canale58.com, 30 marzo 2021
È terminata la campagna vaccinale anti Covid-19 nell'hub dell'Asl all'interno della Casa circondariale di Benevento. La comunicazione giunge proprio dal direttore Gianfranco Marcello. "La campagna - spiega il direttore - iniziata il 13 marzo - può definirsi sostanzialmente conclusa (l'ultima giornata in istituto è prevista il 31 marzo per le ultime 15 unità rimaste più un 'recupero' per chi in un primo momento ha rifiutato).
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati. Forti, infatti, del vaccino potendo contare su un numero maggiore di persone possibile senza sprecare dosi.
Onde far fronte, nel modo migliore possibile, a tale esigenza si è anche data l'autorizzazione su richiesta dei sanitari, all'ingresso di personale esterno non dipendente, come da linee guida nazionali, per evitare di dover sciupare dosi rimaste eventualmente non utilizzate: il posizionamento all'esterno della zona detentiva consentiva tale ultima iniziativa senza il minimo problema di interferenza con le normali attività penitenziarie e senza alcun danno per la sicurezza. Del resto il funzionamento dell'hub vaccinale Asl, seppur interno, non poteva non soggiacere alle regole previste in generale dal sistema sanitario". "Ache per i soggetti ritenuti non idonei qui in istituto si è tuttavia, innescato un circuito virtuoso perché sono stati formalmente presi in carico dal sistema sanitario e verranno chiamati per il vaccino più adatto in un luogo consono".
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati".
Il direttore plaude "al personale, primo fra tutti il comandante di reparto che ha brillantemente applicato le direttive dello scrivente consentendo che l'organizzazione si dipanasse senza inconvenienti di rilievo e rendendo possibile implementare all'esterno una immagine positiva dell'Amministrazione della Istituzione penitenziaria". Vaccinati con la prima dose: 168 unità del personale penitenziario; 7 personale di supporto; esterni 19. 35 risultati non idonei. 36 rifiuti (espliciti o impliciti).
di Ornella Sgroi
Corriere della Sera, 30 marzo 2021
Se non li gusti non li puoi giudicare. Che siano biscotti e colombe pasquali, o ragazzi in carne e ossa, il senso non cambia. Bisogna conoscerli, per poter dire se sono buoni oppure no. In questa considerazione, diventata slogan, si concentra il senso del progetto Cotti in Fragranza, il laboratorio artigianale di prodotti da forno che dal 2016 si svolge nel Carcere minorile Malaspina di Palermo e che è diventato nel tempo "un'impresa sociale a forte governane partecipata, che si regge su un'intelligenza collettiva, per cui tutte le scelte vengono prese con i ragazzi che ne sono parte e protagonisti, per costruire insieme una nuova identità contro quella stigmatizzata del carcere" spiega Nadia Lodato, responsabile del progetto insieme a Lucia Lauro. Frollini agli agrumi, snack salati, biscotti croccanti, cioccolato, cantucci.
E "cicireddi" rigorosamente fatti Adesso anche colombe pasquali gustosissime, e a Natale arriveranno persino i panettoni, grazie al nuovo forno e all'impastatrice professionale a bracci tuffanti donati dall'Ufficio Speciale del Garante dei diritti dei detenuti della regione Sicilia, guidato dal prof. Giovanni Fiandaca. Sapori che profumano di sicilianità nelle materie prime di alta qualità impiegate nelle ricette messe a punto dai ragazzi di Cotti in Fragranza. Come nella novità pasquale, la colomba.
Con farina di Maiorca bio, cioccolato fondente, arancia candita, mandorle e miele di ape nera sicula, ingredienti di "una nostra ricetta originale che fa eco a quella dei nostri biscotti più amati, i Coccitacca, da cui prende il nome anche la nostra colomba" spiega Nadia. L'obiettivo iniziale era "definire percorsi professionali stabili per i ragazzi ristretti nell'istituto penale" e nel giro di cinque anni Cotti in Fragranza è arrivato oggi a "formare e contrattualizzare 33 ragazzi tra area penale e migranti a rischio fuoriuscita dai sistemi di tutela".
Anche al di fuori del carcere, nel secondo nucleo operativo inaugurato nell'ex convento seicentesco di Casa San Francesco e nel bel giardino bistrot "Al fresco", "per ampliare la gamma di prodotti e servizi e dare maggiori possibilità di inserimento lavorativo ai ragazzi che hanno finito la pena detentiva e devono espiare un residuo di pena con misure alternative, ai ragazzi in affidamento in prova ai servizi sociali e ai ragazzi migranti a rischio".
