di Cristian Lamorte
agenziaimpress.it, 17 febbraio 2021
Sarà sentenza domani al Tribunale di Siena per 10 agenti di Polizia Penitenziaria del carcere di massima sicurezza di Ranza a San Gimignano rinviati a giudizio per tortura in concorso. I fatti contestati risalgono all'ottobre 2018 quando un detenuto, secondo l'accusa, sarebbe stato gettato a terra e colpito con calci e pugni durante un trasferimento coatto di cella.
I 10 agenti insieme ai loro legali, Manfredi Biotti e Stefano Cipriani, hanno scelto fin da subito la strada del rito abbreviato. Il Pm Valentina Magnini ha chiesto 3 anni di reclusione per 8 di loro, 2 anni per uno ed un anno e 10 mesi per l'altro. Domani ci sarà il tempo delle controrepliche del Magistrato e poi camera di consiglio e, quasi certamente, la sentenza.
Altri 5 agenti a processo - Si tratta di un troncone dell'indagine tradotta in centinaia di pagine e condotta dalla Procura di Siena sul presunto pestaggio di un detenuto e che aveva già portato, nel novembre del 2020, al rinvio a giudizio di altri 5 agenti accusati anch'essi di tortura dopo l'introduzione del reato per pubblici ufficiali dal 2017. I 5 agenti, a differenza dei 10 colleghi, andranno a processo e la prima udienza è fissata per il 18 maggio a Siena. Si tratta di un ispettore superiore, due ispettori capo, due assistenti capo coordinatori all'epoca dei fatti contestati in servizio nell'istituto penitenziario di Ranza, già più volte alla ribalta delle cronache per problemi di sovraffollamento.
Ad un mese dalla prima condanna in Italia - La sentenza di domani per i 10 agenti che hanno scelto il rito abbreviato arriverà ad un mese esatto dalla prima condanna in primo grado in Italia per torture per un loro collega del carcere di Ferrara dell'Arginone, anch'egli a processo per aver usato violenza su un detenuto. In quel caso il fatto contestato risale al settembre 2017.
di Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 17 febbraio 2021
Le accuse a vario titolo per i diciannove imputati sono di spaccio e corruzione, per otto si va verso l'assoluzione. Il teste chiave davanti ai giudici ha snocciolato una serie di "Non ricordo", ora rischia il processo per falsa testimonianza.
Il processo sullo scandalo all'interno del carcere Due Palazzi, con l'introduzione in favore dei detenuti di droga e telefoni cellulari, è arrivato alle battute conclusive. Ieri il pubblico ministero Sergio Dini, titolare delle indagini, davanti al tribunale collegiale presieduto da Nicoletta De Nardus, ha chiesto in totale 80 anni di carcere per undici imputati, mentre per altri otto ha chiesto l'assoluzione. La prossima udienza, quella decisiva, è stata fissata per il 4 maggio.
Durante le indagini prima e poi in corso di dibattimento, si sono registrati alcuni colpi di scena. Il poliziotto della penitenziaria Paolo Giordano e il detenuto Giovanni Pucci si sono tolti la vita. E poi il teste chiave Pietro Rega, indicato come il numero uno dell'organizzazione criminale nella casa di reclusione, davanti ai giudici ha fatto scena muta. Tutti quei "Non ricordo", gli sono costati una richiesta di rinvio a giudizio per falsa testimonianza.
I diciannove imputati finiti alla sbarra sono stati accusati a vario titolo di corruzione e di spaccio di sostanza stupefacente. L'accusa ha chiesto 6 anni per Gaetano Bocchetti, Giuseppe Cristino 5 anni, Ferruccio Chiostergi 5 anni ed Eros Murador 6 anni.
Quindi per i due fratelli Issam e Mohamed Tlili dieci anni a testa; dieci anni anche per Adriano Patosi e per il suo compagno di cella Bledar Din-ja. Infine 5 anni per Mourad El Archi, Sigismondo Strisciuglio 5 anni e sei mesi, e Hakim Nafausi 7 anni e 6 mesi. Richiesta di assoluzione invece per Aldel Chabbaa, Amai El Archi, Ivan Firenze, Abdelhamid Jebrani, Adii Khamlich, Giuseppe Marino, Makrem Mestiri e Domenico Morelli.
Il processo riguarda il primo filone delle indagini scattate nel luglio del 2014, quando gli uomini della Squadra mobile hanno scoperto il "marcio" all'interno del Due Palazzi. Rega si procurava la droga assieme a un collega contattando alcuni spacciatori nordafricani. Lo stupefacente finiva nelle mani di un pericoloso detenuto albanese, Adriano Patosi, che gestiva poi le ulteriori cessioni tra i corridoi e le celle della casa di reclusione.
