di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Parla l'ex sindaco di Milano, europarlamentare S&L e vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo. "Dal 9 maggio al via la nuova Commissione, luogo di ascolto del territorio e delle organizzazioni civili da parte delle istituzioni Ue". L'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, europarlamentare S&L e vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, da sempre è una delle personalità più vicine all'associazione Antigone, con la quale ha collaborato in numerose occasioni.
Onorevole, qual è il primo risultato che le viene in mente tra i più importanti ottenuti dall'associazione Antigone?
Di battaglie importanti ce ne sono state tante, alcune siamo riusciti a vincerle anche insieme a tante altre associazioni. Ma Antigone ha da sempre una caratteristica che non è di molti: non si limita a criticare o a denunciare, ma fa sempre proposte concrete sulla base di dati reali ed esperienze vissute. Penso al tema delle misure alternative al carcere, che all'inizio ha visto erigersi alti muri, ma che sono oggi una realtà positiva (anche se sarebbe necessario più coraggio). Ma direi che la grande battaglia è stata, ed è, quella sui diritti dei detenuti nella quale Antigone ha avuto un ruolo fondamentale. Sembrava un'iniziativa di pochi, è diventata un'iniziativa italiana ed europea. Quando ero sindaco di Milano abbiamo istituito non solo il garante comunale dei diritti delle persone private della libertà ma anche il garante dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e la delegata alle pari opportunità e alla parità di genere.
Guardando all'Europa e a come ha reagito sulla questione di Giulio Regeni e Patrick Zaki, quale potere ha l'associazionismo nel far cambiare passo alle istituzioni europee nella tutela dei diritti umani?
Come parlamentare europeo da soli due anni ho un'esperienza limitata ma molto positiva sul tema dei diritti, del carcere e delle garanzie. Ma quando si parla di Europa bisogna tenere conto che ci sono tre istituzioni indipendenti. Il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, che ha preso posizioni molto forte nei confronti dei Paesi che violano i diritti umani, civili e politici e che ha deciso anche sanzioni nei loro confronti. La Commissione europea che pure va in questa direzione. Il blocco e il silenzio assordante in molte occasioni in cui l'Europa dovrebbe dimostrare forza e unità è purtroppo il Consiglio europeo, al quale partecipano i rappresentanti dei governi dei Paesi membri, e dove per le decisioni più delicate è necessaria l'unanimità. Lì basta un singolo Paese - come è già capitato con l'Ungheria, la Polonia e altri - per azzerare le decisioni prese dalle altre istituzioni. Ecco, bisogna superare questa assurdità e questo potrà avvenire solo se vi sarà una spinta e una mobilitazione dal basso verso l'alto. Posso anticipare che finalmente nei prossimi mesi dovrebbe vedere la luce la "Conferenza sul futuro dell'Europa" che sarà un luogo di ascolto del territorio da parte delle istituzioni europee. Questa conferenza durerà 9 o 12 mesi e, su temi come quelli dello stato di diritto, della pace e della solidarietà, l'associazionismo potrà dare un contributo fondamentale per superare l'attuale normativa che fa vincere gli egoismi dei singoli Stati.
Se ne parla da mesi, ora l'iniziativa si sta concretizzando?
Alla proposta hanno aderito la Commissione europea e il Parlamento a grande maggioranza. Doveva iniziare lo scorso maggio ma è stata rinviata al 9 maggio 2021 perché si è ritenuto fondamentale il rapporto diretto anche col territorio. I dibattiti, i confronti, le riunioni on line, che evidentemente sono indispensabili in periodi di emergenza, non debbono far venire meno la possibilità di partecipare a chi non ha la possibilità di collegarsi in rete.
Lei nel giugno 2006 fu a capo di una Commissione per la riforma del codice penale italiano: mettendo a frutto anche il lavoro di tre precedenti commissioni, elaborò una proposta di riforma che conteneva tra l'altro l'abolizione dell'ergastolo, la limitazione della durata dei processi, argini alla discrezionalità dei giudici, decise depenalizzazioni. Oggi di quelle sue proposte non rimane nulla?
Si, ho avuto l'onore di presiedere quella Commissione e avevamo elaborato un testo che, partendo dal diritto penale minimo e mite, aveva fatto molte proposte concrete, realizzabili e garantiste che avrebbero diminuito i tempi processuali ma non a scapito delle garanzie. Le nostre proposte erano già assegnate alla commissione Giustizia del Senato quando è caduto il governo Prodi e il cammino riformista si è fermato. Non solo, ma negli ultimi anni le varie maggioranze parlamentari sono andate proprio nella direzione opposta.
Qual è il suo giudizio sull'imprinting dato al sistema italiano di giustizia dal ministro Bonafede?
Una parte delle proposte avanzate dalla Commissione del 2006 sono state fatte proprie dal ministro Orlando, purtroppo bloccate poi dal governo M5S- Lega. Successivamente si è pure aggiunta la norma sulla prescrizione, ahimè approvata anche dal Pd, che è molto negativa e in aperto contrasto con la nostra Costituzione che garantisce, o dovrebbe garantire, il giusto processo e la sua "ragionevole durata". Quindi non solo non sono stati fatti passi avanti, ma si sono fatti molti passi indietro sui temi fondamentali del diritto di difesa nel processo penale.
Cosa si aspetta dalla nuova ministra Marta Cartabia?
Ci ridà la speranza di vere riforme che incidano positivamente non solo sui tempi dei giudizi civili ma anche sui tempi troppo lunghi della giustizia penale e sulle condizioni, spesso disumane e degradanti, delle nostre carceri. La ministra della giustizia è stata ordinaria di Diritto Costituzionale e Presidente della Corte Costituzionale e ha sempre mostrato concretezza e attenzione ai temi dei diritti e della giustizia.
Il sistema di giustizia italiano è in linea con gli altri Paesi europei? Cosa si aspetta l'Europa da noi in questo campo?
Sulla giustizia e sulle condizioni carcerarie siamo fanalini di coda: la durata media dei processi civili e penali è di gran lunga maggiore di quella di altri Paesi europei. Anche sulle condiziono delle nostre carceri siamo maglia nera. Proprio per questo una delle priorità dell'attuale governo dovrà essere una vera riforma della nostra giustizia. Lo ha detto esplicitamente l'Unione europea: per poter beneficiare delle ingenti somme messe a disposizione dal "Next generation Eu" l'Italia dovrà fare alcune riforme ferme da tempo e non procrastinabili. Tra le priorità vi è la riforma della giustizia. Spero che questa possa essere la volta buona...ma non sono molto ottimista.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 17 febbraio 2021
Non bastasse un curriculum formidabile, gli insulti preventivi e frustrati dei nostalgici di Bonafede al nuovo ministro della Giustizia, sono la garanzia migliore per chi diffida dai processi vendicativi, per cattiveria o distrazione. Più che il curriculum formidabile che pesa addosso a Marta Cartabia, spinge a un allegro ottimismo il livore stridulo che le riservano gli sfrattati di via Arenula, guidati dal Travaglio, dibattista minore.
