di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
La Cassazione ricalcola la pena. Per la sua scarcerazione, lo scorso anno ad aprile, erano saltati tutti i vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap): dal numero uno Francesco Basentini, al direttore generale della Direzione detenuti Giulio Romano. Oggi, invece, si scopre che Pasquale Zagaria, fratello del capoclan Michele e attualmente detenuto nel carcere milanese di Opera al regime del 41bis, aveva di fatto già scontato la pena e può, quindi, tornare in libertà.
La Corte di Cassazione, accogliendo nei giorni scorsi il ricorso presentato dai difensori dell'ex esponente del clan dei Casalesi, soprannominato "Bin Laden", Andrea Imperato, Angelo Raucci e Sergio Cola, ha disposto la sua immediata scarcerazione, dopo averne ricalcolato la pena dagli iniziali 22 in 19 anni. Quando venne scarcerato la prima volta Zagaria era detenuto a Bancali a Sassari.
La vicenda è nota. Il giudice del Tribunale di Sorveglianza di Sassari, Riccardo De Vito, essendo stati tutti i penitenziari della Sardegna trasformati in strutture Covid, aveva chiesto al Dap di individuare una sede alternativa dove Pasquale Zagaria potesse curare la patologia tumorale di cui era affetto. Zagaria, scrisse De Vito nell'ordinanza, avendo un tumore, avrebbe dovuto sottoporsi al previsto "follow-up diagnostico e terapeutico".
Al carcere di Bancali, però, a causa dell'emergenza sanitaria in atto, tali operazioni non sarebbero state garantite. Ma non solo: la patologia di Zagaria era tra quelle "che lo espone maggiormente al rischio di infezione". Il giudice nel suo provvedimento aveva sottolineato poi di avere inviato una richiesta al Dap per capire "se fosse possibile individuare un'altra struttura penitenziaria dove effettuare il "follow-up", ma non sarebbe pervenuta nessuna risposta, neppure interlocutoria.
Un addetto della cancelleria del Tribunale di Sassari, si scoprì a posteriori, aveva sbagliato l'indirizzo mail del Dap e, pertanto, la comunicazione non era mai arrivata a destinazione. Di conseguenza l'amministrazione penitenziaria non aveva potuto rispondere e De Vito aveva dunque disposto la scarcerazione. Ad aprile dello scorso anno Zagaria aveva lasciato il carcere di Bancali ed era stato trasferito a Pontevico, vicino Brescia dove era stato programmato il piano terapeutico Per tale detenzione domiciliare era stata individuata l'abitazione di un familiare.
Le polemiche per tale scarcerazione furono feroci: oltre ad una accesa campagna mediatica, numerose erano state le interrogazioni parlamentari che avevamo messo in pericolo la poltrona dello stesso Guardasigilli Alfonso Bonafede. Arresto nel giugno del 2007, Pasquale Zagaria venne considerato dagli inquirenti la mente economica del clan casertano, avendo spostato nelle costruzioni il settore di maggior interesse criminale dei Casalesi, concentrando le attività nel Nord Italia grazie ad appalti a ditte compiacenti.
Nel 2019 il magistrato di sorveglianza di Cuneo aveva ridotto di 210 giorni la sua pena, accogliendo l'istanza dei suoi difensori per aver subito un trattamento inumano nei periodi di detenzione trascorsi a Poggioreale, Cuneo, Lecce e Nuoro. Tornado, infine, alla sua iniziale scarcerazione, il ministro della Giustizia Bonafede, dopo aver "dimissionato" tutti i vertici dell'Amministrazione penitenziaria, decise di affidare il Dap a due pm: il pg di Reggio Calabria Dino Petralia e il sostituto palermitano Roberto Tartaglia.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 febbraio 2021
C'è una nuova possibilità per le donne detenute senza fissa dimora. Nel Quartiere Matierno, nella periferia di Salerno è stata inaugurata la Casa Alloggio "San Paolo" un luogo destinato ad accogliere detenute che potranno accedere al progetto "per i senza fissa dimora" finanziato dalla Cassa delle Ammende e promosso dalla Regione Campania in accordo con l'ufficio del Garante dei detenuti, il Prap e l'Uepe.
