di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
La Conferenza Stato-Regioni ha ridefinito la campagna vaccinale. Nella nuova road map in base a consegne e tipologie dei vaccini, anche il personale penitenziario e detenuti sono inseriti nel target da vaccinare. Parliamo dell'incontro Stato - Regioni di mercoledì scorso dove hanno condiviso le nuove fasi di somministrazione e le fasce di priorità. Sono 4 le fasi della campagna di vaccinazione. Con la prima e la seconda si punta ad abbassare la letalità, mentre con la Fase 3 dove c'è anche la popolazione penitenziaria e Fase 4 si mira a limitare la diffusione del virus.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Mantenere la riforma Bonafede diventa questione di vita o di morte, per i grillini, per scongiurare la scissione, superare le resistenze dei senatori e mettere all'angolo Matteo Renzi.
Ora che Giuseppe Conte ha sdoganato Mario Draghi dietro a un tavolino di cristallo piazzato fuori da Palazzo Chigi, la strada per la formazione di un nuovo governo con dentro i pentastellati si presenta in discesa. Il Movimento 5 Stelle, sfiancato e balcanizzato da una crisi politica rapidissima, aspettava un segnale dal suo premier per addolcire il "boccone amaro" del sì all'ex presidente della Bce. E ora che quel segnale è arrivato, la missione pacificatrice di Di Maio e Crimi diventa impresa possibile. Ma non certa. Perché nonostante la disponibilità al dialogo annunciata da Conte, tra i grillini, soprattutto al Senato, non si affievoliscono le polemiche per la remissività mostrata dal gruppo dirigente al tavolo delle trattative con Renzi nei giorni più caldi della crisi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Bazoli (Pd): "No a rotture sul lodo Annibali, ma in autunno". Ci sarebbe una notizia. Ed è in una riflessione proposta al Dubbio da Alfredo Bazoli capogruppo dem in commissione Giustizia alla Camera: "Nell'immediato, sulla prescrizione dovrebbe valere la logica del lodo Orlando, almeno nei rapporti fra Pd e Movimento 5 Stelle: quindi, a breve, nessuna modifica della norma Bonafede. Con riserva di intervenire sul punto se da qui a qualche mese non sarà stata approvata una riforma penale davvero efficace".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Quindi va creduto? Archiviata la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio basato sulle dichiarazioni di Scarantino. Come già annunciato è stata archiviata dal gip di Messina la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio, nella quale morirono Borsellino e la sua scorta.
Il procedimento archiviato ha preso le mosse dalla trasmissione da parte della Procura della Repubblica di Caltanissetta alla Procura della Repubblica di Messina - a seguito del deposito della sentenza di primo grado del "Borsellino quater" - degli atti relativi al procedimento n. 916/18 modello 45 "al fine valutare le condotte dei magistrati all'epoca in servizio presso il distretto di Corte d'Appello di Caltanissetta in ordine alle indebite pressioni rivolte, in particolare, nei confronti di Scarantino Vincenzo, nell'ambito dei procedimenti conseguenti la strage di via D'Amelio".
Il 4 giugno del 2015 per Scarantino i giudici erano consapevoli che le sue dichiarazioni fossero false - Nel corso dell'udienza del 4 giugno del 2015 nell'ambito del procedimento summenzionato, il falso pentito Scarantino aveva fatto esplicito riferimento alla consapevolezza da parte dei magistrati che avevano gestito la sua collaborazione - nello specifico Giovanni Tinebra (poi deceduto), Carmelo Petralia e Anna Maria Palma Guarnier - che le dichiarazioni da lui rese nella fase delle indagini preliminari sulla strage di via D'Amelio fossero false.Ma nulla, nessuna responsabilità penale. L'indagine da parte della Procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia è partita, per poi però appunto chiedere l'archiviazione.
