di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 29 marzo 2021
Da Mani Pulite a Rinascita-Scott, quell'intreccio diabolico tra informazione e procure. Che la rivoluzione mangi i suoi figli lo diceva Charlotte Corday prima di pugnalare a morte "l'amico del popolo" Jean Paul Marat nella vasca da bagno. E se lo sarebbe dovuto ricordare anche Antonio Di Pietro, pugnalato alle spalle dallo stesso sistema mediatico che, 20 anni prima, lo aveva portato alla ribalta.
di Davide Varì
Il Dubbio, 29 marzo 2021
Magistrati fuori dal piano vaccinale: forse "il Governo considera il servizio giustizia con carattere di minore priorità rispetto ad altri servizi essenziali", scrive l'Anm.
Un invito ai dirigenti degli uffici giudiziari, "con la sollecitudine che la gravità del momento richiede", ad "adottare, a tutela della salute, energiche misure organizzative al fine di rallentare immediatamente tutte le attività dei rispettivi uffici, senza escludere, nei casi più estremi, anche la sospensione dell'attività giudiziaria non urgente". È quello rivolto dalla Giunta dell'Associazione nazionale magistrati, "ove dovessero inspiegabilmente mancare interventi normativi, che l'elevato e prevedibile numero di contagi e di vittime tra gli operatori di giustizia impongono, volti alla limitazione dell'attività giudiziaria sull'intero territorio nazionale".
ildesk.it, 29 marzo 2021
Al centro della lettera aperta il forte malessere della categoria, sempre più precaria. I 4886 i magistrati onorari trattano nel complesso oltre il 50% dell'intero contenzioso di primo grado. Sono 1.100.000 circa i procedimenti definiti nel 2019 da loro: 938.378 nel civile e 153.611 nel penale; 40 milioni i procedimenti definiti negli ultimi 20 anni. Il giudizio dinanzi del giudice di pace dura in media meno di un anno, -10,3 mesi- e solo il 3% delle sentenze emanate nel settore civile è oggetto di impugnazione (relazione Barbuto, pagg.10 e 20). E con l'introduzione del Gdp, i processi di cognizione trattati dai Tribunali sono diminuiti di quasi del 60% dal 1994 al 2013, passando da 707.149 ai 309.290. Eppure, la categoria dei magistrati onorari vive un forte malessere. Sulla scorta del malcontento, l'associazione di categoria Aimo ha scritto una lettera aperta alla guardasigilli Cartabia, firmata dal presidente Vincenzo Crasto. Ecco il testo integrale.
Il Governo intende giustamente porre al centro del suo programma la riforma della giustizia, specie del settore civile allo scopo di abbattere l'enorme arretrato, vieppiù aggravatosi durante l'emergenza pandemica.
Cesare Mirabelli commentando la sentenza 41/21 della Corte Costituzionale ha ricordato che i giudici di pace trattano quasi la metà delle cause civili di merito ed ha proposto di chiamare un maggior numero di magistrati onorari a svolgere funzioni consentite ai giudici singoli anche nei tribunali. Nei giorni scorsi abbiamo appreso dalla stampa, non senza stupore, che nel nostro paese un giudizio può durare anche 55 anni.
Eppure anche nel settore giustizia esistono eccellenze, ci riferiamo in particolare ai giudici di pace ed ai vice procuratori onorari, che amministrano una giustizia "a legge Pinto zero", secondo standard europei e nel rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata dei giudizi. La soluzione prospettata dal presidente emerito della Corte costituzionale appare assolutamente condivisibile e produrrebbe certamente in breve l'abbattimento dell'arretrato.
I giudici di pace sono espressamente menzionati in Costituzione (art. 116 Cost.), risultano quindi elementi indefettibili nel nostro ordinamento e si occupano di materie che lungi dall'essere bagattellari sono molto delicate, quali quella penale e dell'immigrazione, i Got definiscono giudizi del valore di milioni di euro, i vice procuratori sostengono l'accusa nella quasi totalità delle udienze dinanzi al giudice monocratico.
Secondo i dati del ministero della Giustizia in media un giudizio dinanzi al giudice di pace dura meno di un anno, ciascun magistrato definisce 830 procedimenti annui ed è in servizio da circa 25 anni, dopo aver superato un concorso per titoli ed essere stato nominato solo all'esito di un tirocinio concluso con valutazione positiva e numerose procedure di conferma quadriennale, anch'esse di natura paraconcorsuale, come affermato già nel 2011 dalla Suprema Corte (Cass. Sent. n. 4410/2011). All'ultimo concorso per giudici di pace hanno partecipato ben 70.000 candidati e sono stati dichiarati vincitori meno di 1.000 tra questi.
Come evidenziato recentemente dal presidente dell'Anm Santalucia si tratta ormai di magistrati altamente professionali. L'onorarietà risulta in concreto una fictio, in quanto la stragrande maggioranza dei magistrati è impegnato a tempo pieno 6 giorni su 7 e non esercita altre attività, dovendosi piuttosto parlare di vera e propria precarietà. L'autorevole Centro Studi Livatino ha dato un giudizio negativo sui metodi di Alternative Dispute Resolution e di mediazione.
