di Elsa Fornero
La Stampa, 9 gennaio 2021
Anche nella variante 2 del Recovery Plan - pur con maggiori risorse per gli investimenti e per la crescita - continua a esserci un grande assente: un nuovo disegno di welfare per i prossimi decenni. Si dirà: poco male, perché con il welfare si "ridistribuisce" ricchezza, e non la si crea. Eppure, un buon sistema di welfare è una premessa necessaria per un buon sistema produttivo: un'architettura pubblica per combattere rischi che il mercato non copre è "produzione" non meno rilevante per il benessere collettivo di quella di automobili, vestiario o servizi culturali Il piano di "rinascita" per cui l'Europa mette a disposizione ingenti risorse non poggia, infatti, solo sulla sostenibilità ma anche sulla resilienza, un termine che, riferito alla società, indica capacità di resistere alle avversità e magari di trasformarle in opportunità.
Nella nostra esistenza i rischi cominciano alla nascita e seguono, purtroppo spesso accumulandosi, tutto il percorso della vita; non colpiscono in maniera uniforme e, quando si verificano, comportano perdite sia materiali sia umane. Contro molti rischi gli individui si assicurano volontariamente o per imposizione pubblica. Molti altri, tuttavia, come la pandemia ci dimostra tristemente, hanno carattere collettivo e richiedono una copertura pubblica almeno parziale dei danni materiali, come mostrano i "ristori" ampiamente sperimentati nel 2020. Il sistema di welfare, del quale le pensioni sono solo una parte, deve prevenire e redistribuire i rischi, giacché non sono equamente ripartiti.
Comporta grandi benefici generali in tempi lunghi ma nell'immediato sottrae risorse ai consumi per destinarle ad attività dagli incerti vantaggi futuri. Investire nella scienza, a esempio, è stato un modo per prevenire il rischio di pandemie, come mostra la sostanziale riduzione, proprio grazie ai vaccini, della mortalità infantile. Contro il rischio di nascere in una famiglia povera, fragile, emarginata l'unica "assicurazione" è l'intervento pubblico che investa in nidi, scuole dell'infanzia, aiuti le famiglie in difficoltà, ne promuova l'indipendenza economica attraverso il lavoro (non solo "redditi di cittadinanza"), il che richiede istruzione e formazione professionale (oggi "continua" per la rapidità con la quale le conoscenze si rinnovano).
La "povertà scolastica" è contrastata con l'obbligo della frequenza ma richiede anche la distribuzione delle risorse didattiche in modo da favorire i più svantaggiati, a cominciare dall'adeguamento degli edifici scolastici, spesso cadenti, delle periferie. Poi ci sono i rischi legati al lavoro, anch'essi ignorati dal mercato e distribuiti in modo diseguale: la precarietà dell'occupazione giovanile, l'esclusione di quelli che né studiano, né lavorano, la disoccupazione, l'inadeguatezza del reddito al mantenimento di una famiglia. In tutto questo il cardine dell'intervento pubblico dev'essere quello della formazione e dell'inclusione e della rimodulazione delle imposte dal lavoro al capitale, dalle donne agli uomini, dai giovani agli anziani, favorendo così i segmenti svantaggiati. Limitarsi ai sussidi, bloccare i licenziamenti con il ricorso indefinito alla cassa integrazione non è buona politica: semplicemente ritarda e aggrava i problemi.
Infine, ci sono i rischi dell'età anziana: pensioni troppo basse per contributi non pagati nei periodi di disoccupazione o di cure o per pensionamenti precoci, che paiono atti di generosità politica, ma nascondono il rischio di risorse insufficienti negli anni futuri. Questi rischi colpiscono in particolare le donne, in conseguenza delle discriminazioni sul lavoro e della tradizionale differenza di ruoli tra uomini e donne. Per decenni, lo Stato italiano ha sostanzialmente identificato il welfare con il sistema pensionistico, quasi a compensare ex post ingiustizie e discriminazioni non corrette ex ante nei percorsi educativi e di lavoro.