Tanti giovani che "hanno sete e desiderio di trasmettere a se stessi e agli altri l'idea che possono fare cose buone, anzi eccellenti, con una forte voglia di agire, soprattutto contro il silenzio e i tempi lasciati vuoti dalla pandemia" conclude Nadia. "Così acquisiscono una professione, ma anche la consapevolezza che c'è una possibilità di riscatto. Attraverso il pensiero e l'azione dentro un gruppo che li valorizza come possessori di una dignità dimenticata".
italiachecambia.org, 30 marzo 2021
Raul Bucciarelli è un medico che ha prestato servizio in carcere. Oggi ci racconta il rapporto con i suoi pazienti, interrogandosi sul vero significato di "casa". Vi proponiamo la sua testimonianza nell'ambito del progetto "Chi ha Varcato la soglia" di Cascina Macondo, che racconta storie dal carcere dando voce a coloro che, a qualunque titolo, hanno vissuto un'esperienza all'interno delle sue mura.
Era il 1995 ed ero davvero ancora agli inizi della mia professione di medico. Il lavoro di sanitario presso una struttura carceraria durò un paio di anni. Un periodo breve, ma che mi ha insegnato molte cose. Lui lo ricordo ancora molto bene, anche dopo venticinque anni, fra i tanti volti passati, visti e rivisti tante volte da dietro l'austera scrivania della infermeria della Casa Circondariale. Quella scrivania era divisa dalla libertà da otto solerti porte automatiche e centocinquanta passi.
Lui era alto e magro, con una barbetta brizzolata ruvida e rada, gli occhi vivissimi e guizzanti, i capelli incolti e lunghi. Il suo volto scavato raccontava con trasparenza un infinito dolore e rassegnazione. Il cognome declinava con certezza le sue origini siciliane. Il suo dialetto inconfondibile e schietto raccontava sicuramente Palermo. Lui era uno dei tanti detenuti che al mattino faceva la fila nell'ambulatorio del carcere. Non ho mai voluto sapere, naturalmente, perché fosse finito in un penitenziario. E alla fine non l'ho mai saputo.
Questo era per me un principio fondamentale ed imprescindibile per poter esercitare con serenità il lavoro di medico in un posto non facile come quello. Ogni tanto gli agenti di custodia mi raccontavano qualche cosa sul passato dei miei pazienti ma io cercavo di glissare sempre. I miei pazienti erano solo dei malati. Lui era un paziente abituale, e passava in infermeria abbastanza spesso.
Si sedeva appoggiando il gomito destro sulla scrivania, mi guardava fisso negli occhi e mi ripeteva: "Dottore, non mi funziona bene il cervello". Lo diceva con tono accorato e anche un po' teatrale con gli occhi rivolti verso il cielo, quasi a cercare una sorta di benedizione o quanto meno di approvazione divina. Gli chiedevo di spiegarmi bene, ma non c'era molto da dire. Si prendeva la testa fra le mani e mi diceva: "Il cervello dottore... il cervello".
La sua cartella clinica raccontava innumerevoli valutazioni psichiatriche con variopinte diagnosi: "stato depressivo, note di delirio persecutorio, disturbo schizotipico di personalità". Nessuna di queste definizioni raccontava chi era. Lui si recava in infermeria più per chiacchierare o per chiedere di aumentare il dosaggio già altissimo degli psicofarmaci per alleviare chissà quale disagio profondo.
Gli agenti di custodia lo consideravano un tipo bizzarro ma nella sostanza non particolarmente pericoloso. Una mattina però arrivò più agitato del solito e finalmente riuscì a dirmi qualcosa di più. Era molto preoccupato, perché tra qualche giorno avrebbe concluso la detenzione e come si suole dire: "si sarebbero aperte le porte del carcere".
Con la testa tra le mani continuava a ripetermi: "Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta, dovrò tornare a Torino". Non avevo mai riflettuto su una situazione del genere. Non si pensa mai che per molti esseri umani il carcere rappresenta una sorta di casa. Fuori mancano spesso affetti, amicizie, legami familiari. Molti hanno la residenza nell'istituto di pena e non sanno neanche dove dormire. Fuori manca il lavoro, non si è più nessuno.
Il carcere per molti rappresenta una sorta di identità e il dopo è solo insicurezza. Ho avuto un colloquio non facile. Cosa si può dire oltre qualche ovvietà? La direzione da me interpellata mi ha assicurato che sarebbe stato in qualche modo comunque affidato ai servizi sociali di Torino. Dopo tre giorni, è uscito. Mi hanno detto che aveva uno scatolone legato col cordino e un sacco nero dell'immondizia con tutte le sue cose. Aspettava l'autobus per la stazione. Finalmente libero.
di Monica Gherardi
L'Eco di Bergamo, 30 marzo 2021
Nella casa circondariale di Bergamo è stata avviata una collaborazione con la Crivop Italia Odv (Cristiani volontari penitenziari), organizzazione di volontariato penitenziario presente nelle carceri dì diverse città italiane dove porta sostegno ai detenuti. Il fondatore e presidente nazionale della Crivop Michele Recupero viaggia peri il Paese in camper con la moglie per raggiungere i diversi luoghi in cui operano i gruppi di volontari.
