Il Tirreno, 7 febbraio 2021
Il 31 marzo ultimo giorno per partecipare alla 16ª edizione del Premio letterario Mariella Gennai aperto ai ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori della provincia di Grosseto. Un premio nato con l'intento di ricordare l'operato di Mariella Gennai scomparsa a soli 46 anni, una figura che ha lasciato il segno: educatrice in centri per adolescenti e soggetti svantaggiati, consigliere comunale e provinciale. Sono tre i temi che potranno essere scelti dagli autori: il tema libero; quello dedicato a Norma Parenti, la partigiana uccisa dai nazi fascisti nel 1944 nell'anno in cui ricorre il centesimo anniversario dalla sua nascita dal titolo "Norma Parenti: una donna di 23 anni che non esitò a sacrificare la propria vita per difendere la libertà e la democrazia, valori in cui credeva fermamente"; e infine quello dal titolo "L'essenziale è invisibile agli occhi", una frase tratta da libro Il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery.
Il concorso, promosso dal Comune e dalla Commissione pari opportunità di Massa Marittima, oltre che agli studenti è come sempre aperto agli ospiti della Casa circondariale di Massa Marittima e per la prima volta anche agli studenti del Polo Universitario Grossetano.
"Nell'anno in cui la pandemia ha fatto emergere quanto la tutela del diritto all'educazione è fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell'individuo - commenta Ambra Fontani presidente della Commissione pari opportunità - l'unico strumento per riuscire ad adattarsi e resistere al cambiamento, il concorso Mariella Gennai, dedicato a "I Giovani, La Cultura, Il Futuro" i tre punti fermi da cui ripartire per ricostruire una nuova società, acquisisce un significato ancora più profondo". "Riteniamo che partecipare ad un concorso letterario - aggiunge l'assessora alle pari opportunità Grazia Gucci - oggi più che mai, costituisca un'esperienza formativa per i ragazzi".
Premiazione il pomeriggio di sabato 5 giugno al Palazzo dell'Abbondanza. Il bando integrale è consultabile e scaricabile sul sito istituzionale www.comune.massamarittima.gr.it Info: e-mail:
La Nazione, 7 febbraio 2021
Il report dell'associazione Antigone: "Bene il progetto dei detenuti attori e l'uso della tecnologia". Il sistema penitenziario ai tempi del Covid sotto la lente dell'associazione Antigone, che da quasi trent'anni è in prima linea per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
L'associazione ha costruito un robusto report dove emergono sfaccettature in chiaro-scuro dalle carceri nell'epoca in cui l'irruzione della crisi sanitaria si è tradotta nell'effetto di rompere osmosi fra dentro e fuori, fra 'girone dei dannati' e mondo esterno, lasciando la dimensione di detenzione in un rigido silenzio. Ma nel dossier di Antigone sulla condizione carceraria nell'era pandemica ecco arrivare l'esempio del carcere di Volterra, preso ed analizzato come 'modello di resilienza'.
Il Covid non è balzato di cella in cella e, dall'inizio della pandemia, non si registrano casi di positività fra i detenuti. Ma a questo record si aggiungono pratiche adottate nel carcere che ne fanno, ancora, modello su scala italiana anche nei tempi funestati dalla crisi pandemica.
"Nei giorni dell'emergenza sono emersi una serie di comportamenti solidali "dal di dentro" - si legge nel dossier di Antigone - che hanno visto i detenuti coinvolti nel supporto alla società esterna nell'affrontare la pandemia. È così che l'istituto di Volterra si è impegnato in una raccolta fondi destinata alla Protezione Civile. Tale forma di cooperazione, spesso unendo la solidarietà di detenuti e operatori, valica le mura di cinta, sfumando la drastica divisione fra dentro e fuori".
Ma c'è di più, perché il Maschio diventa esempio a livello nazionale anche sul fronte della tecnologia utilizzata come strumento per tenere vivo un dialogo nuovo con l'esterno. Antigone sviscera il caso della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, il cui lavoro teatrale con i detenuti è stato riadattato alla situazione di emergenza.
"Le grandi opportunità connesse all'utilizzo della tecnologia iniziano, seppur con estremo ritardo, ad essere colte dai penitenziari. Non solo la comunicazione digitale, in principal modo le videochiamate pensate per sopperire alla carenza dei colloqui familiari, raggiunge anche gli istituti che non avevano mai usufruito di questo tipo di servizio, ma ne viene inoltre valorizzato l'utilizzo in chiave educativa, pedagogica e culturale.
Tramutandosi in smart working - recita il dossier di Antigone - a Volterra procede il considerevole lavoro teatrale della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, progetto che, ormai da oltre trent'anni, recluta attori tra i reclusi, offrendo loro un impiego a tutti gli effetti, capace di rendere concreta la possibilità di indirizzarsi verso un effettivo reinserimento.
A livello generale, il contesto carcerario si contraddistingue per una forte arretratezza tecnologica e l'approdo del digitale negli istituti penali non deve costituire una soluzione transitoria, pensata per colmare il vuoto causato dall'impossibilità di concedere colloqui familiari, ma deve essere potenziata come risorsa da mantenere anche alla fine della fase emergenziale".
di Antonio Fraschilla e Carlo Tecce
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Da Caivano a Brancaccio cresce il tasso di evasione dalle aule nell'anno della pandemia. Fiammetta Borsellino: "Senza istruzione tanti giovani sono a rischio di finire nelle mani della criminalità".