Pertanto è altamente probabile che tali rimedi anche in futuro, presi singolarmente, non saranno sufficienti a risolvere il problema del debito di giustizia. L'inefficienza della giustizia costa al nostro Paese il 2,5% del PIL, una cifra enorme pari a circa 40 miliardi di euro. Con la riforma della magistratura onoraria del 2017, che entrerà definitivamente in vigore il 15 agosto prossimo la paralisi del sistema è certa nell'an e nel quando.
Lo stesso CSM evidenziò, immediatamente, nel suo parere sulla riforma del 2017 che l'utilizzo part time dei magistrati onorari appariva inadeguato rispetto alle effettive esigenze degli uffici, requirenti e giudicanti, in quanto, attualmente, sia ai vice procuratori onorari sia ai giudici onorari di Tribunali si chiede un impegno lavorativo che va molto spesso al di là dei due giorni di lavoro a settimana sicché limitarne l'impiego in questi termini determinerebbe una grave contrazione della produttività degli uffici, con conseguente (ulteriore) rallentamento del servizio giustizia.
La quasi totalità dei dirigenti degli uffici giudiziari auditi dal Csm condivisero tale analisi. I magistrati in servizio -aggiungiamo- verrebbero retribuiti meno di un percettore di reddito di cittadinanza e ciò produrrebbe un grave vulnus all'autonomia ed indipendenza del magistrato ed un conseguente gravissimo decadimento della qualità della giurisdizione. In buona sostanza l'entrata in vigore della riforma del 2017 creerebbe migliaia di esodati.
Cui Prodest "questo" magistrato ultra-precario? L'Italia ha, invece, la soluzione a portata di mano: i magistrati onorari sono pronti a fare la propria parte con il senso dello Stato e l'abnegazione, unanimemente riconosciuti. Ci impegniamo a mettere a disposizione del Paese la nostra professionalità ultraventennale e ad abbattere nell'arco di tre anni l'arretrato, anche, se del caso, partecipando a vere e proprie "task force" specificamente dedicate. Si tratta di un'operazione win-win: la spesa sarebbe nel triennio di circa 300 milioni a fronte di un beneficio per il paese di oltre 40 miliardi di euro.
È una proposta che va realizzata utilizzando i magistrati onorari attualmente in servizio. Il ricorso a nuovi precari, con un impegno di spesa notevolmente superiore, non sarebbe la soluzione e non porterebbe a risultati immediati. Vi è anche una questione morale: il paese ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di giudici di pace, giudici onorari di tribunale e vice procuratori, che hanno continuato ad assicurare il funzionamento della giustizia anche durante i mesi più duri della pandemia. Tali magistrati si sono ammalati e sono deceduti, ma nulla è stato riconosciuto loro ed alle loro famiglie, in quanto nel XXI secolo c'è ancora chi nel precariato presta un servizio essenziale, ma è privo di tutele previdenziali ed assistenziali, maternità, ferie, TFR.
Per i magistrati onorari vale quanto detto nei giorni scorsi dal Procuratore Capo di Milano Greco con riferimento ai cd. "rider". Il trattamento riservato dal nostro paese, specie nell'ultimo decennio, a tali suoi meritevoli servitori è stato assolutamente mortificante ed ingiustificatamente punitivo. Ricordiamo la tristissima vicenda dei cd. "parti in udienza" in cui le donne giudici onorari sono state costrette a tenere udienza fino a pochi giorni prima del parto, senza possibilità alcuna di assentarsi, pena la perdita del lavoro.
I magistrati "onorari" vanno assolutamente sottratti allo stato di precariato e nel contempo danno piena disponibilità anche a far parte di sezioni stralcio, sul modello dei Giudici onorari aggregati (cd. GOA, istituiti con L. 276 del 1997).
Chiediamo la fine del trattamento che poco ha a che fare con il senso di umanità che dovrebbe caratterizzare una democrazia liberale, attraverso la permanenza nelle funzioni ed il riconoscimento dei diritti costituzionali - in primis previdenziali ed assistenziali -, ancora oggi inopinatamente negati, mentre ad es. la predetta legge istitutiva dei GOA li disciplinava. Tale riforma risponde anche al principio costituzionale di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.).
Per i magistrati tributari -magistrati speciali ed onorari - nel lontanissimo 2005 e per i magistrati onorari minorili nel 2010 nessuna voce si levò contro la stabilizzazione nelle funzioni. A nulla sono servite in passato le innumerevoli astensioni dal servizio, i flash mob ed altre proteste anche forti. Pertanto molti magistrati, soprattutto donne, sono stati costretti a porre a rischio la propria incolumità fisio-psichica con lo sciopero della fame.
Il neopresidente della Corte costituzionale Giancarlo Coraggio - nomen omen - ha affermato testualmente: "fa veramente impressione vedere un magistrato fare lo sciopero della fame" aggiungendo "è venuto il momento che il Parlamento deve riflettere sul rapporto di impiego perché quando si giudica non esistono diritti di serie A e di serie B ma serve serenità, obiettività imparzialità ma soprattutto serenità". Parole chiare e definitive sul tema.