In questi mesi è a Bergamo dove è stato avviato un progetto dedicato alla sezione femminile e ai soggetti protetti. In vista della Pasqua la Crivop ha invitato nel teatro del carcere il gruppo musicale dell'Assemblea evangelica di Seriate "Altare di adorazione". "Un messaggio di amore e dì speranza durante la pandemia - racconta Recupero. La casa circondariale di Bergamo ha permesso che sette detenute della sezione femminile potessero assistere a questo momento di musica e di festa". "Dopo la firma del protocollo d'intesa da parte della Direzione generale dei detenuti e del trattamento con Crivop Italia anche qui a Bergamo abbiamo avviato la collaborazione - spiega la direttrice del carcere Teresa Mazzotta. Cerchiamo di proseguire nella direzione di un distanziamento anti-Covid che non sia distanza dal territorio.
Qui costruiamo progettualità che identificano la casa circondariale di Bergamo come un quartiere della città, un luogo dalle porte aperte in entrambi i sensi perché lo scambio umano, sociale e culturale possa avvenire continuamente".
Sono circa 120 i volontari della Crivop che operano in Italia con progetti creati su misura per ogni realtà carceraria: dallo sportello d'ascolto ai laboratori tematici, da iniziative culturali e musicali ai colloqui di sostegno. "Ci auguriamo - aggiunge il presidente - che anche a Bergamo possa presto nascere, con un'adeguata formazione, un gruppo di volontari".
di Nicola Lacetera*
Il Domani, 30 marzo 2021
L'articolo 3 della Costituzione italiana sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini. Nei due paragrafi che lo compongono si percepisce il delicato lavoro di compromesso fra le varie anime politiche che contribuirono alla nostra legge fondamentale. Il primo paragrafo esprime il concetto di uguaglianza formale, tipicamente associato alla cultura liberale e conservatrice: la garanzia di pari dignità di fronte alla legge di tutti i cittadini.
Il secondo è più vicino all'idea socialista di uguaglianza sostanziale, che riconosce la presenza di ostacoli diversi al raggiungimento di traguardi economici e sociali, e implica un ruolo di riequilibrio per lo stato. Nel corso degli anni, tuttavia, e soprattutto dopo la caduta dei regimi comunisti in Europa, la parte politica che più si era riconosciuta nel principio di uguaglianza sostanziale ha adottato un approccio meno interventista, e più fiducioso delle capacità del mercato di garantire uguaglianza dei punti di partenza.
Questione di talento - Un assunto più o meno implicito della teoria economica classica è che le forze di mercato per loro natura premino il talento attraverso la competizione e gli incentivi delle imprese (per esempio) ad assumere chi più meritevole; questo processo genera sia crescita sia giustizia sociale perché offre a tutti, indipendentemente dalle loro origini, le stesse opportunità. Facendo propria questa visione, il pensiero dominante nella sinistra dagli anni Novanta in poi ha individuato in alcuni correttivi, per esempio nella garanzia formale di pari accesso all'educazione e alla sanità, gli interventi necessari per livellare i punti di partenza.
Il mercato, il cambiamento tecnologico, e la crescita economica avrebbero fatto il resto. In una recente raccolta di saggi sulla disuguaglianza, Olivier Blanchard, già professore al Massachusetts Institute of Technology e capo economista al Fondo monetario internazionale, e Dani Rodrik, professore ad Harvard, classificano questi interventi come relativi alla fase di "pre-produzione", cioè riguardanti lo stadio precedente l'attività economica vera e propria. E tuttavia, proprio da forze quali la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono emerse sfide e contraddizioni ai quei principi di pari opportunità diventati di comune accettazione, e limiti alla capacità degli interventi pre-produttivi di correggere distorsioni.
La transizione digitale ha portato con sé sconvolgimenti nella struttura produttiva e nella natura del lavoro. Da un lato, sono state premiate professioni che richiedono alti livelli di educazione. La velocità del cambiamento tecnologico, inoltre, è tale che il sistema educativo fatica a integrare le nuove conoscenze nei programmi. Questa "gara" fra educazione e tecnologia, come la hanno definita Claudia Goldin e Larry Katz (entrambi ad Harvard), genera scarsità delle competenze necessarie, e un aumento dei compensi per i pochi che le posseggono.