Un giorno assai ventoso di aprile la preside Eugenia Carfora ha ordinato ai ragazzi di spegnere le telecamere e affacciarsi ai balconi e alle finestre perché stava nel giardino della scuola a piantare i pomodori. Era un modo per prendersi cura assieme di qualcosa a cui voler bene, in un luogo spesso oppresso dal male. Eugenia insegna il bello da una dozzina di anni all'Istituto superiore Francesco Morano di Caivano, distesa di cemento armato in provincia di Napoli, quartiere Parco Verde, zona di droga e di vergogna, di cronaca nera e di aggettivi putridi. Da quei palazzi da cui precipitarono Antonio e Fortuna, due bambini capitati in un posto disgraziato e da cui tentò di scappare Maria Paola, speronata e uccisa dal fratello per aver osato amare un transessuale, da una dozzina di anni Carfora si è messa in testa che vuole cavare un futuro migliore: "Aprite le scuole: qui i ragazzi non hanno altro".
A Palermo la brezza ti spinge fuori dalle stanze basse, strette e umide. In via Conte Federico a Brancaccio, dietro l'istituto intitolato a padre Pino Puglisi, il prete beato ammazzato dalla mafia, la didattica a distanza, la cosiddetta "dad", si fa in motorino, in due o in tre, senza casco e senza sosta. In due mesi le segnalazioni di dispersione scolastica in città hanno quasi eguagliato quelle dell'anno scorso. E Brancaccio batte tutti.
Alla periferia di Napoli come al centro di Palermo, a Caivano come a Brancaccio, le conseguenze della "dad" non si recuperano o si contrastano con una ordinanza. Tanti ragazzi chiudono il computer, per chi ce l'ha, e non tornano più. Vanno a spasso fra le macerie della società o si fanno mani e corpi giovani per la criminalità organizzata. La mafia e la camorra.
Eugenia Carfora sta dove sta la disperazione e non si appoggia mai alla retorica del dire, solo alla ruvidezza del fare: "Ho sempre acceso le luci della scuola. L'ho fatto perché la scuola non va in pausa, neanche la vita va in pausa. Chi va in pausa, muore. Per chi vive al Parco Verde di Caivano andare a scuola significa sentirsi uguali e lasciarsi dietro la porta tutti i problemi, gli affanni, le tensioni familiari. Andare a scuola vuol dire lavarsi la faccia, le mani e i denti. Quando tredici anni fa sono arrivata al Parco Verde, terra di nessuno, la metà degli iscritti non frequentava. Ho dimezzato la dispersione scolastica. C'era sempre chi veniva un giorno sì e un giorno no, ma io li tiravo per lo zaino, nelle piazze vuote, ai tavoli di un bar, fino a casa. La scuola per loro era diventata conforto, un rifugio sicuro. Un'opportunità di cambiare il destino, forse l'unica. A Milano in molti possono permettersi il precettore di latino a domicilio, a Caivano no. Se fai morire una cellula che sarà famiglia, muore il futuro di una comunità. A Caivano, 40.000 abitanti circa, c'è la scuola tra il degrado e la speranza. È un punto su cui da anni, mica soltanto col virus, si è abbattuta una contraerea senza sosta".
Eugenia non accetta l'alibi della pandemia: "A marzo hanno scoperto che non eravamo pronti per la didattica a distanza, ma se non avevamo mezzi per la didattica in presenza! Ci siamo inventati di tutto per resistere e adesso tutto è stato vanificato. La colpa è del virus, certo, ma è anche di chi ha sbarrato le scuole e se n'è pure vantato. Semplice. La gente è contenta, si avverte sicura, nella paura accetta tutto, ma così non va bene, io lavoro per il futuro e il futuro ha bisogno di sapere, discernere, comprendere e infine deliberare con coscienza. Il caos lo creano i trasporti? A Caivano solo ogni tanto vedi un autobus. I ragazzi vengono a piedi. Oppure una mamma ne carica 4 o 5 in macchina per 5 euro in nero. Dal 24 settembre i nostri ragazzi sono venuti per una dozzina di giorni. Siccome la legge lo permette, noi abbiamo aperto le aule ai ragazzi con disabilità per non lasciarli da soli, per non abbandonare i genitori e loro hanno frequentato sempre con gioia, con lo stupore, per una volta, di essere speciali. Io non so che scuola avremo dopo la pandemia, credo che più della metà degli iscritti non li rivedremo più, mentre l'altro Stato, quello silenzioso che non ti fa respirare, li ha già reclutati per scaricare merce, frutta, carni e verdure, per fare le sentinelle del buio, per trascinarli all'autodistruzione".
Il prefetto Marco Valentini è arrivato a Napoli un mese prima della pandemia: "Fin dall'inizio del mio incarico mi è apparso subito chiaro che le problematiche dei minori e l'abnorme circolazione di armi illegali fossero assolutamente centrali nelle politiche di prevenzione, non solo nell'ottica della tutela della sicurezza pubblica, ma anche nel senso più proprio della prevenzione sociale. Penso al fenomeno delle "stese", sparatorie che avvengono in luogo pubblico e spesso in pieno giorno, a scopo intimidatorio, non di rado ad opera di giovanissimi già gravitanti nell'orbita dei clan, ma anche all'utilizzo di armi da fuoco nel compimento di reati minori, che vedono Napoli al primo posto in Europa. È chiaro che più allentiamo il contatto fisico con l'educazione e la cultura, più diradiamo incontro e socialità, più mettiamo a rischio i valori positivi di convivenza, che crescono nelle esperienze di comunità, prima tra tutte la scuola. Ci aspetta, dunque, un grande lavoro per mitigare gli effetti negativi delle pur necessarie chiusure. La questione che ci sta a cuore è la salvaguardia della coesione sociale. Questa si assicura partendo da coloro che sono più in difficoltà, mitigando le disuguaglianze e garantendo giustizia e diritti. Un immobile fatiscente, un quartiere deprivato, un cantiere infinito, un cumulo di immondizia abbandonata, non lavorano per la fiducia nelle istituzioni".
