di Marinella Salvi
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
L'associazione assiste migranti accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Presidio spontaneo in piazza Libertà, ieri pomeriggio, per ricordare che quella è la piazza di tutti, la piazza di Linea d'Ombra e della Strada Si.Cura e dei migranti feriti, affamati, spaventati, che hanno percorso la rotta balcanica e sono arrivati fino a lì. Pochi, alla spicciolata, attraversando nazioni e confini e filo spinato, rincorsi dai cani, bastonati dalle polizie, ributtati indietro senza spiegazioni nella neve delle discariche e dei boschi della Bosnia. Senza diritti, nemmeno quello di provare a sopravvivere.
Solidarietà a Linea d'Ombra perché all'alba la polizia aveva fatto irruzione nell'abitazione privata di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir che è anche sede dell'associazione. Sono stati sequestrati i telefoni personali, i libri contabili e diverso altro materiale, alla ricerca di prove per un'imputazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il notiziario regionale ha balbettato qualcosa riguardo al presunto aiuto fornito ad una famiglia di curdi, chissà come, chissà quando.
I lettori del manifesto hanno imparato a conoscere Lorena, hanno letto più volte della sua presenza in piazza e come i suoi genitori partigiani le avessero insegnato l'attenzione per gli ultimi ed il rispetto per la vita. Un lascito che Lorena ha rispettato con tutte le sue forze, con a fianco Gian Andrea compagno di una vita e i volontari che, sempre più numerosi, hanno scelto di esserci. Così, con il suo carrettino verde ecco Lorena ogni pomeriggio in Piazza Libertà, la "piazza del mondo", a portare un gesto di solidarietà e attenzione, una medicazione, un panino, un po' d'acqua.
È anche grazie a Lorena, a Gian Andrea e agli altri volontari, se questa città riesce a riscattarsi dall'immagine di intolleranza e razzismo che mostra troppo spesso. È grazie a loro se un gesto umanitario è diventato un gesto politico chiarissimo, un'accusa senza sconti dell'ingiustizia, una scelta di campo di assoluta coerenza.
Questa improvvisa iniziativa delle forze dell'ordine, le modalità stesse della perquisizione, preoccupano e sgomentano. Brutto segnale in una città dove, tra l'altro, l'amministrazione comunale di destra non ha organizzato nulla per chi non ha una casa, per accogliere chi arriva, per il freddo dell'inverno; anzi, ha chiuso l'Help Center che da anni si trovava in stazione e i Centri diurni che garantivano almeno un momento di calore, un bagno, l'acqua, a chiunque ne avesse bisogno.
A questa sordità, a questa quotidiana umiliazione della dignità umana, hanno sempre cercato di supplire l'ICS, la Caritas e i tanti che non voltano la schiena alla sofferenza ma la accolgono cercando di mitigarla, come Lorena e Gian Andrea.
Già in mattinata, ieri, il comunicato di Linea d'Ombra: "Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un'azione perseguitata più che l'apologia al fascismo, come abbiamo potuto vedere il 24 ottobre scorso proprio in Piazza Libertà" (il riferimento è alla manifestazione di neofascisti autorizzata dalle autorità cittadine e "difesa" da un ingente spiegamento di polizia, ndr). Prosegue il comunicato: "Condanniamo le azioni repressive nei confronti di chi è solidale, chiediamo giustizia e rispetto di quei valori di libertà, dignità ed uguaglianza, scritti nella costituzione, che invece lo Stato tende a dimenticare".
Durissimo anche il comunicato di Rete Dasi: "Le uniche pratiche esplicitamente fuori legge sono quelle che si arroga lo Stato nei suoi respingimenti informali contro i richiedenti asilo che giungono in Italia e che vengono rimandati in Slovenia e giù giù, attraverso maltrattamenti e vere e proprie torture fino in Bosnia". Vicinanza a Lorena e Gian Andrea viene espressa da Rifondazione Comunista: "Riteniamo che i reati di clandestinità e di solidarietà siano il frutto di ideologie superate e contrarie ai diritti umani, purtroppo tramutatesi in leggi dello Stato. Esprimiamo piena vicinanza a Fornasir e Franchi. La solidarietà non si inquisisce né si processa!" e dal consigliere regionale di Open Sinistra FVG Furio Honsell: "Esprimiamo sconcerto e preoccupazione per le notizie relative alle indagini su Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che rappresentano un esempio di solidarietà nei confronti degli ultimi. Siamo fiduciosi che la Giustizia al più presto chiarirà il loro ruolo con piena soddisfazione di chi non è indifferente al problema dei migranti".
