ansa.it, 5 febbraio 2021
Era sospettato di aver "diffuso informazioni false". L'Egitto ha rimesso in libertà dopo 4 anni il giornalista di Al-Jazeera, Mahmoud Hussein, trattenuto fin dal dicembre 2016 perché sospettato di aver "diffuso informazioni false".
Un'accusa simile a quella che è stata rivolta a Patrick Zaki, studente e attivista egiziano, in Italia per seguire un master all'Università di Bologna, arrestato nel febbraio del 2020. Il giornalista egiziano è stato rilasciato giovedì sera, ha detto una fonte interna alla sicurezza all'agenzia Afp. L'emittente televisiva qatariana aveva ripetutamente chiesto la sua liberazione sostenendo che fosse stato arrestato e detenuto senza accuse formali, senza processo e senza aver ricevuto una condanna.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 5 febbraio 2021
Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, (al centro appoggiato sulla barra di un letto a castello) in una cella del centro Sakharovo. Fonte: Telegram "Protest Msu". Oltre 10mila fermi in due settimane di proteste per Aleksej Navalnyj. Nella capitale oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì. Anche il giornalista Smirnov stipato in una cella per otto con una trentina di uomini.
"Guardate che schifo", esclama Maria Silantieva mentre con la videocamera del cellulare inquadra una latrina alla turca nell'angolo di una cella con quattro letti a castello di nudo metallo dove però sono stipate una ventina di detenute. "Non ci sono materassi, non c'è niente, siamo in queste condizioni da un giorno e mezzo", continua nel video pubblicato su Instagram, accompagnato dall'appello: "Chiedo la massima copertura. Non dovrebbe andare così".
È soltanto una delle tante testimonianze che stanno inondando i social russi da quando nelle ultime due settimane oltre 10mila persone sono state fermate in tutto il Paese in seguito alle proteste per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj. A Mosca gli arresti sono stati oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì 2 febbraio dopo la condanna a tre anni e mezzo per l'oppositore, spiega a Repubblica Konstantin Fomin, portavoce di Ovd-info, la ong che tiene il conto degli arresti.
I centri di detenzione straripano. E così i dimostranti fermati durante le manifestazioni spesso vengono abbandonati per ore nei corridoi dei dipartimenti di polizia o a bordo degli avtozak, i cellulari delle forze dell'ordine, a temperature sotto lo zero, senza ricevere cibo né acqua o senza poter andare in bagno. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ammesso il sovraffollamento, ma ha dato la colpa ai dimostranti.
"Questa situazione non è stata provocata dalle forze dell'ordine, è stata provocata dalla partecipazione a manifestazioni non autorizzate". Il tema sarà al centro dei colloqui di oggi a Mosca tra l'Altro Rappresentante Ue Joseph Borrell e il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov: "Le nostre relazioni si sono deteriorate negli ultimi dieci anni. Oggi ci percepiamo come rivali piuttosto che come partner", ha detto in un'intervista a Interfax il diplomatico spagnolo, che spera d'incontrare Navalnyj.
Il filmato di Silantieva arriva da Sakharovo, un centro per migranti a 66 chilometri da Mosca trasformato in un carcere speciale per politicheskij, detenuti politici. Anche il giornalista Serghej Smirnov, il direttore di MediaZona, si trova qui e sta vivendo in prima persona gli abusi del sistema giudiziario e carcerario che è solito denunciare sul sito indipendente fondato dalle Pussy Riot. Fermato sabato scorso davanti al figlio di cinque anni, martedì è stato condannato a 25 giorni di carcere per aver ritwittato una battuta su se stesso.
Prima di essere stato trasferito in una cella "normale", è finito con un'altra trentina di uomini in una stanzetta per otto. In uno scatto diffuso dal suo compagno di cella, Dmitrij Ivanov, autore del popolare canale Telegram Protest Msu, si vedono due o tre uomini sdraiati per brandina, senza materassi, mentre altri otto cercano di dormire seduti su una panca con la testa appoggiata su un tavolo al centro del locale. "Non è doloroso o spaventoso, ma è lungo e noioso", commenta Ivanov. "L'atmosfera è quella di un deprimente sanatorio di periferia, solo che ci sono le sbarre alle finestre".
