di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2021
Nota a sentenza: Corte Edu, Pretella contro Italia, 18 marzo 2021, ricorso n. 24340/07. Con la decisione in commento la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sancisce, sulla scorta del proprio orientamento consolidato, che la violazione dell'art. 6 par. 1 della Convenzione per irragionevole durata del processo si realizza nei casi in cui "l'estinzione di un procedimento penale e il mancato esame della domanda civile sono dovuti a circostanze imputabili principalmente alle autorità giudiziarie, tra cui eccessivi ritardi procedurali che hanno portato alle prescrizioni del reato".
Questa in sintesi la vicenda processuale. La vicenda portata all'attenzione della Corte Edu aveva ad oggetto l'archiviazione di un procedimento penale per prescrizione del reato (una ipotesi di diffamazione a mezzo stampa) maturata già nella fase delle indagini preliminari.
Il 1° giugno 2007 il denunciante decideva di adire la Corte Edu, lamentando la violazione dell'art. 6 par. 1 della Convenzione. Il ricorrente riteneva, infatti, che l'eccessiva durata del procedimento penale gli avesse impedito di tutelare i propri diritti e assumeva che l'archiviazione del procedimento fosse stata causata dall'inerzia del pubblico ministero, il quale aveva, peraltro, impedito allo stesso di costituirsi parte civile, costringendolo ad agire in sede civile. Il ricorrente lamentava, inoltre, l'inefficacia del rimedio previsto dalla Legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89) in materia di irragionevole durata del processo e, dunque, la violazione dell'art. 13 della Convenzione, non avendo egli ottenuto alcuna riparazione per il pregiudizio subito a causa dell'impossibilità di costituirsi parte civile nel procedimento penale.
Il Governo italiano si opponeva a tale richiesta, affermando che secondo la legge dello Stato la parte lesa non avrebbe potuto, nel caso di specie, contestare l'eccessiva durata del procedimento penale, poiché detta durata viene calcolata dal momento in cui la persona offesa è ammessa al processo come parte civile - ex art. 2 co. 2 bis Legge Pinto - ed essa può costituirsi tale solo in sede di udienza preliminare e non anche in fase di indagini. Inoltre, veniva contestato dal Governo italiano che il ricorrente non avesse esaurito tutti i rimedi interni - requisito previsto dall'art. 35 par. 1 della Convenzione - in quanto la parte lesa aveva la facoltà, sulla base del diritto processuale civile, di chiedere al procuratore generale della Corte d'Appello di revocare l'indagine e di agire, peraltro, in sede civile per ottenere la tutela dei propri diritti.
Tuttavia, i Giudici di Strasburgo ritengono che l'art. 6 par. 1 della Convenzione si applichi ai procedimenti relativi alle richieste civili a partire dal momento della loro presentazione, non essendo necessario che la parte offesa si sia costituita parte civile. La Corte respinge, perciò, l'obiezione del Governo italiano, dichiarando violato l'art. 6 par. 1 della Convenzione, in quanto il "tempo ragionevole" entro il quale può essere svolto un procedimento inizia, per la persona danneggiata dal reato, "nel momento in cui esercita uno dei diritti e delle facoltà espressamente conferitele dalla legge".
La Corte osserva, inoltre, che la ragionevole durata deve essere valutata - come, altresì, previsto dall'art. 2 co. 2 della Legge Pinto - alla luce delle circostanze del caso concreto, ovvero la complessità del caso, il comportamento del richiedente, il comportamento delle autorità competenti e la lesione subita dalla persona interessata. Nel caso in esame emerge che la durata delle sole indagini preliminari era stata di cinque anni e sei mesi, risultando tale periodo, in virtù della non particolare complessità del caso, eccessivo e lesivo nei confronti della persona offesa, non essendo state, peraltro, acquisite prove in grado di giustificare tale sproporzione.
Pertanto, la Corte conclude, affermando che l'impossibilità per il ricorrente di perseguire il proprio diritto sia derivata dal comportamento delle autorità e che "un individuo non può essere obbligato a proporre un'azione per lo stesso scopo nei tribunali civili dopo che il procedimento penale è caduto in prescrizione per colpa del giudice penale", anche in ragione del principio fondamentale di economia processuale. Infine, i Giudici di Strasburgo ritengono violata anche la disposizione prevista all'art. 13 della Convenzione, non sussistendo un rimedio interno che consenta al ricorrente di ottenere una sanzione per la violazione del proprio diritto a una ragionevole durata del processo - sancito dalla stessa Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo - in quanto la Legge Pinto, che disciplina proprio tale ambito, non trova applicazione nel caso in cui il processo non sia neanche iniziato.