A Caltanissetta è in corso un processo a 3 poliziotti con le stesse accuse - Mentre, per gli stessi fatti e per la stessa accusa (concorso in calunnia aggravata dall'avere favorito Cosa nostra) a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, membri del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sulle stragi mafiose del '92 di via D'Amelio e di Capaci. I tre, secondo l'accusa, avrebbero in qualche maniera manovrato le dichiarazioni rese da Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Un'inchiesta, ribadiamo, quella nei confronti degli investigatori e dei pm (ora archiviata), nata sulla scorta delle motivazioni della sentenza Borsellino quater in cui si parla in maniera chiara del depistaggio delle indagini certificando che Scarantino è stato "indotto a mentire". Eppure, secondo il giudice dell'udienza preliminare, "la corposa attività d'indagine posta in essere dall'Ufficio di Procura presso questo Tribunale non ha consentito - a parere di questo Giudice - di individuare alcuna condotta penalmente rilevante a carico dei magistrati oggi indagati che fosse volta ad indurre consapevolmente Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni e a incolpare".
Le dichiarazioni discordanti del falso pentito - Per arrivare a questa conclusione, il gip prende le mosse delle dichiarazioni discordanti di Scarantino. Prima dice di essere stato indotto dai soli poliziotti senza la presenza dei magistrati, ma poi dice l'esatto contrario. "Chiesti chiarimenti- scrive il giudice - in merito alle diverse dichiarazioni rese nel tempo sulle condotte dei magistrati che si erano occupati della sua collaborazione, alle sue varie ritrattazioni, alle dichiarazioni reticenti e ai vari "non ricordo", lo Scarantino ha giustificato la sua condotta in maniera confusa, addossandosi la colpa in quanto soggetto emotivamente instabile e additando la Polizia come la causa della "rovina della sua vita".
In sostanza Vincenzo Scarantino viene creduto solamente quando accusa esclusivamente la polizia. O meglio, quando davanti ai magistrati di Messina ritratta nuovamente la sua versione. Si legge sempre nell'ordinanza di archiviazione che "d'altronde, senza la successiva collaborazione di Spatuzza Gaspare (iniziata nel giugno 2008), della falsità delle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo non vi sarebbe stata alcuna certezza".
La totale mancanza di attendibilità di Scarantino era nota dal 1995 - Eppure, molti anni prima qualche altra certezza c'era stata. Parliamo del 3 gennaio del 1995, quando c'è stato il confronto tra Scarantino e i collaboratori di giustizia Totò Cancemi, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo. Ed è proprio in quel confronto che emerse la totale mancanza di attendibilità di Scarantino. Ma è accaduto che il verbale del confronto è rimasto nel cassetto per diverso tempo. Alla data dei confronti, ovvero il 13 gennaio 1995, nessuno dei processi riguardante la strage di via D'Amelio era stato ancora definito.
La sentenza del primo processo concluso, il Borsellino 1, viene pronunciata solo nel gennaio del 1996, a distanza di oltre un anno dall'avvenuta assunzione dei confronti. Il deposito di quei verbali demolitori della figura di Scarantino, quanto al profilo criminale quanto al contenuto delle dichiarazioni, avrebbe potuto quindi incidere sensibilmente sulle conclusioni di quel processo. Che invece, com'è noto, si concluse accettando l'intero impianto accusatorio basato sulla parola di Scarantino e condannandolo all'ergastolo.
Scarantino congedato dal servizio militare perché ritenuto "neurolabile" - Il verbale uscì fuori grazie alla tenacia dell'avvocato Rosalba Di Gregorio, che all'epoca difese alcuni imputati poi condannati ingiustamente per la strage. La commissione Antimafia della Sicilia, nella sua relazione, ha evidenziato che il mancato deposito di detti verbali nella segreteria del pubblico ministero ha "sicuramente determinato una grave deviazione processuale, perché ha impedito alla Corte di Assise di Caltanissetta una piena cognizione ed una corretta valutazione dell'inesistente affidabilità di Scarantino".
Un iter processuale, quindi, che già nel 1995 avrebbe avuto un esito diverso, se solo si fosse portato a conoscenza di quel verbale, il perno principale che avrebbe fatto decadere tutte le accuse senza arrivare fino al Borsellino Quater. Come se non bastasse, nel 2019, durante il processo depistaggio contro i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, esce fuori un documento che attesta che Vincenzo Scarantino fu congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici "neurolabile".