Eugenio Moreno è il fondatore dell'associazione "maestri di strada" che si prende cura di centinaia di ragazzi nella parte est di Napoli: "Per chi come me insegna la vita in strada, la pandemia è un bel guaio". Campagne nelle fabbriche, la mensa proletaria, la militanza in Lotta Continua, Moreno non si arrende alle convenzioni mediatiche e politiche: "Si lanciano gli allarmi su Napoli? Io non li voglio sentire. Io sto in mezzo agli allarmi. I ragazzi sono esausti, in casa da mesi, reclusi con i genitori che hanno perso il lavoro in nero, che sono nervosi, che predicano. Diventano dipendenti da tutto mentre stavano cercando di diventare indipendenti. Io li accolgo, li ascolto. Facciamo musica, teatro, parliamo. I ragazzi si vergognano, le file per i pacchi viveri aumentano. Così subiscono un altro taglio addosso che poi sarà un'altra cicatrice.
Senza la scuola e senza contatti, stiamo crescendo uomini e donne amorfe. Un terzo dei ragazzi qui non prosegue gli studi né cerca lavoro. Stiamo immettendo nella società una massa enorme di gente che non farà nulla, che una volta consumati i soldi di "mammà e papà" cercherà di sfangarla con gli espedienti, qualche rapina, qualche spaccio, un po' di criminalità. E noi ci dovremmo stupire di questo pericolo? Di cosa ci stupiamo? Dove non ci sono luoghi di aggregazione, dove c'è abbandono, non c'è nessuna possibilità di redenzione. Solo un'eterna condanna sociale".
Ogni giorno a Palermo decine di ragazzi si congedano in silenzio dalla scuola. I conti li aggiorna una funzionaria dell'ufficio comunale dispersione scolastica, una struttura guidata dall'assessora Giovanna Marano e creata vent'anni fa da un'assessora delle giunte della Primavera (l'esperienza politica di Leoluca Orlando, tra metà anni Ottanta e primi anni Novanta, con un'alleanza tra una parte della Dc e la Sinistra), scomparsa troppo presto e però non dimenticata da insegnanti e studenti: Alessandra Siragusa. La funzionaria si chiama Sabrina Di Salvo, figlia di Rosario, l'autista di Pio La Torre che morì con il sindacalista e politico comunista nell'agguato mafioso del 1982. Sabrina Di Salvo ha ricevuto nei primi mesi di questo tribolato anno scolastico 840 segnalazioni di ragazzi non più reperibili dalla scuola, 250 soltanto a Brancaccio e nella zona che si estende verso Bagheria.
"Lo scorso anno sono stati in tutto 1.200, se siamo già a questi numeri è evidente che c'è un problema molto grave. La pandemia ha reso tutto più difficile: noi recuperiamo moltissimi ragazzi dopo che riceviamo la segnalazione. I nostri operatori sul territorio, nove in tutto, fanno un grande lavoro e da vent'anni conoscono ogni famiglia. Ma il virus non consente quel contatto fisico necessario per conoscere le situazioni e far capire ai bambini e soprattutto alle famiglie l'importanza di andare a scuola. La pandemia ha ampliato il divario sociale: molte famiglie non vivono in contesti abitativi idonei a fare lezioni a distanza e non hanno le risorse per dare a tutti i loro figli pc e tablet".
Di Salvo coordina una squadra di nove operatori che conoscono bene i quartieri e le piaghe del disagio. Come Antonina La Malfa, che lavora a Brancaccio: "Molte famiglie stanno vivendo come un lutto questa pandemia e sono entrate in uno stato depressivo che coinvolge anche i bambini e i minori. La mamma di un ragazzino l'altro giorno si è messa a piangere: il piccolo, 11 anni, dorme in classe, mangia in continuazione dolci e spesso non va a scuola perché vuole dormire. Prende dei farmaci per riposare. E di situazioni simili ne sono sorte tantissime con la pandemia".
Invece Salvo Giuffré lavora nel quartiere Zen: "Le mamme spesso decidono insieme di non mandare i bambini a scuola per paura del Covid, e così le assenze aumentano - racconta Giuffré - mentre la dispersione è cresciuta soprattutto nella fascia tra i 13 e i 16 anni". La paura è che questi bambini e ragazzi non rientrino nel circuito della formazione, della scuola, spesso l'unico appiglio per poter fare "altro" nel quartiere. Ed entrino invece in circuiti di microcriminalità o, peggio, vengano utilizzati dalla mafia per "lavoretti" legati allo spaccio.
Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo trucidato da Cosa Nostra con la scorta in via D'Amelio il 19 luglio del 1992, in città sta conducendo una battaglia, spesso solitaria, per sensibilizzare le istituzioni a non chiudere le scuole e a mettere tra le priorità proprio l'istruzione nella prevenzione del Covid: per evitare che l'unica soluzione per limitare i contagi sia lasciare i bambini e i ragazzi a casa. Davanti al Teatro Massimo ha organizzato un sit-in con alcune mamme.