Ma c'è anche chi ha denunciato violenze da parte delle forze di polizia. "Il 31 gennaio sono capitato con altra gente nell'accerchiamento creato dagli Omon. Mi hanno visto, mi sono spaventato e mi sono messo a correre, ma sono scivolato.
E in due hanno cominciato a manganellarmi e a darmi calci. Io non ho opposto resistenza, ma hanno continuato a picchiarmi fino a che la parte sinistra del mio corpo non si muoveva più", narra a Repubblica Nikita Jancikov, studente universitario di 22 anni. "Mi hanno trascinato su un cellulare che ha fatto diversi giri per Mosca come se aspettassero di sapere dove potevano portarci. Alla stazione di polizia mi hanno obbligato a firmare un verbale puramente inventato senza la presenza del mio avvocato. Ora attendo il processo".
Anche Mikhail Berdnikov, 19 anni, commesso, è stato fermato domenica scorsa. "Gli Omon mi hanno dato un calcio alla schiena, sono caduto a terra e allora mi hanno colpito alla testa", ci racconta. "Poi mi hanno spinto su un cellulare, storcendomi le braccia e dandomi un altro colpo alla testa". Anche nei dipartimenti di polizia ci sono stati episodi di intimidazioni e uso spropositato della forza. L'attivista 21enne Aljona Kitaeva ha denunciato di essere stata incappucciata con una busta di plastica, spinta giù da una sedia e minacciata con una pistola taser solo perché si rifiutava di rivelare la password del suo cellulare. In cella è finita anche gente arrestata per caso che non si era mai interessata alla politica e ora invece ha compreso le ragioni della protesta. "Avevo la sensazione che il nostro Paese non fosse il più giusto.
Ma ora l'ho visto, sperimentato e compreso in prima persona", ha confessato Ignat fermato il 23 gennaio e detenuto a Sakharovo per una settimana. Intanto davanti all'ex centro migranti si allungano le code dei familiari dei detenuti. Portano buste ricolme di cibo, biancheria, prodotti per l'igiene. Come Jurij, padre di uno studente arrestato il 31 gennaio. "Come si fa a non appoggiare il suo desiderio di libertà?", ha detto a Bbc Russia. "Certo mi dispiace che gli sia capitato questo, ma spero che la Russia sarà presto libera".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Detenzioni illegali, sparizioni, confessioni di immoralità estorte: il nuovo medioevo delle milizie Houti si abbatte sulle yemenite. Solo pochi giorni fa il governo italiano ha deciso di revocare le autorizzazioni all'export di armamenti (bombe e missili) ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un effetto della campagna per impedire che le armi italiane contribuiscano al massacro di civili provocato dal conflitto in Yemen. Arabia Saudita e EAU infatti guidano la coalizione militare che combatte i ribelli sciiti, Houti, sostenuti dall'Iran. Quelle italiane naturalmente non sono le uniche armi impiegate, sono molti i paesi che esportano macchine di morte in una guerra scoppiata nel marzo del 2015 e tuttora in corso con violenti combattimenti.
Eppure quella odierna è una situazione figlia in qualche modo degli sconvolgimenti del 2011 quando lo Yemen, uno dei paesi più poveri dell'area della penisola arabica, venne investito dall'ondata delle cosiddette primavere arabe. Come in altri paesi il risultato politico sarebbe stato diverso dalle speranze iniziali. Uno ad uno caddero regimi e autocrati al potere da decenni ma il vuoto seguente è stato spesso un baratro riempito da uomini altrettanto autoritari. Dieci anni fa le strade di Sanà, Taiz o Aden furono percorse da migliaia di persone soprattutto provenienti dai quartieri popolari, ma le proteste partirono anche da ambienti universitari e della società civile. Al centro delle manifestazioni le richieste di un abbassamento dei prezzi del cibo fino alle dimissioni del presidente Saleh al potere da 33 anni. Quest'ultimo venne ferito da una bomba lanciata contro il palazzo presidenziale, riparato in Arabia Saudita tornò dopo due mesi designando come suo successore Abdrabbuh Mansour Hadi che divenne presidente nel 2012.