Sono in tanti a chiedere che sia fatta rapidamente luce sulla vicenda e a sperare si possa realizzare al meglio l'ultima iniziativa di Lorena, quel "ponte di corpi" che ha lanciato un mese fa stilandone il bel manifesto. È la convocazione di donne e uomini per chiedere l'apertura delle frontiere: il 6 marzo "un ponte di corpi" attraverserà l'Italia dal sud al nord e, nello stesso giorno, alcune donne si incontreranno sul confine più violento, quello della Croazia. Un'azione per gridare contro le violenze e i respingimenti di cui sono vittime ogni giorno donne e uomini della rotta balcanica. "Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita" scrive Lorena "Noi siamo coloro che dicono no alla paura. Noi siamo coloro che maledicono i confini".
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
I rapimenti non sono certamente l'unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona.
La verità. Tutti si impegnano a cercarla, come sempre, di fronte all'assassinio di "servitori dello stato" diventati "eroi". I giornali "aprono gli occhi" sull'Africa ma li chiuderanno subito dopo la sepoltura delle salme. Difficilmente si scoprirà cosa si nasconde veramente dietro l'agguato teso al convoglio del World Food Programme.
Che trasportava anche l'ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Ipotesi diverse, plausibili che lasceranno il posto all'oblio. Come in molti altri casi.
La politica, i media non si occupano di un continente grande e soprattutto ricchissimo, ma le sue ricchezze sono fonte di sfruttamento, affari, speculazioni che si realizzano meglio senza testimoni. Nelle zone dove i conflitti sono endemici e le risorse naturali enormi sono in molti i contendenti che per combattere la propria guerra usano qualsiasi mezzo.
E la regione del Kivu è una di queste: minerali tra i più preziosi (come il coltan, il cobalto e i diamanti), una zona estremamente fertile, il parco nazionale dei Virunga, il più grande dell'Africa e patrimonio dell'Unesco, paradiso dei gorilla di montagna, il lago Kivu che copre un giacimento di metano.
In questo contesto sono nati e si sono moltiplicati i gruppi armati, tra i quali quelli formati dagli hutu che hanno lasciato il Ruanda dopo il genocidio contro i tutsi senza rinunciare a riprendersi il controllo del paese e il ramo locale dello Stato islamico. Milizie che si scontrano con i ranger che proteggono il parco (sei di loro sono stati uccisi all'inizio di gennaio), le Forze armate della repubblica congolese e i caschi blu della missione delle Nazioni unite (Monusco).
Si tratta della più importante missione Onu in Africa - conta oltre 17mila unità tra civili e militari (12mila) - istituita undici anni fa nel 2010 per proteggere i civili, personale umanitario e attivisti dei diritti umani e sostenere il governo del Congo per stabilizzare e consolidare la pace. In scadenza lo scorso dicembre, la missione era stata prolungata di un anno riducendo però il dispiegamento nelle regioni in cui "la minaccia rappresentata dai gruppi armati non è più significativa".
Lunedì mattina quando l'ambasciatore italiano è stato colpito si trovava su un'auto della missione Onu. Questo fatto suscita molti dubbi sulla capacità della Monusco di proteggere civili e personale umanitario, di valutare la pericolosità della situazione e di mettere in campo le azioni di peacekeeping.
L'imboscata mirava a sequestrare o a uccidere i componenti del convoglio? La dinamica dei fatti sembra accreditare il tentativo di sequestro, anche perché di rapimenti ce ne sono spesso nella zona anche se soprattutto di locali, per estorcere denaro. Lo scontro a fuoco, pare, con ranger ha portato al drammatico epilogo e l'intervento delle forze governative è servito solo a trasportare in ospedale a Goma Luca Attanasio ma non a salvargli la vita.