È stato prodotto dall'avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina e Gaetano Murana, ex imputati falsamente accusati e poi scagionati e scarcerati. Secondo quanto risulta nel documento del 1986 a Scarantino venne diagnosticata una "reattività nevrosiforme persistente in neurolabile". Motivo in più per chiedersi del come mai non si siano fatti tutti quegli accertamenti quando a suo tempo presero per oro colato le false dichiarazioni di Scarantino. Una Fiammetta Borsellino, delusissima dell'archiviazione, si è lasciata andare a un amaro "cane non mangia cane".
di Rocco Schiavone
L'Opinione, 5 febbraio 2021
"Non parliamo di certi giornalisti che noi al Csm e all'Anm - quando ne facevo parte - definivamo come magistrati onorari aggregati, impegnati sempre a portare avanti nelle loro campagne di stampa le verità rivelate dei loro referenti tra le correnti in magistratura".
La vera inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 è quella che arriva dalle parole di Luca Palamara. Non è stata certo quella scialba e un po' imbarazzante che si è svolta in Cassazione, con il solito modello "a distanza e in sicurezza".
In compenso le cose importanti - come quella su citata - si sono sentite in occasione della presentazione tenutasi nella sede del Partito Radicale a Roma del libro "Il Sistema". Scritto a quattro mani dal direttore de "Il Giornale" Alessandro Sallusti proprio con il "neo capro espiatorio delle magagne in toga", l'ormai reietto Luca Palamara.
Quest'ultimo, che quel tipo di stampa e di giornalismo che va a braccetto con quel tipo di magistratura vorrebbero fare passare da pazzo e delinquente come fece la mafia con Joe Valachi - piuttosto che dar lui almeno la dignità di un Tommaso Buscetta della categoria, o, non sia mai, quella di uno che ha scelto di sacrificarsi per tutti confessando i misfatti della casta - mena fendenti a destra e a manca. Non solo nelle rivelazioni ex post di una venticinquina d'anni di storia d'Italia, dalle sentenze contro Silvio Berlusconi a oggi in particolare, ma anche nella chiamata in causa di istituzioni terze alla magistratura stessa. Vedi la attuale Presidenza della Repubblica. Asseritamente e inspiegabilmente ansiosa di piazzare un suo vecchio amico come procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Manovra che Palamara oggi svela nel libro precisando di avere detto "no" alle sollecitazioni in materia che gli arrivarono quando era potente. Il libro è ovviamente una miniera anche per le rivelazioni su Henry John Woodcock e le sempre asserite indegne manovre per incastrare l'ex premier Matteo Renzi puntando su inchieste che riguardavano i genitori. Ma soprattutto appare in ogni caso una sia pur tardiva scelta di verità del tutto in contrapposizione con l'aplomb della cerimonia dei vari anni giudiziari in un paese in cui la giustizia non funziona. Quando non fa orrore.
È del 29 gennaio scorso un pezzo di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera che fa la cronaca delle lunghe code di persone colpite da ingiusta detenzione preventiva - e poi assolte nel successivo lungo quando non interminabile processo - che chiedono i risarcimenti negli uffici giudiziari delle rispettive città. E sembra che le percentuali di questi errori per cui vengono chieste le dovute riparazioni vada da un caso su tre di media nazionale a una punta di due su tre che riguarda la Corte di Appello di Varese. Diciamo che Palamara nella sua conferenza stampa di oggi con Sallusti ha fatto la sua contro-inaugurazione dell'anno giudiziario 2021. Quella fuori dai denti che ogni cittadino può comprendere. E allora oggi cosa è la magistratura italiana? Quella delle inaugurazioni di repertorio a distanza o quella che racconta Palamara? Speriamo non sia una domanda retorica.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 5 febbraio 2021
Il gup di Messina ha archiviato le indagini sui magistrati Palma e Petralia. Ma allora chi è che ha istruito il falso pentito accreditato da Di Matteo? Forse si vuole gettare la croce addosso ai poliziotti, di cui uno morto?
I pubblici ministeri sono innocenti, i poliziotti, ancora sotto processo per il reato di calunnia, si vedrà. Forse Vincenzo Scarantino, protagonista suo malgrado del più grande depistaggio di Stato sulla strage di via D'Ameno e l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, si sarà torturato da solo fino a inventarsi le proprie responsabilità nel delitto.
Solo questa può essere la verità emersa dalla decisione assunta dal gup di Messina, che ha accolto la richiesta di archiviazione nei confronti dei due ex pubblici ministeri di Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, indagati per calunnia aggravata per aver costruito insieme al vicequestore Arnaldo La Barbera il falso pentito della strage. I due magistrati possono ora dormire sonni tranquilli, una nel suo nuovo ruolo di avvocato generale a Palermo, l'altro come procuratore aggiunto a Catania. Sono tanti gli assurdi di questa storia.