Le tre o quattro cose che ho saputo di lei da quando sollevò la mia attenzione - dapprincipio solo per una curiosità superficialmente estetica, l'eleganza con la quale guidava Floris e il suo pubblico televisivo attraverso la casa chiusa, fino ad allora, della Consulta, il collo che la fa somigliare a un uccello d'acqua - la raccomandano a chi diffidi della giustizia vendicativa, per cattiveria o per distrazione.
Cartabia sembra aver fatto tesoro della visita alla galera, sulla scia del cardinale Martini. Suoi pensieri, affiancati a quelli del maggior protagonista dell'impegno per la giustizia riparativa, in Italia e fuori, Adolfo Ceretti, sono raccolti nel volume Bompiani dell'autunno scorso, "Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione". (Di Ceretti ora si legga "Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo", con Niccolò Nisivoccia, il Saggiatore).
Messi da parte gli insulti preventivi e frustrati, mi pare che si addebitino a Cartabia due supposte colpe, o due preoccupazioni. La prima, di essere "legata a Comunione e liberazione". Persone e associazioni impegnate per i diritti civili temono per le libertà delle minoranze.
Ma la frequentazione delle esperienze di Cl quanto alla giustizia è una buona referenza, salvo che le convinzioni e le opinioni, in particolare sulla sessualità, non si lascino tentare a invadere la libertà altrui di disporre del proprio corpo: mi aspetto che non sia il caso. La seconda ragione di diffidenza sta nel descrivere Cartabia come "predestinata" a ogni più alta carriera, come se questa candidatura a tutto le venisse da una fortuna di nascita, e non dal curriculum di cui sopra. Per restare ai giorni appena trascorsi, Cartabia era candidata a guidare il governo e restava candidata alla prossima presidenza della Repubblica pressoché alla pari di Mario Draghi.
Nei confronti del quale ha qualche svantaggio immediato - lui è uomo, la Banca centrale europea è più influente della Corte costituzionale italiana - e qualche vantaggio a più lungo termine - lei è donna ed è parecchio più giovane. Andare al governo ora non è esattamente un passo sicuro nella carriera. Non lo è nemmeno per Draghi, che avrà i famosi 209 miliardi da smaltire ma ha anche, oltre al guazzabuglio partitico e antropologico che si sa, l'incognita di una pandemia molto riottosa. Meno ancora lo è per chi vada ad abitare al ministero della Giustizia, luogo che somiglia a un letto di altrettanti Procuste quanti sono i partiti e i loro mosconi cocchieri, e che deve far tremare chi senta lo sguardo di Dio. Non si esce facilmente con un guadagno di popolarità da Via Arenula. E però guai a starci con l'anima tiepida, contando di uscirne con l'impopolarità minore. Auguri.
di Marta La Placa
interris.it, 17 febbraio 2021
Riusciresti mai a dire che la prigione rende liberi? Alcune persone ci riescono, e queste non sono né dei grandi giuristi, né studiosi particolarmente convinti dell'efficacia del sistema penale nazionale. A dirla tutta, sono prigionieri. Ci sono alcune iniziative in Italia che offrono ai prigionieri la possibilità di lavorare, così che questi possano avere una possibilità di lavoro futura anche una volta usciti da prigione, e, allo stesso tempo, si ri-scoprano come persone in quest'attività. In quest'articolo, ci concentreremo principalmente sulle iniziative del carcere di Siracusa, Venezia e Padova.
Ri-nascere nella laguna Veneziana - L'Associazione "Rio Terà dei pensieri" si occupa del re-inserimento in diversi ambiti lavorativi dei prigionieri delle carceri veneziane, sia maschile che femminile, offrendo loro diverse possibilità di lavoro durante il periodo in prigione. I fondamenti della loro attività sono la produzione di materiali ecosostenibili, che siano fatti con materiali riciclati nel rispetto dell'ambiente, e, come già menzionato, la possibilità di dare una "seconda chance" ai carcerati. Ciò che i carcerati coinvolti hanno da dire riguardo alle iniziative proposte è abbastanza commovente, ed è chiaro che le proposte sono state in grado di cambiare in modo significato le loro vite.
"Rio Terà dei Pensieri" propone diversi lavori: un laboratorio di cosmetica, in cui si creano saponi e prodotti per la cura personale con delle ricette inedite, e interamente con prodotti naturali. Inoltre, l'Associazione coinvolge i carcerati nella creazione di borse, piccole sacche e portafogli in pvc, un materiale che si ottiene con particolari tecniche di riciclo della plastica. Ancora, nel carcere femminile si trova un piccolo campo coltivato, in cui le ragazze coltivano 40 specie diverse tra frutti, verdura e erbe naturali, e che poi vendono al mercato locale una volta a settimana, sotto la sorveglianza di poliziotti, e con permessi speciali. Le attività comprendono anche un laboratorio di serigrafia, nel carcere maschile della laguna, un'attività che i carcerati imparano a fare volentieri con alcuni brevi corsi che vengono loro offerti, o che, in alcuni casi, sapevano già fare per loro qualifiche personali. Il laboratorio realizza stampe di diverso tipo con disegni di diversi esperti e specialisti del mestiere, ma offrono anche stampe personalizzate su richiesta.
Le mandorle di Siracusa - A Siracusa, invece, gli internati del carcere locale hanno la possibilità di lavorare in un laboratorio che si occupa della lavorazione delle mandorle, uno dei prodotti locali tipici più importanti e conosciuti. In questo caso, il lavoro è possibile attraverso l'impegno della cooperativa "L'Arcolaio". Inizialmente, la loro attività consisteva quasi esclusivamente nella produzione di pane biologico, solo con ingredienti locali, ma col tempo, la loro produzione si è orientata verso le mandorle, creando dolcetti, biscotti e salse di mandorle con cui guarnire diversi piatti. Il loro obiettivo, anche in questo caso, è quello di dare una seconda chance ai prigionieri, un percorso lavorativo da seguire una volta usciti dal carcere; allo stesso tempo, facendo ciò, valorizzano e promuovono le mandorle siciliane: uno dei prodotti tipici più importanti per loro. Grazie all'associazione "Le Galline Felici" i loro prodotti sono distribuiti e venduti in tutta Italia, e in Europa.
Regali di Natale dalla prigione - Un'iniziativa simile, e altrettanto nota in Italia, è quella del carcere di Padova, sostenuta dalla Cooperativa Giotto. Il carcere di Padova è infatti famoso per essere una elle migliori pasticcerie del paese; non a caso, infatti, ha vinto più di un premio, tra cui il "Dino Villani", dell'accademia Italiana della cucina, per il miglior Panettone d'Italia. Il riconoscimento è significativo per l'associazione, non solo perché valorizza il loro lavoro a livello nazionale, ma anche perché è uno dei premi più importanti nell'ambito della "cucina a km 0".
