Vita, 5 febbraio 2021
Per restituire quello che ha concretamente significato il progetto "La Barchetta Rossa e la Zebra", l'iniziativa partita 3 anni fa, nel carcere maschile Marassi e nella casa Circondariale femminile Pontedecimo di Genova, partiamo dalle parole di una mamma: "Ho imparato a conoscere il mio compagno in galera. Grazie al supporto degli educatori abbiamo capito come affrontare i nostri problemi. Barchetta Rossa non mi ha abbandonato, non ha abbandonato lui che sta scontando la sua pena e ha supportato nostra figlia, una bambina di 3 anni".
Dopo la ristrutturazione degli spazi a misura di bambino, dove i figli possono attendere il momento del colloquio in un ambiente adatto alla loro esigenze, sono stati avviati momenti di formazione per i genitori detenuti, per gli assistenti sociali, e per la polizia penitenziaria per spiegare qual è la strada più idonea per entrare in relazione con i minori che vivono un momento delicato del loro percorso di crescita accentuato dall'assenza di uno o di entrambi i genitori.
"La Barchetta Rossa e la Zebra" è il risultato di una sperimentazione straordinaria, corale e unica in Italia nata dalla relazione tra le associazioni territoriali genovesi del Terzo settore - il Cerchio delle Relazioni, capofila dell'iniziativa, la cooperativa sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova con la Fondazione Francesca Rava Nph Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due case circondariali e il ruolo di project manager del progetto.
Con il privato sociale hanno lavorato le istituzioni pubbliche, l'amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e il comune di Genova. L'iniziativa è stata finanziata dal Bando Prima Infanzia (0-6 anni) dell'impresa sociale Con i Bambini. "Siamo in presenza di uno dei migliori progetti che abbiamo sostenuto", ha spiegato Carlo Borgomeo, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini, durante il webinar "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo Metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino", organizzato lo scorso dicembre per restituire in un momento pubblico, con oltre 200 partecipanti, tra cui Luca Villa, presidente del Tribunale per i minorenni di Genova, Marco Bucci, sindaco della città, Maria Milano, direttore del carcere di Marassi e Domenico Arena, direttore dell'Uepe, i risultati raggiunti in tre anni di sperimentazione.
"È un progetto innovativo", ha spiegato Borgomeo, "e sono le iniziative di questo tipo che possono contaminare le politiche". I bambini spesso vengono tenuti all'oscuro delle cose. "Gli si dice che il papà è lì perché sta lavorando", spiega Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Cerchio delle Relazioni, "e il progetto ha ridato ai genitori il potere di saper rispondere alle domande dei loro figli". "L'obiettivo imprescindibile", continua Maria Vittoria Rava, presidente di Fondazione Rava, "è quello di mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane. I genitori devono poter essere genitori sia fuori sia dietro le sbarre.
La figura dell'operatore "barchetta rossa" deve svilupparsi a livello nazionale e per farlo servono fondi e tutta la collaborazione possibile tra privato sociale, assistenti sociali, politica ed istituti penitenziari che devono avere un'apertura diversa". "Il beneficio di un progetto come la Barchetta Rossa si riversa non solo su genitori e bambini ma su tutti gli stakeholder che lavorano in carcere e di conseguenza su tutta la comunità", conclude la presidente di Fondazione Rava.
modenatoday.it, 5 febbraio 2021
Le sfogline si recheranno nella struttura carceraria per insegnare i loro "segreti" ai detenuti: la produzione sarà venduta nello spaccio esterno al Forte Urbano. Ieri è stato sottoscritto l'accordo tra il Comune, la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia e nuova Associazione "Maestre Sfogline di Castelfranco Emilia" collegata alla storica Associazione La San Nicola grazie al quale, nella casa di lavoro, sarà allestito uno spazio per la produzione e la vendita del Tortellino tradizionale di Castelfranco Emilia.
Durante tutto l'anno sarà quindi finalmente possibile acquistare il Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia che sarà venduto al pubblico direttamente dallo spaccio esterno alla storica struttura del Forte Urbano che ospita la Casa Lavoro. Tutto questo grazie ad un progetto del Comune di Castelfranco Emilia finanziato dalla Regione Emilia Romagna sul tema della promozione della Sicurezza. Presenti alla firma di questo protocollo d'intesa il Sindaco di Castelfranco Giovanni Gargano, la Direttrice dell'Istituto Dr.ssa Maria Martone, Sergina Caponcelli, Presidente dell'Associazione Maestre Sfogline ed il Presidente dell'Associazione La San Nicola Giovanni Degli Angeli.