Inoltre, il crollo dei costi di comunicazione grazie alle tecnologie digitali consente, per esempio, a pochi "super" manager o banchieri di gestire divisioni o imprese sempre più grandi e servire mercati più ampi. I proventi per questa classe di "superstar", come già l'economista di Chicago Sherwin Rosen aveva teorizzato quaranta anni fa, sono cresciuti a dismisura.
Dall'altro lato, l'automazione di molte attività, dalla manifattura a certi servizi, ha ridotto la domanda di lavori qualificati, ad alto valore aggiunto, ma che non richiedono alti livelli educativi. Per chi era impiegato in questi settori, l'alternativa oggi sono spesso lavori con condizioni salariali e contrattuali meno attraenti.
La caduta della domanda di quei lavori "intermedi", specie nel mondo occidentale, è stata ulteriormente accelerata dal processo di globalizzazione e spostamento della produzione in altri paesi. Ma macchine sempre più "intelligenti" si stanno sostituendo al lavoro umano ovunque nel mondo. Le analisi di studiosi come Daron Acemoglu (Mit) e Pascual Restrepo (Boston University) fanno temere che i "nuovi" lavori che la digitalizzazione ha creato non basteranno a compensare quelli persi.
L'aumento delle diseguaglianze - La polarizzazione del mercato del lavoro, a sua volta, ha fatto aumentare le diseguaglianze di reddito e ricchezza. Gli stessi principi economici sempre più condivisi dallo spettro politico e ideologico, tuttavia, attribuiscono un valore positivo alla disuguaglianza in una economia di mercato: se la disuguaglianza è il risultato di differenze di merito una volta garantite condizioni minime di pari opportunità, ci sarà più crescita e, soprattutto, più mobilità sociale e opportunità diffuse, perché il talento non dipende dalle condizioni di partenza o dal retroterra socioeconomico di origine.
Ricerche recenti mostrano però una realtà diversa. Miles Korak (University of Ottawa) ha evidenziato che la mobilità sociale è in realtà inferiore in paesi con maggiori disparità: maggiore è la disuguaglianza, più essa tende a perpetuarsi di generazione in generazione. Raj Chetty (Harvard) ha mostrato come il luogo di nascita e l'estrazione socioeconomica dei genitori sempre più determinino le opportunità economiche dei figli, in termini di reddito e ancor prima di accesso a certe attività particolarmente lucrative perché traggono vantaggio dalle nuove tecnologie. Sembra, insomma, che da una società meritocratica si stia in qualche modo tornando a una società "patrimoniale". Lucas Chancel della Paris School of Economics evidenzia che oggi non è più tanto il paese di residenza a determinare le opportunità economiche di un giovane, quanto il suo retroterra familiare indipendentemente dalla nazionalità.
Puntare tutto sull'educazione - Le dinamiche economiche che la digitalizzazione e la globalizzazione hanno accentuato aiutano a spiegare questa relazione tra disuguaglianza e mobilità sociale. In particolare, la polarizzazione del lavoro, con da una parte professioni di alto livello che richiedono educazione di élite, dall'altra lavori a basso valore aggiunto, spinge le famiglie a investire sempre più nella formazione dei figli. L'educazione formale, anche quando garantita a tutti, è tuttavia solo una parte di questi investimenti.
Chi può permetterselo avvia i propri figli alla lettura di libri, alla conoscenza delle lingue, ai viaggi studio, ad attività extra-curricolari che aumentano non solo le loro conoscenze, ma anche le capacità "non cognitive", come l'abilità di lavorare in gruppo e gestire situazioni complesse. Garey e Valerie Ramey della University of California definiscono questi processi una gara senza fine ("rat race", in inglese).
Gara che, oltre a essere impari e inaccessibile alla maggior parte delle famiglie, è sempre più incerta anche per le classi agiate: se a metà del secolo scorso, la stragrande maggioranza dei figli poteva aspettarsi di ottenere una condizione economica migliore di quella dei genitori, questo non è più vero oggi. Daniel Markovits (Yale University) chiama questa dinamica "Trappola della meritocrazia". Indipendentemente dalle loro capacità innate, quindi, chi viene da famiglie benestanti accumula un vantaggio rispetto a chi non ha i mezzi in partenza. Non solo questo perpetua le disuguaglianze invece di bilanciare i punti di partenza, ma comporta anche uno spreco di tanto potenziale talento; Raj Chetty e i suoi collaboratori concludono che la società potrebbe perdere tanti potenziali "Einstein" a causa di queste dinamiche.
Insomma, sembra proprio che per garantire effettive pari opportunità, agire politicamente sui punti di partenza richiede di andare oltre la fase "pre-produttiva" con la garanzia di alcuni servizi come l'educazione formale. I saggi raccolti da Blanchard e Rodrik discutono interventi che, in alcuni casi, sono volti a garantire uguaglianza oltre allo stadio iniziale, e se non proprio fino al punto di arrivo, quanto meno per un percorso più lungo. Queste politiche, secondo alcuni, includono stabilire un salario minimo dignitoso e un reddito universale.
