di Kristina Gulyayeva
bandieragialla.it, 10 febbraio 2021
Incontro online di Teatro dei Venti. Martedì 16 febbraio alle ore 19.00 si terrà l'incontro "Teatro in Carcere. Scambi di pratiche per nuovi approdi. Spettatori attivi e operatori" online su piattaforma Zoom e in diretta Facebook sulla pagina Freeway Project. Nell'ambito del progetto europeo "Freeway - Free man waking - theater as a tool for detainees' integration" sostenuto da Creative Europe e finalizzato alla creazione artistica, alla formazione e allo scambio di buone pratiche di Teatro in Carcere a livello europeo.
Un incontro tra spettatori e operatori teatrali in Carcere, un'occasione per conoscere il lavoro delle quattro realtà promotrici del progetto, che lavorano negli Istituti Penitenziari dei rispettivi Paesi: Teatro dei Venti (Italia), aufBruch Kunst Gefängnis Stadt (Germania), Fundacja Jubilo (Polonia) e Upsda (Bulgaria).
All'incontro sono invitati anche rappresentanti delle Istituzioni civili e penitenziarie, volontari, associazioni e soggetti che lavorano in Carcere, per un ascolto allargato e una conoscenza reciproca dei contesti. Per partecipare all'evento su Zoom è possibile iscriversi e ottenere il link inviando una mail all'indirizzo
L'obiettivo generale del progetto Freeway è il rafforzamento e miglioramento delle capacità di tutti gli operatori culturali che svolgono attività teatrali in carcere, in particolare attraverso l'apprendimento e lo scambio di conoscenze.
Il progetto prevede infatti attività di scambio e formazione, coinvolgendo direttamente quattro categorie di soggetti diversi: operatori / registi delle realtà partner, attori detenuti, operatori in formazione, pubblico attivo/cittadinanza, e implementando la realizzazione, ma anche la creazione, la produzione e la circuitazione di spettacoli teatrali con un tema comune.
Nell'ambito di questo progetto il Teatro dei Venti ha prodotto il film "Odissea Web", di Raffaele Manco e Stefano Tè, realizzato nel corso del periodo di prove da remoto durante il lockdown (marzo-giugno 2020). Il lavoro del Teatro dei Venti in relazione al Carcere prosegue quotidianamente, con i percorsi formativi negli Istituti di Modena e di Castelfranco Emilia, con incontri e momenti di formazione per il pubblico e per gli operatori teatrali, e con l'apertura verso progettualità internazionali finalizzate allo scambio di buone pratiche.
di Marco Impagliazzo*
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
Il fenomeno si sta allargando a causa della pandemia: coinvolti anche molti alunni delle elementari e delle medie. È compito del governo intervenire. Caro direttore, i nostri figli, ce ne siamo accorti ormai da tempo, vivono un dramma nel dramma della pandemia. Hanno avuto poca scuola negli ultimi mesi e subiscono una pressione psicologica senza precedenti. Vari segnali mostrano un disagio crescente, come le risse in piazza, mentre si registra un allarmante aumento degli atti di autolesionismo. Tutte conseguenze dell'isolamento forzato e della maggiore difficoltà di frequentare i coetanei. Vorrei qui soffermarmi sugli alunni di elementari e medie, di cui si parla meno rispetto ai liceali. Eppure agli Uffici scolastici regionali e al ministero dell'Istruzione giungono crescenti segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola (primaria o secondaria di I grado) o che perdono, nelle maglie larghe della didattica a distanza, quella continuità d'insegnamento e di relazione che è la maggiore garanzia di un successo formativo.
Una battaglia che l'Italia conduce da tempo, quella contro la dispersione scolastica - che aveva visto di recente qualche timido progresso - ora rischia, a causa della pandemia, di arretrare nuovamente. Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Europea ("Relazione di monitoraggio del settore dell'istruzione e della formazione per il 2020") ci ricordano l'entità del problema. I minori che abbandonano precocemente l'istruzione o la formazione sono il 13,5% del totale. L'Italia purtroppo è tra gli ultimi Paesi europei in questa classifica. Parliamo di cifre relative al 2019, prima della diffusione dell'epidemia. Ma il fenomeno si allarga - come mostra un'inchiesta della Comunità di Sant'Egidio - ed è più alto ancora al Sud, nelle periferie delle grandi città e tra i ragazzi di origine straniera, rischiando di vanificare la spinta all'integrazione.