Tale progetto è destinato a coloro che hanno una condanna inferiore a 18 mesi e possono quindi beneficiare della misura di detenzione domiciliare ma non hanno un domicilio. La struttura che ospiterà 4 detenute si erge su di un piano, vi è una cucina laboratorio ed una camera da letto con servizi igienici. Inoltre uno spazio adibito al servizio di segretariato sociale al fine di dare sostegno e supporto al territorio.
"Casa San Paolo nasce da un impegno costante è radicato nel Quartiere Matierno da 10 anni, la struttura è stata ristrutturata grazie all' impegno della fondazione Johnson & Johnson" così esordisce Roberto Romano, responsabile della Cooperativa San Paolo. Attualmente in Regione Campania, sono 11 le persone senza fissa dimora ospitate presso le strutture accreditate. In Campania abbiamo una popolazione detenuta di 6417 persone, 322 donne e 6095 uomini di cui 859 stranieri.
"Tali strutture rappresenterebbero un vero progetto di inclusione e non di "trattamento" si trattano i fiori le piante le cose e non gli esseri umani. Sono grato a queste 8 strutture che nella nostra Regione accoglieranno 47 tra detenuti e detenute senza fissa dimora", ha detto Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania.
All'evento di inaugurazione erano presenti Rocco Alfano Procuratore aggiunto di Salerno, Antonio Maria Pagano Responsabile della sanità penitenziaria di Salerno e provincia, Adriana Intilla Responsabile funzionario giuridico pedagogico della Casa Circondariale di Pozzuoli, Giuseppe Mancino Circolo lega ambiente, Antonietta Scafuti Presidente della Cooperativa San Paolo, Padre Tommaso Luongo e don Giacomo Palo e diverse realtà del terzo settore locale. Per il Procuratore Rocco Alfano: "Questa struttura è utile e necessaria soprattutto in questo momento storico colpito dalla pandemia per tutti i detenuti in particolare per quelli più deboli e fragili anche in caso di arresti domiciliari".
primonumero.it, 13 febbraio 2021
L'uomo aveva 58 anni ed era originario dell'Albania. Era stato dimesso nella tarda mattinata di ieri 11 febbraio dal reparto di Malattie infettive dell'ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma dopo un paio d'ore, appena rientrato nel carcere di Larino, è morto. Una prima diagnosi parla di arresto cardiocircolatorio, ma per far luce sulle cause del decesso di un detenuto 58enne del Penitenziario di Larino è stata disposta l'autopsia. Si cercherà quindi di chiarire le effettive condizioni di salute dell'uomo, albanese residente in Italia da tempo, al momento delle dimissioni dall'ospedale dove era stato assistito per infezione da Covid-19.
Il caso riporta alla luce le condizioni dei detenuti del carcere di Larino dove già in autunno era scoppiato un grosso focolaio con decine di contagi. Purtroppo nelle ultime settimane ci sono stati nuovi casi all'interno della Casa circondariale frentana con circa 15 persone risultate positive al Sars-Cov2. Sulla vicenda è intervenuto Aldo di Giacomo. L'esponente del Sindacato Polizia Penitenziaria ha puntato i riflettori sul caso del 58enne deceduto e ha chiesto nuovamente che ai detenuti e agli agenti penitenziari venga somministrato uno dei due vaccini precedentemente autorizzati dall'Aifa, vale a dire Pfizer o Moderna e non quello di AstraZeneca.
Di Giacomo contesta infatti la decisione del Governo di far somministrare ai detenuti, ma anche alle forze dell'ordine e agli insegnanti, il vaccino AstraZeneca che al momento sembra essere meno efficace per persone che hanno superato i 55 anni d'età e con patologie accertate. Dubbi che sono legati anche all'efficacia contro le varianti del virus che stanno emergendo negli ultimi mesi anche se al momento anche il terzo vaccino approvato in Italia è considerato affidabile e sicuro contro la variante inglese del virus.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Il provvedimento del ministro ha tenuto conto anche delle condizioni di salute di Anastasia, difesa dagli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Finisce l'incubo per Anastasia Chekaeva. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non concede l'estradizione richiesta dalle autorità russe. "Considerato, infatti - si legge nell'atto del ministero - che dalla già citata documentazione risulta che il padre lavora e vive stabilmente in Svizzera, sicché la consegna estradizionale lascerebbe la minore sostanzialmente priva di una qualsiasi tutela genitoriale".