È tempo che la politica italiana si renda conto che un nuovo sistema di welfare è premessa indispensabile per affrontare le grandi trasformazioni in corso, da quelle demografiche e tecnologiche a quelle famigliari e del lavoro. La nostra spesa sociale non è inferiore a quella di altri Paesi europei ma è più concentrata proprio sulle pensioni, un grande ammortizzatore sociale a sostegno di uno stadio della vita che, per dirla con il presidente Mattarella, non è più quello dei "costruttori". Come possiamo allora costruire una società resiliente? È indispensabile evitare che si finisca, ancora una volta, per destinare nuove risorse alla spesa per pensioni, trascurando gli altri capitoli fondamentali. Solo così potremo aspirare a diventare "resilienti".
salute.aduc.it, 9 gennaio 2021
In New Mexico chi è incarcerato o in libertà vigilata non può essere perseguito per aver usato cannabis medica. Il giudice distrettuale Lucy Solimon ha così disposto nel caso di Joe Montaño, un uomo di Albuquerque incarcerato per aver usato cannabis medica mentre scontava una pena di 90 giorni ai domiciliari: la legge statale sulla cannabis medica consente ai pazienti l'accesso alla loro medicina anche se in carcere.
La legge sulla cannabis terapeutica del New Mexico - Lynn and Erin Compassionate Use Act - non parla dei pazienti incarcerati. Ma nel 2019, il Parlamento ha stabilito che "chi sconta o è in attesa di una pena ed è privato della libertà personale ha gli stessi diritti previsti nel Lynn and Erin Compassionate Use Act". Montaño, condannato a tre mesi di reclusione domiciliare per guida in stato di ebbrezza nel 2019, fu incarcerato per ulteriore 30 giorni perché usava cannabis medica. In prigione, quasi perse il suo lavoro, e il sen. Jacob Candelaria presentò una mozione: "Non c'è discrezione nel Medical Cannabis Act", ha detto in un'intervista al Santa Fe New Mexican. "Sebbene la questione penale possa destare preoccupazioni, ma la legge è chiara: fornire ai detenuti cannabis medica". La sentenza vale per una persona, ma è un precedente, che potrebbe finire in appello, ma Candelaria, che è anche avvocato, è pronto a dare battaglia.
In un'intervista a The Albuquerque Journal, Candelaria ritiene che il carcere dovrebbe anche pagare per queste cure. Duke Rodriguez, Ceo di Ultra Health, azienda di cannabis medica che ha seguito il caso, ha detto al Santa Fe New Mexican che "Questa è una grande vittoria non solo per Montaño, ma per ogni paziente di cannabis medica nel New Mexico e negli Usa". "Questa sentenza esemplifica lo spirito del Lynn and Erin Compassionate Use Act: la cannabis è una medicina e ogni paziente ha diritto legale di accedere alla propria medicina".
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 9 gennaio 2021
C'è chi, come Trump, svuota il braccio della morte a suon di esecuzioni e chi invece sceglie la strada della nonviolenza, come nella Repubblica Democratica del Congo. Vi racconto cosa è accaduto negli ultimi 20 anni. Viviamo un'epoca in cui il braccio della morte va svuotato. C'è chi lo fa come Trump, in modo tanto plateale quanto arcaico e violento, mandando a morte i condannati federali. E chi lo fa invece in modo discreto perché evoluto e nonviolento, con atti di clemenza o di abolizione della pena di morte. È dal più antico dei continenti, l'Africa, che giungono le notizie più moderne per il loro valore umano, civile e politico. L'ultima riguarda una vicenda che come Nessuno Tocchi Caino abbiamo seguito nel tempo e da tempo. Riguarda un Paese nel cuore del continente nero, la Repubblica Democratica del Congo.
