di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 4 febbraio 2021
Agli under 55 di queste categorie verrà somministrato il farmaco di AstraZeneca. L'obiettivo è immunizzare altri sette milioni di persone entro aprile. Più dosi alle regioni con più anziani. Priorità anche alle persone vulnerabili. Sette milioni di italiani immunizzati entro aprile, oltre a quelli già vaccinati nella fase uno. E dalla prossima settimana, oltre agli over 80 e alle persone fragili e con vulnerabilità, si parte anche con insegnanti, personale scolastico, forze dell'ordine, detenuti e personale delle carceri. A queste categorie, per le persone con meno di 55 anni, andrà il vaccino di AstraZeneca la cui prima fornitura è attesa per lunedì. "Il tetto anagrafico di AstraZeneca potrebbe essere superato in futuro dopo ulteriori valutazioni scientifiche", ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza nel corso della riunione con le Regioni a cui hanno partecipato anche il ministro per gli Affari regionali Boccia e il commissario per l'emergenza Arcuri.
Il nuovo piano - La rimodulazione del piano, che prevede la somministrazione di quattordici milioni di dosi nei prossimi tre mesi, terrà conto anche di un nuovo criterio di distribuzione per la fase 2. Così come chiesto dai governatori verranno inviate più dosi alle regioni con una maggiore platea di anziani da vaccinare. Questo avverrà non da lunedì ma da metà di febbraio, il tempo di comunicare alla Pfizer (che cura direttamente le consegne) i nuovi quantitativi. Poi verrà nuovamente osservato il criterio relativo alla popolazione residente. "La campagna di vaccinazione resti fuori da crisi e da contese politiche. È la cosa più importante per tutto il Paese", ha detto il ministro Speranza.
Speranza guarda a Sputnik - Sul vaccino russo "non dobbiamo avere timori delle origini dei vaccini, quello che per noi è importante è il passaggio Ema. A questo proposito, abbiamo sollecitato l'Unione europea alla valutazione scientifica su quest'ultimo e quello di altri paesi", ha spiegato il ministro Speranza che ha ribadito le sue aspettative sugli anticorpi monoclonali. " I vaccini sono essenziali ma si valutano anche altre opzioni, da questo punto di vista stiamo accelerando sugli anticorpi monoclonali".
Accordo con i medici di base - Intanto le Regioni si muovono per coinvolgere anche i medici di famiglia nella campagna vaccinale. Secondo un accordo di massima i sanitari dovrebbero ricevere 10 euro per una somministrazione a studio e 28 euro se l'iniezione avviene in casa del paziente. In vista c'è un protocollo quadro nazionale per la partecipazione dei medici di base - decine dei quali sono morti dopo essersi ammalati - anche in questa fase della guerra al virus. "Si procederà a un accordo quadro con i medici di medicina generale per coinvolgerli in questa campagna vaccinale al fine di raggiungere una gran parte della popolazione e in particolare i malati cronici o con specifiche patologie - ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni Bonaccini -. Non c'è tempo da perdere, le Regioni sono pronte a offrire la massima collaborazione perché la campagna vaccinale ritorni ai ritmi delle prime settimane e anzi venga velocizzata".
Boccia: la campagna non si ferma - "La crisi in atto e le soluzioni che stanno avanzando non devono in nessun modo pregiudicare il lavoro svolto finora di collaborazione e unità istituzionale - dice il ministro per gli Affari regionali Boccia - Siamo stati insieme al centro di una sfida epocale - aggiunge il ministro - E le scelte che abbiamo fatto hanno permesso di tenere il virus sotto controllo senza chiudere il Paese, l'Italia non si è fermata e potrà ripartire forse anche più competitiva".
di Grazia Longo
La Stampa, 4 febbraio 2021
L'allarme lanciato da Telefono Azzurro: durante il lockdown è esploso il disagio fra bambini e ragazzi. No, non c'è soltanto la crisi economica tra le principali conseguenze del lockdown attuato per arginare il coronavirus. Uno dei problemi che più si impone negli ultimi mesi è il profondo disagio degli adolescenti.
Da una ricerca di Telefono azzurro, la Onlus che dal 1987 fornisce ascolto a bambini e ragazzi che vivono situazioni di abuso e malessere, emerge che sono aumentati a dismisura i tentativi di suicidio, il suo ricorrente pensiero (la cosiddetta "ideazione suicidaria") e gli atti di autolesionismo. Isolamento forzato, eccessiva didattica a distanza, convivenza difficile con i genitori, impossibilità di frequentare i coetanei scatenano spesso fragilità che non tutti gli adolescenti sanno affrontare senza soffrire così tanto da cercare la morte.
