di Eduardo Cicelyn
Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2021
Quando i carabinieri ti vengono a trovare non è che proprio sei contento. Questa volta però sentivo di meritare una bella notifica. C'era una bella giornata di sole. Propendevo all'ottimismo. E poi - pensavo tra me e me - se devono recapitare una brutta notizia in genere si presentano a casa, di prima mattina, e non sono molto gentili.
A me, per esempio, era successo nei primi giorni del 2018 di prendere un amaro caffè alle 6 del mattino con alcuni militari venuti a cercare quadri falsi nella mia abitazione. All'epoca feci anche un po' lo spiritoso, sfidandoli sull'attribuzione di certe opere astruse aggrappate alle mie pareti, strane immagini timorose e divertite di esser scambiate quasi sempre per sgorbi insignificanti che anche un bambino può fare.
Chiunque abbia in casa un'opera contemporanea ha dimestichezza con gli sguardi di sufficienza e i commenti ironici di parenti, fornitori e visitatori occasionali. Allora i carabinieri non trovarono o non seppero riconoscere i falsi, però mi condussero in caserma per scaricare tutte le chat dal telefonino e interrogarmi su un presunto giro di falsari sul quale la procura indagava da tempo. Dal documento che mi mostrarono seppi di essere anche io (forse) del giro. Insomma ero tra gli indagati.
Mi veniva da ridere, lo ammetto. Ho sempre lavorato con artisti viventi, i quali avrebbero dovuto falsificarsi da soli perché io potessi collaborare all'infame mercimonio. Tuttavia, scartabellando tra i ricordi minimi, mi tornò in mente un piccolo disegno di Piero D'Orazio che avevo venduto a un collezionista l'anno prima, dunque molti anni dopo la morte dell'autore. L'avevo avuto da un amico spensierato che ho perso con dolore l'anno scorso. All'apparenza era ben fatto, ben firmato, ben documentato e anche archiviato. Dissi ai carabinieri che l'avrei ripreso e consegnato loro perché potessero verificarne l'autenticità. Lo feci subito. Cioè oltre tre anni fa.
Questo non impedì che sui giornali locali, rigorosamente in prima pagina, (solo) il nome mio venisse pubblicato come autore insieme ad altri sconosciuti di una probabile truffa ai danni di alcuni collezionisti a me peraltro ignoti. Nessuna meraviglia, è chiaro. Come ha scritto qualcuno o forse io stesso, non ricordo, dalle nostre parti i giudici fanno indagini sociologiche e i giornali emettono sentenze. Tant'è che non si è saputo più niente di quell'inchiesta, ma tutti ricordano che io e altri (forse) producevamo e facevamo circolare false opere d'arte. L'ha scritto il giornale, l'hanno detto in televisione: una qualche verità pure ci sarà.
Dunque, quando l'altro ieri dalla stazione dei carabinieri nella quale fui a lungo interrogato hanno fatto sapere che c'era una notifica da ritirare, io ingenuamente ho pensato che qualcosa di buono avrei saputo delle indagini. Avendo la coscienza a posto, insomma ero quasi convinto che m'avrebbero riaffidato il quadro di D'Orazio insieme con qualche documento che mi restituisse il poco onore ancora rimasto. Niente di tutto questo.
Manco a dirlo, state pensando voi. E infatti non faticherete a mettervi nei panni miei, quando ho letto che si trattava della notifica di un vecchio provvedimento. Ieri sono andato in caserma solo perché il gip voleva comunicarmi che il 17 dicembre del 2018 le indagini a mio carico erano state prorogate. Ho impiegato due anni per saperlo. Così, per ingannare il tempo passato, presente e chissà quanto altro a venire, ho cominciato a figurarmi la scena alla moviola dei due pm Alessandra Converso e Maria Teresa Orlando intrappolate in "complesse attività di indagini assolutamente indispensabili" che implorano il gip Rosa de Ruggiero di concedere tempo ulteriore in attesa di relazioni tecniche su decine di quadri di autori diversi.
Hanno commissionato un bignamino della storia dell'arte, la cui scrittura sarà stata affidata a prezzo di saldi a qualche studioso bisognoso, mentre i carabinieri da due anni piantonano l'uscio delle stanze dei magistrati indecisi sul da farsi. Un amico misogino ha commentato tra i denti che in fondo è solo una questione di donne, che in genere sono molto studiose ma anche troppo indaffarate in tante cose diverse, tra famiglia e lavoro.
Mi dispiace l'immagine. Sono della scuola che la giustizia non ha sesso né partito e che debba fare il suo corso, ma questo lungo, lunghissimo corso - devo ammetterlo - mi molesta. A me ormai sembra piuttosto una giustizia fuori corso, insomma un'ingiustizia. Dunque, agli inquirenti - e uso il maschile absit iniuria verbis - vorrei indirizzare una piccola preghiera. Di grazia, potrei sapere in qualche modo se tre anni fa ho davvero commerciato un'opera falsa? Se tale però non è, per cortesia, ne gradirei la restituzione. Sapete com'è, quelli come me non vivono di pubblico stipendio. Una compravendita, per quanto minima, è lo scopo del mio lavoro. Onesto, fino a prova contraria.