Un lavoro a cui dare valore - Ciò che colpisce, e che è davvero ammirabile di tutte queste iniziative, non è solo il fatto che tutte valorizzano enormemente l'ambiente in cui hanno origine, rispettandolo e valorizzandone prodotti e tradizioni. Tutte, oltre a ciò, hanno in comune il fatto che tutti i prigionieri coinvolti siano estremamente grati per il lavoro che viene loro offerto. Questa gratitudine non deriva solo dal fatto che attraverso questi lavori i detenuti hanno la possibilità di mandare ai loro famigliari un contributo economico pur essendo in carcere, ma soprattutto dalla consapevolezza che il lavoro che viene loro offerto li salva.
Max Cosham ha 44 anni, oggi è uno dei manager del lavoro offerto da "L'Arcolaio" ai prigionieri del carcere di Siracusa. Ciò che Max porta nel cuore dei suoi anni in prigione è il fatto che in tutti quei mesi egli abbia incontrato principalmente persone che volevano aiutarlo; in questi anni ha imparato che indipendentemente dal fatto che tu sia in prigione oppure no, la vera libertà la puoi trovare solo dentro di te. Inoltre, Marco, che lavora per la cooperativa Giotto, afferma che scopre con piacere che "la gente là fuori non ci guarda come dei mostri" dicendo "hanno sbagliato, butta via la chiave, lasciali là"; allo stesso modo, Marco ammette che "Nel carcere di Padova ho avuto la possibilità di scendere, imparare un mestiere. Cioè io sono diventato una persona nuova", e, ancora, Pierin della stessa pasticceria sorride, grato: "Per chi lavora, in carcere è diverso. Il lavoro praticamente, ti fa avere una vita dignitosa".
Una carcerata di Venezia, inoltre, afferma che prima di lavorare per "Rio Terà dei pensieri" come creatrice di prodotti cosmetici, non faceva altro che fumare in cella; anche per lei, cominciare a lavorare ha cambiato tutto, nonostante il fatto che all'inizio fosse convinta del fatto che il lavoro che le era stato proposto non facesse per lei. Tutte queste iniziative sono da valorizzare, e dovrebbero diventare un esempio per molti in quanto sono in grado di ribaltare la visione che molti hanno sui prigionieri: quanto sarebbe più facile abbandonarli nelle loro celle? Non da ultimo, il lavoro e il tempo che tutti i volontari e collaboratori di queste associazioni dedicano alle iniziative è commovente: la loro capacità di valorizzare tutto ciò che li circonda dall'ambiente circostante alle persone intorno a loro non è scontata, ma, oserei dire, unica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 febbraio 2021
La Corte costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità degli internati al 41bis, dopo il ricorso accolto dalla Cassazione. Sono detenuti che hanno finito di scontare la pena, ma rimangono in carcere perché considerati ancora socialmente pericolosi. Parliamo degli internati. Sulla carta vengono raggiunti da una misura di sicurezza presso una "casa lavoro".
Ma è sempre in carcere: le case lavoro hanno celle, sbarre, agenti e addirittura gli internati non godono dei benefici penitenziari dei detenuti stessi. "Oggi le case lavoro sono popolate da disperati, malati di mente, tossicodipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili", dice Alessandro Prandi, Garante della Città di Alba, intervenendo nel convegno organizzato da Bruno Mellano, il garante della regione Piemonte. È un incontro in videoconferenza, intitolato "Senza Casa, senza Lavoro: gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte", organizzato dal garante piemontese.
Abruzzo, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più internati - "La nostra regione, del resto, con 53 internati nella sede di Biella, è sul podio per numero di soggetti interessati. 78 sono in Abruzzo, 54 in Emilia Romagna, 35 in Sicilia, 23 in Sardegna eccetera", ha ricordato Mellano, chiarendo che "la situazione subalpina è ancora più difficile, perché al momento si definisce Casa-Lavoro una sezione del carcere di Biella, con la prospettiva incerta di spostare gli internati suddividendoli fra Alba ed Alessandria. Sempre rigorosamente in ambito penitenziario". Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, ha portato un saluto iniziale, ricordando che "l'attuale casa lavoro ha poco di dissimile rispetto alla detenzione e nel caso di rilascio le persone si ritrovano a tornare nel loro contesto, ma senza casa e senza lavoro".
D'accordo anche Sonia Caronni esperta di esecuzione penale, Garante della Città di Biella, ricordando che "si tratta di percorsi di reclusione lunghissimi, che alienano totalmente dalla vita esterna le persone che passano anni e anni all'interno di queste strutture. È risultato quasi impossibile il reinserimento nella società, quando abbiamo provato". Per Francesco Maisto, Garante dei detenuti di Milano, "il concetto di pericolosità sociale ha un'inconsistenza scientifica. La domanda a questo punto è: assimilando di fatto la pena e la misura detentiva a queste misure restrittive, non è fondato porre una questione di costituzionalità su questo punto?".
Katia Poneti, esperta giuridica presso il Garante della Toscana, ha sottolineato che "i reclusi non sono persone con una carriera criminale, ma molto spesso soggetti con gravi problemi personali". Per Marco Pellissero, Docente di Diritto Penale dell'Università di Torino, "le misure di sicurezza per i soggetti imputabili sono anche una palese truffa delle etichette, specie quando l'esecuzione della misura si identifica sostanzialmente con l'esecuzione della pena".
Stefano Anastasia, Portavoce nazionale dei Garanti regionali e territoriali, ha concluso i lavori sostenendo che "le necessità di contenere la marginalità è frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso, che io considero incompatibile con i principi costituzionali. Oggi è decontestualizzata rispetto a quella casa di lavoro che si pensava di realizzare e quindi dovremmo semplicemente e radicalmente cancellarla".
Residuo della concezione fascista - Gli internati - definizione che richiama il vecchio linguaggio manicomiale - vivono in carcere a tempo quasi indeterminato, nonostante non abbiano una pena inflitta. Il rischio è di scontare, di fatto, una lunghissima pena nonostante abbiano già fatto i conti con la giustizia. Gli internati, infatti, chiamano la loro condizione "ergastolo bianco", perché la misura di sicurezza può essere prorogata diverse volte.
Il motivo? Subentra un meccanismo nel quale, non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità. A quel punto non possono che scattare le proroghe dell'internamento. Prima del 2014, il rischio di chi è internato era davvero quello di scontare una pena perpetua.
A far fronte a questo problema, ai sensi dell'art. 1 comma 1ter del D.L. 31 marzo 2014 n. 52 così come convertito in legge 30 maggio 2014 n. 81, si prevede che "le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima".
Questi internamenti sono misure che risalgono al codice fascista Rocco, non a caso diversi giuristi le definiscono "reperti di archeologia giuridica". Reperti che hanno anche una definizione ben precisa "il doppio binario".