Le cifre fanno paura. Nel 2020, al numero ascolto e consulenza 19696 di Telefono azzurro, le chiamate per tentativi di suicidio sono state il 121% in più del 2019 (86 casi rispetto a 39); quelle per ideazioni suicidarie costituiscono il 68% in più rispetto al 2019 (385 rispetto a 229); le richieste di aiuto per gesti autolesivi sono lievitate dell'84% rispetto al 2019 (325 contro 177). E non va meglio neppure all'altro numero telefonico, il 114, che la onlus gestisce per conto della presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per le Politiche della Famiglia. Qui nel 2020 si è registrato il 50% in più rispetto al 2019 di casi di tentativo di suicidio (21 episodi contro 14); il 53% in più rispetto al 2019 di ideazione suicidaria (89 casi contro 58); il 7% in più di atti autolesivi (49 rispetto a 46). Il fondatore e presidente di Telefono azzurro, Ernesto Caffo, docente di neuropsichiatria infantile all'Università di Modena e Reggio Emilia, non nasconde la sua preoccupazione: "Purtroppo con il lockdown e la conseguente impossibilità di seguire sempre le lezioni a scuola vengono meno i rapporti sociali. Un grave limite per gli adolescenti più esposti che non riescono a condividere con nessuno le fantasie negative. Per cui le idee suicidarie si annidano dentro e scavano solchi difficili da sormontare. Per i giovanissimi la fisicità è più importante rispetto agli adulti: i ragazzi parlano con il corpo, che costituisce un modo per rappresentarsi e mettersi in gioco".
Gli adolescenti comunicano molto tra di loro attraverso i social media, ma questi "non fanno altro che amplificare il loro disagio e diventano spesso lo strumento per dimostrare agli altri come sfidare la morte. Il tema della morte è molto cool, di moda, per gli adolescenti perché è fonte di mistero e di attrazione. L'adolescente più fragile vede come atto eroico il gesto di uccidersi".
L'emergenza italiana non è peraltro un'eccezione. A livello internazionale, diversi studi hanno riportato un peggioramento della salute mentale di bambini e adolescenti durante i mesi di pandemia. Alcuni studi hanno anche indagato il trend dei tassi di suicidio tra i più giovani. Telefono azzurro ha, infatti, rilevato che in Giappone (report Tanaka e Okamoto) si è verificato un incremento generale del 16% del tasso di suicidi durante la seconda ondata del virus (luglio-ottobre 2020). Per quanto riguarda nello specifico bambini e adolescenti, questa percentuale ad ottobre 2020 è salita al 49%.
E secondo l'ultimo report del National Child Mortality Database, nel 2020 il suicidio è stato la causa del 4% dei decessi dei bambini, rappresentando il 10% delle morti tra i 10 e i 14 anni e il 31% delle morti dei 15-17enni. Tornando all'Italia, l'impegno di Telefono azzurro, nell'ultimo anno, si è concentrato anche sull'utilizzo di chat, whatsapp e app, per favorire le richieste di aiuto dei minori che avevano difficoltà a fare una telefonata nell'ambiente ristretto della propria abitazione. "Per alcuni ragazzini è impossibile parlare al telefono senza essere controllati da genitori con i quali magari esistono gravi conflitti - spiega la psicologa Simona Maurino, responsabile del 114 -. Durante il lockdown, la percentuale dei contatti attraverso la chat del nostro sito, www.azzurro.it, è aumentata del 263%".
di Monica Bogliardi
Grazia, 4 febbraio 2021
Più ragazze nei posti di comando, rifiuto della violenza, possibilità di studiare. Negli anni la comunità per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli è stata ripensata per cancellare le ombre del passato, come quelle raccontate nei recenti documentari. Ma resta viva l'idea del suo fondatore: creare un universo separato dove per liberarsi dalla droga bisogna seguire regole severe
San Patrignano, sulle colline riminesi di Coriano, nasce comunità ma diventa cittadina: 270 ettari, 1.200 abitanti, ospedale, centro medico, distaccamenti di scuole superiori. La più grande struttura per tossicodipendenza d'Europa ha un programma di recupero, gratuito, a lungo termine: in media gli ospiti rimangono lì fra i tre e i quattro anni.
In queste settimane è stata sotto i riflettori per il docufilm Netflix SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano, basato sui primi 15 anni di vita del centro, che ha posto l'accento sui metodi a volte violenti degli ex tossicodipendenti messi a capo di settori della comunità e affiancati ai ragazzi appena entrati.
Ma come è oggi San Patrignano? Che cosa resta e che cosa è cambiato di quella comunità fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978 e che oggi reinserisce in società con un lavoro il 90 per cento dei suoi ragazzi? Il 72 per cento di quelli usciti a fine percorso, secondo studi realizzati dalle università di Urbino, Bologna e Padova, non ricade nella droga.
