di Victor Castaldi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
I magistrati ribadiscono il ruolo "imprescindibile" del regime di detenzione "Nella lotta alle cosche si deve avanzare e non si può mai tornare indietro". Nemmeno la pandemia di Covid- 19 sembra sgretolare la granitica certezza della Direzione nazionale antimafia sul carcere duro. L'emergenza mafiosa, secondo i procuratori deve essere trattata con mezzi e leggi speciali, indipendentemente dai rischi della detenzione in un contesto di allarme sanitario come quello che sta vivendo l'intero pianeta. Le scarcerazioni degli ultimi mesi dovute a evidenti ragioni di emergenza coronavirus e all'aumento esponenziale dei contagi negli istituti di pena non sono affatto piaciute alla Dna che, al contrario ribadisce il ruolo "imprescindibile" del 41bis per la lotta alla criminalità organizzata, invitando tutti a non arretrare di un millimetro.
di Matteo Milanesi
Italia Oggi, 18 febbraio 2021
Il nuovo ministro della giustizia, Marta Cartabia, è un ex presidente della Corte costituzionale. A differenza del precedente ministro Alfonso Bonafede, tanto per intenderci colui che confondeva la responsabilità dolosa con quella colposa, la personalità di Marta Cartabia ha diversi indiscutibili punti a favore: già professoressa universitaria, ha ricoperto il ruolo di giudice costituzionale dal 2011 al 2019, nonché prima donna alla guida della Corte. Ma le sfide che dovrà affrontare non sono poche. Oltre alla già richiesta riforma della giustizia civile, sul tavolo sono presenti numerose questioni relative al problema carceri, alla prescrizione, alla separazione delle carriere ed alla riforma del Csm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
L'ex governatore della Bce chiede unità contro la pandemia e annuncia interventi immediati (solo) sulla giustizia civile. Poche parole. Poche rispetto alla portata del problema. Mario Draghi parla sì di giustizia, ma solo a proposito del settore civile. Cita l'efficienza dei tribunali, lo "smaltimento dell'arretrato", i "posti vacanti del personale amministrativo" che vanno coperti. Insomma, la scossa che ci chiede "l'Unione europea".
Ma non la soluzione al rebus del penale. Né la formula magica per risvegliare la prescrizione dall'incantesimo di Bonafede. Solo un accenno fugacissimo, alla fine, sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione. Siamo sempre e solo ai titoli delle "Country Specific Recommendations" rivolte dalla Commissione Ue all'Italia sulla giustizia. Nient'altro. Scelta strategica, che si rivela in tutta la sua necessaria prudenza poco dopo, nel dibattito in Aula.
La senatrice Cinque Stelle Agnese Gallicchio così risponde all'eleganza del premier: "Voglio essere molto chiara, quella di oggi non è una fiducia in bianco: il Movimento non è disposto a fare passi indietro su reddito di cittadinanza e riforma della prescrizione da noi varata". Ecco il tono: non ti azzardare. Draghi lo ha fiutato e ha evitato, forse con saggezza, forse con un po' d'astuzia, di farsi impallinare al primo colpo.
Però il vuoto resta. È pesante come un non detto. Un'omissione fatale, cioè necessaria. Il punto è capire quanto potrà reggere. Quanto l'elusione del conflitto potrà essere adottata da Marta Cartabia, guardasigilli accolta con grande fiducia innanzitutto dall'avvocatura e, nelle ultime ore, dal Parlamento. In mattinata il capogruppo di Italia viva Ettore Rosato, prima ancora che parli Draghi, conferma in un'intervista ad Affaritaliani la disponibilità a ritirare il "Lodo Annibali", l'emendamento al Milleproroghe che avrebbe congelato la prescrizione di Bonafede.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della commissione Affari costituzionali, dove quelle proposte avrebbero dovuto essere discusse domani, conferma la tregua: "Il Movimento andrà avanti compatto sulla riforma della prescrizione: la sede per discuterla sarà la commissione Giustizia della Camera, l'hanno capito anche i nemici più ostili". Dunque "non ci saranno sorprese nel Milleproroghe". Se ne parlerà a inizio marzo, al più tardi, con l'esame del ddl penale. A quel punto Enrico Costa di Azione, gli stessi renziani, Forza Italia, la Lega tenteranno di nuovo di congelare la legge pentastellata. Anzi, il responsabile Giustizia degli azzurri, Francesco Paolo Sisto, conferma al Tg1 quanto anticipato al Dubbio: "Non ritiriamo il nostro emendamento, ma sarà l'interlocuzione con Marta Cartabia, ministro di serie A, a dirci quale sarà la migliore soluzione".
In commissione Giustizia c'è un altro presidente pentastellato, Mario Perantoni, avvocato penalista di Sassari, considerato rigido su alcune posizioni ma corretto e disponibile al dialogo persino dai "nemici" di Italia viva. Traccia una linea che sulla giustizia penale può essere un grande assist per Cartabia: "Draghi ha fatto bene a inserire tra le priorità la riforma della giustizia civile, da lì passa la ripresa del sistema-Italia, è un obiettivo condiviso e già perseguito dal precedente governo".