Il 2 gennaio, il Presidente Félix Tshisekedi ha graziato, tra gli altri, due uomini, il colonnello Eddy Kapend e Georges Leta, ritenuti responsabili dell'assassinio dell'ex Presidente Laurent-Désiré Kabila freddato da tre colpi d'arma da fuoco nel suo ufficio vent'anni fa, il 16 gennaio 2001, per mano di una delle sue guardie del corpo che venne poi subito uccisa. Il figlio Joseph Kabila, che gli successe alla presidenza del Paese quando non era ancora trentenne, si vide rendere giustizia di lì a poco. Nel 2003, un tribunale militare emise una trentina di condanne a morte per l'assassinio del padre. Ci fu una grande mobilitazione internazionale per scongiurare quelle esecuzioni. Decidemmo allora di incontrare il giovane Presidente. L'incontro avvenne nel palazzo presidenziale a Kinshasa il 28 giugno 2003, su una terrazza avvolta da una vegetazione che permetteva appena ai raggi del sole di accarezzarci. Con Aldo Ajello, Emma Bonino e Sergio D'Elia, gli chiedemmo, alla vigilia della formazione del nuovo governo di unità nazionale, un atto di clemenza per quei condannati a morte. Uomini che volevamo anche incontrare, come avevamo incontrato lui. Joseph Kabila, bello, riflessivo e non reattivo e brutale come invece era suo padre, ci promise che non li avrebbe giustiziati e che avrebbe mantenuto una moratoria della pena di morte rimettendo al Parlamento la più generale questione dell'abolizione. Gli regalammo il poster della campagna di Oliviero Toscani "We, on death row", a sostegno della risoluzione ONU per una moratoria universale delle esecuzioni. Ci permise anche di visitare il carcere di Makala. Ricordo ancora come i condannati per la morte di Laurent Kabila fossero tenuti nella sezione 1, separati da tutti gli altri. Ricordo Eddy Kapend, l'ex aiutante di campo del Presidente ucciso, che ci spiegava attraverso la grata che separava la sezione dal resto del complesso detentivo, come ingiusto fosse stato il processo e di quanti e da quali gravi problemi di salute fossero afflitti là dentro. Joseph Kabila ha governato il suo Paese per 18 anni prima che Tshisekedi vincesse le elezioni nel dicembre 2018. Durante questo tempo, è stato di parola perché ha mantenuto la moratoria delle esecuzioni mentre quell'atto di clemenza che non ha voluto o saputo concedere sembra quasi averlo voluto passare in consegna al suo successore.
Tshisekedi ha fatto bene le cose. Il 30 giugno 2020, aveva commutato le condanne a morte in ergastoli. Poi, il 31 dicembre 2020, ha stabilito che i detenuti che a quella data avessero trascorso in carcere 20 anni, venissero liberati. "Il provvedimento interessa quindi Eddy Kapend e alcuni membri del suo gruppo", ha spiegato Giscard Kusema, addetto stampa presidenziale che ha precisato come la grazia presidenziale sia una misura di portata generale e di carattere non personale.
La RDC ci rivolge così un invito accorato alla grazia, alla capacità di costruire un equilibrio che sappia, nel tempo, contemperare e superare la giustizia penale. Coincidenza vuole che, il 2 gennaio, quando Eddy Kapend in RDC torna libero, il Kazakistan si libera definitivamente dalla pena di morte con la firma del Capo dello Stato Kassym-Jomart Tokayev alla legge di ratifica del Secondo Protocollo opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che obbliga gli Stati all'abolizione. Anche qui, sempre nel 2003, facemmo una missione a sostegno della moratoria in vista dell'abolizione tanto sul piano interno che internazionale. Eravamo in viaggio per la moratoria Onu delle esecuzioni, in sintonia con i Paesi che ci accoglievano e mossi dal rispetto dello spazio e del tempo altrui, tanto politico quanto culturale, per andare verso l'abolizione e al contempo salvare vite umane.