Oggi come ieri regole e disciplina sono severi. Vietati cellulari e computer per uso personale. Vietato uscire dalla comunità. Vietato intrattenersi con ospiti di altri settori. Vietati i contatti tra maschi e femmine. Dopo ogni tranche di percorso c'è la cosiddetta verifica. La più importante è quella che, dopo tre anni, permette di tornare a casa per una settimana. "Solo dopo un anno si riceve la visita dei genitori. E non puoi parlare con persone di altri settori: per me quello è stato più difficile che rinunciare a cellulare e social. Ma poi capisci che certe regole servono a non farti distrarre dal compito principale: ricostruire se stessi", dice Tiziana Filippi, a San Patrignano in forze al settore cucina. "Assumevo cannabis e alcol insieme: quando ho distrutto una macchina in un incidente ho chiesto di entrare qui, un anno e 11 mesi fa. Ho avuto momenti di crisi, non avevo un buon rapporto con la mia tutor. Ma ho trovato un affetto, un calore nel mio team che mi hanno dato la carica giusta".
Le droghe che oggi la comunità affronta sono diverse da quelle di ieri. Un tempo c'era solo l'eroina, e niente alcol. "Il 50 per cento dei ragazzi soffre per una multi-dipendenza, come quella da eroina e cocaina insieme. Molti hanno assunto le droghe chimiche. Tanti, sempre di più, iniziano con cannabis e alcol insieme. Oggi ci concentriamo anche sulla dipendenza psicologica: il 90 per cento dei ragazzi entra già disintossicato", dice Antonio Boschini, storico responsabile terapeutico, a Coriano da 41 anni. L'altra novità è che si è abbassata l'età media degli ospiti. Oggi in comunità ci sono due centri per minori, spesso inviati dai giudici minorili, e si sta aprendo il terzo. "Anche per i minori il percorso terapeutico si basa sul recupero dell'autostima, che il tossicodipendente non ha più. Ricostruire una solidità affettiva e avvicinarsi a una passione professionale sono fondamentali. Questi sono i due segreti della nostra ricetta, al netto degli errori che, certo, sono stati fatti in passato". Infine, a San Patrignano è arrivata la psicoterapia. "Abbiamo capito che per alcuni ragazzi sono necessarie sedute psicoterapeutiche per curare traumi preesistenti alla dipendenza", dice Boschini.
Nel 2021 San Patrignano è una realtà formativa: i suoi comparti, dalla carpenteria alla tessitura, danno titoli di studio. Alcuni, come quello delle carte da parati, sono un'eccellenza internazionale e ricevono commesse da tutto il mondo. Ci si può laureare. E la comunità vuole diventare una realtà produttiva indipendente dal punto di vista economico, almeno per i fabbisogni ordinari. "La produzione interna gestita dai ragazzi, penso agli allevamenti e ai servizi, copre il 70, il 75 per cento delle spese; il resto è garantito da eventi e donazioni", dice il presidente Alessandro Rodino Dal Pozzo. "Purtroppo il Covid-19 ha ridotto gli ingressi nel 2020 e annullato le visite esterne: ogni giorno avevamo quattro bus scolastici in visita, perché ci occupiamo anche di prevenzione con le scuole".
Da SanPa sono passati 26 mila tossicodipendenti. Tutti hanno lavorato. "Ho visitato più volte la comunità l'anno scorso e ho visto i ragazzi darsi da fare in un'atmosfera di vero affetto", dice Giorgio Gandola, autore del libro-reportage Tutto in un abbraccio (Panorama). "I due capisaldi dell'insegnamento di Vincenzo Muccioli, sentirsi amati e riacquistare la dignità del lavoro, sono ancora lì. Molti ragazzi si sono salvati non solo dalla droga ma dal carcere minorile".
Dal 1978 a oggi sono infatti 4.000 gli anni di carcere che sono stati convertiti in percorsi di recupero. Ma la vera sfida di SanPa è mantenere le linee guida di Vincenzo Muccioli e adattarle ai continui cambiamenti. "Non sono diverse solo le droghe, ma anche le sofferenze dei ragazzi", dice la regista Maria Tilli, l'anno scorso presente a San Patrignano per realizzare Lontano da casa, intenso docufilm prodotto da Rai Cinema, ora su RaiPlay. "Ho visto ragazzi arrivati alla droga soprattutto perché, ognuno in modo diverso, si sentivano inadatti alla vita. E la droga era la scappatoia. La comunità, che non è certo permissiva come un centro di riabilitazione californiano, permette loro di riprendersi pezzo per pezzo la vita in mano. Senza più maschere". Parte della cura è proprio l'assunzione di responsabilità. Oggi è trasversale perché riguarda sia ragazzi sia ragazze, in un ambiente che non ha più connotati sospettabili di misoginia. E lo dice anche chi ormai ce l'ha fatta. "Per me diventare l'angelo custode di una ragazza è stata la svolta. Prendersi in carico una persona più indietro nel percorso che tu capisci, perché ragiona come facevi tu un anno prima, è vincente. E poi oggi ci sono molte ragazze a capo di settori della comunità", dice Giulia Alessandroni, che oggi lavora vicino a Latina, nella società del fidanzato. "Sono stata ospite per quattro anni. Ero dipendente da eroina e cocaina. Nel settore tessitura ho scoperto di avere talento per il rammendo. Mi hanno mandato a fare un tirocinio nella cittadina di Trivero, vicino a Biella, per il marchio Zegna. Che poi mi ha proposto un'assunzione. Ho rifiutato perché non volevo lavorare a 1.000 chilometri di distanza da famiglia e fidanzato. Ma sono contenta lo stesso: oggi ho una vita normale. E tutte quelle rinunce, quelle regole severe mi hanno fatto diventare una persona che sa vivere in mezzo agli altri. Che poi è quello che tutti desideriamo".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 4 febbraio 2021
L'azienda cinese proprietaria della piattaforma di video-sharing dal 9 febbraio rimuoverà i profili dei minori sotto i tredici anni. Nel futuro potrebbe usare l'intelligenza artificiale per bloccare chi fornisce un'età fasulla. Con notevoli rischi per la privacy.