Prima di tutto perché dall'inchiesta è stato escluso l'altro pm delle indagini, Nino Di Matteo. Perché era giovane, appena arrivato, si dice. Argomento cui risponde Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato ucciso, dicendo che ci sarebbe da indignarsi, se davvero la sorte di suo padre fosse stata affidata a un ragazzino alle prime armi. Cosa che lei non crede, infatti lo chiama a rispondere delle proprie responsabilità nelle indagini dirette a senso unico. Ricordando il fatto che Di Matteo, chiamato a deporre al processo "Borsellino quater", ha di fatto ammesso la propria partecipazione attiva a ogni fase dell'inchiesta.
"Nei primi interrogatori abbiamo creduto che le dichiarazioni di Scarantino fossero genuine - aveva detto. Solo dopo abbiamo intuito che fossero inquinate". Intuìto? E quando, visto che undici persone innocenti sono state in carcere per quindici anni, fino alla deposizione del "pentito" (vero) Gaspare Spatuzza nel 2008? E visto che nel frattempo il piccolo spacciatore veniva ripetutamente "preparato" da poliziotti e magistrati prima di ogni interrogatorio, fatto che non viene smentito.
Ma che andrebbe chiamato con il nome giusto. Perché evidentemente qualcuno suggeriva quel che Scarantino doveva dire. L'altro assurdo è il fatto che ancora oggi si dia credito al falso pentito, che ha fatto l'ennesima giravolta a Messina rispetto a quanto testimoniato in aula a Caltanissetta, e che ora scarica ogni responsabilità sui poliziotti, mentre prima aveva fatto nomi e cognomi dei magistrati. Facile colpire La Barbera, prima di tutto, che è morto nel 2002.
E poi i tre ex agenti che potrebbero, alla fine, diventare dei veri capri espiatori di un'operazione nata a cresciuta nel mondo delle toghe, oltre che delle divise ad alto livello. Cioè quelli abituati a gonfiare il petto davanti alle telecamere dopo ogni retata, dopo ogni arresto eccellente per la soluzione dei casi più spinosi. Ma che sono poi pronti a scaricare su altri le proprie responsabilità. Magari condizionando, ancora oggi, il falso pentito, aiutandolo (ma senza suggerire, per carità) prima di ogni deposizione.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 5 febbraio 2021
"In carcere anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri". A Poggioreale su 2mila detenuti solo uno può andare a lavorare fuori. Sei visite ispettive, oltre 500 detenuti incontrati e un migliaio di telefonate ricevute dai familiari degli stessi per denunciare violenze, criticità sanitarie, casi di Covid, condizioni igieniche precarie, problemi economici e le lungaggini burocratiche. Sono solo alcuni dati del report di 64 pagine presentato dal garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia al termine del suo primo anno di mandato.
"Sono il garante del popolo" ha spiegato Ioia, 62 anni, nel corso della conferenza stampa al Gridas (Gruppo Risveglio Dal Sonno) di Scampia. Un anno intenso, segnato dall'emergenza coronavirus che ha accentuato ulteriormente le criticità presenti nelle carceri italiane e, in questo caso, napoletane. Un anno segnato anche dalla quasi totale assenza dell'amministrazione comunale partenopea. Dopo la nomina di Ioia infatti il sindaco de Magistris "è sparito, doveva venire con noi in visita ai detenuti ma non si è fatto più sentire".
Ioia, che non percepisce uno stipendio per l'attività che svolge (perché non previsto dal comune partenopeo), non ha un ufficio ("il mio ufficio è il bar") ma, nonostante i pochi mezzi a disposizione, è riuscito a diventare in pochi mesi un vero e proprio punto di riferimento per i familiari dei detenuti ristretti nel carcere di Poggioreale, in quello di Secondigliano e nell'istituto minorile di Nisida.