È la premessa. Riguardo la "non meno importante riforma penale", aggiunge Perantoni, "interpreto il silenzio di Draghi come una precisa scelta di investire pienamente il Parlamento". Cioè la sua commissione. E quindi, "per costruire un percorso veloce e virtuoso, occorre senz'altro uno spirito collaborativo, senza polemiche e attacchi strumentali, nel rispetto dei ruoli di ciascuno: conterà la responsabilità di tutte le forze politiche. A questo punto non si tratta di vincere o perdere una partita ma di farne uscire vincente il Paese. Mi auguro che tutti i protagonisti saranno all'altezza del compito". Discorso da uomo delle istituzioni.
Appello che sembrerebbe lasciar intravedere una disponibilità a mettere in gioco qualcosa, sulla giustizia penale, persino da parte dei 5s. Certo un tono assai meno da duello western rispetto quello pre-minatorio della senatrice Gallichio. Ci sono le diplomazie al lavoro. C'è una ministra che evita di confondere, e che forse interverrà dopo la fiducia di oggi alla Camera, in tempo per sminare del tutto l'esame del Milleproroghe (che lunedì mattina dovrà essere pronto per l'Aula).
C'è un Draghi che non sfiora l'ordigno e qualche parlamentare di buona volontà che dà esempio di virtù diplomatica. Ma la sensazione resta: la giustizia penale potrebbe anche non essere un "fight club", uno sfogatoio, ma rischia di restare comunque una dark room, un luogo virtuale di cui non si parla, o si parla poco e con toni allusivi. Non il massimo, ma è un esercizio dialettico forse inevitabile.
Anche se l'avvocatura non farà finta di nulla. Lo lascia intendere il presidente della Camera penale di Roma Vincenzo Comi, leader dei penalisti nell'ufficio giudiziario più grande e congestionata d'Europa: "Tra i molti temi toccati la grande assente è la giustizia penale. Il primo ministro ha ritenuto di non affrontare la questione nel richiedere la fiducia alle Camere. Tema divisivo che comunque si impone in tutta la sua attualità con i problemi e le contraddizioni vissuti tanto da operatori del diritto e cittadini" Comi fa un breve elenco: "Il nodo sulla prescrizione, i tribunali in tilt dall'inizio della pandemia, il processo penale telematico adottato più per necessità che per coscienza, udienze rinviate e processi infiniti, la situazione emergenziale in cui versano le carceri, la riforma dell'ordinamento giudiziario, l'accesso alle professioni legali". Sono "problemi sotto gli occhi di tutti", ma "Draghi rimanda l'approccio politico". Infatti.
È un'incognita che pesa. Che peserà cioè sulla guardasigilli Cartabia. D'altra parte il redde rationem sulla prescrizione è rimandato di poco: Forza Italia aspetta un segnale per deporre temporaneamente le armi. E sarà appunto la guardasigilli a doverlo dare. Lì si intuirà meglio la rotta. Oltretutto Cartabia, seppure si limitasse, per ora, a impegnarsi per un lavoro condiviso sul ddl penale (basterebbe, in fondo), dovrebbe essere più specifica di qui a una decina di giorni al massimo, all'atto del suo primo passaggio istituzionale: l'esposizione delle linee programmatiche nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato.
È in fondo quello il tornante che Costa, Sisto, Annibali e i leghisti aspettano per capire se possono rimettere nella fondina i revolver. Nella commissione presieduta da Perantoni e in quella del Senato che vede al vertice il leghista Andrea Ostellari, la ministra sarà necessariamente più specifica rispetto all'elegante dribbling del premier.
Che poi va riportato: perché per quanto breve, per quanto silenziosa sul penale, la parte che Draghi ha riservato alla giustizia non è così priva di spunti: "Le azioni da svolgere sono quelle che si collocano all'interno del contesto e delle aspettative dell'Unione europea", ha premesso testualmente il Capo del governo nel suo discorso.
"Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l'efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l'applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell'arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione". Tutto condivisibile, e qualcosa davvero è già sui binari, come i decreti sulla crisi d'impresa e sull'insolvenza.
Ma c'è quella piccola frase finale: rafforzare il contrasto della corruzione. Come a dire: non tutto quanto fatto da Bonafede è da rimettere in discussione. Persino nella "spazza-corrotti" qualcosa forse va salvato. Di nuovo: la giustizia penale ci sarà. Ma se ne tratterà sottovoce. Come una dark room. Chi ha idee migliori, si faccia avanti.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 18 febbraio 2021
Ma avvocati e magistrati chiedono investimenti su infrastrutture e digitale. Lucido anche sulla giustizia, Mario Draghi. Dal discorso programmatico s'intuisce che la materia la conosce eccome. Così come padroneggia le raccomandazioni della Commissione europea.
Cita le ultime Country Specific Recommendations che ci esortano ad "aumentare l'efficienza del sistema giudiziario civile, attuando l'applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell'arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono da tribunale a tribunale".
Unico accenno al penale, spingere contro la corruzione. Il programma dunque è questo: riforma della giustizia civile, e indirizzarvi i fondi del Recovery. In fondo si sapeva. Troppo divisiva la giustizia penale per questa maggioranza anomala. Alla neo-ministra Marta Cartabia l'arduo compito di riscrivere la riforma ereditata da Alfonso Bonafede e investire al meglio i miliardi di Bruxelles.