La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2021
Nella Sardegna come terra di mezzo, luogo di riflessione e d'espiazione, si sono dati appuntamento Piergiorgio Pulixi, l'autore del "Libro delle anime" che ha vinto il premio Scerbanenco 2019, e gli studenti della casa circondariale di Alghero. Mentore dell'incontro il Salone del libro di Torino con l'iniziativa "Adotta uno scrittore".
Il progetto, come spiega lo scrittore cagliaritano che vive e lavora a Milano, iniziato con incontri in presenza si è trasferito on line per effetto della pandemia, ma è risultata essere uno dei più riusciti, perché più coinvolgente e interattivo.
"Adotta uno scrittore - dice il direttore del Salone del libro Nicola Lagioia - è una delle iniziative di promozione della lettura del Salone Internazionale del Libro di Torino in cui negli anni abbiamo investito con più tenacia, certi del fatto che la scuola sia il contesto in cui si formino non solo le nuove generazioni ma anche i futuri cittadini. Ne è testimonianza il fatto che negli ultimi anni c'è stata un'apertura a livello nazionale del progetto, quest'anno ancora più strutturata grazie alla collaborazione con il Centro studi per la scuola pubblica".
"Portare -aggiunge Lagioia - le scrittrici e gli scrittori a contatto con gli studenti, portarli nelle scuole - nonché in luoghi di recupero sociale come le carceri - significa assolvere a un importante dovere civico, significa provare a trovare delle risposte sensate alle urgenze del nostro tempo assieme ai ragazzi che sono il futuro del Paese".
Il romanzo di Piergiorgio Pulixi che è entrato nel programma dell'iniziativa del Salone è il primo in cui l'autore noir ambienta il caso in Sardegna, una terra solare e cupa, densa di presagi e di tradizioni che si perdono nella notte del tempo; di paesaggi struggenti ed aspri che i lettori attraversano in un itinerario archeologico e antropologico, puntellato di delitti e ossessioni.
"Adotta uno scrittore" nel carcere di Alghero: ci racconta com'è andata?
"Il progetto legato al Salone del libro va avanti da diciassette anni, ha coinvolto più di centomila studenti e almeno dodici case di reclusione. Io ho partecipato con l'Ipsar di Alghero, insieme alla professoressa Angela Vaudo, e con la dottoressa Luisa Villanti, capo area educativa della casa di reclusione, che avevano impostato il lavoro. La natura del progetto infatti è far dialogare classi delle scuole superiori 'normali' e classi 'particolari' come quelle all'interno del carcere. A fare da trait d'union tra le classi, Il libro delle anime è stato l'occasione per elaborare percorsi tematici legati alle tradizioni culinarie e all'antropologia della Sardegna.
Nello specifico, la quinta dell'Ipsar di Alghero porta avanti un progetto dal titolo "I sapori della natura", per cui i ragazzi si sono impegnati a rintracciare i piatti presenti nel libro: le ricette di Barbagia, i culurgiones ogliastrini e nei nostri incontri raccontavano le origini delle ricette. Nella classe carceraria mi hanno detto che il libro per loro è stata un'evasione perché li ha portati ad immergersi nei territori della Sardegna, ripercorrerlo in un itinerario da Sud a Nord passando attraverso il regno delle Barbagie per scoprire sapori e profumi. Anche perché molti di loro non sono sardi".
In che modo la narrazione, la letteratura e il noir in particolare diventano strumenti di riflessione su di sé e sulla realtà?
"I ragazzi del carcere hanno una potenzialità inespressa che gli deriva dal non poter visitare fisicamente i luoghi. Anche se molti vanno lavorare, perché sono in semilibertà, non possono entrare in contatto con la natura, non possono fare una passeggiata in una foresta, visitare luoghi di culto nuragici. Per loro è stato un ubriacarsi della natura e delle sensazioni che ho descritto. Mi era già capitato di fare un laboratorio nello stesso carcere ed era emersa in quell'occasione, come ora, la voglia di scrivere. Molti sentivano l'urgenza di esorcizzare le proprie storie proprio perché hanno capito i loro errori e hanno deciso di guardare avanti. Credo sia questo il motivo che ha fatto scegliere loro il percorso educativo nel carcere per diplomarsi o anche per laurearsi. Parte del mio intervento si è concentrato in questo nodo: spiegare loro in cosa consiste la scrittura e come possono sfruttare la scrittura in forma di auto-terapia, per esorcizzare il proprio passato".
Uno dei problemi del carcere, oltre la noia, è la dimensione individuale cui ti relega; i progetti che arrivano dall'esterno attivano la dimensione collettiva, fondamentale in un processo di rieducazione sociale?
