di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 22 febbraio 2021
A Via Arenula servirebbe un viceministro solo per le carceri. Contro la demagogia punitiva. Il nuovo esecutivo accende speranze anche per il settore della giustizia penale. Cose da fare.
La prospettiva del nuovo esecutivo Draghi come governo di competenti accende speranze anche per lo specifico settore della giustizia penale. Un settore che - com' è noto ed è stato ribadito nelle recenti cerimonie d'apertura dell'anno giudiziario - soffre di così gravi e multiformi patologie, da richiedere in teoria una strategia integrata di interventi chirurgici e di terapie troppo complessa e sofisticata per poter essere anche soltanto concepita da un Guardasigilli grillino intriso di rozza demagogia populista come l'uscente Alfonso Bonafede.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 22 febbraio 2021
Le uniche novità sono che nessuno vuole più operare all'interno del carcere, tanto che si palesa una fuga da parte del personale, in particolare della custodia, verso il mondo esterno, alla ricerca di compiti altri estranei al contesto. La situazione nella quale si trova ora il Corpo di Polizia Penitenziaria è di totale stallo: spicca di vedetta di fronte al Deserto dei Tartari della giustizia, salvo poi trovarsi assalita, d'impeto, da una circolare del Ministero degli Interni a firma del Capo della Polizia.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 22 febbraio 2021
La morte di Raffaele Cutolo era, purtroppo, prevedibile. Non tanto per la sua età, ma perché, da tempo, in gravissime condizioni di salute. Il 6 luglio scorso, l'Unione Camere Penali Italiane, con l'Osservatorio Carcere, aveva denunciato che, nonostante il quadro sanitario allarmante, non era stata autorizzata la visita del medico di fiducia, per non meglio specificate "ragioni di opportunità".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 febbraio 2021
Parla Claudio Salvia. "Ogni anno partecipo con la comunità di Sant'Egidio al pranzo di Natale nel carcere di Poggioreale che porta il nome di mio padre. Servo a tavola gli ospiti, non mi va di chiamarli detenuti". È così che Claudio, figlio di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso il 14 aprile 1981 dalla camorra guidata da Raffaele Cutolo, trasforma il dolore in impegno sociale. Claudio aveva tre anni quando suo padre fu ucciso, quell'evento ha segnato profondamente la vita della sua famiglia e inevitabilmente anche la sua.
di Aldo Aceto*
quotidianogiuridico.it, 22 febbraio 2021
Spazio detentivo minimo e violazione dell'art. 3 Cedu: per una lettura conforme ai canoni di dignità e umanità della pena. Le sezioni Unite penali della Corte di cassazione hanno dato risposta ai seguenti quesiti: "Se, in tema di conformità delle condizioni di detenzione all'art. 3 CEDU come interpretato dalla Corte EDU, lo spazio minimo disponibile di tre metri quadrati per ogni detenuto debba essere computato considerando la superficie calpestabile della stanza ovvero quella che assicuri il normale movimento, conseguentemente detraendo gli arredi tutti senza distinzione ovvero solo quelli tendenzialmente fissi e, in particolare, se, tra questi ultimi, debba essere detratto il solo letto a castello ovvero anche quello singolo".
"Se, nel caso di accertata violazione dello spazio minimo, possa comunque escludersi la violazione dell'art. 3 CEDU nel concorso di altre condizioni, come individuate dalla stessa Corte EDU (breve durata della detenzione, sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella con lo svolgimento di adeguate attività', dignitose condizioni carcerarie) ovvero se tali fattori compensativi incidano solo quando lo spazio pro capite sia compreso tra i tre e i quattro metri quadrati" (Cassazione penale, sezioni Unite, sentenza 19 febbraio 2021, n. 6651).
La soluzione - Nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello.