Tutto ciò riempie di preoccupazione. Parliamo di bambini e adolescenti che avrebbero diritto a qualcosa di diverso dalla scuola della strada o da una formazione incompleta, un danno secco alla crescita civile, culturale ed economica del Paese. Siamo in presenza di un'emergenza vera e propria, da vivere come il primo dei problemi. Perché da don Milani sappiamo che "la scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde". In Lettera a una professoressa, i ragazzi del piccolo borgo di Barbiana, erano allora molto netti nei giudizi: voi (insegnanti) dovreste lottare "per il bambino che ha più bisogno", andare "a cercarlo a casa sua se non torna"; non darvi "pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola".
La dispersione scolastica è fenomeno complesso, dipendente da vari fattori. Non si può pensare di contrastarlo solo con l'abnegazione dei docenti, perché la scuola non riguarda solo gli insegnanti, o i genitori. La ferita dobbiamo sentirla tutti. Ciò di cui si ha bisogno è un'azione sinergica che non lasci sola la scuola, con idee, investimenti, e implementazione delle best practicesgià avviate. Per andare "a cercare a casa" i tanti Gianni che se ne sono allontanati perché non istituire una nuova figura, quella del "facilitator" scolastico, per andare - anche fisicamente - a cercare chi si è perso per strada e reinserirlo in un percorso educativo e di istruzione? Far rispettare l'obbligo scolastico non è solo una questione giuridica.
È sotto gli occhi di tutti che la didattica a distanza, soprattutto in certe situazioni marginali, non ha funzionato e forse non può funzionare. Così come non si può estendere all'infinito l'istituto dell'istruzione parentale, laddove le famiglie non sono in grado di supportare i figli. E poi occorrerà recuperare nei prossimi mesi, fino all'estate, le tante ore di studio che si sono perse lasciando aperte le scuole fino a quando servirà.
Sarà il compito del nuovo governo. Il presidente del Consiglio incaricato ha già parlato, nel suo breve discorso di accettazione, di "uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni". È davvero lo spirito con cui muoversi nelle settimane e nei mesi che verranno. Il disagio psicologico e la crisi formativa di tanti bambini e adolescenti ci ricordano che la sfida non è solo economica. Parliamo tanto di un piano "Next Generation". Che la scuola, e non la strada o un cellulare, siano l'oggi e il domani di tanti bambini e ragazzi, il loro "Recovery plan".
*Presidente della Comunità di Sant'Egidio
di Carlo Rimini
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
I fatti dimostrano che la legge del 2019 sulla violenza domestica non funziona. Occorre ben altro e ben altri investimenti. Quando è stata approvata la legge del 2019 sulla violenza domestica, su queste colonne avevamo previsto che non avrebbe funzionato. I fatti di questi giorni dimostrano che la legge non ha neppure attenuato i numeri di un dramma. L'entusiasmo è passato alla svelta. Una scia di sangue da una donna all'altra. Per commuoversi basta leggere le storie di ogni signora uccisa. Per ragionare si deve invece partire dai dati. Mentre gli omicidi volontari complessivi nei primi sette mesi del 2020 (durante il primo lockdown) sono diminuiti rispetto all'anno precedente (da 161 a 131), il numero di donne assassinate è aumentato (da 56 a 59). È impressionante l'aumento della percentuale delle donne uccise dal compagno attuale o passato: nel 2014 erano il 54,7%, nel 2019 il 61,3%. Sbagliano quindi coloro che pensano che si tratti di un fenomeno che c'è sempre stato, ma se ne parlava di meno. È invece una piaga e va sempre peggio.