Gli italiani minori di 13 anni non potranno più iscriversi a TikTok. L'azienda cinese proprietaria della piattaforma di condivisione video, ByteDance, ha deciso di collaborare con il Garante Italiano per la Protezione dei dati personali che gli aveva intimato di bloccare il trattamento dei dati degli infratredicenni dopo un triste fatto di cronaca.
Pochi giorni fa una bambina di 10 anni era rimasta vittima di un incidente mortale, forse a seguito di una presunta challenge vista su TikTok, la #Blackoutchallenge, che sfidava gli utenti a misurare la propria resistenza al soffocamento. Della famigerata challenge, nota ai giovani, non ci sono più tracce e lo stesso Garante era intervenuto sulla base di notizie di stampa.
Le "challenge", nel gergo delle piattaforme, sono le gare in cui ci si sfida in performance di ballo, prove ginniche, dimostrazioni di resistenza. Alcune di esse, pubblicate su Youtube prima del loro divieto, invitavano a gareggiare a chi ingoia il maggior numero di palline di detersivo per la lavatrice, altre consistono nel darsi fuoco dopo essersi cosparsi di alcool. Vengono raccolte in compilation e pubblicate sui social. Così, adesso, a partire dal 9 febbraio, Tik Tok chiederà agli utenti di indicare di nuovo la loro data di nascita prima di continuare ad utilizzare l'app rimuovendo i minori di 13 anni. Poiché non è certo che i ragazzi dichiareranno con sincerità l'età, la piattaforma ha comunicato che potrebbe valutarla con sistemi indiretti. Come? Usando l'Intelligenza Artificiale (IA), previo un accordo con l'Autorità privacy dell'Irlanda dove ha l'azienda ha il suo stabilimento principale.
Il rimedio potrebbe essere peggiore del male. La verifica dell'età può implicare la raccolta e l'analisi di tutti i dati riferibili a un utente, dall'indirizzo Ip con cui si connette alla rete fino al setaccio di dati e comportamenti attraverso tecniche di psicometria e biometria facciale, settore in cui i cinesi sono all'avanguardia. Bytedance infatti non si occupa solo di piattaforme digitali quanto piuttosto di servizi basati su algoritmi di machine learning come nel caso del suo un aggregatore di news, Toutiao, costruito sulle preferenze e sui gusti degli utenti. Già adesso TikTok utilizza l'intelligenza artificiale per analizzarne interessi e gusti con lo scopo di personalizzare i contenuti.
Come fanno? Quando si entra in un social i contenuti proposti sono suddivisi per fascia d'età e anno di nascita. La fascia d'età viene dedotta dai comportamenti in-app come like, commenti, frequenza di scorrimento dei post, orari e frequenza di connessione, e poi dalla rete di amicizie. Con questi metodi TikTok è già in grado di individuare abbastanza bene i 14-17enni ma non i giovani sotto i tredici anni perché, dicono, non possono raccoglierne i dati.
Motivo per cui i titolari della piattaforma - ci dice Guido Scorza - componente dell'Autorità garante, vorrebbero una norma di riferimento. Eppure potrebbero fare ipotesi abbastanza precise per sottrazione, usare i codici delle carte di debito e di credito o i token Spid degli adulti. Aprire all'uso dell'IA per l'age verification invece potrebbe aprire una più profonda voragine nella privacy di adulti e ragazzi. Anche per questo occorrerà valutare con attenzione la futura nuova Informativa Privacy di Tik Tok per i minori di 18 anni. TikTok adesso ha un miliardo di utenti. Nel 2018 era stata multata dalle autorità americane proprio per la mancata verifica dell'età degli utenti e l'anno scorso Antonello Soro aveva investito i Garanti europei del rischio pedofilia sulla piattaforma.
di Giordano Stabile
La Stampa, 4 febbraio 2021
Come è cambiata nei paesi poveri la strategia sanitaria anti-Hiv. L'analisi dello storico Roberto Morozzo della Rocca. "Nessuno si salva da solo", ha ribadito più volte papa Francesco indicando alle nazioni una via condivisa per uscire dall'emergenza Covid a partire dall'accesso universale ai vaccini. L'errore da non ripetere è quello di non estendere ai paesi poveri i trattamenti sanitari come è avvenuto per lunghi anni con le pandemia di Ebola e di Hiv.