E saranno proprio le sfogline a varcare le mura del Forte Urbano per insegnare agli internati la preziosissima arte della preparazione del Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia, dall'impasto alla creazione dell'ombelico più invidiato e copiato al mondo. "Non posso che esprimere la mia profonda soddisfazione - ha dichiarato il Sindaco di Castelfranco Emilia Giovanni Gargano - perché finalmente vedo concretizzarsi questo nuovo progetto a cui tenevo veramente tantissimo. Il Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia è l'unico prodotto che non è tutelato da Consorzio ma è tutelato dalla nostra Comunità e si porta con sé tutti nostri valori di Comunità, compresa la solidarietà. Questo concetto è espresso nel brand della nostra Città: Castelfranco, l'Emilia Ripiena".
"L'obiettivo è quello di dare concretamente un sostegno in più a tante persone che stanno completando il loro percorso di reinserimento nella società dopo aver pagato per errori commessi in passato ed aver dimostrato, nei fatti, di essere pronte ad affrontare una nuova vita. Il più delle volte, forse banale dirlo ma è bene ricordarlo, per chi ha trascorsi detentivi non è semplice uscire e intraprendere un nuovo cammino. Ed è proprio questa la mission di questa struttura. E nostro dovere aiutarli in questo percorso che sia auspicabilmente il più virtuoso possibile. La definizione di "Carcere aperto", che amo, ha come base proprio il senso e il significato di relazione interna ed esterna della struttura carceraria con il Territorio circostante dove questa struttura non è vista o sentita come un'inclusione ma che pian piano diventa parte (di fatto lo è!) della Comunità, con precise finalità educative e valoriali.
Attraverso l'insegnamento di un lavoro, o di un'arte: sì, perché così va considerata la preparazione del Tortellino Tradizionale di Castelfranco Emilia. E per tutto questo, desidero esprimere la mia profonda gratitudine alla Dott.ssa Maria Martone per aver sposato l'idea ed essersi attivata fattivamente sin da subito, insieme ai vertici del Ministero della Giustizia, dando piena e convinta disponibilità alla fattibilità del progetto.
Un grazie che condivido, con un forte abbraccio, anche con Sergina Caponcelli e Giovanni Degli Angeli e le rispettive Associazioni che hanno risposto con entusiasmo a questo nuovo appello. Ancora una volta - ha concluso il Primo Cittadino è importante ricordare quanto sia importante, per fare bene, farlo insieme alla propria Comunità".
di Gino Bove
anconatoday.it, 5 febbraio 2021
L'obiettivo è aumentare il numero delle strutture penitenziarie marchigiane coinvolte nei progetti agricoli con l'inserimento della Casa detentiva di Pesaro e l'ampliamento delle attività zootecniche a Barcaglione di Ancona. Rinnovato il protocollo d'intesa per la riabilitazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti in agricoltura.
L'obiettivo è aumentare il numero delle strutture penitenziarie marchigiane coinvolte nei progetti agricoli formativi e riabilitativi, con l'inserimento della Casa detentiva di Pesaro e l'ampliamento delle attività zootecniche a Barcaglione di Ancona. Contestualmente si avvieranno le attività già previste a Monteacuto di Ancona e proseguiranno quelle svolte nel carcere di Ascoli Piceno. Lo strumento per regolamentare queste iniziative è rappresentato dal rinnovo del protocollo tra Regione Marche e il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria per l'Emilia Romagna e le Marche.
A Palazzo Raffaello (sede della Giunta regionale), il vicepresidente Mirco Carloni, assessore all'Agricoltura e il provveditore Gloria Manzelli hanno sottoscritto l'intesa che sosterrà i progetti di orticoltura sociale e didattica, promossi insieme all'Assam, nelle carceri marchigiane, nel periodo 2021-2023. "Orto sociale in carcere" rappresenta un'articolazione del più vasto progetto regionale di agricoltura sociale e didattica denominato "Ortoincontro".
Il settore che coinvolge gli istituti penitenziari valorizza la vocazione agroalimentare del territorio. I detenuti coinvolti, individuati dal Provveditorato sulla base di una sottoscrizione volontaria di un patto di "alto profilo trattamentale", mira alla riabilitazione del detenuto, coinvolgendolo nei processi produttivi stagionali e al suo inserimento lavorativo, al termine della pena, nel settore agricolo, grazie alle competenze acquisite. Il protocollo individua le attività che verranno svolte nelle Case circondariali.