di Filippo Ciapini
mowmag.com, 30 marzo 2021
"Le persone che presentano patologie psichiatriche difficilmente riescono a ottenere trattamenti adeguati in carcere". Così il garante dei detenuti della Lombardia, Carlo Lio, il quale spera che il "caso Corona" - proprio nel giorno del suo 47esimo compleanno - possa essere d'aiuto a far conoscere la situazione di centinaia (in Lombardia) e migliaia (in tutta Italia) di detenuti con problemi psichici che non dovrebbero stare dietro le sbarre
Nel giorno del suo 47esimo compleanno, molti amici, parenti e appartenenti al mondo dello spettacolo stanno mandando messaggi di solidarietà a Fabrizio Corona, adesso nel reparto psichiatrico del carcere di Monza e in sciopero della fame. Oltre a loro, in questi giorni, gli era arrivato anche un appoggio istituzionale. Quello di Carlo Lio, garante dei detenuti della Lombardia, Difensore Regionale - una particolare carica prevista dallo Statuto d'autonomia della Lombardia incaricato di tutelare i diritti e gli interessi dei cittadini e degli altri soggetti della società civile (associazioni, imprese, comitati) nei confronti della Regione Lombardia e delle altre amministrazioni pubbliche rientranti nella sua competenza, ndr - e garante del diritto alla salute di tutti i cittadini. Lo abbiamo intervistato partendo proprio da Fabrizio Corona, perché "attraverso di lui, che ha una grande capacità mediatica, possiamo dare voce a molti casi simili al suo che invece voce non hanno: persone che stanno vivendo momenti sanitari clinici difficoltosi e critici per le quali è necessario valutare misure più idonee rispetto al carcere".
Continua Lio: "Il caso Corona ha messo in risalto un problema che per molti è sconosciuto, perché nelle carceri lombarde e italiane esistono molti Corona, a causa di come è strutturato oggi il carcere - ha spiegato il garante - cioè un luogo con delle condizioni non adeguate per garantire quella assistenza psico-sanitaria che molti avrebbero bisogno quotidianamente". Anche per questo, il garante dei detenuti ha precisato: "Spero che la risonanza mediatica del suo caso possa far riflettere le istituzioni affinché dal ministro e dal tribunale di sorveglianza possano riconsiderare se tenere nelle carceri lombarde e italiane persone che hanno queste tipo di problematiche".
Dottor Lio, quali sarebbero le giuste indicazioni per i casi simili?
Diciamo che esistono alcune strutture che si chiamano Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, nda) che sono adatte a un trattamento di questo tipo, qualificato e assistenziale, quando il carcere al suo interno non ha la capacità i dare questo tipo di assistenza. Oppure la presa in capo di strutture specialistiche, quando il reato di cui si è macchiato il reo non è di pericolosità sociale. In queste situazioni, la pena può essere trasformata in un affidamento domiciliare. Ma questo vale per tutti quei casi dove il carcere può essere un ostacolo ad un recupero medico e psicologico del detenuto. La nostra carta costituzionale, all'articolo ventisette comma secondo, dice che il carcere non deve essere il posto dove si sconta una pena ma dove si riabilita chi ha commesso un delitto. Ma oggi siamo molto lontani dal dettato della carta costituzionale. Allora, il mio auspicio è che tutto quello che sta accadendo a Corona e l'avvento al ministero della giustizia del presidente Cartabia, possa trasformare quei dettati in realtà.
Il carcere in cui si trova Corona, a Monza, fra l'altro è sovraffollato. Giusto?
Sì, anche se il carcere di Monza è nulla rispetto ad altri dove il sovraffollamento è del del 30-40-50 %, come a Busto Arstizio. Il sovraffollamento è la regola. Ma la drammaticità dei casi, e sono tanti, di questi detenuti con problematiche psicosanitarie è che non sempre esiste nelle carceri un'adeguata assistenza e quindi i medici possono fare un servizio lacunoso per mancanze oggettive. Ma il carcere è l'unica soluzione per un malato? Io dico di no.
Crede che sia avvenuta anche disinformazione intorno al caso Corona?
Intorno a lui si è alzato un clamore mediatico, ma io come garante parlo a nome di tutti i detenuti. Sto seguendo il dibattito intorno alla vicenda e noto, in alcuni casi, persone che parlano perché vogliono conquistare un titolo di giornale e spesso non fanno il bene dello stesso Corona.
A proposito di chi non ha voce, ci sono casi simili che si sente di citare pur mantenendo la privacy?
Posso dire con certezza che esistono decine di casi come quello di Corona, molto simili. Se la vicenda Corona ci aiutasse a dare voce ai senza voce sarebbe utilissimo. La commissione speciale carceri ha avviato un'analisi precisa e puntuale per verificare in tutte le carceri quanti casi simili esistono e come sono trattati. Grazie al caso Corona, insomma, il consiglio regionale ha iniziato a fare un punto sulla situazione.
Crede sia stata una ingiustizia riportarlo in carcere?
Io non posso parlare di ingiustizia, non voglio e non posso discutere delle sentenze perché non si giudicano. Affronto solo il risultato, cioè la persona che viene condannata e va in carcere. E spesso ho trovato persone che hanno problemi importanti. Compio visite quotidiane e fra i detenuti c'è sempre qualcuno che ha un problema di questo tipo più o meno grave. Nessun carcere lombardo ne è esente.
E sulla questione vaccini, che preoccupa anche fuori dal carcere?
