di Maria Letizia Riganelli
Il Messaggero, 18 febbraio 2021
Lunedì un quarantenne, trasferito solo da dieci giorni nel penitenziario viterbese, è deceduto in seguito a un malore. L'uomo era arrivato nella Casa circondariale il 6 febbraio da Rieti. Da quanto appreso le sue condizioni di salute sarebbero state già gravi.
L'uomo soffriva di diverse patologie, sarebbe stato iperteso e diabetico. Ad aggravare la situazione l'obesità. Il detenuto sarebbe infatti stato affetto anche da questa patologia in maniera acuta. Una situazione compromessa aggravata dall'uso di sostanze stupefacenti. L'uomo ha un primo malore l'11 febbraio scorso. E viene immediatamente portato all'ospedale di Belcolle.
Qui i medici dopo un'approfondita visita gli prescrivono una cura adeguata anche con somministrazione di metadone. Torna a Mammagialla ma la situazione non migliora. L'uomo sta male e domenica 14 febbraio torna con il 118 in ospedale. I medici del pronto soccorso decidono per un ricovero. La situazione era critica. Il detenuto però rifiuta il ricovero e una volta tornato in carcere, rifiuta anche di restare in infermeria. Dove avrebbe potuto essere tenuto ancor di più sotto sorveglianza medica.
I due rifiuti categorici portano il detenuto di nuovo nella sua cella. Il personale in servizio però continua a monitorarlo costantemente. Un monitoraggio che non ha però lasciato scampo al decesso. Nemmeno due giorni dopo, intorno alle 13 del 16 febbraio scorso, il quarantenne è stato trovato morto nella sezione comune del carcere di Viterbo. A niente sarebbero valsi i tentativi di rianimarlo per tentare un disperato ritorno al pronto soccorso di Belcolle.
primopianomolise.it, 18 febbraio 2021
Si attende in nulla osta della Procura per restituire la salma del 57enne albanese alla famiglia. Sarà restituito ai familiari in queste ore il feretro del 57enne detenuto di origine albanese e residente a Campomarino, morto in cella, nel carcere di Larino, giovedì pomeriggio, 11 febbraio, alle 15.30, a causa di un arresto cardio-circolatorio, a 3 ore e mezza dalle dimissioni avvenute dal reparto di Malattie infettive dell'ospedale Cardarelli, dove era stato ricoverato a causa dell'infezione da Covid-19, avvenuta nell'ambito del focolaio interno al penitenziario che si era palesato dalla seconda decade di gennaio.
Come disposto dalla Procura di Larino, che sta indagando sulle cause del decesso, ieri mattina è stata eseguita l'autopsia sulla salma dell'uomo, coi medici legali dell'istituto di Foggia che l'hanno effettuata proprio nella struttura accademica da una, prelevando prima il cadavere del 57enne - che era stato custodito nella cella frigorifera dell'obitorio all'ospedale San Timoteo di Termoli - e quindi a esame autoptico ultimato è stato riportato nella sala mortuaria di viale San Francesco, a disposizione sempre dell'autorità giudiziaria. La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ma non c'era stata ancora alcuna delega d'indagine. Il Pm doveva sentire prima il medico indagato.
di Elisa Sola
Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2021
La Procura di Torino ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo sulla strana morte di un detenuto del carcere delle Vallette, Carlo Limongello, trovato senza vita il 30 gennaio. L'uomo, che aveva 47 anni, è stato trovato senza vita dalla polizia penitenziaria alle sette del 30 gennaio.
Era solo in cella e la sua gamba sinistra era insanguinata, segnata da diverse ferite e abrasioni. Limongello era arrivato in carcere il 17 dicembre dello scorso anno, dopo che i carabinieri lo avevano arrestato con l'accusa di spaccio di stupefacenti.