Il ministro prosegue: "Dato atto, inoltre, che risulta che Chekaeva Anastasiia è affetta da una forma di asma di tipo allergico, sicché le sue condizioni di salute paiono difficilmente compatibili con una carcerazione preventiva, vieppiù in ragione dell'attuale situazione di emergenza epidemiologica, che rende concreto il rischio di un serio pregiudizio alla salute dell'estradanda". Per questi motivi, il ministro revoca il decreto di sospensione e "rifiuta l'estradizione delle cittadina russa".
Una grande vittoria, soprattutto grazie alla tenacia degli avvocati Fabio Varone del foro di Nuoro e Pina Di Credito del foro di Reggio Emilia. Così come è stato importante l'interessamento da parte di Rita Bernardini del Partito Radicale e Roberto Giachetti di Italia Viva. Si dà atto che il ministro della Giustizia ha potuto leggere con accuratezza le carte, per questo c'è stato il dietro front. Anastasia avrebbe rischiato di finire nel buco nero della giustizia russa, per un rimborso di alcuni biglietti non andati a buon fine che le è costata una richiesta di condanna a 10 anni di carcere. A questo punto vale la pensa ripercorrere nuovamente la sua vicenda. Tutto ha avuto inizio tre anni fa, quando Anastasia vive e lavora a Voronezh, in Russia, insieme al compagno (ora marito), titolare dell'agenzia di viaggi dove lei è impiegata. L'agenzia si trova all'interno del centro commerciale Galleria Chizhov, il cui legale rappresentante è Klimentov Andry Vladimirovich, vicepresidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione, e il cui fondatore è Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia - entrambi noti esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin. Un tour operator cancella una serie di viaggi che l'agenzia aveva venduto, ma Anastasia e il compagno, pur non essendo responsabili delle cancellazioni, si trovano costretti a prendersi carico dei rimborsi.
A questo punto inizia una campagna di diffamazione nei loro confronti, per cui la coppia decide di fare ritorno in Italia - dove vive legalmente dal gennaio 2018, e dove la loro bambina inizia a frequentare le scuole elementari. Seppure la vicenda amministrativa sia conclusa, Chizhov e Vladimirovich decidono di avviare un procedimento penale nei confronti di Anastasiia, a detta loro giustificato per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dall'agenzia situata nella loro galleria.
Ottengono - grazie alla loro posizione politica - che venga emessa domanda di estradizione all'Italia, quando in realtà il rappresentante legale dell'agenzia di viaggi è il marito della Chekaeva e cittadino italiano, che non avrebbe potuto essere estradato in Russia.
A lui viene diretta una forte campagna di intimidazione e minacce, iniziata immediatamente e motivo principale per cui la coppia torna in Italia - per assicurarsi l'incolumità della famiglia. Gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credico si sono subito attivati, soprattutto dal momento in cui il governo italiano non ha considerato nessuno di questi elementi, non opponendosi minimamente al processo di estradizione. Venerdì 22 gennaio, quando Anastasia viene prelevata e reclusa nel carcere di Sassari in attesa del trasferimento in Russia.
La vicenda portata alla luce dal Dubbio - Ma ecco che, in attesa di leggere nuova documentazione, il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione. Nel frattempo, in seguito a questa disposizione, la corte d'Appello di Sassari ha revocato la misura della custodia cautelare in carcere, disponendo per la donna l'obbligo di dimora nel comune di Arzachena. Fino però ad arrivare ai giorni nostri, ovvero ieri, quando il ministro ha revocato l'estradizione.