Al di là del cambio istituzionale quella dello Yemen, almeno in quella prima fase, fu una vera rivoluzione sociale e culturale. Molte volte infatti in prima fila dei cortei c'erano le donne che per la prima volta presero in mano il loro destino e quello del paese. In particolar modo alcune di esse erano e sono avvocate e nello stesso tempo attiviste per i diritti umani. Le loro storie raccontano non solo il passato ma anche il futuro dello Yemen. È il caso di Ishraq al- Maqtari, la legale che fu tra le prime donne a scendere in piazza. Recentemente è stata intervistata dalla BBC è ha ricordato la scelta di impegnare se stessa nella lotta di quel periodo, non solo per se stessa ma anche per i suoi figli che non di rado portò con lei alle manifestazioni. Una decisione difficile e pericolosa. Basti pensare all'episodio nel quale la Guardia Repubblicana fede a Saleh aprì il fuoco contro le donne che pregavano in un presidio di protesta a Taiz diventando un obiettivo della repressione.
La rivoluzione dunque fu l'occasione per le donne di partecipare al dibattito pubblico, un cambiamento che però è stato fin dall'inizio combattuto dalla società patriarcale ben lungi dall'essere superata. La situazione poi è peggiorata ancora di più quando il 21 settembre 2014, gli Houhti hanno inflitto pesanti perdite alle forze fedeli ad Hadi e sono penetrate fin dentro i quartieri centrali di Sana'a. Così la capitale dello Yemen di fatto appare adesso controllata dai seguaci degli Houthi. Lo spazio per avvocate come Ishraq al-Maqtari, nel frattempo divenuta membro della Commissione nazionale per indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani, si è ulteriormente ridotto. Uno degli esempi più lampanti è stata la sua denuncia contro la campagna di arresti nei confronti del "lavoro sessuale".
Decine di donne sono finite in carcere con l'accusa di prostituzione sebbene una tradizione conservatrice non veda di buon occhio la detenzione femminile. Per al-Maqtari però dietro la persecuzione della prostituzione si nascondono arresti politici, un modo per colpire una società che si schiera contro quella che vede come un'occupazione.
I dati, sebbene non aggiornati, parlano di almeno 182 donne incarcerate (oltre a quelle detenute a Sanaa, secondo Maqtari ce ne erano settanta imprigionate nell'Amran dello Yemen settentrionale e 12 nella città di Hodeidah sul Mar Rosso), principalmente per esercitare una pressione sulle famiglie. L'avvocata al-Maqtari ha riferito anche che diverse ragazze sono state sequestrate mentre uscivano da scuola o prestavano soccorsi alle persone colpite dai bombardamenti. La campagna di detenzione si è intensificata a partire dal dicembre 2018, prendendo di mira le donne tra i 16 e i 74 anni.
Ishraq al Maqtari ha così raccolto le testimonianze di altri avvocati i quali, molti in forma anonima, hanno rivelato che sotto le minacce degli Houthi, le donne sono state costrette ad ammettere, sotto minaccia di tortura, di aver esrecitato "lavoro sessuale" anche se ciò non corrispondeva alla verità. Inoltre alle accusate spesso non è stato consentito di avvalersi di un legale difensore.
Incarcerazioni illegali e sparizioni forzate dunque, una situazione che viene costantemente denunciata anche dall'avvocata Radhya al- Mutawakel che insieme al marito, ha fondato nel 2014 l'organizzazione "Mwatana" per documentare le violazioni dei diritti umani in Yemen. Per la sua attività è stata costretta lasciare il suo paese per rifugiarsi negli Stati Uniti, dopo essere finita in carcere in due occasioni, ma è stata anche la prima civile yemenita ad intervenire al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
A luglio dello scorso anno un rapporto di "Mwatana" titolato 'In the Darkness: Abusive Detention, Disappearance and Torture in Yemen's Unofficial Prisons', basato su 2.566 interviste, ha fatto luce su almeno 1.600 casi di detenzioni arbitrarie e sulle torture compiute nelle prigioni segrete appartenenti a ambedue le parti in conflitto. Nel rapporto di 87 pagine si parla infatti di almeno undici centri di detenzione non ufficiali dove gli abusi sui detenuti sono una pratica quotidiana fin dal 2016. L'organizzazione per i diritti umani ha rivelato come le famiglie non abbiano saputo più nulla circa la sorte dei loro parenti detenuti.