A documentare questo tragico errore nella strategia globale di contenimento dei virus è il professor Roberto Morozzo Della Rocca, ordinario di Storia contemporanea all'Università RomaTre e impegnato nei progetti di cooperazione internazionale della Comunità di Sant'Egidio.
Come si è invertita la rotta - Lo storico ha appena pubblicato con Laterza un saggio sulla storia dell'Aids in Africa: "La strage silenziosa. Come l'Africa ha rischiato di morire di Aids e come si è invertita la rotta" (con la prefazione di Jeffrey Sachs).
Un tema particolarmente attuale per la connessione ai temi sanitari dell'emergenza Sars-Cov-2. "Si tratta della storia di una pandemia che ha preceduto in certo senso Ebola e poi ora Covid-19, e che fa riflettere sui comportamenti del nostro mondo globale- spiega alla Stampa.it lo storico Morozzo della Rocca- Mentre in Occidente c'erano le cure, tra 1996 e 2002 in Africa erano considerate impossibili. Così non era, ma dominava un afro-pessimismo. Poiché la gran parte dei malati di Aids era in Africa, si sono avute decine di milioni di morti, evitabili se si fosse osato oltre il politicamente corretto". Vent'anni fa l'Aids ha messo a rischio la sopravvivenza di un intero continente nell'indifferenza delle maggiori istituzioni internazionali. Dal 1996 le cure per l'Aids, in Occidente, esistevano. E si poteva sopravvivere in buona salute.
Cure negate - All'Africa invece le terapie erano negate, sebbene in quell'area i malati si contassero a milioni e non a migliaia come nei paesi ricchi. Perché questo doppio standard? Si dubitava della capacità degli africani di assumere regolarmente le medicine; le fragili sanità pubbliche africane erano considerate inefficienti; i costosi farmaci antiretrovirali contro l'Aids, che in Occidente salvavano vite, apparivano un lusso (senza però che i corrispettivi farmaci generici, a basso costo, fossero presi in considerazione, per tutelare gli interessi delle multinazionali farmaceutiche). Dominava insomma un afro-pessimismo: curare i malati di Aids nelle regioni subsahariane veniva giudicato una perdita di tempo e denaro. E intanto, la durata media della vita crollava e le economie collassavano. Malgrado gli sforzi di figure come Kofi Annan, Stephen Lewis, Jeffrey Sachs e di tanti medici e volontari sul campo, l'opzione terapeutica si sarebbe affermata in Africa lentamente. L'accesso universale alle terapie sarebbe stato convenuto a livello internazionale soltanto intorno al 2015. La storia di come si è invertita la rotta nel nome della necessità di salvare il numero più alto possibile di vite è una lezione esemplare che ci può aiutare ad affrontare meglio il presente.
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 4 febbraio 2021
L'oppositore di Putin condannato dal tribunale russo. Lavrov: il Novichok montatura. Il tribunale di Mosca ha condannato l'oppositore russo Aleksej Navalny a tre anni e mezzo di carcere, dopo aver esaminato la commutazione della libertà vigilata disposta nei suoi confronti nel caso Yves Rocher in una pena detentiva. La decisione non è ancora entrata in vigore, dal momento che la difesa ha annunciato di voler presentare ricorso contro la decisione.
Leggendo le motivazioni della sentenza, che soddisfa la richiesta presentata dal Servizio penitenziario federale a fronte delle violazioni della libertà vigilata commesse da Naval'nyj dal 2018, la giudice Natalja Repnikova ha precisato che l'oppositore trascorrerà in carcere "solo" due anni e otto mesi, essendo stato detratto dalla condanna il tempo trascorso ai domiciliari. Una sentenza che acuisce le tensioni nello scenario russo, con gli arresti dei sostenitori dell'oppositore che continuano a susseguirsi: oggi l'organizzazione Ovd-Info ha riferito di 358 arresti nei pressi del tribunale, e una manifestazione è stata convocata per stasera.
Una mossa, quella delle autorità russe, che mostra il timore con cui a Mosca guardano alla vicenda, e che sicuramente non contribuirà ad attenuare le pressioni dall'estero. Una sentenza più "morbida" avrebbe infatti testimoniato la volontà di trovare un compromesso evitando un irrigidimento della repressione, alimentando l'immagine di un paese autoritario ma non dittatoriale e togliendo di fatto un'arma ai critici occidentali. Si sarebbe evitata, insomma, una deriva repressiva che potrebbe risultare pericolosa, andando potenzialmente ad aprire - dopo la Crimea - un ulteriore punto di contenzioso sui diritti umani, che in Russia era già presente ma non sotto i riflettori internazionali.