Gli altri canali di rifornimento per lo stupefacente, i telefoni cellulari e le Sim card facevano invece capo a due esponenti della malavita organizzata che si dividevano i profitti. Si tratta di Gaetano Bocchetti esponente del clan camorristico di Secondigliano e di Sigismondo Strisciuglio della Sacra Corona Unita. I due boss rifornivano di soldi gli agenti penitenziari ottenendo in cambio hashish, eroina, ma anche chiavette Usb, computer e telefoni cellulari, con cui poter mantenere senza difficoltà i contatti con le rispettive organizzazioni criminali.
Il teste chiave davanti ai giudici ha fatto scena muta. L'ex agente della polizia penitenziaria, Pietro Rega, indicato come il boss uno dell'organizzazione criminale in carcere, ha di fatto ritrattato quanto in precedenza dichiarato agli inquirenti. Scarcerato il 19 novembre del 2019, dopo cinque anni di cella, il "Capo" o "Uomo brutto", così era soprannominato, al magistrato ha sciorinato una serie di "Non ricordo". Le uniche accuse le ha mosse nei confronti di detenuti deceduti. Aggiungendo anche: "Mi hanno indotto a dire certe cose". Rega, nel lontano 2001 era già stato arrestato per fatti analoghi dalla Dda di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino.
Corriere della Sera, 17 febbraio 2021
#AncheIoInsegno è un'iniziativa nata dalla collaborazione fra l'associazione Parole_Ostili e il ministero dell'Istruzione. Appello della Presidente Rosy Russo al governo: "Introdurre un'ora di cittadinanza digitale a settimana in tutte le scuole".
Una piattaforma piena di contenuti per affrontare a scuola ma anche a casa temi sensibili come il bullismo, il cyberbullismo, i rischi e opportunità della Rete, i diritti e doveri online, le fake news, gli hate speech, la web reputation, il revenge porn, il body shaming e la privacy online. Sarà online da mercoledì 17 febbraio 2021 e a disposizione di tutti gli insegnanti e i genitori che si vorranno iscrivere alla community di "Parole O_Stili", l'associazione che lavora a sensibilizzare i più giovani contro la violenza delle parole. Giunta al quarto anno di collaborazione con il ministero dell'Istruzione l'associazione ha deciso di mettere a disposizione di insegnanti e genitori i progetti didattici realizzati per gli oltre 800 mila studenti che già hanno lavorato sui principi del Manifesto della comunicazione non ostile e su tematiche come la cittadinanza digitale e l'uso consapevole del web.
Contro il bullismo e il cyberbullismo - Secondo quanto emerso dal Rapporto giovani 2021 realizzato dall'Istituto Toniolo (ente fondatore dell'Università Cattolica), i ragazzi riconoscono alla scuola di averli aiutati a sviluppare il senso di responsabilità (52,6%), il desiderio di imparare (50,8%), il pensiero critico (50,3%) e la capacità di lavorare in gruppo (50,1%) ma lamentano l'incapacità di esprimere una visione positiva della vita e di se stessi e l'incapacità di essere leader. Ed è proprio a sostegno di queste necessità e per supportare la crescita dei ragazzi e delle ragazze che è nata #AncheIoInsegno. La piattaforma - raggiungibile al link ancheioinsegno.it e aperta a tutti previa iscrizione - sarà una sorta di database, pronta a soddisfare le necessità didattiche di tutti quegli educatori, insegnanti e genitori che vogliono affrontare in classe o a casa temi come: bullismo e cyberbullismo.
Un'ora di cittadinanza digitale - "Siamo sempre più convinti che l'educazione sia l'unica risposta per affrontare le sfide poste dal web - dice Rosy Russo, Presidente di - ed è per questo motivo che lancio l'appello per l'introduzione di un'ora di cittadinanza digitale a settimana nelle scuole, rafforzando la consapevolezza che virtuale è reale. L'istruzione deve essere una priorità del nostro Paese, motivo per cui ho accolto con grande piacere il richiamo del Presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, sulle urgenze che il nuovo governo dovrà affrontare".
Oltre alla nuova piattaforma, Parole O_Stili sta per lanciare un'indagine demoscopica che coinvolgerà insegnanti di ogni ordine e grado e gli studenti della secondaria di secondo grado, con l'obiettivo di restituire una fotografia della situazione emotiva e sociale del mondo scuola dopo un anno di didattica a distanza.