I rapimenti non sono certamente l'unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona. Non è azzardato immaginare che le imprese che lavorano nella regione, per la loro "sicurezza", siano costrette a dare il loro contributo alle milizie di turno.
Ma al di là di tutte le supposizioni un dato è certo: in queste situazioni di conflitti esasperati a rimetterci sono le persone che si mettono in gioco, che non si accontentano di condannare o di stare a guardare, che scelgono da che parte collocarsi, quella della popolazione che soffre, anche per colpa nostra. Ancora più grave quando affrontando una pandemia dagli esiti incerti in tutto il mondo ci si preoccupa solo di suddividere i vaccini tra europei o occidentali lasciando gli scarti ai popoli del sud del mondo. Dove solo la Cina è arrivata, sicuramente non per altruismo, ma per un tornaconto che si traduce in una penetrazione capillare nel continente africano ricco di materie prime. La Cina è diventata un nemico per l'occidente difficile da combattere con l'egoismo dei privilegiati. Luca Attanasio parlava del suo lavoro come di una "missione", altri di "restare umani" di fronte alla barbarie.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 24 febbraio 2021
Il veleno e la prigione hanno trasformato un oppositore (l'unico) in un vero eroe. Che però un giorno potrebbe rivelarsi un Putin 2.0. Ecco come. E soprattutto perché. Camicia rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare, l'oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di tre anni fa. "Sono una persona semplice. Non sono un dissidente" insisteva nel suo ufficio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. Sulla sua scrivania fogli e libri sparsi, un notes e un pc. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre nello studio televisivo si lavorava all'ultima video-inchiesta sull'élite putiniana. "I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. So di stare dalla parte del bene. Con me, dalla parte del bene, c'è tantissima gente".
Oggi Aleksej Navalnyj è entrato a pieno titolo nel mito dell'eroe del bene. Avvelenato, partito sei mesi fa dalla Russia in coma e miracolosamente guarito in Germania, ha smascherato i suoi attentatori ed è tornato in patria pur consapevole che lo avrebbero incarcerato. Sapeva che solo così avrebbe potuto rivendicare il ruolo che inseguiva da anni: nemico pubblico numero 1.
A prima vista sembrerebbe esattamente l'uomo che l'Occidente vorrebbe al Cremlino. Anti-corruzione, anti-oligarchia e, soprattutto, anti-Putin. Ma a differenza dei vecchi dissidenti sovietici, Navalnyj non combatte per il diritto di criticare il potere, ma per il potere stesso. E quindi non è affatto detto che il peggior nemico oggi di Vladimir Putin diventi il miglior amico domani della democrazia.
La corsa verso il vertice dell'avvocato 44enne inizia nel 2007 con un blog, un samizdat digitale. Laureato in Legge con un master in Finanza, Navalnyj acquista azioni di compagnie statali e invoca il suo statuto di azionista di minoranza per esigere l'accesso ai conti che pubblica su LiveJournal e poi su Navalny.ru. Reduce da una borsa di studio a Yale, nel 2010 lancia il sito RosPil che scava nelle irregolarità degli appalti pubblici. Si circonda di giovani attivisti che lo venerano - anche se lui è un decisionista, a tratti autoritario - e si finanzia con microdonazioni. Comincia così la sua lotta al malaffare che porterà alla nascita della Fondazione anti-corruzione (Fbk) e di un canale YouTube che oggi conta oltre sei milioni di iscritti.
Il "Julian Assange russo" nel contempo non nasconde le sue simpatie nazionaliste. Partecipa all'annuale Marcia Russa dell'ultradestra e lancia il movimento patriottico Narod, Popolo. Iniziative che nel 2007 gli costano l'espulsione dal partito liberale Jabloko, dove militava dal '99. Paragona i caucasici a scarafaggi da eliminare, preferibilmente con una pistola. E quando l'anno dopo scoppia il conflitto in Ossezia del Sud, sostiene l'intervento russo a Tbilisi e invoca l'espulsione dei georgiani chiamandoli grizuni: roditori. Benché oggi rinneghi gli insulti razzisti, in realtà Navalnyj non ha cambiato posizione. Anzi dice che, se fosse presidente, non restituirebbe la Crimea all'Ucraina. Nonostante tutto ciò, in una Russia asfittica, oggi è lui l'unico in grado di mobilitare la popolazione.
