di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 21 febbraio 2021
La denuncia di parenti e amici: "Insulti a sfondo sessuale". Saranno gli accertamenti formalmente avviati dalla Procura della Repubblica di Bari a fare chiarezza sul suicidio dell'agente penitenziario di 56 anni di Bitritto che tre giorni fa si è tolto la vita con la pistola di ordinanza. Il pubblico ministero inquirente Daniela Chimienti ha formalmente delegato i carabinieri ad acquisire documenti e dichiarazioni di familiari e amici nel tentativo di ricostruire l'accaduto ed individuare eventuali responsabilità. Nel fascicolo di inchiesta, al momento, non è stata formulata alcuna ipotesi di reato in attesa dell'esito degli accertamenti investigativi. Solo allora il magistrato deciderà se archiviare l'indagine o, al contrario, procedere per istigazione al suicidio.
La pm inquirente, in modo particolare, ha chiesto ai carabinieri di controllare le lettere e i referti medici custoditi da un conoscente del 56enne, che attesterebbero la sua condizione di disagio. Non solo. La Procura della Repubblica di Bari ha chiesto ancora di verificare eventuali minacce subite dall'uomo o di raccogliere testimonianze di persone informate sui fatti. Così da ricostruire, in particolare, le ultime ore di vita del poliziotto e capire le ragioni che lo hanno spinto a commettere il suicidio. Alcuni amici e familiari della vittima avrebbero riferito di aver ricevuto alcune confidenze in cui l'uomo diceva di essere "da anni vittima di bullismo a sfondo sessuale" e di sentirsi "perseguitato da alcuni colleghi che lo insultavano".
Intanto l'avvocato Antonio Portincasa che rappresenta la madre ha chiesto che venga fatto un incontro in Procura tra gli inquirenti, la madre dell'agente e l'avvocato Antonio Lascala, amico della vittima. Un incontro che potrebbe portare a chiarire le circostanze della morte e capire la ragione per la quale "era ancora in possesso della pistola di ordinanza nonostante fosse in aspettativa" ha detto Lascala, presidente dell'associazione "Gens Nova" di cui il poliziotto faceva parte.
"Sono stato il suo unico amico vero negli ultimi 20 anni - ha detto nei giorni scorsi Lascala spiegando di aver raccolto le confidenze dell'agente sulle "vessazioni subite, uno stalking a sfondo sessuale" e ha ricordato come alcuni colleghi lo tormentassero con l'etichetta di omosessuale.
Tra i documenti custoditi nella sede dell'associazione, l'avvocato ha ritrovato cinque lettere che risalgono agli anni 2005 2006, quando l'agente era in servizio a Verona, nelle quali "diceva di sentirsi perseguitato, di essere insultato perché aveva sempre vissuto con i genitori" e perché "non aveva una fidanzata".
L'uomo viveva con la sua famiglia per assistere il padre malato e usufruendo della legge 104 poteva permettersi di assentarsi dal lavoro. Poi, nell'ultimo periodo, aveva chiesto un periodo di aspettativa. Da quando nel 2008 è stato trasferito nel carcere di Turi ha smesso di scrivere lettere, ma le sue confidenze agli amici e ai familiari sono continuate. Fino a tre giorni prima di togliersi la vita.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 21 febbraio 2021
Cirinnà: "Temi divisivi, ma non si fermi la lotta alle discriminazioni". "Almeno tutto ciò che è già in discussione in Parlamento va votato", dice la senatrice Pd. Al Senato c'è da votare la legge Zan contro l'omofobia. I diritti dei bimbi delle famiglie arcobaleno non possono essere ancora ignorati. Il "fine vita" ha bisogno di norme, come chiesto dalla Consulta. E poi c'è la legge sulla cittadinanza - lo ius soli o meglio ius culturae - che si fermò a un passo dall'approvazione definitiva già con il centrosinistra. "Ma può un governo europeista non mettersi al passo con l'Europa?", ragiona Monica Cirinnà.
Senatrice del Pd, "madre" della legge sulle unioni civili, responsabile per i diritti civili del partito, all'indomani della fiducia al governo Draghi Cirinnà rimette sul tavolo l'agenda dei diritti civili: "Almeno tutto ciò che è già in discussione in Parlamento va votato". Sono temi divisivi? "Sì, ma non può esserci una moratoria su questo, perché i diritti civili sono la vita quotidiana, perché la lotta alle discriminazioni non si ferma".
Aggiunge: "La prosecuzione della legislatura è un'opportunità da non perdere, per restituire alla politica - in Parlamento - una centralità che inevitabilmente si indebolisce nel quadro di un governo di larghe intese come quello presieduto da Draghi. Il Pd deve sostenere con forza le proprie parole d'ordine, ridarsi una identità riconoscibile per essere credibile e autorevole agli occhi della sua base"
E quindi la legge Zan "contro omolesbobitransfobia, misoginia, abilismo" è stata approvata alla Camera con il sì anche di un pezzo di Forza Italia e l'ostruzionismo della Lega e di Fratelli d'Italia. È ferma in commissione Giustizia al Senato. Stava per arenarsi con l'accusa di punire reati di opinione. È stata modificata per rassicurare tutti. "Basta un giorno per approvarla a Palazzo Madama, blindando il testo arrivato", sempre Cirinnà. Con il leghista Simone Pillon, ora collega di maggioranza, sarà uno scontro senza esclusione di colpi. Cirinnà: "L'assenza di una legge contro l'omotransfobia porta a gravi carenze di tutela: penso all'assoluzione di Simone Pillon da parte della Corte d'Appello di Perugia, per le sue gravissime frasi contro l'associazione Omphalos - da lui accusata di adescare giovani! - ritenute non diffamatorie", rimarca Cirinnà.
E poi c'è "il fine vita": la legge è incardinata alla Camera, ma c'è stato un palleggio se doveva proseguire a Montecitorio o al Senato. Tante le proposte. Dopo la sentenza della Consulta che raccomandava tra l'altro il Parlamento a una norma, si pensa a un disegno di legge snello sull'aiuto medico a morire in stato terminale.