A Montacuto di Ancona, quelle legate alla vitivinicoltura (con l'impianto di un vigneto) e all'orticoltura. Ad Ascoli Piceno si continuerà con l'orticoltura già avviata. A Pesaro si punterà sul vivaismo, a supporto delle attività orticole svolte nelle altre strutture detentive marchigiane. A Barcaglione di Ancona verranno invece implementate e diversificate le attività agricole avviate da tempo, essendo stata la prima struttura coinvolta nel progetto. L'orto, grazie a un invaso meteorico, è coltivato da sei anni, con la collaborazione di tutors pensionati della Coldiretti di Ancona, coinvolgendo quasi la metà dei detenuti. Successivamente sono state sviluppate altre attività agricole, su un terreno demaniale di due ettari che ha consentito la nascita dell'Azienda Barcaglione. Annovera un uliveto da 300 olivi (di varietà autoctone marchigiane), le cui olive vengono raccolte e lavorate direttamente in un mini frantoio interno per la produzione di diversi oli monovarietali.
Dispone anche di una serra di circa 450 mq per la produzione di talee di olivo (rametto destinato a radicarsi), da due anni riconvertita alla coltivazione di frutti rossi (more, lamponi, mirtilli), gestita da una società agricola che assume un paio di detenuti per la lavorazione stagionale. Ha poi un apiario di 20 famiglie di razza Ligustica (ape italiana) per la produzione di miele.
A fine 2020 Barcaglione ha avviato un allevamento di ovini da latte per la produzione di formaggio. Con il nuovo protocollo verrà implementata l'attività zootecnica attraverso la realizzazione di un piccolo pollaio per l'allevamento di galline ovaiole della pregiatissima razza autoctona "Ancona", pressoché scomparsa dal territorio. A questo progetto collaboreranno, oltre l'Assam, l'Istituto zooprofilattico Umbria Marche e la Federazione regionale Coldiretti".
vitatrentina.it, 5 febbraio 2021
È maturata nel tempo all'interno dell'equipe pastorale che opera nel carcere di Trento e viene lanciata in questi giorni una proposta già apprezzata dai detenuti e dagli operatori in via sperimentale. È denominata "Scintille di preghiera" e si basa su un rovesciamento di prospettiva rispetto alla consueta "attenzione verso il carcere".
"La novità di questa proposta - spiega un semplice depliant di presentazione - sta nel fatto che è dall'esterno del carcere che le richieste di preghiera vengono affidate a chi vive e lavora all'interno dell'istituto penitenziario".
Alcuni detenuti e anche alcuni operatori, singolarmente, si sono presi l'impegno di dedicare un tempo personale di preghiera (anche attraverso l'utilizzo di un piccolo rosario di legno, acquistabile per loro presso la Libreria Ancora) in favore della situazione affidata. È il cappellano del carcere che durante la Messa comunica le intenzioni di preghiera (possono essere per una persona, un gruppo, una situazione...) che settimanalmente possono così salire verso il cielo.
"Già da qualche mese ho trovato all'interno del carcere molte disponibilità a tener fede a quest'impegno - spiega don Mauro Angeli, il cappellano che insieme ai volontari ha messo a punto la proposta ora sostenuta da tutta la Diocesi - che consente anche a chi si trova in una situazione di ristrettezza di fare un'azione a servizio di altri, invocando per loro l'aiuto del Signore". Per sostenere l'iniziativa nella fase di coordinamento c'è stata anche la disponibilità della Piccola Fraternità di Gesù di Pian del Levro, sopra Trambileno, che attraverso due volontarie raccoglie le richieste di intenzioni personali (anche via mail) e le fa arrivare in carcere per essere consegnate a detenuti e operatori carcerari.