La pretesa onorarietà è stata negli anni utilizzata per negare i più elementari diritti costituzionali. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali presso il Consiglio d'Europa nell'ormai lontano 2016 ha affermato che l'Italia ha violato un fondamentale trattato internazionale, la Carta Sociale Europea ed ha riconosciuto il diritto dei magistrati onorari alle tutele previdenziali ed assistenziali previste dalla nostra Carta costituzionale e dal predetto trattato.
Recentemente il 16 luglio 2020 si è pronunciata anche la Corte di Giustizia Europea riconoscendoci lavoratori e non volontari. I Suoi primi interventi, Ministra, hanno ottenuto unanimi apprezzamenti per il metodo e per il merito, abbiamo l'occasione di non sprecare una crisi, come affermò il capo di Gabinetto del presidente Usa Obama, Rham Emanuel: rendiamo efficiente la giustizia, riconosciamo i diritti dei giudici onorari e insieme garantiremo diritti al popolo italiano, con la bilancia, più che con la spada, con un volto umano e con celerità.
cn24tv.it, 29 marzo 2021
"A distanza di dieci giorni dall'esplosione dei numerosi casi al covid-19/Sars-CoV-2 da parte della popolazione carceraria e del personale, non sembrano affatto placarsi i numeri dei positivi presso l'istituto di Catanzaro che vedono ancora 48 detenuti e 16 unità di polizia penitenziaria tra i casi accertati". È la denuncia lanciata da Walter Campagna, segretario regionale dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria, riferendosi al focolaio scoppiato nel carcere di Siano a Catanzaro.
Lo stesso afferma comunque che il personale ed i detenuti sono stati "sottoposti a tampone molecolare", riuscendo a mettere in piedi "una serie di misure precauzionali" rese possibili anche grazie alla campagna di screening realizzata nella tensostruttura allestita dall'Esercito.
"Inoltre, grazie alla convenzione regionale per l'emergenza Covid-19 è stato attivato il primo trasferimento di un soggetto positivo al Covid-19, presso una delle strutture ricettive alberghiere individuate dal Dipartimento di Protezione Civile" afferma Campagna, che lancia però una stoccata al dipartimento di amministrazione penitenziaria, che non avrebbe ancora risposto "circa l'assegnazione straordinaria di almeno 20 unità di polizia penitenziaria, al fine di colmare la grave carenza di personale, come più volte denunciato".
"Gli agenti sono esposti a carichi di lavoro sempre più pesanti e non possiamo certo dirci ottimisti rispetto a soluzioni che, anche per difficoltà logistico/strutturali, ad oggi risultano inapplicabili se non a danno della sicurezza operativa del personale" conclude il segretario. "Significando che anche il provvedimento provvisorio attuato dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria con l'invio in missione di (sei) unità, non è sufficiente a colmare una situazione ancora molto grave da gestire".
ilcapoluogo.it, 29 marzo 2021
Per Pasqua verranno consegnati pacchi di pasta ai detenuti degli 8 istituti di pena regionali. Il Garante dei detenuti e delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, comunica che "grazie alla grande sensibilità e attenzione del pastificio artigianale abruzzese la Rustichella d'Abruzzo, in questi giorni e fino a Pasqua, verranno consegnati, negli otto istituti di pena della nostra regione, pacchi di pasta per ogni singolo detenuto con una lettera augurale (in allegato) a firma della Rustichella e del Garante". Con tale gesto il Garante Cifaldi ha voluto ribadire "l'attenzione e la vicinanza ad ogni detenuto nell'occasione delle festività pasquali".
"Tale iniziativa - afferma Cifaldi - rappresenta un esempio importante per la preparazione di reti di solidarietà con il mondo produttivo abruzzese così come ha dimostrato la signora Stefania Peduzzi, titolare della Rustichella, nell'attivare questo grande sostegno".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 29 marzo 2021
Il romanzo di Mauro De Pascalis e Giovanni Accardo: un legal thriller che mette in luce il valore del diritto di difesa. Non era un manichino. Il corpo di una giovane donna restava senza vita in un fosso ai bordi della strada, a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia. E decisamente non era un manichino - come sembrava - ma il cadavere di Johanna Pichler: 19 anni, austriaca, uccisa nel mezzo di una fredda notte in circostanze misteriose.
"Solo tredici chilometri", il libro scritto a quattro mani da Giovanni Accardo e Mauro de Pascalis per i tipi di Alpha beta verlag Edizioni, parte da questo equivoco. E sugli equivoci, o per meglio dire sul caso e le coincidenze, si fonda l'intera vicenda.
Si tratta di un legal thriller, un fatto di cronaca nera realmente accaduto che si presta al romanzo attraverso la commistione di finzione letteraria e carte processuali. Dentro c'è tutto. La vocazione al giallo che tiene incollato il lettore per oltre trecento pagine di trepidazione. E lo spessore del romanzo di formazione, che sul finale coglie il protagonista e lo stesso lettore "storditi" e mutati, come dire: cresciuti. Sullo sfondo i paesaggi rarefatti nella nebbia di una terra a volte genuina, a volte cupa.