I tecnici del settore hanno le idee chiare. "Non credo affatto - è la tesi di Antonio De Notaristefani, presidente dell'Unione camere civili - che abolire il procedimento sommario e denominare "semplificato" il rito che oggi chiamiamo "ordinario" cambierà granché. Quanto alla durata, basta far di conto: prima e dopo la cura, passeranno esattamente lo stesso numero di giorni, 170, tra l'atto introduttivo del giudizio ed il momento in cui si completano le richieste delle parti". Per De Notaristefani, insomma, è abbastanza inutile inseguire l'ennesima riforma. Quel che è indispensabile è un investimento davvero massiccio su uffici, infrastrutture, digitalizzazione, personale amministrativo, nuovi giudici.
Anche l'Associazione nazionale magistrati è critica. L'attuale Giunta è appena arrivata e non ha avuto modo di interloquire con la ministra o con il Parlamento. Dice il segretario generale, Salvatore Casciaro, che per la maggior parte della carriera è stato giudice civile: "La mia prima impressione era di un progetto non compiutamente definito. Si prevedeva il rafforzamento dell'Ufficio del processo con ben 16 mila assunzioni a tempo. Peccato che allo stesso tempo, con altro provvedimento, ci si orienterebbe ad intervenire sul concorso per entrare in magistratura e, se la proposta di modifica verrà approvata, non sarebbe più obbligatorio il tirocinio di 18 mesi. I più qualificati tra i laureati tenteranno di entrare in magistratura e non fare l'assistente. Quel che entra dalla porta, potrebbe uscire dalla finestra".
Casciaro porta l'esperienza concreta. "Bene l'idea di riqualificare 40 edifici e costruire cittadelle della giustizia però occorrerebbero appositi stanziamenti. Se per ipotesi arrivassero 16 mila assistenti, per loro non sarebbe facile trovare scrivanie, né computer. Nella mia stanza siamo quattro magistrati e non c'è spazio nemmeno per una sedia in più".
Per Casciaro sarebbero anche indispensabili alcuni piccoli atti di coraggio: "Un potenziamento della disciplina sulla mediazione e negoziazione assistita, una revisione delle piante organiche. Fissare un limite tendenziale alla lunghezza degli atti degli avvocati in linea col principio di sinteticità consacrato per il processo telematico, intervenire sul principio dell'abuso del processo". E poi tante assunzioni di personale amministrativo e di giudici.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 febbraio 2021
Prime aperture dei partiti, e delle Associazioni, pronte ad ascoltare il neo ministro Guardasigilli su di una riforma che accorci i tempi del processo. Sul nodo della prescrizione, primo vero banco di prova parlamentare del nuovo Governo Draghi, qualcosa si muove. Ad un giorno dalla fiducia in Parlamento, l'abolizione della prescrizione, 'bandiera' dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede e del suo Movimento, resta al centro di alcuni emendamenti al decreto milleproproghe, all'esame della Commissione Affari costituzionali della Camera che potrebbero andare al voto già venerdì. I tempi per l'approvazione dell'intero Dl sono comunque molto stretti, visto che "scade" il primo marzo e in mezzo ci sono ancora tre passaggi (aula Camera, commissione Senato, aula di Palazzo Madama).
A cominciare a sminare il percorso a Montecitorio sono stati Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (Più Europa) che hanno annunciato un fermo agli emendamenti sulla prescrizione. "Un gesto di grandissima fiducia nei confronti della Guardasigilli Marta Cartabia - ha affermato Costa in una intervista a Repubblica - è congelare temporaneamente gli emendamenti sulla prescrizione nel decreto Milleproroghe che avrebbero potuto dividere il governo per la prima volta". "Voglio dare un segnale immediato di fiducia e disponibilità verso la nuova Guardasigilli. Sulla prescrizione ci aspettiamo un passo avanti collegiale. Se invece dovessimo trovarci di fronte a uno stallo non esiteremmo a ripresentare le nostre proposte".
E segnali in questo senso arrivano anche dal deputato e responsabile Giustizia e Affari costituzionali di Forza Italia Francesco Paolo Sisto che ai Tg Rai ha confermato "Il leale contributo a questo governo". E in una intervista al "Dubbio" in edicola oggi ha affermato: "Ritirare il nostro emendamento sulla prescrizione? Il primo passaggio non può essere questo. Però è vero che quando si discuterà su quelle proposte, la ministra della Giustizia Marta Cartabia potrà indicare la propria linea sul processo penale. E la ascolteremo. Siamo di fronte a una guardasigilli da tripla A. L'eccellenza". "Cartabia - ha proseguito - è la più alta garanzia che si possa avere per la giustizia e siamo pronti a vedere quale modello propone per la riforma del processo".
Ma una apertura arriva anche da Italia Viva, la terza forza politica, che ha presentato emendamenti blocca prescrizione. In ballo infatti c'è l'intera riforma del processo penale e la prescrizione potrebbe rientrarci. Non esclude l'ipotesi Lucia Annibali, renziana firmataria dell'emendamento pro sospensione. "Sono due temi che vanno tenuti insieme. Di sicuro c'è tutta la nostra fiducia alla neoministra e non vogliamo mettere in difficoltà il governo, valuteremo insieme ai gruppi". Ma rimarca: "La prescrizione non è una bandiera, è un tema importante a cui teniamo".