Più complessa la questione della legge sulla cittadinanza. Se ne parla da vent'anni, ma sotto i colpi delle destre, l'Italia è rimasta ferma allo ius sanguinis. I bambini figli di stranieri nati in Italia non sono cittadini italiani, ma si trovano nel limbo della non cittadinanza. Tutto bloccato, dopo lo stop finale durante il governo Gentiloni e proprio a un passo dall'approdo. "Facciamo che sia l'aula delle Camere a stabilire chi vince e chi perde questa partita dei diritti, ma lo ius soli o meglio lo ius culturae deve riprendere il suo cammino. E poi Salvini non è diventato europeista, pro euro. Potrebbe convertirsi anche su leggi che sono semplicemente europee", invita Cirinnà.
Sono rimasti in sospeso i diritti dei bambini delle famiglie arcobaleno. Durante l'approvazione della legge sulle unioni civili, fu stralciato l'articolo sulla step child adoption. "Ma la questione di come tutelare la condizione delle bambine e dei bambini figli di coppie omogenitoriali non è rinviabile", avverte Cirinnà, ponendo anche un altro tema: l'adozione da parte dei single.
Da affrontare anche la legge sul cognome della madre. Anche questa vicina all'approvazione nella passata legislatura, è finita in un nulla di fatto. Le destre si sono opposte, contestando di volere smantellare la famiglia. "Per gli oscurantisti il concetto di famiglia è quella patriarcale", attacca la responsabile dei diritti del Pd. Nell'agenda dem anche altri provvedimenti di legge, come quello sull'affettività in carcere.
Cirinnà insiste: "Se il Pd vuole tornare a vincere, deve farsi riconoscere. Dobbiamo intensificare l'azione sui diritti civili, sull'inclusione, sul riconoscimento di pari dignità sociale a tante differenze che ancora sono assenti e misconosciute".
di Rita Rapisardi
L'Espresso, 21 febbraio 2021
Cannabis terapeutica, Walter De Benedetto verso il processo. Inizia il procedimento nei confronti dell'uomo affetto da artrite reumatoide che aveva ha iniziato a coltivare cannabis perché il sistema sanitario non gli garantiva la quantità adeguata per alleviare il dolore. "Violato il mio diritto alla salute".
"Non ho più tempo per aspettare i tempi di una giustizia che ha sbagliato il suo obiettivo. Il dolore non aspetta. La mia malattia è andata veloce ed è andata veloce anche la giustizia". A parlare è Walter De Benedetto, 49 anni, affetto da artrite reumatoide, una malattia degenerativa alleviabile in gran parte con l'uso di cannabis. La giustizia, come la chiama lui, avrebbe dovuto assicurargli il diritto alla cura, quella stessa giustizia che ora lo mette sotto processo.
Il prossimo 23 febbraio Walter comparirà per la prima volta davanti al giudice del Tribunale di Arezzo, indagato per coltivazione di sostanza stupefacente, rischia fino a sei anni di carcere. Un'accusa che si è guadagnato dopo aver iniziato a coltivare nel suo giardino le piante di marijuana che gli permettono di alleggerire il grande dolore che la malattia lascia sul suo corpo. Quello che il sistema sanitario gli fornisce è insufficiente:
"Quando sto molto male mangio i biscotti, se invece voglio un effetto immediato, ma breve sul dolore (che passa dopo due tre ore) due o tre pipe ad acqua vanno bene - racconta Walter - grazie alla cannabis e grazie ad un'alimentazione sana, la malattia è andata in quiescenza per diversi anni e non era mai capitato".
Da quanto gli è stata diagnosticata la malattia ne sono trascorsi 35, all'epoca Walter era un adolescente di 15 anni e mezzo. La sua condizione comporta una progressiva perdita di mobilità e forti dolori articolari, al momento è impedito nei movimenti e gli è difficile anche parlare. Le prime cure a cui si sottopone negli anni 90 hanno pochi benefici e provocano pesanti effetti collaterali: "Malessere generale, niente energia, vomito, la cura la facevo il sabato e non mi riprendevo per giorni", ricorda Walter. Questo a causa di potenti antimalarici a cui si abbinavano immunodepressori e chemioterapia: "Stavo morendo di "cure" prima che della malattia".
"Lo Stato mi impedisce cure adeguate per il mio dolore" - Con l'uso della cannabis terapeutica nel 2011 Walter inizia a vedere subito dei risultati. Dopo solo tre mesi abbandona la morfina che pian piano lo stava consumando. Il Servizio Sanitario Nazionale gli garantisce un grammo al giorno: sei confezioni da cinque grammi, che l'uomo ritira una volta al mese alla farmacia dell'ospedale. Con il peggiorare della malattia la quantità prevista non è più sufficiente: la cura passa a due grammi ogni ventiquattro ore (grazie a un farmaco che si chiama Bedrocan), ma alcuni giorni non basta, il quantitativo andrebbe triplicato.
L'Asl di Arezzo non riesce a coprire il fabbisogno terapeutico di Walter. L'uomo inizia a spendere di tasca propria, facendosi arrivare trenta grammi dall'Olanda. Nonostante questo, per l'estrazione dell'olio di cannabis, fondamentale per il controllo del dolore, ci vogliono grandi quantitativi. L'unica via è quella della coltivazione privata: "Ho coltivato le piante perché quello che lo Stato mi garantisce non mi basta".
A ottobre 2019, dopo un'irruzione da parte delle forze dell'ordine, scatta la denuncia per lui e un suo amico che lo aiutava a prendersi cura del giardino.
"La mia richiesta di aiuto è un atto di accusa contro un Paese che viola il mio diritto alla salute, riconosciuto dalla Costituzione, a ricevere cure adeguate per il mio dolore", ha detto l'uomo in un appello rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che, in questi mesi, ha ricevuto circa 20mila firme. Walter aveva anche incontrato l'ex Presidente della Camera, Roberto Fico, il quale gli aveva garantito una risoluzione positiva. Ma ad oggi si trova senza terapia e per giunta indagato.