L'indagine sarà condotta da Ipsos con il sostegno dell'Istituto Toniolo. A questo si aggiunge un progetto didattico smart dedicato alle classi della secondaria e che coinvolgerà tre volti noti tra i più giovani: la youtuber Sofia Viscardi e i cantanti Coma_Cose, prossimi partecipanti a Sanremo. Il progetto culminerà con un evento live il prossimo 24 febbraio alle ore 10 sul canale YouTube di Parole O_Stili con la presenza di migliaia di studenti.
Bielorussia, ondata di arresti e perquisizioni: nel mirino giornalisti e attivisti per i diritti uma
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 17 febbraio 2021
Fermato il presidente dell'Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj) Andrej Bastuntes. Raid nella sede dell'ong Viasna. Solo l'anno scorso 477 reporter sono stati arrestati. Ondata di perquisizioni in Bielorussia dove dal 9 agosto 2020 sono in corso proteste senza precedenti contro la contestata rielezione del presidente Aleksandr Lukashenko tra accuse di brogli e frodi elettorali. Nel mirino 22 giornalisti, sindacalisti e attivisti per i diritti umani, riportano i media indipendenti bielorussi e l'ong Viasna.
Perquisizioni sono in corso in diverse città del Paese - la capitale Minsk, Brest, Gomel, etc - e nella stessa sede del centro per i diritti umani Viasna. Diverse persone sono state arrestate, tra cui il presidente dell'Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj) Andrej Bastuntes. "Stanno sfondando la mia porta. Non abbiamo violato nulla", è riuscito a scrivere sul suo profilo Facebook Barys Haretski, portavoce di Baj, prima di essere disconnesso dalla Rete.
Secondo il Comitato investigativo bielorusso, responsabile delle inchieste penali nel Paese, questi raid rientrano nell'ambito delle indagini sull'organizzazione e preparazione delle azioni di protesta "che violano gravemente l'ordine pubblico" ai sensi dell'articolo 342 del codice penale.
"Arrestare e perquisire abitazioni e uffici di giornalisti indipendenti dimostra ancora una volta che le autorità stanno cercando di fare i loro 'compiti' dopo le presidenziali 2020 e i conseguenti arresti. Molte ong non erano state chiuse in vista delle elezioni per mantenere le apparenze, inclusa Baj. Ora le autorità creano incriminazioni, come finanziamento delle proteste, per paralizzarne le attività", ha commentato Maryia Sadouskaya-Komlach, giornalista bielorussa e coordinatrice presso la "Free Press Unlimited".
La scorsa settimana, inaugurando "l'Assemblea del popolo bielorusso" per discutere di riforme e di sviluppo el Paese, riferendosi alle proteste, Lukashenko aveva detto di aver sconfitto il "Blitzkrieg" dell'Occidente. "La guerra lampo non ha funzionato, controlliamo il nostro Paese", aveva assicurato il leader rivolgendosi ai 2.700 partecipanti all'Assemblea, tutti selezionati dalla presidenza, senza nessun esponente dell'opposizione.
Secondo l'Associazione bielorussa dei giornalisti, 477 reporter sono stati arrestati lo scorso anno nel Paese e molti di loro sono sotto inchiesta penale. Due corrispondenti della televisione Belsat, con sede in Polonia, Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, 27 e 23 anni, rischiano tre anni di carcere per aver, secondo le autorità, "minato gravemente l'ordine pubblico". Il loro processo è iniziato la scorsa settimana e dovrebbe riprendere oggi. In totale sono 256 i detenuti politici riconosciuti nel Paese. Molti rischiano dai 5 ai 15 anni di carcere.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 17 febbraio 2021
Il 17 febbraio 2011, sull'onda di grandi speranze di libertà e democrazia passata alla storia come "primavera araba", la protesta che portò alla caduta di Gheddafi. L'inizio delle rivolte in Libia dieci anni fa avvenne per il coraggio della popolazione, specie in Cirenaica, che invase le piazze contro la dittatura. Accadde sull'ondata di grandi speranze in nome di libertà e democrazia passata alla storia come "primavera araba". Se erano appena stati defenestrati Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto, perché mai non avrebbe dovuto avvenire anche per Muammar Gheddafi?