Come? Dieci anni fa l'infaticabile censore del potere comprende che l'opposizione virtuale può diventare materiale, il dissenso in rete un movimento di piazza. All'indomani delle contestate parlamentari del 2011, sul suo blog e su Twitter invita "nazionalisti, liberali, sinistroidi, verdi, vegetariani, marziani" a scendere in strada. Lo slogan arriva per caso in un'intervista radio: etichetta Russia Unita, la formazione al potere, "il partito dei ladri e truffatori". La formula diventa virale. All'appuntamento si materializzano cinquemila persone: "criceti del computer", li chiama il leader russo. È la prima grande rivolta dell'era Putin, avvisaglia delle oceaniche proteste che riempiranno Piazza Bolotnaja per tutto l'inverno. Talentuoso oratore, il giovanotto alto, biondo e dagli occhi blu galvanizza le folle con attacchi virulenti. Ma le strade presto si svuotano. Dei leader della rivolta non resta nessuno. Molti, come lo scacchista Kasparov, scelgono l'esilio, altri vengono neutralizzati da scandali e carcere. Nemtsov viene ucciso. Resta Navalnyj, che diventa così l'unico volto dell'opposizione "anti-sistemica" costretta a operare fuori delle strutture ufficiali.
Il ribelle della politica russa aggira la censura grazie a internet. Insieme al team di Fbk martella il cerchio magico putiniano con clip che mescolano l'approccio forense a satira e cultura pop. Nel 2017 il video sulla corruzione di Dmitrij Medvedev diventa la miccia di un'ondata di proteste che per la prima volta non si limita a Mosca, ma attraversa la Russia lungo tutti gli undici fusi orari.
Lo stesso miracolo che si è ripetuto un mese fa dopo la pubblicazione dell'inchiesta sul lussuosissimo "Palazzo di Putin". Se nel 2017 il simbolo del malcontento erano paperelle di plastica e scarpe sportive, allusione a uno stagno popolato da anatre e a una collezione di sneakers dell'allora premier, stavolta il feticcio è uno scopino da water, riferimento agli scopettoni dorati che arrederebbero i bagni del presidente. La forza di Navalnyj sta anche in astuzie come queste. È così che è diventato un attore riconoscibile nella Russia politicamente esangue di Putin: senza bisogno di partiti o coalizioni, ma grazie a milioni di seguaci sul web che riesce a convertire alla piazza.
Per la prima volta Putin ha un avversario. E inizia la persecuzione giudiziaria. Processi costruiti ad arte, sostiene Navalnyj - e la Corte europea dei diritti umani gli dà ragione. Il fratello minore Oleg finisce in una colonia penale. Aleksej colleziona 474 giorni agli arresti tra detenzioni amministrative e domiciliari, anche se passa solo una notte in carcere e non sconta mai pene lunghe. È ancora la tattica del Cremlino: ostacolarne l'attività d'oppositore senza però farne un eroe. Nel 2013 le autorità lasciano addirittura che si candidi come sindaco di Mosca. Nella sorpresa generale Navalnyj ottiene il 27 per cento e sfiora il ballottaggio. Cinque anni dopo, "il blogger" - come lo chiama Putin senza mai citarlo per nome - mira ancora più in alto: la presidenza. La sua piattaforma punta su lotta alla corruzione e sentimenti anti-élite. Promette di liberare le ricchezze monopolizzate dall'oligarchia per fornire istruzione, sanità e infrastrutture. Slogan vaghi e populisti.