In particolare gli Houthi gestirebbero carceri illegali nel quartier generale dei servizi segreti e a Taiz in edifici residenziali, mentre le forze armate degli Emirati Arabi Uniti avrebbero costruito campi di prigionia nella provincia di Aden e il governo in quella di Ma'rib. Naturalmente il lavoro più grande e difficile di Radhya al- Mutawakel è quello di riuscire a contribuire alla pace per lo Yemen. Un'impresa ardua ma che nonostante le difficoltà potrebbe essere a portata di mano. Secondo l'avvocata infatti le parti in conflitto sono ambedue deboli e screditate anche se il sostegno alla Comunità internazionale non è univoco. In questo senso la fine dell'export di armamenti rappresenta un punto fondamentale.
di Enrico Sbriglia*
oralegalenews.it, 4 febbraio 2021
La sciagura della pandemia poteva tradursi in una utile occasione per un cambio di strategia nel mondo delle carceri, dando finalmente voce ad una legittima pretesa di cambiamento che da tempo rimbalza, prigioniera, nei dibattiti e nei circoli di quanti sono sensibili ai temi dell'esecuzione penale tout court.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 4 febbraio 2021
"Sanitaria, sociale ed economico finanziaria". È questa la connotazione multipla della crisi che il presidente della Repubblica affida alla gestione dell'auspicato governo di alto profilo. E non è per menare il torrone, ma tra i motivi di crisi ci sarebbe anche - e non meno urgentemente - la coppia di bazzecole costituita dal deperimento dello Stato di diritto prodotto in mesi e mesi di svacco istituzionale e dal massacro dei diritti individuali nel malgoverno della giustizia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Un'alleanza senza 5S rivedrebbe le riforme del processo. Più spazio per le cause affidate agli avvocati: il modello Cnf è diffuso all'estero e può far breccia in un premier "europeo". Come sarebbe la giustizia di un governo Draghi? Domanda forse impropria. Non si sa qual è il governo, né da quali forze sarà sorretto. Però si può ragionare sui dati disponibili. Pochi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Ci sono occasioni rare. Forse irripetibili. Mario Draghi lo è. Uno spiraglio per il Paese e per gli stessi partiti. Ma un governo "di alto profilo" non può ridursi all'icona del suo vertice. Una sfida del genere richiede scelte "temerarie" anche in altre postazioni. Ad esempio sulla Giustizia. Innanzitutto perché la partita sarà meno agevole di quanto s'immagini. Poniamo pure che la nuova maggioranza veda i Cinque Stelle esclusi, e un'intesa allargata dal Pd alla Lega: davvero un'alleanza del genere saprà sfidare il sentire comune sulla giustizia penale? Sicuro che, sulla prescrizione o sul carcere, non monterebbe la paura lasciare i grillini solitari custodi del giustizialismo?
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 febbraio 2021
È firmataria della legge moralista che anticipa la grillina spazza-corrotti. Serve discontinuità e, nonostante l'alto profilo, l'ex ministra del governo Monti non lo sarebbe. Invece Cartabia...
di Pino Casamassima
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Nell'attesa di una riforma della giustizia che metta d'accordo (mah...) le diverse e confliggenti posizioni politiche - mala tempora permettendo... - il 54° rapporto del Censis sciorina dati per certi versi sconfortanti se non avvilenti. C'informa, fra l'altro, che sono quattro su dieci gli italiani favorevoli alla pena capitale. Un dato che inquieta e invita alla riflessione, se si pensa che dieci anni fa erano la metà. Un raddoppio che negli ultimi tempi ha vissuto un formidabile rush complice due fattori. Il primo riguarda una "nera" tenuta sempre più alta nelle cronache quotidiane, sia dalla tv, che dalla rete (la più frequentata dai giovani). Una nera che ha eroso sempre più spazio nell'attenzione quotidiana a quanto accade (basta pensare alle immagini anche molto crude che disinvoltamente vengono postate senza alcun controllo: controllo, non censura), col risultato di far percepire una realtà incoerente con i dati reali che, stando alle ultime relazioni nelle aperture dell'anno giudiziario, in decrescita sul piano dei delitti contro la persona.
Questa percezione fasulla ha generato una ostilità crescente nei confronti di chi quei reati avrebbe compiuto (avrebbe, non aveva): in una parola, l'odio. La richiesta d'inasprimento delle pene è consequenziale, pena capitale compresa. Poi c'è il Covid. Che c'entra? Beh, la pandemia ha innegabilmente rinvigorito un individualismo primitivo da mors tua vita mea. Nonostante con La Peste Albert Camus avesse lanciato il messaggio che da soli non ci si salva, questo nostro tempo segnato da una pandemia mondiale (non da una epidemia circoscritta alla città algerina di Orano di quel romanzo da premio Nobel) ha incattivito il rapporto fra sé e l'altro da sé, favorendo l'individualità non la solidarietà (caposaldo appunto del pensiero di Camus). Non pensa solo a sé stesso chi non indossa la mascherina? E chi organizza una festa con decine di persone che non resteranno certo con la mascherina per ore?