Noi abbiamo un coordinamento in tutta Italia e già in questi mesi, a partire dall'autunno quando si affacciò l'ipotesi, abbiamo chiesto al DAP (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nda) di inserire i detenuti e la polizia penitenziaria nelle fasce prioritarie insieme agli over 80 perché sono i più esposti. Non a caso nella polizia ci sono stati tantissimi contagi e qualche vittima, cosi come fra i detenuti. Ho apprezzato l'iniziativa del provveditore della Lombardia che ha già vaccinato il personale delle carceri e la polizia e già da oggi sarebbero partiti con i detenuti e i volontari che fanno assistenza.
Fuori dal carcere, invece, quali errori ha riscontrato su questo tema?
Io sono difensore civico della Lombardia, garante dei detenuti e del diritto alla salute, e in questa veste ricevo quotidianamente lettere di cittadini che nonostante l'età avanzata non ricevono il vaccino. Noi siamo intervenuti affinché si perfezionasse la macchina per far sì che la Lombardia torni a essere la locomotiva d'Italia. Purtroppo, abbiamo subito il combinato disposto fra la carenza di dosi e le difficoltà organizzative.
Lei si vaccinerà?
Sono stato inserito come garante dei detenuti nel piano vaccinale dei detenuti e del personale e ho ricevuto una dose all'ospedale di Baggio la scorsa settimana. Ma ci tengo che la gente sappia che già lo scorso anno quando c'era il blocco nelle visite io ho comunque mantenuto l'impegno di entrare perché volevo che i detenuti sapessero che le istituzioni sono vicine. Con tutti i rischi e le precauzioni del caso, ho sempre mantenuto un rapporto di vicinanza nei confronti di queste persone deboli.
Il governatore Attilio Fontana crede che meriti la ricandidatura?
Ribadisco che la mia funzione è autonoma e indipendente, non rispondo a nessuno, solo alle leggi e alla mia coscienza. Io sono il difensore di chi vota destra e chi vota sinistra, per cui su questo non posso rispondere.
A breve si terrà il riesame per Fabrizio Corona. Che cosa si augura?
Che il caso Corona sia quel sasso buttato nello stagno in grado di far riflettere un po' di più le istituzioni preposte ad affrontare e gestire i casi come quelli Fabrizio Corona che nel nostro paese sono migliaia e nella nostra regione sicuramente qualche centinaia. Mi auguro che alla fine, se Corona troverà una soluzione dignitosa, le leggi permettano che valga per tutti quelli che hanno gli stessi di problemi.
genova24.it, 30 marzo 2021
Approvate ieri in Consiglio regionale alcune modifiche alle leggi che istituiscono in Liguria le figure del Garante per la tutela delle vittime di reato e del Garante dei detenuti. Con 16 voti a favore (maggioranza di centrodestra) e 12 astenuti ha ricevuto il via libera il provvedimento che adegua la legge sul garante per le vittime di reato alle eccezioni sollevate dal Governo, che ha impugnato la legge davanti alla Corte Costituzionale. In particolare, la nuova formulazione prevede che "la Regione promuova e stipuli apposite intese con altre amministrazioni, anche statali operanti nel settore, comprese le forze dell'ordine, per l'eventuale individuazione di propri rappresentanti quali componenti dell'organismo".
Viene, inoltre, rimossa l'esclusività del rapporto di lavoro del garante. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità, fra le quali, quella con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
La legge sul Garante dei detenuti, con 24 voti a favore e 4 astenuti (Lega), è stata aggiornata sulla base della nuova denominazione dei centri permanenza temporanea per stranieri" che sono divenuti "centri di permanenza per i rimpatri".
Vengono specificate meglio le regole di accesso del garante per quanto riguarda le visite negli istituti penitenziari, gli istituti penali per i minorenni, le strutture per il Tso, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le comunità terapeutiche, che dovranno ottenere l'autorizzazione della prefettura competente.
Rispetto ai poteri del garante, nel caso in cui questi ritenga che una segnalazione sia fondata, può formulare specifiche raccomandazioni all'amministrazione interessata, la quale, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di 30 giorni. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità del garante, fra le quali, con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
"È importante costituire un organismo che vigili e promuova il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o comunque in condizione di limitazione della libertà personale - spiega Angelo Vaccarezza, capogruppo di Cambiamo! - Altrettanto imperativa, l'istituzione di una figura che possa diventare un faro istituzionale e imparziale a tutela delle vittime di reato, troppo spesso lasciate sole in un momento emotivamente delicato delle proprie vite. A breve, avremo quindi il compito di identificare le persone adatte a ricoprire tali ruoli, oltre al garante per l'infanzia e al difensore civico, gravato fino ad oggi di tutti i compiti". Per la consigliera Lilli Lauro "i due provvedimenti che abbiamo approvato oggi vanno nella giusta direzione, quella di avere una figura che vada a vigilare sui diritti fondamentali delle persone che si trovano in condizioni di limitazione della libertà personale e quella di trovare un'altra figura paritetica che si occupi delle persone vittime di reato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
La Regione è rimasta alle indicazioni, poi smentite, del commissario Figliuolo e del ministro Speranza di vaccinare solo in caso di focolai. Il Covid è entrato anche al 41bis di Cuneo. Risultano, per ora, 11 detenuti positivi, tra i quali nove sono reclusi al carcere duro. A confermarlo a Il Dubbio è Bruno Mellano, il garante dei detenuti della regione Piemonte. Parliamo dell'ennesimo focolaio che coinvolgono i penitenziari piemontesi.