I fattori compensativi costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie, dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività', se ricorrono congiuntamente, possono permettere di superare la presunzione di violazione dell'art. 3 CEDU derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a tre metri quadrati; nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i tre e i quattro metri quadrati, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono alla valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all'istanza presentata ai sensi dell'art. 35-ter ord. pen.
*Consigliere della Corte di cassazione
di Valentina Errante
Il Messaggero, 22 febbraio 2021
Il fatto non sussiste o non costituisce reato. Da Nord a Sud, circa il 70% delle inchieste per abuso di ufficio si chiude con archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni. Nelle more, però, saltano carriere e incarichi di funzionari pubblici, professori universitari e dirigenti, perché le inchieste e i processi che vengono istruiti, per il reato, più difficile da dimostrare, durano anni.
Di storie emblematiche ce ne sono tante. Come quella di Walter Orlandi, all'epoca direttore generale della sanità regionale ed ex dg dell'azienda ospedaliera "Santa Maria della Misericordia" di Perugia, era finito sotto accusa per avere favorito la carriera della dottoressa Manuela Pioppo, nominata direttore sanitario del presidio. Il caso-Orlandi aveva preso le mosse dall'esposto presentato da due medici del Santa Maria della Misericordia nel 2015.
Orlandi, secondo il pm Paolo Abbritti, sarebbe stato colpevole di aver determinato una concentrazione di incarichi, procurando alla donna un ingiusto vantaggio patrimoniale di 109 mila euro a titolo di corrispettivi indebitamente erogati. Il medico aveva sempre respinto le accuse sostenendo di avere agito correttamente. Nel 2019, mentre le indagini erano in corso, Orlandi è andato in pensione, sulla decisione della Regione aveva pesato anche l'indagine. L'assoluzione è arrivata lo scorso 2 dicembre prima che iniziasse il dibattimento: "Il fatto non costituisce reato". Ma a novembre il potentissimo dirigente regionale era tornato in corsia a fare il medico di base, in un Covid hotel allestito dalla Regione Lazio dedicato ai pazienti dimessi dagli ospedali campo. Per l'ispettore di polizia di Messina Luigi Cavalcanti, invece, sono stati necessari undici anni prima di ottenere l'assoluzione dalla Corte d'Appello.
In primo grado, nel 2017, l'ispettore era stato condannato a otto mesi di reclusione. E, nonostante l'accusa avesse richiesto la conferma integrale del verdetto, i giudici di secondo grado hanno concluso che la condotta contestata a Cavalcanti non costituisse reato, e lo hanno assolto. E poliziotto era finito sotto accusa per abuso d'ufficio, perché era intervenuto in una complicata vicenda ereditaria. Per undici anni la sua carriera in polizia si è fermata.
Dalla Calabria alla Lombardia. Anche per i sindaci e i governatori il reato non regge. L'ex presidente della Regione Molise, Michele Iorio, eletto con una coalizione di centrodestra, ha chiuso la sua vicenda giudiziaria di abuso d'ufficio in Cassazione nel 2018, dopo un'assoluzione in primo grado e la condanna a sei mesi in Appello, che gli era costata la sospensione dal consiglio regionale. La vicenda era legata alla cessione delle quote dello Zuccherificio del Molise ed è finita in un nulla di fatto anche per l'ex assessore Gianfranco Vitagliano.
Anche il governatore campano Vincenzo De Luca, Pd, è stato assolto dalla stessa accusa nel processo Crescent, per il complesso immobiliare sul lungomare di Salerno. E non è andata diversamente per Giuseppe Sala, sindaco Pd di Milano ed ex commissario unico di Expo: l'accusa relativa all'appalto per la Piastra dei servizi Expo è caduta con un proscioglimento.