In attesa della Consulta sul 41bis - Come annunciato da Il Dubbio a settembre scorso, la Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Valerio Vianello Accorretti e Piera Farina, chiedendo alla Consulta di esprimersi sulla legittimità degli internati al 41bis. La corte di Cassazione ha infatti recepito il problema e ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del 41bis comma 2 e 2 quater, nella parte in cui prevedono la facoltà di sospendere l'applicazione delle regole di trattamento nei confronti degli internati.
La Cassazione, oltre a fare riferimento alla violazione dei vari articoli della Costituzione, ha anche fatto riferimento all'articolo 4 del protocollo 7 della Cedu. Un passaggio significativo, perché tale articolo della Convenzione europea dei diritti dell'uomo parla del diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso fatto. In effetti, applicare il 41bis a una persona che ha finito di scontare la sua pena è una doppia punizione.
Dalle motivazioni, si evince che la prima sezione della Cassazione censura la sottoposizione degli internati al 41bis con riguardo a tre aspetti. Il primo. Il regime del 41bis applicato agli internati rende sostanzialmente identico il concreto regime applicativo della pena e della misura di sicurezza detentiva assoggettando alla medesima regolamentazione istituti funzionalmente differenti e obliterando la distinzione - riconosciuta in Costituzione - tra gli stessi.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che l'applicazione del 41bis costituisce un elemento che influisce sulla durata della misura di sicurezza; sino a quando l'internato sarà sottoposto al regime duro, non potrà accedere a misure extra-murarie rendendo pressoché impossibile la sperimentazione di un effettivo percorso di recupero e perciò anche la revoca o comunque la sostituzione della misura di sicurezza detentiva.
Tanto più che il perdurare della applicazione del regime differenziato presuppone una situazione che non consente di escludere la perdurante pericolosità del soggetto. Il terzo aspetto, invece, riguarda il dubbio che nello spazio giuridico europeo le misure di sicurezza per soggetti imputabili siano incompatibili con la garanzia fondamentale del "ne bis in idem", se le stesse non risultano realmente differenziabili dalla pena, non soltanto a causa della loro diversa finalità ma soprattutto in ragione di modalità di esecuzione radicalmente differenziate. Ora sarà la Consulta a dichiarare o meno l'illegittimità costituzionale. Ancora una volta ci dovranno pensare i giudici, anziché la politica sempre più ostaggio degli umori.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 febbraio 2021
L'effetto Cartabia consiste in una sospensione del conflitto con effetto immediato. Resta però un dato: la maggioranza, sulla giustizia penale, è radicalmente rovesciata. E la sopravvivenza della prescrizione di Bonafede non potrà essere lunga.
Si può parlare di disarmo. A cinque giorni dalla nomina di Marta Cartabia a via Arenula, il quadro della giustizia ricorda la conferenza di Yalta. Enrico Costa di Azione comunica con Carlo Calenda il temporaneo stop all'emendamento sulla prescrizione. Cosimo Ferri e Lucia Annibali, dal fronte Italia viva, annunciano identica decisione. Matteo Salvini ha detto già domenica scorsa che bisogna "scegliere poche cose, non la riforma della Giustizia o della Costituzione, ma salute, lavoro e ritorno alla normalità". Forza Italia, per voce di Pierantonio Zanettin, conferma al Dubbio quanto dichiarato da Francesco Paolo Sisto: non ritiriamo il siluro anti Bonafede ma "siamo pronti ad ascoltare le proposte della ministra e poi valuteremo, sicuri che la presidente emerita della Consulta troverà le soluzioni migliori per evitare i processi infiniti". Serve altro?
L'effetto Cartabia consiste in una sospensione del conflitto con effetto immediato. Resta però un dato: la maggioranza, sulla giustizia penale, è radicalmente rovesciata. E la sopravvivenza della prescrizione di Bonafede non potrà essere lunga. Persino dal Pd i due capigruppo nelle commissioni Giustizia di Senato e Camera, Franco Mirabelli e Alfredo Bazoli, chiedono, nel primo caso, "una riforma che assicuri alle fasi del processo una scadenza" e, nel caso di Bazoli, "una più esauriente definizione per la prescrizione dei reati, che oggi, per quasi unanime opinione, non ha una disciplina convincente".
Sulla giustizia penale cambia tutto. E il Movimento 5 Stelle è destinato a restare in minoranza, presto o tardi: è solo questione di tempo. Può essere illuminante una curiosità: il Fatto quotidiano, giornale in sintonia con i pentastellati e certo non entusiasta del governo Draghi, lunedì scorso ha pubblicato in prima pagina un titolo-slogan non riferito ad alcun articolo interno ma con un punto di vista netto: "La neoministra Cartabia vuol congelare l'emendamento pro prescrizione. Dopo il ministero Green, è un'altra furbata per prendere i voti dei 5 Stelle e fregarli poi". Non c'è un numero di pagina che rimandi a ulteriori approfondimenti: la questione è tutta lì.
Sarà un caso ma sempre ieri, nel giorno dell'apparente distensione sul processo penale, Alfonso Bonafede, tornato un semplice parlamentare 5 stelle, ha detto che voterà la fiducia ma che "non sarà in bianco". Non fa riferimenti alle riforme della giustizia o alla prescrizione, ma è chiaro che se pure di qui ad alcuni mesi la maggioranza prendesse sul penale una direzione sgradita al Movimento, la reazione di Bonafede e dei pentastellati sarebbe inevitabile.
D'altra parte già nel tentativo convulso di varare un Conte ter, il Pd aveva chiarito ai grillini che un passo avanti sulla prescrizione sarebbe stato necessario. Crimi e Bonafede avevano accettato il lodo Orlando: 7- 8 mesi per approvare il ddl penale, con congelamento della prescrizione in caso di flop. Certo, erano convinti che in quel momento contasse disinnescare l'assalto renziano. Però il Partito democratico è stato chiaro. E ancora adesso la linea del Nazareno è tutt'altro che bizantina: i 5 stelle accettino l'idea di essere in una maggioranza nuova, in cui quasi tutte le altre forze hanno una posizione diversa dalla loro sulla prescrizione, in un quadro simile non si può ragionare con le pretese del passato. Insomma, che il Movimento sia "in minoranza nella maggioranza" è un altro dato ineluttabile.