Peggio degli altri Stati europei? No, siamo allineati con la media. In Europa, nel 2018 l'incidenza dei femminicidi è stata di 0,25 ogni 100.000 donne; in Italia 0,24. Peggio di noi, Finlandia, Svezia, Germania, Malta. Meglio Spagna, Croazia, Slovacchia; come noi Francia, Olanda e Belgio. Cosa si deve fare? Servono fondi per garantire una risposta efficiente alle donne che chiedono aiuto. Servono pool (come quelli anti mafia) nei quali lavorino pubblici ministeri e polizia giudiziaria specializzati, in grado di individuare nel mare delle denunce i casi di persone in pericolo. Occorrono risorse, competenze e formazione per proteggerle; per fare sentire i loro persecutori braccati. Tutto ciò non si fa con i proclami ma con le strutture e con il denaro, tanto denaro. Un'idea potrebbe essere finanziare un progetto con i denari del Recovery fund. È stata proprio la Fundamental Right Agency (della Ue), nel suo studio del 2014, ad affermare che l'Unione dovrebbe finanziare programmi volti a combattere la violenza in famiglia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 febbraio 2021
"Le persone che protestano contro il pericoloso disegno di legge sulla sicurezza globale sono state arrestate e vengono detenute su basi pretestuose. La mano pesante con cui la polizia francese ha gestito queste proteste non fa altro che sottolineare perché sia così necessario tenere sotto osservazione l'operato della polizia. Questa legge potrebbe impedire ai giornalisti di raccontare eventuali violenze della polizia, creando un precedente estremamente pericoloso".
Questo è quanto ha dichiarato Amnesty International sulle tattiche illegali cui fanno ricorso le autorità francesi per reprimere le proteste e mettere a tacere chi critica la proposta di una Legge sulla sicurezza globale che sarà votata a marzo dal Senato di Parigi, dopo l'approvazione dell'Assemblea nazionale del 24 novembre scorso. La proposta di legge limiterebbe la possibilità delle persone di far circolare immagini relative a violenze della polizia, e allo stesso tempo, aumenterebbe i poteri di sorveglianza della polizia attraverso l'utilizzo di sistemi di monitoraggio a circuito chiuso e droni.
Decine di migliaia di persone, tra cui anche molti giornalisti, sono scese in strada in Francia dal novembre del 2020 per opporsi alla proposta di legge. Il 12 dicembre solo a Parigi sono state arrestate 142 persone. Molti di questi manifestanti sono stati arrestati per reati non violenti definiti in maniera poco chiara dal diritto francese, tra i quali il reato di oltraggio a pubblico ufficiale e partecipazione a un gruppo con lo scopo di predisporre atti violenti. Alla fine, circa l'80 per cento di questi manifestanti non ha subito alcun procedimento giudiziario. Amnesty International aveva manifestato preoccupazioni simili in merito agli arresti arbitrari collegati alle proteste dei "gilet gialli" iniziate nel 2018 contro le riforme delle pensioni e anche durante le manifestazioni seguite al lockdown del 2020.
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
Pubblicata la Strategia europea sulle droghe 2021-2025. Linee guida generali che necessitano di un Piano d'azione che sarà elaborato sotto la presidenza portoghese, paese che ha un approccio meno criminalizzante alle sostanze. Approvata nel dicembre 2020 dal Consiglio dell'Unione europea, è stata pubblicata la Strategia europea sulle droghe 2021-2025. Come sempre, si tratta di linee guida generali e non vincolanti per gli stati membri (SM), che hanno bisogno di un dettagliato Piano d'azione (PA) - pure questo per altro non vincolante, a volte nel bene ma più spesso nel male, si pensi a tutto il blocco iperpunizionista dell'Est - per poter essere motore di qualche spostamento nelle politiche comunitarie e nazionali.
Il PA - con i suoi obiettivi concreti e relativi indicatori di monitoraggio - verrà si dice a breve, a cura della presidenza portoghese, dato non del tutto superfluo, se si pensa all'approccio più bilanciato della media europea adottato da quel paese. Non superfluo anche se si pensa al ruolo avuto dalla presidenza tedesca nel rigettare la bozza della Strategia elaborata dalla Commissione, che aveva enfatizzato linguaggio e approccio law & order, a favore di un testo più equilibrato, sollecitato anche dal Forum della società civile (Csfd).