Il Covid è sceso in campo in una situazione già drammatica di suo - come dimostra quel rapporto del Censis - con il 50,3% dei giovani che vive una condizione socio- economica peggiore di quella dei loro genitori alla loro età.
Non è quindi troppo casuale che - tornando all'inquietante dato sulla pena capitale - la fascia più consistente degli italiani favorevoli alla pena capitale sia quella che va dai 18 ai 34 anni con il 57,8% a fronte del 44,7% complessivo, perché non c'è come l'età giovanile per esacerbare le situazioni, cioè per tagliare di netto i neri dai bianchi, a dispetto delle diverse sfumature di grigio. Ecco quindi, che un omicida merita la morte, altro che cancellazione dell'ergastolo! Giovani protagonisti anche sul fronte della tutela della salute: se il 57,8% della popolazione è disposto a rinunciare a spazi significativi dei propri diritti in cambio di una sua tutela più efficace, in quella fascia d'età, il dato sale al 64,7%.
Così come l'82,5% di loro (a fronte del 77,1% del totale) chiede pene amministrative severissime per chi gira senza mascherina, oltre al carcere per i contagiati che non rispettano le norme della quarantena. Furori talebani che si coniugano appunto facilmente con una età quale quella giovanile, ma che mal si combinano poi con certe declinazioni contradditorie (vedi le immagini in cui è proprio quella fascia d'età appare la più disinvolta sul piano del rispetto delle regole).
Fa tuttavia impressione registrare che la pena di morte trovi proprio fra i più giovani i suoi sostenitori più consistenti. Pensiamo infatti alle battaglie, le manifestazioni, i cortei contro la pena capitale nel mondo messi in scena nel nostro Paese qualche decennio fa proprio dai più giovani. E l'invito di Liliana Segre - "I detenuti vanno inseriti fra le categorie prioritarie per il vaccino, considerando che lo Stato ha dei doveri nei confronti delle persone affidate alla sua custodia per tutta la durata della permanenza in carcere" - pare rovinare in quell'abisso nietzschiano che è finalmente riuscito nell'impresa di attrarre a sé perfino la gioventù.
Si tratta infatti di un looping culturale indietro difficile da riscontrare in tutto il pur affollatissimo Novecento. In questo tempo da Covid, l'incattivimento della società è insomma un dato di fatto, e il monito hegeliano sulla vendetta (che "è sempre giusta ma non è mai giustizia") si sbriciola alla stregua delle pagine di "Sorvegliare e punire" di Foucault, che pare addirittura un testo di là da venire, non di mezzo secolo fa.
Quel che più invita alla riflessione dal dato "giovanile" sulla pena capitale, è che resta a margine - a proposito di tempo da Covid - un problema gigantesco, quale quello di una situazione carceraria drammatica. Un tema, quello penitenziario, cui proprio le fasce più giovanili erano state in passato le più sensibili. Ci si sarebbe aspettato che da quel mondo fosse arrivata una domanda coerente con la generosità di quella età, tipo: qual è il piano di vaccinazione per una popolazione carceraria grande più o meno come Matera (per quanto riguarda i reclusi cui va poi sommato il personale carcerario)?
di Davide Varì
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Luca Palamara racconta al Dubbio l'ultima "trovata" del Csm: le chat sono un elemento di valutazione per i candidati agli incarichi direttivi. "Il mio libro non è una vendetta, è un racconto per i cittadini e per quei tanti magistrati ai quali ho voluto svelare il funzionamento del sistema che governa la giustizia italiana". Luca Palamara è affabile, sereno. Appare come una persona in cerca di un nuovo equilibrio dopo che la tempesta ha travolto tutto: affetti, lavoro, stile di vita. Ha tenuto a parlare col nostro giornale dopo un articolo di chi scrive nel quale, tra le altre cose, si chiedeva una cosa semplice: perché solo ora? Perché Palamara ha parlato e svelato il "Sistema" solo dopo che quello stesso sistema lo ha espulso in modo brutale?