Lui rifugge collocazioni politiche: "Le definizioni ideologiche europee non si applicano qui. I comunisti si definiscono di sinistra, ma sono conservatori di destra, per di più religiosi. Mentre il nostro partito liberaldemocratico è quello del nazionalista Zhirinovskij" ci disse allora. Stavolta il Cremlino non ammette rivali e respinge la candidatura col pretesto dei precedenti penali. Navalnyj si lancia comunque nella campagna sul terreno. Apre uffici in 84 città, subisce raid e provocazioni. Viene colpito con la zeljonka, o "verde brillante", un liquido antisettico. Per poco non perde un occhio. "La mia famiglia mi sostiene. Mia moglie Julija è persino più estremista di me. I miei figli, Dasha e Zakhar, si divertono a scovare gli agenti che ci pedinano. Per loro è un gioco. Come si dice? Se la vita ti dà un limone, fanne una spremuta".
Nonostante tutti gli ostacoli, Navalnyj raggiunge traguardi inediti. Nel 2019 crea il "Voto intelligente", una piattaforma che suggerisce agli elettori il candidato che ha più probabilità di battere il partito al potere. La strategia paga: dimezza i deputati di Russia Unita nella capitale e l'anno dopo segna due vittorie a Novosibirsk e Tomsk. È qui che avviene l'avvelenamento da Novichok che quasi gli costa la vita. In crisi di consensi, il Cremlino teme infatti che le tattiche di Aleksej possano pregiudicare le parlamentari di settembre, vigilia della delicata transizione da Putin a Putin o, ancor più delicata, da Putin a un altro. Quando Aleksej risorge dal coma, Mosca tenta di costringerlo all'esilio ma Navalnyj torna e non lascia altra scelta al suo rivale che mandarlo in carcere trasformandolo così in un potente simbolo di resistenza.
Questo non vuol dire che Putin sia in pericolo, solo che ha trovato il suo antagonista più efficace. Nella saga da Davide contro Golia, il "liquido" agitatore delle piazze è riuscito a mettere l'immobile inquilino del Cremlino sulla difensiva. Con il video sul Palazzo visto oltre 110 milioni di volte, l'Innominato costringe Putin a smentire. E da dietro le sbarre trascina in piazza migliaia di persone. Tutto ciò che il Cremlino ha fatto negli ultimi mesi per contrastarlo ha solo trasformato Navalnyj in martire ed eroe. Persino chi metteva in guardia dal suo passato nazionalista è pronto a dimenticarsene. Ma se Putin cadesse, venuto meno il contraltare, il modello politico di Aleksej potrebbe non essere sostenibile a lungo termine. Non solo si fonda su un programma nebuloso, ma rispecchia le dinamiche del potere attuale: tendenza all'autoritarismo e patriottismo. Il governo di un uomo solo. Così, se mai, ipotesi remota, un domani dovesse salire al potere, l'anti-Putin potrebbe rivelarsi un altro Putin. Solo più padrone del linguaggio del 21° secolo. Un Putin 2.0.
www.societadellaragione.it, 23 febbraio 2021
Lo sforzo profuso da La Società della Ragione nella petizione sui vaccini in carcere, che ha raggiunto quasi 1900 firme, non è stato vano. Tutt'altro. Gli istituti di pena, anche nel dibattito politico, sono finalmente entrati a far parte di quei luoghi che richiedono un'attenzione particolare nel piano vaccini. Attualmente, personale penitenziario e detenuti dovrebbero rientrare nella seconda e terza fascia di vaccinazioni, assieme ad altre categorie specifiche, quali il personale docente e le forze dell'ordine.
di Davide Varì
Il Dubbio, 23 febbraio 2021
È bastata una sola settimana e l'eterno ricorso a una sorta di "ragion di Stato" per convincere Giuseppe Pignatone ad archiviare la lezione di Leonardo Sciascia sui diritti. In un bellissimo articolo di qualche giorno fa l'ex procuratore di Roma aveva infatti citato uno dei pensieri più limpidi e netti di Sciascia il quale, sulla lotta alla mafia, aveva le idee assai chiare: per nessun motivo la battaglia contro le organizzazioni criminali deve scalfire diritti e garanzie dell'imputato. Di ogni imputato.