Cosa è cambiato? Non l'impianto generale, che ruota, con consueta inerzia, attorno alla coppia riduzione dell'offerta-riduzione della domanda. E tuttavia, si è inserito un "terzo attore", dal momento che la Riduzione del danno (RdD), da insieme di interventi incardinato nella riduzione della domanda, è diventata un capitolo a sé, con questo valorizzandone la portata politica e strategica.
È la prima volta, ed è in linea sia con l'agenzia europea delle droghe, Emcdda, che costruisce nello stesso modo i suoi report annuali, sia con una precisa richiesta del Csfd, che indica come la RdD, vista come politica e non solo come servizi, non serva solo o tanto a ridurre la domanda, quanto appunto a governare i fenomeni. Dunque, non solo si devono offrire servizi di RdD (questo lo dicevano anche le Strategie precedenti), ma si deve avere una politica di RdD. Questo capitolo include anche il ricorso allargato alle pene alternative e, in un testo che pure non vuole e non può per ora invitare alla decriminalizzazione, si invitano gli Stati Membri a ispirarsi a quelle nazioni che hanno scelto di non fare delle condotte correlate all'uso personale un reato.
Un altro aspetto rilevante, nella parte della domanda, riguarda contenuti e linguaggio relativi alle persone che usano droghe: mentre si invita a potenziare il peer work, riconoscendone le competenze, si indica la necessità di lavorare contro lo stigma e, in tema di cure e servizi, si sottolinea che l'accesso deve essere per tutti/e e volontario (anche qui, importante soprattutto per i paesi dell'Est, ma non solo).
Sul piano della ricerca e della valutazione, si invita a un lavoro proattivo e non reattivo, all'adozione di piste di ricerca orientate al futuro e innovative, allargando la platea degli attori coinvolti, associazioni incluse, e delle risorse. Riguardo allo scenario internazionale dentro cui questa Strategia va a incardinarsi: senza mettere in discussione l'assetto globale Onu, rivendicando nuovamente l'approccio bilanciato europeo, il documento enfatizza il ruolo dei testi internazionali più avanzati, tra cui l'Outcome document di UNGASS 2016, e soprattutto la UN system common position, che coinvolge diverse agenzie Onu e sottrae almeno in parte l'esclusiva regìa allo UNODC, centrata sull'approccio repressivo; e si invita poi a includere le politiche sulle droghe nella prospettiva dell'agenda 2030 (Sustainable Development Goals). Infine, con l'indicazione delle International Guidelines on Human Rights and Drug Policy come testo di riferimento delle politiche europee, entrano in scena, in maniera meno retorica e vaga, i diritti umani come ingrediente della strategia comunitaria. Approfondimenti e documenti su www.fuoriluogo.it/europa2125
di Karima Moual
La Stampa, 10 febbraio 2021
Pare che l'arrivo di Mario Draghi porti con sé non solo un nuovo Salvini "europista", ma anche "realista" sul tema immigrazione. In pausa dunque il cavallo di battaglia del carroccio che negli anni - in barba ad ogni buon senso, in maniera cinica e spregiudicata - ha fatto dei migranti la carne da macello, con gli sbarchi di un'umanità diversificata di disperati, usati come il mostro da colpire, il male assoluto e la causa di tutti i mali, per giustificare le paure, deficienze e mancanze degli italiani.
Dentro, neanche i migranti residenti potevano trovare pace, con la morbosa ricerca dei piccoli criminali di origine straniera trasformati in caso nazionale e il marchio a fuoco per sfregiare tutta la categoria di "immigrati". Chiuso il sipario con il Papeete, lasciato il tema immigrazione senza un account social, grazie alla Lamorgese al Viminale, le immagini degli sbarchi sono tornati a coprire il loro posto, secondario e non centrale fino all'epilogo di un nuovo sbarco della ong Ocean Viking, e un nuovo e sorprendente Matteo Salvini che invece dei "porti chiusi" ha dichiarato di voler seguire la Germania sul tema, la legislazione europea!