Come Walter molti altri: la cannabis prodotta in Italia non basta - La storia di Walter purtroppo non è un caso isolato, sono molti i malati costretti ad arrangiarsi in mancanza di una soluzione garantita dallo Stato italiano. Il ricorso alla cannabis terapeutica in Italia è consentito da 14 anni, ma la richiesta è ben superiore alla produzione nazionale e all'importazione del farmaco. Secondo il report Estimated World Requirements of Narcotic Drugs 2020 dell'International Narcotics Control Board, il fabbisogno italiano è di 1950 kg all'anno. Il decreto ministeriale in merito ha fissato a 500 kg la quantità massima da produrre, individuando come unico soggetto autorizzato alla produzione lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (Scfm).
Nel 2019 lo Scfm ha distribuito alle farmacie cannabis per soli 157 kg, con un totale di vendite ammontante a 860 kg, di cui 252 kg acquistati dall'Olanda. "Non è un problema solo di Walter - spiega Lorenzo Simonetti, suo avvocato - la filiera degli attori che compaiono in questo caso è molto più ampia del semplice rapporto imputato-tribunale: dal momento in cui la farmacia ospedaliera non procura al paziente la medicina per la quale ha una regolare prescrizione, lasciandolo di fatto senza terapia, il paziente è lasciato solo dallo Stato".
Walter è anche sostenuto dalla campagna Meglio Legale, che da un anno si pone come ponte tra istituzioni e cittadini per aprire un dibattito e discutere i temi riguardanti la legalizzazione della cannabis, con l'appoggio, tra gli altri, di Marco Cappato, Riccardo Magi, Iacopo Melio e Roberto Saviano. "Quello che più dispiace è vedere sul banco degli imputati una persona che cercava solo di alleviare il suo dolore", ha detto Antonella Soldo, coordinatrice di Meglio Legale. "La mancanza di informazione tra gli operatori sanitari in materia di cannabis terapeutica e la burocrazia farraginosa, che troppo spesso accompagna le regolari prescrizioni, non permette di rispondere adeguatamente al fabbisogno dei malati".
di Rita Rapisardi
L'Espresso, 21 febbraio 2021
Cresce l'età media degli eroinomani trattati nei Sert, mentre tra i più giovani si diffonde sempre più la cocaina o il multi-consumo. E le tossicodipendenze non sono tutte uguali, ma vanno trattate ognuna con il suo metodo. Per questo lo slogan "No alla droga" che piace alla destra serve a poco.
I tempi di SanPa sono lontani, quelli delle catene, del consumo alla luce del sole, del conteggio delle overdosi (1600 nel 1996, 373 nel 2019).
Quel tempo in cui la figura del padre-padrone, che in assenza dello Stato, si era incarnata in Vincenzo Muccioli, fondatore di San Patrignano, era l'unica soluzione per "salvare quei ragazzi". Dopo quarant'anni il successo della serie Netflix, diretta da Cosima Spender e ideata da Gianluca Neri, dimostra che c'è stato un pezzo di storia d'Italia non raccontato, che andava indagato ed espiato, ma che oggi sembra scomparso dal discorso pubblico.
"Bisognerebbe scrivere una Bibbia sui cambiamenti epocali degli ultimi vent'anni: riguardano traffico, produzione, consumo, approccio. Tutto è stato banalizzato: se dici che la marijuana fa male come l'eroina, i ragazzi capiscono solo che allora l'eroina non fa così male. La prima cosa da dire, e che negli anni 90 funzionava, è che le droghe non sono tutte uguali", racconta Salvatore Giancane, esperienza di trent'anni nel servizio pubblico, che ha provato a "riassumere" il tema in oltre 400 pagine (Eroina, La malattia da oppioidi nell'era digitale, 2014). Si riferisce alla legge che oggi disciplina gli stupefacenti, la "Fini-Giovanardi" del 2006 che, avendo messo sullo stesso piano droghe leggere e pesanti e inasprito le pene per i consumatori semplici, ha causato un sovraffollamento delle carceri, riempite più di consumatori che di narcotrafficanti.
"La maggior parte dei detenuti sono tossicodipendenti, ormai da trent'anni. Torna comodo trattarli come spacciatori, ma sono persone che hanno prima iniziato a usare e poi a spacciare", aggiunge Giancane. Basti pensare che i detenuti tossicodipendenti presenti in carcere alla fine del 2019 sono stati 16.934, pari al 28% della popolazione carceraria. La "guerra alla droga", come diceva Don Gallo, si trasforma spesso in guerra alle persone.
Quello delle droghe è un mondo che muta velocemente e andrebbe monitorato di continuo. Per questo, per legge, è prevista una Conferenza Nazionale sulle Droghe che si dovrebbe riunire ogni tre anni, ma che non è convocata da dodici. L'ultimo importante incontro si è tenuto a Genova nel 2000, ha lanciato innovazioni soprattutto sulle nuove droghe e il mondo della notte. In quell'occasione l'allora Ministro della Salute, Sandro Veronesi, aveva proposto di sperimentare la legalizzazione della cannabis. Rimase inascoltato.
Senza la volontà della politica di fare passi avanti, la strada è tortuosa: "A sinistra è un argomento divisivo, a destra si riassume tutto con un "no alla droga" che vuol dir tutto e niente: il discorso non è più se le droghe fanno bene o male, ma come regolare gli interventi", spiega Claudio Cippitelli, sociologo, ex presidente del Coordinamento Nazionale Nuove Droghe (Cnnd) e socio fondatore dell'Associazione Parsec di Roma. "Serve una partecipazione corale: ambiente sanitario e servizi, ma anche forze di polizia e giustizia. Le droghe non si possono sradicare, ma si possono contrastare le patologie sanitarie e sociali a esse collegate", aggiunge.
L'assenza di una linea politica comune crea grosse distinzioni territoriali: accanto a regioni virtuose, dove l'eccellenza è data spesso dalla volontà di chi è a capo di quel servizio, ce ne sono altre dove regna l'abbandono e la confusione: "Se gli eroinomani non si vedono più, è perché c'è un grande lavoro dei servizi, ma le responsabilità della politica sono enormi", spiega Giancane. Il titolo V, con la sanità in mano alle regioni, ha poi dato la mazzata finale: "I SerT avevano la loro potenza nel rispondere a un Ministero. Oggi alcune regioni hanno inserito i SerT nel Dipartimento di Psichiatria, che non c'entra nulla, altre nelle cure primarie, alcune invece hanno un Dipartimento delle Dipendenze.