Il vero tratto distintivo è che in questo libro il gusto noir si accompagna sempre al rigore del rito processuale, lungo tutte le fasi del procedimento penale. La sintesi che ne risulta riflette l'anima stessa dei due autori: da una parte la suggestione narrativa di Giovanni Accardo, scrittore e insegnante siciliano trapiantato a Bolzano; dall'altra l'impianto legale messo in piedi da Mauro De Pascalis, avvocato e docente del Foro di Bolzano. L'uno completa l'altro nel confezionare un prodotto ambizioso. E sottolineiamo ambizioso per il messaggio che intende veicolare: può capitare a chiunque di trovarsi imbrigliati nelle maglie della giustizia. Ma si resta innocenti, recita la nostra Carta, fino a condanna definitiva.
"Al di là di ogni ragionevole dubbio. Non era il titolo di un film, era il Codice di Procedura penale: nessun imputato può essere condannato se non al di là di ogni ragionevole dubbio", leggiamo sulla quarta di copertina. Che tradisce la firma del difensore, De Pascalis, nel libro Mario De Vitis, il giovane avvocato che assume il patrocinio del presunto assassino, Martin Scherer.
Ma veniamo alla trama. Tredici chilometri sono quelli che separano il paese di provenienza della vittima, Sillian, dal confine italiano. E precisamente da San Candido, in Alto Adige, dove vive Martin. Il ragazzo, poco più che ventenne, è l'ultimo ad aver visto in vita Johanna. O almeno così sostiene l'accusa, dopo il ritrovamento sul cadavere della felpa di Martin. I due ragazzi passano insieme l'ultima serata della vittima, tra qualche bagordo e un bicchiere di troppo. Dopo il pub, si spostano a casa di Martin, con la promessa - lui spera - di dormire insieme. Ma Johanna improvvisamente cambia idea e decide di tornare a casa in autostop.
Di qui in poi, solo un mucchio di indizi che dal cadavere della donna portano dritti a Martin. La felpa, una telefonata misteriosa, l'alcol e i segni sul corpo che sembrano suggerire una violenza carnale. Dal carcere il ragazzo si proclama innocente, e d'altronde manca una prova schiacciante che lo inchiodi. Il compito del suo legale è smontare una alla volta le accuse a suo carico. Ma soprattutto - promette a se stesso De Vitis - il suo compito è cercare la verità. Il giovane avvocato è alla sua prima esperienza in un procedimento penale. È un idealista di formazione, crede nella giustizia ma un dilemma morale lo assorbe nel corso dell'intera vicenda: il suo assistito potrebbe essere un efferato omicida?
A liquidare in fretta i suoi dubbi ci pensa un illustre professore di diritto penale che con De Vitis divide l'incarico. Sui "rischi" della professione l'avvocato esperto taglia corto: "Marco, te lo dico per il tuo futuro, visto che sei ancora giovane: nel nostro mestiere bisogna saper essere anche cinici e non fidarsi di nessuno. La bontà, la generosità, la comprensione, lasciale ai preti". Il rapporto tra i due legali ha grande valore formativo. Per il giovane difensore questo giallo investigativo si rivela un vero e proprio apprendistato umano e giuridico. E la lezione che se ne ricava vale per tutti, soprattutto in relazione a quel "vizio" sempre attuale di spettacolarizzare la giustizia. Il confine tra atto processuale e notizia di stampa deve restare netto, ci dice l'autore tra le righe. In un'inchiesta giudiziaria contano solo i fatti, si ribadisce nel corso di questa storia di cui Tv e giornali ne sanno sempre un po' più dell'avvocato, arrivano prima, sbagliano e ritrattano, e in qualche occasione firmano vere e proprie sentenze di condanna.
hashtagsicilia.it, 29 marzo 2021
"Dobbiamo rendere attuale, e portare al centro del dibattito politico, il tema dell'universo carcerario e nello specifico quello della rieducazione della pena. Un altro aspetto su cui concentrarci, per quanto riguarda la Sicilia, è anche quello del rapporto tra il dipartimento penitenziario e le asp siciliane perché spesso i detenuti non sono messi nelle condizioni di fare una visita medica o di ricevere adeguate assistenza anche psicologica. Il tema non è più l'indulto ma che non riusciamo a garantire l'ordinario, ad esempio dal punto di vista sanitario all'interno dei penitenziari". Lo ha detto il segretario del PD Sicilia, Anthony Barbagallo nel corso del dibattito dal titolo "Bisogna aver visto: i nodi irrisolti della questione carceraria. La politica in ascolto" che si è svolto ieri sera in diretta sulla pagina Facebook del PD Sicilia. Al dibattito, moderato dal direttore di LiveSicilia, sono intervenuti Luigi Paganol già vice direttore del DAP e autore del libro "Il direttore" e Maria Grazia Leone, responsabile del dipartimento Diritti del PD Sicilia.
Barbagallo ha annunciato "visite" in alcuni penitenziari dell'Isola: "abbiamo già programmato di andare a Giarre e ad Agrigento. Siamo già stati al carcere Pagliarelli di Palermo in cui la direttrice deve contemporaneamente guidare - ha spiegato - anche altri 3 istituti: è impensabile oltre che complicato così trovare anche il tempo per "pensare" ad una visione diversa della rieducazione della pena e non soltanto al passaggio di consegne".