"È interessante anche questa vivace relazione spirituale fra l'eremo, dove si vive la vita monastica, e la casa circondariale da dove pure possono salire al cielo le intenzioni di preghiera", sottolinea don Mauro che evidenza come quest'iniziativa possa anche modificare la percezione del carcere: non solo luogo di ombre, ma anche ambiente in cui si genera vita - tra detenuti, operatori, volontari, personale sanitario e direzione - dalla quale possono anche scaturire scintille di luce, attraverso la disponibilità di chi compie puntualmente il proprio lavoro o di chi accetta la detenzione nella convivenza anche fra differenti lingue e culture. Ecco, quindi, l'indirizzo mail a cui rivolgere le richieste di preghiera che saranno "girate" poi a chi vive a Spini di Gardolo:
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 5 febbraio 2021
In un momento in cui la Pandemia preoccupa l'Amministrazione carceraria - i contagiati dietro le sbarre non diminuiscono e si attende che la campagna vaccinale dia priorità anche ai reclusi - non si fermano, sebbene con difficoltà, le attività formative nei penitenziari.
Va in questa direzione l'accordo firmato martedì 26 gennaio scorso tra Università di Torino, penitenziario di Saluzzo e Ufficio locale Esecuzione penale esterna di Cuneo per l'avvio del progetto di Polo universitario distaccato da quello del carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino, il primo in Italia nato nel 1998, con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
Hanno firmato il documento, Stefano Geuna, rettore dell'Università di Torino e Giuseppina Piscioneri, direttrice della Casa di Reclusione "Rodolfo Morando" di Saluzzo che da due anni accoglie reclusi maschi in regime di Alta sicurezza, attualmente 375. Come ha evidenziato Franco Prina, docente di Sociologia della Devianza nell'Ateneo torinese, delegato del Rettore per il Polo Universitario per studenti detenuti a Torino e presidente della Conferenza nazionale delegati Poli Universitari penitenziari, "la convenzione intende favorire il diritto e l'accesso agli studi universitari dei detenuti ospitati nel carcere di Saluzzo, garantendo le migliori opportunità di svolgimento dei percorsi di studio anche potenziando la didattica a distanza con l'Ateneo e il Polo subalpino, assicurando condizioni di detenzione che li favoriscano e integrando i percorsi in un programma individualizzato di trattamento finalizzato alla funzione rieducativa della pena come prevede l'articolo 27 della nostra Costituzione".
Al momento i ristretti iscritti al Polo di Saluzzo sono 14 (Giurisprudenza, Comunicazione Itc e Scienze politiche). All'inizio del 2020 erano 31 gli Atenei che, sull'esempio di Torino, sono presenti in vario modo in 82 carceri italiane per un totale di 920 detenuti immatricolati di cui 38 donne. "Nonostante un anno molto faticoso, si è conclusa la lunga e articolata fase di inserimento dei nuovi studenti detenuti per l'Anno Accademico 2020-2021 che ha consentito di inserire nel Progetto ben 20 matricole", ha proseguito Prina durante la presentazione a cui hanno preso parte anche Bruno Mellano, garante dei detenuti del Piemonte e Domenico Arena, direttore dell'Ufficio Esecuzione penale esterna Piemonte-Liguria-Valle d'Aosta, "la situazione si presenta complessa: per la crescita di studenti in carico al 'progetto Polo', arrivati al numero, mai raggiunto in precedenza, di 60 studenti (di cui 11 stranieri), per la loro articolazione di afferenza a 11 corsi di laurea e per le varie collocazioni: 21 studenti nella 'sezione Polo' di Torino e 39 in altre sezioni, altre carceri o altre condizioni".
Tra i nodi da sciogliere, la possibilità di accedere allo studio alle donne recluse - al momento a Torino solo 4 in sintonia con il dato nazionale sia perché la popolazione carceraria femminile è molto inferiore a quella maschile sia perché le sezioni universitarie per ora sono riservate solo agli uomini. L'auspicio - ha sottolineato il Garante dei detenuti regionale Bruno Mellano - è che l'apertura del Polo di Saluzzo incentivi l'iscrizione di altri reclusi agli studi universitari e "spinga l'amministrazione carceraria al potenziamento degli spazi dedicati allo studio in carcere oltre che delle reti digitali pur in un contesto chiuso dove la garanzia della sicurezza è fondamentale".
di Elena Loewenthal
La Stampa, 5 febbraio 2021
Prima hanno proibito loro l'elemosina. Poi stavano per portare via i loro cani: se ne stavano accucciati con santa pazienza, tutto il giorno, con quegli occhi sgranati e spersi. Infine, ieri hanno fatto sloggiare pure loro: i barboni disseminati per il centro di Torino, allungati contro le serrande chiuse, fra una vetrina e l'altra. Là dove di giorno ma soprattutto di notte fa un po' meno freddo perché i portici o un davanzale offrono un modesto riparo. I vigili hanno cacciato i clochard dalle loro postazioni, ordinando di portare via le masserizie e buttarle nei cassonetti della spazzatura adibiti all'uopo. Anche le coperte, hanno dovuto abbandonare. Le coperte: vaghe reminiscenze di calore e casa, qualcosa che deve suonare assai prezioso, dentro vite come quelle.