Altri suggeriscono politiche industriali e tributarie che favoriscano la creazione e il mantenimento di lavori accessibili a molti, ad alto valore aggiunto, e dignitosi nel salario e nelle condizioni: ad esempio, supporto pubblico di certi settori, una tassazione che dissuada le imprese dall'eccessivo investimento in automazione che sostituisce il lavoro, e un rafforzamento del ruolo dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva o la compartecipazione nelle decisioni aziendali.
Altri ancora individuano in una tassazione più progressiva, che riguardi anche il patrimonio e le eredità, un meccanismo di riequilibrio delle condizioni di partenza per le future generazioni. In un video che Kamala Harris ha pubblicato pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, la futura vicepresidente descrive la differenza tra uguaglianza ed equità. Secondo Harris, il principio di uguaglianza, intesa come parità dei punti di partenza, non è più sufficiente per garantire effettive pari opportunità. Bisogna invece riconoscere che certe disparità - di condizione economica, ma anche di genere o razza - sono ormai così radicate che un'agenda progressista deve andare oltre, e promuovere piuttosto l'equità attraverso interventi anche differenziati. Senza arrivare all'egalitarismo, c'è ampio spazio, e oggi meno imbarazzo di trent'anni fa, per sostenere politiche che accompagnino le persone oltre il punto di partenza per garantire loro adeguate possibilità future. Si tratta, sia chiaro, di una posizione tutt'altro che universalmente accettata, soprattutto da settori più conservatori e moderati dell'opinione pubblica, come dimostra un recente intervento critico del politologo Charles Lipson sul Wall Street Journal. Una disuguaglianza, questa di vedute e proposte politiche, che è quanto mai benvenuta dopo un lungo periodo di eccessiva somiglianza tra destra e sinistra.
*Economista
di Giuliana Covella
Il Mattino, 30 marzo 2021
La speranza parte, ancora una volta, da Nisida: dall'istituto penale minorile arriva un nuovo laboratorio per i giovani detenuti. A sostenerlo il progetto "NisidArte-Officine creative" della Fondazione "Il meglio di te - Onlus" sarà il Soroptimist. Un progetto che, in piena pandemia, assume un significato educativo e formativo ancor più simbolico, coniugando opportunità di riscatto e rispetto per l'ambiente. Lo stesso nome del progetto è stato proposto dagli stessi ragazzi, a sottolineare non solo il legame con l'isola ma anche l'ambizione di produrre oggetti, utilizzando materiali ecologici e riciclati (principalmente rame e ottone).
L'idea e la realizzazione del progetto è della Fondazione "Il meglio di te - Onlus", presieduta da Fulvia Russo, organizzazione attiva da 16 anni nel carcere dell'isola e nei contesti a rischio della città di Napoli e in ambito internazionale, con il supporto del Soroptimist International d'Italia (la cui presidente è Mariolina Coppola), un'associazione mondiale di donne impegnate nel sostegno all'avanzamento della condizione femminile nella società, che già da tempo porta avanti centinaia di iniziative con le strutture carcerarie femminili, grazie a un protocollo con il Dap. Per questa startup il Soroptimist ha donato materiali e attrezzature per realizzare numerose spille a forma di ape disegnate dall'artista Bruno Fermariello, per festeggiare il progetto ambientalista in occasione del centenario dell'associazione.
Tre giorni a settimana alcuni ospiti del penitenziario minorile frequentano il laboratorio in cui il maestro Francesco Porzio, con la supervisione organizzativa di Raffaele Zocchi, volontario della Fondazione, insegna loro i processi produttivi e le modalità di collaborazione per la formazione di un gruppo di lavoro sano ed efficiente. Un know-how indispensabile in vista di un ritorno in società. Partendo dalla fantasia, i ragazzi hanno già iniziato a produrre oggetti dal notevole valore artistico, mettendo in pratica il percorso creativo che porta l'idea a svilupparsi prima sul foglio di carta e, poi, a realizzarsi in concreto.
"L'ambizione - spiega la presidente Russo - è che questo progetto possa evolversi quanto prima in un'attività produttiva e di vendita che permetta l'autosostentamento, come già avvenuto in passato per il laboratorio delle ceramiche griffate "Nciarmato a Nisida" che la Fondazione ha attivato, attrezzato e poi affidato alla cooperativa sociale Nesis - gli amici di Nisida Onlus che, dopo un primo periodo con il sostegno economico della Fondazione, ora cammina con le proprie gambe, autofinanziando le attività per i ragazzi riuscendo ad assumere anche alcuni di loro al termine del loro periodo di detenzione".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 30 marzo 2021
Ormai il suo nome è tutt'uno con quello dell'istituto penitenziario dove per oltre trent'anni anni è stato il cappellano. E così, per onorare la memoria di don Fausto Resmini nel primo anniversario della sua scomparsa, in tanti si sono ritrovati venerdì scorso per partecipare alla Santa Messa officiata dal Vescovo di Bergamo, Monsignor Francesco Beschi.