Proprio su quest'ultimo punto si è espressa Natalja Zviagina, direttore dell'ufficio di Amnesty International a Mosca, sottolineando anche come gli "arresti amministrativi" disposti per molti sostenitori di Navalny stiano sovraffollando le carceri durante la pandemia. "Una vendetta nei confronti di Naval'nyj e dei suoi sostenitori: la sentenza ha rivelato il volto delle autorità russe, intenzionate a chiudere in carcere chiunque denunci la repressione", ha detto.
La condanna è stata appresa con "costernazione" anche dalla Farnesina, secondo la quale la detenzione "conferma la tendenza alla soppressione dei diritti fondamentali" nel Paese. Gli sviluppi del caso aggravano poi la tensione che da giorni si respira nei rapporti tra Mosca e Bruxelles, soprattutto in vista della visita a Mosca dell'Alto rappresentante Josep Borrell, in programma dal 4 al 6 febbraio. Lo stesso Borrell è intervenuto su Twitter definendo la condanna "in contrasto con gli impegni internazionali della Russia" e chiedendo il rilascio immediato dell'oppositore.
La vicenda di Naval'nyj, così come le preoccupazioni per i diritti umani in Russia, avrà sicuramente peso nell'agenda della visita: ipotesi avvalorata anche dal portavoce della Commissione europea Peter Stano, che ha confermato "la volontà di incontrare Navalny se sarà possibile". Prese di posizione cui è seguita la risposta delle autorità russe: il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha ribadito che il tema "è a discrezione di giudici e inquirenti", mentre più duro è stato il commento del ministro degli esteri Lavrov che ha parlato dell'avvelenamento dell'oppositore come di una "messa in scena".
Il caso assume quindi una connotazione geopolitica, e le modalità con cui il Cremlino ha gestito la vicenda hanno sicuramente contribuito a renderlo tale. In questo contesto si inseriscono anche tensioni internazionali in cui entrano in gioco anche Stati Uniti, Francia e Germania nel caso della costruzione del gasdotto Nord Stream 2. Le pressioni di Washington, insieme alla richiesta delle autorità francesi di sospendere i lavori di costruzione, mettono in difficoltà la Germania, che per il momento non sembra tuttavia intenzionata ad accettare tali richieste visti gli interessi in campo. Il raddoppio del Nord Stream consentirebbe infatti di rafforzarsi configurandosi come piattaforma del gas europea. Proprio da Francia e Stati Uniti sono arrivate dure condanne alla sentenza: il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha ribadito la richiesta di "rilascio immediato e incondizionato", mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la condanna "inaccettabile" in un tweet.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 4 febbraio 2021
Il direttore di Mediazona, sito indipendente sugli abusi della legge, non ha mai partecipato a un corteo. Era stato arrestato davanti al figlio di cinque anni. Oltre 11mila le detenzioni legate alle manifestazioni per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj. Non ha mai partecipato a un corteo non autorizzato, non ha mai invitato la popolazione a scendere in piazza, eppure il giornalista Serghej Smirnov, direttore di un sito media russo indipendente, è stato condannato a 25 giorni di carcere per "organizzazione di proteste di massa" per aver ritwittato una battuta sulla protesta del 23 gennaio per chiedere la scarcerazione di Aleksej Navalnyj. Una sentenza "ingiusta, assurda e vergognosa", l'ha definita il Sindacato dei giornalisti e operatori dei media russo. E anche ironia dal momento che Smirnov è il direttore di Mediazona, il sito indipendente fondato dalle Pussy Riot sulle ingiuste detenzioni e gli abusi del sistema giudiziario.
Il tribunale Tverskoij di Mosca ha riconosciuto Smirnov colpevole di aver ripetutamente violato la legge sull'organizzazione di una manifestazione. La sua colpa: aver ritwittato una battuta sulla sua presunta somiglianza con Dmitrij Spirin, il leader del gruppo punk Tarakany! (Scarafaggi!), che era accompagnata da una foto del cantante che segnalava l'ora e giorno dell'appuntamento delle proteste che hanno visto migliaia di russi scendere in piazza per chiedere il rilascio di Navalnyj.
Smirnov era stato fermato lo scorso sabato 30 gennaio mentre passeggiava con il figlioletto di cinque anni nei pressi della sua abitazione. Era stato rilasciato solo diverse ore dopo, ma con l'obbligo di comparire in tribunale oggi mercoledì. Oltre 30 testate russe si erano mobilitate per la sua scarcerazione. "Prendere di mira Serghej Smirnov ha un solo obiettivo: terrorizzare la gente", aveva commentato Meduza.