La riduzione del danno è nei Lea (assistenza essenziale riconosciuta da SSN, ndr), ma se ne fa poca ed è scritta solo per far bella figura". I servizi pubblici per le dipendenze sono 562, dislocati in 603 sedi ambulatoriali. Gli operatori sono 6.624, per ognuno dei quali risultano in carico quasi 21 utenti. A questi si aggiungono privato sociale, associazionismo e volontariato. Il 64% è in carico per uso primario di eroina e il 21% di cocaina.
Dai tempi di Muccioli il consumo è cambiato: i giovani oggi sono spesso policonsumatori e meno problematici, a differenza dei veterani dell'eroina, che costituiscono la maggior parte degli assistiti dai servizi pubblici. Nel 2019 sono stati 136.320 gli utenti in carico ai SerT, l'età media dell'utenza è di 41 anni, in progressivo invecchiamento: il 58% ha più di 39 anni, contro l'11% del 1999.
"Tutto è mutato dagli anni 90, soprattutto per la salute dei consumatori", ricorda Lorenzo Camoletto, nel gruppo Abele dal '94, nel clou dell'eroina, quando a decine morivano di Hiv nelle comunità: "In Europa il consumatore di eroina ha in media 42 anni. Una volta era molto più giovane ed era impensabile arrivasse a 50 anni. Adesso sono tanti i "sopravvissuti" a quella ondata. Noi seguiamo per lo più over 50". Quello che manca è una risposta specifica per questa fascia d'età, dove ormai la richiesta è più sanitaria, che legata all'inserimento in comunità.
La maggior parte dei reduci di quel tempo sono immunodepressi, positivi all'Hiv, con l'epatite o problemi legati al consumo decennale. "Smettiamo di dire che tutti possono guarire, Esistono i tossici cronici, cioè di lunga durata: se una persona ha 25 anni di uso, ricadute continue, cinque anni di comunità: come lo chiamiamo?", rilancia Giancane. E sulla situazione delle comunità c'è dibattito: "Si ha una disponibilità di 18-19mila posti, ma sono occupati meno della metà - spiega Camoletto - La verità è che sono state abbassate le soglie di accesso, nonostante questo le comunità sono vuote. È un modello da rivedere completamente. La riduzione del danno è applicabile a tutti, ma il drug free, come voleva SanPa, non deve essere per forza obiettivo principale".
Anche l'approccio con i nuovi consumatori necessita nuove regole. L'eroina non è più, almeno non come prima, una sostanza che piega chi la usa e spinge ai margini della società. Si è insediata e ha trovato casa nella vita delle persone, che gestiscono il proprio consumo, alternano sostanze, o mutano l'uso a seconda delle situazioni. Oggi la droga è spesso ricreativa: si usa l'eroina alla fine dei rave, per abbassare l'effetto degli eccitanti, ma anche prestazionale sul lavoro, come l'eroina fumata. Pensare di trattare queste differenze con i metodi di SanPa, senza distinzioni, sarebbe fallimentare.
"Si gradua il proprio uso secondo il bisogno: le metanfetamine, ad esempio, sono crollate con il covid, in mancanza dei rave - spiega Cippitelli - La diffusione societaria della cocaina, invece, è così vasta che c'è bisogno di pensare a più approcci, non a un'unica risposta. Bisogna tenere a mente: "una persona, una sostanza, un contesto". Per questo la distinzione tra droghe è fondamentale, permette di ammettere che non è esiste il "tossicodipendente" come figura granitica da trattare con un unico metodo.
"Bisogna uscire dallo stigma del drogato: un essere spogliato della personalità, che non ha identità, se non quella di chi usa. Questo ha creato la cultura errata di generalizzare sulle droghe", spiega Alessio Guidotti, presidente della ItaNPUD, il network italiano delle persone che usano droghe. "SanPa ha illustrato bene questa visione: il tossico come un male morale che andava curato, quel vizio di "salvare i nostri ragazzi", presente ancora oggi in tante comunità. Ma quale altra malattia è tollerato che sia curata in questo modo? Franco Basaglia è riuscito a ribaltare la visione della malattia mentale, con le sostanze sembra impossibile".
Per questo molti consumatori vorrebbero far parte della discussione intorno alle droghe e dire la loro sui servizi dedicati che, lamentano, con la scusa dell'anonimato, non tengono conto del feedback delle persone: per questo la ItaNPUD ha redatto "Niente su di noi, senza di noi", una carta dei diritti delle persone che usano sostanze, sostenuta da molte associazioni e SerT.
E come spesso accade si guarda all'estero, dove le stanze del consumo sono in molti paesi una realtà storica: "Sono un'urgenza, ma sono bloccate solo per ideologia. A Zurigo si trovano in centro città, tra le ricche banche, noi preferiamo i sottoscala, il degrado", racconta Cippitelli. A Torino "la stanzetta di Collegno", un esperimento innovativo in questo senso, è stata chiusa.
"Grazie alle stanze si aprono rapporti tra consumatori e operatori sanitari: magari si vuole cambiare il consumo, diminuirlo o sospenderlo per un breve periodo". In questi posti si fa anche l'analisi della sostanza: per studiare il mercato e i modi con cui viene tagliata la droga, che possono essere a volte letali. "Garantirebbe un diritto alla salute per tutti, che non vuol dire invogliare all'uso". Come l'eroina terapeutica in Svizzera, data in speciali casi per evitare marginalizzazione e disagio.
Un discorso su liberalizzazione completa delle droghe invece sembra impossibile. Molti operatori nei servizi sarebbero d'accordo, seppur con la certezza di trovarsi con nuove problematiche da affrontare. "Le convenzioni internazionali impediscono un discorso di liberalizzazione completa in Europa e Italia, ma si deve spingere per la depenalizzazione totale: qualunque cosa possa mettere il consumatore in condizioni di andare in galera deve essere eliminato".
Altro tema è quello della liberalizzazione della cannabis, discorso spesso rilanciato sulle nostre pagine. Oggi l'uso di marijuana è consentito in Canada, Spagna e in alcuni stati negli Usa, mentre il discorso in Italia è fermo in Parlamento. La proposta di legge per uso ricreativo, portata avanti dai Radicali, è sostenuta anche dal presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, che la vede come una soluzione per togliere il traffico alla criminalità organizzata. Gli studi, poi, dimostrano che laddove il consumo è consentito, non c'è un aumento esponenziale dell'utilizzo.