Ma nessuna delle istituzioni le ha risposto: "Il presidente Giuseppe Conte ha commemorato mio padre al Senato nel giorno in cui avrebbe compiuto 81 anni, ma se c'è un regalo che il Paese può fare davvero a mio padre Paolo è l'apertura delle scuole: la maggiore forma di lotta alla mafia è la scuola, questo ripeteva sempre lui", dice Fiammetta Borsellino, preoccupata per il rischio che una generazione scivoli nelle fauci della criminalità, comunque in un destino segnato dalla marginalità sociale: "Anche gli adolescenti più impegnati si consegnano all'apatia.
Lo Stato è assente. Abbiamo preteso che i medici degli ospedali andassero al lavoro, ma non c'è differenza tra medici e maestri che si prendono cura dei nostri figli. Si doveva mettere tra le priorità la sicurezza della scuola: invece è stata fatta la cosa più semplice, chiudere tutto. I ragazzi stanno diventando dei fantasmi, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore rischiano di prendere pessime strade: mio padre l'ha sempre gridato che la "mafia si nutre del consenso giovanile, con guadagni facili in cambio di rapine, spaccio e rischi enormi per questi ragazzi molto giovani". L'età adolescenziale è l'età nella quale si forma una persona, i danni sono irreparabili e se non si interviene lo saranno prestissimo".
Le fosche previsioni di Fiammetta Borsellino sono già realtà per gli operatori del carcere minorile Malaspina di Palermo. Salvatore Inguì osserva il fluire delle cose dall'Ufficio servizio sociale giustizia minorile: "Molti ragazzi non stanno più frequentando la scuola, anche tra i mille segnalati dall'autorità giudiziaria e che cerchiamo di seguire.
Spesso perché non hanno i mezzi: con la Caritas e altre associazioni benefiche abbiamo cercato e stiamo cercando di dare intanto gli strumenti, come tablet e pc. Ma è tutto il sistema che sta crollando, perché i luoghi di aggregazione sono chiusi. Stiamo perdendo questi ragazzi dai nostri radar. Molti ragazzi rischiano così di entrare in circuiti ben più gravi legati alla mafia: si inizia facendo la vedetta per 100 euro, poi c'è il passaggio a corriere con 200 euro, e poi diventi anche spacciatore a tutti gli effetti. E ti diplomi per la vita sbagliata. Quella che di sicuro non porta gioia".
di Federica Bianchi
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Per rispettare i parametri europei, molti Stati hanno tagliato le spese sanitarie incentivando invece le strutture private. In Italia si sono persi il 13 per cento dei posti letto per le cure urgenti dal 2010 al 2015. Ecco cosa emerge dallo studio della ong Corporate Europe Observatory, che monitora le azioni delle lobby di Bruxelles.
L'eccessiva privatizzazione del mercato della saluta porta morte. La pandemia del Covid-19 lo ha dimostrato senza possibilità di appello, a partire dalla Lombardia, la regione europea dove tutto è cominciato. È questa la sintesi di un rapporto di Corporate Europe Observatory, o Ceo, l'ong europea che indaga sull'operato delle lobby a Bruxelles, e che mette in guardia anche sui tagli alla spesa pubblica che la Commissione europea ha chiesto agli stati negli anni della Grande Crisi e che potrebbe chiedere di nuovo per ripagare i debiti accumulati con la pandemia.
"È essenziale che l'Unione europea metta fine alle sue politiche neoliberali che sono sfociate in dannosi tagli dei budget e che hanno messo pressione per privatizzare e commercializzare i sistemi di salute pubblica e di cura degli anziani, indebolendo la risposta europea alla pandemia", dice Oliver Hoedman, il ricercatore responsabile del rapporto.
Nella scorsa decade per rispettare i parametri economici imposti dalla Ue, i 27 sono stati spinti a tagliare la spesa pubblica, tra cui le voci relative alla sanità. Su richiesta delle istituzioni europee, in Italia il numero dei letti per le cure urgenti è calato del 13 per cento tra il 2010 e il 2015. Non solo. Mentre a dieci anni dalla Grande crisi l'Italia si ritrovava con un terzo dei letti di prima, la Germania raddoppiava le sue spese in sanità pubblica, trovandosi nel 2020 più preparata all'appuntamento con l'emergenza. Negli stessi anni, parte delle vecchie risorse destinate al pubblico sono state dirottate nel privato che, per definizione, ha come obiettivo non il bene comune ma l'utile. Operando secondo una logica di massimizzazione del profitto, le istituzioni sanitarie private si sono concentrate in servizi con minore rischio e con pazienti paganti, lasciando alle istituzioni pubbliche, sempre più a corto di fondi pubblici, le cure a maggior rischio e i pazienti meno benestanti.
L'esempio utilizzato a Bruxelles è oramai quello della regione più ricca d'Italia, la Lombardia. Le immagini dei camion dell'esercito che trasportano le bare sono ancora vivide. Qui, nel giro di un decennio, tra il 2010 e il 2020, le strutture sanitarie private sono passate dal ricevere il 30 percento dei fondi pubblici italiani a oltre il 50 per cento per occuparsi, con i soldi dei contribuenti, dei pazienti privi di assicurazione. Hanno finito per sottrarre alla sanità pubblica quei miliardi indispensabili per la presa in carico dei pazienti al di fuori degli ospedali ma, con l'esplodere del Covid, gli ospedali sono stati per tutti l'unico luogo a cui rivolgersi. Peccato che fossero oramai a corto di letti, finiti nelle cliniche private.