Nel 2015 assoluzione anche per l'allora governatore pugliese Nichi Vendola, accusato di abuso d'ufficio in relazione alla selezione di un posto di primario. Mentre per il sindaco di Roma Virginia Raggi sono stati gli stessi pm ad archiviare il reato.
di Alessandro Maria Li Donni
orvietolife.it, 22 febbraio 2021
Fino ad ora si era riusciti ad evitare un cluster, seppure piccolo ad Orvieto ma, secondo notizie non ancora ufficialmente confermate ma riferite da più fonti nella casa circondariale di Orvieto sarebbero in attesa di risposta al tampone classico 8 agenti della Polizia Penitenziaria e 4 detenuti per un totale di 12 persone.
Non si hanno conferme ufficiale, lo ribadiamo, ma se i numeri fossero confermati potrebbe essere il primo cluster interno ad una comunità. Sono scattati i protocolli riguardanti il tracciamento per gli agenti della penitenziaria ed anche per i detenuti e lo screening per capire l'entità del contagio e decidere, di conseguenza, eventuali azioni di controllo e isolamento se le autorità sanitarie competenti lo dovessero ritenere necessario. Prima, però, di avanzare ipotesi sul prossimo futuro attendiamo che arrivino le conferme ufficiali soprattutto sui numeri del contagio.
linkabile.it, 22 febbraio 2021
In tutte le parrocchie della Campania oggi si è celebrata la giornata di preghiera, di sensibilizzazione e condivisione per i carcerati. A Poggioreale la celebrazione Eucaristica è stata presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli mons. Gennaro Acampa e concelebrata da tutti i cappellani. In chiesa detenuti del padiglione Firenze, i canti sono stati eseguiti da un gruppo di detenuti del padiglione Genova.
Presente all'incontro il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Nella sua introduzione il responsabile dei cappellani di Poggioreale don Franco Esposito ha dichiarato: "Come Chiesa di Napoli, in questo tempo, non abbiamo mai fatto mancare la nostra presenza attraverso i cappellani, le suore e qualche volontario.
Grazie alla generosità delle nostre parrocchie siamo riusciti a distribuire i generi di prima necessita raccolti tra i fedeli nella giornata per i carcerati e anche in altri momenti organizzati da tanti parroci particolarmente sensibili a questa problematica. Il carcerato è sempre il frutto di un albero: la nostra società, che lo produce, e dopo averlo prodotto lo giudica, lo condanna e lo rinchiude, pensando che la struttura carceraria lo possa cambiare.
Il carcere invece con tutto il suo pur innovativo ordinamento rieducativo non sempre vi riesce, la stragrande maggioranza dei detenuti esce dal carcere segnata in modo negativo, mortificati nella dignità, esclusi ormai da qualsiasi possibilità di reinserimento sociale, lavorativo, culturale." Durante la preghiera dei fedeli il garante Ciambriello ha invitato a chiedere la misericordia di Dio per i quattro detenuti campani morti per Covid, per i tre agenti penitenziari (l'ultimo l'altro giorno, un sovrintendente di 57 anni di Poggioreale), e il medico di Secondigliano.
Ciambriello ha poi concluso: "Ringrazio i cappellani e i volontari che entrano in carcere per stare con i detenuti, sono una terra di mezzo, un ponte tra il dentro e il fuori, una zattera dove i diversamente liberi si rigenerano da ansie, paure. Sono i generosi cristiani che vivono "La Chiesa in uscita" e con gioia la sesta opera di misericordia corporale Visitare i carcerati, che è di certo la più disattesa tra tutte le altre."
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2021
Ezzat Mohamed Kamel aveva 70 anni. Gli appelli presentati alla Procura per farlo curare in un ospedale esterno al carcere sono caduti nel vuoto. È la nona vittima della negligenza medica nelle carceri dall'inizio dell'anno. E i sintomi del Covid vengono considerati dalle autorità come semplici episodi influenzali.