di Massimo Donini*
Il Riformista, 23 febbraio 2021
Serve, è urgente, e questo è il momento giusto: solo un esecutivo di unità nazionale ha l'opportunità di azioni parlamentari sorrette da una maggioranza altrimenti impensabile. Il Governo Draghi inizia a operare sotto gli auspici di un nuovo Risorgimento. È nelle aspettative di molti.
di Maria Brucale
Il Riformista, 23 febbraio 2021
Un detenuto ha chiesto i moduli per depositare il proprio testamento biologico, ma il magistrato di sorveglianza glieli ha negati. Il motivo? Surreale: avrebbe potuto veicolare messaggi criminali. E il suo diritto all'autodeterminazione che fine fa? La legge "In materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento", n. 219/2017, entra in vigore dal 31.01.2018.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 febbraio 2021
Allarme del Si. DI. Pe. per un documento che, di fatto, mette in discussione il ruolo dei direttori penitenziari in caso di disordini. Ritorna di nuovo l'ombra del modello securitario che punta a togliere poteri ai direttori penitenziari e trasferirli, in caso di disordini, alle forze di polizia.
Tale timore è scaturito dal fatto che, prima dell'arrivo di Marta Cartabia al ministero della Giustizia, è stato elaborato un documento dal ministero dell'Interno e trasmesso anche al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, ai Provveditorati regionali e alle Direzioni degli istituti penitenziari. Un documento che, di fatto, mette in discussione il ruolo del direttore penitenziario in caso di disordini.
Un documento elaborato dopo le rivolte di marzo 2020 - Si tratta di linee guida da adottare nel caso in cui, eccezionalmente, si renda necessario l'intervento delle altre Forze di polizia dall'esterno per ristabilire l'ordine e la sicurezza interna negli istituti penitenziari. Il documento, elaborato a seguito delle rivolte carcerarie di marzo scorso, sottolinea come l'intervento all'interno dell'istituto "è di natura assolutamente eccezionale e pertanto connesso con il verificarsi di eventi non ordinari".
Potrà dunque verificarsi "esclusivamente in via residuale e straordinaria e solo dopo che siano stati esperiti tutti i sistemi di contenimento e le risorse a disposizione dell'amministrazione penitenziaria". Come viene sottolineato nel documento, inoltre, in caso di eventi di "straordinaria eccezionalità" potrà essere convocata l'Unità di crisi, con l'eventuale impiego dei reparti speciali quali Nocs e Gis.
Ma il nodo critico che della circolare del Viminale è quello riguardante il ruolo dei direttori degli istituti penitenziari. In caso di rivolte, il questore potrà avviare contatti direttamente con il comandante della polizia penitenziaria, scavalcando, di fatto, il direttore dell'istituto coinvolto. Non solo. Se il direttore di un carcere in rivolta chiederà aiuto e rinforzi tramite il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria o attraverso il prefetto, la gestione e la responsabilità degli interventi passeranno nelle mani del questore. E sarà lui, anche in questo caso, ad avviare contatti con il comandante degli agenti dell'istituto e a valutare se affidargli il comando delle operazioni o farlo affiancare da un suo funzionario.
L'allarme del sindacato dei direttori penitenziari - Rosario Tortorella, segretario nazionale del Sindacato direttori penitenziari (Si. DI. Pe.), ha inviato una nota al Dap e al ministero della Giustizia per ricordare le regole penitenziarie che disciplinano l'ordine pubblico, le quali sono differenti da quelle che vigono fuori dalle mura.
"Quello penitenziario - si legge nella nota del Si. DI. Pe. -, infatti, è contesto del tutto peculiare e specifico ed è regolato, sul punto, da proprie norme, anche di rango primario, che declinano un concetto di ordine, sicurezza e disciplina, proprio degli istituti penitenziari. Si tratta, cioè, di un peculiare contesto, dotato di una sua autonomia, di propri organi di governo e di gestione delle situazioni emergenziali, fatte salve le doverose sinergie e collaborazioni istituzionali tra i diversi organi amministrativi e di Polizia, che di ordine e sicurezza pubblica elettivamente si occupano sul territorio".