In Italia, più in generale, il numero dei letti in terapia acuta (che include l'intensiva) è sceso da 7 per mille abitanti nel 1990 a 2,6 nel 2015. Dei 5300 letti in terapia intensiva disponibili solo 800 erano in ospedali privati, circa il 15 per cento del totale, un numero troppo basso per reagire in caso di emergenza. Così con pazienti Covid e non Covid mescolati insieme, gli ospedali pubblici sono diventati velocemente focolai di infezione, poi trasmessa alle case di cura quando vi hanno inviato i pazienti che non potevano ospitare. Il tutto perché il pubblico aveva abdicato al suo fondamentale ruolo non profit, impossibile per un operatore privato: quello di spendere soldi per preparasi alle emergenze nella speranza che non accadano mai.
A Bruxelles, che oggi parla chiaramente della necessità di creazione di una "sanità europea" senza specificarne però i contorni, una lobby molto potente ma poco nota al di fuori degli esperti ai lavori, l'Unione europea degli ospedali privati (Uehp), da anni chiede alla Commissione di promuovere un mercato interno nel campo della salute, sostenendo che gli ospedali privati siano più efficienti di quelli pubblici. Ma a negare questa asserzione è già un rapporto dell'Ocse del 2019 che sottolinea come, ad esempio, gli Stati Uniti spendano per il loro sistema sanitario, quasi interamente privatizzato, circa il 17 per cento del Pil, quasi il doppio della spesa europea e oltre un terzo di quella della Germania, il Paese europeo che investe di più in sanità.
Ovvero: un sistema sanitario privato è più costoso non solo per gli utilizzatori ma anche per gli stati che lo sovvenzionano con risorse pubbliche, nonostante la retorica messa in campo dalle lobby degli ospedali privati soprattutto in questi mesi di pandemia. E non è un caso, sottolinea Ceo, che il secondo Paese inizialmente più colpito dalla pandemia, la Spagna, non fosse preparato a farvi fronte. Tra il 2009 e il 2018, nonostante una crescita dell'8,6 per cento del suo Pil, ha visto la spesa sanitaria tagliata dell'11,2 per cento, con una parte delle risorse dirottate verso il settore privato. Eppure, nonostante il supporto della Commissione europea per i cosiddetti PPP, gli accordi tra pubblico e privato in campo sanitario, già nel 2018 la Corte dei Conti europea aveva pubblicato un rapporto intitolato "Partnership pubbliche e private nella Ue: difetti estesi e benefici limitati", in cui, considerato lo sperpero di danaro pubblico, suggeriva di cessare la promozione di un maggiore uso di tali accordi di cui la Gran Bretagna è stata pioniera. Lo sguardo è ora rivolto al dopo pandemia, quando gli Stati dovranno tornare a rispettare le regole del budget comune. Un altro giro di tagli ai bilanci della sanità pubblica potrebbe rendere l'Europa completamente inerme di fronte alla prossima emergenza sanitaria.
ilpiccolo.net, 7 febbraio 2021
"Per anni abbiamo proposto la chiusura del vecchio edificio che ospita la Casa circondariale Don Soria e di destinarlo ad altri usi, ma ora chiediamo che sia valorizzato": parole del Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano durante l'incontro con il sindaco e l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Piervittorio Ciccaglioni, per analizzare la parte del Dossier delle criticità delle carceri piemontesi relativa alla Provincia di Alessandria.
"Oltre la metà degli spazi - spiega - non è utilizzata a causa di problemi al tetto e agli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento, nonostante gli interventi di manutenzione straordinaria previsti nell'ultimo anno dall'Amministrazione per garantirne l'utilizzo in sicurezza. Ora che i lavori sono stati fatti, la struttura merita di essere potenziata attraverso la realizzazione di un'ampia sezione che ospiti detenuti semiliberi o che lavorino fuori o dentro il carcere per sfruttarne al meglio la collocazione centrale e implementare la sinergia con il 'San Michele'".
In merito alla conclusione dei lavori per il Progetto Agorà, che prevede nuovi spazi comunitari per circa 80 detenuti presso la Casa di reclusione "San Michele", Mellano ha sottolineato che "con l'adeguamento degli arredi e delle attrezzature indispensabili per i laboratori formativi si prevede l'avvio delle attività e l'imminente ripristino delle 25 stanze di pernottamento andate distrutte nel corso delle proteste del marzo scorso".
Sindaco e assessore hanno confermato l'interesse della giunta comunale "a progetti di accoglienza e supporto all'housing sociale sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalla Regione". E, con il contributo del dottor Paolo Cecchini, hanno voluto approfondire le questioni legate alla gestione dell'emergenza Covid-19 nell'ambito penitenziario alessandrino.