Proteste in centinaia di città russe si sono tenute il 23 e 31 gennaio per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj arrestato al suo rientro a Mosca dopo cinque mesi di convalescenza in Germania dove è stato curato dopo essere stato avvelenamento col Novichok. Con l'accusa di aver violato la libertà vigilata per un vecchio caso risalente al 2014, ieri un giudice ha convertito in detenzione la sua condanna a tre anni e mezzo di carcere. Al netto dei mesi già passati ai domiciliari, l'oppositore dovrà trascorrere in cella almeno due anni e otto mesi. Ma rischia ulteriori condanne in altri due processi. Le proteste seguite ieri al verdetto, secondo l'ong Ovd-Info, hanno portato all'arresto di oltre 1.400 persone, la maggior parte a Mosca. Salgono così a oltre 11mila i fermi legati alle manifestazioni per chiedere il rilascio di Navalnyj. Tra loro anche molti giornalisti.
africarivista.it, 4 febbraio 2021
Amnesty International ha chiesto alle autorità della Repubblica di Guinea di avviare un'indagine indipendente per accertare le cause della morte di quattro persone che sono decedute nel giro di due mesi mentre erano detenute nel carcere centrale della capitale Conakry. Come fa sapere l'organizzazione non governativa, tra di esse vi erano tre attivisti o sostenitori dell'Unione delle Forze Democratiche della Guinea (Ufdg) che erano stati arrestati in relazione alla contestazione del referendum costituzionale e ai risultati delle elezioni presidenziali dello scorso marzo e ottobre.
Amnesty invita quindi le autorità a porre fine all'ondata di arresti che ha preso di mira almeno 400 attivisti dell'opposizione e della società civile in tutto il Paese dopo la pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali di ottobre. Fabien Offner, ricercatore dell'Africa occidentale presso Amnesty International, ha sottolineato che "nella prigione in cui erano detenuti le regole del diritto internazionale per il trattamento dei detenuti non vengono applicate" precisando che "concludere che si tratti di morti naturali senza indagini approfondite e permettere che i prigionieri siano rilasciati o ricoverati solo quando i loro casi sono disperati dimostra un profondo disprezzo per la vita umana e una totale indifferenza per la disumanizzazione dei luoghi di detenzione nel Paese".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 4 febbraio 2021
Un anno fa veniva incarcerato al Cairo. Ora affronta 45 nuovi giorni di tortura. Il nuovo governo si dia una priorità: la cittadinanza italiana a Zaki, per fare più pressioni sull'Egitto. Ma in fondo chi se ne frega di un ragazzo egiziano che da un anno se ne sta in un carcere del Cairo senza processo e senza colpe, che si è appena preso altri 45 giorni di tortura, soffre d'asma ed è più che indifeso dal rischio Covid. Dispiace, certo, ma abbiamo altre cose molto più importanti di cui occuparci e preoccuparci. La prima: se Mario Draghi riuscirà a farci uscire dalla più stralunata crisi di governo, e della politica, nella storia repubblicana.
La seconda: che futuro si prospetta per il mezzo milione di persone che hanno perso il lavoro nel 2020, e più di due terzi sono donne, e per l'altro mezzo milione che lo perderà quando finirà il blocco ufficiale dei licenziamenti (ufficiosamente è già finito da un pezzo). La terza: se la coda lunga del Coronavirus si arrotolerà buona buona, stordita dal mare di giallo che ha rivestito l'Italia liberata dalle precauzioni, o tornerà a imbizzarrirsi travolgendo le fragili speranze del vaccino libera tutti.
La sorte infame di Patrick Zaki è l'ultimo dei problemi: non è bello dirlo ma è ipocrita fingere di negarlo. In realtà, la violenza reiterata su quello straniero un po' ci riguarderebbe, visto che proprio straniero, il ventottenne Zaki, non è. Per sette mesi è stato nostro ospite all'Università di Bologna, dove frequentava con eccellente profitto un master post laurea. Tornato a casa per un saluto alla sua famiglia a Mansoura, non ha potuto darlo perché il 7 febbraio 2020 l'hanno fermato al Cairo e da allora non l'hanno più rilasciato, accusandolo di essere un pericoloso oppositore del governo ed esibendo come prova dei commenti a favore dei diritti umani postati su Facebook. Per quel che conta, una prova risibile e nemmeno dimostrata.
Ma l'Egitto di Al Sisi ci ha abituato a qualsiasi peggio, e la lacerante vicenda di Giulio Regeni, rapito e annientato dopo nove interminabili giorni, dovrebbe aver insegnato all'Italia che tipo di riguardo si riserva a un partner sì strategico ma per altri scopi (militari, commerciali, politici). Protestate quanto volete, processate a casa vostra i carnefici di Giulio che tanto mai vi consegneremo, vendeteci a buon prezzo le vostre fregate e i vostri elicotteri da combattimento, e fatevi gli affari vostri, che qui la legge è a misura di chi comanda e la primavera araba di piazza Tahrir, sbocciata nel lontanissimo 2011, è appassita per sempre, polverizzata in carceri inumane come quella di Tora, dove in una cella senza letto e senza luce, trasfigurato rispetto alle fotografie di quando frequentava felice i suoi compagni di corso in Italia, si va spegnendo la speranza di un ragazzo egiziano che sognava soltanto di tornare a scuola da noi.