Un sospiro di sollievo per una vicenda che Il Dubbio ha portato alla luce grazie alla segnalazione dei difensori di Anastasia, gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Di fatto, la donna è sottoposta ad atti persecutori dall'autorità Russa e ha rischiato una estradizione che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali, in violazione della convenzione dei diritti dell'uomo e della nostra costituzione che garantiscono il rispetto della libertà personale, il diritto alla difesa e a un giusto processo per Anastasia. Ora però l'incubo è finito. Un atto, uno degli ultimi del ministro della Giustizia uscente, che merita di essere accolto con plauso e riconoscenza. Ha affermato lo stato di diritto del nostro Paese, quello che è carente nel Paese di Putin.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
L'Associazione Yairaiha Onlus ha segnalato il caso alle autorità competenti. C'è un detenuto al carcere di Secondigliano che denuncia di non ricevere adeguate cure, nonostante sia positivo al Covid 19 e con sintomi. È l'associazione Yairaiha Onlus che ha raccolto questa denuncia e l'ha segnalata alle autorità competenti. Si tratta di A.C., detenuto in S2 con i sintomi da Covid 19 già dal 23 dicembre del 2020; il primo tampone è stato effettuato il 10 gennaio ed è risultato positivo, il secondo tampone è stato eseguito in data 28 gennaio ed è ancora positivo. "La cosa più grave - segnala Yairaiha - è che non gli è stata somministrata nessuna terapia né altri accertamenti; solo negli ultimi giorni è stato spostato dal 2° al 5° piano sempre senza nessuna terapia specifica".
L'associazione condivide la preoccupazione della moglie di A.C. "sia per la superficialità con cui si sta trattando un caso Covid, ormai infetto da oltre un mese e sia la modalità di svolgimento delle videochiamate che avvengono con diversi detenuti in attesa nello stesso stanzone, utilizzando lo stesso telefono senza che l'apparecchio venga igienizzato nel passaggio da una persona all'altra".
Yairaiha sottolinea che i familiari e i detenuti stanno facendo enormi sacrifici ad accettare la sospensione dei colloqui, ormai da un anno, proprio per limitare il rischio di veicolare il virus all'interno della prigione. "Purtroppo - osserva sempre l'associazione -, come era ampiamente prevedibile, e come si è dimostrato, il carcere non è un luogo impermeabile al Covid.
Né si possono chiedere ai familiari che risiedono fuori regione ulteriori sacrifici vietandogli di poter effettuare colloquio con i propri congiunti. Riteniamo quest'ultima una discriminazione vera e propria che lede unicamente il diritto all'affettività e senza alcuna utilità ai fini del contenimento dei contagi". Per questo l'associazione chiede di intervenire prontamente affinché innanzitutto il detenuto venga adeguatamente curato e, successivamente, gli venga garantito il diritto di far colloquio con i propri familiari al pari degli altri detenuti residenti in regione Campania.
chietitoday.it, 13 febbraio 2021
Si moltiplicano i contagi nella Casa circondariale di Madonna del Freddo dove anche gli agenti sono positivi. L'associazione Voci di dentro condanna la decisione di trasferire le detenute. Salgono i contagi nella casa circondariale di Madonna del Freddo a Chieti: sono 55, ad oggi, i detenuti risultati positivi al coronavirus (su un centinaio) unitamente a 5 agenti di polizia penitenziaria.
"Un dato gravissimo" afferma il giornalista Francesco Lo Piccolo, direttore di Voci di dentro, il mensile dell'omonima associazione di volontariato che opera nelle carceri abruzzesi. "Mentre in Italia in questo ultimo anno tutto è cambiato - commenta - le carceri hanno continuato a funzionare al solito modo: come discarica di problemi sociali.
In questi mesi sono state incarcerate persone con pene minime o con residui di pena per reati vecchi di cinque o dieci anni. Il carcere di Chieti ha celle piccole e fatiscenti: era normale che il contagio si diffondesse in questo modo. Ecco il risultato di un sistema penale che vede solo la punizione del carcere, quando le alternative c'erano e ci sono: arresti domiciliari, braccialetto e affidamenti in comunità. Come Voci di dentro lo chiediamo da sempre".