"Alghero è un carcere modello e ha una bellissima biblioteca. La dimensione collettiva è difficile da gestire, io ci provo ma soprattutto ci riescono meglio di noi le insegnanti. Più difficile per noi, che in poche ore dobbiamo creare questo tessuto. Bisogna infatti tener conto delle specificità culturali dei ragazzi: molti sono di origine straniera per cui non è possibile portarli tutti sulla stessa lunghezza d'onda e non hanno delle coordinate culturali in cui ritrovarsi immediatamente; quindi è un lavoro di fino e le insegnanti in questo sono strepitose. La cultura, lo studio riescono a ricamare un tessuto tra di loro, li portano a trascorrere insieme un tempo che altrimenti passerebbero da soli o con i propri conterranei".
Cosa ti hanno lasciato gli studenti di Alghero; cosa pensi di aver lasciato loro?
"Come ho detto, nello stesso carcere ero già entrato per un altro laboratorio: consegni i documenti, gli effetti personali, giro di chiave, sbarre; entri in una dimensione di cattività. Negli incontri ho cercato di spiegare loro quanto la lettura serva a corroborare l'anima, sia una compagna di vita, ma soprattutto alleni il muscolo della tua immaginazione e questo l'hanno apprezzato. Molti non leggono per partito preso ma una volta che scoprono la lettura si pentono e scoprono qualcosa che rende la vita più leggera. Io da parte mia ho imparato a non avere pregiudizi. La cosa più straniante è che non hai la percezione del male che i carcerati possono aver fatto, vedi solo ragazzi che ti vengono incontro per capire cosa stai cercando di comunicare loro. La vita porta a fare sbagli ed è difficile giudicare l'uomo, si può solo giudicare la scelta".
Cosa c'entra il noir con la dimensione mitologica? È una moda oppure davvero serve a illuminare la società? A monte del romanzo c'era la volontà di far convergere generi diversi oltre il thriller e il noir: volevo raccontare la Sardegna archeologica e antropologica.
"Il libro è un inno a chi ha raccontato la Sardegna prima di me: Fois, Atzeni, Satta; la Deledda non è mai citata ma di lei è palesemente intriso il libro. Sergio Atzeni in "Passavamo sulla terra leggeri" è stato il primo a creare una sorta di epos legato al territorio: un segreto che la tradizione successiva non ha seguito. Durante una presentazione a Milano in cui parlavo di Sardegna ho scoperto che il pubblico confondeva i nuraghi con i trulli pugliesi. Per me scrivere questo romanzo atipico era un modo per far scoprire la Sardegna attraverso un genere letterario popolare, come lo spaghetti western. Molti mi hanno scritto che verranno in Sardegna usando il libro come itinerario".
La scrittura restituisce una localizzazione toponomastica dell'isola ad ogni capitolo. E' un viaggio cinematografico. Lo vedremo in streaming su Netflix come la trilogia del Baztan di Dolores Redondo?
"Ci sono stati contatti da parte di produzioni televisive, ma non è facile. Quanto alla Spagna è stata tra le prime a comprare i diritti di traduzione perché tra noi e loro ci sono molte affinità".
Il Giorno, 8 febbraio 2021
Gli avvocati inviano una lettera-appello alla Corte d'Appello di Milano in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Il lockdown dei processi non diventi il lockdown della Giustizia e del Diritto": È il chiaro e forte auspicio che viene lanciato dagli avvocati della Camera penale di Monza che, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, hanno inviato una lettera alla Corte di Appello di Milano per segnalare le criticità della giustizia, anche monzese, a causa dell'emergenza sanitaria Coronavirus.
"Le norme emergenziali mirano a limitare la presenza fisica dei dipendenti negli uffici delle amministrazioni pubbliche, fatte comunque salve le attività indifferibili e l'erogazione dei servizi essenziali prioritariamente mediante il ricorso a modalità di lavoro agile; troppo spesso, se ne dolgono in molti e non solo avvocati - scrive il direttivo della Camera penale di Monza, presieduta dall'avvocata Noemi Mariani - ciò si traduce in una violazione dei principi di buon andamento della pubblica amministrazione, con conseguenti forti disagi per l'avvocatura e disservizi tangibili per il cittadino. È sotto gli occhi di tutti come nel settore della giustizia questa modalità "agile" non funzioni perché il personale non è autorizzato ad accedere appieno ai sistemi informatici da dispositivi diversi da quelli ubicati in sede e quindi, da casa, può fare pochissimo o nulla. Ciò viene detto con la consapevolezza che prendere decisioni sia difficile, ma nel bilanciare contrapposti interessi le istituzioni possono e devono fare di più, prima che sia tardi". Le toghe della Camera penale monzese auspicano anche che "la digitalizzazione di alcune attività difensive non sia un'occasione persa, ma una risorsa da gestire con prudenza" attraverso "seri interventi sul (mal)funzionamento del Portale del Processo Penale Telematico".
Poiché continuano "ogni Procura manifesta un distinto approccio che sta già creando una Babele giudiziaria" e sono contrari "ad un processo da remoto usato come il grimaldello per raggiungere il malcelato obiettivo di una smaterializzazione (o smantellamento di fatto) dell'udienza dibattimentale, meccanismo fittizio che nulla ha a che fare con l'efficienza, anzi tradisce le più basilari garanzie costituzionali".