Alla fine dell'anno appena passato, sempre dall'Africa, è giunta la notizia della commutazione in Tanzania, nel giorno dell'indipendenza, di 256 condanne a morte da parte del Presidente John Magufuli. Queste notizie sulle commutazioni in Africa e l'abolizione in Kazakistan sono esiti naturali di un viaggio tanto avventuroso quanto vitale. Sono un'esortazione a riflettere sull'obiettivo del superamento del braccio della morte e anche sul nostro nuovo traguardo del superamento dell'istituto penitenziario in sé. È, quest'ultimo, un messaggio che spedisco oggi, certa che me lo ritroverò domani, frutto di un passato particolarmente ispirato.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 gennaio 2021
Il presidente uscente degli Usa Donald Trump verrà ricordato anche come colui che ha rimesso in moto la macabra macchina della morte delle esecuzioni federali. Fino al luglio 2020 l'ultima condanna a morte federale era stata eseguita nel 2013. Poi, in sei mesi, ci sono state 10 esecuzioni. Prima che Trump lasci formalmente la Casa Bianca, per la prima volta dopo 130 anni nel periodo di transizione da una presidenza all'altra potrebbero essercene altre tre nel giro di quattro giorni: Lisa Montgomery il 12 gennaio, Corey Johnson il 14 gennaio e Dustin Higgs il 15 gennaio.
Montgomery è l'unica donna nel braccio della morte federale. Nel 2004 ha commesso un delitto orribile, strangolando una donna e asportandone il feto di otto mesi dopo averle praticato un cesareo con un coltello da cucina. L'esecuzione è stata confermata nonostante i più volte verificati problemi psichiatrici della detenuta: disturbo bipolare, disturbo post-traumatico da stress, comportamenti dissociativi e allucinazioni. La vita di Montgomery è stata segnata da livelli di degrado e violenza assoluti: abusi sessuali e stupri a partire da 11 anni ad opera della madre, degli amici di lei, del primo marito e degli amici di lui. Non stupisce che stia attendendo l'esecuzione in una struttura medica penitenziaria per detenuti con malattie mentali.
Johnson, membro di una gang dedita a uccisioni seriali, è stato condannato a morte per sette omicidi avvenuti in Virginia, Higgs per il rapimento di tre donne nel Maryland. Entrambi sono nel braccio della morte da oltre 20 anni e, alla data del 6 gennaio, erano risultati positivi al Covid-19. Nelle loro condizioni di salute, argomentano gli avvocati, l'esecuzione costituirebbe una punizione crudele e inusuale, contraria alla Costituzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 gennaio 2021
L'ex magistrato ha riesumato la fake news dell'amministrazione penitenziaria precedente quando parlava di "sovraffollamento virtuale". Salutiamo calorosamente anche noi l'inizio di collaborazione dell'ex magistrato Piercamillo Davigo con il Fatto Quotidiano.
di Franco Corleone
centroriformastato.it, 8 gennaio 2021
La pandemia ha fatto emergere in maniera più evidente le condizioni terribili dei detenuti. Servono una ristrutturazione dei luoghi e degli strumenti di politica criminale, orientate al divieto di pene inumane e alla finalità rieducativa del diritto punitivo. È tempo di bilanci e di propositi, sempre buoni nelle intenzioni, per le istituzioni, per la vita sociale oltre che per le singole persone.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 8 gennaio 2021
Un caloroso benvenuto a Piercamillo Davigo, da ieri collaboratore de "il Fatto Quotidiano". Terminata (?) la corsa di una straordinaria carriera, l'organo delle Procure si fregia ora del suo cavallo di razza. Come si sa, il titolo del pezzo non è mai di chi lo scrive, e dunque il nostro eroe non risponde del cappello che gli han messo sulla testa, "Tutte le bugie sulle carceri sovraffollate".