"Come spieghiamo ai ragazzi l'assoluta tolleranza all'alcool e poi l'arcigna guerra alla cannabis?", aggiunge Cippitelli che di questo si occupa, ma non ha libertà di parlare di liberalizzazione nei suoi incontri con i giovani: "Si potrebbe farebbe una migliore prevenzione, distinguendo la cannabis dal resto. Il pusher vende sia canapa, che anfetamina e cocaina, e sappiamo che le maggior parte delle overdosi riguardano i giovani". Nel 2019, solo il 50% degli istituti scolastici superiori ha infatti attuato interventi di prevenzione specifici sui consumi psicoattivi.
di Mario C.
La Stampa, 21 febbraio 2021
Caro direttore, non ho più niente della mia vita precedente. Prima dell'incidente facevo un lavoro che amavo, avevo una vita attiva, ero un ragazzo pieno di interessi, di passioni. La vita è bella e va goduta fino alla fine, ma solo fino a quando si ha la possibilità di viverla con dignità. Per me non è più così. Per me questa non è più vita, ma pura sopravvivenza.
Per questo ho fatto la richiesta di accesso al suicidio assistito. E ho scelto di farla in Italia, per poter essere circondato dai ai miei affetti, fino alla fine. Non riesco a muovere più nessuna parte del mio corpo. Per ogni piccola azione come lavarmi i denti, farmi la barba, mangiare, bere, lavarmi, vestirmi, ho bisogno di qualcun'altro.
Negli ultimi anni, i dolori sono aumentati, prendo antidolorifici tutti i giorni. Spesso sono costretto a legarmi sul letto per evitare di cadere dal letto a causa delle contrazioni. In questi 10 anni non mi sono mai pianto addosso, ho tentato la riabilitazione in tantissimi centri per riottenere un po' di autonomia, ma nulla è servito. E ora mi ritrovo a vivere una vita, che non è più vita. Non voglio vivere altri 10-20-30 anni in queste condizioni.
Non voglio subire ancora per tutti questi anni che ho davanti a me, l'umiliazione che il mio corpo venga toccato da altri. Solo in chi si trova nelle mie condizioni può capire cosa vuol dire. Non sono depresso, sono sempre rimasto lucido e non sono abbandonato a me stesso: i miei familiari, i miei affetti, l'assistenza, la fisioterapia, mi sono sempre stati accanto, non mi è mai mancato niente. Ognuno però deve avere il diritto di scegliere se andare avanti così, con dolori e sofferenze quotidiane, oppure no. È una scelta dolorosa ma, io preferisco andarmene con dignità piuttosto che vivere altri 40 anni di una vita che non mi appartiene.
Ho dunque fatto testamento biologico, nel quale dichiaro di rifiutare accanimento terapeutico e chiedo cure palliative e sedazione profonda nel caso dovessi diventare incapace di esprimere la mia volontà. Ho chiesto all'azienda sanitaria di verificare le mie condizioni, come previsto dalla Corte Costituzionale, per poter accedere al farmaco per il suicidio assistito.
La risposta è stata negativa, nonostante io sia tenuto in vita da trattamenti sanitari. Ho quindi deciso di fare ricorso contro questa decisione del Sistema sanitario. Spero che il tribunale intervenga in mio aiuto, ma chiedo in ogni caso al Parlamento di discutere la legge sull'eutanasia, per essere liberi di decidere senza dover andare per tribunali.
di Giulia Ferri
L'Espresso, 21 febbraio 2021
Gli Usa di Joe Biden sono sempre più abolizionisti, Cina e Iran invece i carnefici peggiori. Intanto il nostro Paese si interroga. E le contraddizioni non mancano. Joe Biden è il primo presidente americano apertamente contrario alla pena di morte. Ed è anche per ribadire fino alla fine la distanza tra lui e il futuro presidente, che invece Donald Trump, da luglio 2020, quando sono riprese le esecuzioni federali sospese dal 2003, ha autorizzato tredici esecuzioni.
Nessun presidente statunitense ne aveva permesse così tante dal 1896. Un numero senza precedenti se si considera che dal 1988 ne erano state eseguite solo tre. E sono state tre anche negli ultimi venti giorni di Trump alla Casa Bianca. L'ormai ex presidente, mentre distribuiva grazie ad amici ed ex collaboratori, si è affrettato a chiudere il suo mandato presidenziale come aveva iniziato la sua carriera politica nel 1989, quando comprò le pagine dei principali quotidiani newyorkesi per invocare la pena di morte per cinque ragazzi, quattro afroamericani e un ispanico, accusati di aggressione e stupro, ma risultati poi innocenti.
Le esecuzioni di Lisa Montgomery, la prima donna dopo 70 anni, affetta da problemi psichici, Dustin Higgs e Cory Johnson, entrambi malati di Covid, hanno riacceso il dibattito sulla pena capitale negli Stati Uniti. Secondo i sondaggi, il favore dell'opinione pubblica per la pena di morte è in calo. E mentre arriva la decisione storica della Virginia, che diventa il 23esimo Stato abolizionista negli Usa e il primo del sud, continuano le pressioni interne perché Biden sospenda immediatamente le esecuzioni federali e commuti le sentenze dei 47 detenuti nel braccio della morte.
"Negli Stati Uniti la pena di morte è ancora in vigore perché finora ha prevalso una visione retributiva, in cui la pena è simmetrica rispetto al "male commesso", un'impostazione che in Europa da molto tempo abbiamo rifiutato", spiega Mauro Palma, giurista tra i massimi esperti in tema di diritti umani e Garante nazionale per i diritti delle persone private di libertà, che aggiunge: "Gli Stati dove c'è la pena di morte, come gli Usa, sono quelli con il più alto tasso di omicidi: non è vero che è un elemento per diminuire il numero e la gravità dei reati.