La meritoria mobilitazione a favore della sua scarcerazione, partita dall'università bolognese, l'Alma Mater, che l'aveva in carico e ne pretende il reintegro, ha coinvolto anche esponenti di rilievo delle nostre istituzioni e dell'Unione europea. David Sassoli, presidente del Parlamento di Strasburgo: "Voglio ricordare alle autorità egiziane che l'Ue condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili.
Chiedo che Zaki venga immediatamente rilasciato". Da ministro degli Esteri, Luigi Di Maio aveva detto parole altrettanto definitive: "Stiamo seguendo la vicenda con la massima attenzione per riportare Patrick dalla sua famiglia il prima possibile". Per poi aggiungere, con un'enfasi a cui non sempre hanno corrisposto i fatti: "Sui diritti umani non si arretra. Questo vale per la verità su Giulio Regeni e vale per Zaki. Patrick è cittadino egiziano ma lo sentiamo e lo abbiamo a cuore come se fosse italiano".
Ecco, come se fosse italiano. La città di Bologna ha conferito a Zaki la cittadinanza onoraria, che è un bel gesto ma senza possibili conseguenze concrete, proprio nei giorni in cui i carcerieri decidevano di prolungargli la tortura per altri 45 giorni, quasi in coincidenza con il quinto anniversario, 3 febbraio, del ritrovamento del corpo sfranto di Giulio Regeni. Con tutti i problemi che abbiamo, da ultimo, proprio in coda, volendo, ci sarebbe un pezzettino della nostra reputazione sulla scena internazionale che si gioca anche sulla pelle di uno studente egiziano "come fosse italiano", spinto con brutalità in un pozzo senza fondo, forse per rappresaglia verso un Paese, il nostro, che si permetteva di esigere giustizia per un proprio figlio misteriosamente giustiziato al Cairo, Regeni Giulio da Fiumicello, provincia di Udine.
Chi salva una vita, salva il mondo. L'ha ripetuto tante volte, inascoltata, la senatrice Liliana Segre, prendendo a prestito un passo del Talmud. E oggi vengono agli occhi gli ultimi degli ultimi, i profughi di Lipa, congelati al confine tra Bosnia e Croazia, la vergogna più recente sopportata senza pudore dal consesso dell'Europa per bene. Anche una nazione che salva una vita salva qualcosa di più: la propria coscienza e la propria immagine nel mondo.
Nel ritratto molto accurato che Daniele Manca ha dedicato su questo giornale a Mario Draghi, incaricato di provare a salvare l'Italia da se stessa, la parola chiave è coraggio. È lo stesso Draghi a spiegarne il perché: "A cavallo tra le due guerre, mio padre vide un'iscrizione su un monumento. Diceva: se perdi denaro, non hai perso niente perché con un buon affare lo puoi recuperare; se perdi l'onore, hai perso molto ma con un atto eroico lo potrai riavere. Ma se perdi il coraggio, hai perso tutto".
Ci vorrà molto coraggio per ridare speranza a un'Italia interrotta da una crisi disperante. La lista delle priorità è lunga, il contesto pericolosamente litigioso, il clima dentro e fuori il Paese non butta al bello, il tutto al netto del virus. Ma le grandi imprese cominciano anche da piccoli segni. Per esempio, dall'emergenza depennata, nell'infuriare della bufera, di uno studente "egiziano ma come se fosse italiano" abbandonato nelle spire di una bestia congegnata per soffocarlo. Sta esaurendo le forze, il "nostro" Zaki, si sta perdendo dentro l'incubo in cui l'hanno precipitato. Non rimane tanto tempo e non bastano più gli attestati di solidarietà a ciglio umido. Ci vorrebbe un moto di coraggio. Dargli la cittadinanza italiana, per esempio, che è cosa ben diversa dalla benemerenza civica regalatagli dalla sua Bologna.
Vero che questa concessione richiede passaggi complessi, compreso un decreto del presidente della Repubblica, ma non ci sono ostacoli di forma: Patrick Zaki potrebbe diventare, giuridicamente, sia egiziano sia italiano. E in questo caso la pressione sul Cairo aumenterebbe di potenza, anche agli occhi degli alleati europei in questa battaglia di umanità. La nostra legge prevede che il riconoscimento della cittadinanza a uno straniero sia possibile "quando questi abbia reso eminenti servizi al Paese, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato". Siamo nel secondo caso. Il nostro Stato, oggi più che mai, ha bisogno di dare segnali forti di coraggio. Nel suo proprio interesse, e in quello degli ultimi della fila.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 3 febbraio 2021
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