È vero che si sceglie di vivere per strada non sempre per povertà estrema, perché si è reietti in tutto e per tutto, perché non si ha né si è niente. È vero che talora è una scelta consapevole, per quanto bislacca. È vero che queste vite saltano prepotentemente all'occhio mentre ci sono altre forme di emarginazione e difficoltà magari più pesanti ma meno vistose, e che proprio nel centro, fra vetrine di lusso e struscio gonfio di sacchetti dello shopping (seppure in questo periodo così magro e difficile per tutti), i barboni sotto i portici marmorei e lucidi esprimono con la loro presenza un contrasto quasi intollerabile. In altre parole, è vero che ogni barbone è una storia a sé e forse dovremmo imparare ad ascoltarle, una per una, per scoprire che sono tutte diverse e non se ne può proprio fare un unico fascio.
Ma la scena di ieri li riguarda tutti, ciascuno con la propria storia, ed è una scena che disturba, che lascia negli occhi e giù, in fondo alla pancia, un senso prepotente di amarezza. Possibile che non ci fosse un'altra soluzione, per ripristinare il "decoro" del centro? Possibile che si dovesse farli alzare, piegare i cartoni, raccogliere le stoviglie usa e getta usate chissà quante volte, i sacchetti di plastica pieni di chissà cosa, e buttare tutta quella materia di vita, insieme alle coperte? Se la presenza dei senza tetto in centro costituisce (costituiva?) sicuramente un problema da affrontare, c'era proprio bisogno di farlo così, spazzando via tutto come se non ci fosse mai stato niente?
Difficile pensare che questa "pulizia" sia la soluzione. Non lo è perché non è una soluzione bensì una rimozione, in senso tanto materiale quanto etico (anzi, niente affatto etico). E rimuovere un problema è proprio il contrario del risolverlo. Senza contare la plateale disumanità del gesto in sé: nessuna vita merita un trattamento del genere, neanche se è la vita che si è scelto di condurre. E tanto più se fuori fa freddo e tocca pure abbandonare così nella spazzatura anche la coperta. C'è davvero tanto di inquietante e disturbante in questa "operazione muscolare" fatta per ripulire il centro dai barboni e dalle loro cose. Dovrà pur esistere un modo migliore per farlo, nel rispetto di principi cui non si dovrebbe mai rinunciare, men che meno far fare la fine di una coperta buttata in un cassonetto.
di Andrea De Angelis
vaticannews.va, 5 febbraio 2021
Il luogo di culto all'interno del carcere romano è una realtà di integrazione e fraternità, anche grazie alla sua denominazione, ideata da don Sandro Spriano, per anni cappellano dell'istituto penitenziario. "Quel nome indica che lì c'è un Padre per tutti i detenuti, di qualunque fede. Nessuno escluso", afferma il sacerdote nella nostra intervista.
Esistono luoghi sconosciuti ai più, eppure tanto preziosi. Strutture, edifici, talvolta piccoli, ma ricchi di luce. In grado di portare speranza, di generare incontri, di respirare quell'atmosfera di casa. A Rebibbia, proprio al centro del carcere, si trova la chiesa del Padre Nostro, il luogo di integrazione principale in un carcere che è diviso in quattro istituti penitenziari, a loro volta suddivisi in vari reparti per motivi di sicurezza o per tipologia di reato. Un nome, quello della chiesa, scelto non a caso.
Per tutti i fratelli - Ogni giorno i detenuti musulmani, ortodossi, protestanti si ritrovano, insieme ai cattolici, in questo punto del penitenziario. Ciascuno si sente libero di pregare secondo la propria religione. La chiesa del Padre Nostro si chiama così proprio per una scelta di dialogo interreligioso, visto che all'interno del carcere non sono presenti altri luoghi di culto. Intitolarla ad un Santo o alla Vergine Maria avrebbe reso meno semplice il progetto di don Spriano: far sì che ciascuno si senta accolto, libero di pregare. Di sperare in un futuro migliore.