Va detto che nell'immediato il disarmo premia la mediazione del Pd. Dai suoi esponenti impegnati sulla giustizia erano venuti i primi appelli a ritirare gli emendamenti anti Bonafede. Ora Bazoli esprime la soddisfazione dei democratici per il fatto che "come avevamo auspicato, i gruppi firmatari di emendamenti sulla prescrizione al Milleproroghe abbiano deciso di non metterli ai voti: siamo in una fase politica nuova, occorre deporre le armi e le bandiere ideologiche e affrontare i temi della giustizia in modo condiviso e pragmatico". Il capogruppo pd nella commissione Giustizia di Montecitorio interviene dopo che Enrico Costa ha annunciato, in un'intervista a Repubblica, il "congelamento" degli emendamenti, in modo da consentire a Cartabia di illustrare al Parlamento "le proprie linee programmatiche" e arrivare a un "passo avanti collegiale" della maggioranza. Il testo del deputato di Azione era stato firmato anche da Riccardo Magi, leader di + Europa, che conferma: "Governo e maggioranza dovranno trovare una soluzione strutturale, e rapidamente, per garantire la ragionevole durata del processo". Cosimo Ferri, deputato di Italia viva, spiega al Dubbio: "Penso che per cortesia istituzionale si debba ritirare l'emendamento, Cartabia merita un atto di fiducia". L'ex vice di Orlando a via Arenula fa poi notare un dettaglio semplice: "Una modifica che congeli la norma Bonafede e riporti in vigore la riforma della prescrizione targata Orlando potrà sempre essere riproposta in altri provvedimenti". Lucia Annibali, prima firmataria dell'emendamento renziano, conferma lo stop. È più sfumata, come detto, la posizione di Forza Italia: "Aspettiamo che vi sia un'interlocuzione con la ministra, prima di ritirare la modifica", ribadisce Zanettin, "sappiamo che gli emendamenti al Milleproroghe andranno votati nelle prossime ore, e che certo Cartabia non avrà modo di presentare le proprie linee programmatiche in commissione Giustizia prima di quel voto. Ma", dice il deputato azzurro, "si potranno trovare occasioni diverse nell'immediato, per una prima intesa di maggioranza sulla giustizia". È cominciata una nuova era. E il disarmo è doveroso. Ma non vuol dire che Bonafede sia uscito illeso dalla battaglia sulla prescrizione, anzi. È solo questione di tempo.
di Marco Campora e Valerio Esposito
Il Riformista, 17 febbraio 2021
Sono trascorsi moltissimi anni dall'ultima volta che la nomina di un ministro della Giustizia ha suscitato tante speranze tra gli avvocati, in particolare, tra i penalisti. È inutile negarlo: una parte di questo entusiasmo è determinata anche dal fatto che gli ultimi due anni e mezzo sono stati caratterizzati da provvedimenti, dichiarazioni, visioni distopiche che hanno messo a dura prova non soltanto il funzionamento della giustizia, ma l'idea stessa dello Stato di diritto.
È pleonastico ribadire le sciagurate riforme che sono state ideate e realizzate negli ultimi 30 mesi: quella della prescrizione, la cosiddetta Spazza-corrotti quantomeno prima dell'intervento della Corte Costituzionale, il divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo, i decreti Sicurezza che hanno inciso fortemente su diritti e libertà di specifici soggetti.
Oltre i provvedimenti legislativi, l'idea liberale della giustizia è stata offuscata e talvolta fortemente lesionata da comportamenti, dichiarazioni e omissioni che ci hanno fatto a lungo temere che ci si fosse avviati verso una spirale senza ritorno, cioè alla definitiva teorizzazione e applicazione del populismo giudiziario che considera il diritto e la sanzione penale come meri esercizi di vendetta.
Ma le speranze suscitate dalla nomina di Marta Cartabia non dipendono esclusivamente dal raffronto con il recentissimo passato. L'attuale ministra - oltre una straordinaria competenza nella materia - è portatrice di un'idea di giustizia che presenta notevoli e numerosi punti di contatto con la visione di cui noi avvocati penalisti siamo da sempre fautori. Ci sono - e ci saranno - delle differenze di vedute e forse anche di sensibilità su alcuni temi, ma finalmente, abbiamo la serena convinzione di muoverci all'interno di un medesimo perimetro di regole e valori condivisi.
Non ci aspettiamo "miracoli" né abbiamo l'ingenuità di credere che d'emblée saranno azzerate tutte le strampalate riforme degli ultimi anni. La maggioranza politica che sostiene il governo Draghi è, infatti, forse troppo composita e variopinta per mettere mano in maniera sistematica a riforme relative a temi "caldi" e sensibili. Ma di due cose siamo certi: la sensibilità e le competenze di Cartabia produrranno sicuramente dei seri interventi sul carcere e sull'esecuzione della pena che è, senz'altro, il settore più disastrato della giustizia penale; la narrazione negli ultimi anni dominante - incentrata sul più carcere, più pena, sulla vendetta pubblica, sui corpi e le anime da far "marcire" in galera - subirà una sensibile battuta di arresto e si tornerà a ragionare in termini di funzione rieducativa della pena e di extrema ratio del diritto penale.
Del resto, solo l'applicazione di un diritto penale che disciplini e sanzioni esclusivamente le condotte che ledono o mettono in pericolo il patto sociale, potrà porre rimedio all'altro gravissimo problema che funesta la giustizia penale: la durata elefantiaca dei procedimenti penali che si traduce in denegata giustizia oppure in pene irrazionali che mortificano ogni esigenza di rieducazione. E tutto questo non è poco perché solo destrutturando progressivamente, in primis dal punto di vista culturale, i capisaldi del populismo penale sarà possibile tendere a una giustizia penale realmente rispettosa del dettato costituzionale.
Proprio in ragione delle eccellenti qualità umane e professionali di Cartabia e nella sicura consapevolezza di una sensibilità comune in relazione ai temi di maggior rilievo, ci permettiamo di rivolgere un appello alla ministra e cioè di dedicare una parte rilevante del suo programma di governo e delle risorse al carcere e ai Tribunali di Sorveglianza. L'appello parte da Napoli - è non è un caso - poiché nella nostra città il problema della detenzione non riguarda solo un'esigua minoranza e gli addetti ai lavori, ma è un tema che direttamente o indirettamente coinvolge una parte non irrilevante della popolazione. Occorre riportare al centro dell'attenzione il settore più ignorato della giustizia penale e cioè quello dell'esecuzione della pena. Settore che, anche a causa dell'emergenza pandemica, rischia il definitivo tracollo. In questi mesi, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli sta letteralmente affogando, non essendo nelle condizioni di rispondere alle numerosissime e legittime richieste provenienti dai detenuti.
In un passato neanche troppo lontano si auspicava - in quanto peraltro previsto dalla legge - un magistrato di sorveglianza presente nelle carceri che controllasse adeguatamente il rispetto dei diritti umani nelle concrete modalità di espiazione della pena. Oggi tutto questo appare come una chimera, non essendo possibile per il magistrato neppure svolgere adeguatamente la funzione giurisdizionale in senso stretto.
Questo sfascio non è casuale ma frutto di un cinico calcolo politico. In presenza di risorse insufficienti si è deciso di tagliare soprattutto nel settore più debole, quello di chi non ha voce, di chi non ha protettori e semplicemente non produce consenso. E allora rivolgiamo un appello affinché, nell'ipotesi in cui dovessero essere effettivamente stanziate per la giustizia ingenti nuove risorse provenienti dal Recovery Plan, una parte considerevole di tali risorse sia destinata all'Ufficio e al Tribunale di Sorveglianza, settore ormai allo stremo.