Molto interessante l'intervento dell'ex vice direttore del Dap Luigi Pagano, in pensione dal 2019, che ha diretto varie istituti penitenziari tra cui Asinara, Pianosa, Bollate e San Vittore a Milano. "La gente probabilmente crede pure che il carcere possa essere pure rieducativo e si inalbera se, come dicono le statistiche, non ci riesce. Ma c'è anche un altro problema: forse - ha detto nel suo intervento - il carcere non è il luogo più adatto per pensare al reinserimento sociale. E in effetti la costituzione non parla di carcere ma della pena in generale. Pensare che - ha spiegato - una struttura che nasce per isolare dalla società civile possa nel contempo reinserirle nella società mi sembra che sia una contraddizione".
Per Pagano occorre, come non è stato fatto dai padri costituenti, pensare a pene alternative: "la riforma penitenziaria, da molti definita troppo timida, arriva a 27 anni dalla Costituzione. Timida perché doveva pensare anche a delle alternative, a pene che bypassassero completamente il carcere che doveva ridursi all'estrema ratio. Consideriamo che su circa 55000 detenuti, circa 20 mila devono scontare pene non superiori a due anni, tra cui molti tossicodipendenti e stranieri su cui il paradigma del reinserimento sociale non va. È tanto difficile pensare che per determinati tipi di reati ci possa essere una strada diversa che sia meno costosa, più utile e più efficace per la persona e per la società?".
"L'emergenza Covid ha riacceso i riflettori sul pianeta carcere - ha sostenuto Maria Grazia Leone -, ha paralizzato tutte le attività che danno senso al tempo della pena, ha restituito priorità alle contraddizioni e ai limiti del sistema penale e del sistema penitenziario. Ma ci ha pure dato l'opportunità di confrontarci - ha concluso - con la necessità di una nuova concezione della pena. Con le fragilità di un sistema che affligge detenuti e operatori penitenziari".
di Filippo La Porta
Il Riformista, 29 marzo 2021
Il presupposto di ogni pensiero critico è dimostrare che la nostra società non è né "naturale" né "necessaria". Poco più di un anno fa Ginevra Bompiani ha intrapreso un viaggio nel cuore di tenebra della nostra stessa civiltà: L'altra metà di Dio (Feltrinelli 2019), un saggio notevole di storia delle idee, mitografia, antropologia, psicanalisi, critica dell'economia politica, a partire da un rovello personale: la nostra civiltà, caratterizzata dal dominio maschile, dallo sfruttamento intensivo della natura, da un'ansia distruttiva e autodistruttiva, non è un destino. Esplorazioni archeologiche hanno scoperto le tracce di una civiltà matriarcale pacifica ed egualitaria che risale al paleolitico e che poi è stata cancellata. Ma in questa occasione mi interessa la seconda parte, dedicata alla punizione. Abbiamo già visto che Sciascia nelle sue innumerevoli riflessioni sulla giustizia e i giudici ha sempre in mente che la vendetta è la forma primitiva della giustizia.
Seguiamo allora il filo del ragionamento della Bompiani, di esplicita ispirazione foucaultiana. In particolare la scrittrice insiste su un punto: "La vendetta porta allo scoperto il piacere di fare del male impunemente", così come - del resto - avviene in guerra (e gli uomini quando hanno licenza di uccidere sembra proprio che tendano ad esagerare, annotava Simone Weil durante la Guerra Civile spagnola). Si pensi anche al conte di Montecristo, dopo la vendetta dovrebbe ricompensare chi gli ha fatto del bene, eppure indugia: "L'abitudine alla vendetta gli ha preso la mano?".
Per questo motivo, continua Ginevra Bompiani "la Legge cerca di allontanare la vendetta dalla punizione, moltiplicando gli intermediari", separando l'offeso dal colpevole e consegnandolo a figure diverse, indifferenti, inemotive, quasi per farci dimenticare quella origine, quel gusto impuro della vendetta di cui perfino un dio prova rimorso.
Il punto è che "nella vendetta c'è sempre un resto", dato che chi infligge un supplizio non riesce mai a trovare pace, nessuna punizione annulla il fatto compiuto. La vendetta è la negazione di ogni misura, e inutilmente la giustizia umana tenta di simulare questa misura. La bilancia non si raddrizza mai, neanche nella legge del taglione: "La mano tagliata al ladro non ha soltanto rubato. Con lei vengono soppressi anche i gesti quotidiani, le abitudini, le carezze, le abilità". La legge è solo ripetizione, però "lecita", dello stesso atto trasgressivo.
Come sottolinea san Tommaso, sempre "si cerca una vendetta maggiore di quella dovuta". In un certo senso con la vendetta ci imbattiamo nel nucleo più intimo, misterioso e perverso, dell'ira umana. Secondo Gregorio Magno l'ira deriva dall'invidia, da quello stesso rodimento interiore, da quella ipertrofia dell'immaginazione: l'iracondo cercando ossessivamente un colpevole, che incarna la causa dell'ingiustizia subita (e può esservi anche una ira giusta: Achille nell'Iliade), non lo trova mai veramente, dato che questi si svela come un fantasma, come il tentativo di trasferire il male fuori di noi. L'ira finisce nei sette vizi capitali del Purgatorio dantesco in quanto, benché nata dalla convinzione di un torto subito, diventa subito, come tutti gli altri, un sentimento dispotico e autodistruttivo, una ossessione che ci assorbe completamente.