Spirito di fratellanza - "Quando nel 1991 sono arrivato a Rebibbia, c'era la possibilità di celebrare nei reparti, in tutti i luoghi dove vivevano i detenuti. Però non c'era un luogo abitudinale in cui andare per una Messa più comunitaria, anche più dignitosa dal punto di vista dell'allocazione. Questa chiesa degli anni 70 non era mai stata usata, perché non era consentito ai detenuti uscire dai reparti per raggiungerla".
Inizia così il racconto a Vatican News di don Sandro Spriano, per 31 anni, e fino alla scorsa estate, cappellano di Rebibbia. "Abbiamo cominciato a fare gli incontri dei detenuti con i loro familiari nella piazza della chiesa, che si trova al centro di questo spazio e del carcere. Siamo riusciti a poterla usare - ricorda - iniziando a celebrare la domenica la Messa, reparto per reparto. L'idea era di far uscire i detenuti per andare in chiesa, proprio come fa ogni cristiano la domenica, quando esce di casa per andare nella sua parrocchia".
La scelta del nome - "Questa chiesa - prosegue don Spriano - non aveva un nome, così dopo aver ricostruito l'altare, consacrato dal cardinale vicario Ruini, abbiamo pensato di darle un nome. Erano circa cinque anni che mi trovavo a Rebibbia. Io cercai in tutti i modi di mettere in atto la mia idea, cioè di chiamarla 'Chiesa del Padre Nostro' e spiegai che l'intenzione era di far capire che lì c'era un Padre per tutti quei cittadini che vivevano in carcere, nessuno escluso. Per tutti quelli che pensavano a Dio, avevano una fede, fossero cristiani, musulmani o ebrei. Questo non importava".
Tantissimi i "grazie" - "Nel corso degli anni - racconta don Spriano - tantissimi hanno espresso il loro apprezzamento per questo luogo di culto. Si sentivano un po' a casa, venire tutti in un luogo per pregare è importante. Quando celebravo, anche con 300 detenuti, nessuno fiatava e questa cosa mi emozionava, ero commosso. A volte faticavo a parlare, davanti a quegli uomini che ascoltavano la Parola e tante persone hanno fatto un vero cammino di fede".
"Quando nel 2015 venne Papa Francesco, lui ascoltò tutte le persone e mi meravigliai di come tutti gli chiedessero una preghiera, una benedizione. Per me - conclude - fu una cosa molto bella, in fondo, pensai, le persone non sono così materialiste come a volte si crede". Sono numerose le occasioni in cui Francesco, nel corso del suo pontificato, si è recato in visita nelle carceri così come le volte in cui ha parlato dei detenuti.
Ponti di speranza - Nell'udienza del 14 settembre 2019 ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, il Papa ha chiesto di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Quindi il suo forte invito a non scoraggiarsi, ma a far fronte alle difficoltà ed alle insufficienze: "Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, è un problema grande che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono - ha affermato in quell'occasione Francesco - la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero". Di recente, poi, il Papa ha voluto ricordare le tante mamme in fila fuori dalle carceri per vedere il loro figlio detenuto.
L'amore di Dio - Dio è come "un buon padre e una buona madre" che "non smettono mai di amare il loro figlio, per quanto possa sbagliare". È l'immagine che Papa Francesco ha usato nella catechesi dell'udienza generale di mercoledì 2 dicembre 2020, per far capire il senso profondo della benedizione, connessa strettamente alla speranza e all'amore di Dio per ciascuno, anche per gli "irrecuperabili".
Per tutti. Dio, infatti, ha rimarcato il Papa, "non ha aspettato che ci convertissimo per cominciare ad amarci, ma lo ha fatto molto prima, quando eravamo ancora nel peccato". Francesco ha ricordato quando, tante volte, ha visto la gente che faceva la fila per entrare in carcere: tante mamme in coda per vedere il proprio figlio detenuto.
"Non smettono di amare il figlio e non si vergognano se magari sul bus qualcuno le possa indicare come madri di un carcerato. Forse provano anche vergogna, ma vanno avanti. Per loro è più importante il figlio della vergogna, così noi per Dio siamo più importanti noi che tutti i peccati che noi possiamo fare. Perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci".
di Martina Pennisi
Corriere della Sera, 5 febbraio 2021
Dal confronto fra TikTok e il Garante italiano per la privacy siamo usciti con la consapevolezza disarmante che una soluzione immediata non c'è. Tanto tuonò, ma caddero poche (pochissime) gocce. Quasi niente. Dal confronto fra TikTok, applicazione di intrattenimento video del colosso cinese ByteDance, e il Garante italiano per la privacy siamo usciti con la consapevolezza disarmante che una soluzione immediata, ma anche a breve termine, al problema della presenza dei minori sui social network non c'è, o quantomeno non verrà applicata.