In questo momento - anche a causa dell'emergenza sanitaria - il carcere è esclusivamente un reclusorio in cui sono sospese quasi tutte le attività. Dunque, di fatto, un luogo in cui si abdica a ogni finalità rieducativa e si privilegia esclusivamente - e in maniera miope - quella di prevenzione (se non addirittura quella meramente retributiva). Una pena congegnata in questo modo è tecnicamente illegale e impone immediati interventi da parte dello Stato che ha un obbligo di lealtà nei confronti di tutti i cittadini (in particolare, nei confronti dei reclusi).
La soluzione non può che essere quella di dar vita, attraverso un ampio ricorso alle misure alternative - e con l'auspicio che si possa tornare a ragionare con serenità di provvedimenti di clemenza quali amnistia e indulto - a una sostanziale diminuzione della popolazione carceraria che crediamo possa essere una delle missioni principali della politica giudiziaria del nuovo Governo. Lo abbiamo detto in premessa: non ci aspettiamo "rivoluzioni" nel campo della giustizia penale, anche perché probabilmente il quadro politico attuale non lo consente. Siamo, tuttavia, certi che - anche grazie alla nuova ministra - sarà possibile abbandonare il percorso intrapreso negli ultimi anni e iniziare a tracciare nuove rotte, con l'obiettivo ultimo di riportare il cittadino al centro di ogni discorso o riforma sulla giustizia.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2021
La bomba prescrizione per ora è lì, sotto la scrivania del nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia. Pronta ad essere innescata spaccando subito la nuova maggioranza che sostiene il governo Draghi. Venerdì, dopo la fiducia, nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera non si voteranno gli emendamenti di Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (Più Europa) che avevano posto la cancellazione della norma Bonafede che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado come pregiudiziale all'articolo l del decreto Mille-proroghe.
Un segnale "distensivo", hanno spiegato ieri Costa e Magi, in attesa di "un segnale di apertura e fiducia" del nuovo Guardasigilli. Ma nel frattempo restano "segnalati" (cioè considerati prioritari) gli emendamenti di Forza Italia e di Italia Viva per spazzare via la "blocca-prescrizione" e tornare alla vecchia legge Orlando, che la sospendeva solo per 36 mesi tra primo grado e Appello. Non è detto che la prossima settimana questi emendamenti saranno votati perché, come hanno deciso ieri i capigruppo in una riunione informale, si vuole evitare che la maggioranza imploda ancor prima che il nuovo ministro si insedi.
Ma lasciare sul tavolo gli emendamenti è un modo per tenere sulle spine Cartabia e chiedere un segnale da parte sua su un tema così divisivo: "Noi non abbiamo ancora congelato niente - spiega la responsabile Giustizia di Iv Lucia Annibali - la prescrizione resta un punto importante come quello del processo penale". Stessa idea del forzista Francesco Paolo Sisto che insieme al collega Pierantonio Zanettin ha confermato le sue richieste di modifica: "I nostri emendamenti li teniamo - dice al Fatto - aspettiamo di parlare con il ministro Cartabia, che ha un'autorevolezza indiscussa, e che venga a riferire il suo programma. Poi decideremo cosa fare".
Sisto, responsabile giustizia di FI, spiega però che la condizione per deporre l'ascia di guerra è che Cartabia "cambi radicalmente approccio rispetto a Bonafede sulla giustizia". Ergo: "Riformare il processo penale e la prescrizione mettendo al centro il cittadino e non i pm in base al principio di non colpevolezza" conclude il berlusconiano.
Insomma, i due partiti della nuova maggioranza guidati da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi chiedono che sia il Guardasigilli a dare segnali per superare le due norme volute da Bonafede su prescrizione e riforma del processo penale (approvata dal governo giallorosa e bloccata in commissione), in cambio di quella che Sisto chiama una "riappacificazione sul tema della giustizia". Stessa minaccia ventilata da Costa, avvocato eletto con FI e poi passato con Carlo Calenda, che pur avendo ritirato il suo emendamento ci tiene a spiegare che il suo "è un atto di rispetto nei confronti del ministro, ma chiederemo modifiche immediate sullo stop alla prescrizione e sulla riduzione dei tempi del processo - spiega - ma una cosa è chiara: ora ci vuole un cambio radicale rispetto all'impianto di Bonafede".
Una posizione che già la prossima settimana potrebbe spaccare la maggioranza visto che il M5S continua a fare muro sul tema: "Se Cartabia tocca la prescrizione, ce ne andiamo dalla maggioranza" ha minacciato domenica Vito Crimi nell'assemblea con i senatori M5S.
La conferma arriva dalla deputata Vittoria Baldino: "Non siamo disposti a fare passi indietro sulla prescrizione" dice al Fatto. Intanto Bonafede ha annunciato che voterà la fiducia al governo per "tenere unito il M5S" ma "non sarà in bianco". Ma, oltre a porre condizioni a Cartabia, Berlusconi e Renzi stanno provando a piazzare un sottosegretario a testa a via Arenula per "controllare" l'operato del Guardasigilli: i renziani spingono per Gennaro Migliore mentre FI vorrebbe Sisto. Che non smentisce: "Lo deciderà la provvidenza".
Il Riformista, 17 febbraio 2021
La spietatezza o il dubbio. Il rancore o una comprensione possibile. Il modo in cui ci si rapporta con chi sbaglia segna due mondi differenti. O si sta da una parte o dall'altra. Non è questione di partiti. È ciò che si è. Avanti. Indietro. Per spiegare l'Italia, il punto in cui si trova, qualcuno usa la fisiognomica, si ferma sullo sguardo degli uomini, i rappresentanti politici e istituzionali. Per spiegare il grado di civiltà giuridica, del Paese, può bastare lo studio della storia degli atti, di chi si succede al ministero della Giustizia.
Due Italie differenti, forse inconciliabili. Lì, nel come ci si rapporta con chi sbaglia, si sta in un mondo o in un altro, a seconda di come la si pensi, lì si va avanti alla ricerca di un traguardo ideale o si torna irrimediabilmente indietro. O la Cartabia o Bonafede è il mondo che si vuole, è ciò che si è: non è, solo, questione di partiti, cultura, censo, provenienza, ma solo il fatto di che cuore batta in petto. Oltre che sui temi economici, il lavoro e ogni altro campo, l'Italia si dibatte e combatte da decenni fra la spietatezza e il dubbio, fra la ricerca di una comprensione possibile e la risolutezza della condanna irreversibile.
Bonafede è stato, si spera l'ultimo di una lunga serie, il rappresentante di una parte sociale che forse ha concesso troppo al rancore. La Cartabia, insieme a pochi altri che fino a qualche giorno fa erano considerati dei folli, ha rappresentato la fermezza dell'amore, la certezza che debba arrivare qualcosa di migliore, almeno nel campo della giustizia, almeno nel rapporto fra chi vive oltre le sbarre e chi sia convinto di esistere nella libertà, almeno nella relazione fra giudice e giudicabile e giudicato. Contro di lei si è scatenata una parte che si dice di sinistra, progressista, al centro della polemica si è posta la posizione del nuovo ministro sulle unioni omosessuali, sull'aborto.