Ricordando la possibile intenzione del Parlamento di realizzare un nuovo carcere sul territorio alessandrino attraverso il riutilizzo di una caserma militare dismessa a Casale Monferrato, Mellano ha informato il sindaco della recente costituzione, al Ministero di Giustizia, di una Commissione di tecnici per un Piano nazionale di architettura e urbanistica penitenziaria che superi la mera edificazione di spazi di contenimento e preveda progetti integrati con il tessuto sociale del territorio. Al termine dell'incontro Mellano ha anticipato che il garante comunale Marco Revelli ha annunciato la volontà di rinunciare all'incarico per motivi personali e professionali.
di Alessandra Martino
linkabile.it, 7 febbraio 2021
Le criticità che il 'sistema carcere' sta rivelando Covid nelle carceri, da Bologna a Napoli contagi quasi raddoppiati in tre giorni. Gli agenti: "Situazione preoccupante" nell'ultimo anno con l'emergenza pandemica che lo ha investito in pieno sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus all'interno degli istituti penitenziari.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 febbraio 2021
Indagini sui crimini di guerra contro Gaza. Diana Buttu commenta la decisione della Cpi. Sotto inchiesta ci sarà anche il movimento islamico Hamas. "Ci sono voluti anni, troppi anni ma ci siamo. La Corte penale internazionale (Cpi) ha mosso il passo tanto atteso. Ora abbiamo tutte le condizioni affinché la giustizia faccia il suo corso".
Rispondendo alle nostre domande Diana Buttu non nasconde la sua soddisfazione. Canadese, esperta di diritto internazionale e per anni consigliere legale dell'Olp, Buttu è impegnata dal 2009, da dopo Piombo fuso, la prima delle tre grandi offensive israeliane contro Gaza, a rappresentare in ogni ambito possibile la richiesta palestinese di avvio di indagini contro Israele per crimini di guerra.
Venerdì i giudici dell'istruttoria preliminare del tribunale dell'Aia, chiamati un anno fa dal procuratore capo Fatou Bensouda a pronunciarsi sulla giurisdizione della Cpi sulla Palestina, hanno dato parere favorevole. Con la loro decisione hanno respinto la tesi di Israele della insostenibilità dell'intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. "La Palestina - affermano - ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Cpi (al contrario di Israele, ndr) e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all'attuazione dello Statuto".
Il procuratore Fatou Bensouda - Bensouda ha la strada libera per avviare le indagini su denunce relative a sospetti crimini contro i civili palestinesi attribuiti alle forze armate israeliane durante Margine protettivo. Parliamo della guerra del 2014 che ha visto Israele bombardare intensamente per settimane Gaza uccidendo circa 2300 palestinesi (tra 551 bambini), ferendone altri 11mila e provocando la distruzione completa o parziale di decine di migliaia di abitazioni oltre ad infrastrutture civili. Il Consiglio per i diritti umani dell'Onu (Unhrc) in un suo rapporto scrive che israeliani e palestinesi sono stati profondamente scossi dalla guerra, ma sottolinea che "l'entità della devastazione è stata senza precedenti" a Gaza.
Da parte sua Israele, ricordando le decine di morti causate dai razzi lanciati sulle sue città dal movimento islamico Hamas, afferma di non aver preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. L'attenzione della procura internazionale si concentrerà anche sulle colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e sull'insediamento di popolazione israeliana nei territori palestinesi occupati nel 1967 contro la Convenzione di Ginevra. Nel 2004 la Corte internazionale di giustizia ha affermato la violazione da parte di Israele dei suoi obblighi stabilendo insediamenti coloniali.
"È costato uno sforzo immenso arrivare a questo punto - ricorda Buttu - perché che gli Usa, e non solo loro, hanno fatto il possibile per evitare che Israele finisse sotto indagine. Donald Trump è giunto al punto da sanzionare la Cpi e il procuratore Bensouda. Eppure era tutto così limpido, lampante. Le inchieste svolte da centri internazionali per i diritti umani e dall'Onu hanno riferito nel dettaglio le conseguenze per i civili delle varie operazioni israeliane contro Gaza".
Buttu non risparmia critiche anche alla Cpi. Parla di "decisione politica", di volontà di "dare un colpo alla botte e uno al cerchio" attraverso l'inserimento di Hamas tra i sospettati di crimini di guerra. "La procura farà le sue indagini e svolgerà il suo compito, non lo contesto - spiega - però come si fa a mettere Hamas, un'organizzazione politico-militare, sullo stesso piano di uno Stato che è una potenza nucleare, che ha forze armate tra le più potenti al mondo. I giudici e la procura della Cpi hanno voluto compensare la portata della loro decisione riguardante Israele".
Opposta è la lettura che il premier israeliano Netanyahu ha dato della decisione presa all'Aia. Forte della solidarietà e il sostegno ricevuti dall'Amministrazione Biden, ha descritto come "puro antisemitismo" il passo mosso dai giudici internazionali. "La Corte - ha commentato con rabbia - ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto... (la decisione) va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo".
Poi ha avvertito che "in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze". Parole che indicano la volontà di avviare una intesa campagna diplomatica per fermare il procedimento della Cpi e di non consegnare i cittadini israeliani, a cominciare dai militari, che potrebbero essere accusati di crimini di guerra da Fatou Bensouda. Tra questi ci sarebbero lo stesso Netanyahu, gli ex ministri della difesa Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett e gli ex capi di stato maggiore Benny Gantz e Gadi Eisenkot.