È deceduto senza mai essere stato processato: era in attesa di giudizio. La sua morte era stata etichettata, in un primo momento, come un "decesso per cause naturali". Dopo, tuttavia, è emersa la tesi - che i pubblici ministeri stanno cercando di verificare - che Limongello possa essere collassato a causa di un'infezione. I segni e il sangue rinvenuti fanno ipotizzare che potesse avere un arto in cancrena. Gli inquirenti sono al lavoro per appurare da quanto tempo il detenuto stesse male e se fosse stato curato a dovere.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 18 febbraio 2021
A 9 anni dalla morte del 21enne Alessandro Gallelli nel carcere di San Vittore nel febbraio 2012, il gip Domenico Santoro ordina alla Procura un supplemento di indagini sull'apparente suicidio. In passato, infatti, vi erano state indagini per "ipotesi di responsabilità omissiva nella forma del "non aver impedito" la morte" o dell'aver "indotto il ragazzo al suicidio", ed era stato poi archiviato anche un fascicolo per omicidio colposo con due agenti due agenti indagati.
Da ultimo la Procura aveva aperto, a carico di ignoti, un fascicolo per "morte come conseguenze di altro delitto", alla cui archiviazione si sono opposti i familiari del giovane, con l'avvocato Gabriele Pipicelli e i propri consulenti a valorizzare "segni e indicatori coerenti con un'ipotesi di omicidio mediante strozzamento e successiva simulazione di suicidio".
Ora il gip, preso atto che profili di "negligenza o imperizia" sono già stati scandagliati, dispone 6 mesi di verifiche su un'"eventuale azione di natura preterintenzionale (se non, a ben vedere, dolosa) di terzi che possa aver determinato la morte". Come sulle "modalità di impiccamento mediante felpa"; "analisi completa" delle "condizioni di sorveglianza"; l'audizione dell'allora Garante dei detenuti per il Comune di Milano che in una email del 2016 esprimeva "perplessità"; e i quattro detenuti "potenzialmente presenti il giorno della morte" del giovane.
di Mary Liguori
Il Mattino, 18 febbraio 2021
Sale a 23 il numero di agenti di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Carinola positivi al covid. È emergenza personale, tanto che il Dap ha pubblicato un avviso in cui chiede "rinforzi", in numero di dieci unità, per far fronte alla fase emergenziale. La richiesta è rivolta al personale di polizia penitenziaria che attualmente occupa posizioni utili nella graduatoria relativa alla casa circondariale di Carinola (interpello del 2019) e che intendano aderire al distacco temporaneo fino al termine dello stato di emergenza che si è venuto a creare in seguito ai contagi che hanno colpito sia gli agenti in servizio nel penitenziario che i detenuti.
Dopo il decesso del poliziotto Antonio Maiello avvenuto l'8 febbraio, l'Asl di Caserta ha intensificato la sorveglianza sanitaria sottoponendo il personale del carcere e i detenuti a ripetute batterie di tamponi. Ieri il bollettino rimandava 23 contagi tra i poliziotti, undici casi tra i detenuti. Di questi ultimi, uno solo risulta ricoverato al Cotugno mentre gli altri si trovano in isolamento all'interno della struttura di pena. Positivi, di cui si è avuta notizia già nei giorni scorsi, anche un operatore Os e un infermiere in servizio nel penitenziario.
"Mi rassicura sapere che c'è un monitoraggio costante con i tamponi - ha commentato il garante dei detenuti campani, Samuele Ciambriello - e sarebbe necessario applicare la stessa prassi sistematica anche in altre carceri della Campania. Ma al di là dello screening, ribadisco ancora una volta che è assolutamente necessario programmare al più presto la campagna vaccinale per la polizia penitenziaria e per la popolazione carceraria, naturalmente con somministrazione su base volontaria. Mi auguro che i detenuti che si trovano in isolamento a Carinola siano ospitati in luoghi idonei alla loro condizione - continua Ciambriello che poi aggiunge.
Molti familiari di detenuti di Carinola mi hanno contattato in questi giorni dopo avere appreso che i loro parenti in carcere erano in isolamento - spiega - e ho dovuto chiarire loro che si tratta di un isolamento sanitario, come quello che devono osservare anche i contagiati liberi, e non un isolamento punitivo".
Com'è ovvio, infatti, oltre ai detenuti contagiati e asintomatici, sono in isolamento anche i loro contatti diretti. La cosa ha causato qualche tensione per fortuna rientrata rapidamente anche grazie al costante contatto tra le famiglie e il garante. Intanto, allo stato attuale, risultano positivi al Covid complessivamente 54 agenti di polizia penitenziaria in servizio nelle carceri campane. Oltre ai 23 casi di Carinola, quindici sono poliziotti del penitenziario di Secondigliano, sei di Poggioreale e gli altri in altre strutture.