Il Ministero della Giustizia si occupa dell'organizzazione giudiziaria, svolge funzioni amministrative relative alla giurisdizione civile e penale, ha la gestione degli archivi notarili, la vigilanza sugli ordini e collegi professionali, l'amministrazione del casellario, la cooperazione internazionale e l'istruttoria delle domande di grazia da proporre al presidente della Repubblica. Cura lo studio e la proposta di interventi normativi di settore: presso l'ufficio sono istituite Commissioni di studio con compito di analisi in materie che potranno essere oggetto di riforma normativa.
Nel settore penitenziario, il Ministero attua le politiche dell'ordine e della sicurezza negli istituti e servizi penitenziari, del trattamento dei detenuti, di amministrazione del personale penitenziario. Si occupa dei minori e dei giovani-adulti sottoposti a misure penali.
La Guardasigilli del Governo Draghi, nella tempesta confusionale che ha avvolto per decenni quasi tutti i Corpi Istituzionali del Paese, è stata uno dei pochi vascelli fedeli alla rotta naturale, le sue vele si sono gonfiate del fiato dei padri costituenti. Lei davvero ci ha provato a tenere in vita la Costituzione più bella del mondo, ad applicare i suoi principi nel pianeta doloroso della Giustizia. E anche se fosse solo, esclusivamente, per lei, il giorno del giuramento del Governo Draghi è stato un giorno migliore.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 17 febbraio 2021
Correva l'anno 1991, il 18 febbraio. Trent'anni sono passati da quando l'eccellentissimo giudice della prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale aveva scarcerato con un cavillo quarantatré dei super boss portato a processo da Giovanni Falcone. Ecco le loro storie.
Il portone di ferro di via Enrico Albanese numero 3 si spalanca e il primo che esce è un ragazzo smilzo, nervoso, molto pallido, visibilmente stordito dall'aria della libertà. "Chiddu è Anatredda", quello è Anatrella, sussurra una donna inzuppata di pioggia che trova riparo sotto gli alberi. Anatrella, Salvatore Rotolo, sicario, cinque uomini uccisi con le sue mani nella "camera della morte", la stalla a un passo del porticciolo di Sant'Erasmo dove torturavano e facevano "cantare" i traditori. Non c'è nessuno che aspetta Anatrella.
Un minuto dopo esce il secondo. Cappotto elegante, i capelli neri impomatati, baffetti, trascina una costosa valigia di pelle nera. È Pietro Senapa, uno che i cadaveri li squagliava nell'acido o li buttava in mare con un blocco di cemento ai piedi. I parenti lo circondano. C'è la madre, ci sono le sorelle, i cugini, i fratelli, i cognati. Riemerge dai baci e dagli abbracci, vede che ho una penna e un taccuino e "Pieruccio" mi dice: "Scrivilo: Carnevale è buono e giusto come Papa Giovanni".
Palermo, carcere dell'Ucciardone, 18 febbraio del 1991, l'eccellentissimo giudice della prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale ha appena scarcerato con un cavillo quarantatré imputati condannati al maxi processo contro Cosa nostra. È giornata di festa per la mafia siciliana. Quello che qualcuno aveva promesso, qualcun altro lo sta mantenendo: uscirete presto, uscirete tutti. Dopo Anatrella e Pieruccio Senapa, esce Pietro Alfano detto ù zappuni per gli incisivi a forma di zappa, dopo Alfano esce Stefano Fidanzati dell'Arenella, dopo Fidanzati esce Giovanbattista Pullarà di Santa Maria del Gesù, poi uno dei Prestifilippo dei Ciaculli, Vincenzo Buffa, Mariano Agate di Mazara del Vallo, poi un altro dei Marchese. Dopo tre giorni uscirà anche Michele Greco, "il papa della mafia" e il capo della Cupola.
È un pomeriggio freddo di trent'anni fa. Il cielo grigio, Palermo che ha sperato ripiomba nel suo passato. Il "maxi" si è concluso con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere, il secondo grado ha ridotto le pene e stravolto l'impianto del giudice Falcone negando l'"unitarietà" di Cosa Nostra, sono solo "bande scollegate una dall'altra". Il processo viaggia verso la Suprema corte ma intanto "Papa Giovanni" grazia i boss.
Sono ore di confusione, non si sa chi può uscire e chi deve stare dentro. La seconda sezione della Corte di assise di appello, presieduta da Salvatore Scaduti, ordina la liberazione di altri ventotto mafiosi "se non detenuti per altra causa". Fra loro ci sono anche Pippo Calò, il vecchio Francesco Madonia, Masino Spadaro, Giuseppe Lucchese.
Sono quelli che hanno fatto di Palermo una città di lapidi e di croci. I giudici sembrano impotenti, la Cassazione è Cassazione, la legge è legge.
La decisione di Corrado Carnevale fa venire i capogiri, per lui la Cupola è soltanto una favola. E, per "l'altissima corte", sono scaduti i termini di custodia cautelare per quei quarantatré del maxi processo. Quindi, tutti fuori. È un'interpretazione forzata e un po' maramalda. Non tiene conto dell'articolo 297 comma 4 del nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore nel 1989: esclude, con chiarezza, che i giorni di udienza vengano computati nel calcolo dei termini di custodia cautelare.
Ma Carnevale non se ne cura, lui nutre un profondo disprezzo per quei giudici di Palermo, detesta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Firma. E i mafiosi tornano liberi.
È uno dei magistrati più famosi d'Italia, odiatissimo da alcuni suoi colleghi e amatissimo dai principi del foro. È anche lui siciliano, di Licata, provincia di Agrigento. Dal 1985 è presidente di sezione della Suprema corte, "il più giovane presidente titolare della storia della Cassazione". I giornalisti gli danno un soprannome: "L'ammazzasentenze".
È vanitoso, non si sottrae alle interviste. Dice: "La Costituzione vuole il magistrato in toga e non in divisa". Dice: "C'è chi si è messo in testa di fare l'angelo vendicatore dei grandi mali che affliggono la società". Dice ancora: "Io mi rifiuto di essere un combattente contro la mafia. Il mio compito non è quello di lottare...alcuni magistrati dovrebbero sparire dalla circolazione...".
Quante sentenze ha ammazzato presidente?, gli chiedono un giorno. Sono quasi 500. Ha invalidato i provvedimenti di don Stilo in Calabria, del camorrista Giuseppe Misso per la strage del rapido 904 Napoli-Milano e di Giuseppe Greco, il figlio del "papa". Ha annullato il processo per l'Italicus, 12 morti e 48 feriti. Ha assolto Licio Gelli dall'accusa di sovversione e Salvatore Greco per l'omicidio del consigliere istruttore Rocco Chinnici. E una sera del febbraio del 1991, con un colpo di penna, rimette in strada gli uomini più pericolosi della Sicilia.