Sì, perché nel frattempo ci sono altre due carceri, tutte di alta sicurezza, dove il contagio si è diffuso. C'è la Casa di Reclusione di Asti con 48 positivi su 298 detenuti presenti, a questo si aggiunge un nuovo focolaio attivo al carcere di Saluzzo con 19 detenuti positivi. Ribadiamolo: il contagio coinvolge tutti i detenuti in alta sicurezza, e da poco anche quelli in 41bis. Da segnalare che alla richiesta dell'avvocata Maria Teresa Pintus del foro di Sassari, di sapere se il suo assistito al carcere duro sia positivo al Covid, la Asl le ha risposto che non può dare informazioni senza l'autorizzazione dell'interessato.
La regione Piemonte non ha intrapreso la campagna vaccinale per i detenuti - Nasce un problema non da poco che il Garante Mellano ha denunciato. La regione Piemonte, di fatto, non ha intrapreso nessuna strategia di vaccinazioni nei confronti della popolazione penitenziaria. Eppure, proprio l'11 marzo scorso, il Dap ha scritto al Piemonte segnalandole che rimarrebbe la sola regione a escludere la popolazione detenuta fra le categorie eleggibili prioritarie.
"Corre l'obbligo evidenziare che la disparità di trattamento rispetto agli altri detenuti potrebbe generare tensioni all'interno degli istituti penitenziari locali, con probabili ricadute sulla tenuta dell'ordine e della sicurezza", ha sottolineato l'amministrazione penitenziaria. Ma nulla da fare, il garante Mellano denuncia che in Piemonte non si è avviata l'auspicata campagna di vaccinazione mentre, a seguito della riunione della Conferenza Stato-Regioni dello scorso 19 marzo, sono emersi dubbi interpretativi delle indicazioni contenute nel documento di "Raccomandazioni" del ministero della Salute.
Dopo i focolai arrivano i vaccini - Come ha segnalato Il Dubbio era emerso che il commissario straordinario per l'emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo e il ministro della Salute Roberto Speranza, avrebbero indicato come non prioritaria la vaccinazione nei confronti dei detenuti, ma di effettuarla solo quando ci sono dei focolai.
Subito dopo, tramite lanci di agenzia stampa, le fonti del commissario hanno parlato di errore di interpretazione e che la popolazione carceraria è tra le categorie prioritarie previste dal piano vaccinale. Il commissario alla campagna vaccinale della Regione Piemonte, Antonio Rinaudo, però, era rimasto a ciò che gli sarebbe stato detto durante la conferenza Stato-Regioni sia dal commissario nazionale che dal ministro Speranza. Oramai i focolai sono scoppiati, quindi la vaccinazione andrebbe avviata a prescindere. Infatti, l'unità di crisi - dopo che il contagio è divampato - ha disposto l'immediata vaccinazione a Saluzzo e Cuneo. Ma ha senso attendere che scoppino i focolai, per poi poter vaccinare?
Il Resto del Carlino, 30 marzo 2021
A rivelarlo il neo Garante per i diritti Giulianelli intervenuto sugli atti di autolesionismo: "Decesso naturale, ma la Procura indaga". Proteste in carcere a Montacuto, detenuti applicano atti di autolesionismo dopo la morte di un detenuto.
Il fatto è accaduto di recente e sulla vicenda interviene il nuovo Garante regionale per i Diritti, l'avvocato Giancarlo Giulianelli, operativo da circa un mese. L'ombudsman, a proposito dell'accaduto starebbe verificando la situazione attraverso il monitoraggio dopo la protesta da parte di un gruppo di detenuti.
n'azione di verifica del Garante a cui sarebbe arrivata anche una segnalazione di attivare, al più presto, il potenziamento di personale sanitario specifico. I fatti risalgono ad alcuni giorni fa con atti di autolesionismo da parte di quattro ospiti dello stesso istituto.
La forma di protesta è scattata a seguito della morte nel sonno di un altro detenuto: "In base alle notizie raccolte - ha sottolineato Giulianelli - il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali, ma l'esito finale, come ovvio, si avrà al termine delle indagini espletate dalla Procura della Repubblica. Vorrei cogliere l'occasione in questa sede per esprimere le mie condoglianze e la vicinanza alla famiglia da parte mia e di tutto l'apparato".
Il Garante ha aggiunto, inoltre, che nelle ultime ore ci sono stati ulteriori atti di autolesionismo da parte di due dei quattro detenuti che avevano attivato la protesta. Uno di questi si trova attualmente ricoverato nel reparto di psichiatria dell'ospedale Torrette di Ancona, mentre per l'altro sono stati effettuati tutti gli interventi del caso all'interno dell'istituto: "Ci risulta che da parte di tutti e quattro i detenuti - ha precisato Giulianelli - sia stata avanzata la domanda di trasferimento presso il carcere di provenienza, sulla quale è chiamata ad esprimersi ora l'amministrazione penitenziaria competente. La situazione complessiva a Montacuto risulta sotto controllo, ma si renderà opportuno, quanto prima, affrontare il problema dell'autolesionismo, che negli ultimi anni ha annoverato diversi casi. Anche su questo versante la carenza di personale sanitario ed un adeguato coordinamento hanno un peso specifico".