Non esiste una funzione deterrente". Tra gli studi più recenti che confermano l'assenza di correlazione tra pena di morte e tasso di omicidi, c'è quello dell'Abdorrahman Boroumand Center, un'organizzazione con sede a Washington, che ha esaminato i tassi di omicidio in undici Paesi che hanno abolito la pena capitale, constatando che in dieci di questi c'è stato un calo degli omicidi nel decennio successivo all'abolizione.
Eppure nel mondo sono ancora più di cinquanta gli Stati in cui resta in vigore. Secondo Human Rights Watch (HRW) la Cina continua a essere il peggior carnefice, seppur con numeri incerti, nell'ordine delle migliaia all'anno, seguita dall'Iran che ha giustiziato 233 persone da gennaio a novembre 2020. Le stime fornite dal rapporto 2021 di HRW sullo stato dei diritti umani nel mondo, mostrano invece un cambio al terzo gradino di questo macabro podio: se l'Arabia Saudita, da anni uno degli Stati più inclini all'uso del boia, è passata da 184 esecuzioni nel 2019 a "sole" 15 fino a novembre 2020, in Egitto si è registrato un aumento vertiginoso sia delle sentenze sia delle esecuzioni, con 171 condannati nei primi sei mesi e 83 persone giustiziate tra gennaio e ottobre 2020.
In Asia, dove si concentra gran parte dei governi che ancora applica la pena di morte, ci sono Stati come il Bangladesh, che proprio nel 2020 ha deciso di usare la pena di morte per cercare di fermare l'aumento degli stupri. O le Filippine, dove il presidente Rodrigo Duterte sta pensando di introdurre la pena capitale nell'ambito della guerra alla droga che porta avanti dal 2016, e che, secondo il rapporto di HRW, ha già causato la morte di 5903 individui durante le operazioni di polizia. Ancora, secondo il rapporto, il Pakistan è uno degli Stati con più condannati nel braccio della morte, 4600 persone. Non ci sono dati certi su Laos e Corea del Nord, dove però sono state documentate esecuzioni nei kwanliso, i campi di prigionia politica, e neppure sul Vietnam che, come la Cina, considera il numero esatto delle condanne a morte un segreto di stato.
In molti dei Paesi non ancora abolizionisti la gamma dei reati per cui è prevista la pena capitale è decisamente ampia. Basti pensare che in Cina sono 46 i reati soggetti alla pena di morte, un terzo dei quali sono di natura economica, come corruzione e uso di tangenti. In altri, come l'Iran, la pena di morte è prevista per omosessuali e adulteri, ma ancor più spesso viene comminata per reati non violenti legati alla droga.
Per mettere un punto alla pratica della pena di morte nel mondo è fondamentale il ruolo di quei Paesi di più lunga tradizione abolizionista, Italia in primis. Anche grazie agli sforzi diplomatici portati avanti dalle istituzioni e dalle associazioni di settore italiane, come Nessuno tocchi Caino (NTC) o la Comunità di Sant'Egidio, il Kazakistan il 2 gennaio 2020 ha formalmente abolito la pena capitale. Allo stesso modo, il numero record di 123 Paesi favorevoli alla moratoria per l'abolizione, registrato a dicembre 2020, è un successo almeno in parte attribuibile all'Italia, che nei primi anni 2000 ne propose il progetto e spinse l'Europa a portarla per la prima volta al voto all'Assemblea generale dell'Onu nel 2007.
Certo è che l'azione di persuasione di questi Stati può perdere efficacia se intaccata da contraddizioni o se gli impegni a favore dei diritti umani vengono compromessi da decisioni di realpolitik. Lo denuncia Elisabetta Zamparutti, di Nessuno Tocchi Caino, cofirmataria, insieme alle organizzazioni Reprieve e Iran Human Rights, dell'appello rivolto al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, perché chiarisca la posizione italiana in merito agli aiuti forniti nell'ambito delle operazioni antidroga in Iran. Zamparutti sostiene che sia una "contraddizione inaccettabile per l'Italia quella di essere in prima linea contro la pena di morte, tra i principali promotori della moratoria e poi sostenere regimi tra i più sanguinari e per giunta arrivare a fornire strumenti e supporto a operazioni che condurranno all'esecuzione degli arrestati".
L'appello fa seguito alla notizia apparsa sul Tehran Times secondo cui l'Italia avrebbe incrementato il livello di cooperazione con la polizia antidroga iraniana. Proprio il rischio che l'assistenza europea favorisca l'aumento di esecuzioni in Iran ha portato molti governi europei, tra cui quelli di Austria, Danimarca, Germania, Irlanda e Norvegia, a rifiutare di fornire tali aiuti. NTC riporta che in Iran nel solo mese di dicembre e in una sola prigione sono state confermate 50 condanne a morte per droga e che 33 delle 49 esecuzioni eseguite nel mondo nel primo mese e mezzo del 2021 sono avvenute proprio in Iran, almeno sette per reati di droga.
L'appello chiede che sia confermato "che non verrà fornita ulteriore assistenza fino a quando il governo iraniano non abolirà definitivamente la pena di morte per i reati legati alla droga", ma per ora non c'è stata risposta dalla Farnesina.
Se da un lato l'inflessibilità contro la pena di morte deve arrivare innanzitutto dalle istituzioni è altrettanto importante che anche l'opinione pubblica resti fortemente ancorata al rispetto della vita umana. "Il lungo percorso a tappe, iniziato nel 1786 con l'abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana, che ha condotto al concetto di pena utile e non retributiva, è una nostra tradizione di civiltà", sostiene il Garante Palma.
Invece ben due sondaggi nel corso del 2020 hanno paventato il rischio di un'inversione di tendenza tra gli italiani. L'ultimo, quello del Censis, secondo cui il 43,7% degli italiani sarebbe favorevole all'introduzione della pena di morte nel nostro ordinamento e tra i più giovani, il 45% la penserebbe in modo diametralmente opposto da quel 26enne Cesare Beccaria che per primo, oltre due secoli fa, si fece pioniere di una nuova concezione delle pene. Secondo Elisabetta Zamparutti: "Sondaggi e referendum non dovrebbero mai essere fatti su questioni che richiamano principi e valori universalmente acquisiti", men che meno in un situazione di assenza di dibattito pubblico. E aggiunge: "Questa percentuale è anche poca cosa, considerato lo stato delle cose che ha preso forma nella durata di un regime giudiziario e penitenziario, politico e mediatico che negli ultimi trent'anni si è mangiato lo stato di diritto, lo stato democratico e lo stato di coscienza e umanità del nostro Paese e del popolo italiano".