C'era il Sindaco Giorgio Gori, una rappresentanza di cittadini e una piccola delegazione della casa circondariale, guidata dalla direttrice Teresa Mazzotta e dal comandante del reparto di Polizia Penitenziaria Aldo Scalzo.
La notizia della sua morte, avvenuta nella notte fra il 22 e il 23 marzo 2020, a 68 anni, per le complicanze causate dal Covid-19, scosse profondamente non solo il microcosmo del carcere ma i sentimenti dell'intera cittadinanza, dalla quale si levò subito una sentita richiesta per associare al nome di don Fausto a quello del luogo dove il suo impegno ne aveva fatto un vero e proprio punto di riferimento per il personale e per i detenuti.
Richiesta prontamente accolta e condivisa dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - Dap che, alla memoria di don Fausto Resmini, provvedeva a intitolare la casa circondariale di Bergamo, con decreto firmato il 5 giugno 2020 dal capo del Dap, Bernardo Petralia.
In tanti, fra personale di Polizia Penitenziaria e detenuti, hanno continuato a testimoniare, anche in forma scritta, l'umanità e la straordinaria umiltà espresse da don Fausto e quella sua naturale predisposizione a porsi al servizio del prossimo, indipendentemente dalla fede religiosa del suo interlocutore, tanto nel bisogno spirituale quanto in quello materiale.
affaritaliani.it, 30 marzo 2021
Sono già 41 i morti per overdose in Italia dall'inizio dell'anno. Nonostante i lockdown, la pandemia, non si ferma il mercato dell'eroina. Sono i dati di Geoverdose, sito di monitoraggio quotidiano. "L'idea ci è nata scoprendo un sito americano, LostLove, creato da un ragazzo che aveva perso per overdose la propria fidanzata.
Abbiamo creato uno strumento aperto a tutti per monitorare il fenomeno delle overdosi da sostanze nel nostro paese perché i rapporti ufficiali escono anno dopo anno mentre per monitorare il fenomeno serve uno strumento che dia informazioni quasi in tempo reale. Perché il mondo del consumo di droghe è veloce, muta in fretta, ed è importante per noi capire cosa succede sul territorio, dove si verificano dei picchi di crisi, dove si sposta il mercato.
Analizziamo e pubblichiamo tutte le notizie per morti dovute a eccesso e abuso di sostanze, utilizziamo notizie che compaiono sulla carta stampata o sul web. Certamente non abbiamo tutti i dati, nelle grandi città in particolare spesso una morte per overdose non è nemmeno una notizia da pubblicare, ma possiamo dire che il nostro grado di affidabilità è all'80-90%. Siamo diventati una fonte credibile anche per le istituzioni.
La nostra mappa non è solo importante per gli eventi in se, ovvero il conto delle vittime, ma raccogliamo dati anche sulle circostanze. Dove è avvenuto l'episodio (vicino a una stazione, in auto, in un albergo, da soli o in compagnia, se c'è stato un mix di sostanze e, se possiamo, indichiamo quali etc.). In questo modo disegnano una mappa che fa riferimento anche alle circostanze del decesso e questo è importante per la prevenzione".
Perché l'eroina continua a diffondersi, specialmente tra i giovanissimi? "Il mercato dell'eroina - continua Giancane - si è modificato molto negli ultimi anni. Partiamo dalla produzione di oppio che negli ultimi dieci anni si è decuplicata. Solo nel 2018 la produzione di oppio in Afghanistan è cresciuta dell'87%, 9mila tonnellate pronte a essere immerse sul mercato. Vuol dire tantissima merce di ottima qualità da smerciare a prezzi sempre più bassi.
Negli ultimi anni il delta tra il costo della cannabis e quello dell'eroina è stato spaventoso: se 20 anni fa con quello che serviva per 1 grammo di eroina potevi comprarti 15/20 grammi di cannabis oggi il rapporto è quasi alla pari. Le rotte dello spaccio sono cambiate. Mafia e Ndrangheta hanno abbandonato l'eroina per concentrarsi sulla cocaina.
In particolare è la Ndrangheta oggi a gestire e a decidere il prezzo della cocaina, l'unica organizzazione al mondo in grado di non dover pagare ai produttori il materiale sequestrato perché già compreso nel prezzo di acquisto come voce di 'rischio'. L'eroina segue rotte diverse: dalla Nigeria, dai Balcani. Il prodotto che arriva dai Balcani, in mano a slavi e albanesi, subisce più passaggi, più tagli, quindi è meno puro. Il prodotto nigeriano arriva direttamente nel nostro paese, con un tasso di purezza molto più alto. I quantitativi sono generalmente piccoli.