Tortorella ci tiene a sottolineare che la dirigenza penitenziaria, all'interno delle carceri, svolge "un ruolo essenziale di armonizzazione e governo complessivo del sistema penitenziario poiché, in ossequio ai principi contenuti nell'art. 27 della Costituzione e compiutamente declinati dall'Ordinamento Penitenziario, negli istituti devono trovare bilanciamento le esigenze dell'ordine, della sicurezza e della disciplina con quelle del trattamento rieducativo e della risocializzazione".
Il ruolo dei direttori penitenziari secondo le norme vigenti - Il sindacato dei direttori penitenziari ha richiamato alla memoria il quadro normativo di riferimento che deve essere tenuto presente e applicato nel caso si verifichino disordini nelle carceri come quelle di marzo. Innanzitutto c'è il "Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà", il quale prevede, che, soltanto qualora si verifichino negli istituti penitenziari disordini collettivi con manifestazioni di violenza o tali da far ritenere che possano degenerare in manifestazioni di violenza, il Direttore dell'istituto, laddove non sia in grado di intervenire efficacemente con il personale tutto a disposizione, richiede al Prefetto l'intervento delle Forze di Polizia e delle altre Forze eventualmente poste a sua disposizione.
La norma prevede, poi, che il Direttore informi immediatamente il magistrato di Sorveglianza e il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria competenti per territorio nonché il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. C'è l'articolo 41bis della Legge 26 luglio 1975 n. 354 recante le "Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà", la cui rubrica recita inequivocabilmente "Situazioni di emergenza" prevede, inoltre, che, in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, sia il ministro della Giustizia - e non il ministro dell'Interno - ad avere la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nell'istituto interessato ai disordini o alle rivolte l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La sospensione, peraltro, deve essere sempre motivata dalla necessità di ripristinare l'ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del suddetto fine.
In casi eccezionali spetta al direttore di avvalersi delle Forze di polizia - L'articolo 74, sesto comma, del Dpr. n. 230/2000, ancora, prevede che, in casi eccezionali, per operazioni di perquisizione generale dell'istituto penitenziario, sia il Direttore che possa avvalersi, della collaborazione di personale appartenente alle Forze di polizia e alle altre Forze poste a disposizione del Prefetto, ai sensi del quinto comma dell'articolo 13 della legge 1° aprile 1981, n. 121.L'articolo 66 del Dpr. n. 230/2000 prevede che sia sempre il Direttore dell'istituto ove è ristretto il detenuto beneficiario che è tenuto a comunicare i provvedimenti esecutivi di concessione dei permessi premio o di necessità al Prefetto della Provincia competente per territorio rispetto al luogo dove il permesso deve essere fruito, nella sua qualità di Autorità provinciale di Pubblica sicurezza.
In caso di ammissione di un detenuto al lavoro all'esterno, ancora, l'articolo 48, comma 14, del suddetto Dpr. prevede che sia la Direzione dell'istituto a consegnare, al detenuto o internato, ed a trasmettere al Dap, al Provveditore regionale e al direttore dell'Ufficio di Esecuzione penale esterna, copia del provvedimento di ammissione al lavoro all'esterno, dandone notizia all'autorità di Pubblica sicurezza del luogo in cui si dovrà svolgere il lavoro all'esterno.
Le norme elencate indicano, inequivocabilmente, che il Direttore dell'istituto è responsabile di vertice dell'ordine, della disciplina e della sicurezza interna dell'istituto penitenziario. È lui il superiore gerarchico di tutto il personale, compreso quello della polizia penitenziaria e quindi anche del comandante di reparto. Ci sono taluni sindacati di polizia penitenziaria come il Sappe che vorrebbero essere alle dipendenze del ministero dell'Interno. Ciò però significherebbe un ritorno a un modello di pura custodia e di sola polizia. Le linee guida del Viminale, specifiche per i solo disordini, rischiano di diventare un cavallo di Troia per occuparsi dei penitenziari e scavalcare i direttori?
di Nicola Ferri
Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2021
Sarà rimasto deluso chi si attendeva che nel campo della Giustizia il programma enunciato dal presidente del Consiglio nel discorso sulla fiducia alle Camere prevedesse riforme di più ampia portata come quella del processo civile e del processo penale (gli ultimi, timidi tentativi in questa direzione erano stati compiuti dal ministro Bonafede, rimasti negli archivi delle commissioni Giustizia). In effetti Draghi, nel suo intervento, si è limitato a raccogliere le Country Specific Recomandations della Ue indicando quali obiettivi di riforma l'insolvenza, il funzionamento più efficiente dei tribunali e una migliore gestione dei carichi di lavoro e infine la repressione della corruzione.