A Palermo c'è paura. Si diffonde la notizia che da un momento all'altro potrebbe lasciare l'Ucciardone anche Michele Greco, il capo della Commissione che ha l'aspetto di un parroco di campagna ma è un pupo manovrato dai Corleonesi. Prima dell'arresto, nella sua tenuta della Favarella aveva fra i suoi ospiti abituali anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, sua Eccellenza Giovanni Pizzillo (il presidente della Corte di appello di Palermo, il magistrato più alto in grado nell'isola), sua eminenza il cardinale Ernesto Ruffini. E conti e baroni e marchesi.
Tutti l'attendiamo in via Enrico Albanese numero 3, all'ingresso dell'Ucciardone. Ora esce, ora esce. Passa un giorno, passano due giorni. Niente, don Michele è ancora in cella. Alla procura generale fanno e rifanno i conti sulle sue condanne, non ne ha nemmeno una definitiva. Forse solo quella per la falsificazione della patente che gli hanno trovato in tasca il giorno della cattura, in un casolare sopra la montagna di Caccamo. Finalmente il portone di ferro si apre. Ecco, fra un attimo spunterà la faccia da prete del "papa". Ma l'uomo che sorride alla libertà è Nicola Milano detto Ninu ù Ricciu, uno dei capi della famiglia di Porta Nuova. E Michele Greco?
La Corte di assise firma l'ordine di scarcerazione, il foglio transita a mezzogiorno in cancelleria dove però c'è una fotocopiatrice rotta, il tecnico l'aggiusta dopo le 13, gli impiegati del tribunale non se la sentono di fare gli straordinari per liberarlo. Il "papa", che non abbandona mai il suo Vangelo e due breviari, rimane all'Ucciardone a pregare. Tutto rimandato alla mattina dopo quando, finalmente, è pronto per tornare nella sua dimora di campagna. Davanti al carcere c'è trambusto, cronisti, carabinieri, poliziotti e, con fare sospetto, tre o quattro uomini che vengono fermati e perquisiti dagli agenti dell'"investigativa" della squadra mobile. Sono incensurati. Si scoprirà che sono dei "servizi".
Se non avesse visto "Il Padrino"
A Villa Whitaker, sede della prefettura di Palermo, il prefetto convoca il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, è invitato anche l'Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica. A Roma ci sono riunioni febbrili fra il ministro dell'Interno Vincenzo Scotti e quello della Giustizia Claudio Martelli, tutti e due in gran segreto di sera entrano a palazzo Chigi per ordinare, con un decreto legge stampato in fretta e furia sulla Gazzetta Ufficiale, un nuovo arresto per i quarantatré boss appena scarcerati. Con il decreto si stabilisce, una volta per tutte, che i tempi processuali saranno "congelati" automaticamente e indipendentemente dalle richieste dei pm o dai provvedimenti dei giudici.
È il solo mezzo per riportare i boss all'Ucciardone. Dopo tre giorni, uno dopo l'altro tornano nel carcere borbonico di Palermo. Gli avvocati insorgono, sbraitano, protestano contro quello che diventa per tutti "il mandato di cattura del governo". Un po' come è accaduto l'anno scorso con il ministro Bonafede che, sempre con decreto, ha rispedito in galera i detenuti usciti dopo la circolare dell'amministrazione penitenziaria per il rischio Covid.
In quei pochi giorni di libertà quarantadue boss si sono goduti la famiglia in silenzio. Uno solo si è concesso alle telecamere. Proprio lui, il "papa". Con un'arancia in mano, passeggiando lentamente nella sua tenuta della Favarella, si è raccontato al grande pubblico. Cominciando così: "Mi volete dire in che cosa io avrei mafiato? Mi chiamano il papa ma non posso paragonarmi ai papi per intelligenza, cultura e dottrina. Ma per la mia coscienza serena, e per la profondità della mia fede, posso anche sentirmi pari a loro, se non superiore a loro...".
Continuando così: "La rovina dell'umanità sono certi film, film di violenza, film di pornografia. Per esempio, se il pentito Totuccio Contorno avesse visto Mosè e non Il Padrino, non avrebbe calunniato nessuno e io non sarei qui. Invece purtroppo Totuccio Contorno ha visto Il Padrino...". E finendo così: "La calunnia si è fatta viva con i primi uomini apparsi sulla terra. Ed è sempre stata apportatrice di atroci conseguenze. A me mi hanno rovinato le lettere anonime. Un anonimato cieco e cattivo...Sappiate che la violenza non fa parte della mia dignità".
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione (ma Carnevale non è più alla prima sezione penale per volere del ministro Martelli) lo condannerà all'ergastolo e il "papa" non vedrà mai più la sua Favarella.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 17 febbraio 2021
Colpo di scena alla Procura di Roma. Il Tar del Lazio ha infatti annullato la nomina a procuratore capitolino di Michele Prestipino, accogliendo così i ricorsi presentati dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, e dai procuratori di Palermo, Francesco Lo Voi, contro la decisione del Csm datata 4 marzo dello scorso anno. Respinto invece il ricorso presentato dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.
Una nomina, quella di Prestipino, in "continuità" con la precedente gestione di Giuseppe Pignatone, andato in pensione nel maggio 2019. Come ricordava Giovanni Altoprati su questo giornale, per "imporre" Prestipino a Roma il Csm era stato costretto a una interpretazione estensiva del Testo unico sulla dirigenza per gli uffici giudiziari.
Sulla carta, infatti, Lo Voi e Creazzo avevano molti più titoli. Oltre a essere già procuratori, Lo Voi aveva rappresentato l'Italia a Eurojust, mentre Creazzo era stato vice capo legislativo al ministero della Giustizia. Questa volta, per superare l'handicap del curriculum di Prestipino che era solo aggiunto e non aveva molti titoli, il Csm è ricorso alle "esperienze".
"Sebbene privo di indicatori specifici si è reso protagonista di esperienze pregnanti rispetto all'incarico da conferire, tali da fondare sul piano prognostico il giudizio sulla sua maggiore capacità a porsi a guida dell'ufficio a concorso", era stata la formula utilizzata a Palazzo dei Marescialli per motivare la sua scelta.
Secondo il Tar, come anticipa il Corriere della Sera, "non è dato comprendere perché, se per Prestipino la "raffinata conoscenza delle mafie tradizionali (in specie Cosa Nostra e 'Ndrangheta) gli hanno consentito di cogliere e sviluppare sul piano processuale gli elementi di continuità e di originalità della situazione laziale e di quella peculiare della città di Roma, tale riconosciuta conoscenza eccezionale dell'attività di Cosa Nostra da parte del dottor Lo Voi non possa consentirgli ugualmente di cogliere e sviluppare come procuratore - presumibilmente in poco tempo o quantomeno in quello impiegato dal dottor Prestipino quale 'aggiunto', l'originalità della criminalità laziale". Prestipino ricorrerà al Consiglio di Stato, mentre lo stesso Csm potrebbe sostenere la sua nomina a Roma.
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