Il direttore di Voci di dentro contesta anche la decisione di trasferire le detenute della sezione femminile di Chieti nel carcere di Rebibbia, maturata dall'amministrazione penitenziaria in accordo con la direzione del carcere teatino proprio per trovare nuovi spazi dove sistemare i positivi dell'istituto. Una trentina le donne trasferite, molte sono dentro per piccoli reati o residui di pena e ci sono anche malate oncologiche. "In una fase di emergenza come quella di questi mesi invece che trasferirle dovevano essere mandate a casa ai domiciliari. E andava fatto per tempo" osserva ancora il direttore di Voci di dentro che parla ormai di "situazione ingestibile".
"Direzione del carcere e polizia penitenziaria si trovano in prima linea, a rischio di contagio, costretti, e davvero lo fanno con dedizione, a lavorare in condizioni estreme, in pochi e abbandonati da una politica che non ha saputo fare prevenzione. Una politica penale giudiziaria assolutamente sbagliata che ignora i propri doveri e le proprie responsabilità - conclude Lo Piccolo - facendo pagare tutto ciò alla polizia penitenziaria oltre che ai detenuti".
di Catia Paluzzi
gnewsonline.it, 13 febbraio 2021
L'Ufficio di Servizio Sociale per i minorenni di Messina ha ideato e realizzato, in partenariato con l'Ufficio locale dell'esecuzione penale esterna di Messina, il progetto "Osmosi". Tale progetto, frutto del lavoro congiunto dei funzionari Maria Baronello, Danila Caristi, Carmela Lavina, Toscano Paola, coordinati da Maria Palella, Direttore dell'USSM di Messina, ha rappresentato la traduzione operativa dei contenuti appresi in occasione del percorso laboratoriale formativo "La Comunità da Fare", che ha contribuito a sviluppare un diverso approccio al lavoro di Comunità nei funzionari coinvolti, fornendo degli input per l'avvio di processi di cooperazione con gli stakeholder del territorio coinvolto, con esiti soddisfacenti.
Il piano progettuale è stato realizzato dall'Associazione Bios di Messina che ha prodotto un ricco ed esaustivo report conclusivo che ben ha rappresentato lo sviluppo delle fasi realizzate e gli obiettivi raggiunti come dal video-documentario dell'azione "Peer education" e dalla mappa interattiva. La condizione pandemica ha costretto a modificare le azioni rivolte ai destinatari diretti e indiretti del progetto, portando quindi alla realizzazione di "prodotti smart", mappa interattiva delle risorse destinate ai giovani presenti nel territorio individuato nel progetto e video rappresentativo della peer education.
quibrescia.it, 13 febbraio 2021
Il Covid ha dato un duro colpo alle numerose attività interne agli istituti di pena bresciani. Da febbraio 2020 le misure di precauzione sanitaria hanno limitato l'accesso ai moltissimi professionisti e volontari che quotidianamente varcavano i cancelli del carcere per prestare la loro opera con le persone recluse. Attività che, oltre a rispondere al chiaro dettato costituzionale della "rieducazione del condannato", contribuivano a rendere più umano il carcere, più sopportabile la privazione della libertà, meno angosciante la sensazione di solitudine che spesso le persone recluse soffrono e che rende più gravoso il lavoro del personale penitenziario.
E, se ancora oggi le cautele sanitarie non consentono la ripresa di molte attività interne, la direzione degli istituti penitenziari bresciani, di concerto con l'area sanitaria dell'Asst Spedali Civili, gli educatori, la comandante e le cooperative sociali di Bessimo e Comunità Fraternità, hanno deciso di inaugurare un nuovo centro diurno interno alla casa circondariale Nerio Fischione di Canton Mombello rivolto principalmente ai detenuti più fragili che, questa mancanza di iniziative, la soffrono maggiormente.