Si tratta di un programma ristretto, in gran parte dedicato al settore civile (la lotta alla corruzione ha già fatto passi avanti con la Spazza-corrotti) che, si spera, possa essere integrato e rilanciato dalle iniziative della neo ministra Cartabia, non solo sul versante della giustizia civile ma, soprattutto su quello del processo penale.
Per quest'ultimo l'auspicio è che il Guardasigilli abbandoni la strada delle "leggine" seguita dai suoi predecessori con ben scarsi risultati, e si muova al di fuori dell'ottica del codice di procedura vigente risalente al 1989, che presenta un pauroso tasso di obsolescenza e di inefficienza, causa principale della montagna di arretrato, con 2.676.750 processi pendenti al 30 settembre 2020.
Le ultime statistiche hanno messo in luce, ancora una volta, l'irrazionalità di un sistema i cui. tempi, nella fase pre-dibattimentale, si snodano per mesi e mesi attraverso le indagini del Pm, l'udienza del giudice delle indagini preliminari (Gip), i ricorsi intermedi al tribunale del Riesame e alla Cassazione sulla libertà personale e sui sequestri di beni, l'udienza davanti al giudice dell'udienza preliminare (Gup) e, spesso, con altri tempi morti per cause varie.
È una situazione catastrofica che, con gli strumenti attuali, appare senza ritorno, la quale imporrebbe una svolta radicale, all'insegna del coraggio e della lungimiranza, con l'introduzione del processo accusatorio che già Falcone aveva auspicato come ineludibile strumento di modernizzazione, razionalizzazione e velocizzazione della Giustizia penale.
Circa il processo civile basterebbero pochi punti per mettere in soffitta l'attuale macchinoso "processo di cognizione" e sostituirlo con il rito alternativo affermatosi a seguito dell'impatto del Covid-19, un rito che va sotto il nome di "udienza cartolare" o "udienza figurata" in cui prevale la trattazione scritta, o, in alternativa, con la presenza "da remoto" dei giudici, degli avvocati e delle parti.
Ciò comporta la drastica riduzione dei tempi, l'acquisizione delle prove mediante investigazioni difensive, anche sostituendo le testimonianze e le perizie con dichiarazioni giurate certificate dal difensore (salvo l'intervento del giudice nei casi di dichiarazioni false), l'eliminazione delle udienze di mero rinvio e la previsione di due sole udienze "in presenza": la prima, di presentazione dell'azione al giudice da parte dell'attore in contraddittorio con il convenuto; la seconda per la precisazione delle conclusioni con preventivo scambio di memorie, cui segue la deliberazione e la pubblicazione della sentenza entro un termine breve.
Entrambe tali riforme dovrebbero essere accompagnate dall'introduzione del giudice monocratico in appello e dalla riduzione dei collegi giudicanti in Cassazione da cinque a tre magistrali. Da ultimo la spinta riformatrice dovrebbe comprendere, anche per il Supremo collegio, la redazione delle sentenze sotto forma semplificata di ordinanza, tranne casi di particolare complessità e fermo: le "sentenze-manifesto" sono un lusso che non ci possiamo più permettere.
di Lorenza Pleuteri
repubblica.it, 23 febbraio 2021
A un anno dalle proteste che causarono la morte di 13 detenuti, una circolare riservata stabilisce le procedure per reprimere sommosse e azioni violente e per contrastare i picchetti. Critiche e perplessità dai direttori dei penitenziari. I dubbi che basti un atto amministrativo per disciplinare competenze in carico a soggetti diversi.
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