Difficilmente un carico di eroina supera i 10kg, mentre per la cocaina parliamo di tonnellate. L'eroina viaggia su mezzi più piccoli, spesso con 'passatori' che la ingeriscono. Insomma tutta la catena è meno costosa, più leggera, e questo contribuisce alla riduzione del prezzo.
Le piccole e medie organizzazioni sul territorio, generalmente di nordafricani, che gestiscono lo spaccio al dettaglio come nel caso di Rogoredo o San Donato a Milano non danno particolare fastidio alle grandi famiglie della Ndrangheta o della camorra. Lasciano fare.
E poi l'eroina viene sempre più fumata o mischiata con la coca, sempre meno iniettata. L'allarme sociale è sceso anche perché sono oggettivamente diminuiti i 'tossici' nei centri urbani. Ma certo il fenomeno tra i giovanissimi è in aumento perché con soli 5 euro puoi farti una tirata".
fuoriluogo.it, 30 marzo 2021
Nell'anniversario della firma della Convenzione Unica sugli stupefacenti la società civile fa il bilancio di 60 anni di fallimenti del proibizionismo. Oggi ricorre il sessantesimo anniversario della firma della Convenzione Unica sugli stupefacenti, siglata a New York il 30 marzo 1961, il testo che è alla base del sistema proibizionista e della "war on drugs". La rete italiana della Società civile ha promosso un webinar internazionale, dal titolo "La convenzione unica sugli stupefacenti: 60 anni di un epic fail?", che si terrà proprio stasera, dalle 18 alle 20 (info e iscrizioni su https://www.fuoriluogo.it/epicfail).
Per Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe "non è un caso il silenzio assoluto delle Istituzioni mondiali e nazionali su questo anniversario. Il fallimento delle politiche globali sulle droghe è acclarato, e da qui l'imbarazzo e la scelta di non ricordare al mondo gli errori e i danni provocati. Il sistema delle convenzioni e l'azione degli Stati membri dell'Onu dovevano eliminare completamente la produzione e uso illegale di droga entro 25 anni. Ne sono passati 60 di anni e produzione, traffico e consumo non sono mai stati così vari e ampi: non lo dico io, lo hanno detto i Governi stessi riuniti a Vienna nel 2019".
"Quegli stessi governi nel 1998 - ricorda Fiorentini - avevano rilanciato, annunciando un mondo senza droghe in 10 anni. 20 anni dopo, nel 2018, il World Drug Report dell'Unodc attestava l'esistenza di 269 milioni di consumatori di sostanze nel mondo. Un aumento del 54% rispetto al 1998: le persone che usano sostanze sono dunque aumentate a velocità esattamente doppia rispetto all'aumento della popolazione mondiale (+27%) nonostante politiche pesantemente repressive, eradicazioni forzate e fumigazioni aeree con glifosato, carcerazioni indiscriminate e in alcuni casi torture e pena di morte.
Tra il 2009 e il 2018 la produzione di oppio e coca è aumentata rispettivamente del 125% e del 30%, mentre nessun segno di riduzione si è avuto per la cannabis. Un quarto delle entrate complessive della criminalità organizzata proviene dal narcotraffico. Nel 2018 il fatturato del mercato globale della droga è stato stimato tra i 426 e i 652 miliardi di dollari. Ben oltre la metà dei profitti vengono riciclati, e di questi meno dell'1% viene sequestrato.
"A questo punto - conclude il Segretario di Forum Droghe - è tempo di cambiare rotta. Lo hanno già fatto Uruguay e Canada e 16 stati Usa (questa settimana potrebbe essere il turno di New York) legalizzando la cannabis, lo ha fatto il Portogallo e lo sta facendo la Norvegia puntando sulla decriminalizzazione. In Italia invece siamo fermi alla legge Jervolino-Vassali, concepita oltre 30 anni orsono sulla spinta proibizionista degli Usa di Reagan e della San Patrignano di Muccioli".
di Enrico Pugliese
Il Manifesto, 30 marzo 2021
La loro regolarizzazione annunciata di fatto non c'è stata. Il lockdown è un grave peso per chi è costretto a restare a casa. Ma per chi la casa non ce l'ha è una vera tragedia. È passato un anno da quando grazie a un manifesto della Flai Cgil si cominciò a parlare di una regolarizzazione per i lavoratori stranieri occupati in agricoltura e privi di permesso di soggiorno. E ancor prima dell'iniziativa sindacale c'erano state richieste da parte di grandi e piccoli imprenditori agricoli che - vedendo approssimarsi mesi di intensa domanda di lavoro per le semine e altre operazioni primaverili e per le raccolte estive - si erano resi conto che la manodopera disponibile era drasticamente ridotta rispetto agli anni precedenti.