Nel suo lavoro quotidiano è stato affiancato da due donne, Sara Romito e Sara Meraviglia, che in questo lungo e intenso anno hanno avviato contatti con associazioni presenti sul territorio per garantire i servizi minimi ai detenuti e ai loro familiari. "Nelle prossime settimane attiveremo uno sportello legare gratuito presso il centro Gelsomina Verde di Scampia in modo tale da aiutare i parenti che non hanno la possibilità di sostenere la spesa economica di un avvocato" ha spiegato Romito. Ioia nel corso dell'ultimo anno ha incontrato anche quattro detenuti che hanno provato a togliersi la vita. "Con il Covid, le attività ricreative dimezzate, i tempi burocratici relativi alle decisioni su pene alternative, procedimenti penali, visite specialistiche, la vita all'interno è diventata un incubo" spiega il garante comunale.
"Ci sono tanti detenuti con patologie pregresse, ci sono anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri. È sempre una tragedia, ogni volta che li incontro mi dicono sempre le stesse cose. Ce ne sono tantissimi che potrebbero uscire prima, perché hanno pochi mesi da scontare, e invece non accade nulla" aggiunge Ioia. "Purtroppo lo Stato è assente soprattutto nelle carceri della Campania. È stato un anno difficile, ci sono stati morti per Covid, ci sono state violenze accuratamente preparate e disposte dopo le rivolte, così come è capitato a me 30 anni fa" spiega Ioia.
Un altro dato eclatante è relativo all'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, quello che permette ai detenuti che ne fanno richiesta e ne hanno i requisiti di svolgere un'attività lavorativa all'esterno delle mura carcerarie. "Il caso di Poggioreale è emblematico - spiega Sara Meravaglia dei Radicali Italiani - perché a fronte di una popolazione detentiva di quasi 2mila unità c'è un solo detenuto a cui è stato consentito di svolgere attività esterna".
"Il problema - aggiunge - è legato alle scarse risorse destinate ai penitenziari e alle istituzioni che non svolgono il ruolo di mediatori tra la comunità cittadina e il carcere stesso". Presente alla conferenza stampa anche Antonio Piccirillo, 25 anni, figlio del boss Rosario Piccirillo (attualmente detenuto), che entrerà nello staff di Pietro Ioia per lavorare alla costruzione di un'alternativa per chi si trova in carcere.
Antonio Piccirillo (di cui parleremo in modo approfondito in un articolo che verrà pubblicato a breve) è salito agli onori delle cronache nel maggio del 2019 quando partecipò a una fiaccolata in piazza Nazionale dopo l'agguato subito dalla piccola Noemi, la bimba di 3 anni ferita per errore mentre si trovava fuori a un bar in compagnia della nonna e della madre.
di Massimo Romano
napolitoday.it, 5 febbraio 2021
Antonio Piccirillo ha 25 anni: "Per vent'anni ho sofferto per mio padre in carcere". Il garante dei detenuti lo vuole al suo fianco: "Voglio parlare al cuore dei papà, spiegare loro quanta sofferenza causano alle loro famiglie". Antonio Piccirillo ha 25 anni e 20 li ha trascorsi andando a trovare il padre detenuto in varie carceri. La sua vita è improvvisamente cambiata quando nella primavera del 2019, dopo il ferimento della piccola Noemi, dichiarò pubblicamente di essere figlio di un boss, Rosario Piccirillo, e di volersi dissociare da tutto quanto il padre avesse fatto.
Nonostante la giovane età, Antonio ha le idee chiare e le spalle larghe e lo ha dimostrato ancora una volta quando, in occasione della presentazione del report sulle carceri prodotto dal garante dei detenuti Pietro Ioia, ha annunciato il suo desiderio: "Voglio affiancare Pietro nel lavoro che svolge nei penitenziari. Voglio parlare ai padri che sono in cella. Voglio spiegare loro la sofferenza che causano alle loro famiglie, ai loro figli. Voglio convincerli a cambiare strada".