Allo stesso modo sarebbero da evitare le sentenze nei salotti mediatici o i post sensazionalistici sui social, che invece arrivano puntuali dopo le vicende di cronaca nera, anche da parte di alcuni politici, e che, in un modo o nell'altro, finiscono per alimentare uno sfogo senza pensiero elaborato. Basti pensare ai post che ogni tanto compaiono sui social del leader della Lega Matteo Salvini. L'ultimo in ordine di tempo neanche un mese fa: "Io sono contro la pena di morte, ma devo dire che di fronte a certa infame violenza qualche dubbio mi viene", cui ha fatto eco quello del presidente pro tempore della Calabria, Nino Spirlì: "Delitti atroci? Non avrei certezza di essere contrario a pena morte", che ha scatenato migliaia di condivisioni e commenti a favore della pena di morte.
"Sono temi che vanno sottratti all'emotività populista, e a quel senso semplicistico che c'è in alcune opinioni: vedo una cosa tremenda e penso a una soluzione drastica. Alcune questioni richiedono la ragionevolezza dell'istituzione, dello Stato", commenta Mauro Palma, che conclude: "Io sono per l'abolizione del però. Come non sono razzista, però... Ci sono temi su cui va mantenuto un valore assoluto. Quello del non diritto a uccidere è un valore assoluto".
ansamed.it, 21 febbraio 2021
Oltre 6,3 milioni le dosi somministrate, ora toccherà ai docenti. Continua l'ampliamento della platea di soggetti vaccinati per il Covid-19 in Turchia. Nei 372 istituti penitenziari del Paese, riferisce la Direzione generale per le carceri di Ankara (Cte), sono state avviate le somministrazioni a detenuti e personale carcerario.
Al momento dell'inizio della campagna di immunizzazione, si precisa, sono stati registrati 240 casi di positività in 55 prigioni, con 33 ricoveri in regime ordinario e 2 in terapia intensiva. In poco più di un mese, Ankara ha somministrato oltre 6,3 milioni di dosi, di cui quasi un milione di richiami a 28 giorni dalla prima inoculazione, come previsto per il siero prodotto dall'azienda farmaceutica cinese SinoVac.
Le immunizzazioni hanno riguardato principalmente medici e operatori sanitari, ospiti di residenze assistite e over 65. Dalla prossima settimana è atteso inoltre l'avvio delle vaccinazioni per gli insegnati, in vista di un progressivo ritorno in classe da marzo, quando secondo il presidente Recep Tayyip Erdogan inizierà anche un allentamento delle restrizioni su base provinciale. Dall'inizio della pandemia, la Turchia ha registrato oltre 2,6 milioni di casi e 27.821 vittime.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 21 febbraio 2021
Due condanne in un giorno per Aleksej Navalnyj: l'oppositore russo si è visto confermare la sua condanna al carcere per un caso di frode risalente al 2014 ed è stato multato per diffamazione. Ora potrebbe essere presto trasferito in una colonia penale, eredità dell'Unione sovietica, e costretto ai lavori forzati.
Tornato in Russia il 17 gennaio dalla convalescenza in Germania in seguito all'avvelenamento da Novichok, l'avvocato 44enne era stato arrestato con l'accusa di aver violato la libertà vigilata. Un tribunale di Mosca aveva poi convertito la pena sospesa in una sentenza definitiva condannandolo a tre anni e mezzo di carcere. Tenuto conto del periodo già trascorso da Aleksej ai domiciliari, la pena era stata ridotta a due anni e otto mesi che ieri un giudice di Mosca, respingendo l'appello, ha ulteriormente limato di un mese e mezzo.
"Il nostro Paese è costruito sull'ingiustizia", ha detto Navalnyj nel suo appassionato discorso finale citando un versetto della Bibbia ("Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati"), una frase del suo cartone preferito Rick and Morty ("Vivere vuol dire rischiare tutto. Altrimenti saresti solo un mucchio di molecole messe insieme a caso che vagano ovunque le spinga l'universo") ed Harry Potter ("Il compito del governo è convincervi che siete soli. Il nostro Voldemort nel suo palazzo vuole che mi senta tagliato fuori").
Per concludere: "Siamo un Paese molto triste, siamo in un circolo di tristezza e non riusciamo a venirne fuori. Perciò voglio cambiare slogan. Non basta che la Russia sia libera, la Russia deve essere felice". Poche ore dopo, in un processo separato, Navalnyj è stato condannato a 850 mila rubli (circa 9.500 euro) di multa per aver diffamato un veterano della Seconda Guerra mondiale che aveva difeso il referendum costituzionale pro-Putin in una clip promozionale.
Navalnyj aveva definito "traditori" le comparse nel video, senza riferirsi direttamente all'ex militare, e ha definito il processo un tentativo di screditarlo in un Paese dove la vittoria sovietica sui nazisti ha un posto centrale nella coscienza collettiva e oltraggiare un veterano è un'onta. "Perché siete tutti così tristi?", ha poi scherzato, raccontando di aver provato a fare il gelato e di aver preparato i cetrioli sottaceto nel famigerato carcere di Matrosskaja Tishina. Le due condanne arrivano dopo che la Corte europea dei diritti umani ha chiesto il rilascio dell'attivista, ma la nuova Costituzione russa ha stabilito la priorità del diritto nazionale su quello internazionale.
di Federica Bianchi
L'Espresso, 21 febbraio 2021
Piazza Tahrir al Cairo è stata il simbolo del movimento di democratizzazione che ha interessato nord-Africa e medio Oriente dieci anni fa. Ma quel sogno è morto presto, lasciando spazio alla dittatura militare. A dieci anni dalla Primavera araba, suo tentativo di risveglio, l'Egitto è ormai sprofondato in un lungo inverno dittatoriale che ha permanentemente congelato ogni anelito di democrazia. L'esercito non soltanto ha ripreso il controllo del Paese con astuzia nel 2013 ma, complice un Occidente, dagli Usa alla Francia, più interessato alla stabilità della regione che ai diritti dei suoi cittadini, negli ultimi anni Il Cairo non ha sentito il bisogno di sbandierare o fingere un sostegno popolare per esercitare il potere assoluto. Ogni opposizione è stata definitivamente stroncata senza nessuna concreta obiezione.