Temporeggia il Pd che era all'opposizione del Conte 1, quando fu varata la norma. "Bisogna vedere che iniziativa assume il governo, noi attendiamo la fiducia e poi decidiamo", si limita a dire il deputato Dem Stefano Ceccanti. I 5 Stelle chiedono collaborazione. "In questa fase non è tempo di battaglie di bandiera e di provocazioni", ammonisce Giuseppe Brescia nella doppia veste di presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del provvedimento, che poi suggerisce la via d'uscita: "Lasciamo al dibattito già avviato in commissione Giustizia alla Camera il compito di trovare una soluzione".
Nella giornata di ieri, intanto, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia ha affermato che "non è pensabile sterilizzare la prescrizione e non intervenire sui tempi del processo". Secondo Santalucia l'intervento che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio "è una riforma a metà", visto che non si è messo mano a una regolamentazione dei tempi del processo", con il risultato di abbandonare l'imputato a "tempi indefiniti". Spostando dunque l'attenzione su di una riforma complessiva del processo.
E ad allargare il quadro a favore di una riforma del processo penale sembra favorevole anche l'Unione delle camere penali. Per il Presidente Giandomenico Caiazza: "Con il Governo uscente erano state costruite soluzioni volte a ridurre drasticamente i tempi del processo penale, poi tradite dalla legge delega. Quelle soluzioni restano una risorsa per chi voglia davvero affrontare e risolvere con efficacia ed in modo condiviso la piaga della irragionevole durata dei processi in Italia, senza sacrificare o eludere i principi costituzionali del giusto processo". " I penalisti italiani - conclude - sono pronti al confronto, ed alla individuazione di soluzioni concrete, praticabili e condivise".
di Massimo Malpica
Il Giornale, 18 febbraio 2021
La Guardasigilli è sempre stata garantista su questo tema divisivo. Scintille in vista con sinistra e 5 Stelle. Quella casella, la poltrona di via Arenula, era tra le più delicate del "governo dei migliori".
Difficile immaginarsi Alfonso Bonafede o un profilo simile all'ultimo Guardasigilli che andasse bene a una compagine di governo così variegata e diversa. Così la scelta di Draghi è caduta su Marta Cartabia, primo presidente donna della Corte Costituzionale, cattolica, da sempre attenta a un tema delicato e centrale del sistema giustizia come le carceri.
E, nell'agenda del governo dell'ex presidente Bce, il ruolo della Cartabia è forse il più acrobatico, dovendo riuscire a declinare le istanze di partiti che vanno dai garantisti di Forza Italia ai giustizialisti spinti a Cinque stelle. Il tutto con una serie di riforme all'orizzonte, dal processo civile arenato in commissione Giustizia al Senato da più di un anno al Csm scosso come più non si potrebbe dalle rivelazioni di Palamara, dal processo penale alla separazione delle carriere in magistratura fino, appunto, alle carceri. Temi poco divisivi come il processo civile, appunto o invece ad altissimo rischio di lite nella eterogenea compagnia portata a Palazzo Chigi da Mario Draghi.
Un tema spinoso è già tra i denti del pettine: la prescrizione. Che vedrà insieme al governo quelli che un tempo appoggiavano la riforma firmata dal fu ministro Bonafede M5s, appunto, con Pd e Leu e quelli che, al governo (Italia Viva) o all'opposizione (Lega, che pure nel Conte I l'aveva votata, e Fi) la osteggiavano, invocando semmai un ritorno al ddl Orlando approvato nel 2017.
Si prospetta una grana non da poco, con i 5S che mettono le mani avanti, considerando la conferma di quella riforma un requisito essenziale per la presenza nella maggioranza. Intanto, come gesto di "cortesia istituzionale" verso il neoministro, il deputato di Azione Enrico Costa, già con Fi e con Renzi e in prima linea per la "controriforma", ha annunciato, intervistato da Repubblica, di voler congelare "temporaneamente gli emendamenti sulla prescrizione nel decreto Milleproroghe che avrebbero potuto dividere il governo per la prima volta". Un riconoscimento, spiega Costa, dei segnali di "discontinuità" già arrivati dalla Cartabia. Per la quale parlano il curriculum e le esternazioni anche del passato. Un anno fa, l'allora numero uno della Consulta in un'intervista a Repubblica (in cui difendeva la scelta della Corte Costituzionale di bocciare la retroattività della "spazza-corrotti", altro precedente sgradito ai grillini) toccava anche il tema della prescrizione, ricordando che "la giustizia deve avere sempre un volto umano", criticando "i processi troppo lunghi" che "si trasformano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere", e sostenendo che la ragionevole durata del processo "è un principio di civiltà giuridica scritto nelle norme internazionali ed esplicitato nella Costituzione dal 99".