Il Garante ha sollevato la questione in dicembre, e a fine gennaio ha ordinato a TikTok di smettere di trattare di dati degli utenti di cui non ha certezza dell'età anagrafica. Risposta dell'app, usata in Italia da più di nove milioni di persone: la data di nascita verrà chiesta di nuovo, dal 9 febbraio. Ma chiunque potrà mentire, compresi quegli under 13 che non dovrebbero potersi iscrivere, ma lo fanno lo stesso. Le piattaforme ne sono consapevoli - gli Stati Uniti le hanno già multate per questo: 5,7 milioni di dollari TikTok e 170 milioni YouTube - e come spesso accade nei tira e molla con istituzioni, opinione pubblica o altre aziende cercano e adottano soluzioni in modo progressivo (pensate al copyright e alla rapidità con cui, adesso, vengono rimossi i video che violano i diritti). Per ora, su TikTok, Facebook e Instagram gli utenti possono segnalare chi sembra avere meno di 13 anni, mentre YouTube fa delle verifiche ad hoc per determinati contenuti.
In Italia c'è chi, come il tecnologo Stefano Quintarelli, ha proposto di sfruttare l'identità digitale Spid per accertare l'età degli utenti. Al Garante TikTok ha promesso che valuterà la possibilità di usare l'intelligenza artificiale (e i dati in suo possesso, quindi): se questa è una strada, va esplorata in tempi rapidi, nel rispetto della privacy. Dall'altra parte dello schermo ci siamo noi, i nostri figli, fratelli minori, nipoti, studenti: consapevolezza, alfabetizzazione, formazione e dialogo al momento sono le vere, uniche, armi che abbiamo
di Andrea De Angelis
vaticannews.va, 5 febbraio 2021
Il luogo di culto all'interno del carcere romano è una realtà di integrazione e fraternità, anche grazie alla sua denominazione, ideata da don Sandro Spriano, per anni cappellano dell'istituto penitenziario. "Quel nome indica che lì c'è un Padre per tutti i detenuti, di qualunque fede. Nessuno escluso", afferma il sacerdote nella nostra intervista.
Esistono luoghi sconosciuti ai più, eppure tanto preziosi. Strutture, edifici, talvolta piccoli, ma ricchi di luce. In grado di portare speranza, di generare incontri, di respirare quell'atmosfera di casa. A Rebibbia, proprio al centro del carcere, si trova la chiesa del Padre Nostro, il luogo di integrazione principale in un carcere che è diviso in quattro istituti penitenziari, a loro volta suddivisi in vari reparti per motivi di sicurezza o per tipologia di reato. Un nome, quello della chiesa, scelto non a caso.
Per tutti i fratelli - Ogni giorno i detenuti musulmani, ortodossi, protestanti si ritrovano, insieme ai cattolici, in questo punto del penitenziario. Ciascuno si sente libero di pregare secondo la propria religione. La chiesa del Padre Nostro si chiama così proprio per una scelta di dialogo interreligioso, visto che all'interno del carcere non sono presenti altri luoghi di culto. Intitolarla ad un Santo o alla Vergine Maria avrebbe reso meno semplice il progetto di don Spriano: far sì che ciascuno si senta accolto, libero di pregare. Di sperare in un futuro migliore.
Spirito di fratellanza - "Quando nel 1991 sono arrivato a Rebibbia, c'era la possibilità di celebrare nei reparti, in tutti i luoghi dove vivevano i detenuti. Però non c'era un luogo abitudinale in cui andare per una Messa più comunitaria, anche più dignitosa dal punto di vista dell'allocazione. Questa chiesa degli anni 70 non era mai stata usata, perché non era consentito ai detenuti uscire dai reparti per raggiungerla".
Inizia così il racconto a Vatican News di don Sandro Spriano, per 31 anni, e fino alla scorsa estate, cappellano di Rebibbia. "Abbiamo cominciato a fare gli incontri dei detenuti con i loro familiari nella piazza della chiesa, che si trova al centro di questo spazio e del carcere. Siamo riusciti a poterla usare - ricorda - iniziando a celebrare la domenica la Messa, reparto per reparto. L'idea era di far uscire i detenuti per andare in chiesa, proprio come fa ogni cristiano la domenica, quando esce di casa per andare nella sua parrocchia".