Se nessuna pena può ricondurre allo stato precedente può farlo però - osserva Ginevra Bompiani - la cura del medico, che riporta il paziente allo stato di salute precedente, o anche la punizione come cura: Socrate nel Gorgia invita chi commette ingiustizia ad andare spontaneamente dal giudice, come si va dal medico: "La giusta pena è una cura a cui il colpevole si espone spontaneamente per essere guarito". E anche se questo stesso ragionamento porta san Tommaso a teorizzare la pena di morte in nome del bene comune: la cura è sempre volontaria e però anche obbligatoria. Infine, conclude Bompiani: l'unica perfezione perfetta sarebbe quella del capro espiatorio, il quale veniva scelto a caso (la colpa gli era addossata ritualmente), e il caso non fa errori, al contrario di qualsiasi scelta: in tal caso "il rapporto tra colpa e punizione diventa puro", innocente e, saltando ogni possibile legame tra castigato e castigatore, a quel punto si dissolve anche la ansia di vendetta.
Ora, se davvero la vendetta, mascherata da giustizia "oggettiva", sempre ci prende la mano, come dimostra almeno un racconto stupendo di Kleis, Michele Kolaas, che fare? Dobbiamo eliminare la giustizia? No, certo, ma occorre sempre ricordare quella sua origine perversa, maledetta e fuori controllo, perché solo tale memoria può imporci una qualche misura. E soprattutto, come osservò Sciascia, la giustizia deve essere amministrata non solo con equilibrio ma con una capacità di empatia, con uno spirito di immedesimazione. In una lettera a Pertini, alla quale non fu mai data risposta, Sciascia propose di far trascorrere a ogni futuro giudice tre giorni dentro un carcere! Il luogo più adatto per ricordarsi del nesso tra giustizia e vendetta.
quotidianomolise.com, 29 marzo 2021
Il progetto "Scienza oltre le sbarre" nasce dalla collaborazione tra il Museo Galileo, il Politecnico di Torino e gli insegnanti ed educatori della Casa di Reclusione di Volterra e della Casa Circondariale di Firenze Sollicciano. Il potenziamento e l'integrazione delle attività relative a cultura e comunicazione costituisce un elemento importante nella strategia di terza missione degli Atenei, al fine di rendere più efficace il loro ruolo di comunità accademica che co-evolve con la società intera. Allo stesso tempo è sempre più presente nelle istituzioni museali la riflessione sul loro compito e sul loro impatto sociale; i musei hanno il dovere di sperimentare iniziative sociali come costruttori di fiducia e di condivisione.
Con queste considerazioni in mente abbiamo pensato di sviluppare attività didattiche rivolte alle persone recluse di differenti età e di diverso grado di scolarità, con la consapevolezza che il contesto carcerario è uno dei più delicati e complessi in cui concretizzare l'offerta formativa, ma anche uno dei più stimolanti per chi si vuole mettere in gioco ed accettare la sfida.
Ciascun Istituto penitenziario ha corsi di Istruzione pubblica che in qualche modo dovevamo affiancare; l'offerta formativa, infatti, spazia da corsi di alfabetizzazione per stranieri, per poter acquisire il titolo di Italiano di livello A2, fino ai percorsi di secondo livello attraverso i quali si può acquisire il titolo di scuola secondaria di secondo grado. Il tasso di scolarizzazione della popolazione carceraria è molto basso e sconta la difficoltà di sostenere processi di apprendimento in condizioni di estrema variabilità e instabilità come quelle detentive.
La frequenza scolastica segna una discontinuità positiva nella vita delle persone recluse che hanno la possibilità di avere rapporti con persone esterne, gli insegnanti, con cui possono svolgere attività fondamentali per il proprio sviluppo umano e culturale. Abbiamo avuto modo durante le nostre attività di incontrare molti docenti e di apprezzare il modo encomiabile con il quale affrontano e svolgono il loro ruolo quanto mai complesso e delicato: portatori di compiti diversi da quelli del carcere, ma funzionali alla finalità rieducativa della pena, empatici ma allo stesso tempo in grado di mantenere la giusta distanza dagli studenti e di non generare aspettative disorientanti e diverse da quelle richieste dal loro compito istituzionale.
Con l'idea di provare a riconsegnare quelle risorse di cui molti detenuti non hanno potuto disporre nei contesti di provenienza, e di contribuire a creare uno spazio di relazione e di partecipazione responsabile alla convivenza, abbiamo deciso di mettere in una valigia, o meglio in più valigie le repliche degli strumenti scientifici più rappresentativi del Museo Galileo, il cannocchiale di Galileo, l'astrolabio, le meridiane, alcuni giochi ottici, gli strumenti di elettrostatica e di ottica, la carta, la colla ed i colori, allo scopo di sollecitare l'interesse delle persone recluse all'osservazione e alla sperimentazione. Ottenute le necessarie autorizzazioni ad accedere ai due istituti penitenziari e stabilite le date per le attività, siamo arrivati con trepidazione, interesse e curiosità alle giornate da trascorrere in compagnia delle persone recluse.