Lampante. E se non fosse abbastanza il nuovo Guardasigilli, nell'occasione, commentava anche nel merito un aspetto della riforma Bonafede che avrebbe dovuto abbreviare i tempi del processo, ossia il ridimensionamento e l'irrigidimento dei tempi delle indagini. Un punto che la Cartabia evidentemente non approvava, ritenendo che fosse in contrasto con la "necessità di accuratezza delle prove" e con le "garanzie per l'imputato". Insomma, la "discontinuità" citata da Costa sembra esserci, rispetto all'era Bonafede. Ma, anche per questo, con i numeri in ballo in una maggioranza di governo dominata da profonde divisioni genetiche, trovare una sintesi per lavorare insieme anche sul fronte della giustizia sarà tutt'altro che facile.
di Ivanoe Pellerin
malpensa24.it, 18 febbraio 2021
È vero, siamo in un tempo di mezzo con il cambio del governo dopo tanta incertezza politica, ma trovo molto inquietante che una situazione tanto grave e oscura, come quella denunciata dal libro di Sallusti e Palamara, non provochi, accanto al giusto e doveroso rilievo per il nuovo governo Draghi, grossi titoloni sulle prime pagine dei giornali, editoriali sferzanti e furibondi dei più noti maitre à penser, richieste di conferme e di chiarimenti dai soliti politologi, filosofi e colti di varia misura che abitano dalle nostre parti e che parlano spesso a sproposito di fatti trascurabili.
Il libro "Il sistema", credo ormai piuttosto noto e diffuso e che per questo non ha bisogno di alcun risalto, è in cima alla graduatoria dei libri più venduti del momento e il dato è stato incredibilmente ignorato per molti giorni dai nostri scrutatori editoriali, dai nostri critici della domenica, dai nostri attenti segnalatori degli inconsueti avvenimenti intorno alla parola scritta. Un fantasma, un'ombra oscura e difficile, un ingombro fastidioso e pericoloso, di certo foriero di problemi assai gravi, al quale si teme di rivolgere un pensiero o uno sguardo. Non potendo più ignorare il fatto, solo domenica 14 febbraio Tutto Libri, l'inserto della Stampa, pone "Il sistema" al primo posto nella classifica dei libri più venduti.
Non so se considerare del tutto casuale che il libro di Sallusti e Palamara sia stato presentato in coincidenza con l'inaugurazione dell'anno giudiziario quando l'anno prima, nella stessa occasione, era esploso proprio il "caso Palamara" che aveva innescato le dimissioni di alcuni membri del Consiglio superiore della magistratura. Né mi pare di poco conto che il governo Conte II sia decaduto appena prima della discussione sul progetto di riforma Bonafede con la terribile proposta dell'abolizione della prescrizione, elemento imprescindibile in tutti i sistemi giudiziari delle moderne democrazie.
Nell'ottobre 2020 per la prima volta nella storia della magistratura un ex membro del Csm, Luca Palamara, il più giovane presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, veniva radiato dall'ordine giudiziario dopo essere stato accusato di rapporti illeciti con imprenditori e politici e di aver orientato nomine importanti ai posti di rilievo proprio nella struttura delicata del corpo della magistratura. L'esplosione rovinosa di rivelazioni disturbanti l'equilibrio instabile del terzo potere della repubblica rende questo libro un "caso" difficile e inquietante. Di fatto "Il sistema" mostra che il potere della magistratura può intervenire (è intervenuto) in tutte le maglie della nostra vita pubblica e privata, non solo con giusta e doverosa ragione, ma più spesso in modo ambiguo e del tutto arbitrario. I casi raccontati sono tanti e riguardano nomine, promozioni e trasferimenti, molto lontani dalle normali procedure, qualche volta addirittura in modo "malavitoso". Non dubito che siano supportati da prove inconfutabili ma, proprio per questo, lasciano il lettore incredulo e frastornato di fronte all'ampiezza del "sistema".
Sono del tutto convinto che la maggior parte dei magistrati esprimano con sacrificio e abnegazione un lavoro straordinariamente oneroso e indispensabile alla nostra società e che la complessa attività della magistratura sia all'insegna del dovere e dell'etica ma i fatti raccontati lasciano, forse proprio per questo, sgomenti e disorientati. Il numero e la qualità delle persone coinvolte sono troppi per pensare ad una qualche "deviazione" isolata e per non pensare ad una qualche protezione "dall'alto", più volte evocata.
Cari amici vicini e lontani, all'inizio dell'ultima ignobile estate con il Covid, già ricordai la figura di un grande politico del nostro tempo, Francesco Cossiga, che alle soglie degli anni '90 affermava: "... che quello della giustizia è il più grave dei problemi del nostro paese, che il problema della giustizia ancor prima che giuridico, tecnico e politico è un problema di ordine culturale e direi addirittura di etica pubblica; è un problema che attiene alla coscienza, al senso di dignità del cittadino, al suo amore per la libertà". Nel libro "Discorso sulla giustizia" sono indicati tre caposaldi di una possibile riforma: terzietà del giudice, non obbligatorietà dell'azione penale, giurisdizione disciplinare estratta a sorte. Purtroppo il libro di Palamara e Sallusti è una spiacevole conferma dell'importanza di queste parole.
Poiché mala tempora currunt, mi pare assolutamente necessario che intorno alle circostanze narrate sia al più presto approntata un'apposita Commissione parlamentare con poteri inquirenti e mi auguro che questa nuova situazione politica sia in grado di promuoverla. Per questo fine è indispensabile che il nuovo ministro della Giustizia abbia un forte animo per questo impegno e goda dell'assoluto appoggio del presidente Mattarella.