Dottor Palamara, perché non dovremmo pensare che il suo libro sia una resa dei conti tra magistrati in lotta per conquistare fette di potere?
Capisco che qualcuno possa pensare a una vendetta ma invito tutti a riavvolgere il nastro e fermarsi al giorno in cui io ho chiesto di essere ascoltato dall'Anm. Avrei voluto discutere di questo ma in quel momento ho capito che non volevano che io parlassi. Semplicemente non dovevo aprire bocca. Quando poi sono stato ammesso a farlo ho trovato di fronte a me solo un centinaio scarso di persone, la quasi totalità dei quali appartenenti peraltro alla corrente di Area, scarsamente interessate a quello che avevo da dire ritenendomi oramai un diverso da loro.
L'istantanea dell'hotel Champagne (il famigerato albergo nel quale Palamara incontrò Luca Lotti e Cosimo Ferri per decidere la poltrona della procura di Roma) era ancora troppo fresca?
Probabilmente sì. Fatto sta che mi tolsero la possibilità di parlare, di spiegare, di aprire una discussione che avrebbe potuto essere utile per tutti.
A quel punto ha deciso di vuotare il sacco?
Decisi di iniziare a parlare dopo che sulle mailing list dei magistrati circolò la lettera di una collega che mi chiedeva spiegazioni. Pensando di infierire quando oramai ero caduto in disgrazia mi ha però dato l'opportunità di fare esattamente quello che volevo fare: spiegare.
Se non sbaglio la collega le chiese se in questi anni avesse fatto il magistrato oppure il "politico"...
In quel periodo, naturalmente, ero molto concentrato a organizzare la mia difesa ma ad un tratto scoprii che mi avevano cambiato il calendario e lì capii che qualcosa all'interno della sezione disciplinare che doveva giudicarmi non andava. Una sensazione - per così dire - che si è di recente rafforzata quando è stato deciso di ammettere i testi nei procedimenti disciplinari a carico degli altri partecipanti all'hotel Champagne a differenza di quanto è capitato con me. Una scelta arbitraria e fuori da ogni regola. Per tutte queste ragioni e al fine di poter contribuire ad una palingenesi della magistratura ho deciso che era arrivato il momento di parlare, di raccontare tutto quel che sapevo sulla politicizzazione dei magistrati, sul potere delle correnti e su tutte le degenerazioni che colpiscono la giustizia. E così ho svelato il sistema delle nomine e messo a fuoco la battaglia tutta interna della magistratura sul collateralismo.
Collateralismo?
Sì, certo, è uno dei cavalli di battaglia delle correnti che non si riconoscono nel "massimalismo giudiziario".
Questo vuol dire che ci sono magistrati collaterali?
Il tema del collateralismo dei magistrati con la politica fa parte dei libri di storia ed è la base di partenza per comprendere i riflessi di tale ideologia sui processi.
Cambiamo argomento: come fa un'associazione come l'Anm, nata per fini sindacali e politici, a non fare politica?
Quando l'Anm venne fondata, l'allora ministro della giustizia Orlando stigmatizzò la nascita di un'associazione che aveva chiari connotati politici. Insomma, parliamo di una discussione centenaria. È chiaro che la nomina di un procuratore, per esempio, deve tenere conto di merito e attitudini, come prevede la legge, ma nella scelta, di fatto, entrano in gioco valutazioni "non previste"...
Ci faccia un esempio...
Mettiamo il caso che io sia il presidente della V commissione del Csm (la Commissione per il conferimento degli incarichi direttivi e semi-direttivi, ndr). E mettiamo anche il caso che la scelta si restringa a due, tre magistrati, e non facciamo nomi altrimenti lei mi "accusa" di volermi vendicare. Lei pensa che quei tre non faranno di tutto per contattarmi? E badi bene che le parlo di un sistema e non di singoli casi.
Torniamo alla vendetta: lei nega e dice che ha soltanto voluto raccontare i fatti. Ma lei ha una mentalità politica e sapeva bene dell'impatto deflagrante che il suo "racconto" avrebbe avuto nella magistratura...
Ripeto, io volevo raccontare il Sistema a quelle centinaia di colleghi che ogni mattina si spaccano la schiena per far girare la macchina inceppata della giustizia italiana. E, d'altra parte, la resa dei conti forse l'ha voluta chi, dal primo giorno, non ha voluto che raccontassi la mia versione dei fatti.