E allora, benvenuto tra noi Matteo Salvini, perché questo bagno di realtà è una buona notizia per chi da anni si occupa di immigrazione e come tale non può che essere accolta con un sospiro di sollievo e un applauso, dato che al centro ci sono vite umane, ma anche il nostro stesso futuro. Salvini che vuole seguire il modello Germania è un Salvini che fa autocritica e cancella le sue politiche del passato, che umiliavano e privavano di strumenti chi credeva nell'integrazione con tutto ciò che questa parola significa e porta con sé nella cifra di quel capitale umano, fatto di una macchina complessa che negli anni si è strutturata per far sì che quei corpi sbarcati sulle nostre coste possano diventare, volti, nomi, storie da curare, integrare e ambire a diventare nostri concittadini.
La Germania, che oggi Matteo Salvini porta a modello, è quella della Merkel, che non sarà propriamente "buonista" ma sapeva leggere e mettere insieme i dati sul mercato del lavoro e quelli del declino demografico di cui soffre tutta l'Europa, scegliendo di mettere al centro l'integrazione, accogliendo (solo di siriani 1 milione e 200) e investendo nella lingua, assistenza sociale, psicologica, legale e infine formazione e inserimento nel mondo del lavoro.
Tutti calcoli che Salvini invece di mettere in pratica, li usava da contrasto con quel "Prima gli italiani" che di fatto ha lasciato "ultimi immigrati e italiani". Oggi mentre noi arranchiamo, con una crescita di irregolari e mercato del lavoro nero, rispetto alla legalità che farebbe bene anche alle casse dello Stato, in Germania il 49% del milione e mezzo di migranti accolti nel 2015, ha un lavoro e paga le tasse. Il 75% si è trasferito dai centri di accoglienza a case private e paga l'affitto. I bambini frequentano le scuole, parlano correntemente il tedesco, e certamente saranno vicini anche all'acquisizione della cittadinanza tedesca, mentre noi non siamo riusciti nemmeno a dotarci di una nuova legge sulla cittadinanza per chi nasce e cresce nel nostro paese.
E se la Germania ha agito per un preciso calcolo economico, in Italia si è continuato a fare il solo calcolo elettorale che non solo in tasca non ci porta nulla, ma ci posiziona tra i paesi meno competitivi. Dal 2015 a oggi il governo tedesco ha speso circa 87 miliardi per l'integrazione e siccome i tedeschi quando fanno un passo, lo fanno con uno sguardo a lungo termine, secondo gli economisti tedeschi il costo sarà azzerato tra poco, nel 2025, grazie alle entrate fiscali di questi "nuovi lavoratori".
Ecco, se a Salvini non piace essere buonista, che almeno cerchi di essere più realista, guardandosi intorno, perché il bene del paese è la via della legalità, che significa da una parte riconoscere cittadinanza a chi vive e paga le tasse da anni nel nostro paese, dall'altra trovare alleati in Europa per dare un'opportunità a chi sbarca sulle nostre coste lasciandosi l'inferno alle spalle, e far sì che diventi un'opportunità anche per il nostro paese. Questo è fare politica alta. Non deve inventarsi niente. C'è chi ci ha già provato e ci è riuscito. Basta copiare.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
Oggi è il quinto giorno di protesta. Una donna sarebbe stata uccisa da un proiettile che l'ha colpita alla testa mentre un altro manifestante ha preso il colpo in pieno petto e versa in gravi condizioni.
Il quarto giorno di proteste di piazza in Myanmar preannunci quello di oggi, il quinto, con un movimento esteso oltre ogni aspettativa nel tempo e nello spazio in ogni angolo del Paese.