La nuova opportunità era stata già programmata prima dell'esplosione della pandemia grazie al progetto regionale finanziato con fondi Cassa Ammende (un fondo alimentato dalle ammende degli stessi detenuti) che oltre alle diverse attività prevedeva l'offerta di uno spazio di riflessione e decompressione dalla vita in "sezione" per giovani reclusi gravati da problematiche psichiche o di dipendenza nella casa circondariale Nerio Fischione. Uno spazio, appositamente arredato e dotato di moderni strumenti tecnologici, pensato per offrire alti livelli di soddisfazione personale ai partecipanti e non come ulteriore elemento di emarginazione dal resto della popolazione detenuta.
Dall'8 febbraio 2021, prevedendo il massimo grado di cautele possibili per un'attività in presenza, per 4 pomeriggi a settimana si alterneranno laboratori di arte-terapia, di musicoterapia, con lavori di approfondimento sull'attualità e sulle opportunità territoriali da cogliere una volta terminata la pena.
Laboratori tenuti da riconosciuti professionisti che prestano la loro opera con successo all'esterno e ora tenteranno di raggiungere gli stessi risultati anche all'interno del carcere di Brescia con i primi otto detenuti selezionati. Ogni persona privata della libertà, presto o tardi, tornerà a vivere fuori dal carcere. Come sapranno affrontare il loro futuro dipende anche da come viene vissuto il presente detentivo.
In questo solco il centro diurno vuole lavorare: far vivere con maggior consapevolezza la reclusione, offrire strumenti di analisi e di lettura di sé, al fine di migliorare lo stare in carcere nell'immediato e le opportunità di reinserimento una volta terminata la pena.
Una sfida importante e che in altri territori ha già dato frutti inaspettati. Da lunedì 8 febbraio anche a Brescia è iniziata la sperimentazione, nonostante il coronavirus, perché non si deve smettere di innovare soprattutto in ambienti come il carcere che continuano a essere considerati marginali quando invece dovrebbero essere centrali nella promozione di una società democratica. Per maggiori informazioni sul progetto "Incubatori di comunità: la possibilità di un'alternativa".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Gli Stati Uniti vantano il 5% della popolazione mondiale e il 25% di quella carceraria. In pratica un detenuto su quattro del pianeta vive dietro le sbarre di una prigione americana. Il cupo ritratto dell'universo carcerario statunitense mostrato dal docu-film Netflix "XIII Emendamento" è racchiuso tutto in queste raggelanti cifre. Ci sono più detenuti negli Usa che in qualsiasi altra nazione, il doppio della Cina che ha un miliardo e mezzo di abitanti e non proprio un sistema giuridico fondato sulle garanzie e il diritto. Molti di più di qualsiasi Stato autoritario o dittatura, sia in termini assoluti che in percentuale.
Qual è stata dunque la genesi di questa enome nazione-carcere e quali sono le sue vittime designate? Sono le domande che ripercorre "XII Emendamento", individuando come punto di svolta la fine della schiavitù al termine della Guerra civile. Una svolta che avrebbe dovuto consegnare la comunità afroamericana alla piena cittadinanza ma che di fatto ha segnato il passaggio dallo schiavismo alla carcerazione di massa. Centinaia di migliaia sono stati i neri arrestati nei mesi successivi alla guerra per reati risibili come il vagabondaggio.
Nelle carceri servivano da mano d'opera al comparto industriale degli Stati del sud, che in questo modo compensarono la perdita dei preziosi schiavi. Tutto questo fu possibile anche per la cultura profondamente razzista di cui milioni di bianchi erano imbevuti. Il mito del negro criminale e stupratore, pericoloso come una belva, nasce con la liberazione degli schiavi e con oltre 5 milioni di afroamericani a "piede libero", un mito che persiste nei decenni successivi. Rappresentato plasticamente in "Birth of a Nation", il lungometraggio di David Wark Griffith ambientato durante la guerra di secessione, elogio della nazione bianca e dei cappucci del Ku Klux Klan, dipinto come un'avanguardia di patrioti e giustizieri dei neri feroco e predatori. La pellicola del 1915 ebbe un successo vastissimo, salutata come un capolavoro ridiede forza e vigore al Klan che all'epoca era caduto in disgrazia.