È consapevole che le parole non basteranno, che perché qualcosa si muova va cambiata l'idea stessa del carcere e va buttato giù un muro fatto di pregiudizi. "C'è una grande battaglia da fare. So cosa vuol dire camminare con un'etichetta addosso. Io e mio fratello siamo stati sempre i figli del boss. Io voglio parlare di programmi di recupero, di valorizzazione dei detenuti. Spero che le istituzioni mi consentano di intraprendere questo percorso insieme a Pietro Ioia".
di Matilde Bellingeri
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2021
La diversità del bene protetto della fattispecie penale descritta dall'articolo 640 c.p. e quella indicata dall'articolo 346-bis c.p. consente il concorso formale fra le due norme. Così si è espressa la Sesta Sezione Penale della Suprema Corte (sentenza n. 1869/21, depositata il 18 gennaio) circa la sussistenza di continuità normativa tra il reato di millantato credito e quello di traffico di illecite influenze. Il delitto di traffico di influenze illecite previsto dall'art. 346 bis c.p. è stato introdotto con la L. n. 190/2012. Precedentemente, l'unica fattispecie astrattamente idonea a reprimere le condotte corruttive volte ad alimentare i mercati illegali e la libera concorrenza era il millantato credito (346 c.p.) il quale prevedeva:
1) al comma 1, l'ipotesi in cui la promessa o dazione di denaro o altra utilità fosse funzionale alla remunerazione del mediatore per l'attività svolta nei confronti del pubblico ufficiale "come prezzo della propria mediazione";
2) al comma 2, l'ipotesi consistente nel farsi dare o promettere denaro o altre utilità "col pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale o impiegato o di doverlo remunerare".
La differenza risiedeva nella prospettazione che il "venditore di fumo" ne avrebbe fatto al "potenziale" corruttore, come prezzo o come costo della propria mediazione. Le condotte previste dall'art. 346, comma 2 c.p. si ponevano in rapporto di specialità con il delitto di truffa, la condotta censurata avrebbe potuto realizzarsi solo attraverso quegli artifici e raggiri propri del reato di truffa. La L. n. 190/2012 ha introdotto la fattispecie di traffico di influenze illecite (346 bis c.p.) prevedendo la punizione di chi, sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, si faceva dare o promettere a sé o ad altri, indebitamente, denaro ad altra utilità, come prezzo della propria mediazione (a vantaggio del mediatore) o, in alternativa, quale remunerazione, destinata al pubblico ufficiale.
Tale fattispecie, molto simile a quella del millantato credito, introduceva una sanzione per il compratore dell'influenza indebita.
Gli elementi differenziali tra l'art. 346 bis e il millantato credito (art. 346) erano essenzialmente due:
1) l'inserimento dell'aggettivo "esistenti", come elemento qualificante le relazioni sussistenti tra il mediatore e il pubblico ufficiale;
2) l'espressa previsione della punibilità del privato che indebitamente dà o promette denaro o altro vantaggio patrimoniale. Sul piano intertemporale, la riforma Severino aveva ad ogni effetto introdotto una nuova incriminazione, con conseguente applicabilità del principio irretroattività sfavorevole di cui all'art. 2, I, c.p. per il traffico di influenze commesso in epoca antecedente al 2012.
Successivamente, la legge n. 3/2019 ha abrogato il millantato credito (346 c.p.) e contestualmente riformulato il traffico di influenze (346 bis c.p.), ricomprendendovi oltre allo sfruttamento di relazioni esistenti con un pubblico ufficiale, anche la condotta di chi vanta relazioni puramente asserite. L'intento del legislatore era quello di realizzare una piena continuità normativa tra le fattispecie in esame. Tale obiettivo si è pacificamente realizzato con riferimento alla condotta in precedenza prevista dall'art. 346 comma 1 c.p.; a diversa conclusione si deve invece giungere con riferimento alle condotte in precedenza punite al comma 2 dell'art. 346 c.p. il quale prevedeva la punibilità di colui il quale riceve la dazione "col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale, o di doverlo remunerare".
I contrasti. Secondo quanto affermato da Cass. pen. n. 5221/2020 "la mancata riproposizione del termine "pretesto" contenuto nella precedente ipotesi di reato o altro di natura equipollente, che come sopra osservato, fondava il carattere autonomo della fattispecie di reato di cui all'art. 346, comma secondo, cod. pen. - inserendo la stessa in una storicamente riconosciuta particolare ipotesi di truffa - fa ritenere che non vi sia identità tra la norma abrogata e quella oggi prevista dall'art. 346 bis c.p. per come modificata dalla L. 9 gennaio 2019, n 3". Come si è accennato in precedenza, l'art. 346 comma 2 c.p. era in rapporto di specialità unilaterale con la fattispecie di cui all'art. 640 c.p. In relazione alle condotte commesse "col pretesto", dunque, si sarebbe realizzata un'ipotesi di abrogazione con contestuale riespansione dell'art. 640 c.p.