Ma c'è anche un primo tragico bilancio. Una donna sarebbe stata uccisa da un proiettile che l'ha colpita alla testa mentre un altro manifestante ha preso il colpo in pieno petto e versa in gravi condizioni. Sono tra le sette persone colpite da proiettili (a quanto pare di metallo) sparati ad altezza d'uomo. Sparati per uccidere. Per ora la notizia non è stata confermata.
Succede a Naypyidaw, la capitale politica voluta anni fa proprio dai generali, uno degli epicentri della protesta che con Yangon e Mandalay sono sotto i riflettori della cronaca di un movimento che comincia a spaventare i golpisti del 1 febbraio. Che hanno affrontato i raduni di oggi (forse un po' meno numerosi rispetto a ieri ma forse più diffusi in periferia) mandando avanti la polizia, spalleggiata da un esercito in stato di allerta. Idranti, lacrimogeni, spari in aria per disperdere la folla ma poi qualche agente più solerte abbassa l'arma e tira sulla gente.
È un episodio isolato ma gravido di nubi e che si è comunque accompagnato a pestaggi e arresti di decine e decine di manifestanti tra cui personaggi pubblici che ancora non erano in manette: per esempio U Ye Lwin sindaco di Mandalay, seconda città del Paese, arrestato - si dice - per aver scritto sui social parole indigeste sul golpe mentre molti dipartimenti del comune chiudevano i battenti per consentire ai dipendenti di partecipare alla protesta.
Una protesta così diffusa che ha coinvolto anche le forze di polizia: la più nota è la foto di un agente sul tetto di una macchina che solidarizza ma dal Myanmar raccontano anche di intere pattuglie schieratesi coi dimostranti. Episodi rari e numericamente poco importanti ma significativi. È attraverso i circuiti Vpn che riusciamo a comunicare con il Myanmar mentre Internet va a singhiozzo. Ed è in una di queste conversazioni che ci confermano la prima uccisione dopo una ridda di voci durante la giornata di più vittime della brutalità poliziesca.
Tutto sommato però la giornata si chiude con un bilancio, dicono i testimoni, più positivo del previsto dopo la decisione dell'altro sul giro di vite. Intanto continua la pressione della comunità internazionale e, secondo fonti locali, agli americani sarebbe stato opposto un rifiuto alla richiesta di vedere Aung San Suu Kyi che dovrebbe apparire in tribunale il prossimo 15 febbraio. E se per gli americani è l'ennesimo sgarbo, c'è chi pensa che anche i cinesi, che alla fine hanno attenuato all'Onu la loro opposizione alla condanna del golpe, non siano troppo contenti di come vanno le cose. Frastuono che ha già fatto lasciare il Paese ad alcuni imprenditori tra cui persino un'azienda di Singapore che aveva accordi con un conglomerato in mano ai militari. Brutto segno per i salvatori della patria e i difensori dello sviluppo.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 10 febbraio 2021
L'attivista dei diritti delle donne, in carcere dal 2018, dovrebbe essere rilasciata oggi secondo la sorella. Ma vivrà in libertà vigilata. Gli Usa chiedono il rispetto dei diritti umani a Riyadh ma le pressioni non dureranno a lungo. Non è facile valutare quanto il rilascio dell'attivista saudita dei diritti delle donne Loujain al Hathloul, atteso per domani, in anticipo di qualche settimana sui tempi annunciati, dopo 1.002 giorni di carcere duro, sia legato a pressioni statunitensi.
"Gli Usa si aspettano che l'Arabia saudita rilasci i prigionieri politici e migliori la situazione sui diritti umani", aveva detto qualche giorno fa la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. Fatto sta che la sorella dell'attivista, Alia al Hathloul, ha scritto in alcuni tweet in arabo che la scarcerazione è imminente ma che Loujain sarà in libertà vigilata e non potrà viaggiare all'estero in attesa processo di appello. Se domani le porte della prigione si apriranno, per Loujain avrà fine il calvario cominciato all'inizio dell'estate del 2018. L'attivista in questi due anni e mezzo ha denunciato sevizie, torture e persino violenze sessuali da parte dei carcerieri senza che ciò abbia spinto i giudici a ordinare indagini.