L'Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi ospita nelle sue carceri oltre 60mila prigionieri politici, negli ultimi due mesi del 2020 ha eseguito 57 pene capitali (il doppio rispetto a tutto l'anno precedente) e occupa il 166esimo posto su 180 in termini di libertà di stampa.
Appena salito al potere nel 2013, al-Sisi non solo massacrò durante la prima protesta 800 oppositori politici ma impose subito nuove leggi per impedire ogni futura protesta; poi nel 2015 impose una legislazione anti-terrorismo che lascia all'esercito arbitrio assoluto; nel 2017 varò una legge per privare della cittadinanza gli egiziani residenti all'estero (se ritenuti pericolosi per lo Stato) e nel 2018 passò una norma anti-terrorismo cibernetico per impedire ogni aggregazione in rete. D'altronde la rivoluzione del 25 gennaio 2011 era nata sul web e si era organizzata sui social. Questo il clima in cui nel gennaio 2016 è stato arrestato e torturato a morte Giulio Regeni, colpevole di fare troppe domande scomode, e in cui è oggi in carcere Patrick Zaki, reo di difendere i diritti umani e, in particolare, quelli delle donne. In Egitto i mariti sono ancora padroni assoluti e le mogli marciscono in galera per adulterio.
Sono anni che il mondo si interroga su come una rivoluzione che ha ridato speranza a milioni di disperati possa essere finita così male. Come dal temuto Hosni Mubarak si sia passati al crudele al-Sisi. E dire che per per due anni e mezzo piazza Tahrir, un'enorme rotonda nel cuore del Cairo, schiacciata tra il Nilo e il museo egizio, era divenuta il simbolo mondiale della democrazia, dove i progressisti del movimento 6 aprile e di Kefaya si confrontavano con i giovani della setta islamica dei Fratelli musulmani, riconoscibili per quei lividi in fronte, orgogliosamente ottenuti appoggiando di continuo il capo a terra in preghiera. Tutti intorno a una tazza di tè alla menta, uniti dallo stesso anelito non solo di democrazia ma soprattutto di espressione, un lusso, sull'altra sponda del Mediterraneo.
Ad unirli avevano il nemico. A dividerli l'ideologia senza compromessi. Gli islamisti, sostenuti dalla maggioranza del Paese, volevano ottenere il potere politico dopo decenni di oppressione. I progressisti erano e restano minoranza, ma una minoranza più preparata e dialogante con un Occidente afflitto dal terrorismo islamico. Entrambi i fronti non hanno saputo scendere a patti. Inesperienza politica e una certa dose di sfortuna hanno giocato contro. Quando il professore islamista Mohamed Morsi è stato votato democraticamente presidente nel 2012, ha fatto guerra agli ex compagni rivoluzionari anziché scendere a compromessi con i liberali di Mohamed El Baradei e tessere insieme reti per imbrigliare l'immenso potere dell'esercito, che in Egitto controlla tutto, dall'economia alla società.
Quest'ultimo ha prima finto di sostenerlo, poi si è organizzato, reclutando giornalisti locali e servizi segreti per alimentare il discontento nella popolazione verso il "terrore islamico", utilizzando con sapienza i giornalisti occidentali per diffondere la propria propaganda come fosse la volontà del popolo. Ma un movimento come Tamarod, Ribelle, di Mahmoud Badr, il giovane dalla retorica facile che passava ore a conversare con la stampa di mezzo mondo, si scoprì dopo, era tutto tranne che figlio del popolo. Così, senza rendersene conto, in un tripudio di bandiere e canti patriottici, l'Egitto è finito contento nel colpo di Stato ordito dall'esercito, salutato come custode della Patria, il 3 luglio 2013. Non intuendo neppure che, l'arresto del presidente Morsi, avvenuto qualche giorno dopo, rappresentava un nefasto presagio del futuro. Un futuro che oggi è cronaca.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 21 febbraio 2021
Il destino di uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, grande quanto la Francia, che parla russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali. Povera Ucraina, tornata nel dimenticatoio dopo una fugace notorietà nel 2019, quando Trump cercò di colpire il rivale Biden mettendo nel mirino gli affari del figlio Hunter con gli oligarchi di Kiev. Povera Ucraina, di nuovo in soffitta benché la sua guerra civile tra filo-russi e occidentalisti abbia fatto in sette anni, 14.500 morti e decine di migliaia di feriti.
Ma chi ne parla? Dopotutto l'Ucraina è uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, anche se è grande quanto la Francia. Povera Ucraina, condannata dalla Storia a parlare russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali (a questi si richiamavano i dimostranti di Piazza Maidan).
Povera Ucraina che nel 1954 ricevette da Krusciov il regalo avvelenato della Crimea, oggi annessa dalla Russia di Putin e da allora diventata il secondo Muro dopo quello del Donbass, per la disperazione di chi lamenta la mancanza di una unità nazionale che il crollo dell'URSS pareva aver promesso. Povera Ucraina, che oggi teme di perdere i proventi del transito del gas russo diretto in Occidente se Berlino e Mosca riusciranno a completare il NorthStream-2 a dispetto delle sanzioni americane.
Che nel suo esercizio di democrazia dell'aprile 2019 ha eletto Presidente Volodymyr Zelenski, un attore comico noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di presidente in uno sceneggiato tv. Ma uomo nuovo che prometteva guerra alla corruzione e un accordo con la Russia. Due anni dopo purtroppo la corruzione è come sempre dilagante (e blocca gli aiuti FMI e UE), e con Putin i sorrisi si alternano a colpi bassi micidiali (chiuse le TV filo-russe in Ucraina, sanzioni contro novanta imprese ucraine in Russia). Gli accordi di Minsk, il "formato Normandia"? Interessano solo un piccolo gruppo di diplomatici. E Biden, se entrasse in scena, non aiuterebbe. Del resto Ucraina, e Libia, vengono considerate affari degli europei. La Libia è già persa, ora povera Ucraina.
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