Detto dei fatti in questione, all'interno della struttura carceraria di Ancona, la più capiente delle Marche, al momento non si sarebbero verificati casi di contagio da Covid-19. Per ora, stando a quanto emerso a livello generale, gli unici casi si sono verificati dentro il carcere di Villa Fastiggi a Pesaro meno di un mese fa. In quel caso si è trattato di un vero e proprio focolaio con uno dei detenuti trasferito in terapia intensiva all'ospedale della città. Per ora i due istituti presenti nel territorio anconetano, Montacuto appunto e Barcaglione, sono ancora da considerare Covid-free.
milanotoday.it, 30 marzo 2021
Procede la vaccinazione anti Covid dei detenuti nelle carceri milanesi. Lunedì 29 marzo sono stati resi noti i dati relativi al penitenziario di Bollate attraverso un'audizione del direttore, Giorgio Leggieri, nel corso della sottocommissione carceri di Palazzo Marino, convocata in video conferenza.
Secondo i dati diffusi, finora sono stati vaccinati contro il Covid 354 detenuti su 1.163 presenti. Leggieri ha spiegato che si sta procedendo con una media di circa 50 somministrazioni al giorno dopo una "brevissima interruzione iniziale" dovuta allo stop precauzionale di qualche giorno del vaccino AstraZeneca. Nel settimo reparto del carcere è stata predisposta un'area dedicata alla vaccinazione. "Cerchiamo di garantire un flusso continuo di vaccinati, per evitare che le dosi vadano perse", ha commentato il direttore.
L'area sanitaria del carcere ha preselezionato i detenuti in modo da stabilire chi può fare AstraZeneca e chi, invece, deve fare Pfizer. Samuele Cuccolo, comandante del reparto di Bollate, ha fatto sapere durante la stessa sottocommissione che le rinunce dovute alle notizie allarmistiche su AstraZeneca ci sono state, ma non sono state molte.
I vaccini Covid nel "mondo carceri" riguarderanno non solo i detenuti ma anche il personale e i volontari. Pietro Buffa, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, ha detto che la vaccinazione coinvolgerà chiunque entri nelle carceri, compresi "il personale della mensa e i manutentori delle caldaie". Nel carcere di Bollate vi sono attualmente 33 detenuti positivi al Covid, di cui la maggior parte provenienti da altre carceri lombarde; ma la situazione è in miglioramento, dato che il "picco" era stato di 430 persone positive (e migliaia in isolamento) in un giorno.
di Federica D'Ambro
La Città di Salerno, 30 marzo 2021
I dati del Garante regionale: escalation di violenze nel 2020 e 37 detenuti in più rispetto alla capienza. Mancano 28 agenti. Mancanza di agenti di polizia penitenziaria, episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Ma pure sovraffollamento nelle celle rispetto alla capienza reale del penitenziario. È la fotografia sul carcere di Fuorni (e, più in generale, di tutte le strutture campane) del report annuale 2020 del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione.
Tra i numeri più rilevanti emersi dalla relazione, la capienza regolamentare della casa circondariale diretta da Rita Romano: a fronte di una disponibilità di 388 posti, si registra un sovraffollamento di 37 persone con presenza reale di 425 detenuti (387 uomini, 38 donne e 58 stranieri). Inoltre dalla relazione emergono anche alcuni episodi critici avvenuti in quest'anno: se nel report non viene annoverata la rivolta avvenuta lo scorso marzo per il blocco delle visite parentali causa coronavirus, si evidenziano i tanti tentativi di suicidi e di autolesionismo.
Emergenza polizia penitenziaria. Dal report emerge come la problematica più grande del carcere di Fuorni riguardi il personale. Dovrebbero essere 243, infatti, gli agenti di polizia penitenziaria in pianta organica all'interno della casa circondariale di via del Tonnazzo ma l'organico conta solo 215 agenti. Una mancanza di circa 28 unità che, sommata al sovraffollamento nelle celle, crea delle problematiche non indifferenti. Una situazione che è diventata più critica a causa del Covid. Molti agenti, infatti, sono risultati positivi, altri hanno dovuto fronteggiare l'emergenza con maggiori tutele e garanzie. Stando al report annuale del garante della Regione Campania, gli uomini della polizia penitenziaria sono stati quelli più a rischio durante la pandemia: nel 2020 sono 33 gli agenti risultati positivi, rispetto ai cinque detenuti contagiati.
Allarme autolesionismo. Il carcere di Fuorni è un penitenziario che punta alla rieducazione dei detenuti fornendo loro corsi di formazione e diplomi di scuola media e superiore. Nonostante questo, però, i numeri riguardanti gli "eventi critici" non fanno ben sperare.