La Gazzetta di Modena, 8 febbraio 2021
In piazza Grande il comitato che vuole avere giustizia sui decessi dell'anno scorso "Le istituzioni sono silenti. Vorremmo un consiglio comunale straordinario".
"Di botte ne hanno prese tante, non saranno quelle che verranno a fargli paura". In piazza Grande risuona una voce attribuita al fratello di un detenuto modenese trasferito ad Ascoli. La testimonianza è riportata dal comitato "Verità e giustizia per la strage di Sant'Anna". Il gruppo sta costruendo un mosaico sulle nove morti dell'8 marzo scorso carcere. "Quanto è stato detto all'inaugurazione dell'anno giudiziario ci è sembrato imbarazzante - critica Alice Miglioli, tra i portavoce del comitato - Si sono affrettati a mettere a tacere le testimonianze di quanto sta uscendo".
Testimonianze come quella rivendicata ieri dal comitato. "La Procura ha accertato che i nove detenuti sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti - ha sottolineato Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione, all'inaugurazione dell'anno giudiziario - sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti". Immediato il supporto del sindacato Uilpa: "Queste parole restituiscono dignità e orgoglio al Corpo di Polizia Penitenziaria".
"I detenuti venivano trattati come bestie - la replica che arriva dalla piazza - Prima lasciati a loro stessi e poi brutalmente picchiati e uccisi di botte". "Il comitato chiede al sindaco di Modena la convocazione di un consiglio comunale straordinario per il giorno 8 marzo, nell'anniversario della strage - la proposta lanciata ieri - affinché le istituzioni, finora tristemente silenti, si uniscano alla richiesta di verità". Una richiesta estesa alla città: "Alla società civile modenese, agli intellettuali, al mondo accademico, alle organizzazioni sindacali e associative".
Tra domenica 7 e lunedì 8 marzo saranno organizzate iniziative davanti al carcere e in altri luoghi cittadini. Il comitato sta ricostruendo la rete solidale di contatti di detenuti trasferiti dal Sant'Anna. Non sono in cantiere indagini sui presunti legami tra la criminalità organizzata e le rivolte su scala nazionale. "Quelle rivolte erano dettate dalla paura del contagio che in carcere è assolutamente reale", testimonia Miglioli.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 8 febbraio 2021
La certezza che saranno gli ultimi a essere vaccinati e la proibizione di ogni relazione sociale o collettiva li immerge in una condizione di buio. Nel mondo che li vuole soli e isolati il fatto che da loro salga una domanda di socialità è una buona notizia. Figurarsi, spesso non votano neanche. Sono i giovani di questo paese. Los Olvidados, i dimenticati. Ogni tanto un fatto di cronaca ci ricorda che ci sono anche loro, in questo mondo in mascherina. Per randellarli ben bene basta una foto dei Navigli affollati una sera. Per ascoltarli non basta la notizia che nel 2020 l'unità di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza ha avuto 300 ricoveri, quasi uno al giorno, per attività autolesionistiche di varia natura fino a propositi suicidi. L'anno prima erano stati 12, uno al mese. Vogliamo attribuire anche questo al nefasto anno bisesto o vogliamo cominciare a capire che tutta la società dovrebbe piegarsi, come un albero disneyano, verso i più piccoli e i più giovani e ascoltare la loro voce, per quanto flebile sia?
La prosecuzione della pandemia fino a un momento che nessuno indica, la certezza che loro saranno gli ultimi a essere vaccinati, il ripetersi della proibizione di ogni relazione sociale collettiva - scuola, concerti, cinema, discoteche, cene con gli amici - la impossibilità di programmare, forse persino di sognare, un viaggio o una vacanza immerge i ragazzi in una condizione di buio e di solitudine.
Questa crisi, della quale stiamo per celebrare un anno, delimita il loro principale spazio vitale in un ambito, la casa, che è quello da cui ogni adolescente spera di poter uscire e finisce con lo strutturare il grosso dei rapporti di relazione, persino verbale, in una dimensione, la famiglia, dalla quale a quella età si vuole e si deve conquistare una sana autonomia. In casa, in famiglia, con la scuola spesso a distanza, dovendo rincasare tutte le sere, da mesi, al massimo alle dieci, senza la possibilità di condividere uno spazio pubblico comune di musica, di tifo sportivo, di sereno trascorrere in compagnia del "caro tempo giovanil".
Ha detto la psicologa Anna Oliverio Ferraris: "Molti adolescenti, privati della scuola e della vita sociale, vivono come se fossero anziani o malati. E il fatto che questo isolamento si stia prolungando è rischioso: il rischio dell'abitudine è che poi diventa irreversibile... Gli adolescenti in casa tornano sotto il controllo totale dei genitori. Genitori che diventano iper-controllanti, proprio in quell'età in cui dovrebbe esserci lo svincolo dalla famiglia, la distanza, l'autonomia. Invece fanno un passo indietro, tornano a essere bambini sotto l'ombrello protettivo e onnipresente di madre e padre, vediamo un processo di infantilizzazione, che certo non è positivo".