"Dal momento in cui è scoppiata la pandemia, c'è stata poca attenzione da parte della sanità pubblica nei confronti di chi deve garantire la sicurezza nelle carceri". È il commento di Stefano Pellegrino della Cisl. "Al di là del focolaio di Carinola, viviamo forte disagio in tutti gli istituti italiani per la carenza del personale perché le assunzioni vanno a rilento anche per il mancato turn over per il personale andato in pensione o che ci andrà a breve".
Il Covid, insomma, "ha solo peggiorato una situazione già emergenziale" continua Pellegrino. "Carinola è solo la punta di un iceberg e prevedere lo spostamento di dieci unità da un penitenziario all'altro non risolve il problema, è un palliativo perché attenua il problema in un istituto, ma nello stesso tempo toglie risorse a un altro". "C'è carenza di personale in tutta Italia, a ciò si aggiunga la problematica del Covid che si ripercuote sul personale in servizio per la gestione quotidiana. Siamo d'accordo con il garante Ciambriello sulla linea dei vaccini: dal mese prossimo inizierà la profilassi sul personale di polizia ed è fondamentale accelerare per la sicurezza dei detenuti e delle nostre famiglie prima ancora che nostra".
Il Centro, 18 febbraio 2021
Cinque detenuti sono risultati positivi al carcere di San Donato. Tre stranieri e due italiani, reclusi nella seconda sezione giudiziaria dove sono state bloccate le celle in via precauzionale, per contenere una eventuale diffusione del contagio, sono stati trasferiti nell'area Covid al pianterreno dello stabile per essere monitorati dal personale della Asl e del carcere.
La segnalazione del focolaio scoppiato in carcere arriva da Alessandro Luciani, vice segretario regionale Sinappe (Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria) che racconta come si è sviluppata l'emergenza sanitaria che ha avuto il suo apice nella giornata di ieri: "È stato un collega ad accorgersi che i detenuti presentavano sintomi febbrili, già nei giorni scorsi. Il medico del carcere ha subito disposto dei tamponi rapidi che hanno dato esito positivo".
Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza per arginare l'allarme. "I detenuti contagiati sono stati trasferiti nell'area Covid al pianterreno, spazio normalmente utilizzato per la quarantena giudiziaria", spiega il dirigente del Sinappe, "dove sono stati posti sotto osservazione e vengono seguiti dal personale sanitario della Asl e del carcere".
Contemporaneamente "le celle della seconda sezione giudiziaria dove si trovavano i reclusi sono state bloccate, ogni detenuto è rimasto confinato nelle proprie stanze come misura precauzionale contro il diffondersi del contagio. Gli ambienti sono in attesa si sanificazione, la situazione è preoccupante". Uno dei contagiati "svolge un servizio all'interno del penitenziario che lo pone a contatto con altri detenuti, se la situazione non verrà contenuta, l'evoluzione sarà tragica".
Al momento "non sappiamo come sia stato veicolato il Covid all'interno del carcere, finora rimasto indenne dagli sviluppi della pandemia" riflette Luciani, "ma da tempo chiediamo" ai vertici penitenziari, "il potenziamento dei dispositivi di sicurezza: non bastano le mascherine chirurgiche, sono necessarie le dotazioni di Ffp2; l'incremento dei sanificatori, un percorso pulito per smaltire le protezioni usate. Ci è stato tolto persino il tendone esterno per il triage che ci era stato concesso dalla Croce Rossa, struttura che ci farebbe comodo in caso l'emergenza si allargasse. Inoltre più volte, come sindacato, abbiamo denunciato la mancanza di rilevazione della temperatura del personale in ingresso che non viene effettuata nelle ore serali e nei festivi". Nella casa circondariale di San Donato sono ospitati 290 detenuti, 120 sono gli agenti penitenziari in servizio "ma ne servirebbero altri 50" conclude il delegato di Sinappe.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
I fatti risalgono a ottobre 2018: un video testimonia le violenze su un detenuto durante un trasferimento coatto di cella. Il giudice ha riconosciuto la fattispecie autonoma del reato di tortura.