Inoltre, per effetto della modifica del 2019, il comma 2 art. 346 bis c.p. ha esteso alle condotte originariamente previste dall'art. 346 comma I c.p. la punibilità per il privato "potenziale" corruttore, rappresentando un fenomeno di nuova incriminazione, con conseguente applicazione del principio di irretroattività sfavorevole. Conseguentemente, dopo il 2019, non sarà punibile il soggetto che effettua la dazione al "venditore di fumo".
Questo orientamento non ha trovato conferma nella recente pronuncia della Cass. pen. n. 1869/2021, la quale non condivide la precedente prospettiva ermeneutica per diverse ragioni. In primo luogo, non avrebbe analizzato il fatto che entrambe le ipotesi di cui all'art. 346 c.p. prevedevano un delitto del privato contro la P.A., il cui retto e imparziale funzionamento costituisce l'unico oggetto della tutela, leso, nell'ipotesi di cui al comma 2, dal fatto che il pubblico ufficiale verrebbe prospettato quale persona corrotta o corruttibile.
Inoltre, la precedente pronuncia avrebbe disatteso quell'orientamento secondo il quale, l'ipotesi di cui al comma 2 dell'art. 346 c.p. si differenzierebbe dal delitto di truffa per due ragioni. Da un lato, per la diversità della condotta (non essendo necessaria né la millanteria né una generica mediazione); da altro, per l'oggetto della tutela penale (rispettivamente il prestigio della pubblica amministrazione e il patrimonio). Con la conseguenza che l'unica parte offesa ex art. 346 c.p. sarebbe la pubblica amministrazione e non, anche, colui il quale abbia versato somme al millantatore. Ciò considerato, secondo la pronuncia in commento, il reato di millantato credito potrebbe concorre, formalmente, con quello di truffa, stante la diversità dell'oggetto della tutela penale.
Le due norme si porrebbero, contrariamente rispetto a quanto precedentemente affermato, in totale continuità normativa non verificandosi ipotesi di abrogatio criminis integrale.
Sebbene, in astratto, la neonata macro-fattispecie di cui all'art. 346-bis c.p. sembri avere una dimensione applicativa amplissima, è ben evidente come i problemi di coordinamento tra l'art. 640 c.p. e l'art. 346 c.p., oggetto di serrato dibattito tra i penalisti, siano destinati a riproporsi in relazione all'art. 346-bis c.p.
ilsicilia.it, 5 febbraio 2021
Riceviamo e pubblichiamo una nota del Comitato Esistono i Diritti, inviata a seguito dell'ok sulla trattazione dell'atto in Consiglio Comunale a Palermo da parte del Presidente di Sala delle Lapidi Totò Orlando, circa la istituzione del Garante dei detenuti nel Comune di Palermo.
"Apprendiamo che la giunta comunale ha dato seguito alle sollecitazioni della dirigenza e degli iscritti al Comitato per l'istituzione della figura del garante dei diritti per i cittadini detenuti - scrive il Comitato - che teniamo a ribadire, con un più ravvicinato rapporto fra istituti detentivi e amministrazione, come comitato esistono i diritti, riteniamo indispensabile alla salvaguardia dei diritti fondamentali della persona all'interno delle case circondariali nella città metropolitana di Palermo.
Ci chiediamo quindi adesso cosa manchi perché la Città si doti definitivamente e quanto prima di questa figura quanto mai indispensabile. La realtà carceraria, prima che la cronaca ogni giorno, ci fornisce elementi di urgenza per la tenuta del sistema detentivo oltre che delle garanzie costituzionali. Volendo fare seguito a quanto fin qui fatto ci appelliamo a chi ne ha il potere, al consiglio comunale tutto, perché adesso si faccia presto e bene sul tema garante dei diritti dei detenuti.
- Genova. La scialuppa di salvataggio per i figli dei carcerati
- Castelfranco Emilia (Mo). Anche i detenuti della Casa-lavoro produrranno tortellini
- Ancona. Il reinserimento passa per l'agricoltura: le carceri diventano orti sociali
- Trento. I detenuti di pregano per noi con "Scintille"
- Saluzzo (Cn). Matricole dietro le sbarre, Torino fa scuola