Il 17 febbraio 2011 Bengasi si era proclamata "libera" e già un comitato formato da intellettuali locali cercava di organizzare una sorta di autorità per governare la società civile e soprattutto le attività militari. Nel frattempo, si sollevavano Misurata, Tobruk, Derna, Zintan, Zawia, le proteste raggiungevano i sobborghi di Tripoli. Detto questo, occorre però sottolineare con chiarezza che senza l'intervento militare Nato, in particolare francese, americano e britannico, le rivolte sarebbero state battute nel sangue soltanto dopo poche settimane di vita. Gran parte dell'opinione pubblica internazionale accolse come oro colato la propaganda dei rivoltosi, per cui Gheddafi utilizzava mercenari africani per combattere la sua gente. Era falso. Il nocciolo duro delle truppe filo-regime era composto da figli delle tribù fedeli al Colonnello. Non sapremo mai quanto davvero contassero e che peso avrebbero avuto in caso di libere elezioni. Ma resta il fatto che, se il 19 marzo le colonne di Gheddafi non fossero state distrutte dai jet francesi alle porte di Bengasi, in pochi giorni la rivoluzione sarebbe finita. L'errore fu poi non cercare il compromesso. Evitato il bagno di sangue, la Nato avrebbe potuto insistere per facilitare il dialogo con il regime. Saif al Islam, il figlio più politico di Gheddafi, proponeva apertamente libere elezioni sotto supervisione internazionale. Non se ne fece nulla. Il seguito è cosa nota: la Libia resta nel caos. Gli errori di quel periodo chiedono ancora un'attenta lettura.
di Angela Marino
fanpage.it, 17 febbraio 2021
In carcere dall'età di 15 anni per due omicidi che afferma di non aver commesso, è tornato a essere un cittadino libero dopo 68anni quando il suo ergastolo è stato dichiarato incostituzionale. Tutti i suoi cari oggi sono morti, ma Joseph Ligon, 83 anni, cittadino americano, ha fatto sapere di voler vivere pienamente i suoi anni da uomo libero.
Con la condannata incassata, Ligon è stato il detenuto minorenne che ha trascorso più tempo dietro le sbarre. Quasi sette decenni dopo il verdetto, l'11 febbraio scorso, è uscito dalla prigione federale da uomo libero. Era stato condannato all'ergastolo per aver preso parte a una serie di rapine e aggressioni con un gruppo di adolescenti che provocarono la morte di due persone, a Philadelphia, nel 1953. Nonostante la condanna Ligon ha sempre affermato di non aver causato direttamente gli omicidi.
Il suo rilascio è stato possibile grazie all'impegno dei suoi legali e del progetto Youth Sentencing & Reentry (Ysrp) di Philadelphia che sta lavorando ancora oggi per rendere la sua transizione alla vita post-carceraria il più agevole possibile. L'ex detenuto si sta ambientando in un mondo completamente nuovo. "Per quanto il mondo sia cambiato da quando il signor Ligon è andato in prigione per la prima volta, è cambiato anche lui. La sua esperienza nel tornare come un uomo nuovo è fondamentalmente", ha detto Eleanor Myers, consulente senior di YSRP. "È incredibilmente allegro e stupito dai cambiamenti avvenuti a Filadelfia dal 1953, in particolare dagli edifici alti". "Quello che gli manca di più, però, sono le persone che ha lasciato entrando in carcere e non ha più ritrovato".
di Luca Zanini
Corriere della Sera, 17 febbraio 2021
Ha solo 22 anni ma è già considerata dal suo governo un "nemico pubblico". Per questo è stata arrestata con l'accusa di "sedizione": in manette è finita sabato Disha Ravi, soprannominata la Greta del subcontinente per aver fondato la sezione di Bangalore di Fridays For Future.
È accusata di aver diffuso sul web un manuale in sostegno allo sciopero degli agricoltori contro tre leggi neoliberiste a favore delle grandi industrie indiane accusate di land grabbing. Come lei, negli ultimi giorni sono finiti in manette Shantanu Mulak, attivista per il clima, e l'avvocatessa Nikita Jacob, 30 anni: tutti accusati di aver preso parte ad un incontro "sospetto" su Zoom.
Disha si batte da tempo per il contenimento dei gas serra e il rispetto dell'ambiente: un suo tweet di pochi giorni fa su come sostenere la lotta dei contadini poveri in India è stato rilanciato proprio dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg e questo ha fatto infuriare le autorità di Delhi. Dopo l'arresto avvenuto nella sua abitazione di Bangalore, Ravi è stata trasferita in aereo nella capitale dove è in custodia giudiziaria presso una stazione di polizia.