Una ragazza, Virginia Perna, ha scritto un bel testo nella pagina delle lettere del Corriere: "Alla noncuranza verso i giovani si aggiunge il continuo disprezzo degli adulti nei confronti delle nuove generazioni. Teppisti, irrispettosi, nullafacenti, drogati e per ultimo untori. Pensate che strano, dei giovani reclusi per mesi nelle loro stanze illuminati dalla sola luce di uno schermo si permettono di uscire quando possono... Noi non vediamo prospettive per il futuro, l'oscurità ci pervade e stiamo male. Un male che voi adulti non avete mai provato...".
In un liceo di Roma una ragazza è stata fermata nei giorni scorsi da una collaboratrice scolastica mentre si stava accingendo a varcare una finestra del secondo piano e storie così sono accadute in molti luoghi di questo paese. Ci si rende conto cosa significhi tutto questo, ad esempio, per i ragazzi che sono andati dalle medie al ginnasio, che passano dall'essere bambini alla condizione di adolescenza e sono, in questi anni cruciali, privati della normalità della loro evoluzione? Qualcuno sta sondando la condizione dei ragazzi delle grandi periferie urbane che al malessere della loro condizione aggiungono l'incertezza che avvertono per la condizione del lavoro del padre e/o della madre?
Un professore di quel liceo mi dice che i ragazzi si stanno spegnendo, stanno perdendo attenzione, si stanno lasciando andare, si chiudono nelle loro stanze separandosi dal mondo. La sensazione che tutto sia precario rende per loro il futuro una minaccia e non la più affascinante delle opportunità. Restano il silenzio delle stanze chiuse, il conforto spesso esclusivo della rete che tra mille contraddizioni rompe comunque questa solitudine.
Abbiamo visto anche le risse gratuite tra i ragazzi a Villa Borghese, figlie di un malessere che sarebbe sbagliato etichettare sbrigativamente. Los Olvidados. Mi ha colpito che in questo paese con i capelli bianchi nessuno si sia fermato, anche solo un attimo, per chiedersi se fosse proprio da escludere l'idea di cominciare a vaccinare, oltre al personale sanitario e agli ultraottantenni, proprio i più giovani. Per restituire loro una normalità la cui perdita, a quindici o venti anni, è una ferita difficilmente rimarginabile.
A Mario Draghi tutti, in questi momenti, chiedono ogni cosa perché, dopo anni di zuzzerellona sbornia populista e demagogica, ci si è resi conto che la competenza, l'esperienza, la gentilezza che significa accoglienza e ascolto, non sono reati perseguibili, ma valori essenziali per una comunità. Io a Draghi chiederei solo di ascoltare una rappresentanza di ragazzi.
Di quelli che oggi occupano le scuole per poter studiare, che chiedono, con gli insegnanti, di poter sapere di più e meglio, non il sei politico. Ai ragazzi, che magari hanno creduto allo spirito indotto del tempo egoista che raccomandava di tenersi ben lontani dall'impegno civile e di curarsi solo di loro stessi, vorrei dire che tra le tante cose meravigliose della loro difficile stagione della vita c'è anche la difesa dei propri diritti, il vivere insieme esperienze di comunità politica, culturale o sociale. E che quindi più loro si organizzeranno, saranno davvero rete, più le loro esigenze saranno considerate centrali e la loro voce non sarà un grido muto. Nel mondo che li vuole, in ogni caso, soli e isolati, il fatto che da loro salga, in mille forme, una domanda di socialità è una buona notizia.
Basta solo ascoltarli. In famiglia, a scuola, nelle istituzioni. E costruire per loro un futuro in cui non esistano solo debito pubblico da portare sulle spalle e precarietà sociale. Nel 2020 in Italia ci sono stati 300.000 nati in meno di quanti siano defunti, e ci sono oggi la metà delle culle rispetto al 1975. In questo paese egoista, che invecchia e fa debiti per chi nasce, dovremmo avere almeno avere un'attenzione. Dovremmo ascoltare la voce e occuparci davvero, sinceramente, dei pochi clienti del nostro futuro.
piuomenopop.it, 8 febbraio 2021
Raccontare l'esperienza di "insegnante di rap" nelle carceri minorili tramite le parole di un libro e la musica di uno street album: questo l'obiettivo del rapper e scrittore Francesco "Kento" Carlo che giovedì 28 gennaio pubblica "Barre". Il libro "Barre - Rap, sogni e segreti in un carcere minorile", edito da minimum fax, è disponibile in tutte le librerie, mentre lo street album intitolato "Barre Mixtape" è su tutte le piattaforme digitali e, nelle prossime settimane, uscirà su vinile per Aldebaran Records.
Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Nei suoi laboratori, Kento stimola a incanalare nella creatività la rabbia, la frustrazione e la tentazione di fare del male agli altri e, più spesso, a sé stessi. Barre racconta queste esperienze - con gli strumenti della narrativa, perché la legge impone di non rivelare nulla che possa collegare le vicende narrate ai protagonisti reali - e insieme riflette sul classismo insito nel sistema della giustizia minorile italiana, in cui a finire dentro spesso non sono i più colpevoli ma semplicemente gli ultimi per condizione economica, culturale e sociale. Barre, come quelle di metallo alle finestre della cella. Barre, come vengono comunemente definiti i versi di una strofa rap. Barre, come i segni di penna sui nomi dei ragazzi che non frequentano più i laboratori. Perché sono usciti, finalmente liberi. Perché sono diventati grandi e devono trasferirsi nel carcere degli adulti. Perché non sono mai rientrati dai permessi premio, e chissà che fine hanno fatto.
Il disco è stato registrato e masterizzato allo storico Quadraro Basement e vede le produzioni di Shiny D, Goedi, DJ Fuzzten, Gian Flores, Dj Dust, Giovane Werther e un feat. di Lord Madness. Tredici tracce dove la poesia incontra il boombap e le classiche rap ballad si alternano a incursioni nelle sonorità più moderne, senza mai perdere l'attenzione al messaggio che è da sempre il tratto distintivo dell'MC reggino. Un lavoro legato a doppio filo al libro perché nato dalla stessa ispirazione, e scritto in buona parte nel periodo in cui - per colpa del lockdown - i laboratori in carcere hanno subito un'interruzione forzata, così come i concerti. In attesa di poterlo sentire dal vivo, è prevista quindi un'edizione in vinile di sole 100 copie numerate a mano e autografate, su supporto in formato 180 grammi nero con effetto marmorizzato giallo, che richiama la copertina del libro. Il vinile di Barre Mixtape è disponibile in pre-ordine sul sito di Aldebaran Records in bundle con il libro stesso e, per chi vorrà, anche con una t-shirt realizzata in esclusiva dalla cooperativa Jailfree, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti.
di Annalisa Casali
thegoodintown.it, 8 febbraio 2021
La compagnia teatrale del carcere minorile di Milano mette in scena "New Wild Web", uno spettacolo che punta a esorcizzare il cyberbullismo. La testimonianza di Kevin, un attore della compagnia: "Io, bullizzato, da grande voglio fare l'educatore". La musica e il teatro come strumenti di cambiamento e reinserimento sociale. Ma anche come spunto di riflessione sul rapporto tra i ragazzi e il web. Un rapporto che si è fatto sempre "tossico", specie negli ultimi mesi. Il lockdown prima, l'istituzione delle zone rosse poi, hanno contribuito ad ampliare le dimensioni del fenomeno cyberbullismo. I giovani rimasti a casa, collegati per ore a smartphone, tablet e PC, annoiati e isolati, si sono scoperti molto più fragili.
E la cronaca riporta periodicamente le notizie di sfide mortali sui social che vedono coinvolti bambini e ragazzi sempre più giovani. I risultati dell'Osservatorio indifesa 2020 di Terre Des Hommes e ScuolaZoo, presentati qualche giorno fa, evidenziano che in Italia il 61% dei ragazzi tra i 13 e 23 anni ammette di essere stato vittima di bullismo o cyberbullismo e il 68% dichiara di aver assistito a episodi di questo tipo. Ben il 14,76% dei ragazzi e l'8,02% delle ragazze, invece, si è reso responsabile di aver compiuto atti di bullismo o cyberbullismo. Un fenomeno, quindi, che andrebbe monitorato con più attenzione.
New Wild Web, ovvero come ti smonto il bullo - Il cyberbullismo è il tema principale del nuovo spettacolo messo in scena nel teatro del carcere minorile Beccaria di Milano dalla Compagnia Puntozero. Il lavoro, dal titolo "New Wild Web", è l'ultimo di una lunga serie di iniziative - oltre una ventina gli spettacoli allestiti nei 25 anni di attività della compagnia - che puntano a coinvolgere i ragazzi ospiti del carcere durante e dopo il loro percorso riabilitativo.
"Puntozero è una compagnia a tutti gli effetti, che si impegna a formare non solo attori ma anche macchinisti, tecnici del suono e delle luci, offrendo nuovi sbocchi professionali ai ragazzi che provengono da situazioni familiari e sociali svantaggiate", ci spiega Giuseppe Scutellà, presidente e direttore artistico di Associazione Puntozero. Lo spettacolo vuole far riflettere soprattutto i ragazzi, che oggi vivono sui social buona parte del loro quotidiano, e fa parte delle iniziative di sensibilizzazione contro l'odio online finanziate dalla raccolta fondi in crowdfunding #UnaBuonaCausa, promossa dalla piattaforma per la tutela legale delle vittime COP - Chi Odia Paga. "New Wild Web" verrà presentato in livestream nella mattinata del 22 febbraio agli alunni di diverse scuole. Si tratta di una rappresentazione "molto innovativa, ibrida e interattiva - prosegue Scutellà -, in cui si alternano una stand up comedy, musica e scene. Il copione c'è ma di fatto lo spettacolo si costruisce insieme al pubblico, che potrà interagire con gli attori in scena attraverso interventi e domande dirette".
