il 9 marzo del 2020, quando erano stati bruciati dei materassi, mentre alcuni detenuti erano riusciti a occupare alcune sezioni della struttura. Alla base delle mobilitazioni, le restrizioni adottate per cercare di evitare la diffusione del Coronavirus. Un 29enne perse la vita.
- Genova. Continua la protesta rumorosa dei detenuti nel carcere di Marassi
- Foggia. Suicidio in carcere, Tarantino il giorno prima della morte aveva cambiato cella
- Modena. Carcere, il nuovo "Clepa" al lavoro per il reinserimento
- Catania. "Work Center". Protocollo d'intesa fra carcere piazza Lanza, Udepe e Apimic
- Sondrio. Dante in carcere, i detenuti studiano il Sommo Poeta