Il Coronavirus è ormai dentro le carceri egiziane e inizia a mietere vittime. In quello di Tora al-Balad, il famigerato penitenziario alla periferia meridionale del Cairo, l'ultimo decesso risale alla mattinata di martedì con la morte di un ex professore del dipartimento di chirurgia ortopedica dell'Università Ain Shams. Ezzat Mohamed Kamel aveva 70 anni e nonostante i disperati appelli presentati dal suo avvocato alla Procura per la Sicurezza Nazionale per farlo curare in un ospedale esterno al carcere non c'è stato nulla da fare per salvargli la vita: "Con il professor Kamel salgono a nove le vittime per reati politici all'interno delle carceri egiziane dall'inizio del 2021, tutte per negligenza medica", affermano in una nota alcune organizzazioni anti-regime.
Da quanto è stato possibile ricostruire, il professor Kamel si è infettato nel gennaio scorso dentro la prigione dove sono rinchiusi decine e decine di attivisti per la difesa dei diritti umani. Tra loro il 'nostro' Patrick Zaki che pochi giorni fa ha superato il primo anno di detenzione in attesa di giudizio. Il timore di contrarre il virus all'interno della prigione di Tora è uno degli scenari più temuti dai familiari e dai sostenitori di Zaki, soprattutto in considerazione della totale mancanza di cure mediche adeguate all'interno del penitenziario. Quelli che sono considerati i sintomi tipici della polmonite bilaterale, in Egitto come nel resto del mondo in piena emergenza pandemica, febbre alta, spossatezza e oppressione al petto, vengono considerati dalle autorità egiziane come semplici episodi influenzali. E probabilmente è quanto accaduto anche al professor Kamel, un professionista stimato, un docente universitario di livello, arrestato il 18 dicembre scorso e buttato dentro una cella con l'accusa infamante di "aver preso il comando di un gruppo terroristico" in base ad un rapporto della Sicurezza Nazionale.
"Il dottore si è ammalato più di due settimane fa - spiega l'avvocato del defunto, Nabeh Elganadi. Il procuratore non ha mai risposto ai nostri appelli per trasferirlo in un ospedale esterno al carcere per essere curato, nonostante la malattia aumentasse il suo peso e nonostante l'età". L'ultimo appello per far curare il docente universitario è stato il 6 febbraio scorso, anch'esso caduto nel vuoto. Non è da escludere che il professor Ezzat Kamel si sia infettato nei giorni in cui è rimasto nella stazione di polizia subito dopo il suo arresto, prima del trasferimento a Tora. I sintomi, tuttavia, il docente li ha iniziati ad avere in cella e in due settimane lo hanno portato alla morte. Adesso l'avvocato e i familiari di Ezzat Mohamed Kamel attendono la salma per lo svolgimento dell'autopsia e l'apertura di un fascicolo sulla sua morte.
Le critiche al regime sulla gestione della pandemia in Egitto sono state fatali per Kamel, iscritto al caso giudiziario 970 del 2020. La notte del 18 dicembre i soliti sgherri della Nsa sono piombati dentro la sua abitazione, divisa con la famiglia, hanno sequestrato telefono e pc e da quel giorno di lui non si è più saputo nulla per una settimana. Il 26 dicembre Kamel è ricomparso davanti alla Procura della Sicurezza Nazionale che gli ha rinnovato il primo periodo di custodia cautelare in carcere. Come Zaki e tutti gli altri prigionieri di coscienza lasciati a marcire per anni senza processo.
A proposito di attivisti e Coronavirus, qualcosa di molto simile alla tragedia dell'ortopedico è accaduta ad Ahmed Douma, una delle anime della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011. Douma, 35 anni, arrestato sotto ogni regime che si è alternato negli ultimi quindici anni, a differenza di Zaki e di tanti altri, una condanna l'ha ricevuta all'ergastolo nel febbraio del 2015, poi ridotta a 15 anni nel gennaio 2019. La sua positività al Coronavirus è notizia di questi giorni, denunciata dallo stesso Douma proprio nel giorno della morte del professor Kamel.