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 gennaio 2021
Riccardo Polidoro, responsabile Osservatorio carcere dell'Unione Camere penali: Davigo quasi ridicolizza quell'allarme sovraffollamento per il quale Rita Bernardini mette a rischio la propria vita.
di Caterina Ganci
livesicilia.it, 8 gennaio 2021
"Il presidente del Consiglio mi era sembrato sensibile al problema. Mi aveva detto che era tutto sotto controllo ma per le riforme occorreva l'intervento del Ministro della Giustizia e delle forze politiche". Dopo aver atteso qualcosa in più da parte del Governo, rispetto al Decreto Ristori, Rita Bernardini dalla mezzanotte di oggi ha ripreso lo sciopero della fame per chiedere misure urgenti per svuotare le carceri in un momento di emergenza sanitaria.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 8 gennaio 2021
Sarà lo Stato a pagare le spese legali agli imputati innocenti. Questa la novità introdotta dalla manovra economica 2021 in tema di giustizia: la legge 178/20 è pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 322/2020 e le relative disposizioni sono contenute nei commi 1015-1022 dell'unico articolo. Soltanto gli imputati assolti con sentenza piena e definitiva possono ottenere il rimborso a valere sul fondo ad hoc costituito presso il ministero della Giustizia con una dotazione di 8 milioni l'anno: sarà un decreto di Via Arenula a definire i criteri per l'erogazione delle provvidenze, tenendo conto del numero dei gradi di giudizio che l'interessato è stato costretto ad affrontare e della durata complessiva del processo.
Formula e dispositivo - È fissato a 10.500 euro il massimo delle spese legali rimborsabili all'imputato assolto ex articolo 530 cpp in modo irrevocabile. Non basta dunque un generico proscioglimento ma serve una sentenza pronunciata con una delle seguenti formule: il fatto non sussiste; l'imputato non ha commesso il fatto; il fatto non costituisce reato; il fatto non è previsto dalla legge come reato. Quest'ultima formula, tuttavia, può non essere sufficiente: comprende infatti la depenalizzazione dei fatti oggetto d'imputazione, che invece è esclusa dal beneficio come l'estinzione del reato per amnistia o prescrizione e l'assoluzione parziale, vale a dire da uno o alcuni capi d'imputazione ma con condanna per altri. Insomma: ai fini della rifusione degli esborsi per la difesa conta anche il dispositivo della pronuncia.
Beneficio esentasse - Il rimborso non concorre alla formazione del reddito e sarà ottenuto in tre quote annuali di pari importo, a partire dall'anno successivo alla definitiva assoluzione. Come documenti servono: la fattura del difensore, con l'indicazione dell'avvenuto pagamento; il parere di congruità dei compensi indicati nella parcella, emesso dal Consiglio dell'Ordine forense competente; la copia della sentenza liberatoria, con l'attestazione di irrevocabilità della cancelleria.
Retroattività esclusa - Il decreto attuativo dovrà essere adottato entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di bilancio 2021, avvenuta il primo gennaio. E sarà interessante verificare i criteri di rimborso indicati perché l'eventuale raccordo a principi internazionali, ad esempio la giurisprudenza Cedu, potrebbe incidere in modo sensibile sulla determinazione dell'ammontare; il tutto mentre le risorse sono comunque limitate. Senza dimenticare che spesso i processi penali si concludono in Cassazione: il parametro del numero di giudizi cui è stato sottoposto l'imputato assolto può risultare di per sé poco significativo. Il beneficio si applica soltanto alle assoluzioni divenute definitive nel 2021.
Diritti perfetti - I criteri per l'erogazione dei rimborsi assumono particolare rilievo in quanto è determinato in 8 milioni di euro per ogni anno lo stanziamento a disposizione del ministero della Giustizia: il limite di spesa non è superabile. A tal fine la disposizione istituisce, nello stato di previsione del dicastero di via Arenula, a partire dal 2021, un fondo ad hoc "per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti", con la dotazione della cifra indicata. Dai tecnici parlamentari arriva tuttavia un rilievo sulla norma che investe diritti soggettivi "perfetti": risulta difficile modulare l'onere unitario entro il tetto dei 10 mila euro e sarebbe stato forse opportuno acquisire dati, a partire dal numero dei casi di assoluzione piena registrati negli ultimi dieci anni.
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