Il ritorno a casa non si accompagnerà alla libertà di parola e di espressione, gravemente limitata in Arabia saudita. Loujain vivrà in libertà vigilata e rischierà di tornare subito in prigione se aprirà bocca per raccontare la sua vicenda o per condannare crimini contro i diritti umani. Lo scorso dicembre un tribunale speciale per l'antiterrorismo l'ha condannata a cinque anni e otto mesi di prigione per sovversione, attacco alla monarchia, perseguimento di un'agenda straniera e l'utilizzo di Internet allo scopo di turbare l'ordine pubblico. Allo stesso tempo le autorità saudite, impegnate a inviare messaggi di amicizia e collaborazione all'Amministrazione Usa, difficilmente stringeranno la morsa su dissidenti, attivisti dei diritti umani e oppositori politici. Almeno non lo faranno in questo periodo.
Il potente principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) dopo aver goduto per quattro anni della protezione di Donald Trump, sa che deve conquistare la fiducia di Joe Biden. Non è sfuggito il rilascio, la scorsa settimana, su cauzione di due attivisti con cittadinanza statunitense in attesa del processo, il giornalista Bader al Ibrahim e il commentatore politico Salah al Haidar.
Domenica sono state commutate a dieci anni di carcere le condanne a morte di tre giovani di fede sciita - Dawood al Marhun, Ali al Nimr e Abdullah al Zaher - arrestati nove anni fa quando erano minorenni con l'accusa di terrorismo e partecipazione a manifestazioni non autorizzate. Il loro rilascio è previsto tra quest'anno e il 2022.
MbS deve compiacere ma fino a un certo punto l'alleato nordamericano. I rapporti tra i due paesi erano e restano solidi, l'alleanza è più forte che mai nonostante la Casa Bianca abbia congelato la vendita di armi a Riyadh e sospeso il suo appoggio all'offensiva saudita in Yemen.
E per quanto riguarda i diritti umani Washington, si sa, chiude un occhio, spesso tutti e due, quando a violarli è un paese alleato. Lo stesso Biden ha inviato un messaggio molto rassicurante agli alleati sauditi e israeliani affermando che non revocherà le sanzioni imposte dagli Usa all'Iran sino a quando Tehran non tornerà a rispettare l'accordo internazionale del 2015 sul suo programma nucleare, sebbene a mandare in frantumi l'intesa sia stato il suo predecessore Trump.
Israele comunque mette le mani avanti. Ieri il premier Netanyahu ha detto perentorio che le Alture del Golan, un territorio siriano che lo Stato ebraico occupa dal 1967, "resteranno per sempre parte di Israele", così come aveva riconosciuto Trump. Poche ore prima Blinken pur riaffermando che Washington appoggia l'occupazione israeliana del Golan, aveva avvertito che le cose potrebbero cambiare in futuro.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 9 febbraio 2021
Un grande piano di giustizia sociale che parta dalle carceri. Dare ossigeno a tutti coloro che in prigione non dovrebbero neppure starci e rendere definitiva la sollecitazione di Salvi ai magistrati: arrestate meno, riducete al minimo la custodia cautelare.
Non serve il pallottoliere: in poche settimane si potrebbero dimezzare i detenuti. Sempre con l'orizzonte di un progetto di amnistia e indulto da tenere in agenda. Ma intanto una seria politica riformatrice, che sia socialista nell'attenzione a chi ha meno e liberale nel rivendicare i diritti di tutti. È questo il nuovo percorso di giustizia, la svolta che ci aspettiamo da un premier come Mario Draghi e da un ministro guardasigilli come Marta Cartabia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
Per Giovanni Salvi il provvedimento sulle scarcerazioni "risulta finalizzato a far prontamente conoscere ai giudici le situazioni di vulnerabilità". Tutto è iniziato con lo "scoop" de L'Espresso, poi ripreso dal programma "Non è l'arena", condotto da Massimo Giletti, e addirittura, per conto del presidente Nicola Morra, è stata scomodata la commissione Antimafia per far luce sulla vicenda scarcerazioni.
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