Nel 2020, infatti, a Fuorni sono stati registrati 14 tentativi di suicidio, un suicidio, 93 scioperi della fame e della sete. Inoltre 45 detenuti hanno rifiutato l'assistenza sanitaria e 122 sono stati gli atti di autolesionismo. Una situazione che porta la casa circondariale di Salerno al quarto posto in Campania per eventi critici, subito dopo gli istituti di Benevento, Poggioreale e Santa Maria Capua Vetere. All'interno del report annuale non si fa cenno alla rivolta dei detenuti avvenuta lo scorso marzo e tantomeno alla morte del giovane rapper Giovanni Cirillo, in arte Jhonny.
Il 23enne scafatese di origini somale, arrestato per una rapina e portato in cella dopo alcune evasioni dai domiciliari, decise di togliersi la vita all'interno della sua cella scorsa estate. E proprio in estate, visto il numero crescente di atti autolesionisti, il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria Regionale, in accordo con l'ufficio del Garante e dell'Osservatorio sulla Sanità penitenziaria, ha dato il via ad un tavolo tecnico mirato alla prevenzione del fenomeno. Quello che emerge è come questi atti "determinano un sentimento di solitudine e impotenza negli agenti che finiscono vittime di un'ingiustizia".
Lo scenario in altri penitenziari salernitani. Situazione ben diversa è emersa nella casa circondariale di Vallo della Lucania dove la capienza regolamentare è di 41 unità e sono presenti 39 detenuti - di cui uno solo straniero - e gli unici eventi critici riguardano tre atti di infrazioni disciplinari. Anche in questo caso si registra una mancanza di agenti di polizia penitenziaria con 23 in servizio su una pianta organica ipotizzata di 26. Un'altra fotografia emerge dall'Icatt di Eboli dove non si registra un sovraffollamento - 45 detenuti per 51 "spazi" - e solo una mancanza in pianta organica in termini di polizia penitenziaria. Gli unici numeri critici riguardano 13 atti di infrazioni disciplinari e tre scioperi della fame e della sete.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 30 marzo 2021
Così Nino è morto in carcere. Non finirà con un'archiviazione l'indagine sulla morte di Antonio Saladino, il ventinovenne morto per arresto cardiocircolatorio il 18 marzo del 2018 durante il periodo di carcerazione preventiva nel penitenziario di Arghillà, a Reggio Calabria.
Il Gip del tribunale dello Stretto ha infatti accolto l'opposizione presentata dall'avvocato Pierpaolo Albanese, rigettando l'istanza d'archiviazione proposta dal pubblico ministero. Serviranno nuove indagini per fare luce sulla morte di Saladino, nel tentativo di capire come sia stato possibile che nessuno - oltre ai detenuti che dividevano con lui la cella - nonostante le numerose visite mediche, si sia accorto di come le condizioni di salute di quel ragazzone di nemmeno 30 anni fossero andate peggiorando di giorno in giorno.
Antonino sta male da giorni. Quando la mattina del 18 viene trasportato in infermeria accusa vomito e febbre e non riesce a mangiare niente da più di un giorno senza vomitare. E non è la prima volta che il detenuto fa visita all'infermeria. C'era andato la prima volta dodici giorni prima, il 5 di marzo, accusando i primi segni di un malessere che lo porterà alla morte in meno di due settimane. Misurata la febbre, anche in quella occasione, Saladino viene rimandato in cella ma le cose non migliorano, anzi.
Il malessere accusato dal giovane è continuo e cresce col passare dei giorni. Ne sono certi i detenuti che dividevano con lui la stessa cella del carcere reggino e che, sollecitati durante le indagini difensive, hanno dichiarato di come, in quei giorni lo stesso Saladino si fosse recato in infermeria numerose volte senza peraltro ricevere altra assistenza che una bustina di antistaminici. La mattina del 18 le cose ormai sono precipitate.
Antonino Saladino fa avanti e indietro tra la cella e l'infermeria altre tre volte quel giorno. Alle 15.30 prima e poi di nuovo alle 19.30, prima dell'ultimo viaggio, quando manca poco a mezzanotte e quando ormai risulta vana anche la telefonata al 118, con i medici del pronto soccorso che non possono fare altro che constatare la morte del ragazzo.
Alla base di quel malessere c'era un'infezione che è degenerata provocando la morte del detenuto (in tempi brevissimi sostiene il perito dell'accusa, in tempi più dilatati e convergenti con le testimonianze dei compagni di cella, secondo il perito di parte nominato dal legale dei familiari della vittima). Forse una disattenzione, forse una sottovalutazione, ma nessuno, nel periodo in cui Saladino lamenta sempre gli stessi sintomi - febbre e vomito - pensa di fargli un semplice emocromo. La diagnosi è sempre la stessa: influenza.
Non si accorgono nemmeno delle numerose chiazze scure provocate dalle emorragie interne che sono comparse sul corpo del ragazzo e che vengono invece notate dai suoi compagni di cella che raccontano tutto all'avvocato. Una morte che forse poteva essere evitata e che invece si va ad aggiungere alle tante tragedie che si susseguono nelle carceri italiane e su cui si è mossa anche la magistratura che, su quella morte, aveva aperto un fascicolo.