E ancora. Poiché temo che sia improponibile pensare che proprio la magistratura abbia la forza e la possibilità di riformare sé stessa, credo davvero che sia giunto il momento di pensare e di gettare le basi per una seria e rigorosa riforma della stessa, riforma ormai indispensabile per la buona vita di questa nazione. Se in un paese la giustizia è malata, la democrazia non può godere di buona salute.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
Intervista a Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza. "Dire che la riforma del processo penale debba attendere il tempo necessario per far maturare una cultura delle garanzie mi lascia perplesso, a maggior ragione ora che alla guida dell'Anm ora abbiamo un giudice e non un pm, che mi sembra favorevole a fare delle riforme".
Parte da qui Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza. Sul tema della prescrizione aggiunge: "Il problema va affrontato subito, anche con una soluzione non ottimale ma va fatto: in Italia purtroppo siamo abituati a rinviare le discussioni all'infinito". E la sua proposta è quella di "togliere il blocco della prescrizione all'imputato prosciolto: è irragionevole che non si sospenda prima che io venga assolto e poi lo si faccia il giorno dopo la mia assoluzione".
Professor Spangher, nel discorso di Draghi c'è attenzione per la giustizia civile, non per quella penale. Cosa ne pensa?
Ho ritrovato lo stesso pensiero anche in un articolo pubblicato su Avvenire dal magistrato Paolo Borgna. Alcune riflessioni critiche sono inevitabili: è noto da tempo che l'Europa ci chiede una riforma del processo civile perché la crisi della stessa comporta la perdita di un certo numero di punti di Pil. C'era anche l'ipotesi di approvare la riforma civile con decreto legge: questo è giustissimo ed è anche chiaro che il presidente Draghi in poco tempo non può affrontare tutte le criticità che riguardano il nostro Paese. Tuttavia, l'Italia e il governo devono occuparsi di alcune questioni: due giorni fa è stata annullata la nomina del procuratore di Roma, c'è una attività della Procura generale in tema di procedimento disciplinare, l'Anm ha inviato i suoi probiviri a Perugia, l'anno prossimo si vota per il rinnovo del Csm. È evidente che il rapporto tra i cittadini e la giustizia è in crisi e la ricucitura non può essere tema da rinviare. C'è un altro aspetto che non è secondario.
Mi dica...
Affermare che la riforma del processo penale debba attendere il tempo necessario per far maturare una cultura delle garanzie mi lascia perplesso, a maggior ragione che alla guida dell'Anm ora abbiamo un giudice e non un pm, che mi sembra favorevole a fare delle riforme. È vero che alla giustizia civile si legano i punti di Pil ma la giustizia penale decide della libertà delle persone, e credo che il nuovo ministro della Giustizia avrà la giusta sensibilità verso la questione penitenziaria e l'esecuzione della pena. Se vogliamo anche farne qui un discorso economico, i dati che riguardano i risarcimenti per ingiusta detenzione mostrano numeri alti. Forse si vuole rinviare tutto, perché al fondo c'è l'altro argomento che incombe sulla giustizia penale, ed è la prescrizione.
Secondo lei quale strada dovrebbe intraprendere la ministra Cartabia sul tema della prescrizione per non scatenare attriti nella maggioranza?
Il tema della prescrizione, e su questo sono d'accordo con Borgna, va visto all'interno di un quadro generale complessivo. C'è la soluzione di Verini per cui "è divisivo, rinviamo": ma la prescrizione è tornata subito in discussione appena entrata in vigore la riforma Bonafede. Poi abbiamo avuto un lodo Conte di cui non si è fatto nulla, poi gli emendamenti Costa e Annibali. Dunque è un tema su cui diverse riflessioni sono già maturate. Il problema va affrontato, ma occorre grande capacità di mediazione. Andrebbe rivisto complessivamente ma significherebbe allungare di molto i tempi.
Altre proposte in campo sono: attendere qualche mese giacché, sostengono alcuni, gli effetti della riforma Bonafede si vedranno tra qualche anno, oppure lavorare per la cosiddetta "prescrizione per fasi"...
Il problema va affrontato subito, anche con una soluzione non ottimale ma va fatto: in Italia purtroppo siamo abituati a rinviare le discussioni all'infinito. Temo che rinviare significherà non risolvere mai la questione e quindi vorrebbe dire ripetere reiteratamente le contrapposizioni tra avvocatura, magistratura, parti della politica.
Cosa si potrebbe fare allora?
Per me bisogna sicuramente togliere il blocco della prescrizione all'imputato prosciolto: è irragionevole che non si sospenda prima che io venga assolto e poi lo si faccia il giorno dopo la mia assoluzione. Mi rendo anche conto che qualcuno ritenga incostituzionale la differenza tra prosciolto e condannato. Ma non riesco davvero a capire perché una sentenza favorevole blocchi in termini indefiniti il processo. Se poi la persona verrà condannata in appello, con quella sentenza si potrà bloccare il tempo della prescrizione verso il giudizio di Cassazione. Non dimentichiamo che la lontananza dal fatto ha il suo valore: se invece partiamo dall'idea che la prescrizione è semplicemente, come qualcuno sostiene, una scusa, un mezzo con cui ci si vuole assicurare l'impunità, allora entriamo in un terreno minato in cui diviene difficile ragionare. Il tema della prescrizione ha tante sfaccettature.
Quali?
Per lei è giusto per esempio che un processo nei confronti di un imputato inizi anche dopo venti anni? C'è quindi anche il problema della prescrizione dell'azione. Vorrei precisare poi un'altra cosa.