La Casa di reclusione di Volterra accoglie il visitatore, se così ci vogliamo definire, con una ripidissima scala alla sommità della quale un agente di polizia penitenziaria procede al controllo dei documenti, e all'esame accurato dei contenitori dei nostri strumenti di lavoro, sul cui uso diamo informazioni all'agente stesso, incuriosito dalle attività che abbiamo in programma di svolgere. Prima di essere ammessi all'interno del perimetro dobbiamo anche consegnare il cellulare, la cui privazione seppure temporanea aumenta il senso di straniamento dalla realtà, in questo mondo senza tempo che è il carcere, fatto, per quello che possiamo vedere, di corridoi vuoti ingentiliti dai dipinti dei carcerati sulle pareti. Il rumore dei nostri passi e quello delle chiavi appese alle cintole delle guardie che ci scortano, risuona negli ampi e desolati spazi del penitenziario; dentro di noi rimbomba il frastuono di una serie, che pare infinita, di cancelli e di porte metalliche che si aprono di fronte a noi e si richiudono alle nostre spalle, fino ad arrivare all'aula dove svolgiamo il laboratorio.
Siamo colpiti dalle persone che incontriamo nell'aula-laboratorio, un'umanità che pare diversa dallo stereotipo dell'individuo che ha commesso un reato, inducendoci a riflettere che dietro i reati ci sono sempre persone con storie complesse e non riducibili all'atto più o meno grave che hanno commesso.
I detenuti hanno età e livelli di istruzione diversi ma mostrano tutti quanti interesse verso quelli come noi, che entrano nel carcere fornendo con umiltà ma con convinzione una prospettiva differente che possa indurli a guardare con altre lenti la realtà ed a sviluppare il desiderio di conoscere e imparare. Le attività scolastiche e più in generale quelle culturali, sia pur sporadiche come la nostra, sono significative in quanto rappresentano un altro mondo possibile per i detenuti.
Le lezioni che proponiamo riguardano tematiche di interesse storico-scientifico: "Galileo e il suo cannocchiale" con attività focalizzate sulla storia e le scoperte del grande scienziato, sulla costruzione del suo cannocchiale e sull'analisi delle proprietà delle lenti.
"Il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena", che abolì la pena di morte e affermò l'importanza della funzione rieducativa e correttiva della pena, e la scienza del suo tempo, con attività focalizzate su alcuni esperimenti di fisica e di elettrostatica.
Un'altra tematica di carattere artigianale-artistico è rivolta alla realizzazione della carta marmorizzata; nella seconda metà del 600 questo particolare tipo di carta decorata rivestiva i migliori cannocchiali del tempo, alcuni dei quali sono esposti nelle sale del Museo Galileo. Durante il laboratorio gli studenti carcerati, dopo aver appreso i principi fisici e chimici che permettono la realizzazione della carta marmorizzata, hanno la possibilità di scoprire le loro potenzialità creative acquisendo così una maggior fiducia in sé stessi nel creare e nel produrre con le proprie mani.
Le stesse attività vengono svolte anche a Firenze nella Casa Circondariale di Sollicciano, che sovrasta e intimorisce con la sua mole chiunque vi entri per la prima volta, e dove le sensazioni che si provano nel varcare la soglia, considerata la grandezza dell'istituto di pena e l'altezza delle sue recinzioni, sono ancora più intense: sembra di entrare in un mondo parallelo rispetto a quello nel quale siamo abituati a vivere. In modo significativo un detenuto, durante il laboratorio, ha definito vita reale quella precedente alla reclusione.
Le attività svolte all'interno del carcere sono un'opportunità formativa per i reclusi ma anche laboratorio di idee e di riflessione sul vissuto di ciascuno, spesso sono i detenuti stessi a contribuire alla lezione con ricordi e racconti del paese d'origine. La nostra esperienza vuole cercare di rendere il carcere un po' più aperto dal punto di vista culturale; durante le attività gli studenti imparano in modo non formale ma soprattutto si confrontano tra di loro e con la realtà esterna. I laboratori sono per i detenuti una finestra sul mondo, sono tra le poche iniziative che stimolano il carcerato a uscire dalla propria cella e ad avere contatti con gli altri; sono momenti di apprendimento ma anche di svago, vogliono dare speranza a ciascuno di loro e contribuire a restituire alla società uomini liberi e nuovi.
Spesso parlando di scienza e tecnologia nasce un dialogo creativo tra i contenuti propri dell'attività e le storie della vita di ciascuno dei partecipanti. Le attività alleggeriscono le lunghe giornate dei carcerati e sono un momento di evasione psicologica dalle mura del penitenziario. Nell'aula dove si svolgono i laboratori sembra di respirare un'aria più libera rispetto a quella degli altri spazi del carcere; all'interno delle aule-laboratori infatti le guardie carcerarie non sono presenti e i detenuti vengono considerati solamente nel loro ruolo di alunni.