L'indagine, tra mille lungaggini, ci mette comunque quasi due anni a fare il suo corso e alla fine, l'unica cosa di cui si è certi, è un buco nel diario clinico di Saladino che va dal 6 marzo, giorno del suo secondo viaggio in infermeria a causa dei primi sintomi del malessere, al 18, giorno in cui si chiude il suo calvario. Su questo punto, le testimonianze dei detenuti, accolte come veritiere dal Gip che ha disposto un supplemento d'indagine, sono concordi.
Antonino Saladino stava male da giorni e più volte si era recato in infermeria per farsi visitare, ma di quelle visite, sui registri ufficiali della struttura medica del penitenziario, non c'è traccia. Tanti i non ricordo registrati dagli investigatori della penitenziaria (che hanno svolto in questa indagine le funzioni di polizia giudiziaria) tra i sanitari che hanno prestato servizio nei giorni in cui Saladino avrebbe fatto la spola tra il suo letto a castello e la brandina dell'infermeria.
"Noi abbiamo fiducia nella giustizia - racconta l'avvocato Albanese - ovviamente si spera di recuperare il troppo tempo perso finora. Bisognava mantenere alta l'attenzione su questa morte e forse non lo si è fatto fino in fondo, ma sono certo che si possa ancora raggiungere la verità dei fatti sia per quanto riguarda le cause della morte, sia per fare luce sul buco nel diario clinico e sulla mancata reazione dei medici del carcere all'aggravarsi del quadro clinico di Saladino".
Imbianchino da anni e molto conosciuto nel quartiere, nel carcere di Arghillà Antonino Saladino c'era arrivato in seguito al suo arresto di un anno prima. Una storia di droga che lo vedeva coinvolto con un ruolo minore e per cui era in attesa di giudizio.
"Nino era un ragazzo come tanti - ha detto durante un convegno sulla sanità nelle carceri la madre della giovane vittima, da quel 18 marzo in prima linea nella ricerca della verità e in questi giorni impegnata in una dura lotta contro il Covid - lavorava come imbianchino e si dedicava a me e alla sorella. È entrato in carcere perché sospettato di un reato, ma non era un criminale, ancora doveva svolgersi un processo. Quando lo hanno arrestato era in piena salute, è morto il 18 marzo del 2018 in solitudine, con tanta sofferenza e lontano dai suoi cari.
Non conosco le leggi ma penso che se lo Stato arresta una persona perché sospetta che abbia commesso un reato e lo trattiene prima ancora di giudicarlo, allora è responsabile della sua persona e deve fare in modo che riceva tutte le cure, perché anche se ha sbagliato deve avere la possibilità di curarsi. Spero di cuore, come madre e come cittadina, che quello che è capitato a Nino non succeda mai più a nessun altro detenuto, perché non riesco ad accettare che la vita di una persona detenuta abbia un'importanza diversa rispetto a quella di qualunque altra persona".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 30 marzo 2021
Il deputato Generoso Maraia in visita al carcere di Sant'Angelo dei Lombardi. "Stamattina, insieme al mio collega deputato del Movimento 5 Stelle Pasquale Maglione, ho visitato la casa circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi, un carcere all'avanguardia per i suoi progetti di reinserimento sociale dei detenuti." Ad affermarlo in una nota, il deputato irpino Generoso Maraia.
"Ho potuto constatare, accompagnato dalla direttrice Marianna Adanti, che i detenuti sono impegnati in molti progetti lavorativi e formativi, perché la pena detentiva possa davvero avere la funzione rieducativa che la Costituzione le assegna. All'interno della Casa circondariale sono presenti una carrozzeria con annessi officina meccanica e lavaggio, una tipografia che produce il materiale di cancelleria per l'amministrazione penitenziaria in tutta Italia, una produzione agricola con trasformazione di pomodori, marmellate e miele e una piccola produzione di vino fatta in collaborazione con una cantina sociale locale. Il progetto più ambizioso è probabilmente quello della "Sartoria Borbonica Penitenziaria", grazie al quale i detenuti vengono formati per la realizzazione di capi in seta di alta sartoria.
Nel corso della mia visita - continua Maraia - ho insomma trovato una struttura penitenziaria attiva, che rispetta la dignità e i bisogni dei detenuti, attenta al reinserimento nella società dei detenuti stessi. Una struttura che può essere presa a modello per tutti gli istituti penitenziari italiani, che è anche aperta al territorio nel quale opera grazie alla partecipazione di cooperative e aziende locali.
Sarà mio impegno - conclude Maraia - attivarmi con il Ministero della giustizia perché l'istituto possa avere una classificazione corrispondente alle attività di alto livello messe in campo. Sarebbe opportuno, inoltre, dare all'istituto la possibilità di avere una Partita Iva, in modo da poter vendere al pubblico i prodotti realizzati dai detenuti."
di Domenico Massano
lavocediasti.it, 30 marzo 2021
Il Covid-19 è, purtroppo, recentemente entrato nella Casa di Reclusione di Asti contagiando un numero rilevante di persone ristrette e di agenti. La tempestiva somministrazione dei vaccini e l'assunzione di specifiche misure sanitarie sembrano avere contenuto la diffusione del virus che, tuttavia, ha contribuito ad alimentare timori e ad amplificare preesistenti criticità con inevitabili ricadute negative sull'intera comunità penitenziaria.