Condannati per tortura i 10 agenti penitenziari del carcere di San Gimignano, compreso il risarcimento di 80 mila euro nei confronti della vittima. I fatti contestati risalgono all'ottobre 2018 quando un detenuto, secondo l'accusa, sarebbe stato gettato a terra e colpito con calci e pugni durante un trasferimento coatto di cella.
I 10 agenti insieme ai loro legali, Manfredi Biotti e Stefano Cipriani, hanno scelto fin da subito la strada del rito abbreviato. Il Pm Valentina Magnini ha chiesto 3 anni di reclusione per 8 di loro, 2 anni per uno ed un anno e 10 mesi per l'altro. La condanna varia da 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi. Si tratta di un troncone dell'indagine tradotta in centinaia di pagine e condotta dalla Procura di Siena sul presunto pestaggio di un detenuto e che aveva già portato, nel novembre del 2020, al rinvio a giudizio di altri 5 agenti accusati anch'essi di tortura dopo l'introduzione del reato per pubblici ufficiali dal 2017. I 5 agenti, a differenza dei 10 colleghi, faranno un processo ordinario e la prima udienza è fissata per il 18 maggio a Siena. Si tratta di un ispettore superiore, due ispettori capo, due assistenti capo coordinatori all'epoca dei fatti contestati in servizio nell'istituto penitenziario di Ranza.
La sentenza di condanna individua la fattispecie autonoma di reato. Il giudice ci ha tenuto a sottolinearlo. Non è un dettaglio di poco conto. La legge sul reato di tortura, secondo alcuni, potrebbe indurre a proporne la diversa lettura della norma in termini di fattispecie autonoma di reato. In estrema sintesi, la tortura da parte di pubblici ufficiali è inserita al secondo comma e c'è il rischio che venga considerata come una fattispecie aggravata, invece che come reato autonomo. Fortunatamente questo non è accaduto. Nell'udienza precedente sono stati visti ampi spezzoni del video che riprese la scena incriminata.
L'avvocato Michele Passione, parte civile che ha rappresentato il Garante nazionale delle persone private della libertà, ha detto fin da subito che il video è apparso sufficiente per ricostruire quanto è accaduto. "Si sono mossi a falange - ha spiegato l'avvocato Passione - si vede che viene tirato un pugno, buttato giù. Gli sferrano calci".
Il Garante nazionale ha chiesto il risarcimento simbolico di un euro. Secondo l'avvocato Passione non era importante né il risarcimento, né tantomeno gli anni di pena. L'importante, per la parte civile del Garante, è che si sia affermato il principio del contrasto all'impunità evidenziando una fattispecie di reato ben specifica. Lo scopo del Garante Nazionale, d'altronde, è stato quello di sempre: partecipare in qualità di persona offesa ai procedimenti riguardanti presunti episodi di maltrattamento. Tale ruolo ha consentito al Garante nazionale di seguire l'indagine e di contribuire a fare chiarezza su quanto avviene negli Istituti di pena e a contrastare l'impunità.
Come parte civile c'è anche l'associazione Altro Diritto che si è presentata anche come garante locale dei detenuti del carcere di San Gimignano. Fin da subito, ha seguito questa vicenda accanto sia alla vittima che ai detenuti testimoni del pestaggio (sollecitando al Dap il trasferimento dei detenuti coinvolti e seguendoli anche una volta trasferiti in altri istituti) e a quei medici che hanno deciso di compiere il proprio dovere refertando le lesioni subite dalla vittima, subendone purtroppo le conseguenze.
"Esprimiamo soddisfazione per questa sentenza non tanto per le condanne inflitte in sé, auspichiamo infatti che questo possa essere un primo passo verso la fine delle torture e degli abusi nelle carceri e in tutti i luoghi di reclusione", afferma l'associazione Yairaiha Onlus che ha segnalato per la prima volta i presunti pestaggi grazie a una lettera di denuncia da parte dei detenuti, testimoni dell'accaduto. Lettera che Il Dubbio pubblicò in esclusiva e con successivi approfondimenti.