Prego...
La prescrizione non è un giudizio di assoluzione perché, pur escludendo la pena detentiva, si conserva comunque l'onere di risarcire il danno o la possibilità di confiscare. Sotteso alla prescrizione c'è comunque l'accertamento della responsabilità, altrimenti sarei stato prosciolto.
Ma secondo lei, sempre in tema di riforme, ci sono le condizioni per portare a casa alcune depenalizzazioni?
Certo, era già previsto nella riforma Bonafede. Non tutto può essere pena e carcere, e noi abbiamo tanti altri strumenti per perseguire attività illecite, come reati fiscali e ambientali: archiviazioni condizionate, eliminazione delle conseguenze dannose del reato, indennizzo delle società per i danni causati.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 18 febbraio 2021
Raffaele Cutolo è morto. L'ex boss sanguinario della Nuova Camorra Organizzata, soprannominato 'o professore dai suoi compagni di carcere perché l'unico capace di leggere e scrivere e che in galera ha scontato 57 dei suoi quasi 80 anni, era ricoverato nel reparto riservato ai detenuti dell'ospedale di Parma. Era recluso al 41bis nel carcere di massima sicurezza della città ducale. Al carcere duro era ristretto da oltre 25 anni. Il quadro clinico di Cutolo, che negli anni 80 aiutò i servizi deviati dello Stato a trattare con le Brigate Rosse per la liberazione dell'allora assessore regionale Ciro Cirillo, era compromesso in seguito a diverse patologie che si portava dietro da decenni.
"Raffaele Cutolo era ricoverato da diversi mesi nell'ospedale di Parma ed è morto per le complicazioni legate ad una polmonite a cui si è associata una setticemia del cavo orale. Purtroppo era da due giorni in choc settico e non ce l'ha fatta". A dirlo a La Presse è l'avvocato Gaetano Aufiero, legale dell'ex boss della Nuova Camorra Organizzata, che è morto nella serata del 17 febbraio. "Le esequie - ha aggiunto il legale - si svolgeranno in forma privatissima ad Ottaviano", paese natale di Cutolo. Aufiero, dopo aver appreso la notizia dal carcere di Parma, ha "sentito un nipote di Raffale Cutolo - ha spiegato - e ho cercato di mandarlo a casa dalla moglie, in modo che non apprendesse della morte del marito dalla televisione, ma purtroppo - ha concluso - temo di aver fallito". La moglie Immacolata Iacone aveva deciso di partire per Parma perché era stata riconosciuta la possibilità di avere un colloquio straordinario, ma purtroppo non ha fatto in tempo".
"L'ultima volta che si sono visti - ha spiegato Aufiero - è stato 20 giorni fa, ma avevamo chiesto un colloquio straordinario perché avevamo saputo lunedì scorso di un improvviso peggioramento. Purtroppo era da due giorni in choc settico e non ce l'ha fatta. Ci è stato detto che si era ripresentato un problema di ossigenazione per una polmonite bilaterale che aveva già avuto 15 giorni fa e per un paio di giorni era stato in prognosi riservata". Cutolo "era già fortemente debilitato, non credo pesasse più di 40 chili, i sanitari ci avevano detto che non c'erano grandi speranze di recuperarlo" ha spiegato Aufiero all'Adnkronos aggiungendo: "Lo hanno curato nel migliore dei modi e, per quanto ci risulta, con la massima umanità".
Durante i lunghi anni della sua detenzione, Cutolo ha sempre rifiutato di collaborare con la giustizia. Porterà via numerosi segreti, a partire dalla morte di Aldo Moro. Fu arrestato una prima volta, a 22 anni, nel 1963 dopo aver ucciso un uomo che aveva fatto avance alla sorella. Dopo sette anni di carcere, venne scarcerato nel 1970 per decorrenza dei termini e dopo circa un anno di latitanza, nel 1971, tornò nel carcere di Poggioreale dove fondò la Nuova Camorra Organizzata. Nel maggio del 1977 una sentenza della Corte d'Appello riconobbe al boss l'infermità mentale, disponendone il ricovero nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa dove evase "rumorosamente" (i suoi fedelissimi piazzarono una bomba dinanzi l'ingresso) il 5 febbraio 1978. La latitanza durò fino al 15 maggio 1979. Dal 1995 era ristretto al carcere duro.
Lo scorso ottobre 2020, un anno dopo il reclamo presentato dal suo legale Gaetano Aufiero, il Tribunale di Sorveglianza di Roma confermò il carcere duro (41bis) nonostante le gravi condizioni di salute. In precedenza, nella primavera del 2020 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna gli negò i domiciliari nonostante i problemi di salute e l'emergenza coronavirus.
"Questo provvedimento - commentò al Riformista Gaetano Aufiero, legale di Cutolo - dimostra che il nostro sistema giuridico, e penitenziario in particolare, è indecente. Sono senza parole: come si può pensare che un uomo di 80 anni con uno stato patologico conclamato e una grave disabilità mentale possa continuare a mantenere indisturbato i contatti con l'esterno? Non mi resta che dire che siamo in presenza della stessa inciviltà giuridica di quando si condannava alla pena di morte un disabile mentale che aveva commesso un reato senza rendersene conto". Cutolo era allettato da mesi e non poteva avere contatti fisici nemmeno con la moglie. "Quando è andata a trovarlo in ospedale sono stati messi tra loro suppellettili per evitare che la donna lo accarezzasse o gli prendesse la mano. Tutto questo - spiegò Aufiero - è inumano. Lei non sa manco se lo rivedrà vivo la prossima volta".