Celebrano i palestinesi. Il primo ministro Muhammad Shtayyeh parla di una sentenza che rappresenta "una vittoria per la giustizia e l'umanità" e invita la Cpi ad "accelerare le sue procedure giudiziarie". Per il ministro Hussein Sheikh è una "vittoria per la verità, la giustizia, la libertà e i valori morali del mondo". Anche Hamas applaude ai giudici dell'Aia tacendo sul suo inserimento nell'indagine. In un comunicato diffuso ieri, il movimento islamico "accoglie con favore la sentenza del Cpi...un passo importante sul percorso per ottenere giustizia per le vittime palestinesi dell'occupazione israeliana".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 febbraio 2021
Mentre continuano ad arrivare immagini e testimonianze drammatiche di migranti e rifugiati abbandonati nella neve in condizioni disperate ai confini orientali dell'Unione europea, il Tavolo Minori Migranti ha lanciato l'allarme sui rischi per i minori migranti non accompagnati che si trovano alla frontiera tra Italia e Slovenia. Secondo i dati ufficiali diffusi lo scorso settembre, nel corso del 2020 l'Italia ha quadruplicato le riammissioni dall'Italia alla Slovenia, sulla base dell'accordo bilaterale del 1996, arrivando ad effettuarne 962 da gennaio a fine settembre 2020, a fronte di 250 nell'analogo periodo dell'anno precedente.
La tendenza pare confermata dai numeri diffusi recentemente da reti e organizzazioni della società civile, che riportano 1.240 respingimenti tra il 1 gennaio e il 15 novembre 2020. Nell'ambito dell'attuazione di tale accordo fra i due stati, recentemente definita "illegittima sotto molteplici profili" dal Tribunale ordinario di Roma e causa di una serie di respingimenti a catena che rimanda migranti e richiedenti asilo in Bosnia ed Erzegovina e li sottopone al rischio di violenze e abusi, emerge anche la preoccupante disapplicazione delle tutele previste dalla L. 47 del 2017, Legge Zampa.
Ad allarmare le organizzazioni che compongono il Tavolo Minori Migranti sono infatti due direttive in materia di valutazione dell'età inviate il 31 agosto e il 21 dicembre 2020 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Trieste alla polizia di frontiera. In contrasto con le garanzie sancite dalla Legge Zampa e dal Protocollo sulla determinazione dell'età approvato dalla Conferenza Stato-Regioni nel luglio 2020, le due direttive autorizzano in via generale la polizia a considerare come maggiorenni i migranti intercettati al confine Italia-Slovenia che si dichiarano minorenni, rispetto ai quali la polizia stessa non abbia alcun dubbio circa l'età adulta, senza il vaglio giurisdizionale richiesto dalla legge.
Tale indicazione assegna di fatto all'autorità di Pubblica Sicurezza un potere discrezionale circa l'attribuzione dell'età anagrafica ai migranti e rifugiati sottoposti a controlli in frontiera e così facendo si pone in evidente contrasto con quanto stabilito dalla Legge Zampa, che prevede che l'accertamento dell'età sia svolto tramite documenti o tramite esami socio-sanitari, sempre attraverso una procedura multidisciplinare, nell'ambito di un procedimento di competenza dell'autorità giudiziaria minorile.
È importante ricordare che le riammissioni illegali dall'Italia alla Slovenia sono solamente il primo tassello di una catena di respingimenti che riporta migranti e rifugiati dall'Italia alla Bosnia, attraverso violenze e continue violazioni dei loro diritti. La prassi adottata a Trieste rischia di avallare pratiche che contrastano con il divieto di respingimento dei minori stranieri non accompagnati previsto dall'art. 19 Testo Unico Immigrazione, come modificato dalla stessa Legge Zampa.
Recenti inchieste giornalistiche hanno riportato la presenza in Bosnia di diversi minori non accompagnati che hanno dichiarato di essere stati riammessi dall'Italia in Slovenia. È probabile che gli stessi siano stati identificati come maggiorenni dalla polizia di frontiera italiana, secondo le direttive della Procura minorile, senza che venisse avviato alcun procedimento di accertamento dell'età.
Per questo motivo, le organizzazioni del Tavolo Minori Migranti auspicano che il ministero dell'Interno, la Procura presso il Tribunale per i minorenni di Trieste e le altre autorità competenti adottino tutte le misure necessarie affinché cessino immediatamente le riammissioni illegali alla frontiera italo-slovena nei confronti di richiedenti asilo e migranti, compresi i minorenni, e siano pienamente applicate le norme previste dalla Legge Zampa sulla protezione dei minori non accompagnati, con particolare riferimento all'accertamento dell'età e al divieto assoluto di respingimento.
Del Tavolo Minori Migranti fanno Amnesty International Italia, Asgi, Centro Astalli, CeSPI, Cnca, Consiglio Italiano per i Rifugiati - CIR, Defence for Children International Italia, Emergency, Intersos, Oxfam Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei bambini e Terre des Hommes.
di Valerio Lo Muzio
La Repubblica, 7 febbraio 2021
Quanto sono lunghi 365 giorni? Che significa la parola "libertà"? Bisognerebbe chiederlo a Patrick Zaki, iscritto al master internazionale in studi di genere Gemma di Bologna, arrestato in Egitto esattamente un anno fa. Lo studente e attivista dei diritti umani era diretto a Mansoura, la sua città natale, per incontrare la sua famiglia, ma è stato fermato in aeroporto al Cairo, con l'accusa di propaganda sovversiva.