La rappresentazione prende spunto da un lavoro di Jaron Lanier, informatico della Silicon Valley convinto che i social network stiano minando la nostra capacità di provare empatia e ha per protagonisti due bulli un po' sopra le righe: Ismo&Bull. "L'obiettivo dello spettacolo - sottolinea Scutellà - è smontare il ruolo del bullo e far capire che è possibile creare una società migliore". Un messaggio positivo con una valenza universale, che trova conferma nella testimonianza di uno degli attori della compagnia, un ragazzo che chiamerò Kevin.
L'esperienza di Kevin: da bullizzato a (futuro) educatore Kevin è nato in Italia da genitori croati e per varie vicissitudini personali si è trovato a vivere l'esperienza del carcere minorile. Ci sentiamo al telefono e la cosa che mi impressiona da subito è la sua maturità. "Io sono stato vittima dei bulli e quello che mi sento di dire è che non bisogna stare zitti e girarsi dall'altra parte".
L'esperienza con Puntozero, prosegue Kevin, "mi ha insegnato che è possibile cambiare vita se c'è chi ha fiducia in te. Se c'è chi non ti critica ma, anzi, ti aiuta a realizzare i tuoi sogni e ti dà un motivo per andare avanti a testa alta, senza vergogna. Se c'è chi vede la persona al di là dello sbaglio che può aver commesso. Ed è questo l'insegnamento che mi porto dentro: bisogna vedere e capire la persona che c'è al di là dello schermo, solo così è possibile sconfiggere il cyberbullismo".
Un insegnamento che Kevin vuole contribuire a diffondere mettendo a frutto la propria esperienza personale. "Adesso il mio obiettivo è diplomarmi in scienze dell'educazione, perché mi piacerebbe aiutare altri ragazzi che, come me, si sono trovati in un momento di difficoltà. Io so bene cosa provano e come si sentono e penso che la mia esperienza potrebbe aiutarli ad aprirsi. E, magari, fargli capire che si possono trovare nuovi percorsi di vita", anche ripensando il rapporto con la tecnologia e i social. "Poi, quando ci incontriamo faccia a faccia, invece, spesso non sappiamo come comportarci. Lo spettacolo mi ha permesso di tirare fuori emozioni e sentimenti molto intensi. Io stesso sono stato bullizzato e lo spettacolo mi ha aiutato a superare l'odio, ecco perché sono certo che questo progetto servirà anche ai ragazzi più piccoli, per capire che la vita non è quella che mettiamo in scena sui social. Internet non è il male, ma va ripensato e dovrebbe essere usato con più delicatezza", è l'insegnamento che mi lascia Kevin. Chiudo la telefonata e penso che forse basta davvero poco per sconfiggere il cyberbullismo.
di Carlo Lavalle
La Stampa, 8 febbraio 2021
Il social network è stato costretto a ridimensionare il ruolo dei gruppi perché ritenuti responsabili di disinformazione, odio e contenuti violenti e mezzo di organizzazione dell'assalto al parlamento Usa. Facebook nel 2019 ha ridisegnato la piattaforma mettendo al centro i gruppi ma ora fa marcia indietro reprimendone l'attività ed escludendoli dai suggerimenti nel news feed. Un gruppo di ricercatori aveva evidenziato sin dal mese di agosto 2020 il crescendo di retorica violenta, disinformazione e faziosità prodotta al loro interno mettendone al corrente l'azienda.
In un documento riservato, lo rivela il Wall Street Journal, è emerso come oltre il 70 per cento dei principali gruppi civici attivi negli Stati Uniti esprimesse una forte carica di odio e violenza e contenuti tossici, rappresentando un pericolo di radicalizzazione politica e sociale.
Nonostante le indicazioni degli autori della ricerca, Facebook non è intervenuta con determinazione e in modo tempestivo per bloccare questa deriva. Gli eventi del 6 gennaio, con l'assalto dei dimostranti al Campidoglio Usa, hanno fatto precipitare la situazione imponendo una svolta. Il ruolo fondamentale di Facebook come mezzo per pianificare e organizzare le proteste dei manifestanti è stato sottolineato da varie inchieste e segnalazioni giornalistiche. E, a questo punto, non è stato più possibile minimizzare o reagire in maniera blanda e in via provvisoria, ignorando il richiamo a un'azione più incisiva. Il giro di vite deciso dal management del social network ha portato alla rimozione di numerosi gruppi e alla definizione di nuove regole più restrittive. Guy Rosen, Vice President of Integrity di Facebook, ha giustificato la stretta, che ha comportato la disabilitazione di strumenti in grado di favorire la circolazione di contenuti violenti e il rafforzamento della moderazione, operazione non facile, facendo leva sulla difesa della sicurezza degli utenti. Alla fine, la società di Menlo Park, che ha ricevuto molteplici avvertimenti sulla funzione nefasta dei gruppi - descritti come un fattore di distruzione dell'America e accusati di covare odio dal senatore Edward Markey - dopo un tira e molla, ha scelto la via drastica di modifica della rinuncia alla promozione sulla piattaforma, modificando gli algoritmi. E trasformando una moratoria in una decisione permanente, annunciata dallo stesso Mark Zuckerberg.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 8 febbraio 2021
A sei mesi dalla scadenza risposta in 2 casi su 100. Al ritmo di 16 al giorno, solo a Milano, ci vorranno trent'anni per portare a compimento le procedure per l'emersione dal nero dei 26.000 lavoratori stranieri che speravano nella sanatoria dell'estate scorsa per uscire finalmente dalla clandestinità. A Caserta, le 6.622 domande ricevute giacciono ancora tutte nei cassetti della prefettura. A Firenze, esempio virtuoso, sono già stati fatti firmare 100 contratti su 4.483, il 2,5 per cento. È un'altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall'inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo.