Rispetto al docente, Douma ha la metà degli anni e questo per ora sta facendo la differenza, ma la situazione clinica del noto blogger (il suo volto stampato sui muri di ogni strada del Cairo) è attenzionata.
La situazione resta comunque seria e tutte le organizzazioni dell'attivismo egiziano si sono mobilitate chiedendo cure specifiche per lui. Anche il giornalista di al-Jazeera Mahmoud Hussein, scarcerato pochi giorni fa dopo quattro anni di carcere, avrebbe contratto il Coronavirus secondo le ong del Cairo. Hussein divideva la cella con Douma nella sezione di Tora Liman e forse non è un caso che entrambi siano risultati positivi al virus. Lo stesso Douma oltre a rendere nota la sua malattia ha fatto emergere l'ipotesi che all'interno del penitenziario di Tora i casi di Covid-19 possano essere diversi.
di Walter Veltroni
La Stampa, 22 febbraio 2021
"State buoni, se potete". L'antico ammonimento di San Filippo Neri vale per il progressivo degradare del discorso pubblico in questo Paese. Si moltiplica, generato e amplificato dall'universo dei social, l'uso sconsiderato di uno dei beni più preziosi di cui disponiamo: le parole.
Se autorevoli docenti universitari di sinistra, persone di cultura, si lasciano andare a incredibili espressioni, come è accaduto nei confronti di Giorgia Meloni, che contengono più manifestazioni di disprezzo: nei confronti di chi ha opinioni diverse dalle proprie, di chi è donna e anche di chi fa lavori umili, evocati come paradigma della volgarità.
Spero e non credo che chi ha pronunciato quelle parole coltivi realmente, razionalmente, dentro di sé quei molteplici disvalori. Ma lo "spirito del tempo" sembra autorizzare l'insulto come forma normale di comunicazione, come codice capace di assicurare ascolto e seguito. Non esiste un odio giusto e uno sbagliato.
L'odio va sempre odiato. E personalmente ritengo parte di questo male il carattere sincopato delle reazioni, che si accendono se viene colpita la propria parte e si attenuano fino a sparire quando riguardano gli avversari. Anzi, in questo tempo livido, i "nemici". Se si ha l'onestà di condannare, come ha fatto il presidente della Repubblica, gli epiteti orrendi usati contro Giorgia Meloni si ha poi l'autorità per condannare episodi analoghi di segno opposto. E viceversa.
L'intermittenza dell'indignazione è parte di questo clima venefico. Quello che ha generato l'assurdità, non troppo censurata a destra, degli insulti e delle minacce fasciste a una donna, il meglio della società italiana, come Liliana Segre.
Proprio lei ha detto: "Mi sono data il compito di fare qualcosa per evitare che il mondo vada verso una deriva d'odio. L'odio nasce dalle parole e dai piccoli gesti quotidiani e poi finisce nell'orrore, come io ho potuto vedere da chi prima l'ha predicato con le parole e poi messo in pratica con i fatti". L'odio di sinistra e quello di destra si assomigliano. Non hanno a che fare con il conflitto, che è anima della democrazia. L'odio è sempre la demonizzazione della diversità, di ogni diversità. Quella razziale, religiosa, sociale, di sesso. E quella politica. Eppure la storia dovrebbe aver insegnato ai vari seminatori d'odio di professione che poi può capitare, ed è allora grottesco, che il bersaglio dei propri stirali ad un certo punto, oplà, diventi non solo il rispettato interlocutore di un dibattito ma persino un alleato di governo.
Ho un'immagine che porto nella memoria. Quella di Sandro Pertini che, negli anni in cui i ragazzi di destra e di sinistra si uccidevano per le strade, si recò, lui presidente partigiano, al capezzale di un ragazzo di destra preso a sprangate dai violenti di turno. Odiamo l'odio, tutti insieme. Solo così si vedranno nitidamente le differenze di valori e programmi. Quelle di cui una democrazia ha bisogno.
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