Ma forse i nodi veri della giustizia si chiamano separazione delle carriere, obbligatorietà dell'azione penale, prescrizione. Eppure nel suo libro non ne fa riferimento...
Quello è un altro discorso. Ovviamente si tratta di temi centrali, decisivi e io stesso mi sono sempre considerato un riformatore. E se vogliamo entrare nel merito, posso dirle che la battaglia delle camere penali sulla separazione delle carriere è involontariamente favorita dalla stessa magistratura perché al nostro interno di fatto la separazione esiste già: ormai, nei fatti, è assodato che un pubblico ministero non diventerà mai giudice. E del resto molti giudici mettono in luce il fatto che il loro lavoro è assai diverso da quello degli inquirenti. A questo punto tanto vale affrontare il problema anche dal punto di vista ordinamentale.
C'è una frase del suo libro che gela il sangue. Lei scrive che "se un procuratore ha un paio di aggiunti svegli, un ufficiale di Polizia ammanicato con i Servizi segreti, un paio di testate giornalistiche amiche e un giudice intimo, allora ha più potere del Parlamento". Conferma di aver conosciuto casi del genere?
Certo, è una realtà di fatto.
E cosa pensa delle "esternazioni" del procuratore Gratteri? Non le sembra che utilizzi un po' troppo la sponda dei media? Nel corso di una conferenza stampa disse di voler smontare la Calabria come un lego. Le sembra un linguaggio appropriato a un procuratore della Repubblica?
Il tema conferenza stampa è un tema grave ma posso dire con certezza che non riguarda solo Gratteri. Una cosa è il diritto dell'opinione pubblica a essere informata, altra è l'abitudine di presentare gli arrestati come colpevoli senza neanche aver iniziato un processo...
Questa deriva mediatica delle procure l'ha contrasta anche quando era presidente dell'Anm?
Nei limiti del possibile ho cercato di arginarla. Così come ho contrastato l'idea che le intercettazioni diventino gossip. E a proposito di Chat, vuol sapere l'ultima?
Dica pure...
Ho appena saputo che le mie chat sono diventate un elemento di valutazione per i candidati agli incarichi direttivi.
Si spieghi meglio...
La legge prevede che un candidato debba essere valutato sulla base dell'attitudine e del merito. Nelle attuali valutazioni vengono incredibilmente inserite anche le mie chat. In questo modo un magistrato viene penalizzato per il solo fatto di aver interloquito con me. Io credo che così facendo il Csm stia abdicando al suo ruolo basando le sue decisioni sul pregiudizio legato alla mia persona. In ogni caso c'è già un caso specifico di cui parlano tutti i resoconti consiliari in queste ore: la sfida per la procura di Salerno tra Alfano e Soviero è avvenuta proprio sulla base di quelle chat. Ma la legge non vieta certo di parlare con Palamara e in ogni caso c'è un grave problema nella divulgazione delle mie chat. Basta consultare le pratiche di archiviazione della prima commissione: chiunque può accedere sul sito del Csm e leggerne tranquillamente il contenuto senza che le stesse siano in alcun modo secretate o omissate, come invece richiederebbe una corretta applicazione della legge sulla privacy, anche quando riportano per intero messaggi privati tratti dal mio cellulare che nulla hanno a che vedere con i reati che mi vengono imputati. Per questo, dopo essermi consultato con esperti giuristi in materia ho deciso di agire in sede risarcitoria nei confronti del Csm per la indebita pubblicazione del contenuto delle mie chat.
È accaduto spesso a molti cittadini...
Ma infatti ho lottato contro questo sistema. Dai tempi dei furbetti del quartierino molte cose sono cambiate sia a livello di giurisprudenza europea che di normativa consiliare, ma soprattutto di consapevolezza nelle procure che le intercettazioni che non hanno attinenza con il reato e contengono informazioni lesive della reputazione dell'indagato e dei terzi non devono essere depositate agli atti del processo. Ripeto, io non dico che non debbano essere utilizzate, ma questa divulgazione capillare da parte del Csm è intollerabile. A questo punto davvero mi chiedo, come mai non è mai stata fatta una discussione sulle chat che riguardano i componenti del Consiglio superiore della magistratura?
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