Il Gazzettino, 18 febbraio 2021
Pene tra un anno e un anno e mezzo. Il pubblico ministero, Giorgio Gava, ha avanzato le sue richieste per sei dei 23 indagati di varie nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) accusati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale durante la rivolta in carcere scoppiata il 10 marzo dell'anno scorso.
I sei sono quelli che hanno chiesto il rito abbreviato, per godere dello sconto di un terzo della pena. Mentre gli altri 17 hanno scelto di difendersi in un'udienza con rito ordinario. L'udienza si è svolta ieri, nell'aula bunker di Mestre, davanti al giudice per l'udienza preliminare Marta Paccagnella. Tra i difensori dei sei imputati, l'avvocato Federico Tibaldo. Dopo le richieste del pm, il giudice ha rinviato l'udienza al prossimo 12 marzo.
Quel giorno pronuncerà la sentenza relativa ai sei che hanno scelto l'abbreviato e fisserà anche la data di inizio del processo con rito ordinario per gli altri 17. La rivolta del 10 marzo a Santa Maria Maggiore avvenne nel clima confuso di inizio pandemia. Mentre nei penitenziari di tutta Italia infiammava la protesta per i primi Dpcm che vietavano le visite di parenti e avvocati, anche il carcere di Venezia visse una mattinata di forte tensione.
Tra i detenuti di Santa Maria Maggiore crebbe il malcontento per lo stop alle visite, nonché la paura del virus. In particolare il timore di finire come i passeggeri della nave da crociera che in quei giorni assistevano al contagio progressivo di tutti i presenti. Prima c'era stato il consueto tam tam fatto di stoviglie e altri attrezzi sbattuti sulle sbarre. Poi le cose erano degenerate.
Tutto iniziò al secondo piano del complesso carcerario dove una cinquantina di detenuti spaccò i vetri di alcune finestre delle celle, diede fuoco a materassi e coperte lanciandoli in un'area comune, gridando a gran voce e battendo i blindi delle celle per chiedere di essere liberati. Intervenuti i pompieri e tutte le forze dell'ordine, la rivolta era stata sedata a fatica.
Dopo quella giornata di tensione, per una decina di detenuti era scattata la punizione di 10 giorni di isolamento. Parallelamente la Procura aveva avviato l'inchiesta che ha individuato i 23 indagati. Sullo sfondo resta il problema del sovraffollamento delle carceri veneziani, che nonostante qualche scarcerazione, resta fonte di tensioni in questo periodo pandemico. Lo si è visto anche a fine anno, con forti proteste tra i detenuti.
di Giovanni Migone De Amicis
milanopavia.news, 18 febbraio 2021
Lo dice senza mezze parole: sono caduto e rialzarmi è stato difficile, ma se hai forza di volontà, allora è possibile. Certo, un sostegno esterno può sempre aiutare. Giovanni Marelli oggi ha 70 anni e tra il 1990 e il 2011 ha passato 21 anni nelle carceri italiane. Oggi, con la sua associazione Cisonoanchio APS, aiuta chi come lui è uscito dal carcere e fatica a ricomporre la propria vita.
Negli anni '80 da guru della ristorazione ha aperto locali in giro per il mondo, ma anche a Milano, come la Champagneria di via Clerici, dove ha servito personalità del calibro di Henry Kissinger e Frank Sinatra. L'inchiesta di Mani Pulite gli ha tolto oltre 20 anni di libertà, ma in carcere ha trovato nuove prospettive e una nuova curiosità, diventando l'artista del disagio, come si definisce lui stesso.
Attraverso la pittura e la poesia oggi aiuta chi ha più bisogno, ma non solo, perché alla Barona dove l'associazione ha la sua sede, sono tante le attività con cui dà impiego a ex detenuti e persone disagiate. L'ultima iniziativa, in rampa di lancio per inizio marzo, è il pollo volante: un servizio di cucina e consegna di pollo allo spiedo e patatine fritte o arrosto da consegnare a tutta la zona 6. Un progetto che potrebbe però essere solo l'inizio: l'obiettivo, infatti, è quello di portare una cucina in ogni municipio della città, impiegando 100 persone.
vaticannews.va, 18 febbraio 2021
Con un motu proprio Papa Francesco aggiorna il settore della giustizia penale adeguandole alle "mutate sensibilità dei tempi". Abolito il processo in contumacia. L'ufficio del promotore di giustizia sosterrà l'accusa nei tre gradi di giudizio.