A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell'assistenza alla persona, dell'agricoltura, dell'allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la mancanza di personale dedicato, hanno fatto sì che la maggior parte delle prefetture italiane non abbiano neanche iniziato le convocazioni dei lavoratori stranieri, e chi lo fa procede a un ritmo di 3-4 appuntamenti al giorno.
Lasciando gli oltre 200.000 lavoratori interessati nel limbo da cui speravano di poter uscire. "Come promotori della campagna Ero Straniero - dice Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam - abbiamo raccolto tantissime segnalazioni. Occorre salvare la procedura di emersione dal sostanziale fallimento cui sembra avviata se non ci sarà un intervento netto del governo, con conseguenze pesantissime sulla vita di decine di migliaia di lavoratori". Dal Viminale ammettono l'impasse: solo a gennaio è stato possibile assumere personale interinale
di Alessia Arcolaci
Vanity Fair, 8 febbraio 2021
L'8 febbraio 2020, il ricercatore egiziano Patrick Zaki veniva fermato al Cairo per "propaganda sovversiva e terrorismo". Oggi l'Italia si mobilita per lui. Patrick Zaki è in carcere da 365 giorni. È trascorso un anno da quando l'8 febbraio scorso è stato fermato, appena atterrato al Cairo, in Egitto, per un interrogatorio. Da quel momento, rinvio dopo rinvio è rimasto in carcere.
Era arrivato da Bologna, dove studiava e lavorava come ricercatori all'università, per trascorrere alcuni giorni con la sua famiglia. Al momento del fermo non sono state rese note le accuse. Solo dopo l'interrogatorio si è saputo che era accusato di propaganda sovversiva e terrorismo tramite alcuni post Facebook, secondo l'accusa. Nonostante la "non colpevolezza" del ricercatore sia stata dimostrata in tribunale, Patrick Zaki resta in carcere. L'ultimo rinnovo vi di 45 giorni da parte del tribunale è stato comunicato a inizio febbraio.
"Non sappiamo quando finirà questo incubo". Ha detto a La7 la sorella di Patrick, Marise. La donna, negli stessi giorni insieme alla sua famiglia, ha lanciato un appello affinché venga data la cittadinanza italiana al fratello. "Abbiamo scoperto che mio fratello rischia di rimanere in carcere, un anno, due anni o forse di più. E non si sa se verrà mai scarcerato. Ciò che Patrick ci dice durante le visite è di "continuare quello che avete iniziato per rendere vicina la mia libertà". Le iniziative volte alla sua scarcerazione sono tantissime e da un anno non si fermano. Oggi è il giorno di "Voci per Patrick". Una maratona musicale organizzata da Amnesty International, Mei (Meeting delle etichette indipendenti) e Voci per la libertà. Dodici ore di musica, oltre 150 artisti. Tra cui Roy Paci e Marina Rei che si susseguiranno in un grande evento online. Dalle 12 alle 24, per chiedere la sua libertà. È la più grande mobilitazione musicale organizzata per Patrick.
"Una Woodstock della musica italiana per Patrick", ci racconta Michele Lionello, direttore artistico di Voci per la Libertà. "Il nostro obiettivo è continuare a chiedere libertà per Patrick. Sappiamo per certo che quando ha parlato con la famiglia e gli avvocati, ha palesato la contentezza di sapere che ci sono migliaia e migliaia di persone che si stanno mobilitando per lui in Italia. E continueremo a farlo, anche per accendere un faro sulla situazione dei diritti umano in Egitto. Pensando alla vicenda ancora più triste di Giulio Regeni o anche di tanti egiziani che vengono incarcerati e di cui non si sa niente". La maratona sarà in diretta. Sui canali social di Voci per la Libertà, si alterneranno ai contributi video degli artisti quelli in diretta di persone che sono vicine alla vicenda di Patrick. Ci saranno tre suoi amici, la coordinatrice del progetto Gemma a cui Patrick stava lavorando, rappresentanti di Amnesty e delle istituzioni.
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