Patrick Zaki si trova dall'8 febbraio dello scorso anno in stato di detenzione preventiva fino a data da destinarsi, da allora le autorità egiziane continuano a rimandare la data del suo processo. Patrick rischia fino a 25 anni di carcere, perché secondo le autorità, avrebbe pubblicato da un account Facebook notizie false, con l'intento di "disturbare la pace sociale, di incitare proteste contro l'autorità pubblica". Zaki è accusato anche di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano, di aver usato i social network per minare l'ordine sociale e la sicurezza pubblica e di aver istigato alla violenza e al terrorismo. Una serie di accuse che di solito in Egitto sono destinate a dissidenti e persone critiche nei confronti del governo di Al Sisi.
Zaki, è un attivista dei diritti umani, da sempre impegnato nei temi di uguaglianza di genere e per i diritti delle donne, oltre ad aver collaborato con la Onlus Eipr, ed è questo che avrebbe fatto scattare la repressione del governo egiziano. Zaki è rinchiuso nel carcere di Tora, noto per le ignobili condizioni igienico sanitarie e per la costante violazione dei diritti umani, un detenuto in eterna attesa di giudizio.
Ma chi è realmente Patrick Zaki? Lo raccontiamo in questo minidoc, attraverso le parole dei suoi amici, che da circa un anno lottano per la sua liberazione. È un ritratto di un ragazzo allegro, simpatico e generoso, di uno studente curioso e brillante, ma anche di un calciatore, non certo dotato di piedi buoni, ma capace di sacrificarsi per la squadra. Mentre a Bologna, la vita dei suoi amici, uomini e donne liberi prosegue, Patrick parla dal carcere e lo fa grazie alla voce dell'attore Alessandro Bergonzoni, accompagnato da un brano musicale scritto per l'occasione: "For Zaki" composto da Marta dell'Anno e Andrea Marchesino, su illustrazioni create dal fumettista Gianluca Costantini.
Marina Pupella
Avvenire, 7 febbraio 2021
Una "Carta", elaborata da 5 associazioni che operano nel Paese, chiede di fare chiarezza sulle scomparse. Tra queste quella del gesuita Dall'Oglio. La sorella: violati i diritti fondamentali
Un cimitero vicino a Qahtaniyah nella provincia nord-orientale siriana di Hassaké: quasi 400mila i morti nella guerra dal 2011.
Il mondo non volga lo sguardo da un'altra parte, ascolti il grido di dolore dei familiari delle decine di migliaia di uomini, donne, bambini svaniti nel nulla in Siria, fagocitati dalla repressione e dall'odio sanguinario. Un monito che le cinque associazioni più attive in territorio siriano, fra cui la Caesar Families Association, Family for freedom, la Coalizione delle famiglie di persone rapite dal Daesh (Massar) affidano alla "Carta della verità e della giustizia". Un documento su cui costruire una base comune per promuovere la causa della giustizia nel Paese e sensibilizzare la comunità internazionale sul drammatico fenomeno delle sparizioni.
La Carta sarà presentata in anteprima mondiale il prossimo 10 febbraio, col duplice obiettivo di dare risposte alle famiglie delle 8.143 persone rapite dai jihadisti o portate via con la forza dal regime di Assad e dai gruppi di opposizione e di assicurare alla giustizia i responsabili, quali elementi costitutivi per una pace duratura nella terra dilaniata da dieci anni di guerra. A Family for freedom hanno aderito anche Francesca e Immacolata Dall'Oglio, le sorelle del padre gesuita Paolo, scomparso a Raqqa il 29 luglio del 2013, sulla cui sorte si brancola ancora nel buio. "Un'iniziativa molto importante perché intende volgere un faro sulla logica violenta della piena negazione del diritto umano - spiega Immacolata -. A più di 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti, in Siria come in altre parti del mondo, ci troviamo ad assistere ancora alla costante e ripetuta violazione del diritto umano fondamentale, la vita. Il ricorso sistematico ai rapimenti è una realtà praticata in quel Paese anche prima del 2011, una modalità strutturata di mantenere il potere, assoggettando con metodi violenti coloro che vi si oppongono".
Fanno leva - prosegue - "sull'arma più potente che hanno, la paura. Questo sistema tiene sotto ricatto i familiari che cercano di far qualcosa per i propri cari, perché nel momento in cui avviene una sparizione tu non sai mai quanto puoi spingere su una direzione o su un'altra. Violazioni del diritto che hanno degli effetti devastanti sui familiari, che rimangono soggiogati dall'attesa e dalla pressione del ricatto e che non sanno come mobilitarsi. E questo avviene soprattutto in quelle terre, dove non vi è alcuna forma di democrazia".
L'iniziativa mette insieme diverse anime per lavorare ad un progetto comune di elaborazione e diffusione del documento che invoca verità e giustizia per gli scomparsi e le loro famiglie. "Se si vogliono creare le basi per un nuovo ordine - conclude la sorella di padre Dall'Oglio -, verità e giustizia sono i cardini da cui ricominciare, così come ci ha insegnato il processo di Norimberga, che ha fatto luce sui crimini commessi, chi è stato attore di azioni violente oggi se ne assuma la responsabilità. È importante agli occhi del mondo e della Siria che sia evidente l'assunzione di responsabilità, altrimenti tutto passa nell'impunità".
Padre Paolo Dall'Oglio, 66 anni romano, è scomparso nella città settentrionale siriana di Raqqa tra il 27 e il 29 luglio 2013. Il gesuita era rientrato clandestinamente in Siria, da cui era stato espulso per le critiche al regime di Bashar al-Assad, per mediare sul sequestro di due religiosi locali. Per padre Paolo si è mobilitato anche il dipartimento di Stato americano. Ma da allora solo silenzi e notizie non verificabili.
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