Sconti di pena, possibilità di concordare un programma di lavori di pubblica utilità e attività di volontariato, sospensione del dibattimento nel caso di legittimo impedimento da parte dell'imputato: il sistema della giustizia penale dello Stato della Città del Vaticano si aggiorna e rimodula le sue norme per rispondere alle esigenze dei tempi e di una pena che punti al recupero della persona condannata. È quanto prevede il motu proprio di Papa Francesco pubblicato oggi, "recante modifiche in materia di giustizia" nella legislazione dello Stato.
"Esigenze emerse, ancor recentemente, nel settore della giustizia penale - scrive Francesco - con le conseguenti ripercussioni sull'attività di quanti, a vario titolo, vi sono interessati, richiedono una costante attenzione a rimodulare la vigente normativa sostanziale e processuale che, per taluni aspetti, risente di criteri ispiratori e soluzioni funzionali ormai superati". Per queste ragioni, "proseguendo nel processo di continuo aggiornamento dettato dalle mutate sensibilità dei tempi", il Pontefice pubblica tre nuovi articoli di legge.
Il primo articolo apporta modifiche al codice penale e stabilisce uno sconto di pena da 45 a 120 giorni per ogni anno di pena restrittiva già scontata al condannato che durante l'esecuzione della pena "abbia tenuto una condotta tale da far presumere il suo ravvedimento ed abbia proficuamente partecipato al programma di trattamento e reinserimento". Nel momento in cui la pena diventa esecutiva, il condannato elabora d'intesa col giudice "un programma di trattamento e reinserimento contenente l'indicazione degli impegni specifici che assume anche al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato, considerando a tal fine il risarcimento del danno, le condotte riparatorie e le restituzioni". Il condannato può proporre "lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, di attività di volontariato di rilievo sociale nonché condotte volte a promuovere, ove possibile, la mediazione con la persona offesa". La precedente legislazione non prevedeva nulla di tutto questo.
Il secondo articolo modifica il codice di procedura penale in senso garantista e abolisce il cosiddetto "processo in contumacia" che era ancora presente nel codice vaticano: nel caso l'imputato non si fosse presentato, il giudizio avveniva sulla base della documentazione raccolta senza l'ammissione dei testimoni della difesa. Ora invece se l'imputato rifiuta di assistere all'udienza senza che sia dimostrato un legittimo impedimento, si procede con il normale processo considerandolo rappresentato dal suo difensore. Se invece l'imputato non si presenta all'udienza e sia dimostrata l'impossibilità di comparire "per legittimo e grave impedimento, ovvero se per infermità di mente sia nell'impossibilità di provvedere alla propria difesa", il tribunale o il giudice unico è tenuto a sospendere il dibattimento.
Il terzo articolo apporta modifiche e integrazioni alla legge CCCLI sull'ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano. Stabilisce che i magistrati ordinari al momento della cessazione mantengano "ogni diritto, assistenza, previdenza e garanzia previsti" per i cittadini vaticani. Infine una modifica importante riguarda il secondo e terzo grado di giudizio. Si stabilisce infatti che "l'ufficio del promotore di giustizia esercita in autonomia e indipendenza, nei tre gradi di giudizio, le funzioni di pubblico ministero e le altre assegnategli dalla legge".
Fino ad oggi era previsto che in caso di ricorso in appello e poi in cassazione, la pubblica accusa fosse rappresentata da un magistrato diverso rispetto a quello che l'ha condotta nel primo processo, con un incarico ad hoc per i processi di secondo e terzo grado. Ora invece, con due diversi articoli, si stabilisce che anche nei giudizi di appello e di cassazione, come già avviene per il primo grado, le funzioni di pubblico ministero siano svolte da un magistrato dell'ufficio del promotore di giustizia, designato dal promotore stesso. Diverso rimarrà ovviamente il collegio chiamato a giudicare. Una normativa che tende a velocizzare i procedimenti, dato che d'ora in avanti sarà lo stesso ufficio che ha sostenuto la pubblica accusa in primo grado a sostenerla anche negli eventuali altri gradi di giudizio.
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