La scelta del nome - "Questa chiesa - prosegue don Spriano - non aveva un nome, così dopo aver ricostruito l'altare, consacrato dal cardinale vicario Ruini, abbiamo pensato di darle un nome. Erano circa cinque anni che mi trovavo a Rebibbia. Io cercai in tutti i modi di mettere in atto la mia idea, cioè di chiamarla 'Chiesa del Padre Nostro' e spiegai che l'intenzione era di far capire che lì c'era un Padre per tutti quei cittadini che vivevano in carcere, nessuno escluso. Per tutti quelli che pensavano a Dio, avevano una fede, fossero cristiani, musulmani o ebrei. Questo non importava".
Tantissimi i "grazie" - "Nel corso degli anni - racconta don Spriano - tantissimi hanno espresso il loro apprezzamento per questo luogo di culto. Si sentivano un po' a casa, venire tutti in un luogo per pregare è importante. Quando celebravo, anche con 300 detenuti, nessuno fiatava e questa cosa mi emozionava, ero commosso. A volte faticavo a parlare, davanti a quegli uomini che ascoltavano la Parola e tante persone hanno fatto un vero cammino di fede".
"Quando nel 2015 venne Papa Francesco, lui ascoltò tutte le persone e mi meravigliai di come tutti gli chiedessero una preghiera, una benedizione. Per me - conclude - fu una cosa molto bella, in fondo, pensai, le persone non sono così materialiste come a volte si crede". Sono numerose le occasioni in cui Francesco, nel corso del suo pontificato, si è recato in visita nelle carceri così come le volte in cui ha parlato dei detenuti.
Ponti di speranza - Nell'udienza del 14 settembre 2019 ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, il Papa ha chiesto di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Quindi il suo forte invito a non scoraggiarsi, ma a far fronte alle difficoltà ed alle insufficienze: "Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, è un problema grande che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono - ha affermato in quell'occasione Francesco - la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero". Di recente, poi, il Papa ha voluto ricordare le tante mamme in fila fuori dalle carceri per vedere il loro figlio detenuto.
L'amore di Dio - Dio è come "un buon padre e una buona madre" che "non smettono mai di amare il loro figlio, per quanto possa sbagliare". È l'immagine che Papa Francesco ha usato nella catechesi dell'udienza generale di mercoledì 2 dicembre 2020, per far capire il senso profondo della benedizione, connessa strettamente alla speranza e all'amore di Dio per ciascuno, anche per gli "irrecuperabili".
Per tutti. Dio, infatti, ha rimarcato il Papa, "non ha aspettato che ci convertissimo per cominciare ad amarci, ma lo ha fatto molto prima, quando eravamo ancora nel peccato". Francesco ha ricordato quando, tante volte, ha visto la gente che faceva la fila per entrare in carcere: tante mamme in coda per vedere il proprio figlio detenuto.
"Non smettono di amare il figlio e non si vergognano se magari sul bus qualcuno le possa indicare come madri di un carcerato. Forse provano anche vergogna, ma vanno avanti. Per loro è più importante il figlio della vergogna, così noi per Dio siamo più importanti noi che tutti i peccati che noi possiamo fare. Perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci".
ansa.it, 5 febbraio 2021
Finora ha registrato 2.151 casi di contagio e 28 decessi. Il carcere californiano di San Quintino, che finora ha registrato 2.151 casi di coronavirus e 28 decessi provocati dalla malattia, è stato multato per oltre 400mila dollari (circa 335mila euro) per violazioni della normativa sulla sicurezza sul lavoro. Lo riporta la Cnn.
Il dipartimento statale delle Relazioni industriali ha imputato al penitenziario una quindicina di violazioni, per una multa complessiva di 421mila dollari (oltre 351mila euro), una delle più alte finora imposte dalla California per violazioni legate al Covid-19.
Il carcere, che ospita circa 3.260 persone, era stato duramente colpito dal coronavirus l'anno scorso, quando 2.200 tra detenuti e agenti erano risultati positivi nei mesi di luglio e agosto e 25 persone erano decedute. Ma l'emergenza nel penitenziario non è finita: secondo i dati ufficiali nelle ultime due settimane oltre il 40% dei detenuti è risultati positivi al tampone.