Ma a queste probabili assenze corrispondeva una sicura presenza di immigrati privi di permesso di soggiorno oppure con permesso scaduto comunque in condizione di irregolarità : persone intrappolate in Italia e a rischio di rimpatrio forzato. Attingere ulteriormente in maniera legale a questo bacino era l'interesse dichiarato e in larga misura effettivo di molti imprenditori agricoli. Risultava dunque evidente che la sanatoria (o regolarizzazione che dir si voglia) era una buona opportunità non solo per i lavoratori.
E a questo punto l'interesse per la regolarizzazione si estese riguardando lavoratori e datori di lavoro di vari settori ed ambienti. In particolare il lavoro domestico e quello di cura (colf e badanti). Alla fine la regolarizzazione fu approvata rientrando come parte integrante del Decreto Rilancio del 16 maggio 2020 tuttavia con una serie di paletti e di vincoli volti a renderne il percorso difficile e costoso per tutti e praticamente impraticabile per i braccianti. Le domande furono poco più di duecento mila per il complesso delle categorie ma quelle dei lavoratori agricoli furono circa quindicimila: una cifra veramente irrisoria se si considera il notevole e crescente numero di lavoratori stranieri occupati al nero.
E questo merita una spiegazione specifica che chiama in causa il meccanismo cardine delle regolarizzazioni in atto nel nostro paese: un procedimento secondo il quale l'immigrato non è un soggetto che richiede di regolarizzare la propria posizione e ottenere un permesso di soggiorno. Al contrario egli è l'oggetto di una richiesta presentata da un datore di lavoro che decide di regolarizzare una persona alle proprie dipendenze. Con la legge Bossi-Fini e relativa sanatoria questo principio fu codificato con l'infame norma del 'contratto di soggiorno', che lega il permesso a uno specifico rapporto di lavoro rendendo strutturalmente insicura la condizione del lavoratore 'oggetto' del contratto sempre a rischio di perdere il permesso di soggiorno.
Ma la maggior parte dei braccianti che lavorano ora al nero non hanno un rapporto di lavoro certificabile. In agricoltura la domanda di lavoro è estremamente irregolare con concentrazione in alcuni periodi e con la durata dell'occupazione presso un'azienda spesso molto breve. A volte il bracciante conosce solo il caporale e non ha alcun contatto con il titolare dell'azienda agricola. Ed è comprensibile la scarsa disponibilità di questi ultimi. Ma anche nel caso di disponibilità i requisiti personali dell'imprenditore e relativi all'azienda richiesti per dar corso alla regolarizzazione sono talmente stretti da disincentivare ogni buon proposito. Per questo i braccianti la battaglia l'hanno persa ancora prima di cominciarla. Chi non voleva che se ne facesse nulla ha vinto la partita in anticipo. E i lavoratori si sono trovati nelle stesse condizioni di prima aggravate dall'epidemia. Questo è l'aspetto più doloroso. La costrizione a restare chiusi in casa - il lockdown come si dice - è una gran bella seccatura, che rende la vita difficile a chiunque. Ma questa è una seccatura per chi una casa dove stare ce l'ha. Il che non è il caso di una larga parte dei lavoratori agricoli immigrati.
Un alloggio di fortuna per quanto terribile è più sopportabile se usato solo per riposarsi di notte. I ghetti, le baraccopoli, e le stesse tendopoli sono forme di degrado abitativo comunque. Ma diventano una insopportabile prigione quando non se ne può uscire. Uscire dalle precarie sistemazioni nei ghetti e altrove per gli irregolari non implica solo una contravvenzione alle norme del lockdown ma anche il rischio delle sanzioni per l'assenza di permesso di soggiorno.
Inoltre le agglomerazioni, anche le più precarie e malsane, sono comunque un luogo di socialità e solidarietà. La giusta paura del contagio ha determinato un'ulteriore dispersione degli immigrati, costretti a cercarsi nel freddo nei mesi autunnali e dell'inverno un tetto un tugurio o una casa di campagna abbandonata per ridurre il rischio di contagio. Lo stesso accesso al tampone è stato difficile e in alcune situazioni del Mezzogiorno è stato reso possibile dall'impegno di associazioni del volontariato. Infine in qualche caso si è dovuto rinunciare a progetti di sistemazione in strutture più o meno attrezzate di numeri significativi di braccianti per i rischi connessi all'affollamento, con il risultato di un ulteriore aumento della loro solitudine e precarietà. Insomma è stato un anno, e soprattutto un inverno, orribile.
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