Nel corso degli anni quel razzismo manifesto e sfrontato è stato progressivamente emarginato nella società americana, o meglio è stato sostituito da un linguaggio più burocratico e da una diffusa forma di controllo sociale e repressione dei neri. Il perno di questo sistema naturalmente è il carcere. Dopo la stagione dei diritti civili, da Rosa Parks a Martin Luther King, negli anni 70 comincia l'impressionante ipertrofia dell'universo carcerario Usa, in poco più di trent'anni i detenuti passano da 500mila a oltre 3 milioni, un fiume di detenuti che riempiono le carceri, in gran parte afro e ispanici, grazie alle nuove durissime leggi contro la criminalità. Non più i "negri", ma i "criminali super predatori", e gli "spacciatori" che di fatto sono la stessa cosa. Da Nixon a Reagan, da Bush senior a Clinton, da Bush jr a Trump, passando per Obama tutte le amministrazioni hanno gonfiato il numero di carcerati. Decisivo in questo intreccio tra cultura giustizialista e interessi economici è stato il ruolo dell'Alec, una società di consulenza giuridica finanziata dai grandi gruppi industriali, tra cui la Cca, la maggiore azienda privata per la gestione delle prigioni che da almeno trent'anni influenza la legislazione sulle carceri.
Le leggi restrittive approvate dall'amministrazione Clinton, in particolare il "tre colpi e sei fuori" (ergastolo al terzo reato) e l'aumento delle pene minime sono state praticamente fotocopiate dai "suggerimenti" dell'Alec. Anni dopo Bill Clinton in persona si scusò pubblicamente per quelle leggi, ammettendo che furono un grave errore. Ma il circolo vizioso che porta la Cca a generare profitti per ogni nuovo detenuto che entra nei suoi circuiti penitenziari, non si è mai interrotto.
Di fatto le prigioni piene sono un business troppo lauto perché la politica possa svuotare le celle.
Negli ultimi quattro anni la Cca ha gestito i centri di detenzione per immigrati che durante l'amministrazione Trump sono spuntati come funghi sul territorio statunitense, E per il futuro l'Alec già sta architettando progetti di legge da mettere sul tavolo degli amministratori per la video- sorveglianza, per il controllo della libertà condizionata e per l'ottimizzazione del lavoro dei detenuti all'interno delle carceri, un altro fiorente business che fa gola alle imprese. Proprio come duecento anni fa.
redattoresociale.it, 13 febbraio 2021
Il recluso racconta anche la sua difficile storia e la sua difficile infanzia: "Quando sono nato la mia mamma aveva 15 anni e mio padre 18, sono cresciuto con i miei nonni giovani, frequentai le scuole fino a 12 anni, poi ho lavorato, di giorno nei campi, di pomeriggio nei cantieri edili. Un detenuto nel carcere di Firenze scrive al Rettore dell'Università dedicandogli una poesia e ringraziandolo per la possibilità di frequentare la facoltà di agraria a distanza proprio da dentro l'istituto penitenziario. La lettera rivolta al rettore inizia così: "Mi perdoni la mia calligrafia, scrittura carica di nevrosi gratuita. Sono iscritto ad agraria, volevo ufficializzare la mia riconoscenza, e poter dire a tutti voi un grande grazie". Poi racconta la sua difficile storia e la sua difficile infanzia: "Quando sono nato la mia mamma aveva 15 anni e mio padre 18, sono cresciuto con i miei nonni giovani, frequentai le scuole fino a 12 anni, poi ho lavorato, di giorno nei campi, di pomeriggio nei cantieri edili, e la sera studiavo per il diploma delle medie".
Poi la poesia, dal titolo "La pioggia", che riportiamo integralmente qui di seguito: La pioggia. Aurora splendente come la vita, nubi a raccolta oscura della vita. dolce è la discesa; faticosa e a raccolta la salita. La pioggia. Armoniosa è in rivolta, essa è la pioggia Che dolcemente scende. Essa ha potere di pulire anche l'umana mente. La pioggia. Di acqua per dar vita, ha il potere di pulire ogni vita, con l'ascesa e la salita: Essa è la pioggia della rinnovata vita. La pioggia. In vapor amorosa sale, è IN dolce vita, per il potere suo, dare la vita. La pioggia.
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