In particolare in relazione alla prevenzione della diffusione del virus, per cui il distanziamento fisico assume un'importanza determinante, la questione del sovraffollamento degli istituti penitenziari rappresentava sin dall'inizio della pandemia un diffuso elemento di preoccupazione, come emergeva già un anno fa anche dal richiamo di Papa Francesco: "Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future".
Tali parole erano sottolineate dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma: "Ponendo l'accento sulla gravità dell'ingresso del virus in un mondo chiuso, del rischio per chi qui vive e lavora, della situazione esplosiva negli istituti di pena, il Papa ha voluto ricordare che anche il carcere è parte di tutti noi e della società nella sua complessità".
Con l'arrivo della pandemia era ben chiaro, quindi, che il tema del sovraffollamento delle carceri da condizione oggettiva di trattamento degradante (per cui l'Italia è stata in passato condannata dalla Corte Europea dei diritti umani), era diventato anche una questione di salute pubblica. A livello nazionale si è cercato di agire immediatamente sbloccando percorsi di accesso a misure alternative alla pena detentiva che prima erano negati e/o non presi in considerazione (elemento su cui sarebbe opportuno fare qualche riflessione).
Le persone detenute in carcere in Italia sono così passate da 61.230 a febbraio 2020 a 53.697 a febbraio 2021, con una parziale ma insufficiente diminuzione del tasso medio di affollamento che è rimasto al 106,2%, rendendo difficilmente comprensibile, come affermato sul recente Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, il fatto che continuino ad essere ristrette 19.040 persone con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a una misura alternativa alla detenzione, quando "se solo metà di loro ne fruisse si risolverebbe in gran parte del problema dell'affollamento carcerario italiano" (senza dover così assecondare il presunto bisogno di nuove costruzioni).
Concentrando lo sguardo sulla situazione astigiana, sempre dal rapporto di Antigone emerge come la Casa di Reclusione di Quarto registri un tasso di sovraffollamento del 146,3% (ben al di sopra della soglia da rispettare, il peggiore in Piemonte e tra i peggiori in Italia).
La presenza media di 300 persone detenute a fronte di una capienza massima di 205 posti ha, infatti, determinato il protrarsi di una situazione preoccupantemente pericolosa nel corso della pandemia, in cui l'indice di affollamento dell'istituto è rimasto costantemente sopra ogni prudente soglia di sovraffollamento, nonostante le indicazioni degli organismi di garanzia e sanitari, internazionali e nazionali, come ha evidenziato il Garante regionale Bruno Mellano.
Il problema del sovraffollamento dell'istituto astigiano (e di tutte le sue conseguenze umane, sociali e sanitarie) forse avrebbe dovuto essere affrontato da tempo, ma ad oggi, anche in relazione alla recente diffusione del virus, è ormai chiaro come sia necessario considerarlo una questione non più rimandabile. Purtroppo, però, tale aspetto sembra quasi scomparire nelle dichiarazioni istituzionali e nel dibattito pubblico, rischiando di alimentare il diffondersi, come stigmatizzato dal Garante nazionale Mauro Palma, di fenomeni "di richiesta populista di penalità, di diminuzione della pietas e di irrazionalità nell'intervento penale".
Il tema del sovraffollamento, seppur prioritario, non è certo l'unico da affrontare ma si affianca (sovente con ripercussioni negative), ad altre problematiche come la sospensione a tempo indefinito delle attività formative e lavorative, le carenze di personale, ..., e, più in generale, la possibilità di garantire la finalità rieducativa della pena, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione. È importante tener conto della complessità di tale quadro e delle sue croniche criticità che si ripercuotono sull'intera comunità penitenziaria, per non correre il rischio di limitarsi a letture securitarie, spesso parziali, e senza dimenticare mai, come sottolineato nelle recenti e promettenti dichiarazioni della Ministra della Giustizia Cartabia nel suo discorso al Dap, che "Il carcere è davvero un luogo di comunità, dove il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti e dove il disagio, la paura, la malattia di uno si riverbera su tutti. Anche sotto questo profilo la pandemia ha operato come una lente di ingrandimento portando in evidenza ciò che il carcere è, ciò che lo contraddistingue in tutti i suoi aspetti. Non trascuriamo mai questa dimensione comunitaria che lega profondamente tutti e ciascuno".
- Benevento. Carcere, conclusa l'immunizzazione del personale
- Palermo. Cotta in Fragranza (in carcere), la colomba pasquale prende il volo
- Torino. Storie di vita in carcere: e se per molti fosse l'unica casa?
- Bergamo. "Volontari Crivop pronti a collaborare con il carcere"
- Garantire l'equità anche con interventi differenziati