Lo scorso 7 agosto 2020 la moglie Immacolata Iacone si è ritrovata davanti una persona con la mente quasi completamente offuscata: ha confuso la donna con la propria cognata, moglie di suo fratello, deceduta 8 anni fa; ha affermato di aver sposato la propria moglie ad Ottaviano, laddove invece le nozze furono celebrate presso il Carcere dell'Asinara; non ricordava che il fratello di sua moglie fosse stato ucciso. "Cosa c'entra il 41bis con tutto questo? La stessa cosa è stata fatta qualche anno fa con Provenzano. Era un vegetale ma negarono ai suoi familiari di salutarlo con affetto prima che morisse".
Le sue condizioni di salute, anche per via dell'età, erano precarie da anni. Recluso in una cella di 5-6 metri quadri, camminava poco e non faceva attività fisica da tempo. Aveva problemi di diabete, alla vista ed era affetto da artrite e prostatite. Da circa un anno poteva vedere solo attraverso un vetro la figlia (avuta con l'inseminazione artificiale) dopo che quest'ultima aveva compiuto 12 anni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
Alla fine Raffaele Cutolo è morto tumulato al 41bis del carcere di Parma. Nell'ultimo periodo ha fatto un via vai tra carcere e ospedale, per questo ha chiesto la detenzione domiciliare per gravi motivi di salute. A maggior ragione quando, a inizio pandemia, la Ausl locale ha dipinto il penitenziario parmense ad "alta complessità sanitaria".
Molti sono i passaggi del documento della Ausl dove veniva evidenziata una presunta inadempienza da parte della precedente amministrazione penitenziaria sulla collocazione di alcuni detenuti al centro clinico (ora denominato Sai) del super carcere di Parma. Un documento nel quale viene indicata una lunga lista di persone over settanta e con varie patologie che sono "curate" nelle sezioni "comuni" e non nel Sai (Servizio di assistenza integrata - ex centro clinico), tanto che la stessa Ausl consiglia di valutare un differimento pena per la tutela della loro salute.
C'era una prima lista, la più urgente, che è composta da 51 nominativi classificati a rischio per l'età e presenza di importanti comorbidità (la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo, ndr). Tra i nomi compariva anche quello di Raffaele Cutolo. Ma niente da fare, per la magistratura di sorveglianza, nonostante le sue gravi malattie conclamate e in un ambiente penitenziario non adatto, poteva rimanere benissimo in carcere. Negato perfino il differimento pena provvisorio.
"Ho incontrato mio marito in carcere a Parma un mese fa, era previsto un colloquio normale attraverso il vetro, ma mi sono ritrovata davanti una persona 80enne con una bottiglia in mano, non parlava, non dava segni, è stato bruttissimo vederlo in quelle condizioni. Mia figlia non si è sentita bene, non ha voluto restare più di tanto, e siamo andati via perché era inutile parlare con una persona che non alzava gli occhi, non riusciva a portare la bottiglia alla bocca, una persona che non rispondeva quando lo chiamavamo". Ad affermarlo, a tratti piangendo, è stata Immacolata Iacone, moglie di Raffaele Cutolo, intervenendo quest'estate al Consiglio Direttivo di "Nessuno tocchi Caino-Spes contra Spem" dal titolo "41bis: monumento speciale della lotta alla mafia, fossa comune di sepolti vivi". Raffaele Cutolo è morto a 79 anni, afflitto da gravissime malattie e recluso da 40 anni, delle quali 25 al 41bis.
La nuova camorra organizzata non esiste da decenni, tutti i suoi associati sono morti, ha una moglie e una figlia di 12 anni, ha un fratello di novant'anni e la sorella altrettanto anziana. Nasce nel 1941 a pochi passi dal Castello mediceo di Ottaviano, da genitori contadini. A soli 22 anni commette il suo primo omicidio per una questione d'onore. Dopo tre anni entra in carcere. Qui, con brevi periodi di latitanza, passerà l'intera sua vita, e da qui inizierà a lavorare al suo progetto criminale.
Cutolo, all'interno del carcere napoletano di Poggioreale, formò un'associazione criminale sul modello di quella calabrese e siciliana, con una precisa data di fondazione: il 24 ottobre del 1970. Da decenni la sua camorra non esiste più. Non è rimasto capo di più nulla, ma secondo i magistrati rimane un simbolo. Resta il dato oggettivo che "Don Raffaè", reso famoso da Fabrizio De Andrè in una canzone a lui dedicata, e da Giuseppe Tornatore nel film "Il camorrista", interpretato da Ben Gazzara e ispirato al libro di Joe Marrazzo, è morto senza uscire dal carcere duro.
Ha senso il 41bis visto che lo scopo originario era finalizzato esclusivamente ad evitare che un boss mandi messaggi al proprio gruppo di appartenenza criminale? Ma soprattutto, è meglio la pena di morte, oppure la pena di morte lenta che esiste di fatto per le persone come Cutolo?
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