Domenica è comparsa alla prima udienza in tribunale, accusata di "diffondere disaffezione verso lo stato indiano". I giudici ne hanno ordinato la custodia cautelare per approfondire le indagini sul suo presunto crimine: secondo i suoi acusatori, potrebbe aver partecipato alla preparazione del piano per l'assalto al Forte Rosso durante la protesta di massa degli agricoltori lo scorso 26 gennaio a Delhi. (continua a leggere dopo il video)
Studentessa modello, diplomata in Economia e specializzata in Finanza, la giovane attivista si mantiene facendo la cameriera in un ristorante vegano, e nel tempo libero pianta alberi e organizza gruppi per ripulire laghi e fiumi dai rifiuti. In tutta l'India si sono registrate manifestazioni di protesta e centinaia di attivisti e simpatizzanti di Fridays for Future hanno manifestato chiedendo la liberazione di Ravi in numerose città.
Martedì 16 febbraio una folla di ragazzi con cartelli e foto di Disha si è radunata davanti al Comando generale della Polizia a Delhi. Numerosi politici dei partiti d'opposizione, tra cui vari esponenti del partito del Congresso, hanno contestato l'arresto della giovane ambientalista definendolo "un attacco alla democrazia". La Coalition for Environmental Justice in India accusa la polizia indiana di abuso di potere e contesta che Disha sia stata portata a Delhi senza rivelare neppure ai suoi genitori dove fosse reclusa, definendo l'arresto "un sequestro extragiudiziale".
Nipote di contadini: li ho visti soffrire - Disha è un'attivista molto nota non soltanto a Bangalore ma in tutta l'India: scrive rubriche e articoli sui principali siti che si occupano di lotta ai cambiamenti climatici e partecipa a forum internazionali sul clima frequentati da giovani di tutto il mondo. In un'intervista con Auto Report Africa nel 2020, aveva raccontato di come era nata la sua passione per l'attivismo climatico: "Mi sono unita a chi combatte per l'ambiente e contro il surriscaldamento globale - aveva spiegato - dopo aver visto i miei nonni, che sono agricoltori, lottare e soffrire contro gli effetti della crisi climatica. All'epoca non sapevo che quello che stavano vivendo fosse dovuto alla crisi climatica, perché l'educazione climatica non esiste da dove vengo. Solo leggendo e studiando, facendo ricerche, ho poi capito che cosa minaccia gli agricoltori e tutti noi".
La solidarietà di Fridays for Future Italia - I ragazzi di Fridays for Future Italia si dicono "sgomenti" e seguono con attenzione gli sviluppi della vicenda. La procedura sommaria che ha portato all'incarcerazione di Disha è stata persino oggetto di discussione della loro ultima call nazionale. "Sarà tuttavia difficile organizzare delle manifestazioni per chiederne il rilascio", commenta Sarah Brizzolara di Fridays for Future Milano. La pandemia ha reso impossibili le grandi proteste di piazza. "Per ora stanno girando alcune petizioni su Change.org (ndr. una ha già superato le 15 mila firme), non so se questo arresto porterà poi a una mobilitazione globale dei Fridays. Noi diamo spesso per scontato il fatto d'esser liberi d'esprimerci e di manifestare: queste storie, invece, ti fanno capire il valore della libertà".
di Marta Cartabia
Il Dubbio, 16 febbraio 2021
Pubblichiamo un estratto della relazione del 2020 dell'allora presidente della Corte Costituzionale e nuovo guardasigilli.
"Occorre muovere da una considerazione, solo apparentemente ovvia e banale: il compito di garantire e attuare i principi costituzionali è di per sé inesauribile e coinvolge tutte le Istituzioni repubblicane. Vero è che alla Corte costituzionale spetta una funzione insostituibile, che è quella di assicurare il rispetto dei principi costituzionali anche da parte del Legislatore.
di Lorenza Pleuteri
repubblica.it, 16 febbraio 2021
A un anno dalle proteste che causarono la morte di 13 detenuti, una circolare riservata stabilisce le procedure per reprimere sommosse e azioni violente e per contrastare i picchetti. Critiche e perplessità dai direttori dei penitenziari. I dubbi che basti un atto amministrativo per disciplinare competenze in carico a soggetti diversi.
di Carmelina Maurizio
tecnicadellascuola.it, 16 febbraio 2021
È salita agli onori della cronaca in questi giorni la notizia segnalata dalla Conferenza dei Poli Universitari Penitenziari Universitari, istituiti nel 2018, che hanno reso noto l'aumento del numero di detenuti che hanno deciso di accedere agli studi accademici. In particolare, il record di iscritti spetta alla Sardegna, dove il 5,4% delle persone nelle carceri dell'isola frequenta un corso in università, contro l'1,4% nazionale.