Dopo aver frequentato i laboratori alcuni gruppi di studenti detenuti, previa autorizzazione del magistrato, sono venuti in visita al Museo accompagnati dai loro insegnanti ed educatori; è stata un'esperienza meravigliosa far scoprire loro il bello, il curioso e i contenuti scientifici delle nostre collezioni e soprattutto vederli innamorarsi di nuovo alla vita.
Appena sarà terminata l'emergenza sanitaria, il Museo Galileo e il Politecnico di Torino continueranno la loro collaborazione per progettare e svolgere attività culturali scientifiche rivolte ai detenuti perché offrire nuove opportunità a coloro che non ne hanno mai avute o non le hanno colte, significa offrirle a tutta la società. Nel frattempo, abbiamo programmato una serie di visite virtuali e laboratori a distanza in collaborazione con la rete dei Musei Welcome Firenze che ci permettono di non interrompere la collaborazione con gli educatori ed i detenuti dei due carceri.
di Ilaria Solari
elle.com, 29 marzo 2021
Alcune delle attrici hanno nomi pesanti, pezzi di storia delle organizzazioni criminali. "Donne Caino", le definisce il drammaturgo che le ha accompagnate nel progetto teatrale Educare alla libertà, al centro di un documentario molto toccante.
Sei donne sedute su un palco rispondono alle domande del pubblico. L'ultima arriva come una stilettata: la vostra vita avrebbe potuto essere diversa? A rispondere è una donna bionda, l'unica tra loro con un accento del Nord. Lo sguardo è duro, dietro si intuisce un carico pesante di dolore: con voce ferma risponde di no. Pochi minuti dopo la polizia riporta lei e le altre nel carcere di alta sicurezza di Vigevano, che ospita le detenute appartenenti alla criminalità organizzata, a cui è assegnato un regime detentivo separato da quello dei carcerati comuni.
Alcune di loro hanno alle spalle famiglie dai nomi pesanti, pezzi di storia delle organizzazioni criminali. "Donne Caino", le definisce Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista, che le ha accompagnate nel progetto teatrale "Educare alla libertà", aiutandole a scrivere e mettere in scena l'origine del male di cui si sono rese responsabili secondo la giustizia: un viaggio di scavo che le ha portate a esibirsi nelle aule magne delle università, nelle accademie e nei teatri. Le ha soprattutto aiutate a spezzare le catene di un destino familiare che a molte sembrava irrevocabile. Un'esperienza ora raccontata in Cattività, documentario di Bruno Oliviero su Prime Video e dal 12 marzo su Chili, CGDigital e iTunes.
"Ho raccolto le loro storie", ricorda Sorrentino, "ciò che mi hanno detto e anche ciò che non sapevano di avermi detto. E infine ho chiesto loro di recitare le testimonianze di altre compagne". "Quando ho sentito la mia storia pronunciata da un'altra mi sono pietrificata", confessa Carla, che ha scontato la pena e s'è rifatta una vita lontano da Napoli coi figli, ma ancora non riesce a pronunciare parole come carcere, o cella. "La psicologa dice che ho un blocco, ma il lavoro di rimozione più potente è cominciato là dentro: ed è solo nelle parole di un'altra che realizzi che quella vita era vera".
"Ascoltarle è scioccante", continua Sorrentino. "La droga, le armi, i morti ammazzati, le sparatorie: snocciolano vissuti traumatici come se non si fossero mai davvero viste, non fossero mai riuscite ad adottare uno sguardo esterno. E quando si vedono riflesse nelle parole delle altre crollano. L'affidare a un'altra la propria storia ha prima di tutto un valore drammaturgico. Ma ha anche insegnato loro a condividere, a vedere che il tuo dolore è anche il dolore dell'altra". Come ricorda Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia e metodi di educazione alla legalità (figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittima di mafia), che le ha invitate alla Statale di Milano, all'origine di quasi tutte le storie c'è la figura di un padre: "Irrompe il bisogno di fare i conti con questa tempesta di affetto e di potere", scrive in un'appendice a Il teatro in alta sicurezza (Titivillus) il libro in cui Sorrentino ha raccolto i testi e la storia di questa esperienza.
"Sono contesti familistici patriarcali", continua il drammaturgo, "dentro cui l'universo femminile è schiacciato, non ci sono modelli di donne che non siano succubi. Immaginatevi che forza dirompente ha la detenuta che scrive al marito, recluso al 41 bis, e ai familiari per chiedere di continuare a fare teatro fuori".
Fuori, dove tutto è nuovo, "dove donne abituate a maneggiare milioni si ritrovano fare le badanti, le operaie e sono contente: perché col teatro hanno incorporato un metodo, sanno che le cose si possono vedere da prospettive diverse". O, come ha spiegato loro lo psicoanalista Massimo Recalcati partecipando al progetto, hanno imparano il lavoro lento del perdono, che assomiglia a quella tecnica giapponese che usa l'oro per riparare i vasi rotti: "così le crepe, le ferite diventano preziose e il perdono diventa la possibilità di fare della ferita una poesia. È una specie di resurrezione".
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